Giovedì 14 Novembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

"Spazza-corrotti", adire la Consulta non salva dal carcere PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019

 

Non si può aggirare la legge "spazza-corrotti" e stabilire la scarcerazione di chi è stato condannato per reati contro la Pa. Non quando la Corte costituzionale ancora deve pronunciarsi. La Cassazione, con la sentenza n. 45319, depositata lo scorso 7 novembre, ha stabilito che non può essere disposta la sospensione della pena detentiva inflitta per peculato in attesa del giudizio della Consulta.

I fatti: il tribunale di Brindisi ha condannato nel marzo del 2015 un uomo a 2 anni e 8 mesi per diversi episodi di peculato, consumato e tentato; nell'aprile di quest'anno il Pubblico ministero ha emesso l'ordine di carcerazione senza procedere alla sospensione prevista dal Codice di procedura penale. Dal 2019 è infatti in vigore la legge n. 3, che esclude la gran parte dei reati contro la Pa, compreso il peculato, dal beneficio della sospensione della pena.

In sede di incidente di esecuzione, la difesa ha chiesto la dichiarazione di temporanea inefficacia dell'ordine di carcerazione e che venisse sollevata questione di legittimità costituzionale della legge "spazza-corrotti" nella parte in cui restringe l'area dei beneficiari della sospensione. Punto, quest'ultimo, accolto dal Tribunale che ha investito la Corte costituzionale della decisione, ma semaforo rosso invece davanti alla domanda di scarcerazione in attesa del verdetto della Consulta, perché altrimenti si permetterebbe al giudice di anticipare gli effetti della pronuncia di costituzionalità.

La difesa ha fatto ricorso alla Cassazione, sottolineando, tra l'altro, che, la pena sarebbe stata quasi interamente scontata prima del giudizio della Consulta. La Cassazione ha però considerato infondata l'impugnazione, sostenendo l'impossibilità di individuare nell'ordinamento una soluzione che possa permettere di anticipare gli effetti di una dichiarazione di incostituzionalità. La tutela cautelare infatti sul punto appare problematica e impervia l'applicazione in via analogica dell'articolo 670 del Codice di procedura penale sulle questioni che riguardano il titolo esecutivo, dopo che il giudice ha sollevato la questione di costituzionalità.

"Anche in tale ipotesi - osserva la Consulta -, infatti, il menzionato principio del sindacato accentrato di costituzionalità non consente al giudice a quo, che abbia investito la Consulta della relativa questione, per questa via spogliandosi della potestà decisoria, di riappropriarsene sia pure a fini soltanto cautelari".

Come pure, chiude il cerchio la Corte di legittimità, non è possibile un'applicazione analogica dell'articolo 666, comma 7, del Codice di procedura penale che permette al giudice di decidere la sospensione in caso di presentazione di ricorso. L'analogia infatti, spiega la sentenza, costituisce un procedimento interpretativo attraverso il quale una norma estende il suo ambito applicativo oltre i casi espressamente previsti, per andare a disciplinare situazioni estranee ma in rapporto alle quali si può individuare una corrispondenza delle ragioni giustificative. Tuttavia l'analogia non si applica alle misure che fanno eccezione a regole generali. Ed è proprio il caso dell'articolo 666, comma 7, che introduce la possibilità di sospensione in caso di ricorso come eccezione alla disciplina generale che non prevede lo stop.

 
Richiedente asilo coinvolto in una rissa non può essere punito con revoca vitto e alloggio PDF Stampa
Condividi

Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019


Cgue - Granze sezione - Sentenza 12 novembre 2019 causa C-233/18. Un richiedente protezione internazionale colpevole di una grave violazione delle regole del centro di accoglienza presso cui si trova o di un comportamento gravemente violento non può essere sanzionato con la revoca delle condizioni materiali di accoglienza relative all'alloggio, al vitto o al vestiario. Nella sentenza Haqbin (C-233/18), pronunciata il 12 novembre 2019, la Grande Sezione della Corte si è espressa per la prima volta sulla portata del diritto conferito dall'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33 agli Stati membri di stabilire le sanzioni applicabili quando un richiedente protezione internazionale si sia reso colpevole di una grave violazione delle regole del centro di accoglienza presso cui si trova o di un comportamento gravemente violento. La Corte ha giudicato che la disposizione in parola, letta alla luce dell'articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, non consente agli Stati membri di d'infliggere in siffatto caso una sanzione consistente nel revocare, seppur temporaneamente, le condizioni materiali di accoglienza del richiedente relative all'alloggio, al vitto o al vestiario.

Il caso esaminato - Un cittadino afghano è arrivato in Belgio come minore non accompagnato. Dopo aver presentato domanda di protezione internazionale, è stato ospitato in un centro di accoglienza. In detto centro è stato coinvolto in una rissa fra residenti di origini etniche diverse. A seguito di tali fatti, il direttore del centro di accoglienza ha deciso di escluderlo, per un periodo di 15 giorni, dall'assistenza materiale in un centro di accoglienza. Nel corso di detto periodo d'esclusione, il rifugiato, secondo le sue stesse dichiarazioni, ha trascorso le notti in un parco a Bruxelles e presso amici. In siffatte circostanze, il giudice del rinvio, adito di un appello del cittadino afgano avverso la pronuncia di primo grado che respingeva il suo ricorso contro la decisione di esclusione, ha sottoposto alla Corte questioni vertenti sulla possibilità per le autorità belghe di ridurre o revocare le condizioni materiali di accoglienza di un richiedente protezione internazionale nella situazione del cittadino afgano. Peraltro, in considerazione della particolare situazione di quest'ultimo, sorge la questione delle condizioni alle quali una sanzione del genere possa essere inflitta al minore non accompagnato.

La posizione della Cgue - La Corte ha innanzitutto precisato che le sanzioni di cui all'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33 possono, in linea di principio, riguardare le condizioni materiali di accoglienza. Sanzioni del genere devono nondimeno, conformemente all'articolo 20, paragrafo 5, della stessa direttiva, essere obiettive, imparziali, motivate e proporzionate alla particolare situazione del richiedente, e devono, in tutte le circostanze, salvaguardare un tenore di vita dignitoso.

Orbene, una revoca, seppur temporanea, del beneficio di tutte le condizioni materiali di accoglienza o delle condizioni materiali di accoglienza relative all'alloggio, al vitto o al vestiario sarebbe incompatibile con l'obbligo di garantire al richiedente un tenore di vita dignitoso. Una simile sanzione priverebbe infatti quest'ultimo della possibilità di far fronte ai suoi bisogni più elementari. Inoltre, violerebbe il requisito di proporzionalità.

La Corte ha aggiunto che gli Stati membri hanno l'obbligo di assicurare in modo permanente e senza interruzioni un tenore di vita dignitoso e che le autorità incaricate dell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale devono assicurare, in modo regolato e sotto la propria responsabilità, un accesso alle condizioni di accoglienza idoneo a garantire tale tenore di vita. Esse non possono quindi limitarsi, come intendevano fare le autorità competenti belghe, a fornire al richiedente escluso un elenco di centri privati per i senzatetto che avrebbero potuto accoglierlo.

Relativamente ad una sanzione consistente nel ridurre le condizioni materiali di accoglienza, come la revoca o la riduzione del sussidio per le spese giornaliere, la Corte ha precisato che spetta alle autorità competenti assicurare in ogni circostanza che una sanzione del genere sia, tenuto conto della situazione particolare del richiedente e di tutte le circostanze del caso di specie, conforme al principio di proporzionalità e non violi la dignità del richiedente di cui trattasi. A tale riguardo, essa ha ricordato che gli Stati membri possono, nei casi di cui all'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33, prevedere misure diverse da quelle vertenti sulle condizioni materiali di accoglienza, come la collocazione del richiedente in una parte separata del centro di accoglienza o il suo trasferimento in un altro centro di accoglienza. Le autorità competenti possono peraltro decidere il trattenimento del richiedente, nel rispetto delle condizioni enunciate dalla direttiva in parola.

