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Nagorno-Karabakh, combattimenti fra Armenia e Azerbaigian: vittime e feriti fra i civili PDF Stampa
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di Francesco Battistini


Corriere della Sera, 28 settembre 2020

 

Riparte la guerra dei 30 anni. Offensiva azera dopo che gli indipendentisti armeni avevano attaccato nella notte. Mosca chiede un cessate il fuoco immediato, Erevan dichiara la legge marziale. Sullo sfondo, lo scontro nel Caucaso tra la Russia e la Turchia, e la più delicato conflitto alle porte dell'Europa.

Riecco la guerra dei trent'anni. Armeni contro azeri: per ora il bilancio è di sedici soldati armeni morti e oltre un centinaio di feriti. Torna il più lungo conflitto ereditato dalla fine dell'Unione Sovietica. La più dimenticata delle ostilità nell'atlante internazionale. Che apparve al mondo nel 1988, quando non era ancora caduto il Muro di Berlino e il Nagorno-Karabakh, 143 mila abitanti, una regione grande meno della metà della Sardegna, aveva deciso di rifiutare "l'azerificazione forzata imposta fin dai tempi di Stalin" per unirsi alla vicina Armenia. Che è proseguita prima con 30 mila morti e migliaia di sfollati, poi a bassissima tensione nella piccola pace siglata nel '94 e in quest'ultimo trentennio, mentre s'accendevano e si spegnevano i fuochi in Cecenia e in Georgia, mentre ci si scannava in Dagestan o esplodeva l'Ucraina. Fino alla crisi del 2016, 110 ammazzati. Fino allo scorso a luglio, coi primi tamburi di guerra. Fino a questa domenica, con la provincia contesa che riprecipita in uno scontro aperto e nelle solite accuse reciproche delle prime ore di trincea: Erevan ad additare gli azeri per aver bombardato a freddo, Baku a replicare che è stata una ritorsione alle provocazioni armene.

Con l'Armenia che dichiara la legge marziale in tutto il Paese, mobilita chiunque abbia più di 18 anni e annuncia la distruzione di due elicotteri, tre droni e tre carri armati. Con l'Azerbaijan che denuncia la violazione della Convenzione di Ginevra del 1949, avverte che non accetterà comportamenti aggressivi ed elenca un elicottero abbattuto nel Tartar, assieme a dodici batterie missilistiche polverizzate.

Con l'autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh, riconosciuta solo dall'Armenia, che denuncia d'essere sotto tiro azero e invita i 53 mila abitanti di Stepanakert, la sua capitale, a rifugiarsi il meglio possibile. Con l'Europa che si ritrova a maneggiare un'altra polveriera ai suoi confini: "Grande preoccupazione", dice il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, appellandosi ai negoziati perché "un ritorno immediato" a trattare "senza precondizioni, è l'unica strada da percorrere".

Già, i negoziati. Per anni, ogni mese, azeri e armeni si sono incontrati in una tenda dell'Osce montata e smontata al confine. A discutere, litigare, rompere, riaggiustare. Sempre inutilmente. Sempre rivendicando le stesse posizioni. L'Armenia decisissima a difendere i diritti dell'enclave armena del Nagorno-Karabakh. L'Azerbaijan a non mollare un millimetro sulla sovranità perduta di fatto nel 1994, dopo la proclamazione della repubblica indipendentista. Entrambi a contendersi la zona demilitarizzata e minatissima che corre per 50 chilometri lungo il confine, un posto dove ogni mese gli osservatori Osce sono chiamati a registrare decine di violazioni del cessate il fuoco. S'è vivacchiato per anni, in questa tensione ridotta quasi allo zero e tenuta sotto controllo da russi, francesi e americani nel cosiddetto Gruppo di Minsk.

A luglio, sfruttando l'emergenza Covid e la partenza di molti funzionari internazionali, le prime scintille e le contestazioni dei negoziati ormai limitate via video, causa virus. La scorsa settimana, la pubblica denuncia di un'escalation militare. Ora, la guerra. Pericolosissima. Che rischia di sconvolgere il Caucaso, compromettere la fragilità di Paesi vicini come la Georgia, coinvolgere nell'eterno Great Game di questa parte d'Asia gli antichi attori che già compaiono nel nome della regione contesa: laddove Nagorno è una parola russa che significa montagna e Karabakh, invece, è d'origine turco-persiana e sta per "giardino nero".

