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Roma. "Il carcere di Rebibbia affollato, detenuti preoccupati per rischio contagio" PDF Stampa
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Il Messaggero, 7 aprile 2020


Il vicepresidente consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Emanuele Cangemi, ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al premier Conte e al ministro Bonafede per chiedere di affrontare la questione delle carceri e delle preoccupazioni dei detenuti per l'emergenza coronavirus. In particolare il vicepresidente si riferisce alle problematiche del penitenziario Rebibbia Nuovo Complesso.

Dai detenuti di quel carcere Cangemi ha ricevuto una lettera in cui vengono espresse serie preoccupazioni. Il vicepresidente ha incontrato una delegazione di carcerati alla presenza del direttore Rosella Santoro e del Comandante della Polizia Penitenziaria dell'Istituto, Luigi Ardini. Ha partecipato alla riunione anche il professor Aldo Morrone, infettivologo e direttore scientifico dell'Ifo San Gallicano di Roma.

La lettera. "Nel corso dell'incontro sono emerse una serie di problematiche che mi è stato chiesto di portare all'attenzione delle massime cariche dello Stato e del Governo. In primo luogo il sovraffollamento, principale ragione di preoccupazione dei detenuti, poiché impedisce di mantenere quel distanziamento sociale necessario a contrastare la diffusione del Covid-19. I detenuti temono che la contiguità nelle celle possa favorire i contagi qualora il coronavirus dovesse fare il suo ingresso in carcere. I fatti di Bologna hanno determinato un ulteriore stato di allarme nonostante la Direzione abbia attivato, con buoni risultati, una serie di misure preventive per scongiurare che i nuovi giunti possano portare contagi all'interno della struttura. Preoccupazione che investe anche i vertici dell'Istituto in quanto una eventuale diminuzione degli agenti di sorveglianza, a causa di contagi e isolamenti da quarantena, rappresenterebbe una seria difficoltà nella gestione dei detenuti".

Misure alternative. Altra questione emersa riguarda l'applicazione delle misure alternative al carcere e della liberazione anticipata da parte dei Tribunali di Sorveglianza. "Nel corso dell'incontro è stata più volte sottolineata l'opportunità di concedere la detenzione domiciliare a quanti sono a pochi mesi dal fine pena tenendo conto delle relazioni comportamentali dell'Istituto. Ultima, ma non meno importante, l'informazione in carcere.

Sono state rivolte molte domande all'infettivologo presente sulle modalità di contagio, sulle norme igieniche corrette, sulla veridicità o meno delle informazioni che acquisiscono attraverso la televisione. A tale riguardo sarebbe opportuno incentivare una maggiore divulgazione di informazione scientifica. Sarebbe davvero importante far arrivare un segnale di attenzione umana, prima che politica, da parte dello Stato. Uno Stato che, in un momento tanto difficile, non dimentica nessuno dei suoi figli e si prende cura, con la stessa dedizione, anche chi ha sbagliato e sta pagando il suo prezzo. Confidando che le sollecitazioni manifestatemi possano trovare adeguata soluzione".

 
Torino. Accorato appello dei detenuti: "aiutateci o sarà lazzaretto" PDF Stampa
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pressenza.com, 7 aprile 2020


Questo è il disperato appello e richiesta di aiuto che gli ospiti della palazzina dei semiliberi del carcere di Torino, oggi occupata da soggetti in articolo 21 per lavoro esterno, lanciano a tutti gli amministratori e tutori della salute e della vita altrui. Viviamo in un ambiente di circa 100 metri quadrati suddiviso in più camere per un totale di 45 persone, 2 servizi igienici per tutti e al pian terreno di questa struttura ci sono anche delle mamme con dei bambini innocenti che continuano ad essere rinchiusi.

Alle nostre, critiche e disperate, condizioni assistono anche gli operatori della polizia penitenziaria, vittime anch'essi del totale menefreghismo istituzionale onnipresente e oggi ancor più irritante. Siamo da giorni isolati a causa dell'accertamento della contaminazione da virus di un soggetto tra noi. Non veniamo visti da nessuno e nessuno ne parla per voler nascondere la realtà di un lazzaretto che lascerà alle spalle morti preannunciate, e forse volute, nella più totale indifferenza.

Pandemia, terza guerra mondiale, #state a casa, #ce la faremo: giuste considerazioni del momento che attraversiamo, ma fatte solo esclusivamente per tirare acqua al proprio mulino.

