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Latina. Per le detenute la proiezione del film "Sezione femminile" PDF Stampa
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radioluna.it, 18 gennaio 2020

 

È stato possibile grazie alla Caritas diocesana. Lunedì prossimo le detenute del carcere di Latina si ritroveranno in una saletta per assistere alla proiezione del film "Sezione femminile", del regista Eugenio Melloni e prodotto da R2Production di Riccardo Badolato.

Il titolo già fa intuire il soggetto, la condizione che devono vivere le donne in carcere, certamente non facile ancor più per le recluse pontine della sezione di alta sicurezza. Questo speciale evento è stato reso possibile dal gruppo della Caritas diocesana che svolge il servizio di volontariato carcerario nella struttura di Via Aspromonte, dove gestisce lo sportello di ascolto per i detenuti.

"Questa esperienza che faremo domani è scaturita da un'altra iniziativa che come Caritas stiamo portando avanti nel carcere", ha spiegato Pietro Gava, coordinatore del servizio, "si tratta di un progetto con cui riusciamo a offrire un laboratorio di lettura e scrittura, che al momento per esigenze organizzative la direzione del carcere ha autorizzato solo per la sezione femminile".

In sostanza, i volontari hanno voluto creare un ponte comunicativo letterario tra l'interno e l'esterno dell'istituto penitenziario per mettere in comunicazione questi due mondi apparentemente così diversi, scegliendo la lettura come attività di comprensione del mondo e favorendo allo stesso tempo la connessione con partner di ogni tipo: istituzioni, altre associazioni, librerie, editori, scuole, lettori.

"Siamo convinti che la cultura è una leva strategica per favorire l'inclusione sociale, contrastare le disuguaglianze e le discriminazioni. Pensiamo che la lettura e la scrittura possano essere occasione di crescita", ha concluso Pietro Gava. Le detenute hanno accettato ben volentieri questa esperienza tanto da dare anche un nome al loro gruppo: il cerchio magico.

La proposta è arrivata da una delle recluse, ispirandosi all'omonimo gioco che il figlio faceva alla scuola dell'infanzia: si entrava nel cerchio e si parlava delle proprie emozioni. Come andare oltre un muro almeno grazie alla fantasia.

 
"La Cella Zero. Morte e rinascita di un uomo in gabbia" PDF Stampa
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di Marianna Donadio


informareonline.com, 18 gennaio 2020

 

Pietro Ioia presenta il suo libro di denuncia: "La Cella Zero. Morte e rinascita di un uomo in gabbia". "La Cella Zero" è la prima pubblicazione di Pietro Ioia, ex detenuto che ha scontato in carcere una pena di 22 anni per narcotraffico.

Tra i 20 diversi istituti penitenziari nei quali è stato trasferito c'è anche il carcere di Poggioreale, dove Pietro per la prima volta incontra la realtà della Cella Zero, nella quale ha subito torture di una violenza inaudita.

"Noi la chiamavamo O' Zer. Era una cella non numerata dove la polizia penitenziaria ci spogliava e ci picchiava con manganelli, calci e pugni. Nell'arco di 30 anni ci sono passati oltre 50.000 detenuti". Spiega Ioia durante la presentazione del suo libro, tenutasi a Napoli il 13 gennaio.

La cella zero non esiste solo a Poggioreale ma, come confermano numerose denunce, in svariati carceri italiani. Pietro in quella cella ci è stato due volte e ha deciso di rompere il silenzio sulle violenze che ha subito in prima persona e che continua a subire chi si trova ora al suo posto. Nel suo libro ha scelto infatti di parlare di tutto quello che ha visto e vissuto negli anni di detenzione, nei quali ha raccolto storie difficili da raccontare.

"La seconda volta che finii allo Zero fu perché ci trovarono delle armi. Ci portarono al piano terra, ci spogliarono e ci fecero correre per un corridoio, buttandoci i cani addosso. Uno dei detenuti venne morso nelle parti intime". Questa è solo una delle storie che Pietro ci racconta, che ci apre gli occhi su una realtà che, afferma, ricorda quella di un campo di concentramento.

Sono questa e le tante esperienze di questo genere vissute nel carcere di Poggioreale che lo spingono ad iniziare la sua lotta per i diritti dei detenuti, denunciando nel 2014 le torture subite in carcere. Dopo la sua, di denunce, ne arrivano più di 150. Da allora Pietro ha continuato con coraggio la sua battaglia, riconosciuta e premiata anche dal sindaco De Magistris, che gli ha recentemente affidato l'incarico di garante per i diritti dei detenuti.

