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Coronavirus, Zanotelli: "Le carceri sono una bomba atomica" PDF Stampa
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La Repubblica, 7 aprile 2020


Le carceri "una bomba atomica" per il rischio contagio nell'emergenza coronavirus. Preoccupati per la situazione di sovraffollamento nei penitenziari del Paese e in particolare per la condizione "drammatica" in cui versa il carcere di Poggioreale a Napoli, padre Alex Zanotelli, i cappellani campani hanno preparato un documento per lanciare l'sos sul mondo carcerario ai tempi del Covid-19. Anche il Papa ieri ha dato nuovamente voce alla sua preoccupazione rivolgendo un appello alle istituzioni.

"In Italia - sottolinea padre Zanotelli - dobbiamo diminuire il numero dei detenuti di almeno 20 mila per non avere il sovraffollamento disumano. Ecco perché, pensando alla emblematica situazione di assoluto degrado di Poggioreale, si sta preparando un documento con i cappellani per richiamare l'attenzione sulla drammatica situazione carceraria e fronteggiarla senza attendere oltre"

 

L'appello al Ministro della Giustizia

 

In queste settimane l'epidemia di Coronavirus sta mettendo a dura prova la tenuta sociale del nostro Paese. L'emergenza visibilissima di settori nevralgici come quello della sanità e, subito dopo, dell'economia, rischia di lasciare nell'ombra crisi sociali che rischiano di esplodere con evidenza e conseguenze maggiori di quanto accaduto finora.

E se la paura non sta soffocando la solidarietà per il prossimo, non sta però agendo come una livella sociale: chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un'esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico.

Tra le prime, e poi troppo presto già dimenticate, situazioni di estrema emergenza e precarietà c'è quella delle carceri italiane, che pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso e causando rivolte e morti in tutta Italia.

L'informazione su quanto accade tra le mura delle carceri, dopo un primo momento di massima attenzione, è ormai inesistente. Ma quanti si sono chiesti perché i detenuti di tutt'Italia sono in rivolta?

Certo, c'è la paura di contagio per il coronavirus e la paura, in chi ha una limitazione dello spazio di movimento, diventa una terribile angoscia, ma anche in questo caso vi è di più. La crisi connessa al coronavirus ha solo scoperto un nervo che ora è quanto mai dolente. Da anni in molti stiamo chiedendo una riforma dell'Ordinamento Penitenziario che è stata procrastinata da tutti i Governi. Intanto le carceri si affollavano e prendeva corpo nella società una visione spregiudicata che tendeva a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male.

È su questa base ideologica che alcune pene appaiono non rispettose del fondamentale principio di proporzionalità, come denunciato anche da Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale. Rese spropositate, se ne introducevano di nuove spesso tramite decreti, si perdevano di vista principi fondamentali, e cioè che il carcere deve essere l'extrema ratio e la pena deve tendere alla rieducazione. Risultato? Gli Istituti penitenziari si gonfiavano all'inverosimile rendendo, di fatto, la situazione ingestibile. A nulla erano valsi i moniti e le Sentenze della Cedu (la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali) che ci imponevano di seguire un principio di dignità nel trattamento del detenuto.

Così oggi siamo al manifestarsi del problema in tutta la sua drammaticità. Si badi, quegli uomini che abbiamo visto sui tetti delle carceri di mezz'Italia, non sono un corpo separato dalla società. Il carcere è una questione sociale e le immagini dei detenuti in rivolta ci hanno restituito per intero la fotografia della condizione del rispetto dei diritti nel nostro Paese. Viene da chiedersi: è veramente questo il modello di società che vogliamo? Un modello in cui si rimane indifferenti ad un grido di aiuto così evidente?

Ed allora crediamo che a queste domande abbiamo il dovere di dare risposte molto concrete.

Per questo chiediamo innanzitutto al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di rivedere la sua posizione sull'indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano. Il decreto recentemente adottato per l'emergenza Coronavirus non basta, incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Occorrerebbe anche non far dipendere, se non quando è strettamente necessario, dal braccialetto elettronico l'effettiva detenzione domiciliare ed estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive.

