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Il Basaglia d'Africa che libera dalle catene i malati mentali PDF Stampa
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di Valerio Bispuri


L'Espresso, 26 settembre 2021

 

Grégoire Ahongbonon ha fondato centri di accoglienza in Benin, Togo e Costa d'Avorio. Che ospitano tremila pazienti psichiatrici spesso in condizioni disperate. Grégoire sembra avere un potere magico quando si avvicina a un paziente psichiatrico che si dimena sdraiato in una buca polverosa di una strada del Togo. Le sue mani lo calmano, in qualche modo lo tranquillizzano con poche parole portandolo con sé in uno dei suoi centri del Saint Camille. Grégoire Ahongbonon ha 69 anni, gli occhi piccoli e le mani molto grandi, indossa sempre un gilet con molte tasche, come quelli dei fotografi degli anni Ottanta e parla al cellulare per cercare di risolvere qualche problema dei 3mila pazienti ospiti nei centri da lui fondati in Benin, Togo e Costa d'Avorio.

Da quando c'è il Covid-19 le cose sono peggiorate, anche se è riuscito a fare avere una dose di vaccino Johnson & Johnson a quasi tutti i ricoverati. Quando arriva lui in un centro lo abbracciano, lo toccano, lo baciano come fosse il loro padre che viene a trovarli. Grégoire dice di essere un missionario, ogni mattina si sveglia alle 6, va a messa e fa colazione con la manioca bollita (una radice che è una lontana parente della patata) e beve una tisana fatta di foglie di chinino, un'erba amarissima che usano tutti per combattere la malaria e qualunque virus, compreso il Covid-19. Le sue giornate sono caratterizzate da un continuo movimento, non si ferma mai e viaggia per il Benin o va in Togo o in Costa d'Avorio, tra i villaggi e i centri del Saint Camille, tra pazienti e suore perché la sua magia consiste nel credere che un malato mentale è una persona e si può guarire anche nei posti più remoti dell'Africa.

Per questa sua convinzione assoluta di poter non solo aiutare ma anche recuperare persone ridotte in condizioni disperate viene soprannominato il Basaglia nero. A ragione, perché sono tanti i casi in cui ha preso con sé un essere umano buttato sulla strada o addirittura legato a un albero e gli ha ridato prima di tutto dignità e poi pian piano ha recuperato quella parte di lui ancora sana, perché Grégoire sostiene che non tutto si rompe, si deve solo ripartire e allora si inizia facendo fare al paziente il lavoro che faceva prima di stare male o dandogli dei compiti: per esempio chi guarisce aiuta e porta avanti chi è all'inizio del percorso, in una catena di montaggio che gli permette di essere vicino a chi ha più bisogno.

Ci sono pazienti che cucinano, che si occupano della pulizia dei centri, c'è persino un forno e chi fa il pane caldo ogni mattina. Non tutti riescono però ad arrivare a una completa guarigione, molti rimangono fermi nella loro realtà immobile, dove gli occhi guardano senza guardare e le mani si intersecano senza riuscire a toccare nulla, ma sono trattati come esseri umani e ricevano un pasto e hanno una stanza dove stare.

Da trenta anni Grégoire raccoglie malati per strada, molti dei quali in Benin erano legati a vita agli alberi dove facevano i loro bisogni sotto la pioggia o il sole, venendo spesso bastonati perché considerati dei diavoli dai santoni del Vudù. Il Benin è la patria di questa strana religione fatta di riti e sacrifici animali che non ammette interferenze e chi non è considerato normale, è "strano" e viene allontanato dal villaggio. Per chi ha problemi psichici, ancora peggio, viene legato con delle catene per non poter nuocere.