"Per me questo incarico è una missione" commenta l'autore, raccontandoci delle sue recenti visite nei carceri napoletani e di come il suo operato sia continuamente intralciato dalle interferenze della penitenziaria. Poggioreale, tra tutti gli istituti, resta il più invivibile. Le condizioni di vita che ci vengono descritte, tra sovraffollamento, strutture fatiscenti e diritti negati, sono davvero inumane.

"Io ho pagato. Ora, forse, è il turno dei carnefici" Queste le parole con cui si conclude "La Cella Zero", che racchiudono il senso di rivalsa non solo personale ma collettiva che ha spinto e spinge Ioia a portare avanti la sua missione, con la speranza che la giustizia possa finalmente vincere sul potere. A presentare il libro di Pietro Ioia è presente anche Giuseppe Ferraro, docente di filosofia morale alla Federico II che da anni lavora come volontario in carcere, a stretto contatto con i detenuti. Il professore analizza la situazione carceraria da un punto di vista sociale.

"Il grado di democrazia di un Paese si misura in base alle condizioni delle sue scuole e delle sue carceri" afferma, sottolineando come entrambe le istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo educativo. Pessime notizie per l'Italia che, in entrambi gli ambiti, non fa di certo una bella figura. Di quanti altri Stefano Cucchi c'è bisogno prima che la polizia penitenziaria paghi per le proprie responsabilità? Di quante altre vittime, prima che il sistema carcerario venga riformato partendo da zero?

 
Classi ghetto anche didatticamente sbagliate, ce lo dice Gandhi PDF Stampa
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di Eraldo Affinati


Il Riformista, 18 gennaio 2020

 

Quando aveva dodici anni Gandhi, che apparteneva a una famiglia benestante indiana, avrebbe voluto giocare con il figlio di un servitore di casa, ma la madre del futuro Mahatma glielo vietò: il sistema delle caste rendeva impossibile tale promiscuità. E così il sorriso di gioia fece presto a spegnersi sulle labbra del bambino che tuttavia si ricordò per sempre della mortificazione patita, al punto di immortalarla nelle prime pagine della sua autobiografia: Antiche come le montagne.

Tanta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è cambiato, ma certe diffidenze tendono a riemergere, anche sotto mentite spoglie, magari mascherate dalle cosiddette buone intenzioni, persino nei meandri protocollari delle nostre raffinate democrazie occidentali: non è la prima volta e purtroppo non sarà l'ultima che un istituto scolastico, nel presentare l'offerta formativa in vista delle prossime iscrizioni, non esita a divulgare pubblicamente l'origine sociale dei propri studenti, indicando la separazione tra quelli di estrazione alto borghese e quelli che invece sono "figli di lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti e simili)".

I primi, leggiamo nel sito, frequentano una sede, i secondi un'altra. È quanto incredibilmente accade a Roma presso l'Istituto Comprensivo di Via Trionfale. Già un paio di anni fa un rinomato liceo della capitale, il Visconti, finì sotto i riflettori mediatici perché nel rapporto di autovalutazione si considerava particolarmente vantaggiosa l'assenza fra i banchi di disabili o immigrati. A nulla è servita l'indignazione nazionale che ne seguì con tanto di grancassa televisiva. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Eccoci di nuovo a commentare una situazione paradossale considerando la legislazione innovativa dell'istruzione italiana, che avrà pure tanti difetti ma resta una delle più inclusive del Vecchio Continente. E allora come spiegare questa ennesima buccia di banana che la stessa neo-ministra Lucia Azzolina, insieme alle rappresentanze dei dirigenti scolastici, si è giustamente affrettata a stigmatizzare?

Le ragioni sono più profonde di ciò che sembra. Non pochi genitori credono ancora che le classi migliori siano quelle composte da alunni selezionati secondo criteri socio-economici: è lì che, a parer loro, si studia meglio e viene valorizzato il famigerato merito. "Mio figlio non può restare indietro col programma in attesa che tutti gli altri lo seguano": questo è in sostanza il retropensiero che spinge tanti padri e tante madri a voler scegliere per i propri pargoletti il plesso scolastico meno disagiato.

Difficile convincerli del contrario: le classi di gran lunga più valide dal punto di vista didattico, lo dico per esperienza diretta, sono le altre, quelle eterogenee, composte da adolescenti diversi: bravi e mediocri, capaci e negligenti, maschi e femmine, ricchi e poveri, bianchi e neri, forti e deboli, italofoni e non. La scuola non è altro che l'intensificazione della vita: sempre meglio mescolare le carte piuttosto che suddividerle per gruppi e sezioni. Solo nella relazione un ragazzo può crescere, non certo inoculandogli una sapienza fine a se stessa. Tutto ciò che siamo, se non lo condividiamo, è destinato a inaridirsi. In teoria la grande maggioranza si dichiara d'accordo, poi però, all'atto pratico, non si comporta in modo conseguente.

