Sabato 18 Gennaio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Migranti. Sea Watch 3: Carola Rackete ha agito per necessità, non andava arrestata PDF Stampa
Condividi

di Adriana Pollice


Il Manifesto, 18 gennaio 2020

 

La Cassazione respinge il ricorso della procura di Agrigento che si era opposta alla scarcerazione della comandante decisa dal Gip. La comandante della nave Sea Watch 3 Carola Rackete non andava arrestata. A stabilirlo in via definitiva è stata la Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso della procura di Agrigento contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio l'aveva rimessa in libertà.

La comandante tedesca il 29 giugno era entrata nel porto di Lampedusa nonostante il divieto della Guardia di finanza, imposto dal Viminale allora retto da Matteo Salvini. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, aveva contestato alla capitana i reati di resistenza a pubblico ufficiale, resistenza e violenza a nave da guerra ma la gip Alessandra Vella non aveva convalidato l'arresto bocciando l'ipotesi accusatoria. La Cassazione le ha dato ragione.

"Chi aiuta le persone in difficoltà non andrebbe perseguito - ha scritto ieri su Twitter Rackete. È un verdetto importante per tutti gli attivisti che salvano vite in mare. L'Ue dovrebbe riformare le direttive contro i "crimini si solidarietà".

In attesa delle motivazioni della Cassazione il legale della comandante, Leonardo Marino, ha commentato: "Carola non andava arrestata, il dovere di soccorso non poteva essere esaurito con la messa in salvo dei naufraghi a bordo della Sea Watch 3, le normative internazionali includono nell'operazione di salvataggio anche lo sbarco in un porto nel quale siano assicurati, oltre che la salvaguardia della vita, anche la tutela dei diritti fondamentali".

E ancora: "Adesso sappiamo con certezza che avevamo ragione noi. Vedremo se la procura di Agrigento darà seguito a questa pronuncia della Cassazione ponendo fine alla vicenda giudiziaria o se andrà avanti su questa sua tesi, che riteniamo folle. Arrestata perché aveva salvato vite umane".

All'alba del 29 giugno Carola Rackete decise di entrare senza autorizzazione nel porto di Lampedusa. Salvini aveva lasciato la nave dell'ong Sea Watch bloccata in mare con circa 40 persone per 17 giorni. La comandante già nelle 36 ore precedenti aveva invocato lo stato di necessità. Una motovedetta della Gdf provò a ostacolare la manovra spostandosi lungo la banchina per impedire l'attracco. Rackete proseguì l'accostamento spingendo le Fiamme gialle contro il molo ma il tutto avvenne a velocità bassissima. I finanziari salirono a bordo e l'arrestarono.

Nel ricorso in Cassazione la procura ha sostenuto che "la permanenza nelle acque territoriali era illegittima sulla base del provvedimento dei ministeri di Interni, Difesa e Infrastrutture, confermato dal Tar e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo". Inoltre, "l'obbligo di far sbarcare i migranti incombeva sull'autorità di pubblica sicurezza e non certo sul comandante". Infine, lo stato di necessità non sussisteva poiché "la nave aveva ricevuto, nei giorni precedenti, assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità militari". Di diverso avviso la gip Vella che aveva negato la convalida dell'arresto e, nel farlo, aveva smontato il decreto Sicurezza bis. L'ordinanza della gip spiega perché Rackete ha rispettato il diritto, al contrario della misura bandiera di Salvini.

L'accusa di resistenza e violenza nei confronti della nave della Fiamme gialle viene cassata perché, spiega Vella, le unità della Gdf sono considerare navi da guerra solo "quando operano fuori dalle acque territoriali". Inoltre, "sulla scorta di quanto dichiarato dall'indagata e dai video", la manovra pericolosa viene "molto ridimensionata" e anche giustificata perché l'indagata "ha agito in adempimento di un dovere": il divieto di ingresso può scattare solo in presenza di attività di carico e scarico di merci o persone, ma non è il caso in esame perché si tratta di un salvataggio e per questo la nave non può considerarsi "ostile".

