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Cesare Terranova, il giudice solo che provò a fermare i Corleonesi PDF Stampa
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di Enrico Bellavia


L'Espresso, 26 settembre 2021

 

Il 25 settembre di 42 anni fa Cosa nostra assassinò il magistrato che aveva iniziato a indagare su Liggio, Riina e Provenzano già negli anni Sessanta. La sua storia, le sue amarezze e il suo isolamento, permettono di rileggere cinquant'anni di vita repubblicana sotto ipoteca criminale. Tra patti e ricatti. Un film e un libro per ricordarlo.

Potevano fermarli prima. Agli albori della loro carriera criminale, quando la stella di Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Totò Riina, ucciso il medico boss Michele Navarra, "u' patri nostru", iniziò a brillare. Al fuoco dei mitra, al piombo delle lupare, nel rosso sangue dei morti. Quando l'impostura di una Corleone asservita, omertosa, silente e complice, come l'intera Sicilia, iniziò a consolidarsi. E quel grumo di case sotto Rocca Busambra diventò sinonimo di mafia. Incurante dei tanti, i ribelli li chiamavano, che avevano detto di no. Si perpetuò così una narrazione che consegnò all'altare degli eroi le spoglie di magistrati, carabinieri, poliziotti fermati al fronte di una guerra che, puntualmente, nelle retrovie, qualcuno, trescando con il nemico, si incaricava di rendere vana.

Ricordarli come eroi e non come vittime del dovere serviva per il resto a sorvolare su chi il proprio dovere lo aveva tradito. C'era un uomo che aveva capito tutto. Lo aveva messo per iscritto nelle sue istruttorie e aveva provato a fermare il triumvirato corleonese ben prima della grande razzia. Si chiamava Cesare Terranova. Fu lui a preconizzare, inascoltato, la trasformazione della mafia corleonese in ceto dominante, a intuirne e a documentarne i rapporti americani, il vincolo di interessi e minacce che avrebbe fatto di quei tre i signori incontrastati di Cosa nostra, capaci di tenere banco per quasi mezzo secolo costellato di bombe, patti e ricatti nella prateria delle loro scorribande che era tutta la Penisola, da Milano a Palermo. Con una "forza corrosiva e disgregatrice delle istituzioni", scrisse.

Nel centenario della nascita del giudice, si è appena celebrato il 42esimo anniversario del suo assassinio, il 25 settembre del 1979. Sei colpi di calibro 9, 357 Magnum e Winchester 62 martoriarono il corpo al volante della sua 131 diventata un bersaglio fin troppo facile per il meglio su piazza dei sicari di Cosa nostra. Otto colpi li contarono sul maresciallo Lenin Mancuso che gli sedeva accanto e che si era gettato, pistola in pugno, sul giudice, nel tentativo impossibile di proteggerlo e rispondere al fuoco, tra via Rutelli e via De Amicis, in uno dei lati del quadrato in cui si svolge buona parte del mattatoio palermitano. Lenin Mancuso, poliziotto calabrese dal nome bolscevico, non era soltanto l'agente di scorta ma la sua ombra, roccioso e testardo proprio come quell'altro. Il partner delle investigazioni impossibili, cacciatore di Liggio e dei suoi gregari, al fianco del giudice.

Terranova era un montanaro di Sicilia, nato a Petralia Sottana, nelle Madonie. Cresciuto nelle stesse campagne dove la mafia, nel 1948, aveva ucciso il bracciante socialista e sindacalista Epifanio Li Puma. Si era fatto le ossa in guerra, soldato ma antifascista, poi prigioniero, quindi studente fuori corso per necessità e finalmente magistrato, figlio di magistrato. A inanellare encomi nel Messinese prima di arrivare sul versante occidentale dell'Isola a occuparsi della mafia che dal dopoguerra agli anni Sessanta aveva già compiuto il balzo diventando classe dirigente. Con le tasche piene dei soldi della droga, Cosa nostra si industriava per cambiare la faccia dell'Isola. Una devastante colata di cemento stravolgeva con il tessuto urbano anche quello sociale.

