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Marche. Report carceri 2020, il sistema ha tenuto fuori la pandemia PDF Stampa
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anconatoday.it, 22 gennaio 2021


La fotografia della situazione generale nel documento predisposto dal Garante dei diritti, Andrea Nobili, alla fine del suo mandato. Un anno particolarmente complesso il 2020 anche per gli istituti penitenziari marchigiani, chiamati a fronteggiare l'emergenza Coronavirus nonostante le vecchie e nuove criticità presenti nelle diverse strutture.

Come di consueto, la situazione complessiva viene rappresentata nel "Report 2020" predisposto dal Garante dei diritti, Andrea Nobili, al termine del suo mandato. Cinque azioni di monitoraggio, circa 500 colloqui con i detenuti, più di 50 ingressi e contatti diretti mantenuti attivi, attraverso la modalità telematica, anche durante il periodo del lockdown, hanno permesso di avere una fotografia costantemente aggiornata di quanto stava accadendo negli stessi istituti.

"È ovvio che in questi mesi - evidenzia Nobili - la maggiore attenzione è stata riservata alla diffusione della pandemia. Come ho avuto modo di ribadire in diverse occasioni, il sistema carcerario marchigiano ha retto nel migliore dei modi all'impatto dell'emergenza, grazie all'attuazione scrupolosa delle disposizioni previste per il contrasto e il contenimento della diffusione del Coronavirus, con particolare riferimento ai nuovi arrivi. Un lavoro che si è avvalso della collaborazione di tutto il personale che opera nel carcere.

A tutt'oggi è stata registrata la sola positività di un detenuto, proveniente tra l'altro da fuori regione, e si sono palesati alcuni casi tra gli operatori di polizia penitenziaria che non sono entrati, comunque, in contatto con gli stessi detenuti". L'emergenza ha inevitabilmente creato problemi anche su altri versanti, come quello delle visite in carcere da parte dei familiari dei detenuti, ai quali è stata però fornita la possibilità di effettuare le videochiamate.

Altro discorso quello relativo alle numerose attività trattamentali, in diversi casi attivate dal Garante con altre collaborazioni, che nel corso degli ultimi mesi hanno subito una comprensibile battuta d'arresto. Analizzando i dati, Nobili non manca di tornare sulle criticità ormai note da tempo, con un sovraffollamento che si ripresenta in modo alterno; la carenza di organici che non riesce anche a colmarsi; alcune patologie, come quelle di tipo psichiatrico o legate alle tossicodipendenze, che continuano a destare preoccupazione.

Un riferimento anche al trasferimento di una quarantina di detenuti da Modena a Marino del Tronto di Ascoli Piceno dopo la rivolta del marzo scorso. È stato specificato che in relazione alla situazione complessiva il Garante ha interloquito costantemente, recandosi anche presso il carcere, con le istituzioni dell'amministrazione penitenziaria e sanitaria di Ascoli Piceno.

I dati dei 6 istituti marchigiani - Nel complesso i detenuti presenti nelle Marche sono 847, a fronte degli 898 del 2019, di cui 324 stranieri rispetto ai 278 del precedente anno (fonte Ministero Giustizia, dicembre 2020). Risultano effettivamente in servizio 623 agenti di polizia penitenziaria (su 771 assegnati), 14 educatori e 9 psicologi. L'esame delle singole realtà vede al primo posto la casa circondariale di Montacuto con 319 detenuti (di cui 142 stranieri) per una capienza di 256. Agenti presenti 125 su 176 assegnati, tre educatori e 2 psicologi. Segue la casa circondariale di Pesaro - Villa Fastiggi con 171 detenuti (di cui 64 stranieri e 14 donne) per una capienza complessiva di 143 unità. In attività 165 agenti (188 gli assegnati), 4 educatori ed uno psicologo.

Report Carceri 2020, il sistema ha tenuto fuori la pandemia

Si passa poi a Fossombrone con 90 (uno straniero) a fronte di 202 posti disponibili, ma in questo caso è da considerare, come per lo scorso anno, la chiusura di una sezione per detenuti comuni, a causa dei lavori di ristrutturazione. Gli agenti sono 101 su 129 assegnati, 4 gli educatori e 2 gli psicologi. Infine, Marino del Tronto con 127 ospiti (51 stranieri) su 104, 138 agenti (162 assegnati), due educatori e due psicologi; Barcaglione con 97 (46 stranieri) su 100, 47 agenti su 67 assegnati, un educatore e uno psicologo; Fermo 43 (20 stranieri) su 41, 47 agenti (49 assegnati), uno psicologo.

