Domenica 19 Maggio 2019
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Gli omofobi non si vergognano più del loro odio. E l'aumento delle violenze lo dimostra PDF Stampa
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di Simone Alliva

 

L'Espresso, 19 maggio 2019

 

Schiaffi, aggressioni, discriminazioni quotidiane. Fino alla tragedia di Umberto, ucciso con un pugno perché gay. A quattro mesi dalla nostra inchiesta "Caccia all'omo" gli episodi sono in continua crescita. E l'asticella si è alzata perché gli aggressori non hanno paura. Lo massacra sul pianerottolo di casa con un bastone a cui aveva conficcato tre chiodi arrugginiti. Colpi alla schiena, a una mano. Non si ferma finché la moglie accanto non lo implora. La vittima rimane a terra. È il vicino di casa. Non sopportava la vista di aver come dirimpettaio una persona transessuale. Prima gli insulti sui social, dal vivo e poi l'assalto. È successo 15 giorni fa a Varcaturo una frazione del comune di Giugliano in Campania. È l'omotransfoba che cresce, è un'onda che sommerge il paese. L'Italia della caccia all'omo, come raccontato da L'Espresso soltanto quattro mesi fa, non è cambiata. L'assalto alle persone Lgbt continua nel benestare di un governo che presenzia a eventi come "Il Congresso della Famiglie", dove gli omosessuali vengono paragonati a persone malate da curare. L'omofobia lievita, si passa dagli insulti ai calci, dalle offese alle aggressioni fisiche. Ma resta un reato "fantasma", commesso da chi trova la complicità della indifferenza altrui.

Percorrendo questi ultimi mesi a ritroso ci troviamo di fronte a u n anno nero per le persone Lgbt. Un anno che non risparmia neanche gli attivisti. ""Al rogo", "pedofilia colorata", "giù di manganello", "figli di cani", "merce da termovalorizzare", "radere al suolo per il bene dei normali", "se comandavo io eravate tutte saponette". Questo è il tenore di commenti che suscitano le associazioni sui social. Il 2 maggio il Presidente di Omphalos Lgbti, Stefano Bucaioni, denuncia alla Procura della Repubblica di Perugia depositando 19 pagini di insulti ricevuti soltanto tra il mese di febbraio e fine aprile.

Proprio aprile diventa il mese più torbido. Un mese che si lascia alle spalle il discusso "Congresso della Famiglia" ma non i suoi miasmi. Mentre ad Arezzo un ragazzo viene strattonato da buttafuori di un locale al coro "Vai via frocio di merda", a Lodi si organizzano seminari sulla felicità vietati alle persone omosessuali: "Possono partecipare solo se desiderano praticare il celibato". Il 16 aprile a Bologna due ragazzi appena usciti da un locale vengono circondati da sei coetanei: "Hanno cominciato a darci schiaffi, pugni e calci" racconta uno dei due "prima al mio amico, poi a me". Lo schema non cambia: dalle domande provocatorie ("Hai il pene o la f...?") alle botte. Fino alle minacce "Se lo dite a qualcuno torniamo con i coltelli". Sei contro due. Un match irregolare su qualunque ring.

La violenza passa sui social: a Padova due ragazze nella Casa dello studente Copernico in via Tiepolo, vengono ricoperte di insulti perché lesbiche, viene così chiesto loro di abbandonare lo stabile. Una cortina velenosa che penetra fin dentro i luoghi di lavoro: il 20 aprile una ragazza viene isolata dai colleghi che scoprono il suo orientamento sessuale: "lesbica".

Violenze, minacce, discriminazioni. Cronache delle aggressioni che raccontano un'Italia sommersa dall'odio verso le persone gay, lesbiche e trans. Con la connivenza del nuovo clima politico

Il 3 marzo il sindaco di Potendera Brini sostenuto da Ceccardi e Ziello annuncia fiero: "sono normale nella mia famiglia non ci sono gay". A Massa, Giulia all'anagrafe nasce come Tiberio, nonostante abbia completato tre anni fa il percorso di transizione al genere femminile, la successiva rettificazione anagrafica tarda ad arrivare per via di una burocrazia lenta e farraginosa. Quarant'anni, operaia in una tintoria industriale trova una casa sul mare: "il sogno di una vita". Versa i soldi necessari, compila i documenti. Qui il proprietario si rende conto: Giulia un tempo era Tiberio. Cambia idea. Niente affitto. Il 25 febbraio a Roma un ragazzo viene fatto scendere da un taxi. Aveva chiesto all'autista di fermarsi a un distributore automatico per comprare delle sigarette. Gli aveva dato del "tu". "Del tu lo dai ai tuoi simili, frocio scendi subito".

