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Delitto Rostagno, l'ultima sentenza: lo ha ucciso la mafia. Ma per la figlia è "Giustizia a metà" PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi


Corriere della Sera, 28 novembre 2020

 

Ergastolo confermato per il mandante, il boss Virga. Assolto il presunto killer Vito Mazzara, condannato in primo grado per l'omicidio del sociologo-giornalista nel 1988. La figlia: "Poco coraggio, non c'è da brindare".

Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia, ma non si sa chi gli ha sparato. Il suo omicidio è ormai un pezzo di storia d'Italia e della Sicilia inquinata e insanguinata da Cosa nostra - non fosse che per il tempo trascorso: 32 anni fa - ma il verdetto sugli imputati condannati o scagionati è ancora cronaca. Venerdì la Corte di cassazione ha confermato la sentenza d'appello del febbraio 2018: ergastolo per il capomafia di Trapani Vincenzo Virga, mandante del delitto; assoluzione per il sottocapo Vito Mazzara, presunto killer. E capitolo chiuso.

Il sociologo-giornalista - Per Maddalena Rostagno, figlia quarantasettenne del sociologo torinese laureato a Trento nella facoltà di Sociologia antesignana del 1968 che scelse di vivere in Sicilia tra una comunità terapeutica e la tv privata dove faceva il giornalista, è una vittoria a metà: "È importante che sia stata riconosciuta la matrice mafiosa, così mio figlio di 17 anni non dovrà più leggere che suo nonno, che non ha mai conosciuto - e questo resterà sempre il mio dolore più grande - è stato eliminato da chissà chi e chissà perché.

Però con la sentenza che aveva riconosciuto la colpevolezza anche del presunto assassino avevo riacquistato fiducia nella giustizia. Ho ascoltato periti preparati e credibili spiegare con chiarezza come al 99 per cento quell'uomo aveva sparato a mio padre". I giudici di primo grado la pensarono allo stesso modo, quelli d'appello no, e adesso la Cassazione ha stabilito che non ci furono errori. Verdetto definitivo.

La dignità - "Mi sembra una giustizia non sufficientemente coraggiosa - prosegue Maddalena Rostagno -, e io stasera non me la sento di brindare. Quell'omicidio è accaduto quando avevo 15 anni e mi ha stravolto la vita; è successo di tutto, mia madre è finita in galera con l'accusa di aver favorito gli assassini di papà... (inchiesta abortita in un errore giudiziario, ndr). Non si tratta di pretendere un ergastolo in più (peraltro Mazzara resta sepolto in galera da altre condanne a vita, ndr), io sono pure contraria all'ergastolo, ma anche quando i processi vanno bene resta sempre fuori un pezzettino...".

E il sigillo sul delitto di mafia, conclude la figlia, restituisce pure dignità a Rostagno: "Non era uno sfigato che non si rendeva conto di ciò che gli accadeva intorno, tradito dai compagni, dalla moglie o dai tossici; era uno che ha deciso di giocarsi la vita per raccontare ciò accadeva sul suo territorio, denunciare il potere mafioso e le connivenze che lo sostenevano. Non è stato un martire, ma un uomo consapevole di quello che stava facendo e anche di quello che rischiava".

Killer sconosciuto - Anche l'avvocato di Maddalena, Fausto Maria Amato, si rammarica per "il vuoto che resta sugli esecutori materiali". Ma i processi hanno dimostrato il movente dell'omicidio: "È emerso come Cosa nostra avesse più di un motivo, e uno più valido dell'altro, per volere la morte di Rostagno". C'era "il bisogno di mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari (illeciti) e le trame collusive delle cosche mafiose con altri ambienti di potere, accomunati dalla pretesa di affrancarsi dal rispetto della legalità e creare un proprio ordine".

