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False identità e abusi sui social network: scatta il reato di sostituzione di persona PDF Stampa
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di Marisa Marraffino


Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2020

 

I social network hanno rivitalizzato il reato di sostituzione di persona, nato per punire condotte ben lontane dal mondo del digitale. Il reato, previsto dall'articolo 494 del Codice penale, ha dato luogo nel passato a una curiosa giurisprudenza che configurava l'illecito in tutti i casi di matrimoni per procura in cui uno dei due coniugi mentiva sul proprio status sociale o addirittura sulla propria identità.

Per questo ha fatto discutere la sentenza della Corte di cassazione 652 del 10 gennaio scorso, che ha considerato di lieve entità il fatto di creare un falso profilo social, attribuendosi quindi l'identità di un'altra persona, se il fatto è isolato. In realtà la pronuncia non afferma che il fatto non sussiste ma che, pur costituendo reato, se commesso una volta soltanto può non essere punibile in base all'articolo 131-bis del Codice penale, che ha introdotto proprio una particolare causa di esclusione della punibilità quando la condotta nel suo complesso viene considerata lieve. L'esimente viene concessa in genere per i furti e le truffe di lieve entità. Di recente la giurisprudenza ha allargato le maglie dell'esimente, configurandola ad esempio anche nei casi più lievi di guida in stato di ebbrezza (Cassazione, 44171 del 17 ottobre 2019).

Il cambio di fattispecie - Nel 2016 la Cassazione aveva stabilito che il marito che si finge single per conquistare l'amante commette il reato di sostituzione di persona. Si trattava del caso di un uomo che per prolungare la relazione con l'amante le aveva anche mostrato un finto atto di annullamento del matrimonio per poi frequentare insieme a lei un corso prematrimoniale. Senza dubbio in questo caso sussiste l'attività ingannatoria che, per pacifica giurisprudenza, sta alla base del reato. Da qui a configurare la fattispecie anche nel caso in cui l'utente di Facebook menta sul proprio "status" del profilo web definendosi "single", il passo è breve e scontato. Spesso la creazione di fake sui social network viene contestata insieme ad altri reati, come la diffamazione, le molestie o gli atti persecutori. Gli autori, infatti, usano i falsi profili per vendicarsi delle vittime, offenderle o perseguitarle. In questi casi, ovviamente, non c'è clemenza da parte dei giudici. Determinante è anche il contesto.

Così viene condannato chi crea un falso profilo per molestare minorenni o per denigrare la vittima. In questi casi non vengono concesse neppure le attenuanti generiche (Cassazione, sentenza 38911 del 12 giugno 2018). Il bene giuridico protetto dalla norma è la fede pubblica, quindi anche la pluralità indistinta degli utenti, considerazione che giustifica la sua procedibilità d'ufficio. Quando si creano false identità virtuali o falsi profili Facebook non si lede soltanto la fiducia del singolo utente ma si turba un equilibrio più ampio, quello della comunità intera degli utenti che devono poter fare affidamento sulla lealtà delle identità con le quali intrattengono rapporti virtuali. Per questo non vanno sottovalutate le condotte che però devono essere opportunamente pesate caso per caso. Attenzione, perché anche la falsa attribuzione di una qualifica professionale può integrare il reato. La norma punisce infatti anche le attribuzioni di qualità cui la legge attribuisce effetti giuridici. Si pensi alle false identità su skype o su social network di chi millanta posizioni professionali di prestigio per corteggiare le vittime, invitarle a falsi colloqui di lavoro o per aumentare i propri follower.

Le conseguenze - Vecchie e nuove falsificazioni finiscono in tribunale con esiti spesso diversi. Così c'è chi preferisce chiedere la sospensione del processo penale con la messa alla prova, cancellando il reato con lavori socialmente utili; oppure chi paga decreti penali di condanna o sceglie la via del patteggiamento. Ma, anche se il fatto viene considerato tenue, non c'è troppo da rallegrarsi: il reato in realtà c'è, viene iscritto nel casellario, e può dar luogo in sede civile al risarcimento del danno, come ha stabilito la Cassazione con la sentenza 32010 dell'8 marzo 2018.

