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Migranti. Il Garante: "Serve una legge per regolamentare la vita nei Centri per il rimpatrio" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 aprile 2021

 

"Mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici", così si legge nel passaggio introduttivo sul rapporto del Garante nazione delle persone private della libertà in merito alle visite effettuate nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Il periodo delle visite risale nel biennio 2019- 2020 e il Garante si riferisce ai cinque cittadini stranieri che hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa.

Sulle specifiche vicende, che differiscono per cause, circostanze e situazioni, spetta chiaramente all'Autorità giudiziaria fare luce ma, al di là dei relativi esiti procedurali, su cui comunque il Garante nazionale fa sapere che manterrà alta la propria attenzione, si osserva che "appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia".

I problemi riscontrati dalla delegazione del Garante nazionale sono di varia natura e interpellano vari livelli di responsabilità: vuoti ordinamentali, carenze di regolazione, problemi strutturali, inadeguatezze gestionali; in tal senso, il Rapporto si concentra sugli esiti dell'attività di monitoraggio, ma non rinuncia a uno sguardo d'insieme facendo cenno anche ad alcune questioni che attengono più a un profilo di normazione che di gestione. Infatti, la prima osservazione riguarda l'aspetto normativo che, secondo il Garante, "non offre sufficienti tutele e garanzie per assicurare il pieno (articolo 14 comma 2 T. U. Imm.) e assoluto rispetto della dignità della persona (articolo 19 comma 3 decreto- legge 17 febbraio 2017 n. 13) e rischia di lasciare ampi spazi di discrezionalità ai pubblici poteri e ai soggetti responsabili della loro gestione".

Nel rapporto, il Garante puntualizza che manca una legge organica che regoli la vita all'interno dei Cpr e definisca le modalità del trattenimento favorisce trattamenti differenziati e non omogenei tra le varie strutture del territorio, nonché situazioni di informalità che "rischiano di mettere a repentaglio i diritti fondamentali delle persone trattenute". Il Garante nazionale è chiaro su questo punto. Riprende ciò che scrisse nella relazione al Parlamento del 2020, per ribadire che a più di venti anni dalla loro introduzione, i Centri di detenzione amministrativa rimangono "luoghi "non pensati" ove "la permanenza in essi segue le sorti di un "effetto collaterale", che si vorrebbe evitare e che è sostanzialmente sottovalutato".

Nel rapporto, il Garante parla di un vuoto legislativo sul punto, quindi osserva l'urgenza di una legge che regoli i modi di "trattenere". In sostanza, i migranti sono di fatto privati della libertà come i detenuti, nonostante non abbiano commesso reati. Ecco perché servirebbe una specie di ordinamento come ce l'ha il sistema penitenziario. Il Garante lo spiega bene nel rapporto. Specifica che serve per rendere conforme il dispositivo agli standard europei e internazionali in materia di privazione della libertà ampiamente trascurati nella disciplina della detenzione amministrativa, come dimostra l'enorme differenziale di tutele che da sempre la caratterizza rispetto al mondo dell'esecuzione penale, a cominciare, per esempio, dall'assegnazione all'Autorità giudiziaria di compiti di vigilanza sulle strutture analoghi a quelli della magistratura di sorveglianza.

"Emblematiche sono - si legge nel rapporto - altresì, le carenze rispetto al ruolo del sistema di sanità pubblica e alla regolamentazione di strumenti essenziali di garanzia come l'indicazione che la visita di primo ingresso sia anche orientata alla verifica di lesioni e quindi all'emersione di maltrattamenti eventualmente occorsi nelle fasi precedenti all'ingresso in struttura". Oppure, altro esempio, si pensi alla mancanza di un sistema di registrazione di tutti gli eventi critici e di una disciplina specifica sull'uso della forza e sugli accertamenti sanitari nei confronti di coloro che la subiscono: questo serve al fine di assicurare le necessarie cure mediche e l'acquisizione di elementi per una puntuale ricostruzione dei fatti.