Nel 2014 è stato trovato nel nord del Benin un "campo di preghiera" così chiamato dove erano legate 205 persone, ridotte a scheletri umani che si lamentavano e urlavano. In alcune parti dell'Africa il malato mentale è percepito come posseduto dal demonio, stregato e il suo delirio, il suo comportamento insolito, bizzarro, è interpretato come fosse una specie di posseduto. Tutti lo tengono a distanza, nessuno vuole toccarlo per timore di essere a sua volta contagiato. Per questo nei villaggi lo si incatena ad un albero e lo si lascia così fino alla sua morte mentre in città è lasciato nudo e abbandonato alla sua sorte, per paura. Lo Stato del Benin non se ne è mai voluto occupare veramente, un po' per non andare contro i santoni del Vudù e un po' perché non aveva strutture e modo per poterli curare. È stato Grégoire a scioglierli e a portarli con sé per farli ridiventare persone. Quando si avvicina a loro ha un modo deciso e dolce allo stesso tempo, riuscendo a calmare anche chi è aggressivo.

Ora in Benin non si trovano quasi più "campi di preghiera" e molto raramente persone legate, se non in qualche remoto villaggio. Anche per strada sono in pochissimi a vivere abbandonati alla loro malattia. In Togo la situazione è diversa e ancora ci sono realtà difficili che non riescono a cambiare. Ma Grégoire è sempre fiducioso, ha una fede profonda e anche se i centri ormai sono al completo pensa che in qualche modo si farà, e per strada comunque non lascia nessuno. Quando è andato in Togo è tornato in Benin con un uomo cieco e malato che viveva sotto un albero. È stato portato in un centro, è stato lavato e gli è stato dato un pasto e una branda dove dormire. Presto un medico si prenderà cura dei suoi occhi e con il tempo forse potrà tornare a vedere.

Quest'uomo dagli occhi piccoli e le mani grandi è riuscito a creare quattro centri di accoglienza in Costa d'Avorio, due centri di riabilitazione; un ospedale con l'unità di medicina generale, di oftalmologia, di radiologia, di odontostomatologia, due laboratori di analisi di cui uno per il trattamento degli affetti da Hiv e una farmacia. In Benin tre centri di accoglienza; un ospedale con un reparto maternità e uno di medicina generale, un Centro di accoglienza e un Centro di riabilitazione a Cotonou-Calavi e 24 relais (punto di consultazione, monitoraggio e consegna farmaci) distribuiti su tutto lo Stato. In Togo due centri di accoglienza, uno di questi ospita oltre trecento pazienti.

All'inizio però non è stato tutto così facile, lo stesso Grégoire ha passato momenti disperati: nato a Ketoukpe, un piccolo villaggio del Benin al confine con la Nigeria, si trasferisce nel 1971 a Bouaké in Costa d'Avorio dove inizia a fare il gommista. Presto apre un'agenzia di taxi che in poco tempo lo fa diventare ricco. Dura poco però perché le cose cominciano a girare male, fa investimenti sbagliati e si ritrova sul lastrico. Comincia un periodo di profonda depressione, tanto da portarlo a tentare il suicidio verso la fine degli anni Settanta.

È però proprio in questo periodo che si riavvicina alla Chiesa cattolica, da cui si era allontanato. Nel 1982 partecipa a un pellegrinaggio a Gerusalemme nel corso del quale una frase pronunciata dal sacerdote durante l'omelia lo toccherà profondamente e cambierà il suo destino: "Ogni cristiano costruisce la Chiesa portando la sua pietra". Al rientro a Bouaké Grégoire riflette su quale possa essere la "sua pietra". Poi un giorno, guarda una persona che vaga nuda per strada alla ricerca di cibo nella spazzatura. Contro quella che è la cultura locale, Grégoire si avvicina a quella persona che sa essere un malato mentale in quanto la nudità ne è un segno distintivo. In lui è come se vedesse il Cristo e smette di provare paura. Si illumina, capisce in qualche modo quale è il suo compito, cosa vuole fare: aiutare chi è malato e solo.