Tutti in gioco: l'attivissima Russia, alleata e garante della sicurezza armena, da sempre cauta sulla questione del Nagorno-Karabakh, la sola ad avere ottenuto un vero successo diplomatico nel 2008 con una dichiarazione distensiva (l'unica) firmata dalle due parti; la Turchia, che dal 1993 è legata al turcofono e ricco (di petrolio) Azerbaijan in un accordo d'assistenza militare reciproca (modello di cooperazione che ora vorrebbe replicare in Libia, col governo tripolino del dimissionario Serraj) ed è subito intervenuta, condannando "la provocazione" dell'immortale nemico armeno.

Se sia l'inizio d'una nuova stagione bellica o solo un blitz, favorito dalla disattenzione internazionale, si capirà nelle prossime ore. Le parole di queste settimane sono state perfino più violente delle mitragliate. L'Armenia promette a giorni "una risposta proporzionata": è quella che sembra una sconfessione della linea trattativista garantita da Nikol Pashinyan, il premier della "rivoluzione di velluto", il primo leader armeno che non sia cresciuto al fronte combattente del Nagorno-Karabakh. L'Azerbaijan accusa lo stesso Pashinyan, che pure un tempo incoraggiava al dialogo, d'avere fatto deragliare i negoziati Osce cercando di coinvolgervi i leader della repubblica indipendentista, ricordando come perfino la moglie e il figlio del premier armeno siano impegnati in prima linea. Toni pesantissimi. Finora però erano solo parole, appunto. Che guerra sarà, si vedrà.

 
In Europa calano i reati e i detenuti. In Italia sempre meno delitti, ma le carceri esplodono PDF Stampa
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di Nicola Galati


extremaratioassociazione.it, 27 settembre 2020

 

Qualcosa non torna. L'Eurostat ha recentemente pubblicato i dati, aggiornati al 2018, sulla capienza delle carceri e sulle persone detenute in Europa. La notizia non ha avuto una vasta eco, come spesso accade alle informazioni riguardanti il pianeta carcere. Il dato principale riguarda il numero di detenuti in Europa nel 2018 per 100.000 abitanti: 111, la cifra più bassa degli ultimi anni. Numeri che dimostrano un generalizzato e diffuso calo delle persone detenute e confermano anche la diminuzione dei reati commessi.

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Giustizia, la riforma che chiede l'Europa per il Recovery Fund PDF Stampa
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di Giorgio Oldoini


blitzquotidiano.it, 27 settembre 2020

 

L'Unione Europea ha posto all'Italia condizioni molto strette per procedere all'erogazione del Recovery Fund. Tra queste spicca la Riforma della Giustizia. Si chiede, in vista del Recovery fund, di riformare le istituzioni e le burocrazie pubbliche, che devono garantire la certezza del diritto. Senza la certezza del diritto, queste istituzioni sono inutili, dannose e finiscono col trasformarsi in parassitarie. L'Italia è il paese occidentale con la più alta incidenza di sentenze creative che minano in radice la certezza del diritto, il bene supremo delle nazioni più avanzate. L'incertezza delle leggi genera subalternità, legittima la prevaricazione e incentiva il servilismo e l'inefficienza.

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Col decreto intercettazioni trionfa il populismo giudiziario PDF Stampa
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di Fabio Anselmo*


Il Domani, 27 settembre 2020

 

Nuovi limiti. In nome della privacy si impedisce alla difesa l'accesso a prove decisive. Cacciamo gli stranieri extra-comunitari che minacciano la nostra sicurezza, rimandiamoli a casa loro". Poco importa se vengono calpestati i più elementari diritti umani, se sono stati torturati nei campi libici o annegano in mare.

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Il processo a Palamara può diventare una guerra per bande PDF Stampa
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di Iuri Maria Prado


Libero, 27 settembre 2020

 

È vero: il processo a Palamara non è, e non deve essere, il processo alla magistratura. Ma nemmeno dovrebbe essere il modo con cui la magistratura assolve sé stessa dalle responsabilità gravi che l'esplodere di quel caso ha reso tanto evidenti.

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