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Il morso di Bagarella pietra tombale sul regno di Corleone PDF Stampa
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di Attilio Bolzoni


La Repubblica, 18 gennaio 2020

 

L'aggressione del boss all'agente in cella rompe i codici sull'uso del corpo. Dai baci in bocca alle "taliate" mute, così comunicavano fedeltà e potere.

La mafia di Corleone l'avevamo dichiarata estinta il 17 novembre del 2017 con la morte di Totò Riina ma (anche se gli storici forse riporteranno quella data come epilogo della stirpe criminale più sanguinaria della Sicilia) la cronaca ci sta raccontando qualcos'altro di molto interessante. E cioè che la scomparsa antropologica di quella razza mafiosa si è consumata per davvero il 16 gennaio 2020, giorno in cui Leoluca Bagarella ha preso a morsi un agente di custodia.

Un "muzzicuni", che in siciliano vuole dire appunto morso, all'orecchio di un operatore della polizia penitenziaria che lo stava scortando dalla cella alla sala delle videoconferenze del carcere di Sassari, per presenziare al processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia.

È il gesto banale e finale, l'atto che rivela sino in fondo l'impietosa fine dei Corleonesi, l'impotenza che trasforma uno degli uomini più pericolosi d'Italia - ideatore delle stragi Falcone e Borsellino e di quella di Firenze, l'assassino del commissario Boris Giuliano e del colonnello Ninni Russo, l'esecutore materiale dei delitti contro il boss Giuseppe Di Cristina e dell'esattore Ignazio Salvo - in una sorta di Hannibal the Cannibal dei poveri che può sfogarsi ormai solo addentando qualcosa o qualcuno.

Cognato dello "zio Totò" che ne ha sposato la sorella Ninetta, incarcerato al 41 bis dal giugno del 1995, Leoluca Bagarella con quell'atto così poco mafiosamente "corretto" ha messo una pietra tombale sul regno di Corleone. Lui che faceva paura perfino a Bernardo Provenzano quando reggeva la Cosa Nostra dopo le bombe di Capaci e di via D'Amelio, che irrideva il vecchio padrino titubante sulla strategia del terrore portata avanti e gli diceva: "Allora, se non ci vuoi seguire appenditi un cartello al collo con su scritto "Io, Provenzano, non sono d'accordo con le stragi".

Provenzano non replicò intimidito. Lo Stato non ha perso e la mafia non ha vinto come scrivono i professori Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo che alla vicenda hanno dedicato una pregevole pubblicazione (per mafia indichiamo esclusivamente quella Corleonese) e in effetti il "gesto" del disperato Bagarella rappresenta il capolinea per quell'anomala generazione di boss. Gesti. La mafia che ha sempre parlato senza parlare, ne ha fatto largo uso. Del bacio per esempio.

Nelle borgate palermitane fra di loro si baciano ancora in bocca "ma senza lingua", antica consuetudine ai più ignota sino a quando è arrivata la storia nel 1987 del famoso bacio (molto presunto) fra il capoclan Balduccio Di Maggio e l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Lo raccontò lo stesso Balduccio ai procuratori ma i giudici non gli credettero. Un incontro a casa dei Salvo, una specie di trattativa misteriosa che non si capì mai sin quando non ci venne in soccorso con la sua intelligenza lo straordinario attore Ciccio Ingrassia. Con parole che sono oro: "Io non lo so se si siano mai incontrati Andreotti e Riina, ma sono sicuro di una cosa: se si sono incontrati si sono baciati".

Gesti. Anche più recenti, giugno 2017, Locride, San Luca. C'è il latitante Giuseppe Giorgi detto "La Capra", ricercato dal '94 arrestato dai carabinieri a casa sua. Lo trascinano fuori e un uomo - legato a lui con il "San Giovanni", che significa una parentela acquisita - si precipita verso l'ammanettato per inchinarsi e baciargli la mano.

A nome di tutta la famiglia. Anche "mezza parola" a volte è troppo. Basta la "taliata", la guardata. Come quella dei detenuti del maxi processo riservata al grande pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, quando per la prima volta entra nell'aula bunker dell'Ucciardone come testimone. Nessuna invettiva, nessun "gran cornuto" gridato dalle gabbie, solo silenzio.