Anomalie e negligenze: depistaggi - Di qui il sospetto che anche le "sconcertanti anomalie, le gravi negligenze nelle prime indagini e le misteriose sparizioni" di indizi (tra cui un verbale dello stesso Rostagno sui rapporti tra mafia, massoneria e politica, sottoscritto sette mesi prima di morire) non fossero errori bensì depistaggi. Per esempio il testimone che sentì gli spari e raccontò subito che Rostagno parlava in tv di "rapporti tra mafia e politica, a Trapani lo sapevano tutti", ridotto a fonte anonima e ascoltato per la prima volta dai magistrati a 25 anni dai fatti; o "la scena del crimine inquinata da devastanti imperizie che hanno finito per propiziare i più subdoli interventi manipolativi". Fino all'inquietante conclusione: "I vertici dell'organizzazione mafiosa ben potevano presumere di poter contare, se non su un'attiva complicità, quanto meno su una proficua acquiescenza degli apparati repressivi e di sicurezza dello Stato".

False testimonianze - La corte d'assise segnalò dieci presunte false testimonianze per le quali è in corso un processo ad altrettanti imputati, tra cui un carabiniere e un finanziere in pensione. "Sono passati 32 anni, due mesi e un giorno, ma alla fine Mauro ha ottenuto giustizia - commenta Chicca Roveri, moglie di Rostagno e madre di Maddalena -. A ucciderlo è stata la mafia, la stessa che ancora comanda. Ma quanta fatica e quanto dolore per arrivare a una verità da subito evidente. Alla domanda se credo nella giustizia, che si solito si pone ai familiari delle vittime, preferisco rispondere citando Dante: "E qui chinò la fronte e più non disse, e rimase turbato".

 
La data di arrivo in cancelleria fissa l'alt alla prescrizione PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2020

 

Sospensione della prescrizione sì, ma non per tutti i giudizi pendenti. Solo per quelli arrivati in cancelleria dal 9 marzo al 3o giugno. Le Sezioni unite penali della Cassazione, con decisione anticipata da un'informazione provvisoria (le motivazioni arriveranno solo tra qualche tempo) fissano il perimetro applicativo del blocco deciso la primavera scorsa con il decreto legge n. 18.

Le Sezioni unite erano state chiamate in causa per definire la portata dello stop dei termini. Ovvero, se l'inedita causa di sospensione della prescrizione per l'emergenza sanitaria dovesse operare con riferimento ai soli procedimenti che, tra quelli pendenti dinanzi alla Corte di cassazione, sono arrivati in cancelleria nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020, oppure, invece, con riferimento a tutti i procedimenti comunque pendenti in questo periodo, anche se non giunti in cancelleria tra le medesime date.

Ora l'articolata informazione provvisoria mette nero su bianco che l'alt alla prescrizione disposto dall'articolo 83 comma 3-bis, del decreto legge n.18 del 2020, poi convertito dalla legge n. 27, opera esclusivamente con riferimento ai procedimenti pendenti davanti alla Corte di Cassazione che sono arrivati alla cancelleria della stessa nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020. Più nel dettaglio, sottolineano ancorale Sezioni unite, il corso della prescrizione è rimasto sospeso per legge dal 9 marzo all'u maggio 2020, nei procedimenti nei quali nel medesimo periodo era stata originariamente fissata udienza e questa è stata rinviata ad una data successiva al termine dello stesso.

Analogamente, per effetto sempre dell'articolo 83 del decreto legge n. 18, la prescrizione è rimasta sospesa dal 12 maggio al 30 giugno 2020 nei procedimenti in cui in questo periodo era stata fissata udienza e ne è stato disposto il rinvio a data successiva al 3o giungono per effetto del provvedimento del capo dell'ufficio. Nel caso in cui il provvedimento di rinvio sia stato adottato successivamente al 12 maggio 2020, la sospensione decorre dalla data della sua adozione.