Da procuratore di Marsala, nel posto che sarà di Paolo Borsellino, con l'inseparabile Mancuso, Terranova risolve il giallo della scomparsa di tre bambine, uccise da Michele Vinci, lo zio di una di loro. Poi parlamentare per due legislature, maggio 1972-giugno 1979, indipendente di sinistra, in tandem con Pio La Torre, futuro segretario regionale del Pci che lo avrebbe seguito nell'identico destino tre anni più tardi. Insieme firmeranno la famosa "Relazione di minoranza" dove per la prima volta si facevano i nomi e i cognomi, dei politici e degli imprenditori collusi con la mafia. Terranova di nuovo magistrato, consigliere istruttore, da fermare a ogni costo, lui che era stato faccia a faccia con Liggio due volte, che era riuscito a farlo condannare per Navarra e che dagli insuccessi precedenti aveva tratto la determinazione per assestare il colpo decisivo ai corleonesi e ai loro complici in grisaglia ministeriale. Su Terranova e Mancuso, su quello che hanno fatto, sul perché siano stati uccisi, lavora da anni Pasquale Scimeca, regista e sceneggiatore siciliano, tanto rigoroso quanto non allineato, che si prepara a realizzare un film da una sceneggiatura scritta con Attilio Bolzoni, in contemporanea con un libro che accompagna il film.

È il romanzo nero d'Italia. La storia di un magistrato e delle sue amarezze.

Ma è soprattutto la storia del grande intrigo, del "peccato originale", come lo chiama Scimeca, che non ha mai smesso di condizionare la vita repubblicana. Riallacciandosi a un filone di analisi che parte dalle ricostruzioni giornalistiche di Pietro Zullino, Marco Nese, Silvestro Prestifilippo, passa per la commissione antimafia, riprende tesi di Enrico Deaglio e le rivelazioni di Leonardo Messina del 1992, ma anche i ricordi dei nipoti di Terranova, Francesca e Vincenzo (anche lui magistrato presso il tribunale di Palermo), Scimeca giunge alla conclusione che Liggio deve la sua prolungata fortuna alla custodia di un segreto.

È il patto inconfessabile tra notabili e mafia per la strage di contadini, il primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra e per l'uccisione, tre anni dopo, del bandito Salvatore Giuliano, l'assassino capopopolo che si era messo in testa di essere una specie di Robin Hood e al quale avevano fatto dire che la Sicilia sarebbe stata con lui il 49esimo Stato americano. Su Giuliano ricadde la responsabilità della strage ma, come emerge anche dagli studi di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, sui monti intorno a Portella c'era artiglieria pesante, provenienza Usa e manovalanza di ex fascisti della Decima Mas della Repubblica di Salò.

L'eccidio doveva produrre una scossa per non far crollare nulla. Una strage stabilizzante, come lo sarebbero state tutte quelle che hanno accompagnato gli snodi della vita del Paese con il beneplacito di un pezzo di Viminale. Nella Sicilia dei sindacalisti ammazzati, dei sindaci eliminati, dei mille testimoni annichiliti, sequestrati, uccisi, infoibati, era proliferata per questo anche la categoria dei pazzi, di quanti avevano visto ed erano pronti a raccontarlo, a patto di essere protetti. Lasciati soli, guadagnavano la bolla di inattendibili perché insani di mente. Innocui, perché ridotti ad esserlo. La loro follia eterodiretta era un'arma. Toccò a quelli, Luciano Raia, Vincenzo Maiuri e Vincenzo Streva, che Ernesto Oliva ha raccolto nella galleria "I pazzi di Corleone" (Di Girolamo, novembre 2020, prefazione di Umberto Santino).

Proto-pentiti del primo dopoguerra, la legge sui collaboratori sarebbe arrivata solo nel 1991. Precisi, sicuri con le loro firme incerte sui verbali e poi, nelle aule, tremanti, bizzarri, grotteschi, gelati nella trappola della loro paura pur di auto-invalidarsi e lasciare che i loro racconti ammuffissero nei faldoni con in calce il nome dei futuri boss dei boss e sulla copertina il bollo dell'insufficienza di prove, decretata da eccellentissimi giudici a loro volta intimiditi o corrotti. Vivi però, perché, come si dice in Sicilia "sulu lu pazzu canta e sulu lu pazzu campa", ma reprobi, costretti alla fuga, in una diaspora del terrore, lontano dalla stessa terra che quelli conquistavano zolla dopo zolla calpestando raccolti, miseria e contadini, servendo i padroni di città che, illusi, immaginavano di potersene servire per sbarazzarsene quanto prima. Andò diversamente, perché i rozzi villani, con i feudi, si prendevano il potere. Con i cugini americani, il metodo per esercitarlo e con Vito Ciancimino, il politico che riuniva l'arroganza criminale e le entrature nei palazzi, il patrimonio di relazioni che conferisce comando.