Allo stato attuale nella nostra palazzina permangono i semiliberi che si son visti rigettare richiesta di licenza premio come previsto e disposto dal Dpcm (scritto con l'apparente obbiettivo di sfollare le carceri). A testimonianza di una non volontà di assicurare, in un momento di così altamente critico e rischioso, la tutela della salute e della vita.

Non privilegiano coscienza, sentimenti umanitari e ragionevolezza, termine quest'ultimo spesso adoperato in sede di formulazione delle sentenze di condanna quando si presentano non poche incertezze e lati oscuri. Poltrona, autorità e potere è ciò che sovrasta ogni cosa compresa la vita. Eppure Cesare Beccaria già nel lontano 1700 lottava contro la pena di morte e contro la tortura che a secoli di distanza trova diversa applicazione nelle condizioni psicofisiche che viviamo: massacranti ed insopportabili.

Pure l'OMS, l'ISS e la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri consigliano, obbligano, sanzionano, per effetto di direttive salvavita paradossalmente escluse e nascoste all'interno delle carceri, bombe ad orologeria che coinvolgono figli, mogli, madri, fratelli angosciati dal cattivo e sempre più incerto futuro che ci aspetta. Ma dove sono finiti i diritti umani riconosciuti e sanciti nelle costituzioni di società e paesi che ancora oggi hanno il coraggio di auto-dichiararsi civili, industrializzati, sviluppati e anche democratici? Il razionale è fortemente discriminante!

Oggi purtroppo si registra il primo detenuto morto per Covid-19, o forse il primo che hanno avuto il coraggio di rendere pubblico dopo tanti silenziosi casi. La situazione può precipitare in tutto il paese se dal carcere vengono a svilupparsi i cosiddetti contagi di ritorno. E allora perché non prevenire questa ecatombe attraverso provvedimenti pro tempore?

Almeno fino al perdurare dell'emergenza sanitaria, magari attraverso l'ampliamento dell'applicazione dell'articolo 124 del decreto legge 18/2020 nei confronti di coloro che abbiano già dato prova di buona condotta, nei confronti di chi gode di permesso premio, con obbligo di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza. Il nemico attuale è invisibile, imprevedibile e silenzioso per tutti ma letale per qualcuno. Chi, potendo farlo, non interviene oggi, sarà suo complice in responsabilità soggettive e oggettive di esiti criminali contro la salute e contro la vita. Aiuto è ciò che chiediamo, aiuto è ciò che ci dovete. Già è troppo tardi... fate presto.

I detenuti reclusi e isolati nella palazzina dei semiliberi del carcere di Torino

 
Massa. Ferri (Iv): "La lettera scritta dai detenuti, un bel gesto che fa riflettere" PDF Stampa
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La Nazione, 7 aprile 2020


L'intervento del parlamentare di Italia Viva. Una lettera scritta dai detenuti del carcere di Massa "che deve far riflettere in un momento difficile, complicato ed incerto per tutti": lo pensa l'onorevole Cosimo Maria Ferri della missiva inviata dagli ospiti del carcere alla nostra redazione e pubblicata nei giorni scorsi, nella quale i detenuti si dicevano "consapevoli della necessità di accettare le restrizioni decise per le carceri, per il bene di tutti".

"Il messaggio è forte, rigoroso, equilibrato e molto umano. Un significato importante perché proviene da chi può aver sbagliato, o ha sbagliato, da chi si trova ristretto per aver commesso reati o che è in attesa di giudizio ma che pensa a chi si trova all'esterno, non solo ai propri famigliari ma a tutti, ed a trasmettere un messaggio di speranza per un domani che ci sarà ma che passa necessariamente da sacrifici, restrizioni da rispettare, solidarietà, comuni sentimenti.

Anche i detenuti - scrive il parlamentare - stanno rinunciando ad alcuni diritti come quello dei colloqui con i propri famigliari che solo chi conosce in profondità il sistema carcerario sa quanto siano importanti. In queste settimane abbiamo parlato molto di emergenza sanitaria delle carceri: abbiamo assistito ad aggressioni, evasioni, danneggiamenti, fatti gravissimi che devono essere respinti e puniti. Il carcere di Massa ci regala invece una pagina diversa di rispetto e di responsabilità e una voglia di ripartire seguendo un percorso di cambiamento.

La struttura ha cambiato anche la propria attività produttiva e, come già abbiamo raccontato, sta realizzando mascherine chirurgiche. Un altro bel segnale! Desidero quindi ringraziare i detenuti per questa bellissima lettera, per la sensibilità che hanno avuto nel regalare questi pensieri a tutti noi; ma voglio anche ringraziare la direttrice, il personale della Polizia Penitenziaria, gli educatori, gli impiegati, i volontari e tutte le figure che ruotano all'interno perché con sacrificio, passione, serietà, professionalità consentono di scrivere queste pagine di valore. Il carcere è complesso ma c'è tanta umanità. Quando tutto funziona si garantisce sicurezza all'interno ma anche all'esterno, perché, scontata la pena, chi esce sarà diverso".