Le Sezioni Unite hanno poi precisato che i due periodi di sospensione si sommano in riferimento al medesimo procedimento esclusivamente nell'ipotesi in cui l'udienza, originariamente fissata nel primo periodo di sospensione obbligatoria, sia stata rinviata a data compresa nel secondo periodo e, quindi, di nuovo rinviata in esecuzione del provvedimento del capo dell'ufficio. L'intervento delle Sezioni unite così sposa la tesi, più favorevole agli imputati, per cui a determinare l'applicazione o meno dello stop è la data di arrivo nella cancelleria della Corte, disancorando la ragione dello stop dal rinvio delle udienze che, nei fatti, ha interessato anche i procedimenti arrivati in cancelleria prima del 9 marzo.

La pronuncia comunque permette di affrontare con maggiore chiarezza lo snodo finale del procedimento penale, quello dove si rivela ancora più necessaria una tempestiva fissazione delle udienze per evitare di fare cadere sotto la scure della prescrizione procedimenti ormai arrivati al grado finale di giudizio. Un aspetto ancorava ricordato.

Le Sezioni unite si sono pronunciate solo adesso perché hanno aspettato prima il verdetto della Corte costituzionale sulla legittimità dello stop alla prescrizione con portata retroattiva, a reati cioè commessi prima dell'entrata in vigore delle nuove norme. Legittimità che è stata affermata dalla Consulta pochi giorni fa con decisione resa nota per ora solo nella forma del comunicato stampa.

 
Lombardia. Un piano di social bond per il reinserimento dei detenuti nella società PDF Stampa
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di Federico Baccini


eunews.it, 28 novembre 2020

 

La strategia attivata dal Polo europeo di consulenza sugli investimenti eseguirà uno studio di fattibilità sul lancio di un'obbligazione. "Strumenti innovativi che aiuteranno anche a ridurre i costi della pubblica amministrazione", spiega il commissario Gentiloni.

In arrivo per la Regione Lombardia un supporto da parte dell'Unione Europea per l'implementazione di metodologie innovative di finanziamento - come le obbligazioni a impatto sociale - per contenere i tassi di recidiva degli ex-detenuti e garantire il reinserimento nella società.

La consulenza sarà attivata attraverso il Polo europeo di consulenza sugli investimenti (European Investment Advisory Hub), finanziato dalla Commissione Europea e dalla Banca Europea per gli Investimenti. Gli esperti della BEI lavoreranno con il ministero della Giustizia italiano per le valutazioni sull'impatto sociale di questi strumenti finanziari, con un focus geografico sulla Lombardia, ma con la possibilità di essere implementato su una scala più ampia. "Siamo molto orgogliosi di condividere le nostre conoscenze in questo campo e di vedere che sempre più Paesi mostrano il loro interesse per modi così innovativi di finanziamento dei servizi sociali", ha commentato il vicepresidente della BEI, Dario Scannapieco, responsabile delle operazioni in Italia. "Sostenere una crescita economica inclusiva che non lasci indietro nessuno è la via da seguire".

L'accordo è stato firmato dal dipartimento dei Servizi di consulenza della BEI e dal dipartimento di Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, ed è stato raggiunto nell'ambito della Piattaforma consultiva per la contrattazione dei risultati sociali, strumento operativo per per l'inclusione sociale e il benessere dei cittadini dell'Unione.

Grazie a questo accordo sarà eseguito uno studio di fattibilità completo sul lancio di un'obbligazione a impatto sociale: una soluzione che prevede la partecipazione degli investitori privati e la condivisione del rischio in iniziative del mercato del lavoro con un risultato misurabile. Secondo il commissario europeo per l'Economia, Paolo Gentiloni, "il supporto e l'assistenza tecnica consentiranno al Ministero della Giustizia italiano di facilitare l'inclusione sociale dei detenuti, inizialmente in Lombardia ma poi si spera in altre anche le regioni". Non solo: "Queste soluzioni di finanziamento ridurranno anche i costi per la pubblica amministrazione", ha aggiunto.