Quella di Terranova è una traiettoria che interseca la vita e la morte di tutti quelli che in un modo o nell'altro hanno lavorato sulla stessa materia, proseguendo il lavoro, sviluppandone filoni, coltivando intuizioni. Da Carlo Alberto Dalla Chiesa che, a Corleone, di Luciano Liggio e della scomparsa di Placido Rizzotto aveva iniziato a occuparsi nel 1948, a Boris Giuliano, il commissario che indagava in Sicilia ma guardava a New York, al banchiere della mafia Michele Sindona e a quello che i cugini d'oltreoceano consigliavano ai mammasantissima nostrani.

Proprio come Gaetano Costa, il procuratore che al ponte con gli Usa del clan Gambino-Inzerillo dedicò un atto d'accusa, firmato in una solitudine mortale. Il ponte mai interrotto con gli Usa è un filo rosso che ha a che fare tanto con la geopolitica quanto con il crimine. Gli interessi coincidenti si avviluppano nel grumo che ha reso incompiuta la nostra democrazia. E di contatti oltreoceano ne avevano anche quegli incolti corleonesi a partire dai padrini Vincent Collura e Angelo Di Carlo, tanto che una delle prime prodezze di Liggio fu quasi un atto da guerrigliero con il furto della cassaforte del corpo d'armata italo-tedesco. Se ne accorse e lo documentò in un "rapporto riservatissimo" un vicebrigadiere di provincia, il carabiniere Agostino Vignali. Quel dossier fu una miniera per Terranova che se lo ritrovò tra le mani agli albori delle sue istruttorie finite con la solita beffa dell'assoluzione per insufficienza di prove a Bari e Catanzaro. Marchio di infamia su una magistratura accomodante, paciosa, collusa. In una parola "sorda", come l'ha definita il magistrato ed ex parlamentare Giuseppe Di Lello, nel suo "Giudici" (Sellerio, 1994).

Già nel 1963 il vicebrigadiere aveva tracciato la mappa del potere a Corleone. Catalogato gli schieramenti e ricostruito la genesi, "grazie a protezioni che da Montecitorio vanno a Sala d'Ercole (sede del Parlamento siciliano, ndr)", di quella che la frettolosa storiografia ha liquidato come lo scontro tra Navarriani e Liggiani. Vignali aveva elencato interessi nuovi: "Predominio delle aree edificabili, l'accaparramento dei posti chiave delle pubbliche e delle private amministrazioni, le beghe politiche in favore di questo o quel candidato che prevalentemente fanno parte della Dc e del partito liberale". Aveva spiegato che non c'era pregiudizio in quelle parole, perché "la stessa cosa accadrebbe se quegli stessi uomini si presentassero domani sotto qualunque altro partito che avesse le mani in pasta nel governo della cosa pubblica". Così fu possibile il regime corleonese, inaugurato da un golpe, reso forte da latitanze leggendarie, 15 anni Liggio, 24 anni Totò Riina e 43 Bernardo Provenzano, nel dosaggio di segreti e, sono parole di Terranova, "nella certezza dell'impunità".

 
Caso Saman, le strumentalizzazioni deviano l'attenzione da ciò che importa davvero PDF Stampa
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di Giovanna Cosenza*


Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2021

 

Dal 29 aprile, quando si sono perse le tracce di Saman Abbas, il dibattito relativo - in rete, sui giornali e in tv - è stato per un paio di mesi martellante. Poi si è affievolito. Infine, dopo l'arresto dello zio, il tam tam è ripreso. Propongo una breve riflessione sui problemi che ho rilevato nel modo in cui quasi tutti i media trattano il caso.