 
Roma. La figlia di un detenuto: "mio padre è dentro Rebibbia e non so come stia" PDF Stampa
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di Chiara Formica


2duerighe.com, 7 aprile 2020

 

Contagi in carcere. La figlia di un detenuto: "mio padre è là dentro e non so come sta". Annalisa è la figlia di un uomo detenuto nel reparto di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia. È una studentessa, una ragazza come tante altre con la sua storia. In lei c'è il fervore strozzato di chi sa amare profondamente senza poter fare nulla per chi ama.

Il dramma di avere un padre detenuto in carcere nel pieno dell'emergenza coronavirus lo si comprende non tanto dalle parole, ma dalla voce tremante e resiliente di una figlia che ha paura. Con Annalisa volevamo far capire che un padre ed una figlia rimangono tali in qualunque circostanza, che mai si smette di lottare per il diritto alla vita di chi si ama.

Abbiamo parlato dell'inadeguatezza delle misure predisposte dal Decreto Cura Italia per fronteggiare l'emergenza covid-19 in carcere e soprattutto della decisione di escludere a priori dalla detenzione domiciliare le persone detenute per reati ostativi. Chi sono i detenuti ostativi? Sono le persone che scontano una condanna secondo l'articolo 4 bis, ovvero coloro che nella maggior parte dei casi vivono la loro reclusione in reparti distinti dell'Alta Sicurezza, avendo commesso reati concernenti associazione mafiosa, narcotraffico o terrorismo. Ma ogni storia è a sé, come quella del padre di Annalisa.

 

Quando è iniziata la detenzione di tuo padre? E per quanto altro tempo dovrà rimanere in carcere?

Mio padre è detenuto dal 2013, mancano meno di 4 anni alla fine della sua condanna. Tra l'altro è recluso per un reato di 20 anni fa. La situazione di mio padre è particolare perché il suo non è un reato ostativo, quindi non dovrebbe neanche stare nel reparto di Alta Sicurezza. Nella sentenza di appello è caduto l'articolo 4 bis e a quel punto abbiamo fatto richiesta dei domiciliari, ma - come si dice in gergo - in Cassazione è andato definitivo e a quel punto, nel 2017 è stato portato a Rebibbia. Proprio i giorni delle rivolte (6, 7, 8 e 9 marzo) sono stati i suoi primi giorni di permesso per uscire. Ha 63 anni e tra l'altro soffre di una patologia da ipertensione arteriosa, con l'avvocato stiamo cercando di richiedere un differimento di pena. Pensa che il 9 marzo abbiamo dovuto riportarlo a Rebibbia, proprio nella fase clou della rivolta.

 

Sono stati sospesi i colloqui, qual è ora l'organizzazione nel reparto di Alta Sicurezza a Rebibbia per consentire la comunicazione con i propri cari?

Abbiamo la videochiamata ogni mercoledì e ci sentiamo tramite mail. Anche la polizia penitenziaria di Rebibbia in questo momento sta facendo il possibile: gli agenti hanno famiglia e quindi capiscono la situazione, tante volte magari ci concedono quei 5-10 minuti in più di videochiamata che non guastano. Ma in generale la situazione è assurda perché sembra che nessuno sappia niente: i detenuti sembrano essere invisibili. Solo ultimamente qualcuno sta iniziando a parlare, come nel caso di Giuseppe Cascini, membro del Csm, che sembra essere dalla nostra parte. L'unica cosa che ha fatto il governo è stata prendere la legge 199, già esistente, e fingere di averla introdotta ora. Di conseguenza i detenuti che possono uscire sono pochissimi, perché la maggior parte di loro ha già usufruito di questa legge. Senza considerare che a causa dell'obbligo dei braccialetti elettronici non è uscito quasi nessuno. Lo stesso Cascini ha definito insufficienti le misure prese e inutili i braccialetti elettronici dal momento che le città sono ben presidiate e nessuno può uscire.

 

Che tu sappia, qual è adesso lo stile di vita a cui sono sottoposte le persone detenute in Alta Sicurezza?