I bond a impatto sociale andranno a contribuire al finanziamento di azioni innovative secondo il principio della missione rieducativa della pena, fornendo ai detenuti competenze trasversali e conoscenze specifiche che possono aumentare la loro possibilità di trovare un lavoro. "Questo approccio innovativo potrebbe essere replicato per consentire alla pubblica amministrazione di adempiere meglio alla missione rieducativa del proprio sistema penitenziario", ha commentato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Anche il ministro ha voluto ricordare che l'inclusione lavorativa degli ex-detenuti ridurrebbe i costi per la pubblica amministrazione: "Lavorare insieme a partner qualificati come la Banca Europea per gli Investimenti è fondamentale per andare verso la riduzione del tasso di recidiva, che oggi ha raggiunto circa il 68 per cento, con un costo sociale di circa 130 milioni di euro all'anno".

L'auspicio del ministro Bonafede che "questa forma molto promettente di cooperazione tra pubblico e privato" possa portare a risultati tangibili in poco tempo è stata condivisa anche dal capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia: "Accolgo con favore questa partnership, la prima in Europa, e spero che porti allo sviluppo di un nuovo modello finanziario e organizzativo con il coinvolgimento del capitale privato e di fondi europei per affrontare obiettivi sociali". In caso di successo, "avremo a disposizione un modello replicabile anche ad altre regioni italiane già nel 2021", ha concluso Petralia.

 
Busto Arsizio. Morte in carcere, autopsia sul detenuto PDF Stampa
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di Sarah Crespi


La Prealpina, 28 novembre 2020

 

Il pm: va appurato se fosse positivo. La madre: "Voleva denunciare l'area sanitaria". Vuole vederci chiaro il pubblico ministero Stefania Brusa sulla morte di Fabio Citterio, detenuto del carcere di Busto trovato senza vita martedì mattina.

Lunedì verrà eseguita l'autopsia, unico accertamento che possa sciogliere il dubbio che desta perplessità: è stato il Covid-19 a stroncare il cinquantatreenne nel giro di pochissime ore dall'insorgenza della febbre oppure il decesso è stata la conseguenza delle plurime patologie di cui soffriva e per le quali da tempo chiedeva di essere collocato in una cella singola? Il tampone eseguito lunedì pomeriggio aveva dato esito negativo. Ma in ospedale, dove i medici non hanno potuto fare altro che constatare l'arresto cardiocircolatorio, il test molecolare eseguito sul cadavere è risultato positivo.

La madre di Fabio - che stava scontando trent'anni per concorso in un omicidio commesso dalla cugina nel Comasco - è una donna ancora sotto shock. "Non me l'hanno nemmeno fatto vedere", sospira ben consapevole comunque che le norme anti virus prevalgano su qualsiasi altra esigenza. Ma ha un tarlo che scava sempre più a fondo, man mano che le ore passano. "Fabio voleva denunciare l'area medica della casa circondariale. Aveva già appuntamento con l'avvocato che lo stava seguendo - Alessandro Fumagalli - per consegnargli la cartella clinica e le richieste inascoltate. Date le sue condizioni di salute aveva più volte domandato di non condividere la cella con altri detenuti, per la sua e l'altrui tutela. Lo hanno messo in isolamento solo lunedì, nemmeno ventiquattro ore prima che morisse. Era troppo tardi".

Citterio aveva serie difficoltà cardiache, una patologia cronica ed escrescenze cutanee che si riproducevano. I tumori benigni erano stati rimossi in ospedale, nell'arco della giornata era stato operato e riportato in carcere. L'indomani mattina dovettero però riaffidarlo ai medici per drenargli il liquido che si era formato.