Ci sono vari livelli di omofobia. Si pratica aggredendo con le parole, con i pugni, con i calci. Ostacolando il percorso delle leggi. Favorendo terapie di "riparazione". È un'opera di dissuasione. È il mondo giallo-verde, diviso in normali e deviati. Chi aggredisce non ha più paura né vergogna, si specchia in chi ci governa, nella maggioranza di "normali", della continuità della specie che va protetta, del mondo che precipita e va fermato. Magari con un pugno come quello che ha ucciso Umberto Rainieri l'artista 53enne di origini abruzzesi col nome d'arte Nniet Brovdi. Un pugno in pieno volto che lo ha fatto cadere sull'asfalto dove ha sbattuto violentemente la testa. "Ucciso dall'omofobia" ha raccontato l'ex compagno, Fabio Giuffrè. È quello che resta in questa Italia dove l'unica legge che vige è quella primordiale. La legge dell'odio contro chi non si può difendere. Come Umberto Rainieri. Circondando dal branco. Ora Umberto non c'è più. La caccia all'omo continua.

 
Canapisa diventa la festa delle forze dell'ordine PDF Stampa
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di Riccardo Chiari

 

Il Manifesto, 19 maggio 2019

 

La street parade era una festa giovanile colorata e rilassante, è diventata la festa degli agenti in assetto antisommossa. Nonostante le difficoltà, in migliaia sono passati dal presidio antiproibizionista in piazza Stazione. Mentre a poca distanza c'erano il sindaco Conti e Antonio Tajani in comizio elettorale: "Liberata la città da un corteo che l'ha violentata per 18 anni, diffondendo solo degrado. No a qualunque liberalizzazione di droghe leggere".

Grazie a Canapisa 2019, la Pisa democratica e antifascista ha potuto toccare con mano cosa voglia dire avere un governo della città in mano alla destra, e un ministero dell'interno guidato da Matteo Salvini. La street parade antiproibizionista era una festa giovanile colorata e rilassante, è diventata la festa delle forze dell'ordine in assetto antisommossa.

Nonostante la difficoltà di arrivare in una piazza Stazione blindatissima, dove a tavolino era stato deciso di confinare la manifestazione ridotta a un presidio, almeno due, tremila persone sono passate nel corso di un pomeriggio piovoso, fra musica, canti e interventi, a dare la loro solidarietà. Mentre poco distante il sindaco Michele Conti, che ha fatto diventare la sua "contromanifestazione" un comizio elettorale, con tanto di palco per gli interventi, ricordava "l'impegno della giunta comunale di liberare la città da un corteo che l'ha violentata per 18 anni, diffondendo solo degrado".

Come da facili previsioni, le decisioni del comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza hanno provocato la paralisi di mezza città, con la giunta di destra a trazione leghista pronta a chiudere il cerchio con un'ordinanza di chiusura al traffico di un buon pezzo di centro storico. Per dare poi in pasto all'opinione pubblica la fake news di un disagio provocato, al solito, da quelli di Canapisa.

Di fronte a qualche centinaio di elettori della destra, e arrivato in città anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, di Forza Italia, pronto a ribadire il "no a qualunque liberalizzazione di droghe leggere" da parte del suo partito. Per l'ineffabile Tajani, "a Pisa non è stato impedito di manifestare a nessuno, anzi è stata fatta una scelta di ordine pubblico legittima".

Al presidio antiproibizionista c'era, fra i tanti e le tante, anche la giornalista e blogger Selvaggia Lucarelli: "Sono qui a titolo personale - ha ricordato - perché ritengo sacrosanto e inviolabile il diritto a protestare e a manifestare. E se il sindaco non vuole è perché in realtà non è in grado di assicurare il decoro della città che amministra. Il corteo doveva essere autorizzato e lui aveva il dovere di assicurare a tutti i pisani decoro e sicurezza. Perché se non è in grado di garantire la sicurezza di un corteo, figuriamoci se è in grado di farlo per un'intera città".