Restano poi problemi nelle strutture, "dall'architettura rudimentale", carenza di spazi di socialità o luoghi di culto, "che peraltro attenuerebbe le tensioni". Inoltre, il Garante osserva la mancanza dei più basilari elementi di arredo, incluse le porte dei bagni. "Come se l'individuo - osserva il Garante - smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare".

Alcuni esempi. Nella progettazione e realizzazione dei lavori di adeguamento di alcune strutture, come per esempio la sezione maschile del Cpr di Roma- Ponte Galeria, il garante denuncia che non si è tenuto conto di alcuni standard di sicurezza elementari per la privazione della libertà delle persone migranti, elaborati sia dagli organismi internazionali di controllo che dal Garante nazionale stesso.

Senza contare - come si legge sempre nel rapporto - alcune inefficienze progettuali presenti, per esempio, nel Cpr di Gradisca d'Isonzo dove il fumo all'interno dei locali detentivi anche di quantità minimale provoca il blocco del sistema di riscaldamento. Il Garante è netto: sotto il profilo delle condizioni materiali dei Cpr, "il cambio di passo è un imperativo". Al rapporto il garante allega anche la risposta del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, che assicura disponibilità economica e organizzativa per migliorare gli aspetti strutturali segnalati.

 
Migranti. Rifugiati, la protezione è sempre più un miraggio PDF Stampa
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di Umberto De Giovannangeli


Il Riformista, 21 aprile 2021

 

Il rapporto annuale del Centro Astalli. Ottanta milioni di persone nel mondo in fuga da dittature, violenze e povertà. Per loro il virus non è il peggiore dei mali. In aumento gli arrivi da mare in Italia nel 2020, ma crollano le richieste di asilo ostacolate dalla burocrazia. Padre Camillo Ripamonti: "Cresce la precarietà, investire su welfare e integrazione. E a Draghi dico: evacuare subito i centri di detenzione libici".

L'anno della pandemia visto dalla parte dei più indifesi tra gli indifesi: migranti e rifugiati. Il Rapporto annuale del Centro Astalli - sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati - il secondo che esce durante l'emergenza sanitaria, descrive un anno, il 2020, al fianco di oltre 17mila rifugiati e richiedenti asilo, con dati su servizi offerti, nazionalità e status.

Ne emerge un quadro in cui l'onda lunga dei decreti sicurezza e le politiche di chiusura - se non addirittura discriminatorie - che hanno caratterizzato la normativa su immigrazione e asilo fino a fine 2020, acuiscono precarietà di vita, esclusione e irregolarità. Il 2020, l'anno segnato dallo scoppio della pandemia da Covid-19, dal lockdown e dalle misure restrittive per arginare la diffusione dei contagi, ha registrato un aumento degli arrivi via mare di migranti in Italia (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019).

Per molti migranti forzati il Covid non è quindi il peggiore dei mali da affrontare. Violenze, dittature, profonde ingiustizie sociali ed economiche costringono quasi 80 milioni di persone nel mondo a mettersi in cammino verso un paese sicuro. Allo stesso tempo però sono diminuite le richieste d'asilo in Italia: 28mila (contro le 43.783 del 2019). Nonostante numeri decisamente bassi di arrivi rispetto al recente passato, il sistema di protezione fatica a rispondere efficacemente ai bisogni delle persone approdate nel 2020 o già presenti sul territorio.

In un anno di accompagnamento dei migranti forzati, complice la pandemia, il Centro Astalli ha registrato un aumento degli ostacoli frapposti all'ottenimento di una protezione effettiva, un intensificarsi del disagio sociale e della marginalizzazione dei rifugiati. Molte situazioni, già in equilibrio instabile, si sono trasformate in condizioni di grave povertà.

Persone rese fragili da viaggi spesso drammatici che durano mesi o anni, si scontrano con normative e prassi dei singoli uffici non di rado discriminatorie, rendendo spesso le questioni burocratiche un potenziale vicolo cieco.