Per quanto riguarda la Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Macerata Feltria, al momento ubicata nella struttura "Case Badesse", si registrano 24 ospiti (3 donne). Senza considerare i problemi legati all'emergenza epidemiologica, a tutt'oggi la tossicodipendenza si conferma il problema principale con 280 casi e numerosi detenuti in terapia metadonica Preoccupano le patologie di tipo psichiatrico ed i casi di autolesionismo (ne sono stati riscontrati 173), con 13 tentativi di togliersi la vita e un suicidio. Presenti anche diversi detenuti affetti da Epatite C, Hiv ed altre problematiche".

 

 
Roma. Coronavirus, nuovo focolaio nel carcere di Rebibbia: 14 positivi PDF Stampa
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La Repubblica, 22 gennaio 2021


Il Garante del Lazio: "Vaccinare detenuti e addetti". Dopo il focolaio emerso nel settore G1, riferisce Stefano Anastasia, ora è la volta del G11. "Detenuti chiusi tutti in cella" denuncia un detenuto in una lettera del 12 gennaio al suo avvocato.

"È uno stillicidio, il continuo accendersi di focolai di Covid-19 all'interno degli istituti di pena. A Rebibbia Nuovo complesso, dopo quello manifestatosi al G12, ora è la volta del G11, dove sono emersi 14 positivi nello screening che la Asl sta svolgendo progressivamente nei diversi reparti". A denunciare la situazione del penitenziario romano è Stefano Anastasia, portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante regionale di Lazio e Umbria.

"Questa cosa - prosegue Anastasia - non avrà fine se non quando si provvederà a vaccinare l'intera comunità penitenziaria, dai poliziotti che operano quotidianamente nelle sezioni ai detenuti che ci vivono. Francamente, appare ogni giorno più imbarazzante il silenzio del ministro della Salute e del Commissario Covid di fronte ai ripetuti appelli alla revisione delle priorità vaccinali arrivati da autorevoli personalità come la senatrice a vita Liliana Segre e da istituzioni come il Garante nazionale e, da ultimo, ieri, il Consiglio regionale del Lazio, che si è espresso con un voto a larga maggioranza".

"Penso che la situazione è molto molto seria adesso. In queste mura sta scoppiando a dismisura. Questa non è galera, è una tortura", aveva scritto in una lettera del 12 gennaio scorso, un detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma, al proprio avvocato raccontando di come la diffusione del Covid-19 nel carcere sta diventando critica e la condizione dei detenuti sempre più precaria. Negli ultimi giorni sono stati molti i processi rinviati nel tribunale di Roma a causa della situazione epidemiologica nella struttura carceraria. Fonti legali riferiscono che si è proceduto alla chiusura dei settori G11, G12 e Alta Sicurezza.

"Ieri mi hanno mandato in isolamento preventivo perché un altro detenuto era positivo ed era con me in cella, ma asintomatico - scrive il detenuto -. In questo momento, martedì 12 gennaio, hanno chiuso tutto il reparto G12, anche i detenuti comuni, tutti chiusi in cella".

Nella mail inviata al penalista, si afferma che "tutto è partito nel reparto 1S con 38 contagiati". "Ora anche qui sotto ai detenuti comuni. Io sono in un reparto dove siamo 3 in quarantena e c'è anche un positivo da oggi che era il lavorante di sezione".

Il detenuto, che è in regime cautelare in attesa di giudizio, prosegue: "Siamo da 24 ore chiusi anche con la porta blindata e questa mattina non è passato il vitto per mangiare poiché dicono che ci sono cuochi infetti, abbiamo tutto nelle nostre celle. Penso che la situazione è molto molto seria adesso - conclude. È giusto che vi tenga aggiornati della mia situazione perché se dovesse precipitare ho tre figli piccoli, tutti con problemi. Un grande saluto da un ragazzo sfortunato. Help".