Un po' paura e un po' rispetto. La mafia è fatta anche così, di queste cose che si mischiano. E poi i patti e i ricatti. Le mani che s'intrecciano e poi si confondono. Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano negli anni 70 e negli anni 80 che sono una sola persona, la politica e il sangue, il profumo e la merda, le sale damascate e le borgate, la legge e l'impunità.

Mani sudate e volti invisibili. C'è tutta una letteratura che va da fine '800 ai nostri giorni. Dove tutto è indistinto, il bene e il male, i buoni e i cattivi. Ecco perché quel "muzzicuni", quel morso, segna la fine di un'epoca. È l'afflizione, l'angoscia di chi non ha più speranza. Leoluca Bagarella, la tua storia finisce qui.

 
Ivrea (To). Caso di legionella nel carcere, grave detenuto PDF Stampa
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torinoggi.it, 18 gennaio 2020


L'uomo è stato ricoverato in ospedale, nel reparto di rianimazione: le condizioni sono gravi. Un caso di legionella riscontrato nel carcere di Ivrea preoccupa e non poco detenuti e lavoratori presso la casa circondariale. Un 50enne detenuto è stato ricoverato d'urgenza nel reparto di rianimazione dell'ospedale cittadino a seguito di un'infezione da legionella. L'uomo è in condizioni gravi.

Stando a una prima verifica, si tratterebbe di un uomo probabilmente già alle prese con alcuni problemi di salute, che lo hanno predisposto alla malattia. Il servizio di igiene e sanità pubblica dell'Asl To4 sta effettuando alcuni accertamenti per risalire all'origine dell'infezione, che non si trasmette da persona a persona ma, per via respiratoria, mediante inalazione e aspirazione. Intanto, in via precauzionale, sono in corso controlli sugli impianti dell'acqua e dell'aria della struttura circondariale.

"Si faccia luce al più presto sulle cause del caso di legionella nel carcere di Ivrea. Ne va anche della incolumità della salute dei nostri agenti di polizia penitenziaria". Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, commenta così il ricovero di un detenuto in ospedale per legionella. "La sicurezza dei luoghi di lavoro - aggiunge Beneduci - è una priorità dalla quale non si può prescindere, a tutela di tutti. Sia del personale di polizia penitenziaria e del personale del comparto funzioni centrali, sia della popolazione detenuta".

 
Firenze. Lavori di pubblica utilità per i detenuti PDF Stampa
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quinewsfirenze.it, 18 gennaio 2020

 

Firmato un accordo tra Città Metropolitana, Tribunale e Procura per consentire l'accesso alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari. Lavori di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria ma solo a precise condizioni previste da una convenzione sottoscritta questa mattina tra la Città Metropolitana e Comune, Tribunale, Procura della Repubblica, Uiepe, Ordine degli Avvocati, Camera Penale e Fondazione Solidarietà Caritas.

La convenzione "per la messa alla prova presso l'autorità giudiziaria" di durata triennale è stata siglata stamani in Palazzo Medici Riccardi dal sindaco Dario Nardella e il presidente del Tribunale Marilena Rizzo, insieme ai rappresentanti degli altri soggetti firmatari: Luca Tescaroli, Sostituto Procuratore della Repubblica; Salvatore Nasca, dirigente l'Uiepe-Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Firenze; Andrea Simoncini, costituzionalista e coordinatore del Piano strategico della Città Metropolitana; Lapo Gramigni, su delega del Presidente dell'Ordine degli Avvocati; Luca Bisori, Presidente della Camera Penale; Vincenzo Lucchetti, Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus-Firenze.

"Facciamo un ulteriore significativo passo avanti - ha detto Dario Nardella - nella promozione di azioni volte all'educazione alla legalità. È un obiettivo strategico, di grande civiltà, che abbiamo inteso sottolineare già nel Patto per giustizia firmato nel 2017 con il Tribunale, l'Università, la Camera di Commercio di Firenze e la Fondazione Cassa di Risparmio. È possibile e doveroso reintegrare nella vita comune persone che hanno sbagliato, attraverso percorsi educativi che portano in sé la dignità del lavoro e il segno di un servizio portato alla collettività".