Non pochi davanti all'ennesima difficoltà rinunciano a far valere i loro diritti, convinti di non avere alcuna possibilità di vederli riconosciuti. La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, pacchi alimentari, medicine) è forte su tutti i territori: si calcolano 3.500 utenti alla mensa di Roma (tra cui 2.198 richiedenti o titolari di protezione) di questi più del 30% è senza dimora, in stato di grave bisogno e tra loro, per la prima volta dopo molti anni, hanno chiesto aiuto anche italiani. Più di 2.600 utenti si sono rivolti al centro diurno a Palermo.

A Trento si è avuta la necessità di trasformare un dormitorio notturno per l'emergenza freddo in un servizio di accoglienza di bassa soglia con uno sportello di assistenza dedicato ai richiedenti asilo senza dimora. A Bologna è stato dato in gestione al Centro Astalli uno spazio in cui realizzare un dormitorio per richiedenti e rifugiati. I primi esclusi dalla protezione internazionale sono gli sfollati interni che rimangono bloccati nei confini degli Stati da cui scappano, sempre più invisibili, non riescono a raggiungere un Paese sicuro, in cui chiedere protezione.

L'aver bloccato gli ingressi a causa della pandemia (durante il primo picco, 90 Paesi hanno chiuso completamente le frontiere anche ai richiedenti asilo), la mancanza di azioni di soccorso e ricerca nel Mediterraneo centrale da parte di governi e Unione europea, l'aver fortemente limitato le azioni delle Ong, finanziando invece attività di ricerca e respingimento da parte della guardia costiera libica, non ha bloccato i flussi irregolari di migranti ma ne ha reso solo meno visibili le conseguenze. Nel 2020 sono stati oltre 11.000 i migranti soccorsi o intercettati nel Mediterraneo, riportati in Libia e li detenuti in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili.

A questi si aggiungono le oltre 1.400 vittime accertate di naufragi nel corso del 2020. Anche quest'anno molte delle persone che si sono rivolte al centro SaMiFo (Salute Migranti Forzati) sono state vittime di gravi violenze in Libia. Riferiscono di essere state torturate, ma anche di aver subito percosse e abusi indiscriminati.

"Il Rapporto annuale documenta che il numero delle persone che sono arrivate nel 2020 sono aumentate - rimarca a Il Riformista padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli - E questo ci dice come le persone, nonostante la pandemia fuggono lo stesso da situazioni di violenza, pensiamo ad esempio ai centri di detenzione in Libia. La pandemia per loro non è il peggiore dei mali. E uno dei tanti mali che affligge la loro vita. In Italia e nel mondo sono diminuite le richieste d'asilo.

La procedura per accedere al riconoscimento della protezione internazionale si é ridotta un po' in generale, legata appunto alla situazione di difficoltà della pandemia. Ma questo ci dice anche -spiega padre Ripamonti - che c'è, in Europa e nel mondo, una erosione del diritto d'asilo. Si sta perdendo di vista quello è che è la protezione internazionale delle persone.

Dal Rapporto emerge la difficoltà sempre maggiore delle persone anche in questo tempo. Quelle persone che abbiamo lasciato ai margini con politiche di esclusione, durante la pandemia sono state ancora più in difficoltà. E questo perché non abbiamo investito sull'integrazione. La prospettiva per i prossimi anni dovrebbe essere, a nostro avviso, quella di un investimento sta una integrazione che sia però anche una integrazione trasversale, perché i problemi dei migranti sono i problemi dei cittadini in generale la salute, il lavoro, la casa.

Quindi un investimento generale sul welfare che abbiamo un po' dimenticato, come Italia ma anche come Europa. Ritengo che l'investimento dei prossimi anni debba essere un investimento sullo Stato sociale in generale, con una attenzione all'integrazione delle fasce più fragili e tra queste quelle dei migranti e dei rifugiati". Da cosa iniziare, qual è la priorità tra le priorità che lei indicherebbe al presidente Draghi?, chiediamo a padre Ripamonti.