Beh, intanto non hanno contatti con nessuno, né con i volontari, né con le persone esterne tanto meno con la famiglia. In più la paura di poter contrarre il virus. C'è da precisare che il reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia non ha preso parte alle rivolte, nessuno di loro. Per giunta mio padre in quei giorni era in permesso fuori dal carcere. Quindi trovo anche ingiusto che proprio loro, considerati sempre i più pericolosi, debbano pagare lo scotto di queste rivolte. Premettendo però che è anche comprensibile perché gli altri detenuti abbiano voluto fare queste rivolte: vogliono essere ascolti, era un modo per essere ascoltati. Le rivolte sono nate da un grido di dolore e di speranza.

Per quanto riguarda gli uomini dell'Alta Sicurezza posso dire che alle spalle hanno tantissimi anni di galera. Molti di loro stanno facendo un percorso straordinario, alcuni sono entrati senza il diploma di scuola elementare e ora hanno lauree magistrali di ogni tipo. Eppure il loro percorso rieducativo non viene affatto riconosciuto e non godono di alcuna possibilità, come quella dei permessi premio. Se non sbaglio su circa 60mila detenuti, più o meno 6mila hanno partecipato alle rivolte e sono tutti detenuti ai reparti comuni, nonostante questo si è avuto il coraggio di scrivere che dietro le rivolte c'è stata un'organizzazione mafiosa.

 

L'opinione pubblica ha una visione distorta dei detenuti. Non sono considerati uomini, ma quasi come una sottospecie del genere umano...

Sì, l'opinione pubblica ne ha una visione esclusivamente negativa, ma i detenuti non sono animali, sono persone. Solo se ci sei passata o solo se lavori a contatto con loro capisci che è così. Ed è assurdo che questo avvenga in una società democratica e moderna come la nostra. Anche in questa situazione ci sono persone che parlano di svuota-carceri mascherato, quando in realtà sono uscite veramente poche persone.

 

Non credi che il retaggio culturale del nostro Paese, in cui la mafia è diventata quasi uno stereotipo, impedisca alle persone cosiddette libere di accettare che vengano applicati gli arresti domiciliari a chi sconta una condanna per reati inerenti all'associazione mafiosa?

Ribadisco che il reato di mio padre non è ostativo, ma in ogni caso le persone dell'Alta Sicurezza sono le meno soggette al rischio di recidiva: nella gran parte dei casi parliamo di uomini che entrano in carcere all'età di 20 anni e quando ne hanno 50 sono ancora lì, senza aver mai goduto di un briciolo di beneficio. Questa è una grande contraddizione perché non viene considerata la singola persona. C'è chi studia, chi fa attività di teatro, chi scrive libri.

 

Lo ripetiamo: il Decreto Cura Italia prevede che possano accedere agli arresti domiciliari i detenuti che hanno una pena residua di massimo 18 mesi, ma sono esclusi i detenuti per reati ostativi. Cosa significa essere figlia di un uomo che non ha lo stesso diritto alla salute degli altri padri di famiglia fuori dal carcere?

Noi familiari non dormiamo. La mia è un'ansia perenne. Poi mio padre ha 63 anni e soffre di una patologia che tiene sotto controllo con i farmaci ma ho sempre l'ansia che possa venirgli un infarto o qualsiasi cosa e sappiamo bene che la sanità nelle carceri è pessima. Se lui dovesse contrarre il virus, sia per la patologia di cui soffre sia per l'età che ha, c'è un'alta probabilità che possa andare in terapia intensiva. Se già fuori viviamo una realtà in cui non si riesce ad avere posti sufficienti per la terapia intensiva, figurati per i detenuti. Se si ammalano loro come si fa?

 

Dal 2013, anno in cui è iniziata la detenzione di tuo padre, ad oggi vi è mai capitato di vivere una situazione - per quanto diversa da questa - simile per complessità e stati d'animo?

Con mio padre ho un rapporto viscerale, quindi questo tutti i giorni. Avere un padre chiuso in carcere significa effettivamente non sapere come sta. Soltanto quando lo senti o quando lo vedi ti rendi conto che va tutto bene. È vivere con il terrore.

 

Fa un po' ridere il fatto che in questo momento si dica che stiamo sperimentando la vita delle persone recluse. L'unico tratto, a volerne trovare uno, che può accomunare le due condizioni è l'essere fortemente preoccupati per qualcuno e non poter fare niente...