Gli chiediamo di considerare con urgenza l'ipotesi di una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca.

Inoltre crediamo che occorra riformare gli Uffici di Sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi. Questa lentezza si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società. Inoltre in questo periodo di emergenza sanitaria massima, sarebbe necessario non eliminare, semmai ridurre i colloqui, predisporre delle dovute cautele, e consentire che siano effettuati grazie a vetri di protezione. Ma non basta. La tutela della salute in carcere è una vera chimera. I detenuti sono in rivolta perché questo lo sanno bene. Bisogna che ogni Istituto Penitenziario, grazie al contributo delle Aziende Sanitarie Locali, si doti di Presidi Sanitari Interni con un alto grado di efficienza. Ovviamente per attuare un piano del genere, serve che le Regioni prevedano risorse adeguate e straordinarie.

Non ci arrendiamo. Non accettiamo l'idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in un Giustizia dal volto umano, come il Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ha più volte affermato. No, non ci arrendiamo alla distruzione dell'idea stessa di civiltà giuridica.

I firmatari: Padre Alex Zanotelli; Sergio D'Angelo; Gaetano Di Vaio; Don Franco Esposito - Direttore Diocesano Pastorale Carceraria di Napoli; Don Alessandro Cirillo - Casa di Tutela Attenuata, Eboli; Don Giovanni Liccardo - Carcere di Poggioreale, Napoli; Don Massimo Giglio - Carcere di Poggioreale, Napoli; Don Giovanni Russo - Carcere di Secondigliano, Napoli; Don Rosario Petrone, Diacono Casa Circondariale di Salerno; Don Aniello Tortora - Vic. Ep. Carità, Nola; Don Carlo De Angelis - ex Carcere Lauro, Nola; Alfredo Guardiano; Antonio Cavaliere; Sergio Moccia; Paolo Mancuso; Nino Daniele; Dino Falconio; Maurizio de Giovanni; Francesco Barra Caracciolo; Aurelio Cernigliaro; Maddalena Ciaccia; Marialuisa Firpo; Giuliano Balbi; Eugenio Lucrezi; Roberto Giovene di Girasole; Desirée Klain; Vincenzo Lomonte; Francesco Forzati; Corrado Ambrosino; Gennaro Marasca; Rosita D'Angiolella; Corrado D'Ambrosio; Alfredo Contieri; Aldo De Chiara; Stefano Valanzuolo; Marinella Pomarici; Umberto Ranieri; Angela Iannuzzi; Alessia Di Taranto; Roberto Pali;

 
"Rinvio delle udienze all'11 maggio". Arriva un nuovo stop per la giustizia PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2020

 

Il Consiglio dei ministri ha deciso la proroga del rinvio delle udienze della sospensione di tutti i processi, che sarebbe dovuta terminare il 15 aprile, secondo quanto stabilito dal decreto Cura Italia. Il nuovo termine è l'11 maggio.

Un provvedimento sollecitato nei giorni scorsi dall'Associazione nazionale magistrati, che aveva prospettato il rischio, con la piena riapertura dei palazzi di giustizia, di esporre migliaia di persone al contagio da Coronavirus. Un pericolo tanto più grave, secondo il sindacato delle toghe, vista l'assenza di dispositivi e misure di protezione.

L'allarme è stato evidentemente condiviso dal governo, che su proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha deciso di prorogare lo stop a tutti i processi. "Abbiamo valutato di attuare questa misura, sentiti anche gli addetti ai lavori, per tutelare la salute di tutti gli utenti della giustizia ed essere pronti a ripartire", ha spiegato il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Restano le eccezioni già previste dal precedente decreto legge Cura Italia.

Nel settore penale sono assicurate le udienze di convalida di arresto e fermo e i processi con imputati detenuti se sono loro a chiedere. Nel settore civile si celebrano le udienze urgenti che riguardano minorenni e rapporti familiari. Intanto il Csm con una delibera approvata nell'ultima riunione del plenum ha chiesto al ministro della Giustizia di assicurare con la massima tempestività e continuità, gli strumenti necessari e l'assistenza tecnica necessaria al lavoro da remoto anche del personale amministrativo.