"Ce ne sono due fondamentalmente - è la sua risposta. In questo momento, l'evacuazione dei centri di detenzione in Libia. Liberare queste persone da una condizione di detenzione che non conosce i diritti umani. E poi guardare al futuro con l'integrazione. Che è qualcosa che punta sull'amicizia sociale, sulla coesione sociale. In questo momento in cui siamo così tutti in difficoltà, puntare su qualcosa che costruisca comunità. E l'integrazione dei migranti è un elemento che costruisce comunità".

 

 
Droghe. Cannabis legale, a New York si può PDF Stampa
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di Leonardo Fiorentini


Il Manifesto, 21 aprile 2021

 

New York, New Mexico e Virginia. In poco più di una settimana 30 milioni di americani hanno visto il proprio Stato legalizzare la cannabis. Questi sono diventati 18, più il Distretto della Capitale Washington, le Isole Marianne Settentrionali e Guam: oltre il 40% della popolazione statunitense vive in uno stato che ha abbandonato il proibizionismo sulla cannabis.

Il 30 marzo 2021, esattamente 60 anni dopo la firma, proprio a New York, della Convenzione Unica sugli stupefacenti che aveva introdotto il divieto globale della cannabis, lo Stato della Grande Mela ha legalizzato la cannabis. Il Governatore Cuomo, in difficoltà nei sondaggi ed alla ricerca di una issue popolare ha sfruttato il largo consenso nell'opinione pubblica: il 64% dei newyorchesi è favorevole alla legalizzazione. "Non saremo i primi, ma il nostro programma sarà il migliore" aveva dichiarato, presentando la cannabis come priorità assoluta del suo governo per il 2021 e riuscendo ad approvarla letteralmente dalla mattina alla sera.

In effetti il testo tiene conto di luci e ombre di questi primi anni di regolamentazione legale, a partire dal tema della giustizia sociale e della cancellazione dei precedenti penali. Ricordiamo che New York ha storicamente dato la linea alle politiche repressive sulle droghe, a partire dalle Rockfeller Drug Laws degli anni 70, sino alla zero tolerance di Rudolph Giuliani.

Secondo l'American Civil Liberties Union, nel 2018, quasi 60.000 newyorkesi sono stati arrestati per violazioni della legge sulla marijuana, di questi, il 95% per solo possesso. Secondo la Legal Aid Society nel 2020 nei cinque distretti di New York City, neri e ispanici rappresentavano oltre il 93% degli arrestati per violazioni per cannabis.

Tenendo conto di ciò saranno cancellate automaticamente dalle fedine penali le condanne per condotte rese oggi legali, mentre coloro che consumano cannabis, o lavorano nell'industria saranno protetti contro discriminazioni in materia di alloggi, accesso all'istruzione e diritti genitoriali.

La polizia inoltre non potrà più usare l'odore della cannabis come giustificazione per le perquisizioni. Il sistema di licenze impedisce l'integrazione verticale, onde evitare concentrazioni e favorire i piccoli produttori locali, ad eccezione delle micro imprese e degli operatori già esistenti nel programma della cannabis medica. Per quel che riguarda invece l'equità sociale e la riparazione dei danni del proibizionismo, l'obiettivo è di avere almeno il 50% delle licenze commerciali rilasciate a richiedenti provenienti da "comunità colpite in modo sproporzionato dall'applicazione del divieto della cannabis", nonché imprese di proprietà di minoranze e donne, veterani disabili e agricoltori in difficoltà finanziaria.