Gli spettri tornano a riaffacciarsi nella compilazione dei Piani Triennali di Offerta Formativa. Chi li compone crede di attirare l'utenza verso il proprio istituto scolastico mostrando la ruota del pavone. Guarda quanto siamo belli: abbiamo ragazzi di ogni classe sociale e li teniamo staccati gli uni dagli altri. Prima di scrivere questo articolo ero nella scuola Penny Wirton, a Casal Bertone, un quartiere capitolino, dove gli immigrati imparano l'italiano. Abbiamo messo insieme nello stesso banco un sedicenne del Liceo Pilo Albertelli con un coetaneo albanese della stessa età. Il primo, studente di terza superiore, spiegava i verbi al secondo, appena arrivato nel Centro di Accoglienza di Torre Spaccata. Sono stati due ore a capo chino sul quaderno. È questa la scuola che voglio. Me l'ha insegnata Gandhi.

 
Migranti. Svolta del ministro Lamorgese: chi lavora può restare PDF Stampa
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di Mario Morcone


Il Riformista, 18 gennaio 2020

 

Finalmente si sta aprendo una riflessione più ampia sulla normativa che regola l'immigrazione in Italia; un complesso di istituti in parte vecchi e superati da uno scenario completamente nuovo e in parte violentati dai cosiddetti Decreti che portano il nome del senatore Salvini. È una materia molto complessa sulla quale poco nobilmente si è giocato negli ultimi due anni il consenso elettorale avvelenando i rapporti interni alle nostre comunità, con un linguaggio aggressivo e con un'ossessione della paura del diverso inoculata abilmente giorno dopo giorno; si è costantemente alimentata cioè quella che va sotto il nome di percezione dell'insicurezza. Una percezione costruita e utilizzata non per ripristinare una corretta valutazione del contesto sociale, ma al preciso scopo di alterare la realtà.

Ora che la polvere mano a mano sta cadendo, ci si rende conto della necessità di individuare soluzioni ragionevoli a un enorme problema che si è creato e che sta determinando in molte persone marginalità, frustrazione se non addirittura rancore. Si intravedono le prime aperture a una nuova emersione, dopo l'ultima portata avanti dal governo Monti, come possibile provvedimento per l'immediato contenimento dei numeri delle irregolarità. E allo stesso tempo un'opportunità per dare una risposta alle richieste degli imprenditori di una manodopera che scarseggia soprattutto nel nord del Paese o che viene illegalmente utilizzata in alcuni settori economici del Mezzogiorno. Naturalmente qualsiasi provvedimento che possa venire incontro alle necessità e anche alla disperazione di tante persone è comunque il benvenuto.

Ma non sono convinto dell'attuale efficacia di soluzioni molto tradizionali, come quelle adottate nel recente passato attraverso gli strumenti dell'emersione o della nomina di commissari. Si era fatto un lungo e faticoso lavoro in stretto rapporto con i Comuni e con i territori per costruire una infrastruttura dell'accoglienza che non fosse costantemente travolta dalle periodiche ondate migratorie che hanno investito e che possono in futuro investire il nostro Paese. Parlo del patto interno Anci per la distribuzione in piccoli numeri sostenibili dalle comunità locali: parlo dei progetti Sprar che affidano alla responsabilità politica del sindaco la qualità del percorso di accoglienza e integrazione.

A mio avviso da qui bisogna ripartire, ridando respiro a tutti quegli strumenti di inclusione delle persone che sono sul nostro territorio a cominciare dal lavoro, perché siano una leva di sviluppo economico e non un peso per tutti noi. Nessuna ansia di reintrodurre istituti come la protezione umanitaria né di cancellare astrattamente le previsioni normative introdotte dal ministro Salvini, ma un po' di ragionevolezza nel rendere più ampie le categorie di coloro che possono godere di una forma di protezione nel nostro Paese.

 
Migranti. Nave Gregoretti, la giunta ha deciso: il voto su Salvini prima delle elezioni emiliane PDF Stampa
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di Paolo Delgado


Il Dubbio, 18 gennaio 2020

 

La giunta per le autorizzazioni voterà sulla richiesta a carico di Salvini il 20 gennaio. La giostra impazzita si è fermata tornando al punto di partenza: un esito che accentua, se possibile, il carattere assurdo dell'intera vicenda. Ieri è stata un'altra giornata sulle montagne russe, e stavolta le polemiche hanno preso di mira la stessa presidente del Senato Casellati, per aver deciso di partecipare al voto della giunta per il regolamento, determinando così il passaggio dell'odg della minoranza che chiedeva di derogare da una regola che appena una mezz'ora prima era stata dichiarata "perentoria".