Con l'appoggio della moglie inizia a vagare per le strade di Bouaké alla ricerca dei malati mentali e offre loro cibo e abiti per coprirsi. Scopre così le condizioni disumane in cui vivono le persone affette da disturbo psichico in Costa d'Avorio e ben presto si rende conto che l'incatenamento e l'abbandono sono pratiche diffuse e accettate dalle comunità locali e che i malati mentali sono considerati "gli ultimi fra gli ultimi". Prende allora la decisione di dedicare la sua vita alle persone affette dalla malattia mentale e agli emarginati dalla società e inizia a liberarli dalle catene e a raccogliere dalle strade le persone con problemi psichici, gli epilettici e tutti coloro che nessuno "vuole".

All'inizio porta i malati in una cappella abbandonata, ma ben presto non c'è più posto, con tutti gli sforzi suoi e della famiglia e di tutti quelli che lo aiutano organizza un gruppo di preghiera che in breve tempo si trasformerà in un gruppo di carità per i malati bisognosi di cure: è l'Associazione Saint Camille de Lellis di Bouaké ed è l'inizio di una rivoluzione che ridà fiducia, cominciano in molti ad appoggiarlo e anche a criticarlo, ma la sua fede e le possibilità aumentano e da quel primo centro ne nascono molti altri in Benin e Togo, oltre che in Costa d'avorio.

Grégoire non si vuole fermare, sostiene che c'è molto ancora da fare, le condizioni dei centri sono molto meglio della strada ma possono essere migliorate, bisogna trovare una forma per cui tutti oltre che sopravvivere possano trovare una loro forma di esistenza dignitosa.

Quello che sta facendo Grégoire ha superato i confini degli Stati africani e i centri di psichiatria occidentali si sono interrogati sulle storie di rinascita umana che continuano a contraddistinguere l'opera del Saint Camille. Sono molte oggi le Ong e i centri di psichiatria che lo contattano e lo vengono a trovare per capire quello che sta facendo, come riesce a ridare la vita a una persona malata. Lui risponde a tutti che quello che fa è quello che sente e che ogni uomo ha il diritto di poter vivere un'esistenza dignitosa. Ogni tanto anche lui sembra stanco, abbassa lo sguardo per un attimo poi si riprende e grida a tutti: "Andiamo, andiamo".

 
Stati Uniti. Nel braccio della morte, per difendere la vita PDF Stampa
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di Davide Dionisi


vaticannews.va, 26 settembre 2021

 

Intervista a Dale Recinella, cappellano "laico" nel braccio della morte in Florida. "Molti cristiani sono convinti che sia uno strumento che il Signore ha dato all'uomo per vendicarsi". Nei prossimi giorni a Roma dove riceverà il premio "Custode della vita", indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita, e visiterà i detenuti collaboratori di giustizia nella Casa di reclusione di Paliano.

Con i suoi 320 detenuti, lo stato della Florida ha il più grande braccio della morte attivo negli Stati Uniti. Di questi, una sessantina sono cattolici e altri 17 si stanno convertendo. Dale Recinella li conosce bene e, insieme a sua moglie Susan, li assiste, accompagnandoli ogni giorno parlandogli di Gesù. Ex prestigioso avvocato della finanza di Wall Street, laureato alla Notre Dame Law School, proprietario di un attico affacciato sulla baia di Miami, lascia tutto trenta anni fa e decide di diventare assistente spirituale dei condannati a morte. Prima di salire sul volo che lo porterà a Roma dove, nei prossimi giorni, parteciperà all'Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, riceverà il premio "Custode della vita", indetto dalla stessa Accademia, e visiterà i detenuti collaboratori di giustizia nella Casa di reclusione di Paliano, in provincia di Frosinone, racconta a Vatican News la sua missione e l'impegno della Chiesa in questo difficile percorso ad ostacoli e quali sono le prospettive future in vista di una prossima, quanto auspicabile, abolizione della pena capitale nel suo paese. Alla luce anche di quanto avvenuto in Virginia, diventato lo scorso marzo il primo Stato del sud a scaricare il boia.

