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Luigi Pagano: "La mia vita in carcere tra ladri e brigatisti" PDF Stampa
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di Giovanni Terzi


Libero, 27 gennaio 2020

 

Intervista allo storico direttore penitenziario, oggi consulente: "Le monetine a Craxi, la pagina più buia della storia recente". Quarant'anni passati accanto a chi ha compiuto atti contro la nostra società, una vita passata a cercare di ottemperare quel famoso articolo 27 della Costituzione che sancisce come ogni detenuto deve essere recuperato alla società vivendo in condizioni umane; ma anche una vita vissuta all'interno della nostra società che spesso dimentica il principio costituzionale.

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I detenuti possono lavorare a domicilio PDF Stampa
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di Antonio Carlo Scacco

 

Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2020

 

L'Ispettorato Nazionale del Lavoro ritiene pienamente ammissibile, entro certi limiti, il lavoro carcerario a domicilio: è il contenuto della nota n. 596 del 23 gennaio resa a fronte di uno specifico quesito avanzato dalla direzione territoriale di Padova.

Fin dalla riforma dell'ordinamento penitenziario attuata con legge 354/1975, il lavoro carcerario ha perso il carattere originario meramente sanzionatorio (pur rimanendo obbligatorio) per divenire elemento fondamentale della rieducazione e reinserimento sociale del detenuto secondo i principi contenuti nell'articolo 27 della Costituzione, in base al quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il decreto legislativo 124/2018, nel riformare le norme sull'ordinamento penitenziario contenute nella legge del 1975, ha ulteriormente valorizzato tale prospettiva stabilendo, ad esempio, che nelle strutture detentive debbano essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro e a corsi di formazione professionale ed il lavoro debba essere regolarmente remunerato (un tempo si chiamava "mercede"), sia pure in misura corrispondente a 2/3 di quella prevista normalmente dai contratti collettivi.

Nella nota in commento, l'Inl sottolinea come il lavoro dei detenuti possa essere già svolto, sulla base di apposite convenzioni, anche presso imprese pubbliche e private, particolarmente imprese cooperative sociali, in locali concessi in comodato dalle Direzioni (articolo 47 del D.P.R. 230/2000, recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà) che diventano pertanto dei locali dell'azienda (fatta ovviamente salva la possibilità del libero accesso da parte della Direzione per motivi inerenti la sicurezza).

Allo stesso modo non vi sono preclusioni circa la ammissibilità del lavoro a domicilio considerato anche che tale peculiare tipologia di lavoro risulta espressamente richiamata dal predetto Dpr 230/2000.

Il lavoro carcerario a domicilio, in particolare, è una tipologia lavorativa introdotta come novità assoluta dalla L. 56/1987, sebbene l'art. 19, comma. 6 e 7 non forniscano alcuna definizione di tale tipo di lavoro inframurario, limitandosi a richiamare l'applicabilità delle norme sull'ordinamento penitenziario, in materia di lavoro artigianale, intellettuale e artistico.

Secondo l'Ispettorato è tuttavia necessario che le prestazioni lavorative siano compatibili con le caratteristiche peculiari del lavoro a domicilio (si pensi alle concrete modalità di svolgimento dell'attività lavorativa, la individuazione dei locali in cui svolgere il lavoro, l'uso degli strumenti necessari, il rimborso delle spese sostenute dall'amministrazione, l'invio all'esterno dei beni prodotti in considerazione del luogo dove la prestazione si svolge e la privazione della libertà personale cui è soggetto il detenuto).

Ulteriore aspetto sottolineato dalla nota è rappresentato dalla remunerazione corrisposta al detenuto che, come accennato, è stabilita, in relazione alla quantità e qualità del lavoro prestato, in misura pari ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi.

 
In carcere sono pochi gli spazi per pregare PDF Stampa
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di Marzia Paolucci


Italia Oggi, 27 gennaio 2020

 

I dati del Dap. Nelle carceri svantaggiati i non cattolici. Quasi 8 mila i detenuti aderenti al culto islamico. Nelle carceri italiane, tra i 60.889 detenuti, secondo i dati diffusi dal Dap -Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, la comunità religiosa più numerosa è ancora quella cattolica con 36.608 aderenti seguita dall'islamica con 7.940 aderenti e dall'ortodossa con 2.467 fedeli.