La parola giusta è impotenti. Noi familiari ci sentiamo impotenti. I detenuti sono invisibili, chi c'è dalla nostra parte? Chi pensa a loro? Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non sta facendo nulla. Ho inviato cinque mascherine a mio padre, perché mi ha scritto di averne bisogno, ma non sappiamo nulla di quello che sta accadendo, molte cose vengono nascoste. Neanche i poliziotti penitenziari sono sufficientemente tutelati. Nelle carceri del nord il virus si sta propagando e anche velocemente. Tutti i giorni moriamo all'idea che ci possano dire che qualcuno è stato contagiato, perché poi verrebbero contagiati tutti ad effetto domino. Fa ridere paragonare le due condizioni perché noi abbiamo internet, possiamo sentire i nostri cari quando vogliamo, possiamo soprattutto affacciarci al balcone, mentre a loro è stata tolta anche l'ora del passeggio proprio per evitare gli assembramenti.

 

Prima dicevi che il rapporto con tuo padre è viscerale. Se dovessi dire, in poche o tante parole, chi è per te tuo padre?

Chi è? Per me è tutto, è la mia vita. È una persona fantastica, dolcissima. Un detenuto è una persona normale. Il rapporto che noi figlie abbiamo con i nostri padri detenuti è quasi triplicato, proprio perché loro si perdono tante cose di noi. Mio padre ha perso la mia laurea e per me è stato atroce non averlo vicino, sognavo che fosse lui a mettermi la corona di alloro. E questo non è stato possibile. L'ora in cui noi stiamo insieme è un'ora di amore puro. Ci mancano già tanto nelle situazioni quotidiane, figurati adesso in questa situazione di emergenza. Io sono figlia e ho le stesse preoccupazioni di un'altra figlia che ha il proprio padre a qualche metro di distanza. Io, il mio, lo ho là dentro e non so come sta.

 
Monza. La solidarietà letteraria ai detenuti in quarantena PDF Stampa
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di Francesca Amé


Il Giornale, 7 aprile 2020

 

In campo gli scrittori per un progetto di didattica "a distanza": poesie e racconti inediti per i reclusi. La didattica a distanza è già complessa in condizioni normali, ma che cosa succede se la classe è composta dai detenuti di un carcere? Serve un'idea speciale, e il mondo della cultura milanese e lombardo non si è tirato indietro.

Questa è una bella storia di solidarietà e intraprendenza: è ambientata nella Casa Circondariale Sanquirico di Monza che, in questi giorni di rigorosa quarantena, è diventata un piccolo ma significativo modello educativo. Il Cpia di Monza e Brianza, il centro provinciale per l'istruzione l'alfabetizzazione degli adulti, italiani e stranieri, ha deciso infatti di non sospendere del tutto i corsi agli studenti-detenuti.

Alla Sanquirico infatti adulti di tutte le età possono conseguire il diploma delle medie, ma anche seguire corsi di letteratura, arte-terapia e coro: sono attività seguite da quasi il 40% dei detenuti. La quarantena non permette però ai docenti di recarsi in carcere e così Maria Pitaniello, direttore della casa circondariale, ha accolto l'idea di sperimentare la "didattica a distanza".

Tutta analogica, però: fotocopie, testi, libri sono stati fisicamente recapitati dai docenti agli studenti in piccoli "pacchettini regalo". Giovanna Canzi, che coordina tutti i corsi, ha poi avuto un'idea, lanciando un'iniziativa di "solidarietà culturale" rivolta agli autori lombardi: "Ho chiesto ad amici scrittori e giornalisti di inviare uno scritto inedito o non inedito, una poesia, una riflessione, per far capire ai miei studenti che il mondo della cultura là fuori è loro vicino in questo momento particolarmente complesso in cui non possono ricevere nessuna visita esterna. La cultura può superare le barriere ed alleviare lo spirito".

La risposta non si è fatta attendere: la scrittrice Bianca Pitzorno ha confezionato un pezzo inedito, dedicato all'arte del cucire, come metafora della pazienza e della cura, Alberto Cristofori ha donato sei racconti inediti e vergato una lettera personale ai detenuti, Elena Rausa ha confezionato una poesia e donato due libri, Emanuela Nava ha inviato il suo libro Il cielo tra le sbarre mentre Lodovica Cima ha scritto una riflessione sul valore della fiaba.

Marina Mander, già finalista al Premio Strega lo scorso anno, ha dedicato agli studenti detenuti un racconto mentre Annarita Briganti una sua riflessione su Alda Merini. Hanno aderito all'appello anche la psicoanalista Laura Pigozzi e gli scrittori Matteo Cataluccio, Martino Costa e Filippo Tuena, il poeta Luca Vaglio. Alberto Casiraghy, poeta ed editore celebre per i suoi volumi della Pulcino Elefante, piccoli libretti di poesia minuziosamente curati, ha inviato ai carcerati degli aforismi.

 
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