Giovedì 18 Luglio 2019
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Migranti. No all'espulsione dell'eritreo in carcere per 3 anni per un errore di persona PDF Stampa
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amnesty.it, 18 luglio 2019

 

"Non c'è una sola ragione al mondo per cui al cittadino eritreo Medhanie Tesfamariam Behre, arrestato nel 2016 in Sudan e per tre anni erroneamente ritenuto un importante trafficante di esseri umani, debba essere negato l'asilo politico", ha dichiarato Amnesty International Italia. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, non solo l'accoglimento della richiesta d'asilo, su cui si pronuncerà venerdì 19 luglio la commissione per l'esame nel Cpr di Caltanissetta, suonerebbe come un risarcimento per tre anni di carcere passati in Italia per un mero errore di persona: un errore portato alla luce grazie soprattutto alle inchieste giornalistiche del quotidiano britannico "Guardian".

Soprattutto, negare l'asilo a Medhanie Tesfamariam Behre costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale dei rifugiati. Espellerlo verso il Sudan, dove venne arbitrariamente arrestato nel 2016, lo porrebbe di fronte al rischio di un nuovo arresto, in un contesto nel quale le autorità di transizione che hanno preso il potere dopo la fine del dominio di Omar al-Bashir non danno ancora la minima garanzia di rispetto dei diritti umani.

Se dal Sudan venisse trasferito nel suo paese di origine, l'Eritrea, Medhanie Tesfamariam Behre rischierebbe l'imprigionamento per diserzione (dalla leva obbligatoria) e uscita illegale dal paese e con ogni probabilità una lunga condanna e la tortura. Sorte riservata da anni a chi, in Eritrea, critica il regime, professa una fede non consentita o cerca di fuggire al servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato. Una situazione che la raggiunta pace con l'Etiopia, nel 2018, non ha purtroppo modificato.

 
"Migranti prigionieri nei container". Ancora tensione al confine francese PDF Stampa
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di Massimo Calandri

 

La Repubblica, 18 luglio 2019

 

Mentone, gli stranieri detenuti illegalmente in prefabbricati di 15 metri quadrati senza cibo né acqua. La denuncia di Amnesty, Msf e altre Ong: "La polizia falsifica i documenti per riportare in Italia anche i minori" I due container in alluminio, di un giallo screpolato dal sole, sono stati sistemati dai francesi accanto alla loro caserma di polizia, subito dopo il confine di Ventimiglia: 3 metri per 5, una minuscola finestra, all'interno nessun arredo - neppure una branda - a parte un paio di vecchie sedie di plastica.

Da inizio anno ci sono passati migliaia di migranti, detenuti illegalmente prima di essere rispediti in Italia. Esseri umani fermati dai gendarmi transalpini e trattati senza alcun rispetto per la legge e l'umanità: niente medico, avvocato, interprete. Niente.

"Vengono dall'Italia, in Italia devono tornare". Ma dal momento che i nostri poliziotti della caserma di Ponte San Luigi, poche centinaia di metri più a est, non accettano i respingimenti dalle 19 alle 9 del mattino, ecco che i "clandestini" fermati al tramonto da qualche parte vanno rinchiusi. Non al centro di identificazione di Nizza, no. Prigionieri a forza, illegalmente: nei container. Uomini e donne, bambini di pochi mesi, e guai a ribellarsi.

Che importa, se quasi un migliaio di minori avrebbe dovuto invece essere assistito e ospitato - lo dice sempre il codice - dalla Francia: gli agenti hanno rispedito anche loro il mattino dopo, magari dopo aver strappato sotto i loro occhi i documenti d'identità e falsificato i dati trascritti sul Refus d'Entrée, il foglio che viene messo loro in mano prima di spingerli via. Allez, vite! Amnesty International France, Anafé, La Cimade, Médecins du Monde, Médecins sans frontières, Secours catholique Caritas France.

Sei associazioni francesi - più altre due di avvocati per la difesa dei diritti dell'uomo - hanno sottoscritto un documento che rafforza 13 denunce presentate alla procura di Nizza e a Felipe Gonzales Morales, inviato speciale delle Nazioni Unite, per altrettanti casi di "privazione illegale della libertà" nei confronti di migranti, costretti in quei container giallo screpolato di marca Agelco. Ma basta passare qualche ora nella terra di nessuno sul ponte che scavalca il rio San Luigi, in mezzo alle due caserme, per raccogliere altre terribili testimonianze dai respinti.

