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Taranto. Carcere, assistenza sanitaria al collasso PDF Stampa
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tarantobuonasera.it, 17 febbraio 2020


Franzoso: Regione e Asl intervengano. Il Consigliere regionale Francesca Franzoso al carcere di Bari con i Radicali. Sovraffollamento, carenza di agenti, assistenza sanitaria inadeguata. È il bilancio del sopralluogo nel carcere di Bari che Francesca Franzoso, consigliere regionale, ha effettuato ieri mattina insieme a Massimiliano Iervolino, segretario dei Radicali Italiani e Annarita Di Giorgio, di Associazione Pannella.

Il penitenziario, "Rucci" ha una capienza massima di 299 persone ma, ad oggi, ospita 435 detenuti. Di questi 150 hanno disagi psichiatrici. La struttura, del 1920, dispone anche di un carcere sanitario da 24 posti letto, con strumentazione e personale insufficiente. "Ed è proprio la sanità, di competenza regionale, sostiene Franzoso, una delle principali note dolenti.

Nessuna delle strumentazioni medico-sanitarie previste con lo stanziamento di 300 mila euro, appostati nella finanziaria 2019 con un mio emendamento è mai entrata nella struttura. Non solo. La Asl Bari non ha attivato un sistema unico di prenotazione, così un detenuto, per effettuare più esami diagnostici, deve essere trasferito in giorni diversi presso la struttura ospedaliera con notevole disagio per il personale penitenziario già ridotto al minimo.

Il piano di riordino della rete ospedaliera di Emiliano prevede per questi detenuti l'attivazione presso l'Ospedale San Paolo di un reparto di medicina protetta da 16 posti letto, che ad oggi è solo sulla carta. Una situazione esplosiva, tenuta sotto controllo solo grazie alla professionalità e agli sforzi della direttrice del Carcere, Valeria Pirè.

Le istituzioni, invece, Regione Puglia in primis, sono assenti. Invito Emiliano e Asl Bari ad attivarsi quanto prima per sanare una situazione di insopportabile emarginazione dei detenuti e restituire dignità alla vita carceraria. I diritti fondamentali non si cancellano neppure dietro le sbarre, e questo il Governatore della Puglia, che dice di aver giurato trevolte sulla Costituzione, dovrebbe saperlo".

 
Reggio Emilia. Un sit-in contro il carcere al collasso PDF Stampa
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di Ambra Prati


Gazzetta di Reggio, 17 febbraio 2020

 

Una mattinata di sciopero con presidio, trasversale e indetto in modo unitario dalla quasi interezza delle sigle sindacali della Polizia penitenziaria (manca solo il Sappe), per attirare l'attenzione sulla situazione della casa circondariale. Lo stato di agitazione, fissato per mercoledì 26 febbraio - quando dalle 9 alle 12 si svolgerà un sit-in nel piazzale antistante l'ingresso della Pulce in via Settembrini - è stato proclamato da Cgil-Fp, Fns-Cisl, Uil-Pa, Osapp, Sinappe, Cnpp, vale a dire i tre sindacati confederali più quelli autonomi, per la prima volta uniti in una protesta che vuole essere costruttiva.

"Il giudizio è positivo perché da anni non si vedevano unificate le sigle sindacali: segno che i problemi sono consistenti e sentiti - dice l'ispettore Giovanni Trisolini della Cgil - Negli ultimi tempi si è parlato del carcere per episodi di cronaca (incendi e aggressioni al personale): bisognerebbe invece evidenziare più in generale un sistema penitenziario al collasso. Il presidio vuole approfondire le motivazioni di questo forte disagio e magari indicare soluzioni rapide, tenendo presente che trattandosi di un'amministrazione statale non è facile avere un dialogo diretto".

I problemi della casa circondariale sono noti. Sul fronte del sovraffollamento, si registra l'alto numero di detenuti pericolosi e difficilmente gestibili (oggi concentrati a Reggio e Piacenza), la variegata tipologia (ben 12 le sezioni), l'altissima percentuale di reclusi extracomunitari (quasi il 60%) che non partecipano ai progetti. La presenza di due sezioni di Tsm (trattamento salute mentale) con reclusi affetti da malattie psichiatriche è un altro aspetto critico, poiché i detenuti che durante l'espiazione della pena si ammalano di mente confluiscono a Reggio e vi resteranno anche dopo l'apertura della Rems.

Altra nota dolente la carenza di personale: di polizia penitenziaria (gli agenti dovrebbero essere 250 invece sono 195) ma anche di educatori (sulla carta 8 ma ce ne sono 3) e di assistenti sociali. A ciò va aggiunta la penuria di personale dell'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe), che potrebbe decongestionare il sovraffollamento con percorsi alternativi, così come quella degli uffici di sorveglianza. Se si considera che i continui tagli alla pubblica amministrazione hanno determinato uno stop nella manutenzione ordinaria, il quadro è completo.

Per l'ispettore Trisolini "manca una politica penitenziaria ormai da decenni e gli interventi sono rimasti sporadici". Che fare, dunque? "Il miglioramento è possibile. A breve termine si può ridurre il numero di detenuti pericolosi e ridistribuirli tra gli istituti della Regione; diminuire il numero complessivo dei detenuti e delle tipologie; integrare l'organico del personale, non solo di polizia penitenziaria, tenendo presente le lungaggini dell'operazione di finanziare e bandire concorsi". Il sindacalista della Cgil mette poi l'accento su un altro nodo.