 
Competenza sulla istanza di liquidazione delle spese degli ausiliari del magistrato PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2020


Competenza - Spese di custodia dei beni sequestrati - Istanza di liquidazione presentata dopo l'archiviazione del procedimento penale - Giudice dell'esecuzione - Competenza del Gip. La competenza a provvedere ai sensi dell'art. 168, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 sulla istanza di liquidazione delle spese di custodia dei beni sequestrati presentata dopo l'archiviazione del procedimento, spetta al giudice per le indagini preliminari in qualità di giudice dell'esecuzione. Il provvedimento di archiviazione definisce la fase delle indagini preliminari facendo sì che tutti i poteri conferiti al Pm e al giudice per le indagini preliminari passino a quest'ultimo, in funzione di giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 665 c.p.p.Pertanto il magistrato "che procede" ai sensi dell'art. 168, T.U. Spese di giustizia, è il giudice delle indagini preliminari quale giudice dell'esecuzione, rilevando, ai fini della competenza non già la collocazione fisica del fascicolo archiviato, ma la materiale disponibilità del medesimo in ragione della funzione esercitata.

• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 3 febbraio 2020 n. 4535.

 

Spese di giudizio penali - Liquidazione delle spese degli ausiliari del magistrato - Competenza. Ai sensi dell'articolo 168 del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, la liquidazione delle spettanze degli ausiliari del magistrato spetta a quello che procede (nella specie, si trattava della liquidazione dei compensi del custode), onde deve ritenersi attribuita al pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari e dopo che il procedimento si sia concluso con l'archiviazione (sussistendo la competenza del giudice per le indagini preliminari, invece, nell'ipotesi in cui la richiesta di archiviazione del pubblico ministro non sia stata ancora evasa), al giudice dell'esecuzione dopo la sentenza irrevocabile e al giudice che ha la disponibilità del procedimento nel corso del giudizio di cognizione.

• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 dicembre 2018 n. 54227.

 

Prove - Mezzi di ricerca della prova - Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - In genere - Spese - Liquidazione - Decreto di archiviazione - Avvenuta trasmissione degli atti al p.m. - Competenza del p.m. - Sussistenza. La competenza a liquidare le spese relative all'acquisizione di tabulati telefonici appartiene al "magistrato che procede", locuzione da riferire al magistrato che ha materialmente la disponibilità degli atti al momento della richiesta di liquidazione e che - dopo l'archiviazione del procedimento e la trasmissione degli atti all'ufficio di Procura - va individuato nel pubblico ministero.

• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 13 febbraio 2017 n. 6657.

 

Impugnazioni - Provvedimenti impugnabili - Provvedimenti abnormi - Procedimento conclusosi con l'archiviazione - Provvedimento con cui il gip disponga la trasmissione al p.m. della richiesta di liquidazione dell'indennità di custodia di un veicolo - Atto abnorme - Sussistenza. È abnorme il provvedimento con cui il Gip disponga la trasmissione al Pm dell'indennità di custodia relativa a procedimento conclusosi con l'archiviazione, in quanto la competenza a provvedere spetta, in tal caso, al Gip e non al Pm.

• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 22 gennaio 2014 n. 2924.

 

Spese giudiziali penali - Archiviazione del procedimento - Giudice competente a liquidare le spese di custodia dei beni sequestrati. È abnorme il provvedimento con cui il Giudice delle indagini preliminari dispone la trasmissione al pubblico ministero della richiesta di liquidazione delle spese di custodia di beni sottoposti a sequestro, in relazione a procedimento conclusosi con l'archiviazione, in quanto l'espressione "magistrato che procede" di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002 n. 115, articolo 168, deve essere intesa quale indicativa della competenza del magistrato che comunque disponga del procedimento, con la conseguenza che una volta che il giudice abbia accolto la richiesta di archiviazione proposta dal Pm, deve disporre anche della sorte delle cose sequestrate.

• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 19 settembre 2011 n. 34335.

 
Campania. Progetto sulla genitorialità rivolto alle detenute PDF Stampa
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di Erica Gigante*


linkabile.it, 17 febbraio 2020

 

L'impotenza di chi abita il carcere, soprattutto se ad essa si accompagna un momento disperato e drammatico come quello di sentirsi lontano dai propri affetti, può essere un passo fondamentale per chi, al contempo, la trasforma in un valido motivo di riscatto.

Fiore all'occhiello è stato proprio il progetto sulla genitorialità, a cui, io stessa come criminologa, ho partecipato, promosso dall'Associazione "Città della Gioia" che, assieme al Garante dei detenuti della Regione Campania, ha dato l'opportunità a tre Istituti penitenziari, sezione femminile di Bellizzi Irpino, Pozzuoli e Salerno, di valorizzare il concetto di genitorialità nel suo significato più profondo: crescere come persona in qualità di genitore, poter migliorare le relazioni con i propri figli, accettare una situazione familiare particolare, riconoscere l'affettività come diritto della persona detenuta, sono stati i principi per i quali noi tutti abbiamo creduto e combattuto.