Ed è tornato a porgli una questione che ha già messo sul tavolo da tempo: valutare le modifiche delle norme processuali necessarie a favorire, nella fase emergenziale, l'utilizzabilità nei procedimenti civili e penali, comprese le camere di consiglio, delle modalità di svolgimento da remoto.

 
Giustizia "congelata". E ora diventano virtuali pure le camere di consiglio PDF Stampa
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Il Dubbio, 7 aprile 2020


Fino all'11 maggio termini sospesi e udienze non urgenti rinviate: il Consiglio dei ministri ha deciso. Ma intanto, denuncia l'Unione Camere penali, il governo è pronto a estendere il ricorso ai "processi telematici". Al punto che persino le Corti d'assise decideranno in call conference. C'era il rischio di mettere nelle mani dei magistrati scelte che oggi in Italia assumono pochissime persone: il presidente del Consiglio e il ministro della Salute, sentiti gli scienziati. Così sarebbe stato, se non si fosse arrivati alla decisione, maturata prima e durante il Consiglio dei ministri di ieri, di prorogare all'11 maggio il "regime sospeso" della giustizia.

Senza il nuovo intervento del governo, dal 16 aprile in poi sui vertici degli uffici giudiziari sarebbe ricaduta la responsabilità di decidere che tipo di cautele assumere per le udienze civili e penali. E così, nel decreto che il Consiglio dei ministri ha approvato, è previsto che la giustizia resti ancora ferma, con tutti i termini sospesi e le udienze rinviate in automatico, con l'eccezione di quelle urgenti. "Una misura assunta, sentiti gli addetti ai lavori, per tutelare la salute di tutti gli utenti della giustizia ed essere pronti a ripartire", ha spiegato il guardasigilli Alfonso Bonafede. Solo dopo l'11 maggio si potrà entrare in quella "fase 2" descritta dai diversi provvedimenti assunti dall'esecutivo durante l'emergenza coronavirus, e confluiti nel precedente Dl Cura Italia. A quel punto dovrebbero essere presidenti di Tribunale e procuratori capo a stabilire, sentiti Consiglio dell'Ordine degli avvocati e autorità sanitarie, se per esempio ci si potrà limitare a ridurre l'apertura degli uffici al pubblico o se si dovrà continuare a rinviare tutto, tranne le urgenze.

L'Anm: non lasciate la responsabilità ai capi degli uffici - Anche dall'avvocatura erano venute sollecitazioni per rendere il futuro prossimo della giustizia coerente con quanto prescritto per ogni altro aspetto della vita sociale, dalle scuole all'impresa. Ma sul nuovo congelamento delle attività giudiziarie ha pesato la posizione assunta poche ore prima dall'Anm: che già domenica, in una nota della propria giunta, aveva chiesto di garantire appunto "una disciplina uniforme sul territorio nazionale, dettata per legge e non rimessa ai provvedimenti dei dirigenti dei singoli uffici".

Secondo il sindacato dei magistrati bisognerebbe definire in modo meno flessibile anche il regime successivo, previsto dall'11 maggio fino al 30 giugno (almeno per ora). Così come l'Anm aveva definito "indispensabile" individuare "le soluzioni tecnologiche più idonee e praticabili concretamente per celebrare i processi in via telematica".

Camere di consiglio "smart": no dell'Unione Camere penali - Ora, è chiaro che il ricorso alla giustizia digitale è l'altra faccia della medaglia, nel regime della sospensione anti-contagio. Ma qui a segnalarne gli aspetti più problematici sono gli avvocati prima ancora dei magistrati. A pesare sono innanzitutto gli emendamenti presentati dal governo sulla legge di conversione del decreto "Cura Italia", dove resta regolata l'impalcatura della nuova giustizia d'emergenza. Il provvedimento è all'esame di Palazzo Madama e potrebbe approdare in aula domani.

