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Un passo avanti verso la dignità del lavoro PDF Stampa
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di Pietro Garibaldi


La Stampa, 26 settembre 2021

 

Il salario minimo nazionale potrebbe essere la riforma che riempie di contenuto il patto sociale proposto da Mario Draghi all'assemblea di Confindustria. Enrico Letta per il Partito Democratico e Giuseppe Conte per i 5 Stelle hanno in effetti chiesto davanti ai sindacati che uno dei cardini del patto proposto da Draghi sia proprio il salario minimo. Al di là degli annunci, quella della paga minima oraria è però una specie di ritornello sventolato dalla politica da almeno due lustri. Per evitare dubbi e confusione, il salario minimo non deve confondersi con il reddito minimo garantito, altro tema al centro della agenda politica di queste settimane. Il salario minimo è un livello retributivo al di sotto del quale contrarre lavoro è vietato dalla legge. Non essendoci oneri diretti legati alla sua introduzione, la difficoltà di approvazione non può essere imputata alla tradizionale mancanza di risorse fresche.

Come mi è già capitato di ricordare, l'introduzione del salario minimo restituirebbe dignità a una massa di lavoratori il cui trattamento economico orario è spesso inaccettabile. A livello europeo, ventitré paesi su ventisette hanno introdotto la paga minima oraria. In Italia, le difficoltà per approvare la riforma si incontrano quando si entra nei dettagli. Il primo problema è il livello della paga oraria. Pasquale Tridico nella sua intervista a La Stampa di pochi giorni fa ha parlato genericamente di nove euro lordi. Se si includono tutti gli oneri fiscali, probabilmente il Presidente Inps ha in mente una retribuzione netta intorno ai sette euro. Rispetto ai dati della distribuzione salariale elaborati dallo stesso Inps, con un livello intorno ai nove euro lordi si rischierebbe però di determinare un aumento del costo del lavoro per il 50 percento dei posti di lavoro esistenti. La questione del livello è quindi delicata e spinosa, anche perché in Italia il lavoro sommerso è un problema serio e dobbiamo evitare che il salario minimo finisca per favorire il nero. L'esperienza internazionale suggerisce che la scelta del livello del salario minimo sia sottratta al dibattito politico e demandata a una speciale commissione tecnica.

Nel Regno Unito, la Low Pay Commission fu introdotta addirittura alla fine del secolo scorso. L'ostacolo più grande all'introduzione del salario è però dovuto proprio ai sindacati stessi. A Enrico Letta va il merito di aver portato il tema di fronte alla platea del sindacato Cgil che - in tema di salario minimo - ha spesso una posizione ambigua. La tesi tradizionale dei sindacati è che il salario minimo debba applicarsi soltanto ai lavoratori non protetti dalla contrattazione collettiva. È una posizione ambigua che spesso ha nascosto l'opposizione al salario minimo, visto come un rischio per il ruolo del sindacato stesso. In realtà è vero il contrario, poiché la paga minima oraria renderebbe limpido il contributo sindacale nella contrattazione. Dopo le dichiarazioni del segretario Letta, la posizione della Cgil potrebbe ammorbidirsi, ma bisognerà vedere le dichiarazioni del segretario Landini in sedi istituzionali.

Vi è infine il problema delle differenze territoriali, poiché il salario minimo nazionale dovrebbe applicarsi simultaneamente sia in una metropoli come Milano che in una provincia come Caltanissetta, dove il reddito medio è indubbiamente molto più basso. Anche su questo tema è bene rifarsi all'esperienza internazionale dove spesso si è introdotta per legge una forma di "indennità metropolitana" per aiutare i lavoratori delle zone del Paese con costo della vita più elevato. La prossima settimana il Presidente del Consiglio incontrerà le parti sociali. Se davvero vuole essere artefice di un patto sociale che sia ricordato per almeno un decennio, l'approvazione del salario minimo da parte della sua eterogenea maggioranza sarebbe una grande riforma.

