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Cresce la sfiducia verso chi dovrebbe guidarci PDF Stampa
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di Carlo Verdelli


Corriere della Sera, 22 gennaio 2021

 

Tutte le emergenze si ammassano indistinte e irrisolte, e si registra un ulteriore passo avanti nell'unico distanziamento dannoso in tempi di pandemia: quello tra i rappresentati e i rappresentanti, tra i cittadini e gli eletti. Prendiamo Milano. Da domenica è in zona rossa ma il traffico, la gente per strada, i rumori non sono quelli di una città chiusa per virus.

Come se le direttive stabilite da chi ha il diritto e soprattutto il dovere di imporle valessero molto meno di quando, per esempio a primavera, i lockdown erano una cosa seria e le città, non solo Milano, si svuotavano per davvero. La crisi di governo che stiamo attraversando è anche una crisi di credibilità, come se l'autorità avesse perso via via autorevolezza.

E al di là degli esiti parlamentari di questo imbuto, dove tutte le emergenze del Paese sono precipitate e si ammassano indistinte e irrisolte, si registra con evidenza un ulteriore passo avanti nell'unico distanziamento dannoso in tempi di pandemia: quello tra i rappresentati e i rappresentanti, tra i cittadini e gli eletti, tra la politica e la società. Un distanziamento che riguarda la maggioranza, ormai variabile, ma anche l'opposizione, variamente urlante, con i banchi di Camera e Senato che diventano teatro di uno scontro verbale consumato in una lingua incomprensibile, in un momento inconcepibile, al cospetto e nel nome di un Paese che sta altrove, giustamente angosciato e pochissimo coinvolto.

Dovremmo avere una certa dimestichezza con momenti del genere, una specie di immunità ereditaria, visto che la nostra Repubblica sembra instabile per costituzione (con la "c" minuscola): 66 governi in 75 anni, come hanno ricordato Milena Gabanelli e Simona Ravizza su questo giornale, radiografando il male oscuro di un sistema che invecchia senza maturare, afflitto da un'incapacità ormai cronica di darsi una visione e perseguirla nel tempo.

Per ogni frattura si cerca un colpevole, e stavolta tocca a Renzi, come se eliminando il reprobo la convalescenza fosse garantita. L'ennesima rottamazione del capo di Italia viva, anche questa volta ai danni di un corpo di cui faceva parte, è però un sintomo, non la radice della malattia. "La democrazia è preziosa e fragile", ha detto Joe Biden nel suo discorso di insediamento alla presidenza degli Stati Uniti. Ma gestire i disaccordi, senza ogni volta far saltare il banco, è una lezione che fatichiamo storicamente a imparare.

C'è comunque una differenza sostanziale rispetto al passato, lontano o recentissimo: noi governati non siamo mai stati in condizioni più critiche, e cresce il rischio di una sfiducia più diffusa e più acuta verso chi dovrebbe guidarci fuori da una tempesta perfetta, dove il flagello del virus fa da detonatore a una sommatoria di questioni infiammabili, dal cui esito dipende il nostro futuro come nazione. L'Europa ci chiede, e in fretta a questo punto, un piano credibile per accedere da primi beneficiari (208 miliardi contro i 162 della Spagna o i 27 della Germania) ai fondi indispensabili per la ricostruzione post coronavirus, già per noi viziata in partenza dal peso di un debito pubblico in crescita insostenibile.

La campagna dei vaccini procede ma si prevedono tempi lunghi, sia per difficoltà nella programmazione sia per la concorrenza non proprio leale di nazioni più ricche (d'altronde anche il neo assessore lombardo alla Sanità Letizia Moratti, che aveva proposto la precedenza alle regioni maggiormente produttive, salvo successiva smentita, non brillava per spirito di equità). Monta la rabbia sociale per la povertà crescente, l'insofferenza giovanile per la scuola forzatamente in assenza, lo sconforto di un ceto medio diventato improduttivo.

Lo sconforto, ecco, è forse il sentimento nazionale più diffuso. Come quello, una voce tra milioni, di una quarantenne con due figli in coda per il pacco di cibo, chilometri di coda ogni giorno, a Milano, da Pane quotidiano: "Facevo le pulizie, con il Covid ho perso il lavoro. La crisi di governo? Per noi non cambia niente". Per noi non cambia niente: cinque parole che dovrebbero dire tanto a protagonisti e comprimari del salto nel vuoto che si sta preparando.

