Giovedì 18 Luglio 2019
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Carinola (Ce): spettacolo teatrale dei detenuti della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 18 luglio 2019

 

Previsto per le ore 15.00 del 19 luglio 2019. Dodici giurati, un giovane ragazzo accusato di parricidio, certezze e dubbi di colpevolezza sono gli ingredienti dello spettacolo teatrale che verrà portato in scena dai detenuti della Casa di Reclusione "G. B. Novelli" di Carinola, presso la sala teatro dell'istituto penitenziario, il 19 luglio 2019 alle ore 15:00.

Lo spettacolo "La parola ai giurati", tratto dall'omonimo film del 1957 è un'occasione per condividere il messaggio rieducativo, che cerca attraverso la forza del volontariato, di arricchire il tempo detentivo, attraverso l'arte, la creatività e messaggi positivi. Sono stati invitati alla rappresentazione il Vescovo di Sessa aurunca, i Magistrati del Tribunale di Sorveglianza dell'Ufficio di Santa Maria Capua Vetere, i Sindaci dei Comuni che condividono, con la Casa Reclusione di Carinola, progetti di reinserimento sociale dei detenuti. Presenzieranno anche i volontari che operano nell'istituto penitenziario ed i familiari dei detenuti protagonisti dello spettacolo teatrale.

I volontari che con il loro grande impegno hanno reso possibile la realizzazione di questo spettacolo sono Filippo Ianniello e Giovanni Maliziano, i quali, da alcuni mesi, conducono, a titolo gratuito, un laboratorio teatrale a favore della popolazione detenuta di Carinola.

Un tema, quello trattato dalla rappresentazione teatrale, sicuramente impegnativo, dai toni serrati, acuti, che lascia spazio ad importanti riflessioni, condivise e rievocate con impegno dai detenuti. Il reinserimento sociale ha più probabilità di riuscire se i detenuti hanno l'opportunità di incontrare durante il proprio percorso qualcuno che li rinforzi nella capacità di autodeterminazione, nella possibilità di non ricadere più, di avere accanto persone che collaborano con il carcere e contro gli effetti desocializzanti.

I Funzionari Giuridici Pedagogici

 
Barcellona P.G. (Me): "oltre il muro del pregiudizio", sfilata di moda nel carcere PDF Stampa
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24live.it, 18 luglio 2019

 

Parla l'organizzatrice Angela Gitto. "Ho coronato un mio sogno": così dichiara Angela Gitto, imprenditrice della moda, che con forza e determinazione ha organizzato un evento unico per il Centrosud, come la sfilata di moda all'interno della casa circondariale Madia di Barcellona.

Nel reparto femminile della struttura oggi pomeriggio dalle 19 sarà allestita una passerella su cui sfileranno 24 modelle per un giorno, tra cui alcune detenute che hanno accolto con entusiasmo la proposta dell'organizzazione, capace di ottenere tutte le autorizzazioni per un'iniziativa così unica nel suo genere.

Al fianco delle 9 detenute, ci saranno tante donne comuni, che sfideranno la passerella, con la presenza di un magistrato di sorveglianza e di rappresentanti della politica e delle istituzioni del territorio. Al fianco di Angela Gitto, titolare dei negozi di abbigliamento "Le Sorelle Inglesi" ed al club Soroptimist di Spadafora, ci saranno anche il Lions Club, l'associazione Frida Onlus, il circolo delle lucertole e l'edizione Smasher, che proporranno alcuni intermezzi con letture e interventi sulle donne.

"L'idea - racconta Angela Gitto - è nata da un evento organizzato nel negozio di via Dante. Era presente anche la responsabile del reparto femminile del carcere di Barcellona, che mi ha proposto quasi per scherzo questo progetto. Ho subito sposato l'iniziativa e l'ho fatta mia, forte anche della mia passione per la criminologia, messa da parte per quella ancor più forte verso la moda. Il gruppo di ragazze coinvolte si trova nel reparto psichiatrico del carcere e ciò ha reso ancora più titanica questa impresa.