Allorché il richiedente è un minore non accompagnato, e quindi una persona vulnerabile ai sensi della direttiva 2013/33, le autorità nazionali devono, nell'adottare sanzioni a titolo dell'articolo 20, paragrafo 4, della medesima, tenere maggiormente conto della situazione particolare del minore e del principio di proporzionalità. Dette sanzioni devono, in considerazione, segnatamente, dell'articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali, essere adottate tenendo conto con particolare riguardo dell'interesse superiore del minore. La direttiva 2013/33 non osta peraltro a che le autorità menzionate decidano di affidare il minore interessato ai servizi o alle autorità giudiziarie preposte alla tutela dei minori.

 
Napoli. "Costruite subito il carcere di Nola, Poggioreale e Secondigliano sono trappole" PDF Stampa
Condividi

di Pasquale Carotenuto


ilfattovesuviano.it, 13 novembre 2019

 

"I frigoriferi, a Poggioreale, ci sono da luglio. Al carcere di Secondigliano abbiamo consegnato tutto quello che serve per allestire due stanze, proprio perché, da settembre, è nato il Polo universitario, in collaborazione con la Federico II".

Lo ha dichiarato Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania, durante la trasmissione "Barba e capelli" di radio Crc. "Abbiamo portato il materiale, attraverso i finanziamenti della Regione - ha proseguito Ciambriello. È un risalutato importantissimo. Ci sono più di 60 ragazzi che studiano. Poggioreale? 2.108 distretti. C'è stata una protesta legittima dei detenuti. Ci sono sempre 550 detenuti in più rispetto alla capienza ordinaria.

Voglio denunciare una cosa: il Governo di prima dormiva, quello di adesso non so come svegliarlo. Tre anni fa il ministro delle Infrastrutture ha dato 12 milioni al provveditorato regionale delle opere pubbliche. In tre anni questo provveditorato ha fatto solo due sopralluoghi per attuare le manutenzioni mai avvenute. Non condivido la costruzione di nuove carceri, ma meno persone dovrebbero andare in carcere. Costruissero questo nuovo carcere a Nola. Fate qualcosa, oppure volete che questa miccia prima o poi, scoppi?

Questa immagine sociale che chiunque varchi il portone di Poggioreale sia colpevole è sbagliata. I cellulari, nelle celle, sono oggetti non consentiti. Chi vuole che si parli dei cellulari? Coloro che non regolamentano. Non si mettono in condizioni i detenuti di essere in contatto con le loro famiglie". "Lancio un appello - ha concluso Ciambriello - chi deve scontare unicamente un anno in carcere, possiamo dargli una pena alternativa?".

 
Roma. "Mio figlio bipolare in cella. È malato, non ce la fa più" PDF Stampa
Condividi

di Marino Bisso


La Repubblica, 13 novembre 2019

 

Da sette mesi è dietro alle sbarre per un furto da 60 euro compiuto perché quando assume droghe diventa un'altra persona. Non si controlla più perché è affetto dal disturbo bipolare, una patologia psichiatrica che alterna fasi depressive a fasi maniacali di eccitazione.

I soggetti che ne soffrono sono spesso inconsapevoli. Da anni sua madre lotta perché venga ricoverato e curato in strutture adeguata i Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) e non lasciato in una cella.

Lei è Loretta Rossi Stuart, sorella dell'attore Kim: "Giacomo l'ho visto ieri, resiste ma non ce la fa più. Da mesi, mio figlio è costretto a stare dietro le sbarre a Rebibbia perché non ci sono posti in una Rems. Non possiamo più tollerare che sia ancora lì devono dialogare i vari servizi". I soggetti in questione sono il Serd (Servizi per le Dipendenze patologiche), il Cim (Centro igiene mentale) e Rebibbia. "Il magistrato che segue Giacomo è pronto a trovare una soluzione ma ancora la risposta non sta arrivando, io l'aspetto".