La resistenza a pubblico ufficiale è poi giudicata inevitabile, come cioè "l'esito dell'adempimento del soccorso" che, ricorda Vella, si esaurisce solo con "la conduzione fino al porto sicuro". Il dem Matteo Orfini ha commentato: "Un abbraccio a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E due lezioni per loro: le sentenze le emettono i giudici; chi non ha nulla da temere non scappa dai processi". Il leader leghista ha tirando in ballo il caso Gregoretti: "Per qualche giudice una signorina tedesca che ha rischiato di uccidere cinque militari Italiani non merita la galera, ma il ministro che ha bloccato sbarchi e traffico di esseri umani sì". Da Sinistra italiana la replica di Nicola Fratoianni: "Carola Rackete ha onorato i principi di umanità e solidarietà, Salvini ha disonorato le istituzioni della Repubblica".

 
Svizzera. Suicidio assistito anche per i detenuti condannati all'ergastolo? PDF Stampa
Condividi

di Paolo Vites

 

ilsussidiario.net, 18 gennaio 2020

 

Un detenuto condannato all'ergastolo ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. Patria del suicidio assistito, la Svizzera si trova adesso ad affrontare le estreme conseguenze della scelta di permettere di morire. Nella confederazione elvetica, dove si reca gente da tutto il mondo e come ben sappiamo anche dalla vicina Italia, il suicidio assistito è negato per un solo motivo: ragioni "egoistiche". Cioè se uno chiede di essere ucciso semplicemente perché stanco o stufo di vivere, ma non è un malato terminale o soffre di dolori fisici considerati insostenibili. Viene accettata anche la malattia mentale qualora risulti portatrice di "sofferenza insostenibile". Il che non è molto facile, se non impossibile, da quantificare.

Ecco allora che un detenuto, condannato nel 1996 all'ergastolo per numerosi casi di violenze sessuali su bambine di 10 anni fino a donne di 56, ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. "È una cosa naturale chiedere di suicidarsi piuttosto che essere sepolto vivo per il resto della vita, meglio essere morto che lasciato a vegetare dietro le mura" ha detto nella sua richiesta. Il che non fa una grinza, seguendo la logica della legge attuale. Richiesta che l'apposita commissione che permette o meno il suicidio assistito composta da due medici (entrambi devono dare l'ok) ha detto di non essere in grado di valutare perché dubbiosi si tratti di richiesta "egoistica".

Ovvio: nel momento in cui ammetti il suicidio per chi è malato, perché no per una persona condannata all'ergastolo? Se nel primo caso la vita diventa "una sofferenza insopportabile" lo è anche essere rinchiusi in prigione fino alla morte. La legge si ritorce contro se stessa: il suicidio assistito dimostra di essere soltanto un modo di eliminare una realtà inconfutabile, la vita, solo perché non si è in grado di gestirla. Non perché non sia possibile farlo. Certo, l'ergastolo è una pena comparabile a quella di morte, perché non permette la possibilità di riscatto, di rifarsi una vita a chi è sinceramente pentito (di fatto Papa Francesco si è detto contro l'ergastolo non a caso), ma in ogni caso c'è la possibilità di rifarsi una vita anche dietro le sbarre.

Il detenuto, Peter Vogt, spera di morire in occasione del suo compleanno, il prossimo 13 agosto, se la sua richiesta sarà accettata. Possiamo solo immaginarci quanti detenuti scomodi, in possesso di informazioni o verità su fatti criminali, verranno fatti fuori se la legge cambierà. Le autorità svizzere sono già preoccupate del fatto che, essendo la popolazione detenuta in carcere parecchio invecchiata, ci sarà un boom di richieste.