Insieme alle Soroptimist di Spadafora abbiamo coinvolto donne della società civile e del mondo politico provenienti da tutta la provincia. Questo evento, che coinvolgerà una platea limitata di 100 persone, non sarà fine a stesso, ma rappresenta un punto di partenza per altre iniziative a sostegno delle donne detenute, che vivono una condizione di grave disagio".

 
Roma: Sant'Egidio, cocomerata a Regina Coeli perché "la solidarietà non va in vacanza" PDF Stampa
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agensir.it, 18 luglio 2019

 

"Noi non ci dimentichiamo di voi". Lo ha detto Alessandro, uno dei rappresentanti della Comunità di Sant'Egidio che oggi pomeriggio, insieme ad altri volontari, ha visitato i detenuti del Carcere Regina Coeli di Roma. L'incontro è avvenuto in uno degli spazi comuni del penitenziario capitolino, circa un centinaio i reclusi che alle 16 hanno lasciato le loro sezioni per spezzare la monotonia della giornata con un momento di condivisione e di incontro. L'iniziativa nasce in seguito a un più che ventennale servizio di Sant'Egidio all'interno di questa realtà: "Negli anni - racconta Fabio - abbiamo visto che l'esperienza iniziata nel carcere con i pranzi o le cene di Natale è stata contagiosa e in tanti, tra associazioni e parrocchie, hanno accolto questo servizio. Col tempo ci siamo accorti che l'estate è un momento critico in cui i reclusi sono più esposti alla solitudine, per questo abbiamo pensato ad un momento di solidarietà come la Cocomerata".

Ci troviamo nella Casa Circondariale principale di Roma, conosciuta per le condizioni di sovraffollamento, 1.020 detenuti per una capienza effettiva di circa 870 persone. La Comunità di Sant'Egidio, sostenuta dalla generosità del Centro Agroalimentare di Roma, è riuscita a raccogliere una tonnellata di cocomeri, suddivisi tra Rebibbia e Regina Coeli.

L'idea, in entrambi i penitenziari, è quella di raggiungere in più giornate tutti i detenuti, attraverso incontri di condivisone in cui il gioco a quiz tra squadre di reclusi diventa un momento di leggerezza e uno spazio di umanizzazione.

"Sono le armi semplici del gioco" prosegue Fabio, che nella sua esperienza di volontariato tra i detenuti, ricorda come questo sia proprio lo spirito cui tanto è affezionato Papa Francesco. "A mio avviso l'aspetto più prezioso del dono è che è circolare - dice Doriana del Centro Agroalimentare di Roma rivolta ai detenuti - non siamo noi che abbiamo regalato qualcosa a voi con questi cocomeri, la verità è che voi ci avete fatto il dono della vostra presenza e di questo momento".

 
La verità è delle donne PDF Stampa
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di Luigi Manconi

 

La Repubblica, 18 luglio 2019

 

La grandissima parte degli italiani ignora chi sia Elisa Signori Rocchelli, e continuerà tranquillamente a ignorarlo. E tuttavia la grandissima parte degli italiani deve un po' di riconoscenza alla professoressa Signori, docente di Storia contemporanea al l'Università di Pavia. Suo figlio Andrea, fotoreporter di guerra, ha trovato la morte a trent'anni nel distretto di Slov'jans'k in Ucraina.

Durante il conflitto del Donbass, nel maggio 2014, Rocchelli, il traduttore Adrei Mironov, l'inviato francese William Roguelon e un autista locale furono oggetto di un attacco mirato, a colpi di mortaio, da parte di un gruppo di miliziani della Guardia nazionale ucraina. Oltre a Rocchelli, morì Mironov, mentre Roguelon rimaneva gravemente ferito.