 
Libia. Tra i fedeli cristiani africani che fanno il tifo per Haftar PDF Stampa
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di Lorenzo Cremonesi

 

Corriere della Sera, 19 maggio 2019

 

"La migrazione verso l'Italia diventa una via di fuga". Dentro le vecchie chiese libiche costruite dagli italiani nel periodo coloniale: "Le milizie che stanno dalla parte di Fayez Sarraj diventano sempre più violente, più aggressive nei nostri confronti. Così la migrazione illegale verso L'Italia diventa una via di fuga"

Sono centinaia di migliaia, immigrati dall'Africa sub-sahariana ormai molti anni fa. In Libia hanno costruito una famiglia, hanno un lavoro stabile, gli anziani ricevono regolarmente pensione e indennizzi dal governo. Si distinguono nettamente dai migranti arrivati negli ultimi anni dai loro stessi Paesi d'origine e decisi a trovare rifugio in Europa. "In Libia abbiamo la nostra casa, sino a pochi anno fa non avevamo motivo di partire", spiegano in tanti. Eppure tra quelli residenti in Tripolitania il sentimento pro-Khalifa Haftar crescere con il crescere dei combattimenti. La causa? "Le milizie. Squadre armate di banditi che appena vedono un nero cercano di approfittarne con ogni mezzo", rispondono in coro. Ne abbiamo incontrati a decine e decine a Tripoli. Siamo andati nelle vecchie chiese costruite dagli italiani nel periodo coloniale. E abbiamo trovato che ormai i fedeli sono praticamente tutti cristiani africani: per lo più originari del Niger, della Nigeria, della Costa d'Avorio, del Ghana, del Mali, del Sudan. Gente che ha risparmi in banca, belle abitazioni, automobili.

La vecchia cattedrale cattolica in occasione delle messe dal venerdì alla domenica risuona dei loro inni e balli religiosi. Nella chiesa anglicana di Santa Maria, nel cuore delle cittadella medioevale, uno dei capi locali della comunità è Wali Elethu, 47enne immigrato nel 2007 dalla Nigeria. "Siamo grati al governo libico che ci ha accolti e ci ha dato lavoro. Nessuno di noi sino a pochi anni fa intendeva tornare al Paese d'origine o imbarcarsi clandestino per l'Italia. Ma adesso con l'intensificarsi della guerra le milizie che stanno dalla parte di Fayez Sarraj diventano sempre più violente, più aggressive nei nostri confronti. Così la migrazione illegale verso L'Italia diventa una via di fuga", racconta. E le sue parole sono un in realtà un grande lamento corale. "Le milizie rappresentano l'arbitrarietà più violenta. Rapinano, rubano, chiedono ricatti, tangenti. Ci torturano nelle loro basi si fanno dare i nostri cellulari per chiedere ai nostri famigliari di pagare riscatti impossibili", aggiunge.

Il suo racconto è quello di tanti, sebbene lui sia addirittura un funzionario del Ministero degli Esteri a Tripoli. "Io stesso sono stato fermato almeno quattro volte negli ultimi tempi. Sono stato derubato di tutto, compreso del cellulare. Il tragico è che ho capito che il governo Sarraj può nulla contro di loro. Qui il problema non è il razzismo dei libici, ma piuttosto la criminalità delle bande armate. Sono le stesse che combattono Haftar e forti di questo ruolo militare pensano di godere il massimo dell'impunità". Parole molto simili utilizza David Raja, immigrato a Tripoli dalla Nigeria nel 2006 e oggi docente universitario d'inglese. "Con la guerra per noi neri questo è diventato lo Stato della paura. C'è bisogno di un governatore forte che sappia smantellare le milizie". Di recente è stato fermato da uomini armati nel quartiere di Gurji, a sud della capitale. I suoi vicini di casa hanno dovuto pagare un forte riscatto e ora lui sta lavorando per rendere loro il denaro.

 
La seconda guerra di Bosnia si è combattuta in Siria. E le vittime sono donne e bambini PDF Stampa
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di Francesca Mannocchi

 

L'Espresso, 19 maggio 2019

 

Gli uomini sono partiti a combattere per l'Isis e sono morti. Le mogli e i figli piccoli hanno dovuto seguirli e adesso vivono in campi profughi. I parenti cercano di farli tornare in patria, ma il governo di Sarajevo non li vuole. "Mia sorella Aida aveva una laurea, un master in chimica, la curiosità dei giovani dei 25 anni e una vita davanti qui in Europa. Oggi è una vedova di trent'anni con due figli, un niqab nero che copre la bellezza dei suoi lineamenti, un marito morto combattendo nelle truppe dell'Isis e vive nel campo di al-Hol, nordest della Siria, con altre settantamila persone".

