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Russia. Navalny curato in carcere con le vitamine. Gli Usa: intervengano medici indipendenti PDF Stampa
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di Fabrizio Dragosei


Corriere della Sera, 21 aprile 2021

 

Il principale oppositore di Putin continua lo sciopero della fame da tre settimane. La Corte europea apre un procedimento sulla detenzione. È stato trasferito in una struttura sanitaria per detenuti, ma le condizioni fisiche di Aleksej Navalny non sono migliorate, secondo il racconto del suo avvocato che ha potuto incontrarlo. Il principale oppositore di Putin, in prigione per scontare una condanna che la Corte europea ha definito ingiusta, continua lo sciopero della fame mentre la stessa Corte ha notificato ieri al governo di Mosca il suo ricorso presentato contro la detenzione in carcere.

Le autorità rifiutano di farlo esaminare dai suoi medici di fiducia: secondo loro, lo stato di salute del prigioniero è "soddisfacente" e i sanitari si stanno occupando di lui con una terapia a base di vitamine che sarebbe stata accettata da Navalny. Il punto è che se veramente l'uomo è in pericolo di vita e continua a non alimentarsi, la cura appare insufficiente. Il tutto mentre gli Stati Uniti chiedono che a Navalny sia immediatamente permesso di sottoporsi alle cure di medici indipendenti, secondo quanto richiesto dal Dipartimento di Stato.

Intanto ci sono nuove iniziative degli organi pubblici sia contro le manifestazioni di protesta indette per domani che nei confronti dell'intero apparato organizzativo dell'opposizione legata a Navalny. L'elenco delle centinaia di migliaia di persone che avevano indicato su un sito la volontà di partecipare a una protesta di piazza è stato misteriosamente compromesso da hacker non identificati che ora hanno le email di tutti.

Poi è stato avviato un procedimento per etichettare come estremista la Fondazione di Navalny contro la corruzione. Gli atti di questa iniziativa sono stati secretati, nel senso che l'avvocato della Fondazione non ha potuto vederli. Se il tribunale accetterà la tesi della Procura, i funzionari potranno essere arrestati. Anche coloro che hanno fatto una semplice donazione (e sono migliaia i russi coinvolti) possono essere denunciati penalmente. Così il direttore della Fondazione e un altro funzionario sono fuggiti all'estero. La stessa Procura ha intimato a tutti di non partecipare alle manifestazioni che non sono state autorizzate (ma avere il via libera delle autorità è impossibile). E ai social network è stato ordinato di rimuovere i post sulle proteste previste in almeno 100 città.

Mentre Europa e Stati Uniti rinnovano la richiesta al Cremlino di liberare Navalny e di trattarlo umanamente, una settantina di persone hanno iniziato uno sciopero della fame di solidarietà. Tra queste anche quattro membri del comitato delle madri di Beslan, la cittadina dove centinaia di adulti e bambini morirono nel 2004 durante il sequestro dei terroristi ceceni. "È stato preso in ostaggio e lo stanno finendo. Anche i nostri figli allora non furono salvati. Noi siamo passate tramite centinaia di tribunali e abbiamo capito che in Russia i tribunali non esistono".

 
Russia. Lo scontro tra generazioni che si consuma sul corpo di Navalnyj PDF Stampa
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di Mara Morini


Il Domani, 21 aprile 2021

 

Quando si tratta di commentare notizie che riguardano la Russia, un analista politico si scontra sempre con contradditorie fonti di informazione. Il "caso Navalnyj" non costituisce un'eccezione. I sostenitori e la figlia del blogger russo hanno lanciato l'allarme sulle gravi condizioni di salute: "Potrebbe morire da un momento all'altro".