Le entrate fiscali, oltre a coprire i costi del programma, saranno ripartite in questo modo: il 40% ad un fondo di reinvestimento sulle comunità, il 40% a sostegno delle scuole pubbliche statali e il 20% alle strutture per il trattamento degli usi problematici di droghe e per campagne e programmi di educazione pubblica. La cannabis vola alto anche nel paese: oltre il 75% degli americani è oggi contrario alla sua proibizione e criminalizzazione. Forte anche di questo il leader della maggioranza democratica al Senato Schumer ha ribadito la sua intenzione di andare avanti con la proposta di legalizzazione a livello federale "con o senza l'accordo di Biden".

Se la legalizzazione in California ha rappresentato il punto di non ritorno del processo di riforma negli USA, è evidente che New York rappresenta un passaggio simbolico decisivo nei confronti di tutto il mondo. Ancora di più pensando che nella città saranno anche consentiti luoghi di consumo sociale della cannabis: New York tornerebbe alle origini, un poco New Amsterdam.

 
Francia. "Non restituite gli ex terroristi all'Italia" PDF Stampa
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italiastarmagazine.it, 21 aprile 2021


Un appello degli intellettuali francesi, pubblicato su Le Monde, ribadisce la visione democratica e soprattutto umana la Dottrina Mitterand. Nei giorni scorsi, la ministra Cartabia aveva avuto colloqui con l'omologo francese. Nei giorni scorsi, l'annuncio di un fitto colloquio fra il ministro della giustizia italiana Marta Cartabia e il suo omologo francese Éric Dupont-Moretti aveva riacceso le speranze di una svolta epocale sull'estradizione di terroristi italiani che avevano ottenuto protezione da parte del governo francese, sulla scia della discussa "Dottrina Mitterand". La guardasigilli italiana ha consegnato l'elenco con i nomi degli 11 terroristi latitanti, 4 dei quali condannati all'ergastolo in contumacia.

Tra gli altri Luigi Bergamin, tra gli ideologi dei "Pac" a cui apparteneva anche Cesare Battisti, Ermenegildo Marinelli, accusato di banda armata e omicidio, oggi imprenditore, Maurizio Di Marzio, accusato di assalto e tentativo di sequestro dell'agente Nicola Simone, Enzo Calvitti, con tre condanne per omicidio, Marina Petrella, coinvolta nel sequestro Moro, e ancora Giovanni Alimonti, Raffaele Ventura, Giorgio Pietrostefani, Narcisio Manenti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi e Paolo Ceriani Sebregondi.

Ma ora, in favore degli "esuli politici italiani" è arrivata una levata di scudi sotto forma di lettera firmata da un gruppo di intellettuali francesi. Pubblicata su "le Monde", la lettera è un appello al governo francese per difendere la dottrina Mitterand, che "non significa dare lezioni all'Italia in materia di giustizia, ma ricordare che in alcuni casi il funzionamento della giustizia italiana faceva temere che non tutte le garanzie di equità sarebbero state rispettate". La lettera prosegue ricordando che tutti gli "esuli" hanno pubblicamente dichiarato di aver "abbandonato la militanza politica, considerando la loro attività come conclusa, ripudiando la violenza".

"Oggi i militanti italiani esuli arrivati all'inizio degli anni Ottanta hanno 40 anni di più. Sono ormai ampiamente nell'età della pensione. Sono stati giornalisti, ristoratori, medici, grafici, documentaristi, psicologi. Hanno avuto figli e nipoti. Non hanno mai smesso di ripetere che la guerra è finita e sono da molto tempo estranei a quello che erano stati, senza mai rifiutare di ammettere la loro responsabilità. È a queste donne e a questi uomini, 40 anni dopo che si chiedono i conti nel nome di una giustizia secondo cui il perdono equivale all'oblio e che la riconciliazione vale meno della riapertura delle ferite. La Dottrina Mitterrand è un modo di rifiutare la concezione della giustizia come puro strumento di vendetta, anche 40 anni dopo, una norma che noi consideriamo come un passaggio illuminato della democrazia".