Maja Muracevic è una donna di quarant'anni, si muove con fare elegante, indossa abiti raffinati. Siede di fronte a un caffè al primo piano di un bar di Zenica, settanta chilometri a nord di Sarajevo, Bosnia Erzegovina. Stringe il telefono tra le mani, è il solo modo che ha per parlare con Aida. Zenica è una città industriale di centomila persone. A dominare la vista è l'imponente acciaieria, costruita sulle fondamenta di un impianto del periodo austo-ungarico, la cui produzione esplose sotto Tito che fece arrivare operai da ogni luogo della Jugoslavia. A Zenica tutto è fabbrica, persino la squadra locale di calcio, che si chiama Celik: produttore di acciaio. La polvere dell'impianto copre tutto: le giostre dei bambini nei parchi, le strade e i chilometri di edifici tutti uguali, migliaia di appartamenti di architettura sovietica, enormi palazzi di colore grigio ardesia.

Prima della guerra la fabbrica impiegava 22 mila persone, oggi meno di un decimo, in un paese con un tasso di disoccupazione al 36 per cento. Nel 1994, nel pieno della guerra bosniaca, a Zenica - come in altre città tra cui Mostar, Sarajevo, Gornja Maoca e Zepce - arrivò dal Medio Oriente un flusso di mujaheddin per combattere a fianco dei musulmani bosniaci contro i nazionalisti serbi e croati. La Brigata Mujaheddin venne inglobata nel 3° corpo dell'esercito bosniaco e molti dei suoi combattenti (si stima tra 2 e 5 mila) una volta finita la guerra restarono in Bosnia, dando vita a comunità di estremisti salafiti che negli anni sono diventati reclutatori di centinaia di giovani e usato il paese balcanico come base di una rete internazionale di supporto al jihad e per triangolare soldi e merci verso la Siria e l'Iraq.

"La mobilitazione jihadista nei Balcani è composta da reclute locali. Non sono cioè migranti e non provengono da minoranze culturali o religiose emarginate e in cerca di riscatto, come in altri paesi europei", dice Adrian Shtuni, esperto di politica estera e sicurezza con un focus sui Balcani. "Non c'è correlazione tra reddito, livello di istruzione e radicalizzazione: anzi, la maggior parte dei combattenti aveva un buon livello educativo e non era disoccupata", spiega.

Secondo Shtuni l'eredità delle guerre balcaniche è chiara e non è una coincidenza che i tre paesi dei Balcani occidentali che hanno contribuito con il maggior numero di combattenti siano Kosovo, Bosnia e Macedonia settentrionale che hanno vissuto l'esperienza di un esercito secessionista interetnico.

Col tempo, i religiosi locali hanno sfruttato le tensioni etniche esacerbate dalla guerra manipolandole come espressioni di una tendenza globale dell'oppressione contro i musulmani: "L'Islam politico è divenuto centrale nell'identità di alcuni circoli bosniaci e i predicatori carismatici hanno cominciato all'inizio degli anni Duemila e galvanizzare centinaia di giovani invitandoli a partire".

Maja e sua sorella sono cresciute a Zenica, qui hanno vissuto e sofferto la guerra. Sono state più fortunate di altri, hanno studiato, la famiglia ha garantito loro la possibilità di un'istruzione universitaria, un lavoro ben pagato. "La religione non è mai stata centrale nelle nostre vite", dice Maja scorrendo le fotografie di Aida. Dice di non riuscire a convivere con il senso di colpa, con il rimpianto di non aver visto, non aver capito cosa stesse accadendo a sua sorella: "Siamo una famiglia benestante, Aida ha avuto tutto ciò di cui avesse il bisogno. Era una donna emancipata. Poi un giorno ha fatto le valigie ed è andata via. Ci ha telefonato giorni dopo dalla Siria. Ha detto di essere a Raqqa, di aver raggiunto un uomo. Di non cercarla perché non avrebbe cambiato idea. Voleva essere felice, diceva che lo sarebbe stata solo lì. Ho provato a discutere con lei nei primi mesi della sua fuga. Aida diceva che non c'era applicazione dell'Islam se non nello Stato Islamico. Che fosse giusto combattere i "takfir", i miscredenti. Ho smesso di cercarla".

Maja non ha parlato con sua sorella per cinque anni, un po' per la vergogna, un po' per lo smarrimento, un po' perché non si perdonava di non essere stata in grado di fermarla in tempo. Due mesi fa ha ricevuto una telefonata dal campo di Al Hol, nord della Siria: "Aiutami a venire via", diceva la voce flebile di Aida, "non ho di che sfamare i miei bambini. Riportaci a casa".