In tal senso, ci siamo adoperati a dare alle detenute gli strumenti necessari per attenuare, almeno in parte, l'impatto con la vita detentiva. È stata l'occasione per abbracciare le loro debolezze, per ascoltare il loro cuore, per guardare il loro volto malinconico e lontano dalla speranza di chi, da quel volto, ne vorrebbe trarre un po' di gioia e di chi, in realtà, vorrebbe essere ancora mamma, figlia, sorella, compagna.

Dopo una fase preliminare di conoscenza, si è passati ad una fase operativa che ha permesso di avvicinarci al tema della genitorialità. La proiezione di film, cortometraggi, la lettura di libri, di testi di canzoni, iniziative teatrali, hanno permesso alle detenute di trovare il modo di affrontare domande riguardanti la realtà complessa in cui vivono ovvero "chi siamo"? "Cosa siamo diventate"?, "Dove andremo a finire"? "Ma soprattutto perché, da detenuta, non riesco a trovare il modo più adatto per spiegare il mio ruolo di madre o figlia"?

A tale proposito mi sono chiesta, in che modo, il carcere devasta le relazioni innescando sensi di colpa, turbinio di emozioni contrastanti, assenza di ruoli. Ma soprattutto qual è la strada più idonea da mettere a disposizione di chi vive un momento delicato come la detenzione. In linea teorica, sebbene l'ordinamento penitenziario tuteli l'affettività e i rapporti familiari, tuttavia nelle pratica, non è di facile attuazione: Le relazioni vengono vissute quasi in senso negativo come mancanza, perdita, dove niente dipende più da chi è carcerato ma da chi, al contrario, rappresenta un'autorità onnipotente e, forse, quasi invisibile.

Molto spesso sia gli uomini che le donne, se non hanno commesso reati in famiglia, vengono privati della possibilità di mantenere un legame con i figli. Se pensiamo agli stessi familiari che non li portano a colloquio solo perché il proprio papà o la propria mamma sono in carcere fingendo, casomai, che siano lontano per lavoro. Eppure non dimentichiamo che, anche se sono persone recluse, mantengono il diritto alla genitorialità e all'affettività.

Ed è proprio da questa complessità di relazioni, aggravate dalla stessa detenzione, che il progetto ha sostenuto e favorito tale diritto, un diritto che, nel caso di specie, ha subito conseguenze devastanti e sofferte soprattutto per quelle detenute che non vedono i propri figli da mesi o addirittura anni.

È il caso di R. che, al suo grido disperato di voler vedere e riabbracciare la sua bambina di 7 anni che si trova in casa famiglia, si è cercato di dare supporto e sostegno al suo ruolo di madre; o il caso di detenute dove l'essere madre si manifestava nel mostrare foto dei propri bambini o nel considerare il figlio come un essere bisognoso di cure e, in quanto tale, affidato ai nonni, sorelle o ai papà se, questi ultimi non erano, a loro volta, rinchiusi in carcere. O il caso di A. che come figlia ha messo a nudo, senza vergogna ma con coraggio le sue emozioni, quelle che, con le parole, sono diventate in una lettera un esempio di vita non solo per chi è in carcere, ma anche uno spunto di riflessione per chi, quel contesto, non l'ha mai vissuto.

A tale proposito ho voluto riportarla qui con grande orgoglio! "Qui nessuno si conosce, ma la strada, le storie sono sempre le stesse, nessuno è più lontano, niente è impossibile, niente e mai nessuno ci fermerà. La strada è la stessa, le stesse illusioni, le stesse emozioni, le stesse occasioni, nessuno è diverso, qui siamo tutti uguali. C'è chi ha troppo e chi non ha nulla, chi ha una stella, chi un cielo nero, chi può parlare, chi deve solo ascoltare, chi ha una strada e chi cammina sui sassi, c'è chi è bianco e nero, c'è chi si trasforma come me per esigenza, c'è chi cerca sempre la speranza, qui nessuno si conosce, ma la musica, i fatti, le storie, la sofferenza, il patimento sono gli stessi.

Non è per niente facile restare in bilico e né è facile sognare... nessuno è diverso, siamo tutti uguali, non è per niente facile restare stabile, nessuno è distinto siamo tutti uguali, identici e niente e nessuno ci fermerà. Non è per niente facile restare in equilibrio, nessuno è più diverso, siamo tutti identici, uniformi, coerenti, nemmeno più l'Africa è lontana, e il vuoto di chi è solo si riempirà. Questo posto così oscuro per chi non lo conosce, mette i brividi... tu carcere pensi che ti sia tutto concesso, ma ti sbagli, non capisci che sai solo uccidere. Tu carceriere del mio corpo, ma mai e quando dico mai, mai del mio io, tu qui ci rimarrai a vita mentre noi siamo solo di passaggio".