O per ascoltare la versione degli agenti italiani, che in un surreale balletto a loro volta restituiscono ai colleghi stranieri i minori che non potevano essere espulsi, confessando: "I francesi ci guardano dall'alto in basso, fanno i prepotenti". "Mi hanno chiuso in quella prigione per più di 10 ore con molti adulti, la notte del 27 maggio". Alpha è un ragazzo nigeriano di 17 anni. "Gli ho detto che ero minorenne, non gli importava. "Zitto, o è peggio per te".

Non potevamo usare i bagni. È stato orribile". La sua e molte altre storie ("Persone maltrattate cui viene rifiutata la visita medica, promiscuità, documenti strappati") le raccontano i responsabili di due associazioni italiane, We World e Iris, che con Anafé e Oxfam hanno presentato le denunce in procura. L'altra notte nei container c'era anche una famiglia eritrea: papà, mamma e un bimbo di 4 mesi che ha pianto tutta la notte.

Ha avuto un po' di latte in polvere solo ieri mattina, nel campo della Croce Rossa a Ventimiglia. Jacopo Colomba lavora al confine per We World, una delle associazioni in prima linea per i diritti degli ultimi. "Durante la settimana sono 40-50 al giorno le persone che ricevono il Refus d'Entrée e vengono riconsegnate alla polizia italiana. Nel fine settimana 50-70 casi almeno". Quasi 8.000 da inizio anno.

"E buona parte di loro trascorre la notte nei container". I minori? "Mediamente, il 10 per cento. Forse di più". Un migliaio di ragazzi. Solo una parte viene restituita dai poliziotti italiani ai colleghi francesi, come prevede la legge. È successo anche ieri pomeriggio. Un ragazzino di origine yemenita, un altro bengalese ("Perché adesso i migranti passano dalla rotta balcanica: anche i nordafricani, che raggiungono la Turchia con un visto e poi risalgono l'Europa. Una strada lunga, ma meno rischiosa", spiega Colomba).

Due agenti della nostra polizia di frontiera li accompagnano verso la caserma transalpina: entrano tutti e 4 negli uffici, i poliziotti risalgono qualche minuto dopo. Soli. "Glieli abbiamo lasciati, anche se i francesi non sembravano molto d'accordo: i minori erano stati identificati in Italia qualche mese fa, ma i nostri colleghi stranieri si erano "sbagliati" nel compilare le schede. Però le impronte non mentono. E insomma, se li devono tenere".

Che assurdità, tutto questo andare e tornare. Parliamo di due sedicenni. "I francesi è come se si sentissero più forti di noi", spiega l'agente. "Ma sapete che se ci prendiamo quei due ragazzini commettiamo un reato?". Lunedì Gérald Darmanin, ministro francese dell'Azione e dei Conti pubblici, era nella vicina Cannes, dove ha perorato la causa della lotta ai prodotti di marca falsificati: borsette, orologi, vestiti. "Ho chiesto il rinforzo della collaborazione con le autorità straniere, in particolare italiana. Siamo tutti d'accordo". Quando si tratta di merci - non di uomini - nessun problema.

 
Migranti. "Trattati come animali", la truffa dei centri d'accoglienza PDF Stampa
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di Marco Lignana

 

La Repubblica, 18 luglio 2019

 

I pasti dei migranti erano frattaglie, cibo per animali: "Cuore, polmone... costa un euro, un euro e mezzo al chilo, meno del pollo. E loro lo mangiano". Ma quelle persone, quegli ultimi sbarcati in Italia fra speranza e disperazione, non solo venivano malnutriti. Pure sottomessi, umiliati: "L'ho preso per i capelli, gli ho tirato un calcio nelle giunture delle gambe, si è inginocchiato da solo... vai a cambiarti va!