"Era fragile, ultimamente mi ripeteva spesso, al telefono, di avere molta paura. Sabato scorso mi disse che lui e altri diciannove detenuti risultati negativi al Covid erano stati spostati in infermeria, mi raccontò dello sciopero della fame al quale non poteva aderire per motivi di salute. Domenica l'ho sentito per l'ultima volta. Sperava di ottenere i permessi per uscire, io attendevo solo questo. Ma Fabio a casa non tornerà mai più".

 
Milano. Coronavirus, 30 detenuti ospitati in appartamenti della Caritas Ambrosiana PDF Stampa
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La Repubblica, 28 novembre 2020


"Così riduciamo i contagi in cella". Progetto partito a marzo, coinvolge detenuti di diversi istituti di pena lombardi che restano sottoposti a tutte le restrizioni di legge. Gualzetti: "Ma preoccupa la condizione di vita nelle carceri".

Una misura per alleggerire le celle delle carceri, dove il sovraffollamento strutturale è incompatibile con la gestione della pandemia, entrata anche lì con contagiati tra detenuti e personale. Per questo da marzo Caritas Ambrosiana ha messo a disposizione appartamenti dove 30 detenuti di San Vittore, Opera, Bollate, Lecco, Varese, Busto Arsizio stanno scontando gli ultimi mesi di pena. Le persone scelte sono state indicate dal magistrato di Sorveglianza tra coloro che sarebbero stati esclusi da questi benefici perché sprovvisti di una propria abitazione.

Negli alloggi individuati dalla Caritas grazie alla collaborazione della Diocesi di Milano, (tre appartamenti a Milano, uno a Varese e l'ex casa del clero Villa Aldé a Lecco) gli ospiti sono sottoposti alle misure di tutela previste dall'Uepe (l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna): continuano dunque a essere soggetti a restrizioni della loro libertà personale e ai controlli di polizia.

"Le persone che abbiamo accolto sono molto grate dell'opportunità che hanno avuto e stanno vivendo questo periodo difficile con una maggiore serenità di quella che avrebbero avuto stando in cella, pur rimanendo a tutti gli effetti dei detenuti. Ci dicono che proprio in questi mesi hanno avuto occasione di riflettere su quello che hanno fatto, segno evidente che questa è la strada che le istituzioni devono intraprendere se vogliono riabilitare le persone e non solo affrontare la cronica debolezza del nostro sistema penitenziario che la crisi sanitaria ha solo acuito", sottolinea il direttore della Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti, mentre in questi giorni si moltiplicano le iniziative per tentare di ridurre ulteriormente i reclusi nelle carceri il cui numero è tornato di nuovo sopra i livelli di guardia: dagli emendamenti al Decreto Ristori per favorire il ricorso agli arresti domiciliari alla liberazione anticipata speciale che alzerebbe da 45 a 75 giorni a semestre lo sconto di pena, già previsto dall'ordinamento, per i casi di buona condotta.

"Ben vengano tutte le iniziative che in questi giorni sono state avanzate tanto dalla politica quanto dalla società civile per affrontare il sovraffollamento delle carceri giunto oltre i limiti compatibili con la gestione della pandemia in corso. Occorre moltiplicare gli sforzi da parte delle istituzioni per assicurare che quelle misure, in parte già previste dal codice, possano essere applicate effettivamente anche a chi si trova in maggiore difficoltà. Noi siamo pronti a fare la nostra parte", sottolinea Gualzetti. Tuttavia, a preoccupare il direttore della Caritas Ambrosiana in questi giorni non è solo il numero eccessivo di detenuti, ma anche la qualità della vita di chi è recluso.

"Oggi per ragioni di tutela della salute, in Lombardia i volontari non possono più entrare nei penitenziari, con rarissime eccezioni. Comprendiamo queste preoccupazioni. Tuttavia, invitiamo con forza le autorità a trovare le modalità che consentano, anche in questo momento molto difficile, lo svolgimento dell'attività di risocializzazione, a cominciare dalla scuola, valutando la passibilità di offrire ai detenuti la didattica a distanza".

 
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