 
Elogio dell'errore umano contro l'odio social PDF Stampa
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di Walter Veltroni


Corriere della Sera, 26 settembre 2021

 

Il mondo non è degli infallibili. E gli insulti sul web al giornalista che si è bloccato in diretta tv non rappresentano l'Italia reale. Una denuncia e una riflessione a commento della notizia che ha impegnato in questi giorni quel tribunale popolare permanente che è diventato il mondo dei social. Nel corso di un collegamento per la testata Rainews24, un giornalista, Paolo Mancinelli, ha avuto un blackout: improvvisamente non riusciva a mettere in sequenza concetti e parole. Alla fine ha onestamente opposto un decoroso silenzio all'attesa delle informazioni che doveva fornire. Si è smarrito, ha mostrato una fragilità che non saprei giudicare essere migliore o peggiore di certe cronache meccaniche, di certi dibattiti pieni di ovvietà, urla preparate e luoghi comuni. I responsabili della testata immagino abbiano cercato di capire cosa sia successo e perché. È il loro ruolo e, se hanno richiamato il collega al dovere di assolvere pienamente al suo compito professionale, sono stati nel giusto.

Clima da mattatoio - Ma quello che è ingiusto, insopportabile e feroce è il clima da mattatoio che è scattato sui social. Dileggio, accuse personali, insulti. Una vita di lavoro messa in discussione e delegittimata per un momento di inspiegabile buio delle parole. Non so e non voglio sapere perché quel giornalista si sia smarrito. Ma so che capita. So che il mondo non è fatto dagli infallibili ma dalla meravigliosa approssimazione con la quale ciascuno cerca di corrispondere alla miriade di attese alle quali si deve inesorabilmente saper ogni giorno tenere testa. Sbagliare è sbagliato. Ma nessuno si può sentire autorizzato, da dietro una tastiera spesso anonima, a distruggere la rispettabilità professionale e personale di un essere umano reo di aver mostrato un istante di fragilità. C'è da immaginare che gli insulti a quel giornalista vengano da persone che non hanno mai sbagliato nulla nella propria vita.

Il Tribunale supremo - L'errore invece è un elemento costitutivo dell'esperienza umana. Sbagliano calciatori e politici, professori, papi e artigiani. Ma il Tribunale supremo, o una parte di esso, si diverte, gode nello sbranare la vita di chi soffre, di chi è scivolato, di chi è caduto. La solidarietà verso quel giornalista, verso quell'essere umano, è dunque un piccolo dovere civile. E infatti la reazione delle persone per bene non si è fatta attendere. Qui si apre la riflessione. È un discorso difficile, ma ora forse necessario. Quando parliamo di questi fenomeni di odio ci stiamo davvero occupando di qualcosa che meriti la nostra attenzione?

Un singolo tifoso urla contro il portiere del Milan, una donna interrompe un comizio di Letta, Conte o Salvini, uno squinternato manda proiettili a qualcuno di cui non condivide idee, posizioni, decisioni o tifo sportivo. È giusto denunciarlo, lo stiamo facendo. Ma sono minoranze. Sono unità di odio la cui amplificazione mediatica finisce col cambiare dimensione e volto al fenomeno. Sono singoli, spesso. Non movimenti, non migliaia di persone. Però il rilievo mediatico del gesto o dell'insulto di un singolo o di un gruppo ristretto lo fa diventare indizio presumibile di un pensiero diffuso. Una ristretta minoranza, fatta di uno o cento persone, diventa così la maggioranza della "rete" o dei "social".

Ragioni politiche - Spesso, ormai lo sappiamo, all'odio dei singoli si uniscono gli "shitstorm" organizzati per imbarazzanti ragioni politiche. Ma il quadro non cambia. Sono i media a trasformare gesti e parole dei singoli nell'immagine di una dilagante corrente di pensiero che merita il nostro allarme o la nostra riprovazione. Il rischio così è che la profezia si autoavveri. I fanatici e gli odiatori non sono solo inebriati dalla rilevanza che il loro gesto assume, ma scoprono e si illudono di non essere soli, anche se lo sono.

La maggioranza nei social e nel paese, le due dimensioni non si identificano, è certamente estranea alla violenza verbale che può trasformare quotidianamente persone dabbene in anonimi e ringhiosi seminatori di veleno. Bisogna sempre ricordarlo, per non sbagliare analisi e fotografia del paese reale. E per non pensare che la cosa migliore da fare sia mutuare, da quei comportamenti, contenuti e linguaggi E per evitare che lo "spirito del tempo" sia definito da minoranze rissose e capaci di provocare frastuono.