Dal 31 marzo Navalnyj è in sciopero della fame per protestare contro le autorità penitenziarie che gli negano la visita dei suoi medici di fiducia pur manifestando un dolore alla schiena, l'intorpidimento delle gambe, febbre e una forte tosse. La perdita di 15 chili (di cui 8 ancor prima del digiuno) e le conseguenze dell'avvelenamento da Novichok hanno accelerato lo stato di malessere. Il bollettino medico diffuso dai famigliari attesta che il potassio di Navalnyj è a 7,1 (normalmente tra 3,6 e 5,5), la creatinina a 152 (tra 80 e 114 il valore normale) e l'acido urico a 809 (fino a 420 il valore standard). Valori che confermerebbero un'imminente aritmia e/o arresto cardiaco.

Dall'altro lato, le autorità russe hanno sempre sottolineato che le condizioni del prigioniero "sono soddisfacenti" e minacciato l'ipotesi di sottoporlo a un'alimentazione forzata a dimostrazione della volontà di curarlo per evitare che muoia in carcere. Sono stati anche diffusi video da Ren tv e Izvestija che mostrano il prigioniero mentre dorme tranquillamente, legge ed esegue flessioni a terra. Per il Cremlino Navalnyj è un provocatore sostenuto dalle intelligence straniere per destabilizzare il paese. Ieri il canale Rossija 24 ha mostrato una foto che compara il volto di Navalnyj a quello ubriaco dell'ex presidente Boris Eltsin; un messaggio che affianca l'immagine del dissidente al protagonista del più traumatico periodo storico del paese. I collaboratori dell'attivista hanno convocato la "più grande manifestazione della storia del paese" per oggi alle 19, lanciata dalla piattaforma online Free.Navalny.com a cui hanno aderito sinora 465.000 persone in 106 città. Nello stesso giorno in cui il presidente Vladimir Putin terrà il suo discorso alla nazione si prevede che le forze dell'ordine prenderanno tutte le misure necessarie per fermare queste "illegali" azioni di protesta. Inoltre, sono stati adottati provvedimenti legislativi che inseriscono la Fondazione per la lotta contro la corruzione di Navalnyj tra le "agenzie straniere estremiste" e, come tale, soggetta alla messa in bando e all'incarcerazione sino a dieci anni dei suoi dirigenti, dipendenti e di chiunque abbia condiviso loghi, simboli e contenuti dell'organizzazione.

L'istituto di ricerca indipendente Levada ha pubblicato i risultati di un'inchiesta in base alla quale l'82 per cento dei russi è a conoscenza dell'esito del processo di Navalnyj, il 48 per cento ritiene che la condanna sia giusta, il 29 per cento sia ingiusta e il 23 per cento ha difficoltà a rispondere. Tra coloro che ritengono ingiusta la decisione, il 50 per cento è compreso nella fascia d'età 18-24, il 36 per cento tra i 25-39 mentre il 60 per cento degli over 55 condivide la sentenza. La questione generazionale sembra discriminare meglio l'atteggiamento di protesta o di consenso nei confronti del Cremlino. Navalnyj può contare sulla voglia di cambiamento in atto tra i giovani che guardano con interesse alle opportunità che l'occidente può offrire.

Navalnyj è considerato il principale oppositore del Cremlino molto più all'estero che dall'opinione pubblica russa. Tuttavia, il "caso Navalnyj" costituisce una delle più significative cause di tensione e deterioramento dei rapporti con l'occidente e Putin ormai non può far finta che questo problema non esista. È probabile che il Cremlino abbia sottovalutato le capacità strategiche e il carattere ostinato e irriducibile di Navalnyj quando gli ha concesso lo scorso agosto di recarsi in Germania: rimanendo in Russia la salute di Navalnyj non avrebbe assunto una "rilevanza internazionale".

Se guardiamo ai precedenti illustri dei dissidenti nella storia della Russia di Putin, come i casi di Michail Chodordovskij e Sergej Magnitskyj, Navalnyj sta usando il proprio corpo come l'unica arma politica che gli è rimasta a disposizione per mantenere viva l'attenzione dei cittadini in vista delle prossime elezioni parlamentari. Cosa potrebbe succedere se Navalnyj dovesse morire? I suoi sostenitori rischierebbero l'oblio e l'opposizione extra-parlamentare rimarrebbe frammentata e inefficace: alcuni dei suoi più stretti collaboratori sono già scappati all'estero.