Quanto, quindi, è necessario favorire i legami all'interno di un carcere soprattutto se, gli stessi, costituiscono un fattore fondamentale nella vita del detenuto. Il duro regime carcerario, la sottocultura carceraria, la difficoltà per il detenuto di sviluppare la propria autonomia sempre in contrasto con l'ambiente carcerario, sono fattori che, di certo, non favoriscono l'attuazione concreta di programmi rivolti, non solo ai bisogni dei detenuti ma anche a tutte quelle persone coinvolte, come ad esempio la famiglia.

Proprio per questo, è necessario una giustizia che, nella pratica, metta in atto una serie di interventi utili al cambiamento della vita di ognuno di loro, un cambiamento finalizzato alla riflessione della propria dimensione genitoriale attraverso maggiori incontri individuali con i propri figli, attraverso incontri volti alla formazione personale sia del detenuto/genitore che del proprio figlio, attraverso maggiori contatti con il mondo esterno. È necessario, altresì, non impedire la comunicazione e la relazione con il genitore recluso che potrebbe comunque sviluppare, attraverso adeguati interventi, una buona capacità genitoriale, senza che il carcere diventi così un luogo devastante non solo per chi è dentro ma anche per chi è fuori innescando sentimenti di abbandono per chi è figlio e sentimenti di rabbia e colpevolezza per chi è detenuto.

Ecco perché valorizzare i legami personali all'interno del carcere, attribuisce valore al percorso di recupero, un percorso fondamentale per chi vuole reinserirsi in modo responsabile nella società. Non dimentichiamo gli artt. 29 e 31 della Costituzione, che tutelano i rapporti parentali e le relazioni affettive salvaguardando i rapporti familiari e i doveri del genitore, così come l'art. 28 dell'Ordinamento Penitenziario secondo cui " particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie".

Dalla mia esperienza come criminologa, concludo nel considerare che, ogni progetto in carcere ha una sua utilità nei confronti non solo di chi crede nel recupero, nella reintegrazione sociale e nella prevenzione della recidiva, ma anche di chi si impegna a creare un ambiente che possa accogliere adeguatamente la vita intramuraria di ogni detenuto preservando soprattutto il mantenimento delle relazioni familiari.

 

*Criminologa

 
Calabria. "Le istituzioni diano risposte ai minori in difficoltà" PDF Stampa
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corrieredellacalabria.it, 17 febbraio 2020


A Reggio Calabria l'iniziativa di Agape, camera Minorile e Forum associazioni familiari. "Poche le risorse destinate ai servizi sociali, ci aspettiamo risposte dal nuovo governo regionale". I numeri e le speranze dopo le "sparate della politica" nell'estate di Bibbiano "È stata l'ultima estate quella del caso Bibbiano e delle sparate dei politici contro le case famiglia, gli affidi e le adozioni.

Ma se davvero si vuole mettere mano a un sistema di accoglienza che, inclusi i minori stranieri non accompagnati, accoglie oltre 30mila minorenni in Italia occorre farlo con serietà e competenza. Ascoltando la voce in primis dei diretti interessati, tutti quei ragazzi e quelle famiglie e centri che li hanno accolti dando loro la possibilità di sperimentare una vita diversa dopo tante ferite, abbandoni, maltrattamenti".

È questo l'appello che Centro Comunitario Agape, Camera Minorile e Forum delle associazioni familiari intendo lanciare a tutte le istituzioni interessate per ribadire che l'affido, la comunità, l'allontanamento dalla propria famiglia in casi estremi, l'adozione, sono un'opportunità che nella bagarre mediatica di questi mesi, è stata colpevolmente silenziata. "C'è stata una distorsione strumentale della realtà e una rabbia incomprensibile contro i servizi. Le esperienze di accoglienza che anche in Calabria sono oggi attive, pur con enormi difficoltà, possono restituire la verità di un sistema che ha le sue falle ma che nel complesso funziona e che sarebbe folle smantellare", continua la nota.