 
Stati Uniti. Processo Floyd, il verdetto: "L'agente Chauvin è colpevole di omicidio" PDF Stampa
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di Giuseppe Sarcina


Corriere della Sera, 21 aprile 2021

 

L'agente il 25 maggio 2020 soffocò l'afroamericano di 46 anni. La giuria: "È tre volte colpevole". Attesa la decisione del giudice sull'entità della pena. Colpevole. Tre volte colpevole. Il poliziotto Derek Chauvin ha ucciso George Floyd. La giuria ha deciso rapidamente, dopo solo dieci ore di discussione e senza chiedere chiarimenti alla Corte di Minneapolis. Toccherà ora al giudice Peter Cahill, fissare l'entità delle pene, entro sei-otto settimane.

A carico di Chauvin erano state formulate tre imputazioni. Colpevole in tutti e tre casi: omicidio colposo, ma con il presupposto di un'aggressione o di un assalto contro la persona, senza tenere in conto le possibili conseguenze; omicidio dovuto a una condotta pericolosa e negligente; omicidio preterintenzionale, causato da un comportamento irragionevolmente rischioso. Le punizioni base oscillano tra i 10 e i 15 anni di reclusione per le due prime accuse; cinque anni per la terza. Solo con le aggravanti, per esempio omicidio commesso davanti a testimoni minorenni, si potrà arrivare fino a 40 anni di carcere. È una sentenza storica per l'America. È la condanna attesa da una larga parte del Paese. A cominciare da Joe Biden, che ieri aveva rotto il silenzio prima che arrivasse la notizia: "Prego perché il verdetto sia quello giusto. Per me le prove sono travolgenti. Lo dico solo ora perché la giuria è in ritiro". Il presidente è poi intervenuto ancora in serata, con un discorso televisivo in cui invitato il Paese ora a restare unito. "Siamo sollevati" ha detto Biden, che fra l'altro ha parlato al telefono con i familiari di George Floyd. Ben Crump, avvocato dei familiari della vittima, ha postato su Twitter un video della telefonata. "Non c'è niente che possa far andare meglio le cose" ha detto il presidente commentando la morte del loro congiunto, "ma almeno c'è giustizia". "La condanna è un passo gigante nella lotta contro il razzismo" ha aggiunto Biden.

I dodici giurati, sei bianchi, quattro afroamericani, due di altra etnia, cinque uomini e sette donne, si erano chiusi in Camera di consiglio da lunedì sera. Hanno ripercorso le prove e soprattutto i filmati di un processo inedito, costruito sulle immagini riprese dalle "body camera" degli agenti, dalle telecamere di sicurezza e dai telefonini dei testimoni. La Procura ha mostrato ancora una volta la sequenza che ha indignato il mondo: Chauvin che preme il suo ginocchio sul collo di George, ammanettato e immobilizzato, pancia a terra.Nove minuti e 29 secondi, in quella sera del 25 maggio 2020. Sono i fotogrammi che lo scorso anno sollevarono un'onda di proteste in tante città degli Stati Uniti, guidate dal movimento di "Black Lives Matter". I testimoni convocati in aula hanno commentato con angoscia, spesso piangendo, quella scena. Tra loro una bambina di nove anni: "è molto triste".

Davanti al tribunale, una folla di persone ha accolto la sentenza con sollievo, con canti di gioia. Dentro, sul banco degli imputati, Derek Chauvin ha ascoltato il verdetto di condanna ed è stato subito portato in carcere. Un uomo isolato: nessuno dei suoi ex colleghi lo ha difeso. Anzi, tra le deposizioni decisive c'è sicuramente quella del capo della Polizia Medaria Arradondo, anche lui afroamericano. È stato lui a dichiarare che "quella pratica", cioè quel ginocchio, quel ghigno, quella mano in tasca, "non fanno parte delle regole della polizia di Minneapolis; è stata un'iniziativa, un'improvvisazione di Chauvin". L'avvocato Eric Nelson, il legale di Chauvin, non ha mai avuto grandi margini. Ha cercato di seminare dubbi, di smontare la ricostruzione dei fatti. Ma è andato a sbattere contro la forza insormontabile delle immagini. Contro l'evidenza del referto medico: George è morto per asfissia, non per overdose di oppioidi. Ora la tensione si scioglierà a Minneapolis, la città del Minnesota in bilico da giorni, con la Guardia nazionale schierata in forze, con i distretti di polizia protetti da alti reticolati. Dovrebbe rientrare l'allarme anche nelle altre città, in particolare a Chicago e a Washington Dc. E la parola adesso passerà alla politica, al Congresso degli Stati Uniti, dove la Camera ha già approvato una legge di riforma della polizia, con standard nazionali per l'addestramento e per l'uso della forza.