"L'obiettivo della presente convenzione - ha detto Marilena Rizzo - è costituito dalla creazione di un partenariato per garantire una giustizia penale che eviti i danni della carcerazione, prevenga la recidiva e nel contempo ripari la collettività del danno ricevuto dalla commissione del reato con una prestazione lavorativa gratuita volta a velocizzare e favorire la realizzazione del processo penale telematico e quindi a rendere un servizio alla collettività e alla Giustizia".

Sulla base delle Regole europee e del Codice di procedura penale, il giudice, sentito l'imputato e il pubblico ministero, può applicare la sospensione del procedimento con messa alla prova, subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, che consiste nella prestazione di un'attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso Enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.

Nell'ambito della convenzione l'indagato - imputato sottoposto alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari verrà individuato sulla base di specifiche condizioni: l'assenza di precedenti penali e di altri procedimenti iscritti a carico dell'indagato/imputato; l'assenza di misure cautelari o di sicurezza in atto; la buona conoscenza della lingua italiana se il titolo di studio è stato rilasciato all'estero; l'assenza di condizioni di marginalità estrema qualora siano preclusive per il rispetto degli orari, per esigenze di spostamento o per altri motivi che possano pregiudicare le sue stesse aspettative; l'assenza di forme di dipendenza da sostanze.

Il lavoro di pubblica utilità reso presso gli uffici giudiziari non riguarderà in nessun caso i compiti istituzionali dell'autorità giudiziaria, ma avrà ad oggetto principalmente l'attività di digitalizzazione dei procedimenti penali, contribuendo così ad una più celere realizzazione del processo penale telematico. L'obiettivo è quello di rafforzare nelle persone accusate di condotte illecite sentimenti di legalità e accentuare la percezione da parte della cittadinanza dell'impegno dell'autorità giudiziaria verso una giustizia prossima ed efficace.

Quali sono i compiti di ciascun soggetto sottoscrittore della Convenzione? Il Tribunale e la Procura presso il Tribunale assumono l'impegno di accogliere parte degli indagati-imputati presi in carico dal Comune di Firenze e dalla Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Il Tribunale e la Procura si impegnano altresì a favorire un percorso educativo e formativo di questi soggetti, che preveda contatti con la magistratura, con le forze dell'ordine, con strutture di tipo detentivo o riabilitativo, con esperti nelle materie psicologiche nonché con le vittime che manifestino disponibilità all'incontro.

L'Ordine degli Avvocati di Firenze e la Camera penale di Firenze si impegnano a far conoscere ai propri iscritti e associati la presente Convenzione e lo spirito che la anima in modo che il singolo avvocato qualora condivida con il cliente la richiesta di sospensione del processo con messa alla prova compia una prima valutazione sull'opportunità di un lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria e, in caso positivo, la inserisca nella richiesta di programma all'Uiepe (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. L'Uiepe di Firenze, attraverso le sue articolazioni locali, si impegna, all'atto della richiesta di programma di messa alla prova da parte dell'indagato/imputato, a valutare l'opportunità della effettuazione del lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria.

La Città metropolitana di Firenze si impegna a promuovere l'istituto della messa alla prova presso i Comuni del suo territorio, il Comune di Firenze e la Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze si dichiarano disponibili a inserire presso il Tribunale e la Procura della Repubblica di Firenze nei limiti quantitativi da essi indicati imputati/indagati da loro presi in carico per la messa alla prova.

L'attività non retribuita in favore della collettività sarà svolta secondo le modalità indicate nell'ordinanza di sospensione del processo con messa alla prova nella quale il giudice indica il tipo e la durata del lavoro di pubblica utilità. Mentre è fatto divieto di corrispondere alle persone ammesse ai lavori di pubblica utilità una retribuzione, in qualsiasi forma, per l'attività svolta, è invece obbligatoria ed è a carico del Comune di Firenze e della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze l'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali nonché riguardo alla responsabilità civile verso i terzi.