In generale, per i media come per la politica, la prima regola dovrebbe essere quella di non strumentalizzare un evento criminale. Invece, la strumentalizzazione avviene sempre. In questo caso, il femminicidio è associato all'etnia dei pachistani e alla religione islamica: lo fanno la destra più o meno estrema e i media che le sono vicini, per fomentare spinte xenofobe, assumendo (o apertamente dicendo) che chi è pachistano e/o musulmano ha più probabilità di trovarsi (come vittima o carnefice) in situazioni terribili come quella che ha permesso la tragedia. Dal centrosinistra (politico o mediaticamente simpatizzante) si agitano d'altra parte coloro che, per combattere la strumentalizzazione, negano con forza qualunque nesso fra questo femminicidio e l'etnia-cultura-religione entro cui è avvenuto. Entrambe le posizioni sono polarizzate, estreme. Ed entrambe sono sbagliate.

Se da un lato è biecamente manipolatorio cavalcare una tragedia per aizzare le folle contro gli stranieri, dall'altro è pure fuorviante negare il nesso fra l'uccisione di Saman e la cultura da cui la ragazza proveniva. Esattamente come non si può negare che ci sia un nesso fra la cultura patriarcale italiana e i femminicidi che di continuo insanguinano il nostro Paese. Ovviamente la società italiana e quella pachistana sono molto diverse. Ma è anche una questione di tempi. In Pakistan solo nel 2017 è stata introdotta la legge contro i matrimoni forzati, ed è ovvio che in quel Paese ci siano ancora resistenze forti. In Italia, viceversa, le battaglie femministe sono cominciate negli anni Sessanta, e stupisce che, dopo decenni di rivendicazioni e atti legislativi, ci si trovi ancora, nel 2021, a fronteggiare un femminicidio ogni due o tre giorni. Dopo tanti anni, insomma, l'Italia mostra una resistenza incredibile contro la parità di genere.

Ma c'è una cosa di cui non si parla quasi mai. Seguendo il caso di Saman, resto sempre sorpresa dal mancato dibattito sul ruolo dei servizi sociali e sulla loro responsabilità - certo involontaria, ma comunque c'è - in questo tragico evento. Perché la giovane non è stata protetta? Perché è andata sola e nessuno l'ha accompagnata a casa dei genitori? Integrazione vuol dire anche occuparsi di sacche culturalmente arretrate, come quella che ha portato all'uccisione di Saman. Perché non riusciamo ad evitare queste tragedie in Italia? La soluzione sarebbe un investimento massiccio sul welfare sociale, in cui da decenni lavorano operatori - e soprattutto operatrici - in condizioni pessime, sottopagati e sottodimensionati, con impedimenti forti e spesso invalicabili: precarietà, isolamento, disorganizzazione, burocrazia, scarsa o nessuna tutela. Impedimenti a tal punto forti e invalicabili da non impedire casi come quello di Saman.

 

*Docente universitaria di Semiotica

 
Franca Leosini: "Quei giovani killer senza umanità vanno in Tv provando a crearsi un alibi" PDF Stampa
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di Michela Tamburrino


La Stampa, 26 settembre 2021

 

"I protagonisti sono quasi sempre ragazzi, ma i disvalori che li portano a delinquere li attingono dalla nostra società". Figli che ammazzano i genitori. Genitori che non conoscono affatto i loro figli. Un uomo che ammazza un bambino e poi va in pizzeria. Sorelle come Paola e Silvia che uccidono e poi mentono senza prevedere alcuna resipiscenza d'orrore. Un adulto come Mariano che neppure prende in considerazione il fatto tragico che ha causato gettando una creatura giù dal balcone. E poi ci sono quelli in cerca di visibilità, capaci d'affrontare le telecamere, senza che la loro verità venga scalfita.

Una galleria di personaggi che da Pietro Maso alle ultime ore di questa strana estate porta alla ribalta l'omicida mediatico e l'omicida indifferente. Franca Leosini indaga, studia e racconta, in tv, il clic che scatta in una mente fino a un attimo prima ritenuta normale. Che cosa nella quotidianità porta alla banalità del male. Per poi in molti casi tornare indietro come nulla fosse, un azzeramento dei sensi di colpa e del senso di responsabilità.