"La perenne emergenza rischia di inficiare i progetti, la formazione, le iniziative culturali finalizzate al reinserimento sociale: tutte risorse positive a Reggio storicamente presenti. Questo è fondamentale ai fini della sicurezza pubblica perché è dimostrato che il detenuto che fa un percorso di reinserimento di qualità è una persona che non commette più reati".

 
Milano. Impariamo da un detenuto a dare senso al tempo che passa PDF Stampa
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di Maure Leonardi


mauroleonardi.it, 17 febbraio 2020

 

A 27 anni Daniel si è laureato in Scienze della formazione all'Università Cattolica di Milano. Questa è già una bella notizia e, coi tempi che corrono, è bello assistere ad una bella notizia qualsiasi e la laurea è più di una bella notizia qualsiasi: riguarda non solo una persona ma una famiglia, tanti amici e tante famiglie.

Nel caso di Daniel la notizia diventa commovente perché chi raggiunge la laurea non è un giovanotto qualsiasi ma un ex detenuto e alla cerimonia non sono presenti solo amici e parenti come da copione ma anche il pubblico ministero che aveva chiesto il processo e la condanna del ragazzo. Le statistiche dicono che nel 68% dei casi i detenuti tornano a delinquere ("vanno in recidiva") ma se sono affidati a misure alternative il tasso scende al 19% e, se addirittura il delinquente trova lavoro, si arriva al 2% o 3%. Nel caso di Daniel l'obiettivo è raggiunto attraverso la comunità di recupero Kayròs di don Claudio Burgio. E così, l'ex detenuto che ha commesso tanti errori durante la sua adolescenza ora diventa un educatore che vuole aiutare tanti giovani a non commettere gli stessi errori.

La cosa più difficile per chi sta in carcere è trasformare quel periodo - che può anche essere molto lungo - non in una parentesi della propria vita ma in un pezzo di vita vera. Gli anni passati in carcere devono diventare non anni nei quali è come se non avessi vissuto - o anni in cui ho vissuto al peggio - ma tessere di un mosaico che è quello della mia vita.

Daniel, con l'aiuto di chi gli è stato vicino, anche del pm che lo ha messo in carcere, c'è riuscito. Lavoriamo perché ci riescano tanti altri. Prima di tutto quelli di noi che sono liberi e che proprio per questo hanno il compito urgente di non passare la vita in un'enorme parentesi, in una grande sala d'attesa aspettando chissà un treno che, così facendo, non passerà mai

 
"Doppia pena. Il carcere delle donne" di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli PDF Stampa
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recensione di Irma Loredana Galgano


articolo21.org, 17 febbraio 2020

 

Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi. Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere "femminile". Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della "cattiva madre".

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell'orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.

La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell'accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Ronconi, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società. Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell'ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l'ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.

Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l'accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all'intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l'operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.

I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l'applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l'istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.

Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.

L'incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali. Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l'affettività e l'esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l'autunno 2018 e l'estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?

 
Lo stile di "ZeroZeroZero", un trattato di economia criminale PDF Stampa
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di Aldo Grasso


Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

 

Basata sul romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, la serie vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina. Dopo il successo di "Gomorra" o di "Narcos", che hanno scavato sempre più a fondo e senza remore nelle viscere delle organizzazioni criminali, il rischio di scadere nel "già visto" era altissimo. "ZeroZeroZero", la nuova serie prodotta da Sky con Amazon Studios e Canal+, sfugge alla trappola, deviando parzialmente dal solco tracciato.

Basata sul libro di Roberto Saviano, "Zero ZeroZero" vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina: dalla preparazione alla sua immissione sui mercati illegali di tutto il mondo. È un percorso che mette l'accento sulle economie occulte che governano le leggi della criminalità. Ma è anche una storia di famiglie, di stili mafiosi differenti, di contesti locali dove tradizioni ancestrali e operazioni finanziarie si tengono in un filo che lega tutto.

Emblematica, in questo senso, la differenza profonda tra il vecchio boss della 'ndrangheta Don Minu che vive in un bunker e addestra il nipote ("non c'è nessuna pietà nella delusione"), le squadre della morte messicane e gli insospettabili uomini d'affari americani. Nulla come la criminalità tiene insieme globale e locale, sembra dirci la serie. Diretta da Stefano Sollima e scritta, tra gli altri, con Leonardo Fasoli e Stefano Bises, la fiction alterna scene d'azione tipiche del crime americano con il gusto nazionale dell'indugiare sui personaggi, alla ricerca delle radici del male e di un'umanità tormentata. "ZeroZeroZero" vuole essere tante cose, ma soprattutto un trattato di economia criminale, che mette in scena la legge della domanda e dell'offerta; le famiglie vengono presentate rispetto ai loro ruoli nella filiera e nella catena del valore (i "compratori", i "venditori", gli "intermediari"). Le musiche dei Mogway e una fotografia curata fanno risaltare un cast internazionale nel quale spiccano Gabriel Byrne e Giuseppe De Domenico, nei panni del rampante 'ndranghetista Stefano La Piana.

 
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