Il capo di quei miliziani, Vitaly Markiv, arrestato in Italia nel giugno del 2017, è stato condannato lo scorso 11 luglio a 24 anni di reclusione per concorso in omicidio. Così un atroce episodio, che sembrava destinato a finire negli archivi anonimi delle tante "guerre sporche", ha cominciato a rivelare la sua natura e il suo intento: cancellare le testimonianze e i testimoni delle stragi di civili che accompagnano quelle guerre.

Con la condanna di Markiv, quel progetto non è più un mistero: ed è probabile che, senza la determinazione e l'intelligenza di Elisa Signori, della figlia Lucia e della nuora Maria Chiara, questo non sarebbe accaduto. Fateci caso, in una ininterrotta sequenza di vicende tragiche, che tuttavia riescono a strappare interamente o parzialmente il velo che nasconde verità messe a tacere, compaiono sempre un volto e un nome femminili.

Per limitarci all'ultimo mezzo secolo di storia italiana e ai casi più noti, ricordiamo Rossella Simone, compagna di Giuliano Naria, assolto con formula piena dopo nove anni di carcere, le cosiddette "mamme del Leoncavallo", riunitesi in associazione dopo l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci e poi via via Daria Bonfietti, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di Ustica, e tanti altri nomi, ognuno dei quali richiama una storia rimasta insoluta o la cui soluzione fa emergere responsabilità istituzionali.

In altre parole a un certo numero di figure femminili di intenso impatto emotivo e simbolico corrispondono altrettante questioni di rilievo pubblico. Penso a Patrizia Moretti Aldrovandi, Lucia Uva, Ilaria e Rita Cucchi, Grazia Serra Mastrogiovanni, Claudia Budroni, Domenica Ferulli, Elena Guerra, Flora ed Emilia Bifolco, Maddalena Lorusso, Giuliana Rasman, Paola Regeni (e con lei Alessandra Ballerini, legale anche della famiglia Rocchelli).

Emerge qualcosa di importante, in genere trascurato. Si può dire che la rilevanza del legame di sangue, quello primario e connaturale, è determinante nel fare di queste madri, figlie, sorelle, il "fattore umano" decisivo in tante battaglie civili.

La particolare determinazione nel perseguire verità e giustizia ha la sua radice proprio nell'elemento simbiotico tra congiunti, nel tessuto di "carne e ossa" che rappresenta il vincolo più tenace e che sembra avere nell'identità femminile il suo nucleo essenziale. Intorno a quel nucleo si forma l'aggregazione familiare-parentale-amicale che diventa protagonista della mobilitazione nel nome della vittima. E qui si verifica qualcosa di profondo.

I familiari rinunciano all'insopprimibile bisogno di vivere ed elaborare il proprio lutto nell'intimità della sfera affettiva. Una parte di quel dolore viene affidato alla società perché diventi questione pubblica, tema di mobilitazione collettiva, materia di conflitto. Il lutto viene "esposto" cosicché la vittima (di un'ingiustizia, un abuso di Stato, una colpa istituzionale) diventi interesse pubblico.

Molti hanno creduto di vedere, in quelle figure femminili, l'incarnazione contemporanea dell'Antigone di Sofocle. La suggestione è forte, ma la comparazione è impropria: le donne citate non simboleggiano le ragioni del cuore in conflitto con la ragion di Stato. No. Qui e oggi le ragioni di quelle donne sono le stesse dello Stato di diritto e del sistema democratico, violate e negate dagli interessi particolari di corporazioni e apparati statuali.

Pur tra le mille differenze, così è stato per la tragedia di Ustica, come per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi sotto i colpi di quattro poliziotti (condannati in via definitiva). Queste vicende rimandano ancora a un'altra dimensione: quella filosofica, dove si pensano le grandi categorie che orientano la conoscenza umana.