 

Leosini, sappiamo che lei non giudica mai, ma un giudizio s'impone...

"Un giudizio molto difficile, perché in questi casi citati pare si sia talmente anestetizzata la sensibilità comune da farci trovare al cospetto di un'assoluta assenza dei valori, di vite ridotte in miseria. Sono i nuovi mostri? Difficile dire anche questo. Innanzitutto bisogna vedere che cosa, in loro, determina l'assenza assoluta di umanità. Purtroppo sono vicende sempre più diffuse con dati sempre più allarmanti".

 

Quali per esempio?

"Sgomenta che i protagonisti siano in maggior parte giovani. È giusto allora porsi delle domande, questi giovani da dove attingono i disvalori che poi li portano a delinquere senza provare neppure dolore o pentimento? Se li prendono dalla società nella quale tutti si vive, allora la responsabilità morale di quanto hanno fatto ce la dobbiamo prendere tutti noi".

 

Forse in televisione si parla con troppa facilità di delitti e derivati?

"La troppa disinvoltura potrebbe dare loro alcuni spunti, ma non credo sia la strada giusta. La cronaca ha i suoi diritti che non si possono cancellare. Casomai restituire un segno di maggiore condanna, far comprendere ai ragazzi che guardano la tv che agire così equivale a rovinarsi la vita per sempre".

 

E le famiglie di provenienza?

"Ho visto ragazzi responsabili di gesti atroci venire da famiglie che hanno percorsi limpidi. Casomai parlerei di amicizie e frequentazioni sbagliate. Quando si è giovani si è anche facilmente suggestionabili. Non è una storia da ascriversi solo all'oggi, va da Pietro Maso e Corrado Ferioli, giovani che ammazzano i genitori senza provare sensi di colpa. Troppo facile rifugiarsi nella malattia mentale".

 

Vogliamo tirare in ballo il Dna?

"Esiste una trasmissione dei geni, ma sarebbe troppo facile agganciarcisi. La scienza lo prevede, ma darei un'importanza relativa se si crede come me nel libero arbitrio. Quando il gesto omicida si accompagna alla freddezza e alla capacità di esibizionismo, allora l'allarme è maggiore perché significa che le radici affondano in un terreno malato. I giovani che trasmettono questo comportamento creano un allarme sociale".

 

Lei si interroga sul domani di queste persone che hanno compiuto delitti terribili?

"Tanto spesso che ci ho costruito una trasmissione, che andrà in onda in autunno su Rai3 e gli ho dato come titolo "Che fine ha fatto baby Jane", dal famoso film anni Sessanta con Bette Davis e Joan Crawford. Qui indago sul terzo atto della vita di un individuo che ha ucciso e che ha scontato la pena. Mi interessa scoprire qual è il loro destino e che cosa possono ancora dare alla società. In che misura vengono riaccolti e qual è la loro nuova realtà umana. In questa serie, il primo caso che prendo in esame è proprio quello di un figlio che ha ammazzato la madre. Mi pongo nell'ottica della comprensione. Mi chiedo quale guasto abbia potuto portare dalla quotidianità al gesto estremo. I protagonisti scendono con me nell'inferno del loro passato per rintracciare il momento che ha stravolto la loro vita".

 

Spesso alla base di questi delitti c'è un interesse economico. Anche le due sorelle Paola e Silvia, omicide di poche ore fa, parlavano di comprare macchine e di fare vacanze, dopo. Erika e Omar anche pensavano a una libertà agiata da viversi, dopo. Sarà mica anche colpa della nostra società che spinge verso standard così elevati da richiedere di tutto pur di uniformarcisi?

"Seguendo questo ragionamento, ognuno di noi potrebbe essere candidato al delitto. La colpa casomai è di chi fa un uso distorto degli strumenti che la società mette a disposizione".

 

Torniamo alla tv e al caso delle due sorelle che a Chi l'ha visto si sono presentate quali vittime lanciando appelli per la madre scomparsa. Voglia di visibilità?

"No, esigenza di menzogna. Loro vanno, parlano per mentire, per negare eventuali sospetti che li coinvolgano. Ambiscono alla visibilità i mentitori, una visibilità che tende alla mistificazione. Io invece parlo con persone che hanno elaborato la loro colpa e che la stanno o l'hanno scontata. Il comportamento è completamente diverso".

