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Parma. "Oltre 100 detenuti ultra 65enni, questo carcere è come una Rsa" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 7 aprile 2020

 

Parla il Garante, Roberto Cavalieri. Bisogna decongestionare le carceri per evitare che l'epidemia possa esplodere e non essere più gestita. Diversi sono i casi di contagio all'interno dei penitenziari che coinvolgono i detenuti, gli agenti penitenziari e il personale sanitario.

Si lamenta da più parti - soprattutto dai sindacati di categoria - la mancata effettuazione di tamponi faringei a tutto il personale che, a vario titolo, accede negli Istituti. Purtroppo già sono due gli agenti penitenziari morti ai quali si aggiunge il detenuto del carcere di Bologna che aveva 76 anni e tante patologie: per lui il coronavirus è stato fatale.

La situazione nel carcere di Parma, tra gli altri, è complicatissima, proprio per la presenza di un numero enorme di detenuti anziani e con patologie anche gravi. Ad oggi si registrano almeno 6 agenti affetti dal Covid-19 (uno è ricoverato), oltre al fatto che una intera sezione è stata messa in quarantena per via di un detenuto - poi risultato negativo - che presentava sintomi riconducibili al virus. Ma di questo e altro ancora ne parliamo con Roberto Cavalieri, il garante dei diritti dei detenuti di Parma.

 

Lei è preoccupato della gestione dell'emergenza al carcere di Parma?

Parma è una delle città al centro della emergenza. Al momento abbiamo avuto 610 casi di persone positive solo a Parma e 400 decessi tra città e provincia, come non essere preoccupato? È tutto chiuso da molti giorni e in strada non circola praticamente nessuno. Alla periferia nord si trova il carcere con 650 detenuti e 350 uomini e donne della polizia penitenziaria, ai quali si aggiunge il personale dell'amministrazione penitenziaria e quello medico e infermieristico dell'Ausl di Parma. Facendo i conti si arriva a 1.000 persone. La preoccupazione è quindi motivata. Il contagio in carcere si è già manifestato, per ora solo tra il personale di Polizia. Ma il carcere di Parma è da equiparare a un centro residenziale per anziani se si conta che sono presenti oltre 100 detenuti ultra sessantacinquenni e che nel reparto 41bis l'età media è di 63 anni. Quello che stupisce è che l'amministrazione penitenziaria sembra pensare che il carcere viva sotto una campana di vetro, isolata ed impermeabile. La Direzione ha gestito l'emergenza con i mezzi che aveva e ha ovvero pochi.

 

Le risulta che c'è un ritardo nell'effettuare i tamponi al personale penitenziario?

La questione dei tamponi è, purtroppo, fondamentale, ma c'è da considerare che le autorità sanitarie sono in difficoltà per l'ampiezza del contagio e che i protocolli attivati devono fare i conti con i mezzi esistenti. Prima del tampone però avrei preferito vedere l'attivazione di strategie deflattive certo più convincenti, avrei preferito sapere con la magistratura di sorveglianza aprisse un tavolo di confronto continuo con il carcere e gli avvocati per accelerare le pratiche si accesso all'esterno che il Decreto concede, ma anche qui la velocità con la quale si prendono decisioni è decisamente lenta. Un mese fa ho avuto modo di dire che per l'emergenza Covid 19 in carcere i magistrati avrebbero dovuto lavorare come medici e infermieri senza pausa e in un clima di assoluta emergenza ma così non è stato e credo che non sarà.

 

Sono in arrivo nel frattempo circa cento detenuti del carcere di Bologna. La Ausl locale è d'accordo?

Guardi mentre a Parma ogni sera si contavano i numeri dei morti e dei contagiati, le strade i svuotavano e la paura cresceva i trasferimenti di detenuti e di persone arrestate verso il carcere non ha avuto sosta. A Piacenza c'era il finimondo? Le persone arrestate venivano condotte nel carcere di Parma. A Modena, Reggio Emilia e Bologna ci sono rivolte? I detenuti, e tra loro i promotori delle rivolte, trasferiti a Parma. Ne sono arrivati una ventina di detenuti. Ora il Provveditorato e il Dap da due settimane assieme spingono per trasferire prima 100, ora invece 50 detenuti a Parma ai quali assicurare l'assistenza sanitaria con medici e infermieri dell'esercito. La locale Ausl si è prima opposta, poi ha assicurato un sostegno parziale e temporaneo. L'obiettivo del Dap è quello di aprire il nuovo padiglione. Una idea assurda se si pensa che quel padiglione potrebbe essere utilizzato per le quarantene o per mettere i detenuti contagiati e in difficoltà. Insomma i detenuti pare che debbano essere solo incarcerati a prescindere dai servizi che si possono assicurare e dal fatto che si possano portare persone in un'area ed in un carcere già fortemente pressato dal problema del Covid-19.