Per l'occidente Navalnyj diventerebbe un martire, ma de facto verrebbe meno uno strumento per sostenere la "promozione dei diritti" in Russia, i leader europei si limiterebbero a dichiarazioni di sconcerto e applicherebbero altre sanzioni. Per Putin si risolverebbe un problema anche di livello internazionale, ma sarebbe indifferente alle accuse di essere un "killer", come ha già dimostrato in passato.

In questo contesto l'occidente non può lasciare solo Navalnyj, ma dovrà rivalutare una più efficace azione persuasiva sostituendo il dialogo e la negoziazione alla politica assertiva che sinora non ha portato risultati.

 
Zimbabwe. Covid, amnistia per frenare i contagi nelle carceri PDF Stampa
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di Luigi Mastrodonato


lifegate.it, 21 aprile 2021

 

Lo Zimbabwe ha rilasciato circa 400 detenuti nell'ambito di un piano governativo volto a ridurre la pressione sulle carceri del paese, note per il loro sovrappopolamento e per le violazioni dei diritti umani. Il paese è in ginocchio per la seconda ondata di Covid-19 e diversi focolai sono esplosi anche negli istituti penitenziari. A beneficiare della misura sono stati i condannati per reati non violenti, ora però le ong chiedono che a essere liberati siano anche i numerosi attivisti politici e oppositori arrestati nei mesi scorsi. Intanto anche altri paesi hanno proclamato amnistie simili e pene alternative per combattere la diffusione del virus nelle carceri.

Il piano di amnistia dello Zimbabwe ha origini precedenti alla pandemia. Nel 2018 il presidente Emmerson Mnangagwa, successore di quel Robert Mugabe al potere dal 1987 al 2017, ha deciso di perdonare 3mila detenuti attraverso un atto di amnistia considerato necessario per decongestionare le sovrappopolate carceri del paese. Ai tempi vi erano circa 22mila detenuti a fronte di 17mila posti e se da una parte migliaia di prigionieri sono stati effettivamente liberati, dall'altra c'è stato un incremento degli arresti negli ultimi tempi.

Come denunciato da diverse associazioni per i diritti umani, le autorità hanno usato le restrizioni per il Covid-19 come pretesto per imprigionare diversi oppositori politici e giornalisti. In effetti il paese vive un certo livello di tensione politica e sociale e soprattutto nell'estate scorsa, nella capitale Harare, si sono tenute manifestazioni contro la corruzione e la malagestione dell'emergenza sanitaria. Molte persone sono state arrestate, mentre diversi rapporti recenti, anche dal Dipartimento degli Stati Uniti, hanno accusato le autorità dello Zimbabwe di uccisioni arbitrarie di civili e tortura.

Anche nelle carceri del paese la situazione è critica lato diritti umani. In una singola cella si trovano a convivere fino a 25 persone e il distanziamento sociale non esiste, elementi che hanno favorito l'esplosione di focolai di coronavirus al loro interno, mentre il paese vive una seconda ondata pandemica causata dalla diffusione della "variante sudafricana" del virus. Da qui la decisione del presidente Mnangagwa di proseguire sulla strada dell'amnistia. Circa 400 persone, tutte condannate per reati non gravi, sono state liberate nelle scorse ore. La quasi totalità erano detenute nel carcere di massima sicurezza di Chikurubi, noto storicamente per le violazioni dei diritti umani e le condizioni sanitarie precarie. Le associazioni per i diritti umani stanno chiedendo al presidente di proseguire su questa strada, liberando anche le centinaia di attivisti politici e oppositori arrestati negli ultimi tempi.