 

C'è un caso di questi citati o di altri non menzionati che l'ha particolarmente colpita nel senso dell'indifferenza provata dall'omicida?

"Nelle mie 98 storie maledette nessuno ha mostrato mai indifferenza per quanto fatto. Se ci fosse stato un interlocutore di questo tipo non gli avrei dato modo di parlare. Io mi occupo dei guasti della vita, non dei guasti della mente. Le persone che intervisto si sono rese responsabili di gesti tremendi ma sono perfettamente consapevoli di quello che hanno fatto e del prezzo che stanno pagando".

 
Modena. Tortura, omissioni e pestaggi in carcere. La verità nei filmati PDF Stampa
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di Pierfrancesco Albanese


L'Espresso, 26 settembre 2021

 

La procura riapre il caso sulle violenze dopo la rivolta al Sant'Anna e la morte di nove reclusi. L'Espresso è in grado di confermare l'esistenza di documenti che fanno riferimento alle immagini del circuito interno.

La cortina fumogena piombata sulle rivolte del carcere di Modena si sta diradando. E dietro alla cappa, i presunti pestaggi, le brutalità e le omissioni su visite e trasferimenti assumono fattezze più nitide. Tanto da farsi esposto e da indurre la procura ad aprire un nuovo fascicolo con l'ipotesi di tortura e lesioni aggravate. È lo scossone che riapre il caso del Sant'Anna, dopo le rivolte che hanno condotto alla morte nove detenuti.

Overdose da medicinali per tutti, secondo l'ordinanza con cui il Gip, Andrea Salvatore Romito, ha disposto l'archiviazione del fascicolo riguardante otto dei nove morti. Il caso di Salvatore Piscitelli, morto nel carcere di Ascoli dopo il trasferimento da Modena, resta invece aperto. Fondamentali, in tal caso, le denunce di cinque reclusi, testimoni di violenti pestaggi che dicono commessi dagli agenti. Ora a questi racconti se ne aggiungono altri, che riaccendono i dubbi sulla frettolosa archiviazione. Un recluso riferisce di cordoni di agenti intenti a picchiare indiscriminatamente chi si consegnava durante la rivolta. Tanto da ammazzare un compagno, poi trascinato "come un animale".

"Quando sono uscito vedevo davanti a me una fila a destra e una a sinistra di agenti della penitenziaria. Sono uscito tenendo le mani in alto e dicendo che non avevo fatto nulla. Nonostante ciò, alcuni agenti mi bloccavano, mi ammanettavano e mi misero a testa in giù. Venivo poi portato in sorveglianza dove venivo sdraiato per terra e picchiato violentemente con calci e pugni, anche con l'uso del manganello. Provavo a dire che non avevo fatto nulla, ma proprio per averlo detto mi buttavano nuovamente a terra e mi picchiavano ancora".

Poi è il turno di un recluso tunisino, ammanettato e picchiato. Dopo le botte non risponde più. "Ho capito che era morto. Tornati gli agenti richiamavo la loro attenzione urlando e questi vedevano il ragazzo a terra e cominciavano a prenderlo a botte per svegliarlo. Lo prendevano come un animale e lo trascinavano fuori".

Al momento sono in corso le verifiche per l'eventuale riconoscimento. Intanto il referto medico sul testimone dice distacco osseo, fratture e lussazioni nelle aree del braccio, dell'avambraccio e della mano sinistra, e un'operazione al polso. Che, riferisce il legale, Luca Sebastiani "rischia di non poter recuperare nella sua piena funzionalità per il resto della vita". A fronte del nuovo esposto, la procura ha aperto un'indagine contro ignoti ipotizzando il reato di tortura.

"È chiaro che, ancor più dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere, ci aspettiamo massima attenzione su questa vicenda", commenta il legale. Ma, a differenza del carcere campano, a Modena non sono emerse immagini del circuito di video-sorveglianza, che, a più riprese, si è detto non in funzione durante la rivolta.