In uno bel libro "L'uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo" (Quodlibet 2017) Eugenio Mazzarella, riprendendo Hegel, spiega come la legge del cuore sia in effetti la legge di tutti i cuori, abbia cioè una portata comunitaria e universale. E sottolinea come nell'eroina di Sofocle questa "legge di tutti i cuori" sia il diritto di resistenza in ultima istanza dell'umano in quanto umano alla sua negazione, da dove che venga: l'altro uomo, il popolo, lo Stato. In definitiva, al di là di ogni schematismo, c'è una "Antigone eterna" che ci parla ancora.

 
Migranti. Rimpatri volontari assistiti, storie di ritardi e di promesse mancate PDF Stampa
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Redattore Sociale, 18 luglio 2019

 

La storia di Dulo Embaló dice molto su chi decide di ritornare nel proprio Paese: 28 anni, partito con la speranza di raggiungere l'Italia, alla fine Dulo è tornato in Guinea Bissau ascoltando le promesse dell'Oim. Che però, dopo 2 anni, non ha ancora mantenuto l'impegno. La storia di Dulo Embaló dice molto su chi lascia il proprio paese africano e dopo vari, disperati, tentavi decide di ritornare. Ventotto anni d'età, partito con la speranza di raggiungere l'Italia, alla fine Dulo è tornato in Guinea Bissau ascoltando le promesse dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Che però, a distanza di due anni, non ha ancora mantenuto l'impegno.

Impossibile viaggiare "in regola". Il giovane decise di viaggiare con tutti i documenti necessari, ma questo sogno naufragò presto: dopo aver pagato tra carta d'identità, passaporto e "compensi" a funzionari vari un totale di 130 euro, si scontrò con la realtà: per ottenere il visto, rilasciato di rado, avrebbe dovuto pagare una mazzetta sui 1.500 euro. Una situazione strettamente legata alle regole dei paesi Ue, che hanno chiuso sempre più le maglie degli ingressi. E così Dulo si rassegnò a partire come tutti.

Il viaggio. La rotta seguita dal giovane, come da tutti quelli che partono dalla Guinea-Bissau, prevedeva il passaggio di Senegal, Mali, Burkina-Faso, Niger e Libia. Un viaggio che, nel suo caso, durò un mese. "Capita spesso che ti perquisiscano e ti rubino tutto, che siano i trafficanti o la polizia non importa", dice. Dulo ricorda bene il viaggio nel deserto, durato sei giorni. "Eravamo più di 30 persone stipate nel retro del pick up, durante il viaggio qualcuno è caduto, ma la macchina non si è fermata: sono rimasti lì, in mezzo al nulla, a morire".

Inferno Libia. Giunto in Libia, il giovane lavorò come fabbro per racimolare i soldi necessari a partire. Ma in tre occasioni fu fermato dalla guardia costiera libica. "Sono stato rinchiuso nei centri di detenzione: due volte sono riuscito a scappare, un'altra volta ho dovuto corrompere le guardie pagando perché mi facessero uscire. Poi, disperato, mi sono spostato in Algeria, ma anche lì mi hanno arrestato e trasferito in Niger".

Il rientro. Alla fine Dulo si rassegnò e accettò la proposta di rientro volontario assistito dell'Oim. "Il fatto che i ritorni volontari siano cresciuti non significa che i flussi migratori siano in aumento, tutt'altro. Questa tendenza è indicativa invece di una linea politica dei governi europei. Il messaggio che viene mandato è semplice: l'accoglienza è finita, è il momento di rimandare le persone a casa", dice Laura Amadori, responsabile Oim in Guinea-Bissau.

Le promesse dell'Oim. L'organizzazione dà circa 100 euro a chi decide di rientrare, oltre a supporto legale, assistenza medica e psicosociale. Poi dovrebbe cominciare il programma di reintegrazione, con aiuti per piccole attività imprenditoriale. "La fase di avviamento delle start-up dovrebbe partire entro due mesi dal rimpatrio, ma i ritardi si stanno accumulando", ammette Amadori. E così su 520 rientri assistiti da maggio 2017 a oggi, appena 135 hanno avviato uno di questi progetti. Mentre gli altri, tra cui Dulo, sono ancora in attesa.

 
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