Aperta la crisi, il difficile sarà chiuderla, e come, con chi. Il tempo non ci aspetta, la Comunità Europea ancora meno. Sconvolto da più di 80 mila morti, impoverito dalla chiusura di oltre 70 mila imprese, terrorizzato dalla fine imminente del blocco dei licenziamenti, il famoso Paese reale non chiede miracoli ma almeno di capire che cosa succederà adesso. La brutta politica risponde imbucandosi in un gorgo di parole, di cui arrivano confusi echi, promesse su tutto e per tutti, bassezze indecenti (la peggiore su Liliana Segre), traffici nebbiosi per un voto in più (o uno in meno al nemico): una zuffa indecifrabile dalla quale emerge chiara soltanto la sensazione palpabile di un distacco aumentato dalle tante Italia in codice rosso.

La democrazia ha un ampio perimetro ma confini netti. Può contenere gli opposti, a condizione che rispettino le linee di demarcazione fissate in maniera indelebile dalla nostra Carta costituzionale. Il governo denominato Conte I, quello con Cinque Stelle e Lega, qualche salto oltre la linea l'ha tentato, e per questo uno dei suoi leader è a processo (il capo d'accusa è sulla violazione dei diritti civili dei migranti, tema di nessuna attualità, specialmente in questa crisi). Il governo Conte II, con il Pd al posto della Lega, il più bello del mondo (sintesi sarcastica dell'ex premier Renzi), si è trovato a gestire una pandemia infernale, si è guadagnato il rispetto del mondo per l'argine che ha saputo opporre alla prima ondata, ma ha forse abbassato la guardia troppo presto. Il ragionevole sospetto è che sulla seconda ondata pesino anche le elezioni regionali di metà settembre: nessuno voleva intestarsi divieti che la gente, come l'estate allegra aveva dimostrato, mal sopportava o impunemente infrangeva. La destra spingeva per il "liberi tutti", l'esecutivo non ha voluto regalare voti pesanti al campo avverso e silenziosamente si è accodato. Il conto, in termini di contagi e decessi, non abbiamo ancora finito di pagarlo. Assecondare gli umori della piazza, fomentarli come d'abitudine usano fare dovunque i sovranisti, è una scorciatoia che garantisce incassi nel breve ma sconquassi durevoli. Ricostruire una credibilità, anche ai tavoli internazionali, richiede fatica e cura; per distruggerla, invece, basta un po' di propaganda, che è lo spaccio di finte verità, e dosi massicce di disinvoltura istituzionale.

Mentre il premier Conte cerca una difficile sopravvivenza per il suo governo, con numeri però al momento ancora esigui per sostenere il peso di scelte strategiche, la buona politica, quella dell'avvicinamento ai bisogni dei cittadini e del distanziamento dagli sfascismi, fiorisce qua e là sui territori, ma fatica ad attecchire proprio là dove ce ne sarebbe più bisogno: Roma capitale, sede del Parlamento, la vera casa degli italiani. Per immaginare un'uscita sensata da questa crisi, si dovrebbe cominciare a trapiantarla a forza, questa buona politica. Un giardiniere ci sarebbe, il presidente Mattarella, ma bisogna sbrigarsi: dal 3 agosto, inizio del semestre bianco, si metterà in aspettativa. E come arriveremo al 3 agosto è una scommessa che gli allibratori nemmeno quoterebbero, tanto è incerta.

 
Razzismo e antisemitismo. Dove corre la solidarietà PDF Stampa
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di Lia Tagliacozzo


Il Manifesto, 22 gennaio 2021

 

Lo zoom-bombing è un'aggressione vera e propria. Protagonisti sempre più spesso i gruppi dell'estrema destra. Ma via social si manifesta anche la resistenza. Siamo prossimi al giorno della memoria che ricorda la liberazione di Auschwitz. Una possibilità per ragionare sui collegamenti tra il fascismo di allora e le parole di odio di oggi.