 

Ma attualmente quante persone infette ci sono? Cosa chiede alle istituzioni per evitare che il contagio si diffonda?

Recentemente una intera sezione è stata messa in quarantena perché un detenuto manifestava i sintomi del contagio. Questo detenuto e un altro sono risultati poi negativi. Pertanto per ora nessun detenuto risulterebbe positivo mentre tra gli agenti si parla di 6 casi, dei quali uno ricoverato. Sarebbe necessario comprendere rapidamente come il Dap intenda procedere e quali sono i protocolli di assistenza sanitaria per i detenuti del 41 bis. Dobbiamo aspettarci il piantonamento di 41 bis in un ospedale pieno e con il divieto di accesso se non a personale sanitario? Oppure cosa si pensa di fare per quelli anziani che sono tanti? Ho chiesto che gli agenti in servizio presso le sezioni con persone vulnerabili siano sempre le stesse e che siano accasermate (come si fa con il personale di sanitario negli ospedali) in modo da limitare le possibilità di diffusione del contagio. Ci sono fortunatamente alcuni aspetti positivi come le telefonate incrementate, oppure l'autorizzazione ricevuta dalla Direzione che ha concesso ai detenuti stranieri di chiamare un servizio di mediazione interculturale del comune di Parma per avere assistenza. Buona pratica che l'assessore al Welfare dell'Emilia Romagna Elly Schlein ha voluto diffondere in accordo con il Prap anche alle altre carceri della regione. La distanza da recuperare però è ancora molta.

 
Brescia. Coronavirus, morto il medico delle carceri Canton Mombello e Verziano PDF Stampa
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quibrescia.it, 7 aprile 2020


Salvatore Ingiulla, 60 anni, è morto ieri pomeriggio all'ospedale Civile. Aveva contratto il virus a metà marzo. Sul fronte dei medici rimasti contagiati dal coronavirus, tra le nuove vittime bresciane c'è anche Salvatore Ingiulla, di 60 anni, che era operativo tra le carceri di Canton Mombello e Verziano, in città. Il camice bianco era risultato positivo al Covid-19 ed era stato ricoverato all'ospedale Civile di Brescia dove ieri, lunedì 6 aprile, è purtroppo deceduto. Il medico, originario di Catania, era molto conosciuto e stimato nel territorio bresciano e per lui l'Ats aveva dato l'incarico di seguire i pazienti anche in diversi paesi della bassa bresciana tra Azzano Mella, Borgosatollo, Capriano del Colle, Castenedolo, Flero e Montirone.

Sembra che fosse stato infettato dal virus alla metà di marzo e da circa due settimane era ricoverato nel massimo ospedale cittadino. Dalle due carceri bresciane dove il medico operava fanno però sapere che la situazione è tranquilla e non ci sono casi positivi, anche perché da un mese il professionista non entrava nei due istituti di pena. Tuttavia, da più parti si chiede di sfoltire la presenza di detenuti per evitare un dramma che sarebbe di proporzioni devastanti se il contagio raggiungesse anche chi si trova dietro le sbarre e in pochi metri quadrati.

E infatti pare che una trentina di carcerati, in procinto di uscire nei prossimi mesi dopo aver scontato la pena, abbiano ottenuto i domiciliari. E intanto con Salvatore Ingiulla salgono a 89 i medici deceduti in Italia dopo essere stati contagiati dal coronavirus, anche mentre erano in prima linea in corsia. Si aggiunge ad altri due bresciani, medici di famiglia, come Massimo Bosio 68enne di Orzinuovi e Gino Fasoli di Cazzago San Martino morti nelle ultime settimane. Solo in Lombardia sono 4.183 i componenti del personale medico, infermieristico e sanitario che sono malati, di cui 448 per l'Asst Spedali Civili di Brescia.

 
Alessandria. Notte di protesta nel carcere don Soria PDF Stampa
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di Monica Gasparini

 

ilpiccolo.net, 7 aprile 2020

 

Urla e rumore: la reazione dei detenuti fa intervenire la Penitenziaria. La calma è durata poco nelle carceri alessandrine. Ieri sera, verso mezzanotte, e per almeno un'ora, in piazza don Soria ad Alessandria si sono sentite urla e rumori che arrivavano dall'interno del carcere.