Esiste nel nostro paese una consistente maggioranza di persone responsabili, capaci di misurare parole e reazioni, di ascoltare e apprezzare pensieri altri dai propri. Se arrivano uno o cento messaggi di odio, bisogna sempre rammentare che siamo sessanta milioni di cittadini. È proprio quella maggioranza assoluta di italiani a costituire la base su cui edificare un tempo nuovo. Non è una maggioranza silenziosa. È una maggioranza consapevole e responsabile. Che non discrimina gli altri e cerca ogni giorno di costruire una comunità di persone diverse tra loro e capaci, perciò, di convivere. Che distingue il conflitto, necessario in democrazia, dall'odio. È l'Italia reale.

 
È stata violentata a 15 anni in Libia. Ma il suo aborto in Italia è un altro inferno PDF Stampa
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di Samuele Damilano


L'Espresso, 26 settembre 2021

 

"Non ricordo il loro volto, era una persona, forse due, era buio. Prima di allora non avevo mai avuto rapporti sessuali", racconta la ragazza minorenne. Arrivata nel nostro Paese, inizia il secondo calvario. Tra reticenze e mancate tutele, all'ordine del giorno per chi vuole interrompere una gravidanza.

Cinquantadue giorni. Tanto ha dovuto attendere Anne (nome di fantasia) prima di poter interrompere una gravidanza causata da abusi subiti in un centro di detenzione libico. L'intervento è stato effettuato in un ospedale pubblico di Roma il 17 settembre. Alla ventesima settimana. Fossero passati solo altri dieci giorni, sarebbe stata costretta a tenere il bambino.

"Non ricordo il loro volto, era una persona, forse due, era buio. Prima di allora non avevo mai avuto rapporti sessuali", racconta la ragazza, 15 anni, proveniente da un Paese del corno d'Africa. Sbarcata in Italia il 30 giugno, il 26 luglio scopre di essere incinta. Le dodici settimane previste dalla legge 194/1978 per abortire tramite intervento chirurgico sono già passate.

Dopo la quattordicesima, l'unica soluzione consiste in un'espulsione indotta tramite medicinali. Bisognerebbe affrettare i tempi. Ma il centro di accoglienza per minori non accompagnati che la ospita non si rivolge ai consultori, in grado di seguirla e aiutarla a superare gli ostacoli dell'odissea italiana che intraprende chi vuole abortire: dalla reticenza di chi ha idee diverse, e non rispetta la scelta della ragazza, a un rimpallo di responsabilità che nessuno si vuole assumere.

Rimpallo che inizia il 19 agosto; come previsto dalla Legge 194, il giudice tutelare richiede una consulenza specialistica per valutare le condizioni psicologiche della ragazza e dare il proprio consenso all'interruzione della gravidanza oltre i novanta giorni.

Incaricato di questo compito, un collegio di neuropsichiatri si sarebbe dovuto pronunciare il prima possibile, ché in situazioni del genere ogni giorno diventa fondamentale. Il tempo, nella testa di una quindicenne che si trova in un Paese straniero, costretta a fuggire dal proprio mondo e violentata più volte prima di intraprendere un viaggio che non sa dove la condurrà, con la sorella, in quel momento dispersa, come unico punto di riferimento, ecco, il tempo in quel periodo si misura tra una necessità, quella di voler abortire, e l'indifferenza, la mancanza di empatia di chi la dovrebbe tutelare.

Il collegio di esperti non raggiungerà mai l'unanimità richiesta per procedere. Due membri sono contrari, ritengono sia ormai troppo tardi per abortire. Si arriva al 28 agosto. Un secondo giudice tutelare è chiamato a decidere sul destino di Anne, sempre convinta della sua decisione. Mancando il referto, però, il magistrato non può dare l'autorizzazione. E per Anne sembra ormai finita. Chi la segue le fa intendere erroneamente che sarà costretta a tenersi il bambino frutto delle violenze subite in un centro di detenzione libico. "Quale essere umano non ha pietà di una ragazza che ha subito questo inferno? Quale persona non riesce a capire una creatura che ha vissuto cose che molti di noi non vivono in 90 anni? È veramente troppo", afferma Mafalda, altro nome di fantasia, chirurga specializzata in ostetrica e ginecologia che si è presa in carico l'operazione. Anche dopo novanta giorni e senza l'autorizzazione di un giudice, infatti, un medico può caricarsi della responsabilità della minore.