Sono state migliaia le manifestazioni di appoggio e di solidarietà che sono arrivate dopo il tentativo dei nazifascisti - di oltre una settimana fa - di interrompere via zoom la presentazione del mio libro La generazione del deserto. Un libro in cui si parla di storie e memorie della persecuzione antiebraica ed anche di cosa fare ora del nodo irrisolto della Shoah nella coscienza contemporanea, nella riflessione individuale e collettiva. Dopo l'attacco, intrusivo e violento, è stato importante vedere emergere il volto partecipe della società. Una solidarietà non solo personale ma anche civile e politica. Una solidarietà che ha visto il web e i social protagonisti ancora una volta.

E non si è trattato solo di abbracci virtuali sulle bacheche personali e famigliari ma di una risposta, per lo più individuale, oltre le istituzioni e la politica. Un preside ha postato una foto mentre leggeva il libro e il commento: "Non vedo altra risposta alle miserie culturali" e adesso ha organizzato delle attività nella scuola di cui è dirigente. Fare un cenno ai contenuti degli altri messaggi rassicura sullo stato di salute della società civile: "Solidarietà e indignazione non bastano ma sono indispensabili". "Qualsiasi persona che non si commuove e non si arrabbia è connivente!". "Ignoranza e odio, mai arrendersi", "No pasaran", "Non ci sto", "Vergogna", "Mi riguarda".

In alcuni messaggi il collegamento con il passato è forte: "Noi siamo qui, stavolta". Come a dire che "l'altra volta" - durante gli anni del fascismo, della democrazia conculcata, dei tribunali speciali, della guerra, delle persecuzioni dei diritti prima e delle vite poi - erano in tanti "a non esserci". Certo, non sono mancati coloro che, dopo l'esordio "ho tanti amici ebrei", hanno cercato di depotenziare il senso di quanto accaduto: eppure è stata un'incursione in stile squadrista adeguata ai nuovi mezzi e alle nuove tecnologie.

Si sostiene, in quel caso, che tutto sommato non è stata una cosa così grave, eppure lo zoom-bombing è tutt'altro che una bravata condotta da ragazzini che non hanno nulla da fare. È dall'autunno scorso che si presenta piuttosto come la declinazione di un'intolleranza variamente articolata contro ebrei, immigrati, donne, omosessuali. Ma è accaduto anche all'open day via zoom di una scuola elementare con immagini pedo-pornografiche di fronte a genitori e bambini allibiti. Fino ad ora se ne è parlato poco e - a volte - le stesse vittime hanno evitato di darne notizia con l'intento di evitare gli emulatori. Eppure le iniziative colpite sono numerose: incontri di donne, il fronte degli immigrati e dell'assistenza, organizzazioni Lgbtq, incontri sulla Resistenza, solo per fare alcuni esempi. E riguarda eventi organizzati in tutta Italia: da Genova alla Val di Susa, da Perugia a Brescia.

Ad occuparsi di zoom-bombing è la Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni di odio che, nella sua pagina Facebook, propone delle linee guida in dieci semplici punti che ha avuto migliaia di visualizzazioni: "aiutateci a fare rete contro l'odio e la violenza on line".

Il discorso d'odio è così diffuso, pervasivo ed elusivo che anche la definizione è complessa, a offrirne una è il Consiglio d'Europa che nel 1997 scrive: "deve essere inteso come l'insieme di tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, sviluppano o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo ed altre forme di odio basate sull'intolleranza". Le modalità sembrano iniziare a delinearsi: "Abbiamo definito lo zoom-bombing come la nuova frontiera dell'odio in rete - spiega Federico Faloppa, linguista e coordinatore della Rete di contrasto che riunisce università, sindacati, associazioni, ong, giornalisti e ricercatori unitisi per monitorare e contrastare l'hate speech - è come un'aggressione vera e propria che tenta di silenziare l'altro non solo attraverso l'insulto al singolo ma che colpisce deliberatamente l'agorà, il confronto civile. L'obbiettivo è silenziare l'altro, colpire proprio il momento di confronto democratico, utilizzare l'aggressività per togliere spazio al confronto civile".

L'ipotesi che in buona parte dei casi queste azioni siano organizzate da militanti dell'estrema desta è una supposizione che ha riferimenti concreti. Il fatto - piccolo solo in apparenza - è che è possibile per gruppetti di sei o sette persone introdursi dentro incontri pubblici ed inneggiare al Duce o mostrare svastiche. E c'è addirittura chi lo rivendica - senza nemmeno rendersi conto del paradosso - in nome della libertà di parola.