 
Nel caos in Libia i migranti detenuti nei lager ricattati per combattere nelle milizie PDF Stampa
Condividi

di Umberto De Giovannangeli

 

globalist.it, 18 gennaio 2020

 

La denuncia dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati: si cercano

soprattutto sudanesi che parlano arabo. Non bastavano i tagliagole e i mercenari reclutati dalle due parti in guerra e dai loro sponsor esterni. Nel caos libico, s'inserisce ora un'altra pagina inquietante, vergognosa: o combatti, o ti ammazziamo.

Il ricatto ai migranti. Le parti impegnate nel conflitto in Libia stanno usando i migranti come combattenti. Lo denuncia l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati. "Abbiamo le prove, da parte di persone che si trovano nei centri di detenzione, che è stata offerta loro la proposta di restare lì per un periodo indefinito oppure di combattere al fronte", ha detto alla Dpa il rappresentante speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel.

Ricatto mortale - Al momento, Cochetel dice di non essere in grado di dire quanti migranti abbiamo accettato l'offerta. "Se decidono di farlo, viene data loro una uniforme, un fucile e vengono immediatamente portati nel mezzo della guerriglia urbana", ha aggiunto."Abbiamo visto che questi tentativi di reclutamento" dei migranti "riguardano prevalentemente i sudanesi - ha proseguito Cochetel - Riteniamo questa scelta motivata dal fatto che parlano arabo. Entrambe le parti" in conflitto in Libia "sono coinvolte", ovvero le milizie fedeli al governo del premier libico Fayez al-Sarraj e l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.

Nel frattempo, preoccupa la presenza di soldati provenienti da Russia e Turchia sul territorio libico. La scorsa settimana il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato pubblicamente l'invio dei militari turchi in Libia a sostegno del Governo di accordo nazionale, guidato dal al-Sarraj, affermando che le forze armate di Ankara avranno per lo più funzioni di addestramento delle truppe di Tripoli. A sostegno delle milizie di Haftar ci sarebbero invece i mercenari russi del Wagner Group, un'organizzazione paramilitare e vicina al presidente Vladimir Putin. Anche se Mosca ha ripetutamente negato ogni coinvolgimento, il governo di Tripoli ha denunciato la presenza di circa 800 soldati russi al fronte.

L'Unione europea ha ripetutamente denunciato l'implicazione di soldati stranieri nel conflitto libico. Qualche giorno fa, durante la plenaria dell'Europarlamento a Strasburgo, l'Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, denunciando le ingerenze di Russia e Turchia ha dichiarato: "Le cose ci stanno sfuggendo di mano. Noi europei, non volendo partecipare a nessuna soluzione militare, ci barrichiamo dietro la convinzione che non ci sia una soluzione militare". Per poi tracciare un parallelo con il conflitto in Siria: "In Siria c'è stata una soluzione militare, portata dai turchi e dai russi".

Sottolineando che Bruxelles non possa accettare i "flussi di armi e mercenari" da Paesi terzi verso la Libia, Borrell ha avvertito l'Unione sui nuovi equilibri presenti nel Mediterraneo a causa dell'azione di Russia e Turchia. "Sono sicuro che nessuno sarebbe davvero contento se sulla costa libica, di fronte all'Italia, venissero poste una seria di basi militari della marina militare turca e russa, che controllerebbero entrambe le vie di immigrazione illegale verso l'Europa. Nel Mediterraneo orientale e ora anche in quello centrale", ha aggiunto Borrell.

Tragedia umanitaria - Secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) solo nelle prime due settimane del 2020 sono almeno 953 i migranti (tra cui 136 donne e 85 bambini) riportati in Libia dalla Guardia costiera. La maggior parte sono sbarcati a Tripoli e tutti sono stati portati nei centri di detenzione. Inoltre, sono tante le persone che continuano a scappare: le navi di ricerca e salvataggio delle ong negli ultimi giorni hanno salvato 237 persone.