L'Espresso è però in grado di dimostrare l'esistenza di documentazione in cui si fa esplicito riferimento alla presenza di filmati delle videocamere interne. In un'informativa del 21 luglio 2020, il Comandante di reparto dirigente aggiunto della polizia penitenziaria, M.P, rimette alla procura di Modena una nota preliminare riassuntiva dei risultati investigativi sino ad allora espletati sui reati commessi dai detenuti, in aggiunta ad allegati su supporto dvd. Affermando inoltre che "sarà possibile perfezionare l'informativa una volta completata la delegata analisi dei filmati del circuito di video-sorveglianza interno".

A questo si aggiunge il rimando presente nella richiesta di archiviazione, dove, nel ricostruire la morte di Athur Iuzu, si afferma che dei soccorsi prestati vi è traccia in un'annotazione "in cui vengono descritti gli esiti della visione dei diversi filmati relativi alla rivolta acquisiti nell'immediatezza dei fatti". Interpellata da L'Espresso sul punto, la procura di Modena, guidata dal neo-insediato Luca Masini, non ha fornito risposta. Non ha dissipato così i dubbi sull'esistenza di frame che possano sgombrare il campo dagli interrogativi.

Come per la morte dello stesso Arthur Iuzu e di Hadidi Ghazí, per i quali, secondo il perito del Garante dei detenuti, Cristina Cattaneo, la causa di morte non è nota. Dalla procura si ipotizza il decesso per assunzione incongrua di farmaci. Ma i dubbi, dice Cattaneo, non possono essere fugati in assenza di autopsia completa, nei due casi non compiuta. Per entrambi c'è il nodo della presenza di traumi evidenti: l'avulsione di due denti per Hadidi, con sangue nelle cavità orali e nasali, che porta Cattaneo a dare per assodato un recente trauma contusivo al volto che non consente di escludere una commozione cerebrale o una emorragia mortale; per Iuzu escoriazioni e lacerazioni sul volto che "lasciano dubbi su una successione tale di colpi da produrre lesioni cerebrali che possono evolvere verso il peggio". Se auto-prodotte o etero-prodotte non è dato sapere.

Ma potrebbe esserlo con i filmati, potenzialmente in grado di chiarire quanto accaduto nelle pieghe della giornata di Modena, anche sul capitolo trasferimenti. Dei 546 detenuti, ben 417 saranno trasferiti. E quattro moriranno durante o dopo il viaggio, senza riscontri documentali sulle visite mediche e i nulla osta sanitari imposti dalla legge per gli spostamenti. Il sospetto è che non fossero in condizioni di sostenerli e che le visite non siano state espletate, come sostenuto più volte dai reclusi. Da ultimo dall'ex detenuto C.R., autore di una testimonianza messa a verbale dal legale del Garante dei detenuti, Gianpaolo Ronsisvalle, che smentisce anche la tesi dell'idoneità fisica dei reclusi a sostenere il viaggio in virtù della "breve durata", sottoscritta dalla procura. Prima della partenza, riferisce, i detenuti sarebbero stati lasciati ammanettati a terra dalle 14 a mezzanotte, senza mangiare né bere, per poi essere tradotti sui pullman.

Durante il tragitto Rouan Abdellha accusa ripetuti mancamenti. "Ho chiesto più volte l'intervento dell'ispettore capo scorta perché il ragazzo per me non stava bene. Mi veniva risposto che al nostro arrivo ad Alessandria avrebbero preso provvedimenti". Ad Alessandria arriveranno in tarda notte. Rouan Abdellha morto. l'odissea del testimone, invece, terminerà solo intorno alle 11 del mattino seguente, quindi diverse ore dopo la partenza, quando gli si consentirà un panino ad Aosta dopo oltre 20 ore a digiuno. Non va meglio ai cinque firmatari dell'esposto su Piscitelli. Consegnatisi agli agenti, raccontano di essere stati ammanettati, privati delle scarpe e degli indumenti, particolare che si ritrova anche nelle ricostruzioni sui trasferimenti dei detenuti a Parma, giunti senza vestiti per ammissione della procura, caricati sui furgoni e picchiati. Piscitelli arriverà ad Ascoli in condizioni critiche, lamenterà dolori durante la notte.