Eppure, come scriveva Alessandro Portelli su queste pagine ("Dentro il cuore di tenebra", l'8 gennaio 2021 a proposito dell'assalto a Capitol Hill), liquidarli dicendo che sono solo bravate di un piccolo settore di estremisti è rischioso e autoassolutorio: "Parlare di bifolchi e di barbari serve solo ad esorcizzarli, allontanarli da noi, a rifugiarci nei pregiudizi (...) come se noi colti progressisti democratici non avessimo responsabilità per quello che è successo e se le pulsioni che si sono scatenate a Washington non attraversassero in altre forme tutta l'Europa". Lo zoom-bombing degli anonimi fascio-imbecilli è piccola cosa a confronto purché non nasconda malcontento e malessere veicolato da parole di odio già legittimate nel linguaggio pubblico.

Siamo in prossimità del 27 gennaio - il giorno della memoria in cui si ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz - sono venti anni dalla sua istituzione ma farne o meno un'occasione di retorica che si limita a replicare sé stessa sta solo in chi lo celebra. Ci sono molte altre possibilità di ragionamento e di collegamenti. Anche tra il fascismo di allora e le anonime parole di odio di oggi. Grazie a coloro che invece hanno scelto di metterci, insieme alla solidarietà, faccia e firma. Anche questo è il potere dei social.

 
Armi nucleari. Oggi in vigore il Trattato Onu che proibisce le atomiche PDF Stampa
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di Manlio Dinucci


Il Manifesto, 22 gennaio 2021

 

L'Italia, con gli Usa e la Nato, non aderisce. Il governo Conte con Di Maio tace. Ad Aviano e Ghedi decine di bombe B61, presto sostituite dalle più micidiali B61-12. Oggi, 22 gennaio 2021, è il giorno che può passare alla storia come il tornante per liberare l'umanità da quelle armi che, per la prima volta, hanno la capacità di cancellare dalla faccia della Terra la specie umana e quasi ogni altra forma di vita. Entra infatti in vigore oggi il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. Può essere però anche il giorno in cui entra in vigore un trattato destinato, come i tanti precedenti, a restare sulla carta. La possibilità di eliminare le armi nucleari dipende da tutti noi.

Qual è la situazione dell'Italia e cosa dovremmo fare per contribuire all'obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari? L'Italia, paese formalmente non-nucleare, ha concesso da decenni il proprio territorio per lo schieramento di armi nucleari Usa: attualmente decine di bombe B61, che tra non molto saranno sostituite dalle più micidiali B61-12. Fa inoltre parte dei paesi che - documenta la Nato - "forniscono all'Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l'assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo".

Inoltre, vi è la possibilità che vengano installati sul nostro territorio i missili nucleari a raggio intermedio (analoghi agli euromissili degli anni Ottanta) che gli Usa stanno costruendo dopo aver stracciato il Trattato Inf che li proibiva. In tal modo l'Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, che stabilisce: "Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente". Allo stesso tempo l'Italia ha rifiutato nel 2017 il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari - boicottato da tutti e trenta i paesi della Nato e dai 27 dell'Unione europea - il quale stabilisce: "Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi".

L'Italia, sulla scia di Usa e Nato, si è opposta al Trattato fin dall'apertura dei negoziati, decisa dalla Assemblea generale nel 2016. Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell'Alleanza e i suoi principali partner - Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina - votarono contro. Espressero così parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea. Facendo eco a Washington, il governo Gentiloni definì il futuro Trattato "un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare". Il governo e il parlamento italiani sono quindi corresponsabili del fatto che il Trattato sull'abolizione delle armi nucleari - approvato a grande maggioranza dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore avendo raggiunto le 50 ratifiche - è stato ratificato in Europa fino ad oggi solo da Austria, Irlanda, Santa Sede, Malta e San Marino: atto meritevole ma non sufficiente.

Nel 2017, mentre l'Italia rifiutava il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari, oltre 240 parlamentari - in maggior parte del Pd e M5S, con in prima fila l'attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio - si impegnavano solennemente, firmando l'Appello Ican - l'organizzazione premio Nobel per la pace nel 2017 - a promuovere l'adesione dell'Italia al Trattato Onu. In tre anni non hanno mosso un dito in tale direzione.