Tra loro anche famiglie di libici in fuga: almeno 17 sono stati salvati dall'ong tedesca Sea Watch, erano tutte su un unico barchino, 10 uomini e 7 donne, tra cui 9 minori. "In Libia c'è una guerra, una situazione drammatica che negli ultimi mesi ha visto un'accelerazione con l'intensificarsi delle violenze e quindi con vittime, moltissime civili - spiega la portavoce di Unhcr Carlotta Sami. Almeno 1 milione di persone ha bisogno di assistenza umanitaria. Da aprile ad oggi oltre 180mila libici sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Gli sfollati interni sono ormai più di 340mila. Unhcr non riesce ad avere accesso a tutte le zone della Libia. Ad esempio il sud del Paese e l'area di Bengasi sono irraggiungibili. Anche la via terrestre di accesso alla Tunisia è impraticabile".

Il conflitto armato "rende la situazione quotidiana estremamente volatile e questo complica enormemente la costruzione e la messa a disposizione di soluzioni per i rifugiati e i richiedenti asilo presenti in Libia - aggiunge Sami -: registriamo come anche quando le autorità locali sono disposte a discutere della protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, non riusciamo poi a concretizzare perché esse stesse sono principalmente concentrate sulle problematiche relative al conflitto. Va detto che nonostante il conflitto le persone ancora arrivano dalle frontiere meridionali".

Per questo Unhcr chiede un cambio di passo e un sostegno maggiore ai Paesi di primo asilo come Etiopia, Sudan, Ciad, per offrire condizioni di accoglienza e lavoro sostenibili. "Chi poi cerca di attraversare il Mediterraneo viene nella maggior parte dei casi intercettato dalla Guardia costiera libica, centinaia già nei primi mesi dell'anno. A questo proposito si è venuta a definire una nuova dinamica: "Il conflitto armato ha indebolito il coordinamento tra Guardia costiera e ministero dell'Interno libici nelle procedure di sbarco - aggiunge la portavoce di Unhcr -. Di conseguenza, non tutti i migranti sbarcati e i richiedenti asilo vengono oggi sistematicamente detenuti. Stimiamo che circa il 30% venga liberato al momento dello sbarco. Questo è positivo di per sé ma sicuramente l'Onu e i partner devono intensificare gli sforzi per fornire assistenza a queste persone. E resta il fatto che la Libia non è un porto sicuro".

In tutto i richiedenti asilo rinchiusi nei centri di detenzione gestiti dal governo libico sono circa 2.500. La guerra per procura ha interrotto la fornitura di servizi essenziali da parte delle autorità, compreso il cibo. "Per questo motivo alcuni centri sono stati aperti per far uscire le persone ma da settimane assistiamo a una dinamica terribile: in tanti pagano per rimanere o entrare nelle carceri, convinti di poter essere selezionati da noi per le evacuazioni umanitarie. È un tragico equivoco: informati male e disperati pensano che questo sia l'unico modo per arrivare in Europa - spiega ancora Sami.

La realtà è diversa e il terribile dilemma che viviamo ogni giorno, lavorando in Libia, è dato dal fatto che non ci sono posti per tutti nei Paesi sicuri e noi siamo costretti a scegliere tra i casi più vulnerabili. I canali legali e sicuri sono troppi pochi". Unhcr ha chiesto ai Paesi europei la disponibilità a ricollocamenti per almeno 5mila persone ma per ora le offerte di accoglienza beneficeranno meno della metà delle persone.

"Dobbiamo essere presenti perché ce lo impone il nostro mandato umanitario e dobbiamo dialogare con tutti gli attori in campo. Dobbiamo riequilibrare gli aiuti indirizzati ai rifugiati in detenzione, che sono comunque del 50 per cento rispetto ad alcuni mesi fa, e a quelli che vivono nelle città, nelle strade, senza riparo - conclude Sami -. Sono almeno 43mila le persone che spesso si trovano in una situazione umanitaria disastrosa e sono costretti ad adottare dei meccanismi di sopravvivenza molto danno si come il lavoro minorile, il matrimonio tra minorenni, la prostituzione e certamente i viaggi mortali attraverso il Mediterraneo. Vogliamo incrementare l'assistenza umanitaria per questi "rifugiati urbani" insieme ai nostri partner, attualmente riusciamo a fornire dei pacchetti di aiuto a circa 850 famiglie sul territorio di Tripoli, e di aumentare le soluzioni legali e sicure al di fuori della Libia".