Gli altri culti si attestano tutti intorno alle centinaia e anche meno a cominciare dai 339 cristiani evangelici delle varie chiese, il rispettivo centinaio di hindu e buddisti per arrivare a 66 testimoni di Geova, 56 ebrei e 30 anglicani.

Il principio della libertà religiosa, sancito all'art. 19 della nostra Costituzione, non dovrebbe valere meno nei nostri istituti di pena visto che all'articolo 26 dell'ordinamento penitenziario si prevede che detenuti e gli internati abbiano libertà di professare la propria fede religiosa approfondendola e praticandola.

Eppure, dall'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione risulta che nel 22% delle carceri visitate mancano spazi dedicati alla preghiera dei non cattolici. Per quanto concerne la religione cattolica, in ogni istituto è prevista la presenza di almeno un cappellano e la celebrazione dei riti di culto mentre gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su richiesta, l'assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti.

Al 15 gennaio 2019, sono quasi 50 mila i detenuti che hanno dichiarato di professare una fede religiosa. In 11.631 casi, per la statistica del Dap, la religione d'appartenenza figura come "non rilevata" e ci sono 961 detenuti non appartenenti ad alcuna religione. L'assistenza è assicurata per tutti i culti: per i cattolici è presente un cappellano in ogni istituto penitenziario, per i culti diversi dalla religione cattolica, ad oggi i 1.505 i ministri di culto entrano in carcere attraverso due differenti modalità.

Per le confessioni religiose che hanno stipulato un'intesa con lo Stato Italiano, i relativi ministri possono entrare "senza particolare autorizzazione", secondo le rispettive leggi d'intesa e ai sensi dell'art. 58 del regolamento di esecuzione della legge 354/75. In questi casi, le suddette confessioni trasmettono ogni anno al Dap e ai provveditorati regionali gli elenchi dei ministri destinati a prestare assistenza spirituale negli istituti penitenziari.

Allo stato attuale, le confessioni che hanno stipulato un'intesa con lo Stato italiano, sono la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa Evangelica Luterana, l'Unione delle Comunità Ebraiche, la Chiesa Cristiana Avventista, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia, la Chiesa Apostolica, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l'Unione Buddhista Italiana e l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai".

Invece, per i ministri di culto che appartengono a religioni che non hanno stipulato alcuna intesa con lo Stato, la domanda presentata dal singolo o dalla congregazione per accedere in uno o più istituti è trasmessa dalla Direzione generale detenuti e trattamento del Dap all'Ufficio culti del ministero dell'interno che svolge gli accertamenti di rito e rilascia un nulla osta. Per la religione islamica, mancando una struttura unitaria rappresentativa dell'islam, si segue la stessa procedura utilizzata per i ministri di culto che appartengono a confessioni religiose senza un'intesa con lo Stato italiano.

Ad oggi sono 43 gli imam che hanno ottenuto il nulla osta del Viminale: alcuni accedono alle strutture penitenziarie periodicamente, altri solo in occasione del Ramadan. Nel 2015 è stato siglata un'intesa tra il Dap e l'Unione delle comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia grazie alla quale 13 imam indicati dall'Ucoii hanno ottenuto il nulla osta e sono stati inseriti nell'elenco dei ministri di culto già autorizzati all'accesso negli istituti.

Con riferimento ad altre fedi, ci sono 24 ministri di culto ortodossi autorizzati ad accedere negli istituti penitenziari a seguito di rilascio del nulla osta del ministero dell'interno. La legge 126/2012 ha inoltre regolarizzato i rapporti tra lo Stato Italiano e la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia autorizzando 32 sacerdoti.

Per i buddisti, nel 2015, con una prima intesa dell'Unione Buddista Italiana con lo Stato, sono entrati nelle carceri 17 monaci e una seconda del 2016 con l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai" di Firenze, ha permesso a 73 ministri di culto buddisti di accedere agli istituti penitenziari.