Alle richieste di aiuto lanciate dal celiante, Mattia Palloni, tra i firmatari dell'esposto, un agente risponde "lasciatelo morire". E Piscitelli morirà, qualche decina di minuti dopo. Elisa Palloni, sorella di Mattia, rivela a L'Espresso le pressioni che il fratello avrebbe poi subito per ritirare l'esposto. "A Mattia la procura di Ascoli ha chiesto di ritirare l'esposto. Gli hanno offerto un lavoro in istituto, ma lui ha rifiutato".

Altri particolari su quegli istanti emergono ancora dal reclamo che un detenuto, C.C., ha inviato alla ministra della giustizia Marta Cartabia. "A Modena", scrive, "molti detenuti furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate usando anche i tondini in ferro pieno che si usano per effettuare la battitura nelle celle". Ad Ascoli, invece, "la mattina seguente salì una squadretta in reparto composta da circa 10 agenti, alcuni con casco, scudo e manganello, e cella dopo cella ci picchiarono tutti. Fu una vera e propria spedizione punitiva".

Anche su questo indagheranno le commissioni ispettive istituite dal Dap, su impulso della ministra Cartabia. Ma su Modena sorgono già i primi problemi: del pool fa parte anche Marco Bonfiglioli, dirigente del provveditorato che ha coordinato le operazioni di trasferimento dei detenuti durante la rivolta. E che dunque sarebbe chiamato a indagare su se stesso.

Intanto tra i reclusi c'è chi ancora denuncia trattamenti di sfavore. Lo racconta Annamaria Cipriani, madre di Claudio, tra i firmatari dell'esposto di Ascoli. Da mesi si batte per vedersi restituita la verità sulle rivolte. Chiede di visionare i filmati di Ascoli, dove nessuno ha smentito l'esistenza di circuiti regolarmente in funzione. E riferisce quanto accaduto al figlio dopo l'esposto. "Claudio è stato messo in cella con finestre rotte, acqua sporca e senza coperte.

Con la reclusione ha dovuto anche abbandonare l'università. Ha risposto a tre interpelli pur di continuare a studiare, sempre rifiutati. Non gli garantiscono alcun diritto, ma lui ringrazia Dio anzitutto di essere ancora vivo. Sono ragazzi che hanno sbagliato, ma stanno già pagando. Meritano di essere trattati da persone umane".

 
Napoli. Sbattuto in carcere a 85 anni, Ciambriello: "Non è capace di intendere e di volere" PDF Stampa
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di Ciro Cuozzo


Il Riformista, 26 settembre 2021

 

"Giovanni, 85 anni, credo sia il detenuto più anziano d'Italia, non è capace di intendere e di volere ma è dentro per maltrattamenti in famiglia". Comincia così il video-denuncia di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti per la regione Campania, dopo la consueta visita settimanale all'interno del carcere di Poggioreale a Napoli. "Sono stato nel padiglione Firenze dove ci sono diversi detenuti con problemi psichici e credo di aver incontrato il detenuto più anziano d'Italia: Giovanni, 85 anni, non è in grado di intendere e di volere, sta qui da quattro mesi per maltrattamenti in famiglia".

Sbattuto in carcere a 85 anni, Giovanni "da quattro mesi non riceve visite né telefonate, niente. Non so che dire: si può continuare a utilizzare il carcere come luogo di sicurezza sociale anche in questo caso?" domanda Ciambriello. "Lo dico - aggiunge - perché ho visto con i miei occhi l'amore, la bontà, l'attenzione degli agenti di polizia penitenziaria, che sono un front-office: devono fare da psicologi, psichiatri, da assistente, da medico, da familiari".

Insomma una situazione ormai fuori controllo, con Dap da una parte e politici e magistratura dall'altra che hanno dimostrato di non essere in grado e di non volere risolvere il problema carcere. Dalla maggiore assistenza richiesta all'interno a pene alternative per evitare di rinchiudere persone anziane o malati.

"Credo che per una serie di reati e soprattutto rispetto anche all'età - sottolinea Ciambriello - occorre liberarsi della necessità del carcere. Che ci fanno in carcere malati oncologici, persone che fanno la chemioterapia, persone con problemi psichici, psichiatrici? Credo che bisogna intervenire dalle piccole cose e a tutti i livelli, da quello nazionale a quello locale. Occorre liberarsi dalla necessità del carcere" conclude.

 
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