Così ha scoperto che Aida è ancora viva, che è madre, che suo marito l'ha costretta dentro Baghuz, ultima enclave dell'Isis fino alla fine della guerra, che è morto negli ultimi giorni di combattimenti e che Aida ha camminato stringendo i figli tra le braccia finché non è stata presa dalle forze curde e spostata nel campo profughi di al Hol. "Dobbiamo dare loro una seconda possibilità", dice Maja, "e garantire un futuro decente ai bambini. Sono figli della Bosnia, e il nostro governo così come gli altri governi europei devono aiutarci a riportarli indietro. I bambini non hanno fatto niente, non possono pagare le colpe dei padri. E nemmeno, se ci sono, quelle delle madri".

Maja fa parte di un gruppo di persone che coraggiosamente si sta battendo con le istituzioni bosniache per riportare in patria 15 donne e 35 bambini sopravvissuti alla guerra e detenuti nel nord della Siria. Donne e bambini che vivono in un limbo, mentre le istituzioni dei loro paesi di origine si interrogano su cosa fare dei combattenti stranieri di ritorno e delle loro famiglie che potrebbero essere ancora radicalizzate.

Dalla Bosnia - in cui metà della popolazione è musulmana - sono partite per unirsi all'Isis in Siria e Iraq circa trecento persone, rendendo il paese uno dei maggiori "esportatori" pro capite di combattenti jihadisti. Secondo i dati dell'Agenzia investigativa e di protezione della Bosnia, la Sipa, sarebbero andati con i genitori in Siria anche ottanta bambini, tra cui la nipote oggi tredicenne di Alema Dolamic, partita alla volta di Raqqa con sua madre e il nuovo marito - reclutato da una cellula salafita austriaca - quando ne aveva solo otto. "Se non alziamo la voce, il nostro governo non farà nulla per riportarli indietro", dice Alema, sulla porta della sua modesta casa a Lepenica, un piccolo villaggio nelle campagne del nord della Bosnia.

Alema è magrissima, capelli scuri, zigomi alti. Si muove nervosamente, a scatti. Mangia poco, con la fretta di chi deve sbrigare una formalità nel flusso di cose più serie di cui deve prendersi cura, e quella più seria di tutte è riportare a casa sua sorella Alina, partita nel 2014 quindici giorni dopo aver sposato un uomo conosciuto in internet, Nermin Jahic, nome di guerra Abu Zekeri. "Un giorno mi ha mandato una fotografia da una stazione degli autobus, in Austria. Ha scritto: "Verrò a trovarti". Dopo due giorni invece era in Siria". Alema non ha mai smesso di parlare con sua sorella in questi anni. Racconta una moglie "vittima dell'influenza del marito", che ha imposto alla donna, a sua figlia e ai due più piccoli nati in Siria, una vita in nome di una interpretazione corrotta dell'Islam.

"All'inizio non si lamentava, sostenendo che vivessero agiatamente e secondo il volere di Allah, e che suo marito stesse combattendo gli infedeli. Ma dopo la sua morte in battaglia, nel 2017, ha cominciato a raccontare dettagli che aveva taciuto e per la prima volta a dire che voleva tornare". Dopo la morte di suo marito Alina, con altre donne e bambini, è stata spostata di città in città, e rinchiusa in case speciali per vedove e orfani di miliziani morti in battaglia. Intorno a loro guerra e morte.

Alema prende il telefono, cerca un messaggio audio di quei giorni. Rumore di spari in lontananza. Poi la voce debole di una donna: "Alema, ci hanno dato delle cinture, ho paura". Alema sapeva a cosa servissero quegli oggetti, erano cinture esplosive. Il messaggio continuava: "Ci hanno detto che non dobbiamo arrenderci, ci hanno detto: non fatevi catturare, quando si avvicinano fatevi saltare in aria". Erano gli ordini per tutti e per tutte: una volta sconfitti, il mandato era diventare kamikaze. Poco importava se sarebbero morti tutti, bambini compresi. Era il volere di Allah.