Mosca tende una mano - Non è l'Italia "ad aver fatto errori" nella crisi libica, dato che l'errore principale è stato compiuto nel 2011 quando la Nato decise di bombardare la Libia e l'Italia "non era tra i Paesi che hanno spinto per questa soluzione". A sostenerlo ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov rispondendo a una domanda di Rai e Ansa in conferenza stampa. "Ora quel che serve è unire i libici e non è facile dato che Haftar e Sarraj non riescono nemmeno a stare nella stessa stanza", ha osservato Lavrov, aggiungendo che vedrà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio per un incontro la mattina della conferenza di Berlino.Il premier di Tripoli e l'uomo forte della Cirenaica - ha detto Lavrov, secondo l'Agi - non sono pronti al momento per contatti diretti. "È molto importante che ora la

tregua venga osservata", ha ribadito Lavrov. "È un passo avanti certo e speriamo che venga preservata, preferibilmente per un periodo di tempo indefinito", ha aggiunto, sottolineando come Haftar, nonostante non abbia firmato il documento di Mosca dopo i negoziati, abbia confermato di voler rispettare il cessate il fuoco. "La Russia sostiene la conferenza di Berlino, più Paesi prendono parte al processo di soluzione della crisi libica e meglio è: i documenti sono stati quasi tutti negoziati, sono in linea con la risoluzione dell'Onu e noi ci aspettiamo che il consiglio di sicurezza dell'Onu sostenga le conclusioni della conferenza", ha dichiarato Lavrov, sottolineando che la cosa più importante, dopo Berlino, è "non ripetere gli errori del passato".

Il generale Haftar, intanto, si trova ad Atene per colloqui in vista della conferenza di Berlino dalla quale la Grecia è stata esclusa. Lo riporta la Milli Gazete. Come ha mostrato la tv greca, Haftar è arrivato ad Atene ieri sera a bordo di un aereo privato, per essere poi trasferito in un hotel della capitale greca. Qui ha incontrato il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias, che vedrà nuovamente questa mattina. Previsto per oggi un incontro tra Haftar e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. La Grecia ha contestato l'accordo sulla sicurezza e i confini marittimi che il Governo di accordo nazionale di Tripoli ha firmato con le autorità di Ankara.

 
Ricorsi Cedu, l'Italia è quinta dopo Russia, Romania, Ucraina e Turchia PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 17 gennaio 2020

 

In Parlamento la relazione 2018 della Corte europea dei diritti dell'uomo. Nonostante siano diminuite le pendenze dei casi italiani dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo, il nostro Paese rimane comunque al quinto posto nella classifica degli Stati con il maggior numero di ricorsi. Tra i nostri ricorsi spicca al primo posto, con 1.200 casi, il problema dell'irragionevole durata del processo e la mancata applicazione della legge Pinto.

Leggi tutto...
 
Carceri, Bonafede ai cappellani: "Grazie perché ridate fiducia e speranza" PDF Stampa
Condividi

di Gianni Parlatore


gnewsonline.it, 17 gennaio 2020

 

"I cappellani svolgono un ruolo fondamentale nel percorso di rieducazione di chi ha commesso errori, nell'interesse non solo dei detenuti stessi ma di tutta la collettività. Incarnano un volto buono ma al contempo severo, si fanno testimoni della parola di Dio e portano, in luoghi dove per troppo tempo lo Stato è risultato assente, un messaggio di serenità e di speranza a chi si sente abbandonato".

Leggi tutto...
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06


06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it