 
Milano. Carcere di Opera, non può più parlare da tre anni: smarrita la cannula fonatoria PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 22 gennaio 2021

 

Il 28 novembre 2018, nel trasferimento dall'ospedale San Paolo di Milano a Opera, si è perso il fondamentale presidio sanitario. È un detenuto che non parla da tre anni, ma perché dopo una operazione al tumore è rimasto senza la cannula fonatoria. Una vicenda che Rita Bernardini ha appreso dalla sua lettera nella quale racconta dettagliatamente tutte le vicissitudini.

Il deputato Roberto Giachetti ha raccolto questa denuncia e ne ha fatto una interrogazione parlamentare rivolgendosi al ministero della Giustizia e a quello della Salute. Nell'interrogazione a risposta scritta, Giachetti spiega che ha ricevuto la lettera di V. Z. detenuto presso il carcere di Opera di Milano ove è stato trasferito il 27 ottobre 2018. "V. Z. racconta che, quando era detenuto nel carcere di Spoleto, è stato operato di un tumore maligno alla gola presso l'ospedale di Foligno. L'intervento chirurgico ha comportato l'asportazione delle corde vocali e l'impianto di una protesi fonatoria tracheoesofagea che, con poche sedute di logopedia, avrebbe dovuto consentirgli di poter parlare", prosegue il deputato.

Nella lettera, V. Z. scrive che il 28 novembre 2018 nel passaggio dall'ospedale San Paolo di Milano alla casa circondariale di Opera è stata smarrita la cannula fonatoria; il 18 luglio 2019 il detenuto avanza al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) la richiesta di trasferimento perché presso il Sai (Servizio assistenza intensiva) di Opera ove si trova ubicato non erano stati in grado di procurargli la valvola fonatoria e la cannula fonatoria fenestrata in lattice che serve per non far restringere il diametro dello stoma; il 9 agosto 2019 il Dap respinge la richiesta di trasferimento, aderendo a quanto riferito dal dirigente sanitario.

Nella lettera, il detenuto sostiene invece di non aver mai ricevuto il kit fonatorio, tanto che il 5 agosto 2019 era stato portato all'ospedale Sacco per perdita della valvola fonatoria e presenza di fistola tracheoesofagea; la lettera descrive in modo dettagliato tutti i passaggi successivi fino al momento della spedizione della missiva all'interrogante avvenuta il 27 dicembre 2020.

"Passaggi - osserva Giachetti nell'interrogazione - che comprendono le complicazioni e le sofferenze che ha dovuto sopportare, rese ancora più gravi dal ricovero per Covid presso il reparto apposito del carcere di San Vittore durato 34 giorni; della sua condizione, che ancor oggi lo vede impossibilitato a poter parlare, V.Z. ha investito - oltre al Dap - anche la magistratura di sorveglianza che ha accolto il suo reclamo".

Ebbene, nonostante ciò, dalla lettera si evince che la direzione sanitaria di Opera, in due anni, non è stata in grado di prestare le cure e gli interventi necessari. Per questo il deputato di Italia Vive chiede ai ministri che "se quanto riferito in premessa circa la vicenda della persona detenuta in questione trovi conferma; se i Ministri interrogati intendano verificare la fondatezza di quanto esposto da V. Z. e, nel caso, se intendano adottare iniziative, per quanto di competenza, in relazione alla condotta del responsabile sanitario del carcere, che dipende dalla Asl azienda ospedaliera San Paolo di Milano;in generale, a quali verifiche siano sottoposte le Asl quanto all'erogazione dei servizi sanitari all'interno degli istituti penitenziari italiani".

 
Frosinone. Morte in carcere Salvatore Lupo: il Gip respinge l'archiviazione PDF Stampa
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monrealepress.it, 22 gennaio 2021

 

Il Gip del tribunale di Frosinone ha respinto la richiesta di archiviazione della procura Repubblica di Frosinone sul decesso del giovane monrealese Salvatore Lupo, avvenuto nel 2019 nel carcere di Frosinone. Il gip ha anche ordinato nuovi esami anche di natura cardiologica, che dovranno essere effettuati da un consulente diverso, assegnando ulteriori sei mesi alle indagini.

"Eravamo certi che il decesso di Salvatore Lupo, un giovane di soli 31 anni e di robusta corporatura, abituato agli sforzi fisici, non poteva certamente essere archiviato come morte naturale improvvisa e dovuta a cause naturali, ma che si era in presenza di una evidente colpa medica da parte dei sanitari della casa circondariale di Frosinone".