Non si da pace Loretta che ieri ha denunciato, per l'ennesima volta, il dramma che sta vivendo durante la presentazione del docu-film "Io combatto" dedicato proprio alla sua battaglia per il figlio Giacomo Seydou Sy, un ragazzo bipolare costretto a stare in carcere per mancanza di posti nelle Rems. La sua storia è stata racconta alla Fondazione Don Di Liegro, alla presenza di Gabriella Stramaccioni, Garante Detenuti del Comune, Giusy Gabriele, presidente di Psichiatria Democratica e dell'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato.

Al centro dell'incontro non solo la storia di Giacomo ma la necessità di potenziare le Rems e la vera attuazione della riforma che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari. "Giacomo è un ragazzo di 25 anni, con la passione del pugilato e del rap. Non è un criminale ma un ragazzo bipolare che appena tocca la droga va fuori di testa - spiega la madre, che da sette anni lotta per curarlo - Ho fatto il possibile come madre ma non sono riuscita a fare anche il padre. A mio figlio continuo a dire "combatti e sali sul podio della vita".

"Giacomo è sequestrato all'interno di un carcere, sta in un posto dove non dovrebbe stare - commenta il Garante, Gabriella Stramaccioni - Il magistrato da un anno ha prescritto l'inserimento in una Rems ma da gennaio a oggi i posti non si sono liberati. E così Giacomo si ritrova rinchiuso a Rebibbia. La permanenza in carcere è dannosa per lui. Il nostro è un grido per i tanti Giacomo che troviamo nelle carceri. Parliamo di numeri contenuti una media dì 40-50 persone nel Lazio che aspettano di essere curate in luoghi idonei".

L'assessore alla Sanità Alessio D'Amato spiega che c'è bisogno anche di strutture intermedie, più flessibili anche per reati minori. "Su questo tema c'è stata un'apertura a ragionare da parte della magistratura, va capito bene il profilo del paziente che può andare in queste strutture e soprattutto quali sono i profili di sicurezza che la magistratura ci richiede. La legge nazionale codifica la Rems ma non le strutture intermedie.

Penso che riusciremo a partire nei primi mesi del 2020". Sulla vicenda interviene anche Ignazio Marino, ex senatore già a capo della commissione che portò alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. "Quello che sta avvenendo a un ragazzo che si trova in carcere invece che in luogo idoneo alle cure, oggi, grazie alla nostra giurisprudenza e alla legge che abbiamo introdotto, è illegale. Non si può chiudere in carcere una persona che è stata riconosciuta come incapace di intendere e di volere, quella persona deve essere curata con la dignità che spetta a ogni essere umano".

 
Napoli. Da vittima a testimone. "Così in carcere converto i camorristi" PDF Stampa
Condividi

di Antonio Maria Mira


Avvenire, 13 novembre 2019

 

Giuseppe Miele aspetta ancora giustizia per la morte del fratello Pasquale, ucciso dalla camorra trenta anni fa. Ma non ha atteso per perdonare gli assassini del fratello. "Mi ha aiutato il mio cammino di fede", spiega in occasione dell'incontro con le scuole organizzato per ricordare quel drammatico giorno. E racconta come quel perdono lo porta anche in carcere, incontrando tanti detenuti di Secondigliano, camorristi compresi. "Lo faccio per mio fratello. Così Pasquale è ancora vivo, malgrado quel terribile giorno".

Era il 6 novembre 1999. Una notte di tempesta a Grumo Nevano, paesone a nord di Napoli. Pioggia, vento, tuoni. La famiglia Miele, piccoli imprenditori tessili, raccolta davanti al televisore, non si accorge di un rumore diverso. Ma più tardi vedono a terra i vetri rotti di una finestra. Pasquale si avvicina. Un secondo colpo risuona nella notte. E un pallettone partito da un fucile a canne mozze lo colpisce al collo. Per il giovane non c'è niente da fare. Muore dissanguato in pochi minuti. Ucciso per aver detto 'no' alle violente pretese del clan. Muore davanti ai genitori.