Recinella affronta subito il tema delle "persistenti resistenze" negli Usa per l'abolizione della pena capitale. "Ritengo che ancora sia in vigore anche per alcune nostre responsabilità. Molti cristiani sono convinti che sia uno strumento che il Signore ha dato all'uomo per vendicarsi. E' evidente che questo esula dagli insegnamenti cardine del Vangelo". Ma Dale è convinto che la Chiesa statunitense riesce pienamente ad incidere nel dibattito sull'abolizione. Anzi, definisce il suo ruolo "fondamentale". "Negli anni 80 e 90 i fautori alle esecuzioni rappresentavano l'80 percento della popolazione. La visita di Giovanni Paolo II fu determinante sotto questo punto di vista perché lanciò un messaggio forte. Tale spinta rese possibile una riflessione e un'indagine più approfondita tanto che ci si rese conto che nei bracci della morte c'erano molti innocenti. Oggi possiamo dire che l'opinione pubblica è divisa a metà anche perché Benedetto XVI prima, e Francesco poi, hanno continuato sul solco di Woytila attraverso prese di posizione molto forti. E' un cammino lungo e faticoso, ma continuiamo nella nostra missione".

Recinella chiede, poi, di "prestare molta attenzione ad evitare di agire senza sapere quale direzione prendere". Il riferimento è ai media americani che, a suo avviso, continuano a dire che la Chiesa americana non è proprio contraria alla pena di morte. "Questa la considero un'aberrazione. Il nostro compito è quello di difendere la vita a tutti costi attraverso la nostra testimonianza diretta".

La presenza del cappellano e della comunità cristiana esterna faticano sempre più nelle carceri a trovare tempi e spazi per garantire ai detenuti il diritto alla pratica della propria fede e allo svolgimento di attività complementari. Secondo Fratello Dale si tratta dell'effetto di un sistema di valori distorto della nostra società. "Negli Stati Uniti la situazione si è aggravata rispetto a 20 o a 30 anni fa perché le famiglie preferiscono dare la priorità a tante altre attività. Nel quartiere cattolico italiano di Detroit dove sono cresciuto, negli anni Cinquanta, si era soliti andare in chiesa diverse volte a settimana" racconta, osservando che "Oggi il nostro tempo da dedicare al Signore si è ridotto. E questo è avvenuto anche in carcere. La formula è semplice: se ci fosse più spazio per Dio nel nostro quotidiano, ci sarebbe meno criminalità. In questo scenario non possiamo aspettarci che i detenuti possano diventare più santi di noi".

Parlando delle difficoltà di un volontario che presta servizio dietro le sbarre, precisa che: "I detenuti ci osservano attentamente. Più di quanto noi possiamo sospettare". E ricorda i suoi primi servizi: "Nei primi anni 90, quando mi recavo in prigione, soprattutto nei mesi più caldi dell'anno, c'erano alcuni agenti di polizia penitenziaria che non gradivano la mia presenza in carcere e spesso mi lasciavano sotto il sole per ore ad attendere. Ma sapevo che avrei dovuto gestire il mio malessere e la mia rabbia pensando soprattutto a coloro che mi stavano aspettando. Perché ero certo che incontrando loro, avrei visto Gesù".