Che adesso ti faccio diventare bianco, dai il bianco ai muri!". Le intercettazioni in mano a Guardia di finanza di Sanremo e procura di Imperia raccontano il più bieco e meschino degli sfruttamenti: quattro arrestati per truffa ai danni dello Stato, tre indagati a piede libero fra i quali l'attuale capo di gabinetto della Prefettura di Torino, Alessandra Lazzari.

L'indagine in mano alla pm Maria Grazia Pradella ha messo a nudo quanto commesso da soci e consulenti della cooperativa di Cuneo "Caribù", che fino a ieri gestiva due centri di accoglienza temporanea nel ponente ligure, a Sanremo e Vallecrosia. Secondo il gip che ha ordinato le quattro custodie in carcere, i migranti venivano "trattati come animali".

E nel frattempo gli indagati intascavano soldi sporchi. Fino a un milione e 300mila euro. Del resto, raccontavano, "centoventi migranti per 30, vuol dire che fanno 3.600 euro al giorno... per 31 giorni sono 111mila euro al mese". Il "guadagno" avveniva usando una minima parte dei fondi ricevuti, o facendosi rimborsare dalla prefettura fino a sette volte la stessa fattura, o ancora dichiarando molti più migranti di quelli presenti.

 
La Giustizia penale internazionale, bloccata dal potere dei grandi Stati PDF Stampa
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di Alessandro Di Bussolo

 

vaticannews.va, 18 luglio 2019

 

Si è celebrata ieri la Giornata della Giustizia penale internazionale, in occasione del 21.mo anniversario della creazione, a Roma, del Tribunale che giudica sui crimini di guerra, genocidio, contro l'umanità e aggressione. Amnesty International: "Se a volte il Tribunale non ha processato, è per il blocco degli Stati più potenti"

La Giornata della Giustizia penale internazionale unisce tutti coloro che desiderano sostenere la giustizia, promuovere i diritti delle vittime e aiutare a prevenire i reati che minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo. È stata proclamata nel corso della prima conferenza di revisione dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (Cpi-Icc), che si è tenuta nel giugno 2010 a Kampala, in Uganda. La data scelta è quella dell'adozione, nel 1998, dello statuto, presso la sede romana della Fao, con 120 voti a favore, sette contrari e 21 astensioni. Ad oggi sono 123 i Paesi che ne fanno parte, ben più della metà dei 193 Stati membri dell'Onu. Alcuni hanno firmato il trattato, ma non l'hanno ratificato, come Stati Uniti, Israele e Sudan. Tra i non firmatari anche Russia e Cina, che pure, con Usa, Francia e Gran Bretagna fanno parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Lo scopo degli Stati firmatari era quello di creare una giurisdizione competente su presunti colpevoli di crimini contro l'umanità, genocidio e crimini di guerra, e dal dicembre 2017 anche di aggressione. Quando è stata raggiunta la sessantesima ratifica, il 1 luglio 2002, lo statuto della Corte è entrato in vigore, e da quell'anno a L'Aia, nei Paesi Bassi, sede della Corte, sono iniziati i lavori per "metter fine all'impunità per i peggiori crimini ancora commessi in tutto il mondo" come dicevano gli slogan delle Organizzazioni non-governative che quel processo avevano accompagnato per anni e che ancora oggi seguono da vicino.

Nello statuto della Corte si legge che la Cpi ha giurisdizione sovranazionale e può processare individui (non Stati) responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l'umanità, crimine di aggressione, commessi sul territorio e/o da parte di uno o più residenti di uno Stato parte, nel caso in cui lo Stato in questione non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello Stato e in armonia con il diritto internazionale.

La giurisdizione della Corte si esercita nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o da un cittadino di uno Stato parte alla Corte. Ne consegue che anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte. Uno Stato non parte non è tenuto a estradare i propri cittadini che abbiano commesso tali crimini in un Paese parte e al giorno d'oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli Stati non parte a cedere alle richieste della Corte internazionale. Il problema, tuttora aperto, è semmai l'esistenza di trattati internazionali (detti Sofa) che attribuiscono immunità a soldati di uno Stato non parte quando sono sul territorio di uno Stato parte.