Poi di nuovo silenzio per settimane e improvvisamente una telefonata: l'avevano spostata di nuovo. "Un giorno disse che un uomo le aveva proposto di portarla in Turchia in cambio di soldi. Così ho scoperto una rete di trafficanti che dall'interno dello Stato islamico contrabbandavano persone. Lavoravano su entrambi i lati, in Turchia e per conto dell'Isis. Quell'uomo aveva detto a mia sorella e ad altre quattro donne che una volta in Turchia le avrebbe portate di fronte all'ambasciata bosniaca. Ho seguito le indicazioni del trafficante e spedito 1.500 dollari in Turchia. Ma dopo aver ricevuto il denaro il trafficante le ha abbandonate nel deserto siriano. Ho perso i contatti con lei per settimane, poi una mattina mi ha scritto: "Alema non ce l'ho fatta. Ci hanno preso i curdi, sono nel campo di Roj." È ancora lì, da allora". Alema, una donna umile nata e cresciuta in un villaggio agricolo sui monti bosniaci, da allora, inizio del 2018, combatte la sua quotidiana battaglia con i ministeri (dell'informazione, degli affari esteri, della sicurezza) con le ambasciate, con i servizi segreti e l'intelligence, per riavere sua sorella e i suoi nipoti. Non si vergogna, è anzi consapevole delle contraddizioni.

"Penso che la maggior parte di loro siano vittime, ma so anche che ci sono donne che ancora sostengono le ragioni dell'Isis. Rappresentano un problema, ma va risolto nei paesi di origine, non spostato nei campi profughi siriani dove la radicalizzazione può solo aumentare. Mia sorella è una cittadina bosniaca che ha fatto un errore. Ci hanno detto che i bambini nati in Siria devono essere sottoposti a test del Dna, per accertare che siano veramente figli suoi, perché la Bosnia non può riportare indietro bambini che non hanno certificati di nascita. Ho detto: va bene, fatelo. È passato un anno e mezzo e stiamo ancora aspettando. La verità è che non li vogliono indietro. E che preferiscono saperli prigionieri che sobbarcarsi l'onere di portarli a casa e pensare di reinserirli nella società".

La nipote ormai tredicenne di Alema - quella che ha lasciato la Bosnia a otto anni - da allora non è più andata a scuola. Oggi è un'adolescente traumatizzata, che ha ricordi di un'infanzia spensierata e poi di guerra. Gli altri due bambini nati in Siria non sono registrati se non nei documenti dello Stato Islamico, è come se non esistessero. Sono apolidi, privi di diritti. "Non mi vergogno del mio impegno pubblico, penso che il destino dei nostri cari sia parte dell'orrore che il mondo ha vissuto in questi anni a causa dell'Isis, chiudere gli occhi non risolverà il problema. I bambini e le donne, anche quelle radicalizzate, non meritano di vivere in quelle condizioni: senza cibo, senza acqua. Senza medicine".

Alema osserva le fotografie di sua sorella dal campo, è magrissima. Uno dei bambini sembra denutrito. Alema scuote la testa, il suo volto si fa teso. Sul tavolo di fronte al divano una cartellina con i documenti raccolti, accumulati durante le decine di visite ai ministeri a Sarajevo. "Lo stato bosniaco è colpevole perché ha tollerato il reclutamento, che era sotto gli occhi di tutti. I salafiti hanno gestito per anni para-moschee, centri religiosi illegali. Tutti ne conoscevano l'esistenza, e da lì gli estremisti hanno riempito la testa dei giovani e portato intere famiglie in Siria. Tutti lo sapevano, allora come oggi. Con la differenza che prima agivano pubblicamente, tollerati dal governo, oggi stanno nell'ombra".

Gli studi di Adrian Shtuni confermano che una caratteristica della radicalizzazione bosniaca è l'esistenza di una vasta rete di "para-jammats", enclave salafite che vivono in conformità con la Sharia: "Una parte considerevole dei combattenti e delle loro famiglie hanno aderito a queste comunità e sono partite dopo aver trascorso lì del tempo. In Bosnia la radicalizzazione è frutto di un investimento sostenuto da entità islamiche mediorientali che diffondono una forma ultraconservatrice di Islam politico".

Eldin Berbic ha 38 anni: sua sorella Elzedina e i suoi cinque figli sono nel campo di al Hol dalla fine di gennaio. Elzedina è partita per Raqqa con il suo primo marito, bosniaco e tre figli, nel 2012. Ed è stata una delle ultime ad uscire da Baghuz. Sei anni e mezzo di Stato islamico. Un marito morto da miliziano nel 2015, due figli nati in Siria, un secondo marito siriano, che ora - stando alle informazioni del fratello - è riuscito a scappare in Turchia.