Dietro coperture demagogiche o apertamente il Trattato Onu sull'abolizione delle armi nucleari viene boicottato in parlamento, con qualche rara eccezione, dall'intero arco politico, concorde nel legare l'Italia alla sempre più pericolosa politica della Nato, ufficialmente "Alleanza nucleare". Tutto questo va ricordato oggi, nella Giornata di azione globale indetta per l'entrata in vigore del Trattato Onu sulla proibizione delle atomiche, celebrata da attivisti dell'Ican e altri movimenti anti-nucleari con 160 eventi per gran parte in Europa e Nordamerica. Occorre trasformare la Giornata in mobilitazione permanente e crescente di un ampio fronte capace, in ciascun paese e a livello internazionale, di imporre le scelte politiche per realizzare l'obiettivo vitale del Trattato.

 
Migranti. Le "riammissioni" in Slovenia sono illegittime. Condannato il Viminale PDF Stampa
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di Leo Lancari


Il Manifesto, 22 gennaio 2021

 

Sentenza del Tribunale di Roma. La decisione in seguito al ricorso presentato da un migrante pachistano. Per mesi i migranti che riuscivano ad attraversare il confine tra l'Italia e la Slovenia sono stati fermati dalle forze dell'ordine e rispediti indietro, senza dare seguito alle richieste di asilo presentate quasi sempre da chi era riuscito ad arrivare fino a quella frontiera al termine di un viaggio infernale.

Impacchettati e riconsegnati alla polizia slovena che a sua volta li metteva nelle mani violente e crudeli dei poliziotti croati che dopo averli picchiati, a volte derubati e fatti inseguire dai cani lupo li rispedivano in Bosnia. Di fatto si tratta di respingimenti a catena e l'Italia, in barba al diritto internazionale, ne ha fatto un abbondante uso (852 persone riconsegnate alle autorità slovene nei primi 9 mesi del 2020, secondo i dati del ministero dell'Interno) basando la presunta legalità di questa pratica su un accordo bilaterale di riammissione siglato nel 1996 con la Slovenia, ma mai ratificato dal nostro parlamento.

Una pratica che adesso dovrà essere interrotta. Accogliendo il ricorso presentato da un cittadino pachistano di 27 anni il tribunale di Roma, sezione diritti della persona e immigrazione, ha infatti ordinato lo stop alle riammissioni informali e l'ingresso nel territorio italiano del ricorrente, condannando il ministero dell'Interno ad esaminare la sua richiesta di asilo e a pagare le spese del giudizio.

Una vittoria per le avvocate Caterina Bove e Anna Brambilla che hanno assistito il giovane migrante, e per l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione. "Se il governo decidesse di continuare con le riammissioni informali ci troveremmo davanti a una cosa eversiva", ha commentato il vicepresidente dell'Asgi, Gianfranco Schiavone. Nessun commento, invece, da parte del Viminale all'ordinanza della giudice Silvia Albano.

Il caso in questione nasce dal ricorso presentato dal giovane pachistano arrivato in Italia alla metà del mese di luglio del 2020 attraverso la rotta balcanica dopo essere fuggito dal proprio Paese per le persecuzioni subite a causa del suo orientamento sessuale.

"Giunto in Italia aveva manifestato la volontà di proporre domanda di protezione internazionale", si spiega nel ricorso, ma "nel giro di poche ore era sto respinto verso la Slovenia in assenza di alcun provvedimento, poi verso la Croazia e successivamente in Bosnia Erzegovina". Subendo nel corso del viaggio, "violenza dalle autorità slovene e torture e trattamenti inumani dalle autorità croate" senza avere la possibilità di chiedere asilo.

Rispondendo a un'interrogazione parlamentare presentata dal deputato di +Europa Riccardo Magi, a luglio dello scorso anno il ministero dell'Interno aveva giustificato tale pratica. "Le procedure informali di riammissione in Slovenia - era stata la risposta del Viminale - vengono applicate nei confronti dei migranti rintracciati a ridosso della linea confinaria italo-slovena, quando risulti la provenienza dal territorio sloveno", pratica messa in atto "anche qualora sia manifestata l'intenzione di richiedere protezione internazionale".