In questi 17 anni di vita, la Corte penale internazionale (dati del 2018, n.d.r.) ha avviato indagini in 11 "situazioni": in Burundi; due nella Repubblica Centrafricana; in Costa d'Avorio; in Darfur; Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo; in Georgia, in Kenya; in Libia; in Mali; e in Uganda (le prime in ordine cronologico). L'Ufficio del procuratore sta inoltre studiando in fase preliminare altre 11 "situazioni" in Afghanistan; Colombia; Gabon; Guinea; Iraq; Regno Unito; Nigeria; Palestina; le Filippine relativamente a navi battenti bandiera delle Comore, Grecia e Cambogia; Ucraina e Venezuela. Sono state incriminate 42 persone e messi mandati di arresto per 34, richieste citazioni per altre otto. Otto sono anche i detenuti all'Aia.

La Corte penale internazionale non è un organo dell'Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch'essa con sede all'Aia, più nota come Tribunale internazionale dell'Aia (Cig-Icj).

Istituita nel 1945, la Cig ha il compito di dirimere le dispute fra Stati membri delle Nazioni Unite che hanno accettato la sua giurisdizione. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha poi il potere, attraverso una risoluzione, di istituire tribunali penali ad hoc, come è accaduto di recente per l'ex-Jugoslavia, dal 1993 al 2017 e per il Ruanda, dal 1994 al 2015, per per giudicare eventi avvenuti in differenti conflitti. La Cpi ha però alcuni legami con le Nazioni Unite: ad esempio il Consiglio di sicurezza ha il potere di deferire alla Corte situazioni che altrimenti non sarebbero sotto la sua giurisdizione.

 

Noury (Amnesty): è il meglio che abbiamo, deve funzionare

 

Sul significato di questa Giornata e sullo stato di salute della giustizia penale internazionale, ecco l' opinione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

R. - La Giornata può servire a spronare non tanto il Tribunale penale internazionale quanto gli Stati che lo compongono, lo sorreggono, i quali dovrebbero collaborare a fare di più, perché quell'organo di giustizia è la migliore cosa che abbiamo e deve funzionare bene. E se ha funzionato in maniera non perfetta, se ha mancato di indagare, processare potenziali gravi criminali, non è per colpa dei suoi giudici, ma perché non ha avuto la collaborazione necessaria. Quindi sì, occorre valorizzare di più questo compito che da venti anni è assolto e assunto dal Tribunale penale internazionale.

 

Combattere attraverso la Corte penale internazionale i crimini contro l'umanità, di genocidio, di guerra e - l'ultimo che è stato aggiunto - di aggressione, può fare davvero da deterrente perché nuovi conflitti non comincino e nuovi genocidi non avvengano?

R. - Mettiamola così: se non ci fosse la Corte, sicuramente non ci sarebbe un potenziale deterrente. Credo che questo deterrente ci sia perché avere il presagio che i crimini che stanno per essere commessi o che verranno commessi non resteranno impuniti può fermare qualcuno dal farli. Certo, occorre poi che l'impunità trovi contrasto anche sul piano interno, perché se penso a quello che è successo ultimamente ... Per fare un esempio pratico: non appena la procuratrice generale del Tribunale penale internazionale avvia un'indagine sulla cosiddetta guerra alla droga del presidente delle Filippine Duterte che ha fatto migliaia e migliaia di morti tra i più poveri della popolazione filippina, le Filippine decidono di ritirarsi dalla Corte, ecco che il potere giudiziario non è stato affatto deterrente, ma è stato soltanto qualcosa a cui si ha risposto con un insulto.

 

Quali sono le sfide più attuali per la giustizia penale internazionale, che costituiscono anche un grave ostacolo per la sua vera efficacia?

R. - Credo in primo luogo i conflitti o i post conflitti e anche i conflitti in corso. Direi che Siria, Yemen, Myanmar sono i casi più evidente di conflitti che sono in corso e che stanno per chiudere o che addirittura si trovano in una situazione paradossale in cui la ricostruzione è già iniziata - come nel caso della Siria - a conflitto ancora non terminato. Se la ricostruzione è iniziata è perché poi al tavolo dove si inizia a ricostruire ci sono persone che invece dovrebbero stare sul banco degli imputati del Tribunale internazionale. Quindi togliere l'impunità, garantire giustizia ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dei conflitti è la priorità numero uno.