Per Recinella, il cappellano in carcere vive un doppio malessere anche perché vuole fortemente migliorare le cose, ma non può farlo. Soprattutto quando la sofferenza dei ristretti raggiunge limiti insopportabili. E questa sensazione di impotenza si acuisce quando si ha a che fare con i condannati a morte. "Ho promesso a molti uomini e a molte donne che sarò con loro nel momento verranno giustiziati. Li guardo dietro le sbarre (e non sono più una minaccia per nessuno) e mi rendo conto che verranno uccisi dallo stato. Non posso non avvertire un senso di sgomento perché mi sento parte di quel sistema. È l'emozione più cupa contro cui devo lottare soprattutto quando torno in carcere dopo l'esecuzione. Ma un vero accompagnatore, non può posizionarsi ad una distanza di sicurezza. Mi sono detto che per accompagnare Gesù quando muore sulla croce, devo essere ai suoi piedi anche se il sangue delle sue ferite mi cade addosso. Anche perché la domanda più frequente che tutti i condannati mi rivolgono è sempre la stessa: Sarai lì quando morirò?".

 
Scontri di potere al vertice e stragi jihadiste, la Somalia tra due fuochi PDF Stampa
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di Stefano Mauro


Il Manifesto, 26 settembre 2021

 

Il primo ministro Mohamed Hussein Roble e il presidente della repubblica ad interim Mohammed Abdullahi, detto Farmajo, ai ferri corti. E permane lo stallo sulle elezioni. Al-Shabaab tira dritto: autobomba contro un posto di blocco a Mogadiscio, almeno 8 i morti.

Si aggrava la crisi ai vertici del potere in Somalia, con lo scontro tra il primo ministro Mohamed Hussein Roble e il presidente della repubblica ad interim Mohammed Abdullahi, detto Farmajo.il primo ministro Mohamed Hussein Roble e il presidente della repubblica ad interim Mohammed Abdullahi, detto Farmajo. Una crisi, cominciata due settimane fa, che sta causando nel paese e nella capitale Mogadiscio un nuovo clima di tensione, in un difficile contesto che vede la Somalia alle prese con uno stallo elettorale per le future presidenziali - rimandate dallo scorso febbraio -. e i continui attentati di matrice jihadista condotti dal gruppo Al-Shabaab, affiliato ad Al Qaeda.

Proprio nella serata di venerdì il gruppo jihadista ha rivendicato l'esplosione di un'autobomba a un posto di blocco nelle vicinanze del palazzo presidenziale che ha causato almeno 8 vittime e 12 feriti e che si aggiunge all'attentato della scorsa settimana con altri 15 militari delle forze di sicurezza uccisi. Il feroce conflitto ai vertici dello stato somalo è cominciato quando Mohamed Roble ha licenziato prima Fahad Yasin - stretto alleato di Farmajo e potente capo della National Intelligence and Security Agency (Nisa) - e poi il ministro della Sicurezza, Hassan Hundubey Jimale, a causa degli scarsi risultati ottenuti anche in merito all'indagine sul rapimento di una sua collaboratrice, finita con un nulla di fatto.

Come risposta il presidente Farmajo ha nominato il suo vecchio amico Fahad - un grande artefice della sua vittoria presidenziale del 2017 - consigliere presidenziale per la sicurezza e ha revocato nei giorni scorsi "i poteri decisionali attribuiti al primo ministro" a causa di comportamenti "incostituzionali". L'escalation preoccupa la comunità internazionale, a meno di cinque mesi dagli ultimi scontri armati a Mogadiscio. Recentemente, in una dichiarazione congiunta, l'Onu, gli Stati uniti, l'Ue e l'Unione africana hanno esortato i leader somali "a disinnescare il confronto politico", chiedendo in particolare "il completamento del processo elettorale senza ulteriori indugi".

Lo scorso aprile - dopo la nomina da parte del parlamento di Farmajo ad altri due anni di presidenza ad interim ed il rischio di una nuova guerra civile - lo stesso Farmajo si era rivolto a Roble per disinnescare una difficile situazione e gli aveva affidato il compito di organizzare le elezioni presidenziali. Missione compiuta in un mese da parte del primo ministro che era riuscito a trovare un accordo con i governatori dei 6 stati semi-autonomi (Puntland, Galmudug, Jubaland, South West State, Hirshabelle e Somaliland) e le loro spinte indipendentiste.