La sentenza del processo Floyd segnerà la storia del Paese. In tre settimane di dibattimento si sono concentrate le tensioni accumulate da un anno, da quella sera del 25 maggio 2020, quando George, afroamericano di 46 anni, entrò in un negozio per comprare un pacchetto di sigarette, pagò con una banconota contraffatta da 20 dollari, risalì in macchina e poco dopo iniziarono gli ultimi 9 minuti e 29 secondi della sua vita. Ammanettato, sdraiato con il petto contro l'asfalto. Sul collo il ginocchio del poliziotto Derek Chauvin.

Le accuse - A carico di Chauvin sono state formulate tre imputazioni. Proviamo a trasporle nelle nostre fattispecie penali con un inevitabile margine di approssimazione:

• omicidio colposo, ma con il presupposto di un'aggressione o un assalto contro la persona, senza tenere in conto le possibili conseguenze;

• omicidio dovuto a una condotta pericolosa e negligente;

• omicidio preterintenzionale, causato da un comportamento irragionevolmente rischioso.

Toccherà al giudice Peter Cahill fissare l'entità delle pene, che non si possono cumulare in caso di condanna simultanea per tutti e tre i reati. In questo caso viene comminata la pena più alta. Le punizioni base oscillano tra i 10 e i 15 anni di reclusione per le due prime accuse; e di cinque anni per la terza. Solo con le aggravanti, per esempio omicidio commesso davanti a testimoni minorenni, si potrà arrivare fino a 40 anni di carcere.

Il processo 2.0 - È stato un processo inedito, 2.0, costruito sulle immagini girate dalle "body camera" in dotazione agli agenti, dai telefonini dei testimoni, dalle telecamere di sicurezza. Un racconto in presa diretta, crudo e drammatico, dalla periferia di Minneapolis, in Minnesota. Un luogo familiare, perché simile ai quartieri marginali di tante metropoli americane. Le prime sequenze ci mostrano uno sprazzo della vita quotidiana di Floyd. Lo vediamo entrare nell'emporio Cup Food, oggi trasformato in memoriale e in punto di incontro per gli attivisti. Alto, massiccio, in canottiera nera. Farfuglia qualcosa, scherza con i clienti. Alla fine compra le sigarette con 20 dollari falsi. Il referto post mortem rivelerà che era sotto effetto degli oppioidi. Un uomo in lotta con la dipendenza da molto tempo, come ha detto Courtney Ross, la donna che lo frequentava nel 2017.

Quella sera di primavera sembra tutto tranquillo. George rientra in auto, dove lo aspetta un conoscente che sarà rapidamente controllato e poi rilasciato dalla pattuglia di agenti. Ecco la clip registrata dalla body camera di Thomas Lane, uno dei primi agenti a entrare in contatto con Floyd. Il poliziotto si avvicina. Picchetta sul vetro, chiede subito a George di scendere. Poi tira fuori la pistola e la punta contro l'uomo ancora fermo nell'auto: "Non sparatemi, sono una brava persona, dite ai miei figli che gli voglio bene", urla George, spaventato e visibilmente confuso. È un esempio concreto del cosiddetto "razzismo strutturale": i tutori dell'ordine diffidano a priori dei maschi afroamericani. Temono che siano armati, che facciano parte di una gang di trafficanti e così via. Le norme e l'addestramento dovrebbero servire per distinguere. In un altro video lo stesso agente rimette la pistola nella fondina e urla a Floyd: "Metti quelle c... di mani (your fucking hands) sul volante". Non: "Per favore signore, metta le mani in vista sul volante", come prevedono le "regole di ingaggio".