"La Calabria e in particolare il territorio della Città metropolitana di Reggio - si legge ancora - registrano infatti la presenza di una rete di servizi significativa ma tante sono le criticità che hanno ostacolato la sperimentazione di un sistema di Welfare per le famiglie e per i minori adeguato. In primis la mancata applicazione della legge 328, di un piano sociale regionale e di zona in grado di attivare una programmazione dei servizi socio sanitari su tutto il territorio regionale, con investimento di risorse, con la copertura dei vuoti di organici nei Comuni di profili professionali fondamentali come assistenti sociali, psicologi, educatori. Compresa un riparto più equo delle risorse da parte delle regione che in atto vede penalizzate alcune aree come quelle del Reggino".

La recente approvazione della delibera sui regolamenti attuativi ha aperto un primo spiraglio che ora il nuovo governo regionale dovrebbe dare concreta applicazione. Su questi temi, per contribuire all'avvio di una nuova fase nelle risposte all'infanzia a rischio e alla fragilità delle famiglie che in Calabria tocca un minore su due, è stato promosso un incontro di studio che focalizzerà in particolare il ruolo dei Tribunali per i Minorenni e quello della città metropolitana per politiche e metodologie di intervento in grado in garantire a tutti i minori il diritto a vivere in una famiglia, privilegiando quella d'origine oppure quella affidataria e adottiva.

Su questo tema il Tribunale per i Minorenni sta lavorando per delle linee guida in grado di migliorare il sistema, di garantire sempre più trasparenza, tempestività negli interventi, coinvolgimento della rete degli attori istituzionali e sociali del territorio. Il programma prevede dopo l'introduzione di Mario Nasone del Centro comunitario Agape, un breve video, il saluto del parroco del crocefisso don Marco Scordo, la relazione per il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria di Saverio Sergi, psicologo e giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, interventi di Maria Grazia Marcianò, psicologa referente area minori Comune di Reggio Calabria, avv. Alessandra Callea della Camera Minorile, Elisa Mottola, psicologa per la rete dei Consultori dell'Asp, le testimonianza di una famiglie adottiva (Suraci Nicolò) e di una famiglie affidataria (Palumbo Cilione), di Gerhard Bantel e Suor Angela Paglione componenti di associazioni e comunità impegnate nella Locride e nella Piana di Gioia Tauro.

A margine dell'incontro sarà fatta comunicazione sull'evento che si svolgerà il 28 marzo a Reggio Calabria su iniziativa del Forum nazionale delle associazioni familiari inserito nella campagna Donàti-Dònati, una festa sull'accoglienza aperta a famiglie ed associazioni che si terrà nella stessa data in tutte le regioni.

Con interventi di Lucia Nucera, Assessore alle politiche sociali comune di Reggio Calabria, Aldo Riso, referente Forum famiglie di Reggio Calabria. Il garante per l'infanzia della Città Metropolitana Emmanuele Mattia infine presenterà una iniziativa del suo ufficio in grado di offrire una prima risposta sul piano istituzionale alle richieste che emergeranno in grado di dare anche continuità all'iniziativa.

 
Campobasso. In carcere mancano medici e infermieri, la Cgil denuncia le carenze PDF Stampa
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isnews.it, 17 febbraio 2020


Il sindacato evidenzia la necessità di potenziare il personale in servizio presso il penitenziario di Campobasso. Chiesto un incontro urgente con il presidente della Regione Toma. Mancano medici e infermieri in servizio nel carcere di Campobasso. Una situazione che va avanti da tempo e ancora una volta scende in campo FP Cgil Abruzzo Molise, che torna a chiedere risposte e sollecita un incontro urgente con il governatore Donato Toma.

"La cronica vacanza delle figure professionali sanitarie, purtroppo - evidenzia il sindacato - continua a destare forte preoccupazione, con ripercussione della popolazione detenuta sul quotidiano lavoro dei poliziotti penitenziari, di operatori a vario titolo e dell'organizzazione generale. Oggigiorno, da notizie in nostro possesso, vi sono solo tre infermieri professionali operanti e sembrerebbe che, vi è una carenza di specialisti del S.E.R.T deputati ai colloqui e gestione dei detenuti tossicodipendenti, senza tralasciare la carenza di medici di medicina generale.

Se la questione potrebbe, in un certo modo, coinvolgere analogamente anche altri Istituti del Paese, visto che si necessiterebbe di un efficace piano di assunzioni nel comparto sanitario italiano, riteniamo che sia doveroso affrontare la situazione del carcere campobassano, con attività interventistiche improcrastinabili, nel rispetto di tutta la collettività penitenziaria, vista anche la cospicua presenza di detenuti patologici". Il sindacato chiede dunque risposte certe e un incontro urgente con il presidente Toma "così da avviare un giusto e sano confronto".

 
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