"Questo conflitto rischia di compromettere l'accordo raggiunto grazie alla capace mediazione di Roble" ha dichiarato Omar Mahmood, analista dell'International Crisis Group (Icg), con le presidenziali previste per il 10 ottobre a rischio, visto che l'iter organizzativo per la nomina dei membri della camera bassa, ultimo passo prima dell'elezione del capo dello Stato, è già in ritardo. Molti analisti ritengono che lo stallo elettorale abbia distolto l'attenzione da altre questioni critiche per la Somalia, tra cui l'insurrezione jihadista di Al-Shabaab, che sta colpendo costantemente nel paese e che ha dichiarato di "volersi ispirare alla vittoria dei Talebani in Afghanistan per la creazione di un emirato nel Corno d'Africa".

 
Afghanistan. "Senza le voci delle donne, Kabul è morta" PDF Stampa
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di Giuliana Sgrena


Il Manifesto, 26 settembre 2021

 

La testimonianza di una studentessa afghana: "Ora sono di nuovo i talebani a decidere il modo in cui ci dobbiamo di vestire, legare i capelli, ridere. La nostra attività politica ha valore, ma il popolo non può battersi con la pancia vuota". Sulla terribile situazione che sta vivendo l'Afghanistan abbiamo sentito una giovane studentessa afghana in Italia per un master. Per ovvi motivi di sicurezza non possiamo indicare il suo nome. "L'intero paese è al collasso, sia dal punto di vista istituzionale che economico".

"Banche, aziende, uffici governativi, start up locali e persino i negozi sono chiusi, l'import e l'export sono completamente bloccati, per l'Afghanistan significa fame e povertà. Non circola denaro e anche coloro che hanno depositi in banca non possono prelevare più di 200 dollari al mese. Piccole attività come centri estetici, sale per matrimoni, ristoranti, caffè, palestre, sartorie sono bloccati. I commercianti che vendono vestiti occidentali di seconda mano, siccome uomini e donne non possono più indossare jeans e magliette, stanno subendo gravi perdite".

"Il tasso di disoccupazione è molto alto: gli uffici governativi, scuole e aziende private sono stati chiusi. Anche il sistema giudiziario versa in uno stato disastroso e la gente non può ottenere documenti, certificati di matrimonio, passaporti o documenti catastali. La città è morta, non si sentono più musica, rumori e la voce delle donne, pochi circolano in macchina perché il gas e la benzina sono molto cari. L'inverno si sta avvicinando e il prezzo del gas è quasi raddoppiato, non ci sono soldi per comprare legna o cibo da conservare per la stagione più rigida".

"Le strade di Kabul - continua - sono piene di merce di seconda mano venduta da chi lascia la città o da chi ha bisogno di soldi per mantenere i figli. Questa situazione provoca una grande disperazione. Il direttore delle prigioni ha annunciato che saranno ristabilite esecuzioni pubbliche, taglio di mani e piedi e ha dichiarato che "non abbiamo bisogno di suggerimenti dall'estero, seguiamo l'islam e il Corano che è la sua legge". Il ministero della donna è stato sostituito con il ministero per la propagazione della virtù e prevenzione del vizio. Questo ha provocato timori e apprensione perché è questo ministero che controlla la vita quotidiana: il modo di vestire, le donne che escono senza un mahram (un maschio della famiglia), la lunghezza della barba, il modo in cui le donne legano i loro capelli, come ridono, etc. I taleban dicono che seguiranno l'esempio dell'Iran. Per quanto riguarda le donne, i taleban ripetono che potranno lavorare o studiare ma solo nell'ambito previsto dalla sharia (che è interpretata in modi diversi). Ci sono molte divisioni all'interno degli stessi taleban, alcuni hanno aperto le scuole per ragazze fino alle superiori altri solo per le elementari, mentre nelle città come Kabul, Herat e Mazar-i-Sharif sono chiuse".