La vicenda, come tutto in questa assurda storia, è complessa e di difficile comprensione al di fuori delle alchimie tecniche del Palazzo. Dopo una serie di rimpalli durata giorni, la decisione era stata affidata alla giunta per il regolamento del Senato, nella quale l'opposizione di centrodestra era sino a ieri mattina in netta maggioranza. Da mesi la maggioranza chiedeva pertanto alla presidente Casellati di integrare la giunta con due nuovi ingressi, essendo per prassi abituale cercare di rispecchiare anche nella giunta la composizione e i rapporti di forza dell'aula. Chiamata a esprimersi in via consultiva, la giunta si era pronunciata contro l'integrazione e la presidente aveva lasciato la questione in sospeso.

Ieri, anche per evitare le polemiche che sarebbero inevitabilmente sorte se una scelta così combattuta fosse stata affidata a una giunta in mano all'opposizione, la Casellati ha deciso di far entrare in giunta la presidente del Misto Loredana De Petris (LeU) e quella delle autonomie Julia Unterberger. In questo modo maggioranza e opposizione si sono trovate in parità. Il quesito posto dall'opposizione chiedeva se si la regola per cui il verdetto della giunta deve arrivare entro 30 giorni dalla richiesta di autorizzazione a procedere ha caratteri di perentorietà oppure, come sin qui era stato, di ordinarietà. Proprio la maggioranza aveva infatti impugnato l'ordinarietà della regola per sostenere la possibilità di rinviare il voto. In giunta, però, i rappresentanti della maggioranza di governo si sono invece espressi a favore della perentorietà.

Non che fosse intervenuto un cambiamento d'opinione. I gruppi di maggioranza avevano semplicemente consultato il calendario: dal momento che i 30 giorni "perentori" scadevano alla mezzanotte di ieri, la seduta della giunta per le autorizzazioni non si sarebbe potuta tenere e la parola sarebbe passata direttamente all'aula a metà febbraio, dunque dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Una gara di furbizie e di astuzie di piccolo cabotaggio alla quale l'opposizione non si è sottratta, ponendo subito ai voti la richiesta di derogare dalla perentorietà appena sancita.

La presidente Casellati ha scelto di votare, cosa inusuale per i presidenti delle camere, nella convinzione che per una norma appena sancita come perentoria fosse opportuno intervenire con una norma transitoria. La maggioranza la ha di conseguenza accusata in aula di essere venuta meno al proprio ruolo di terzietà, scegliendo a sorpresa di votare. In realtà si tratta di un'accusa molto esagerata, tanto più se si tiene conto del fatto che la giunta per le autorizzazioni era stata convocata per il 20 gennaio invece che per il 17, all'unanimità, per consentire a due rappresentanti dell'opposizione in missione negli Usa, Grasso di LeU e Giarrusso del M5S, di partecipare al voto.

La denuncia di una istituzione di garanzia come è la presidenza del Senato per un caso simile, nel quale le manovre tattiche si sono sprecate, dimostra quanto alta sia la tensione alle porte del voto in Emilia Romagna. Del resto, dagli spalti dell'opposizione, Salvini suona la stessa musica accusando un'altra istituzione di garanzia, la Corte costituzionale di essere "una sacca di resistenza del vecchio sistema". Il caso del Senato è però reso ancora più esasperato dalla futilità dell'oggetto del contendere.

La bussola della maggioranza è stata infatti solo il cercare di evitare che il voto certamente favorevole all'autorizzazione contro Salvini arrivasse prima delle elezioni in Emilia-Romagna. E non è detto che sia finita. Pd e 5Stelle meditano di disertare la commissione il 20 gennaio. In questo caso l'autorizzazione verrebbe respinta salvo poi cambiare il verdetto in aula a urne chiuse.

Ma certo sarebbe davvero assurdo per la maggioranza di aver sì permesso il salvataggio di Salvini ma solo per affossarlo dopo senza ammettere che l'unico problema è i voto del 26 gennaio. Il fatto che sia arrivati a tanto per una simile preoccupazione dovrebbe essere, per i partiti della maggioranza, più che inquietante. Rivela infatti la convinzione che la maggioranza degli elettori stiano in realtà con Salvini, in particolare sul fronte dell'immigrazione, e siano quindi pronti a rispondere positivamente alla propaganda che certamente lo dipingerà come un martire.

 
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