É quanto dichiarato dagli avvocati Salvino Caputo, Valentina Castellucci, Mauro Torti e dalla dottoressa Giada Caputo, che nell'interesse dei familiari, avevano presentato prima una denuncia a carico di ignoti e successivamente opposizione alla richiesta di archiviazione.

Lupo venne rinvenuto morto il 16 dicembre 2019 all'interno della cella del carcere di Frosinone che condivideva con un altro detenuto. La Procura della Repubblica di Frosinone, dopo le prime indagini conferì incarico peritale al medico legale Vincenzo Caruso per accertare le cause del decesso. Dopo l'esame autoptico il consulente del pubblico ministero, ascrisse a cause naturali il decesso e segnatamente per una "insufficienza cardiocircolatoria".

A fronte di quegli esami, venne formulata richiesta di archiviazione. I legali della famiglia di Lupo, presentarono opposizione, producendo cartelle cliniche e documentazione sanitaria attestante le reali condizioni di salute. Venne anche prodotta la consulenza specialistica di parte affidata al medico legale Alessandro Mariani che ha evidenziato le lacune della perizia del pubblico ministero, che aveva ricondotto il decesso a cause naturali senza avere effettuato esami tossicologici.

 
Venezia. Proteste dirette dall'esterno? Il mistero della rivolta nel carcere PDF Stampa
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di Carlo Mion


La Nuova Venezia, 22 gennaio 2021

 

La rivolta nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia nel marzo scorso. In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio.

Le prime avvisaglie c'erano state qualche giorno prima. La protesta contro il blocco delle visite causa lockdown e il sovraffollamento era iniziata con la tradizionale "battuta" delle stoviglie contro i ferri delle celle. Poi, però, una cinquantina di detenuti era passata a distruggere telecamere, suppellettili e persino a dare fuoco alle lenzuola, con spirali di fumo che uscivano dalle finestre del carcere, creando pericolo e scompiglio.

Era il 10 marzo e da giorni le carceri italiane erano in rivolta con morti, feriti, pestaggi e centinaia di migliaia di euro di danni. Al Santa Maria Maggiore di Venezia è finita in maniera diversa: meno danni, nessun morto e qualche contuso. Ma anche a Venezia c'è il sospetto, non solo da parte degli agenti penitenziari, che ci fosse una regia a governare la rivolta.

Il giorno prima, alle prime avvisaglie della protesta, i detenuti ottennero di incontrare Sergio Steffenoni, il garante per i detenuti di Venezia. Durante l'incontro venne garantito l'arrivo di ulteriori telefoni cellulari per i colloqui e che sarebbero state aumentate le misure anti contagio, con l'individuazione di una serie di celle destinate a chi entrava e doveva attendere l'esito del tampone. Colpì tutti quelli che disse uno dei detenuti presente all'incontro quale rappresentante dei carcerati.

Disse: "Noi non possiamo non fare nulla". In quei giorni, Santa Maria Maggiore contava 262 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 159 posti (e di una capienza tollerabile di 239 persone). Per di più il carcere non accettava più detenuti. Di lì a poco vennero bloccati i trasferimenti a livello nazionale, mentre quelli in ambito regionale si eseguono ancora oggi, accogliendo i nuovi ospiti in celle predisposte per la quarantena. Solo in una fase successiva vengono portati nelle varie sezioni.

La protesta scoppiò al termine della visita, di una sezione, del presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia. Il magistrato era arrivato a garanzia di quello che era stato annunciato il giorno prima. A Santa Maria Maggiore c'era così chi era passato dalle "battute" di protesta serali, alle vie di fatto.

Nella fase più difficile anche il terminal automobilistico di Piazzale Roma era stato blindato da un doppio cordone di sicurezza delle forze dell'ordine, mentre un elicottero ha sorvolato dall'alto la zona. Si temeva l'arrivo di persone dall'esterno in appoggio ai detenuti. Vennero incendiati materassi e lenzuola, spaccato suppellettili e vetrate è staccato pure le telecamere del sistema di videosorveglianza. Per mesi il carcere rimase senza vetrate sul corridoio, in seguito alla discussione su che tipo di materiale doveva essere usato per quelle nuove. In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) che sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio.

 
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