I detenuti hanno ricominciato a protestare, picchiando qualunque oggetto avessero a disposizione contro le inferiate. Quel che è certo, è che è la seconda volta in un mese che all'interno della casa circondariale la Polizia Penitenziaria deve fronteggiare un inizio di rivolta. Alcune settimane fa, la stessa protesta aveva interessato anche il carcere di San Michele, dove i detenuti avevano letteralmente distrutto due sezioni.

 
Trento. Nel carcere di Spini di Gardolo trovati due detenuti positivi al coronavirus PDF Stampa
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lavocedeltrentino.it, 7 aprile 2020


Purtroppo il devastante virus che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario italiano è entrato anche nel carcere di Spini di Gardolo. Le visite ai detenuti erano state sospese verso la fine di febbraio dopo lo scoppio del primo grosso focolaio di Lodi. Da allora le visite sono fatte solo in videochiamata.

Ieri è arrivata la brutta notizia di due detenuti trovati positivi al coronavirus. La struttura è subito stata messa in quarantena e i sanitari hanno cominciato a fare dei tamponi a tutti, agenti penitenziari compresi. Tutti i detenuti sono isolati nelle celle, mentre di due contagiati sono in infermeria. Una delle ipotesi è che il contagio sia stato portato all'interno del carcere da alcuni detenuti che sono stati trasferiti nel carcere di Spini perché responsabili delle rivolte avvenute in tutta Italia. Appare però strano visto che quando entra qualche nuovo detenuto viene messo in quarantena.

I sanitari del carcere stanno cercando di risalire al momento del possibile contagio dei due detenuti indagando sugli incontri avuti dentro il carcere con altre persone. In carcere ora la situazione diventa veramente esplosiva perché le celle sono chiuse dalle 18.30 alle 7.30 del mattino, per cui il contagio può essersi allargato a molte altre persone. Gli agenti penitenziari sono stati muniti di mascherine e guanti. Il primo di aprile durante le ultime video conferenze tra detenuti e parenti nessuno aveva ne mascherine ne guanti. Ora visto il sovraffollamento delle carceri la situazione non è rosea.

 
Trani (Bat). Sovraffollamento e mancati colloqui: sciopero della fame dei detenuti PDF Stampa
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Giornale di Trani, 7 aprile 2020


Dalla protesta, alla solidarietà, alla nuova protesta. Questa volta, però, nessuna intemperanza, né ascese sul tetto, quanto piuttosto rifiuto del vitto da parte di tutti. Ieri, lunedì 6 aprile, è cominciato lo sciopero della fame dei 315 detenuti del carcere maschile di Trani: motivo, l'impossibilità di avere colloqui con i parenti a causa delle norme emanate dal decreto del presidente del Consiglio dei Ministri.

Inoltre, il taglio dei permessi e, non ultimo, il sovraffollamento con anche più di sette detenuti insieme in cella, in condizioni di igiene definite gravissime e senza mascherine e prodotti disinfettanti. Le motivazioni sono apparse sul profilo social del figlio di un detenuto e, da fonti vicine alla Polizia penitenziaria, si è avuta la conferma che il rifiuto del vitto è iniziato e procederà regolarmente.

Ad oggi la protesta è limitata soltanto allo sciopero della fame, mentre non ci sono scuotimenti di oggetti sulle sbarre, né altri episodi di natura diversa. E così, a distanza di un mese dall'inizio dell'emergenza sanitaria, il carcere di Trani torna nuovamente al centro dell'attenzione dopo che, all'inizio di marzo, si era scatenata anche lì la rivolta per gli stessi motivi. In particolare fra domenica 8 e lunedì 9 marzo, i detenuti fecero vibrare la protesta distruggendo oggetti e, alcuni di loro, salendo sul tetto nell'attesa di ottenere un minimo di ascolto rispetto ai loro problemi.

A Trani da protesta rientrò senza le gravissime conseguenze di altre carceri come Foggia, ma si aveva la sensazione che la polvere sarebbe stata semplicemente riposta sotto il tappeto. Peraltro, nei giorni scorsi gli stessi detenuti si erano anche creati un credito non di poco conto, mettendo mano ai loro risparmi e raccogliendo 731 euro da donare in favore della Protezione civile: un gesto che tutti hanno molto apprezzato, ma che evidentemente adesso si vuole fare pesare in eventuali trattative. Di certo non sarà facile trovare a Trani soluzioni diverse da quelle che sono scritte nelle regole disposte a livello nazionale, ma la casa di reclusione maschile di Trani almeno ha mostrato, durante questa emergenza sanitaria, di avere due parti quanto meno disposte l'una ad ascoltare l'altra e non certo allo scontro: per il momento la polizia penitenziaria si limita a controllare la situazione e la direzione carceraria a non intervenire nell'attesa di eventuali sviluppi.

 
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