L'ospedale era allertato già da agosto, in attesa di quel referto che non arriverà mai. Grazie alla tenacia di un'organizzazione umanitaria internazionale, e dopo il rifiuto di un ospedale in cui non c'erano medici disposti a effettuare un'interruzione di gravidanza dopo il primo trimestre, la ragazza viene accolta il 16 settembre e il giorno dopo le viene indotto un travaglio abortivo. "Le donne in questi casi entrano in un mondo talmente oscuro che non hanno piacere a raccontare, nemmeno con le amiche. Perché un conto è l'aborto dopo poche settimane, un conto quando partoriscono e vedono nascere un feto che sino a poco prima sentivano muovere dentro di sé. Vengono considerate delle killer, è una bella prova. L'ennesima che ha dovuto superare la ragazza".

 
Difesa, i missili cruise e la svolta dell'Italia PDF Stampa
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di Gianluca Di Feo

 

La Repubblica, 26 settembre 2021

 

L'Italia da sempre ha un'idea abbastanza confusa del concetto di "interesse nazionale" e soprattutto del modo di tutelarlo. Giustamente, in passato abbiamo preferito affidarci alla diplomazia e fare leva sulla nostra posizione nelle alleanze e nelle organizzazioni internazionali. Adesso però sta cambiando tutto, come ha dimostrato la lezione di Kabul. L'America guarda altrove, concentrata ormai nella grande competizione del Pacifico. E l'Europa non è in grado di sostituirla. Questa situazione mette il nostro Paese davanti a un problema, perché oggi il crocevia delle tensioni è nel Mediterraneo dove si sfidano potenze vecchie e nuove per accaparrarsi il controllo di territori, risorse economiche e rotte commerciali.

Dalla Siria all'Algeria, passando per Cipro, Libia e Tunisia, il Mare Nostrum si è trasformato nella scacchiera di una partita di potere che condizionerà il futuro. Poco più a sud, nel Sahel, continua a divampare il più feroce focolaio jihadista contemporaneo, che rischia di allargarsi all'intera Africa centro-settentrionale.

In questo scenario, due decisioni si preparano a cambiare completamente le capacità della nostra Difesa: due scelte in apparenza tecniche, destinate però a determinare una svolta strategica. La prima trasformerà la squadriglia di droni da ricognizione in bombardieri teleguidati: sui Reaper dell'Aeronautica verranno installati missili e bombe, permettendo di condurre missioni d'attacco praticamente in qualsiasi parte del pianeta. Terminato lo schieramento in Afghanistan, oggi questi velivoli senza pilota con le coccarde tricolori continuano a decollare dal Kuwait per monitorare la rinascita dello Stato Islamico in Iraq mentre fino a due anni fa sorvolavano discretamente i cieli della Libia. Tra qualche mese, oltre all'attività di sorveglianza, potranno anche compiere raid d'assalto.

La seconda iniziativa - non ancora finanziata, ma inserita tra i "requisiti operativi" dello Stato Maggiore - prevede di dotare i nuovi sottomarini e le fregate Fremm della Marina di missili cruise: armi con un raggio d'azione superiore a mille chilometri, che rivoluzioneranno la possibilità di intervento. I cruise potranno essere lanciati dai sottomarini in immersione, senza quindi venire scoperti, coprendo tutta l'aerea del "Mediterraneo allargato" che il nostro Paese considera fondamentale per l'interesse nazionale.

Un esempio? L'intera Libia fino al remoto Fezzan, dove è ancora attivo l'Isis, sarà alla portata dei cruise. Ma in linea teorica, consegneranno ai decisori politici uno strumento di deterrenza senza confini. Si tratta infatti dello stesso tipo di missili che saranno imbarcati sui sottomarini nucleari australiani al centro del dibattito internazionale in questi giorni. E dell'arma che dal 1991 ha segnato tutte le operazioni statunitensi, dall'Iraq ai Balcani fino alla "punizione" contro il regime siriano per l'uso di gas proibiti nel 2018.