 

Dobbiamo riconoscere che se c'è questa Corte penale internazionale, un grande ruolo è stato anche quello svolto dall'Italia. Infatti lo statuto è stato firmato qui a Roma, grazie anche allo stimolo che veniva dal governo italiano...

R. - Sì, è vero. C'eravamo anche noi di Amnesty International. Lo sforzo che ha fatto l'Italia, che hanno fatto alcuni parlamentari - e Non c'è pace senza giustizia, tra i movimenti insieme a noi - è uno sforzo che va riconosciuto e verrà riconosciuto per sempre. Bisogna essere all'altezza di tutti quegli auspici. Però dire - ed è un po' un luogo comune - che il Tribunale penale internazionale esercita la giustizia dei vincitori, che guarda soltanto all'Africa, non è esatto né nel presente né in prospettiva. Il Tribunale penale internazionale fa quello che può. Quando non fa qualcosa è perché Stati grandi e potenti lo bloccano e lo boicottano probabilmente temendo che rischierebbero o di finire a loro volta sul banco degli imputati.

 
L'Iran e le occidentali detenute. "Vogliono estorcere la confessione" PDF Stampa
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di Leonardo Martinelli

 

La Stampa, 18 luglio 2019

 

 

 

Nel pieno della crisi con la Ue, un'inglese e una francese nelle mani di Teheran: sono spie. Due donne con la doppia nazionalità, europea e iraniana, in manette nel pieno delle tensioni tra Teheran e Occidente. Nelle cancellerie europee circola il sospetto che non sia una coincidenza. Nelle mani degli Ayatollah ci sono l'anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, 40 anni, e la franco-iraniana Fariba Abdelkhah, che ne ha sessanta.

La prima, in realtà, venne arrestata già il 3 aprile 2016. Project manager presso la Thomson Reuters Foundation, Ong finanziata dall'agenzia di stampa, era venuta a Teheran per visitare la sua famiglia, accompagnata dalla figlia Gabriella, che aveva allora 22 mesi. Arrestata all'aeroporto, mentre stava ritornando a Londra, dove viveva, è stata condannata nel frattempo a cinque anni di prigione per spionaggio. La piccola vive con i nonni materni, nell'impossibilità di raggiungere il padre e marito della donna, Richard Ratcliffe.

Ebbene, ieri è venuto fuori che Nazanin è stata appena trasferita dalla prigione di Evin, nel nord di Teheran, al reparto psichiatrico dell'ospedale Imam Khomeini. È stata lì accompagnata da un gruppo di temibili Guardie della rivoluzione, la milizia dalla matrice fortemente ideologica, che sempre si era opposta all'accordo sul nucleare e sembrerebbe ora rafforzata dalle nuove tensioni internazionali.

Il sospetto della famiglia è che si voglia costringere Zaghari-Ratcliffe, con le buone o con le cattive, a confessare il tradimento del suo Paese d'origine, che mai ha voluto ammettere. La scorsa settimana Londra aveva reso noto che la marina iraniana ha tentato di "impedire il passaggio" attraverso lo stretto di Hormuz di una petroliera britannica, rendendo necessario l'intervento della Hms Montrose, fregata della Royal Navy, presente in zona.

Intanto martedì è emersa un'altra novità a Teheran. Nella stessa prigione di Evin, dove era incarcerata Nazanin, si trova anche una franco-iraniana, Fariba Abdelkhah, antropologa e ricercatrice del Ceri, il Centro di ricerche internazionali di Sciences-Po a Parigi. Esperta di sciismo duodecimano, trascorre abitualmente lunghi periodi in Iran. Ma dallo scorso 5 giugno se ne erano perse le tracce. Anche lei è accusata di spionaggio.

La donna è molto apprezzata nell'ambito degli studi sull'Iran in Europa. Jean-Frangois Bayart, ex direttore del Ceri, ha ricordato che Abdelkhah "aveva sempre rifiutato di condannare il regime della Repubblica islamica e questo le è costato talvolta di non essere capita dalla diaspora iraniana in Francia". Proprio la scorsa settimana Emmanuel Macron aveva inviato a Teheran un suo emissario, per sondare il presidente Hassan Rohani. Ma i giochi politici sembrano ormai svolgersi su un altro piano.

 
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