Il ginocchio di Chauvin - Entra in scena Derek Chauvin, 46 anni, da 19 in servizio nel Minneapolis Police Department. Quando arriva altri tre colleghi stanno già cercando di caricare il fermato sulla macchina della polizia. George è ammanettato, protesta, non vuole montare sul sedile posteriore. Si prepara la scena che tutto il mondo ha visto decine e decine di volte. Sono i fotogrammi che lo scorso anno indignarono l'America, sollevarono un'onda di proteste su tutto il territorio degli Stati Uniti, guidate dal movimento di Black Lives Matter. I testimoni hanno commentato con angoscia, spesso piangendo, la scena che abbiamo visto ormai centinaia di volte. Quella sera, su quel marciapiede, ci sono anche una ragazza di 17 anni che riprende tutto con il telefonino. Accanto a lei sua cugina, una bambina di 9 anni: "È triste", dice ai giurati.

La parola del capo - Tra le deposizioni decisive c'è quella di Medaria Arradondo, capo della polizia di Minneapolis, anche lui afroamericano. Dichiara che "quella pratica", cioè quel ginocchio, quel ghigno, quella mano in tasca, "non fanno parte delle regole della polizia di Minneapolis; è stata un'iniziativa, un'improvvisazione di Chauvin". Altri ufficiali del Dipartimento di Minneapolis, convinti o meno che fossero, confermano la linea di Arradondo. L'avvocato Eric Nelson, il legale di Chauvin, non sembra avere grandi margini. Cerca di seminare dubbi, di smontare la ricostruzione dei fatti. Sostiene che l'agente abbia agito "in modo ragionevole" e "seguendo le procedure". Tenta di dimostrare che Floyd non sia morto "per conseguenza diretta" di quella pressione, di quel ginocchio. La versione dei medici, però, è diversa: George è morto per asfissia, non per overdose di oppioidi.

L'attesa e la politica - I dodici giurati erano riuniti da lunedì 19 aprile in un hotel di Minneapolis. Nell'ultima giornata hanno fatto il pieno di raccomandazioni. "Giudicate sulla base di quello che avete visto con i vostri occhi", ha detto il Procuratore Steve Schleider, chiudendo la requisitoria. "Considerate tutti i fatti, non una sola prospettiva", ha replicato l'avvocato Nelson, Gli attivisti afroamericani e non solo, si sono mobilitati da giorni. A Minneapolis è schierata la Guardia Nazionale. Stato di allerta anche in alcune città già segnate dalle manifestazioni e da qualche scontro con la polizia. In particolare Chicago, Portland e Washington. La tensione era già salita al massimo con l'uccisione di un altro afroamericano, Duante Wright, in un sobborgo di Minneapolis, e con il caso del tredicenne Adam Toledo, colpito a morte da un poliziotto a Chicago.

I leader di Black Lives Matter hanno stretto un patto con lo stesso Arradondo. Da una parte c'è l'impegno a isolare i vandali e i saccheggiatori. Dall'altra a vigilare sulle manifestazioni senza abusare della forza pubblica. I gestori di Facebook hanno fatto sapere che cancelleranno i post "che incitano alla violenza". In movimento anche la politica. Il fronte conservatore ha attaccato duramente la deputata democratica e afroamericana Marine Waters che, nel fine settimana, aveva invitato gli attivisti a "non lasciare la piazza, a essere più conflittuali" in caso di "sentenza ingiusta". La Casa Bianca osserva, per ora in silenzio. Ma Joe Biden sta valutando se tenere un discorso alla Nazione.

 
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