 
L'altolà dell'Anm alle sanzioni per i magistrati PDF Stampa
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di Pierpaolo Scavuzzo


agi.it, 27 gennaio 2020

 

Per le toghe la proposta del Ministro pentastellato è "un rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". E dicono no anche ai tempi strozzati per i processi. Un "rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". Cosi' l'Associazione nazionale magistrati (Anm) bolla la proposta del Guardasigilli Alfonso Bonafede di programmare i tempi - 4 o 5 anni al massimo - dei processi penali, con l'ipotesi di sanzioni disciplinari per le toghe in caso di sforamenti.

I magistrati definiscono "irricevibile" e "brutale" questa previsione - contenuta nella bozza del ddl delega messa a punto dagli uffici di via Arenula e circolata nei giorni scorsi tra le forze politiche di maggioranza - e si dicono pronte a dare battaglia.

Il ministro, allo stato, non ha replicato alle critiche, ma mercoledì prossimo incontrerà i vertici del sindacato delle toghe e quella sarà la sede per chiarimenti e approfondimenti sulla riforma: il tema sarà certo affrontato dai magistrati anche in occasione delle cerimonie per l'apertura dell'anno giudiziario che si svolgeranno venerdì in Cassazione e sabato prossimo in tutti i distretti di Corte d'appello italiani.

Nel testo del ddl delega, "sembra esserci una sorta di messa in mora", ha osservato il segretario dell'Anm Giuliano Caputo, il quale ha ricordato che la posizione dell'Anm sulla prescrizione - favorevole allo stop dalla sentenza di condanna in primo grado, come previsto con il 'Iodo'proposto dal premier Giuseppe Conte - espressa fin dal novembre 2018, "non è corporativa" e, dunque, "no a contropartite con tempi strozzati e sanzioni: è inaccettabile ragionare in questi termini, davanti al ministro siamo pronti a una risposta incisiva".

L'Anm, infatti, con il presidente Luca Poniz, ribadisce il suo "essere fuori da qualunque logica di contrapposizione politica: le nostre posizioni non possono essere tirate per la giacchetta, a favore di una parte politica o di un'altra". Secondo Poniz, inoltre, "non è ricevibile l'idea che se la prescrizione non ci sarà più, si può restare imputati per sempre, come se il giudice decida le sorti di un imputato solo in base al meccanismo burocratico del calcolo della prescrizione". È un'idea che dobbiamo contrastare".

 
Stalking, meno denunce e più ammonimenti PDF Stampa
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di Maria Rosa Tomasello


La Stampa, 27 gennaio 2020

 

Sfiducia nella Giustizia: troppi non chiedono aiuto. Calano le querele (-13%) e aumentano gli avvertimenti dei questori (+32,5%). Senza supporto psicologico recidiva al 40%. Un caso su tre porta al femminicidio.

Non erano le rose. Era il messaggio silenzioso che accompagnava le rose, benché non ci fosse alcun biglietto. Un mazzo che arrivava alla stessa studentessa nell'aula dell'università a ogni lezione, sotto lo sguardo sorpreso dei presenti. Un omaggio apparentemente innocuo, diventato ossessione.

"È iniziata così: in principio la ragazza ha creduto che fosse il suo fidanzato a spedirle, ma quando l'invio si è ripetuto più e più volte, mentre lui continuava a negare, ha capito di essere finita nel mirino di qualcuno. Ha smesso di andare a lezione, e alla fine ha fatto denuncia contro ignoti e ha sparso la voce che la polizia era sulle tracce di chi mandava i fiori. Solo a quel punto le spedizioni sono cessate".

Cambiamento delle abitudini - Il racconto di Anna Campanile, operatrice del centro antiviolenza Voce Donna di Pordenone e consigliera di Dire (Donne in rete conto la violenza), definisce con precisione cos'è lo stalking: un atto persecutorio che genera nella vittima ansia e paura, costringendola a cambiare abitudini. Senza che ci sia aggressione fisica, eppure spesso altrettanto spaventoso per chi lo subisce. Soprattutto, in un caso su tre, secondo gli esperti, è l'anticamera del femminicidio.