Una storia complessa, quella della famiglia Berbic. Il padre dei due - Miralem Berbic - è partito per la Siria nel 2014, ufficialmente per riportare indietro la ragazza, eppure pochi mesi dopo compariva in uno dei brutali video di propaganda dell'Isis dal titolo "Onore del Jihad, messaggio ai Balcani". Nelle foto scattate a Deir el Zor che Eldin mostra indossa sempre una mimetica, sorride, stringe tra le braccia la nipote di appena tre anni e già coperta integralmente dal niqab.

Eldin stesso, autista, manovale, muratore spesso all'estero per lavoro, racconta di essere stato avvicinato da cellule salafite, in Germania e in Austria, uomini di Mohamed Porca, religioso bosniaco che aveva studiato in Arabia Saudita a capo della moschea al Tawhid di Vienna. Uno dei principali finanziatori e organizzatori di viaggi verso la Siria per i radicalizzati di tutta Europa. "Se parti per il grande progetto dello Stato islamico", dissero a Eldin nel 2011, "daremo 40 mila euro alla tua famiglia". Eldin si è consultato con alcuni imam poi ha deciso di resistere alla tentazione del denaro. "Non era vero Islam, lo sentivo", dice. È rimasto in Bosnia, a Zenica anche lui. Vive in una casa, che sembra una baracca, insieme a sua madre. Che non parla mai, ma stringe le foto della figlia.

Eldin è sincero, non descrive sua sorella come una donna sottomessa e non in grado di scegliere: "Quando suo marito era ancora vivo", racconta, "Elzedina non voleva tornare qui, diceva di aver compreso solo in Siria il significato profondo dell'Islam. Ricevevano uno stipendio militare, il marito aveva ruoli di responsabilità. Dicevano di percorrere "la strada della vita nel nome di Allah"". Poi lei è rimasta vedova, mentre l'Isis iniziava a indebolirsi. Si è risposata con un combattente siriano, ma subito dopo sono iniziate le richieste d'aiuto.

Voleva andare via, ma non poteva. Le donne erano minacciate, gli uomini volevano strappare loro i bambini e punirle. Dicevano: andate via ma lasciateci i bambini. Elzedina non l'avrebbe mai permesso. Alla fine il marito è fuggito e lei e i bambini sono rimasti intrappolati a Baghuz fino alla fine della guerra. Ora sono in un campo che in pochi mesi è passato da dieci a settanta mila persone.

"La guerra è guerra, e noi la conosciamo bene, siamo figli di una terra di guerre. Ma un campo di detenzione è una prigione e non posso pensare mia sorella e i bambini lì. La chiamano terrorista, la gente mi tratta con orrore e disgusto. Io che ho saputo resistere a quel richiamo dico che queste donne hanno sperimentato il peggiore odio e dobbiamo aiutarle a guarire". Ma - come altrove in Europa - le autorità bosniache sono lente nell'affrontare le richieste delle famiglie, la loro preoccupazione sono le sfide alla sicurezza che potrebbero sorgere con il ritorno di persone da una zona di guerra e un ambiente di militanza. E la sfida più impegnativa, lasciar crescere una generazione di potenziali combattenti sotto l'influenza anche carismatica di chi è tornato a casa dopo l'esperienza dell'Isis, donne comprese. Cosi le famiglie aspettano, mentre i governi sembrano sordi e riluttanti a rimpatriare i loro cari. "I bambini non sono colpevoli, non possono pagare", dice Eldin. "Sono stati addestrati alla guerra, ora devono essere addestrati alla pace".

 
Israele divide i palestinesi per controllarli meglio PDF Stampa
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di Amira Hass

 

Internazionale, 19 maggio 2019

 

Sono nel campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, in Cisgiordania, in casa di Abu Nidal. Il nostro primo incontro risale al luglio del 2018, anche se conoscevo già il suo nome: l'avevo letto in un elenco di detenuti amministrativi (i palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane senza processo, senza sapere di cosa sono accusati) che stavano facendo lo sciopero della fame. In quell'occasione dovevo scrivere un articolo sull'ennesimo raid dell'esercito israeliano che si era concluso con la morte dell'ennesimo ragazzino palestinese: il quindicenne Arkan Mezher. Durante l'attacco bambini e ragazzi erano scesi in strada lanciando pietre ai soldati per protestare contro l'invasione delle loro case.