Tra i vari interventi, uno su tutti solleva l'allarme dell'Unione Camere penali, che ieri ha diffuso un dettagliatissimo dossier sulle modifiche in arrivo: si tratta della possibilità di "svolgere da remoto" anche "le camere di consiglio". Intanto, è evidente come tale regime riguarderebbe anche quei processi "la cui trattazione sarà disposta dai capi degli uffici: in definitiva la facoltà potrà essere esercitata per tutti i processi previsti nel periodo emergenziale".

E si tratta, secondo l'Ucpi, "di una totale violazione dei principi irrinunciabili che sovraintendono alla deliberazione della sentenza, compreso quello della segretezza della camera di consiglio". Una scelta, denunciano gli avvocati, "che potrebbe produrre conseguenze devastanti".

Anche considerato che "troverebbe applicazione generalizzata, e quindi anche nei processi per i reati più gravi e tra questi quelli di competenza della Corte di Assise composta, peraltro, anche da giudici non togati". Emerge "in tutta la sua drammatica evidenza", per l'Ucpi, "l'assenza di garanzie non solo in ordine alla segretezza ma anche alla impermeabilità ai condizionamenti esterni di coloro che sono chiamati a giudicare". Un effetto collaterale che rischia di essere pericolosamente sottovalutato.

 
Associazione mafiosa, "indicatori fattuali" per la custodia in carcere PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo


Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2020

 

La Cassazione, sentenza n. 11346 depositata il 6 aprile, ha confermato la custodia cautelare in carcere per Salvatore Di Lauro, quale reggente a partire dal gennaio 2014 del "clan Di Lauro". In quell'anno, appena uscito di prigione dopo aver scontato una condanna decennale, il boss aveva assunto il comando dell'organizzazione perché il fratello Marco, fino ad allora alla guida del sodalizio, era latitante. La Prima Sezione penale ha infatti respinto il ricorso del boss contro l'ordinanza con cui, nel luglio 2019, il Tribunale di Napoli, a sua volta, aveva confermato l'ordinanza del Gip che, nell'aprile 2019, aveva disposto il carcere preventivo per il delitto di cui al 416-bis c.p..

Il provvedimento del Tribunale - La Suprema corte ripercorre e valida le ragioni poste dal Tribunale alla base della cautela. In primo luogo, le precedenti condanne per droga, aggravate dal metodo mafioso. Successivamente, le dichiarazioni di una serie di collaboratori di giustizia che davano conto del ruolo assunto, dal 2014 in poi, nel clan: "entrando in rapporti con le altre organizzazioni criminali, sia per accordarsi su questioni di droga, sia per assumere informazioni su vicende omicidiarie (duplice omicidio di Ciro Milone ed Emanuele Di Gennaro) rilevanti per gli equilibri criminali, sia per intervenire a dirimere vicende estorsive (in danno di Cosimo Angrisano e Cosimo Marullo)".

Né, sempre secondo il provvedimento impugnato, può deporre in favore dell'indagato la minore statura criminale, da più parti emersa, rispetto al fratello. La sentenza ricorda poi che la sua attivazione in due estorsioni aveva portato, nel primo caso, a dimezzare la cifra richiesta e nel secondo all'abbandono della pretesa da parte del clan rivale Vanella Grassi, interventi "emblematici del ruolo apicale assunto".

La motivazione - In definitiva, per la Cassazione "la motivazione fornisce un quadro congruo degli indizi di colpevolezza, sia con riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, sia con riferimento alle altre fonti, costituenti adeguati riscontri, in ordine all'individuazione in Salvatore Di Lauro di un soggetto certamente attivo in via primaria nel settore degli stupefacenti, ma, dopo la sua scarcerazione del 2014, in correlazione con la latitanza di Marco Di Lauro, attivamente proiettato nella dimensione, inscindibilmente congiunta, costituita dal suo ruolo direttivo all'interno della consorteria camorristica".

Così, prosegue la decisione, anche l'illustrazione che è stata data del contenuto delle intercettazioni "appare univocamente indicativa della posizione di Salvatore Di Lauro - forse ritenuta immeritata da qualche conversante e comunque non gestita con l'autorevolezza del fratello Marco, ma pur sempre di rilievo apicale all'interno del gruppo criminale".