Il tutto giustificato come applicazione di quanto previsto dall'accordo con la Slovenia. Nel ricorso si evidenzia come non essendo stata ratificato dal parlamento, il suddetto accordo "non può prevedere modifiche o deroghe alle leggi vigenti in Italia o alle norme dell'Unione europea o derivanti da fonti di diritto internazionale". Tesi accolta dal tribunale.

"La sentenza smentisce clamorosamente il Viminale e bolla come illegittima "sotto molteplici profili" la pratica dei respingimenti", ha commentato Magi. "Adesso non ci sono più scuse", ha detto invece il deputato di LeU Erasmo Palazzotto. "Con le riammissioni informali sul confine italo-sloveno, che si tramutano in respingimenti a catena fino alla Bosnia, il governo italiano sta violando contemporaneamente la legge italiana, la Costituzione, la Carta dei diritti fondamentali della Ue e perfino lo stesso accordo bilaterale". Per il Pd, infine, "nessuna "prassi consolidata" può pregiudicare il diritto della persona a chiedere protezione internazionale".

 
Migranti. Asgi: "Dopo questa sentenza le riammissioni in Slovenia dovrebbero finire" PDF Stampa
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di Giansandro Merli


Il Manifesto, 22 gennaio 2021

 

Intervista ad Anna Brambilla, avvocata di Asgi che insieme alla collega Caterina Bove ha firmato il ricorso del singor Mahmood illegittimamente respinto dall'Italia alla Slovenia, spiega gli effetti dell'ordinanza del tribunale. Se il signor Mahmood potrà tornare in Italia, è merito della collaborazione tra l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e il Border Violence Monitoring (Bvm), un network di associazioni presente in tutti i paesi della rotta balcanica. Bvm raccoglie sistematicamente le storie delle persone in transito con lo scopo di monitorare dal basso violenze e abusi. Asgi si è occupata del ricorso, firmato dalle avvocate Caterina Bove e Anna Brambilla. "Stiamo valutando altri ricorsi", afferma quest'ultima.

 

Cosa cambia per i migranti che entrano dal confine sloveno?

Non dovrebbero più essere riammessi. Per quanto sia specifica sul caso del signor Mahmood, l'ordinanza chiarisce che non si può applicare l'accordo di riammissione tra Italia e Slovenia ai richiedenti asilo, cioè a tutti coloro che dopo l'ingresso esprimono la volontà di richiedere protezione internazionale. In più, siccome è provato che dalla Slovenia si viene espulsi in Croazia e da lì in Bosnia, subendo violenze di varia natura, la riammissione espone a trattamenti inumani e degradanti. Per cui neanche i migranti economici possono essere mandati indietro. In caso contrario si violano la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (art. 4) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (art. 3).

 

Cosa succede adesso al signor Mahmood?

Abbiamo notificato l'ordinanza del tribunale al ministero degli Interni e a quello degli Affari esteri e chiesto all'ambasciata italiana a Sarajevo il rilascio di un visto per consentire l'ingresso in Italia del ricorrente.

 

A livello europeo ci sono sentenze analoghe?

Ci sono state due sentenze del tribunale amministrativo sloveno che riconoscono l'illegittimità dei trasferimenti dalla Slovenia alla Croazia. Davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo sono pendenti diverse cause contro la Croazia per i respingimenti in Bosnia e Serbia. Recentemente ci sono state diverse pronunce di tribunali francesi contro le prassi al confine italo-francese, soprattutto quello di Ventimiglia. Sia rispetto alla detenzione dei migranti, sia considerando i confini interni all'Ue come fossero esterni. Negli ultimi cinque anni lo spazio di libertà e sicurezza di Schengen da un lato è andato riducendosi, ma dall'altro giudici e agenzie per i diritti fondamentali hanno iniziato a prestare attenzione a ciò che accade lungo i confini interni terrestri.

 

State seguendo altri casi sulla rotta balcanica?

Sì. Avremmo potuto presentare diversi ricorsi ma la procedura non è semplice. Per agire in Italia è necessario farsi rilasciare la procura, servono i documenti di identità in originale. Non è facile averli per persone che sono all'estero e in transito. Al momento stiamo valutando un altro ricorso per una persona che si trova in Serbia, dove è riparata perché le condizioni sono leggermente migliori che in Bosnia. Abbiamo anche fatto un intervento davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo in uno dei procedimenti contro la Croazia.

 
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