Il compito della Difesa - come ha ricordato il ministro Lorenzo Guerini nell'audizione alle Camere dello scorso luglio - è quello di "tutelare i nostri interessi nazionali, ovunque essi si collochino". In quest'ottica, missili cruise e droni d'attacco rappresentano solo la risposta alla nuova realtà geopolitica: disporre dei mezzi per fronteggiare - da soli o in un futuro esercito della Ue - una serie di minacce condotte anche da territori lontanissimi, dimostrando una capacità di dissuasione concreta. Ciò che Francia e Gran Bretagna, giusto per restare in Europa, attuano già da decenni. Per l'Italia però si tratta di un grande cambiamento, che andrebbe recepito dal governo e dal Parlamento con la consapevolezza del ruolo che vogliamo avere in politica estera, senza lasciare che siano le innovazioni militari a definire la strategia del Paese.

 
Internet meno libero nel mondo, maglia nera alla Cina PDF Stampa
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di Monica Ricci Sargentini


Corriere della Sera, 26 settembre 2021

 

Cala ancora, per l'undicesimo anno consecutivo, la libertà di Internet nel mondo. Maglia nera alla Cina, i peggioramenti maggiori nel Myanmar, ma diminuisce anche punteggio degli Stati Uniti per il quinto anno consecutivo. L'Italia è nel complesso libera. Ad affermarlo è il rapporto annuale del think thank Freedom House, l'organizzazione non governativa internazionale che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani. Ha preso in esame 70 nazioni, valutate su 21 diversi indicatori come gli ostacoli all'accesso alla rete, limiti nei contenuti che è possibile pubblicare, la violazione dei diritti degli utenti.

Il report, in particolare, evidenzia che nell'ultimo anno in 48 nazioni su 70 analizzate - pari all'88% degli utilizzatori globali - sono state predisposte nuove norme per le aziende tecnologiche in materia di contenuti, dati e concorrenza. "Con poche eccezioni positive - spiega l'organizzazione - la spinta a regolamentare l'industria tecnologica che deriva in alcuni casi da problemi reali come le molestie online e le pratiche manipolative del mercato, viene sfruttata per soffocare la libertà di espressione e ottenere un maggiore accesso ai dati privati. Le vittime sono gli utenti". I maggiori peggioramenti sono stati documentati in Myanmar, Bielorussia e Uganda, dove le forze statali hanno represso le crisi elettorali e costituzionali. Il calo del punteggio di 14 punti del Myanmar (ora a 17 punti) è il più grande registrato dall'inizio del progetto Freedom on the Net. La Cina, invece, con 10 punti si classifica come il peggior paese per la libertà di Internet per il settimo anno consecutivo "con la pandemia di Covid-19 che rimane uno degli argomenti più pesantemente censurati".

Il punteggio degli Stati Uniti (75) è diminuito per il quinto anno consecutivo con "informazioni false e manipolate che hanno influenzato l'accettazione pubblica dei risultati delle elezioni presidenziali del 2020". L'Italia (76 punti) nel complesso è indicata come libera ma si segnalano nuove leggi o direttive che potrebbero portare ad un aumento della censura e ridurre l'anonimato online. Il punteggio più alto va all'Islanda (96), seguita dall'Estonia (94) e Costa Rica 87), primo Paese al mondo a dichiarare l'accesso a Internet un diritto umano.

Altre statistiche del report rivelano che nell'80% delle nazioni analizzate sono state arrestate persone per i loro discorsi online; nel 41% delle nazioni si è arrivato a interrompere internet o le reti mobili per ragioni politiche; il 46% delle nazioni ha bloccato o ristretto l'accesso alle piattaforme social, scelta avvenuta principalmente in concomitanza di proteste o elezioni. Sul versante sorveglianza, infine, il rapporto segnala che le autorità di almeno 45 su 70 nazioni sono sospettate di sfruttare spyware (software spia) o tecnologie per l'estrapolazione dei dati fornite da aziende specializzate come Nso Group, finita nella bufera per il software Pegasus usato da alcuni governi contro giornalisti, attivisti e politici.

A chi si occupa di legislazione, infine, Freedom House suggerisce la necessità di prevedere meccanismi che impediscano l'accentramento del potere nelle mani di pochi operatori dominanti, sia nel settore pubblico che in quello privato.

 

 
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