 
Parma. In arrivo 200 detenuti, ma il carcere sta già scoppiando PDF Stampa
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di Antonio Bertoncini


Gazzetta di Parma, 18 gennaio 2020

 

Incontro in Comune sulla casa circondariale. Evidenziati problemi e carenze di organico. L'orizzonte non è sereno per il carcere di Parma. Così proprio non va. È una grande macchina fatta di celle che non ha spazi per le attività che si potrebbero svolgere e che fa fatica persino a gestire i soldi messi a disposizione da Fondazione, mondo imprenditoriale e dallo stesso Comune. "E l'imminente arrivo di altri 200 detenuti farà esplodere i problemi che già ci sono".

A parlare così è Roberto Cavalieri, garante dei detenuti nominato dal Comune, che ha preso parte ad un incontro delle commissioni consiliari in Municipio, convocato dal presidente Alessandro Tassi Carboni, con lo scopo di dimostrare che la città non si scorda di quella città nella città che è il carcere di via Burla.

All'incontro, al quale erano presenti anche i due direttori delle Aziende sanitarie, sono intervenuti anche i rappresentanti sindacali. Donato Colelli (Cgil), Gaetano Catalano (Sappe) e il rappresentante della UIL hanno ribadito la loro preoccupazione per l'arrivo dei nuovi detenuti a fronte di una drammatica situazione del personale: oltre al direttore stabile, mancano il 90% dei sottufficiali, c'è un solo commissario su 4 previsti, le figure educative sono la metà di quelle che servono e c'è la cronica carenza di agenti. Inoltre già ora ci sono problematiche di sovraffollamento e gestionali, a cui si aggiungono la carenza dei posti in ospedale (5 per 600 detenuti), dei collegamenti dei bus e dei parcheggi.

I consiglieri intervenuti (Marco Maria Freddi, Roberta Roberti, Christian Salzano, Lorenzo Lavagetto e Daria Jacopozzi) e l'onorevole Laura Cavandoli, hanno espresso preoccupazione. In particolare la Jacopozzi ha proposto un tavolo di lavoro permanente con istituzioni, imprese e associazionismo. L'assessore Laura Rossi, lamentando le difficoltà di relazionarsi con la gestione del carcere, ha ricordato che il Comune ha stanziato 212.000 euro per tirocini lavorativi, sportello, mediazione culturale e attività teatrali. Ma - ha concluso la Rossi - bisognerebbe poter fare molto di più.

 
Chieti. Protocollo per "esperimenti" sui detenuti, è polemica PDF Stampa
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chietitoday.it, 18 gennaio 2020


Il Garante firma un protocollo con la d'Annunzio e la Casa circondariale per valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo. Maurizio Acerbo (Rc): "Grazie a destra e M5S ci ritroviamo un imitatore di Lombroso".

Fa discutere il protocollo d'intesa firmato dal garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi con l'università d'Annunzio e la casa circondariale di Chieti per promuovere una ricerca che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti a un determinato stimolo.

Ieri, venerdì 17 gennaio, la sottoscrizione di Cifaldi con il rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della casa circondariale di Madonna del Freddo Franco Pettinelli del progetto che verrà svolto attraverso la collaborazione del Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona dello stesso Cifaldi, del Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologichee del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche.

"La ricerca - ha spiegato Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo. Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive".

Il test sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; infine verrà testato col protocollo posturale del professor D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera. "Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio" conclude Cifaldi.

Un progetto che non convince tutti: tra i 'delusi' c'è il segretario nazionale di Rifondazione Maurizio Acerbo, promotore e autore della legge che nel 2011 istituì in Abruzzo la figura del garante dei detenuti: "Siamo di fronte a un novello Lombroso - dice riferendosi a Cifaldi - che insieme ad altri colleghi farà i suoi esperimenti sui detenuti.

Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo che dovrebbe avere il Garante che non è certo quello di retribuire un professore già stipendiato dall'Università per emulare Cesare Lombroso. Tra i compiti che la legge affida al garante - ricorda Acerbo - non c'è quello di trasformarli in cavie! Ho lottato per anni affinché si istituisse il garante affinché qualcuno si occupasse degli ultimi. Con il massimo rispetto per il professor Cifaldi mi sembra che sia in una situazione evidente di conflitto di interessi. Si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione".

 
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