Arkan aveva lanciato una pietra contro una Jeep blindata che si stava allontanando dal campo, e per questo era stato ucciso dai soldati israeliani. Lo scorso luglio ho incontrato Abu Nidal a casa dei familiari di Arkan, nei giorni del lutto, in una stanza piena di uomini. Solo uomini, naturalmente. Non gli ho teso la mano perché non sapevo se anche al campo, dove la sinistra è sempre stata forte, valesse l'usanza conservatrice per cui gli uomini palestinesi non stringono la mano alle donne. Abu Nidal mi ha teso la sua, chiedendomi perché non l'avessi fatto io: "Da noi ci si stringe la mano e ci si bacia", mi ha spiegato.

E a quel punto mi ha salutata dandomi un bacio davanti a tutti. Sono tornata da Abu Nidal all'inizio di aprile per scrivere di un altro raid dell'esercito israeliano e di un altro ragazzo palestinese morto: Sajid Muzher. Sajid aveva diciassette anni e mezzo, faceva il paramedico volontario della Palestinian medical relief society, ed era il cugino di Arkan. La nonna dei due ragazzi è una profuga originaria del villaggio di Hulda (diventato poi il famoso kibbutz dove per anni ha vissuto lo scrittore Amos Oz). Suo marito aveva combattuto l'occupazione nel 1967 e per questo fu esiliato in Giordania.

Lei andava a trovarlo e nel frattempo cresceva i figli da sola. Oggi ha ottant'anni e conta sull'aiuto dei nipoti. In particolare faceva affidamento su quello di Arkan e Sajid. Il 27 marzo ci sono stati due raid dell'esercito a Dheisheh. In entrambi i casi Sajid è uscito di casa per soccorrere i feriti. Alle due di notte i soldati hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma senza provocare feriti. Alle sei del mattino ci sono stati tre feriti, tutti colpiti da proiettili veri. Quando l'esercito si stava già ritirando, Sajid e i suoi amici sono venuti a sapere di un altro ferito lungo la strada principale. Hanno attraversato il campo di corsa e hanno visto i soldati che andavano via a piedi dall'altro lato della strada.

Per non essere scambiati per dei manifestanti, i giovani paramedici vestiti con giubbotti arancioni hanno rallentato l'andatura. All'improvviso Sajid è caduto. Al suo amico ha detto di essere stato ferito a una gamba. Ma sulla gamba non c'era traccia di colpi d'arma da fuoco. In ospedale si sono resi conto che era stato ferito all'addome. Tutti pensavano che sarebbe sopravvissuto, invece l'operazione per salvarlo è andata male.

Dal comunicato dell'esercito ho capito che chi l'aveva ucciso faceva parte di un'unità speciale. Dopo aver incontrato i testimoni della vicenda e il padre di Sajid, sono tornata da Abu Nidal. Abbiamo parlato dei molti detenuti amministrativi originari del campo. Lui e i suoi familiari non fanno che entrare e uscire dal carcere. E non per aver partecipato a operazioni militari. È risaputo che a Dheisheh non ci sono armi (a differenza del campo profughi di Jenin, per esempio). Per decenni, infatti, i leader politici del campo sono stati contrari al possesso di armi. Qui non si spara neanche ai matrimoni, contravvenendo a quella strana usanza per cui i momenti di festa sono accompagnati da colpi sparati in aria.

Questo significa che Israele usa la detenzione amministrativa per colpire qualsiasi iniziativa o critica sociale o politica, con pene di almeno sei mesi di carcere, di solito anche di più. Grazie alla sua esperienza di detenuto, e analizzando il trattamento riservato agli altri prigionieri palestinesi, Abu Nidal è diventato una specie di antropologo delle politiche israeliane. "L'ultima volta mio fratello è stato arrestato dopo di me", mi ha raccontato.

"In carcere ho fatto presente che è prassi comune mettere in cella insieme le persone della stessa famiglia. La guardia mi ha risposto: 'Non parlare in generale, parla per te. Dì che vuoi stare in cella con tuo fratello'". Abu Nidal aggiunge: "Una volta accettavano che noi palestinesi avessimo dei rappresentanti politici, mentre oggi ci trattano come individui separati.

Questo riflette quello che succede fuori, il modo in cui l'occupazione ci divide, geograficamente e socialmente. All'uscita di ogni villaggio l'esercito ha messo un cancello di ferro che può essere chiuso in qualsiasi momento, isolando la comunità. Anche fuori ci costruiscono delle piccole celle separate".

 
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