Il principio - In punto di diritto, prosegue poi la Corte, il Tribunale non si è discostato dal giusto principio per cui "per l'accertamento della commissione de reato di cui all'art. 416-bis cod. pen., la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare - più che un mero status di appartenenza - un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato prende parte al consorzio associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi, sicché la sua partecipazione alla consorteria, in difetto di prove direttamente rappresentative dell'intraneità del singolo all'associazione, va desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della criminalità di stampo mafioso, possa logicamente inferirsi l'appartenenza nel senso indicato, sempre che si tratti di indizi gravi e precisi, idonei senza alcun automatismo probatorio a dare la sicura dimostrazione della permanenza costante del vincolo, sempre in relazione allo specifico periodo temporale considerato dall'imputazione".

La pericolosità - Quanto infine alla pericolosità giustificativa della misura del carcere, la Cassazione conclude che nei confronti di un indagato per associazione mafiosa "la presunzione relativa di pericolose sociale, di cui all'art. 275, co. 3, cod. proc. pen. (post legge n, 47 del 2015) può essere superata soltanto quando dagli elementi a disposizione del giudice risulti che l'associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con l'organizzazione criminosa, con l'effetto che, in carenza di elementi a favore della posizione dell'indagato, sul giudice della cautela non grava l'onere di argomentare in positivo circa la persistenza delle esigenze cautelari stesse, esigenze da ritenersi sussistenti, in relazione alla suindicata situazione di fatto".

 
Campania. Le carceri esplodono, suicidio in cella e proteste ovunque PDF Stampa
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Corriere del Mezzogiorno, 7 aprile 2020


Un 32enne che sarebbe stato liberato a novembre si è ammazzato ad Aversa. Rivolte nelle carceri dove si teme il contagio. Un positivo a Santa Maria. Gli allarmi di Ciambriello e Zanotelli. Un detenuto romeno di 32 anni, Emil V., si è impiccato all'alba di ieri nel carcere di Aversa. Lo rende noto Samuele Ciambriello, garante dei detenuti in Campania: "In questo tempo così disperato si continua a morire in carcere - dice. Emil era detenuto per rapina e sarebbe uscito a novembre. Non faceva colloqui, non aveva mai avuto sanzioni disciplinari. Gli altri suoi quattro compagni di cella non si sono accorti del suo gesto disperato".

"Aumentano anche i casi di autolesionismo - aggiunge il garante - ma ovunque. Il carcere di Aversa in questi giorni aveva attirato la mia attenzione, positivamente, per i provvedimenti del magistrato di sorveglianza per la detenzione domiciliare per 8 detenuti, altri 12 aspettano i fantomatici braccialetti e 9 sono le relazioni sanitarie in attesa de decisioni del magistrato".

Le carceri "sono una bomba atomica a rischio contagio" e in particolare quello napoletano di Poggioreale dice alle agenzie padre Alex Zanotelli, anticipando che i cappellani campani stanno redigendo un documento di allarme. "In Italia - dice il padre comboniano - dobbiamo diminuire il numero dei detenuti di almeno 20 mila unità per non avere un pericoloso sovraffollamento disumano e senza attendere oltre".

Oltre 150 detenuti hanno protestato domenica nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, asserragliandosi in un reparto dopo avere appreso di un detenuto risultato positivo al Coronavirus. La penitenziaria denuncia d'essere stata minacciata con olio bollente.

Dopo alcune ore di tensione la mediazione con i vertici del carcere e le rassicurazioni fornite ai detenuti sulle misure che saranno prese per evitare altri contagi hanno placato le proteste. Ma nelle carceri campane sono state diverse, ieri mattina: con la "battitura" delle sbarre hanno protestato anche i detenuti di Secondigliano, anche qui per un presunto contagio - non confermato dall'amministrazione penitenziaria - di un detenuto asmatico con febbre. "Battitura" delle inferriate anche ad Ariano Irpino, nell'Avellinese, una delle sette "zone rosse" campane.

 
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