"Le donne non possono lavorare sia nel settore pubblico che privato e in alcuni luoghi segnalazioni indicano che devono essere vestite di nero dalla testa ai piedi. Le donne possono lavorare solo nel settore sanitario ma la sanità si sta disintegrando per mancanza di medici e medicine. La maggior parte delle medicine sono importate ma ora le frontiere sono chiuse e la gente muore per mancanza di farmaci. I prezzi dei generi alimentari sono raddoppiati, alcuni sono scomparsi. Ci sono anche forti pressioni psicologiche, la gente è molto depressa, preoccupata e ansiosa per l'incertezza sul futuro. I taleban dicono di aver portato la sicurezza ma il popolo non vuole una sicurezza in cui si può morire di fame".

 

I taleban chiedono un riconoscimento internazionale e di partecipare all'assemblea dell'Onu...

È difficile prevedere cosa sarà loro concesso, tuttavia una cosa è chiara: l'Afghanistan diventerà il terreno di scontro tra Usa, Cina e Russia. Vi sono già scontri all'interno dei taleban - tra i sostenitori di Haqqani e quelli del mullah Baradar - provocati dalle interferenze delle potenze straniere che lottano per spartirsi l'Afghanistan. Il maggiore timore per ora è rappresentato dall'Isis che lo scorso mese ha rivendicato almeno tre attacchi. È solo l'inizio e siamo sicuri che gli scontri si intensificheranno e aumenterà il bagno di sangue.

 

I taleban stanno utilizzando la drammatica situazione per ottenere aiuti...

È un pesante ricatto. Comunque, nessuna circostanza giustifica un riconoscimento dei taleban. Ora si fingono moderni e aperti per essere accettati ma un loro riconoscimento sarebbe un grave tradimento del nostro popolo e specialmente delle donne. Ci sono molte pressioni internazionali per formare un governo "inclusivo", con il coinvolgimento di donne e di rappresentanti di altre etnie (i taleban sono prevalentemente pashtun). Anche se includono qualche donna con il burqa, o alcuni criminali hazara, tagiki uzbechi, la natura del governo non cambierà. Saranno sempre fascisti, terroristi, fondamentalisti, misogini. L'assemblea Onu e gli alleati preparano il terreno per il riconoscimento ufficiale. La maggior parte dei paesi sta cercando accordi separati con i taleban, come il governo britannico che ha annunciato un risarcimento per le morti civili di cui naturalmente beneficeranno i taleban.

 

Come possiamo aiutare le donne che lottano nel paese? È possibile un compromesso con i taleban per singoli progetti? O l'unica possibilità è un lavoro clandestino?

Potete aiutarci sostenendo la nostra attività e i nostri progetti, parlandone nelle scuole, università, incontri e conferenze. Vorremmo che i finanziamenti alle Ong continuassero, tuttavia le politiche e le regole dei taleban rispetto a queste attività non sono noti. Non sappiamo se potranno ricevere finanziamenti, a chi sarà permesso operare e in quali condizioni, occorre vedere come evolverà la situazione. Se ci saranno possibilità di aiutare le donne e i bambini afghani, non lo consideriamo un compromesso ma una reale opportunità. Occorre individuare chi ha più bisogno di aiuto e non si può fare con il lavoro clandestino. La nostra attività politica ha un valore ma crediamo che il nostro popolo sia sull'orlo della fame e della povertà e non si possono combattere i taleban a pancia vuota.

 
L'Italia dei bambini in carcere PDF Stampa
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di Daniele Barbieri


comune-info.net, 25 settembre 2021

 

La legge di bilancio aveva stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative al carcere: soldi da spendere in 3 anni. Eppure l'ultimo rapporto di Antigone, del gennaio 2021, conferma che ci sono ancora diversi bambini che nascono o restano dietro le sbarre con le madri e che è ancora possibile spezzare le famiglie.

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