Aveva appena 27 anni, era fidanzato, il matrimonio già fissato per sette mesi dopo. Vittima innocente delle mafie, uno dei più di mille nomi che ogni 21 marzo vengono letti in tante piazze italiane in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno, promossa da Libera. Per il 75 per cento di loro non si è avuto verità e giustizia, come ha nuovamente denunciato don Luigi Ciotti, nell'incontro con le scuole. E lo è stato anche per Pasquale. Processualmente non sono stati identificati né gli esecutori né i mandanti. "Nessuno ci è venuto a dire cosa sia successo quella notte. Chi ha sparato. Chi lo ha mandato. Si sono incolpati l'un l'altro, e così i colpevoli non sono stati individuati. Nessuno. Così l'omicidio di mio fratello è stato messo in disparte, dimenticato". Ma Pasquale non può, non deve essere una "vittima di serie B". Così Giuseppe, fratello maggiore (allora aveva 29 anni), si è impegnato a tenere viva la memoria.

"Vado nelle scuole, incontro tanti giovani, per raccontare la storia di un giovane come loro". Organizza incontri, manifestazioni, corse podistiche, biciclettate, per non far dimenticare il nome del fratello. Sempre presente alle iniziative del coordinamento regionale di Libera memoria, che unisce tanti familiari delle vittime innocenti della camorra. E lo fa anche in carcere. Andando a parlare di perdono, "come ho fatto in tribunale, quando per la prima volta sono stato chiamato a testimoniare". Poi nel 1995, appena sette anni dopo la violenta morte del fratello più piccolo, inizia l'impegno tra i detenuti. "All'interno del cammino neocatecumenale, ho accettato l'invito del cappellano di Secondigliano a fare catechesi ai detenuti. Prima in infermeria, poi nei vari padiglioni, anche tra i camorristi".

All'inizio non è stato facile. "Facevamo la catechesi sul perdono ma non erano molto attenti. Allora il cappellano mi ha chiesto di raccontare la storia di mio fratello. Non si sentiva volare una mosca". I detenuti ascoltavano con attenzione quel giovane che ricordava la morte violenta del fratello ma che parlava di perdono. E quelle parole lasciavano il segno. Anche nei boss. "Alla fine un capo zona si fermò e mi disse: 'Speriamo che prima di uscire il Signore mi faccia capire cosa devo fare". Lui avrebbe voluto vendicarsi dell'uccisione di un familiare, ma il mio racconto del perdono, malgrado la morte di Pasquale, aveva messo in dubbio le sue certezze. "Vieni proprio qui da noi a parlare di perdono", mi disse".

Quegli incontri, quelle parole di Giuseppe, quel suo perdonare avevano rivoltato le vite dei camorristi. Ma Giuseppe sa di non essere solo. "Siamo in tanti familiari di vittime innocenti a impegnarci nelle carceri. Noi gettiamo solo il seme, poi è il Signore a fare il raccolto".

Non si sente un eroe, né un primo della classe. Come tanti familiari di vittime innocenti, non cerca le luci dei riflettori. Una vita semplice, modesta, la moglie sempre al suo fianco, cinque figli, uno porta il nome di Pasquale. Mi accolgono e raccontano una vita dura, non facile, con la camorra tornata a chiedere il pizzo anche venti anni dopo, non sazia di quella morte.

Ma anche questa volta hanno trovato una netta risposta di rifiuto, come allora. È quello che Giuseppe va a raccontare, perdono e giustizia. "Questo mi aiuta. Se non avessi fatto tutto questo non so cosa avrei fatto della mia vita. E tutto questo rende mio fratello ancora vivo. Ma almeno fatemi sapere chi lo ha ucciso. Penso sia un nostro diritto. L'ho già perdonato".

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it