La recidiva è del 40%. "È una forma di violenza fatta di cose che sembrerebbero piccole, ma che crea in chi le subisce uno stato di tensione tale da orientare tutta la vita a difendersi. Abbiamo seguito il caso di una ragazza che aveva capovolto la sua stessa esistenza: lavorava di notte. La veglia le consentiva di essere vigile in caso di intrusioni in casa o di altro pericolo".

Le donne non sono le sole vittime di stalking, ma in tre casi su quattro le vittime sono di sesso femminile e nel 50-60% dei casi l'ex partner è indicato dalla vittima come presunto autore di stalking, maltrattamenti o violenza. L'Istat stima che il 21,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (pari a 2.151.000 persone) abbia subito comportamenti persecutori almeno una volta nella vita. Di queste, il 15,3% più volte.

Dal primo agosto 2018 al 31 luglio 2019 (ultimi dati resi disponibili dal Viminale), le denunce sono state 12.733, e nel 76% dei casi a denunciare (si tratta di un reato perseguibile solo a querela di parte) sono state donne. Nello stesso periodo 2017-2018, la banca dati delle forze dell'ordine aveva registrato numeri più alti: 14.633 denunce. In un anno c'è stata una flessione del 13%. Dal 2014 al 2018 secondo dati Istat le segnalazioni per atti persecutori tuttavia sono state in costante aumento, passando da 11.096 a 14.145.

A cosa è dovuto il calo di denunce dell'ultimo periodo? Nello stesso arco temporale sono aumentati del 32,5% gli ammonimenti del questore (un "avvertimento" allo stalker perché smetta di molestare la vittima), che sono passati da 1.819 a 2.411, con un aumento del 76% degli ammonimenti per violenza domestica (da 666 a 1.171 sul totale di 2.411). Da quando, nel 2009, è entrata in vigore la legge che definisce il reato, sono in forte crescita anche le condanne per stalking: 37 sentenze nel 2009, 1.827 nel 2017 (dati Istat).

Ad arrivare a sentenza, tuttavia, è una percentuale limitata di casi: nel 2016 a fronte di 16.910 indagati per stalking, 9.141 casi sono stati archiviati, con l'avvio dell'azione penale per 7.769 casi. Nello stesso anno le condanne con sentenza irrevocabile (per processi che avevano preso il via negli anni precedenti) sono state 1.343, attorno al 17%.

"Normalmente lo stalking non è troppo difficile da dimostrare e le denunce sono più frequenti rispetto ai maltrattamenti in famiglia, che spesso non vengono segnalati-osserva Giulia Masi, avvocata ed esponente dell'associazione "GiuridicaMente Libera" di Roma. Per questo la riduzione delle denunce e il maggior ricorso all'ammonimento del questore denota sfiducia nella giustizia, con il ricorso a un metodo meno invasivo".

Al contrario, la maggiore attenzione alle violenze di genere e l'introduzione, un anno fa del "Codice rosso" che innova la disciplina penale e inasprisce le sanzioni per chi commette i reati, consente spesso di arrivare a una soluzione veloce. "Il nostro centro anti-violenza ha seguito una giovane donna che, dopo aver interrotto una relazione durata due anni, ha cominciato a essere perseguitata dall'ex fidanzato, che la seguiva al lavoro, parlava con i suoi amici, mandava anche dieci mail al giorno a lei e ai suoi familiari, minacciando di allegare filmati dei loro rapporti sessuali, la intimidiva sui social.

Era così sotto pressione da manifestare idee di suicidio. Finché si è rivolta al centro, che ha iniziato a collaborare con la procura, informando tempestivamente di ogni cosa: grazie al Codice rosso, in tre mesi è stato inviato l'avviso di conclusione delle indagini e lo stalker ha smesso". Non è sempre così. "Lo stalking è spesso l'anticamera del femminicidio- conferma-. Ecco perché non bisogna mai accettare quell'ultimo appuntamento chiarificatore, né mettersi in situazioni di rischio".

Certo, le denunce rappresentano solo una piccola parte del fenomeno. L'Istat ha certificato che il 78% delle vittime (8 su 10) non chiede aiuto: solo il 15% si rivolge alle forze dell'ordine, il 4,5% a un avvocato e 1'1,5% a un centro specializzato. E tra queste, solo il 48,3% presenta una denuncia formale. Tuttavia qualcosa sta cambiando.

Sorta di attività di indagine "L'ammonimento è una misura di prevenzione che garantisce alle vittime una tutela rapida e anticipata rispetto ai tempi del procedimento penale - spiega Alessandra Simone, dirigente della Divisione Anticrimine della questura di Milano.

Viene svolta una sorta di attività di indagine per capire se l'istanza è fondata, e spesso, se si tratta di atti non troppo invasivi e se non ci sono state aggressioni fisiche, la donna sceglie la misura di prevenzione. È sì un provvedimento amministrativo, ma viene inserito nel sistema di indagine interforze e determina un alert sul soggetto, che ha una spada di Damocle su di sé".

Del resto, è la legge stessa a prevedere che se gli atti persecutori sono commessi da una persona già ammonita, si può procedere anche d'ufficio. "L'esperienza milanese dimostra che funziona - prosegue Simone - soprattutto perché noi abbiamo associato all'ammonimento del questore l'invito a seguire un percorso di recupero comportamentale nell'ambito del protocollo Zeus, una intesa in materia di atti persecutori sottoscritta con il Centro italiano per la promozione e la mediazione (Cipm)".

Avviato nell'aprile 2018 con il nome del "primo maltrattante noto della storia", Zeus sta dando risultati significativi: dal 5 aprile 2018 a novembre 2019 sono stati invitate a rivolgersi al centro 213 persone, 170 delle quali si sono presentate, ovvero il 79%. Di questi, 93 erano state ammonite per stalking e 76 per violenza domestica. "Dei 170 - sottolinea Simone - solo 17 son tornati a commettere reati e sono stati arrestati in flagranza di reato".

Nei soggetti ammoniti, secondo dati parziali del Viminale sul 2019, la recidiva è pari al 13%. L'esperienza, nata a Milano, è stata estesa in tutta Italia e oggi iniziative analoghe sono in corso tra l'altro a Modena, a Viterbo, Pescara e L'Aquila. Nelle questure di Lazio e Abruzzo è impegnata l'Associazione italiana di Psicologia e Criminologia (Aipc) coordinata da Massimo Lattanzi, psicologo e psicoterapeuta, a cui fanno capo anche l'Osservatorio nazionale sullo stalking e il Centro presunti autori. "Il protocollo Offender viene applicato a presunti autori di violenza domestica, abusi, atti persecutori perché la nostra idea è di lavorare alla pari sia con la presunta vittima che con il presunto autore - afferma.

Nel 2007 abbiamo spostato il baricentro su quest'ultimo, formando il personale delle questure e offrendo un percorso di socializzazione alle persone che hanno subito un ammonimento in modo da chiudere il cerchio della violenza, altrimenti in queste persone sopravviverà sempre una zona d'ombra che, solo con l'azione giudiziaria, non si riuscirà a spazzare via.

Nel 2012 abbiamo cominciato a lavorare anche nelle carceri, prima a Rebibbia e oggi, dal novembre 2018, a Velletri, dove esiste una sezione speciale per uomini maltrattanti. Facciamo colloqui di gruppo con le persone che hanno deciso di aderire".

Certo, la strada del recupero è lunga: "Il nostro protocollo - conclude Lattanzi - ha fatto emergere che la maggior parte di queste persone ha traumi non elaborati, anche molto precoci, abbandoni, separazioni, lutti, che hanno segnato il loro profilo relazionale. Si trovano in grande difficoltà nelle relazioni, benché siano persone che in altri ambiti sono funzionali. E questo vale per tutte le relazioni: dal partner al vicino di casa".

 
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