Quello dello Zimbabwe non è l'unico caso di amnistia nel mondo negli ultimi mesi. La pandemia ha trovato nelle carceri un ambiente molto vulnerabile, a causa della prossimità della sua popolazione ma anche del sovraffollamento endemico al sistema. In Myanmar nel 2020 sono stati liberati circa 25mila detenuti in occasione della celebrazione del nuovo anno buddista. Niente di nuovo in realtà, un atto di clemenza che si ripete cronicamente, ma l'emergenza coronavirus ha certamente dato una spinta alla portata delle ultime scarcerazioni, che hanno riguardato il doppio delle persone rispetto alle precedenti occasioni.

Sempre nella primavera scorsa, la Turchia di Recep Erdoğan ha annunciato la liberazione di circa 90mila detenuti, condannati per reati comuni, a fronte di una popolazione carceraria totale di 300mila persone. Una misura volta a ridurre la pressione sul sistema più sovrappopolato del continente europeo di fronte alla diffusione del virus e che però, come nel caso dello Zimbabwe, non ha riguardato oppositori e giornalisti, oggetto da tempo di una campagna repressiva da parte del regime turco. Anche Marocco, Algeria, Tunisia e Libia hanno disposto il rilascio di migliaia di detenuti nel corso del 2020 a causa dell'emergenza sanitaria. Un'amnistia che ha riguardato nel complesso circa 15mila persone, ma che anche in questo caso non ha visto coinvolti gli oppositori politici, come il movimento marocchino Hirak.

La popolazione carceraria si è poi ridotta anche nell'Occidente, sebbene non attraverso vere e proprie amnistie. Un po' in tutta Europa, compresa l'Italia, si è cercato di favorire il ricorso alle misure alternative alla pena come i domiciliari, mentre in altri casi si è accorciato il periodo di detenzione per chi si trovasse a scontare gli ultimi mesi di condanna. Lo stesso è avvenuto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove la popolazione carceraria è crollata di 170mila persone nel 2020 a causa del Covid-19. I dati provenienti dagli Usa mostrano d'altronde la violenza della pandemia all'interno del sistema penitenziario: oltre un terzo dei detenuti americani ha contratto il virus, contro meno di una persona su dieci nel mondo di fuori.

 
Etiopia. La brutale guerra del Tigray sul corpo delle donne PDF Stampa
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di Fabrizio Floris


Il Manifesto, 21 aprile 2021

 

La crisi umanitaria nella regione etiope si allarga. Stupro usato come arma. E mentre il Tplf avanza e guadagna nuove reclute, gli Stati Uniti chiedono il ritiro eritreo e Sudan ed Egitto avvertono sul caso caldissimo della Grande diga. Prima era un'operazione di polizia, poi l'operazione è terminata ed è iniziata una guerra. Poi la guerra è finita, ma i combattimenti proseguono. Prima c'erano gli eritrei, poi gli eritrei se ne sono andati e invece sono ancora lì. È la narrazione che è andata avanti durante questi sei mesi di conflitto nella regione etiope del Tigray e di cui non si vede la fine, anzi le milizie del Tplf sembrano guadagnare vittorie e soprattutto nuove reclute.

Tutto è molto complicato fuori dalle città e vi sono denunce di tentativi di manipolazione dei media occidentali. Secondo l'antropologa Natalia Paszkiewicz ai rifugiati del campo di Hitsats il Tplf avrebbe fatto "indossare uniformi dell'esercito eritreo" e li avrebbe obbligati a "tagliare il seno a un gruppo di donne". Ma gli scontri tra rifugiati e Tplf avrebbero interrotto la scena.

Fatto sta che le violenze continuano e i civili ne fanno per primi le spese: il 12 aprile 19 civili feriti gravi sono stati portati all'ospedale Kidane Mehret di Adua. A ferirli sarebbero stati soldati eritrei che indossavano uniformi dell'esercito etiope. Oltre la violenza delle armi sussiste la violenza dei corpi: secondo Mark Lowcock responsabile per gli aiuti umanitari dell'Onu la violenza sessuale è usata come arma di guerra nel Tigray. La crisi umanitaria, continua il funzionario, "si è aggravata nell'ultimo mese per le difficoltà di accesso in diverse aree e le persone muoiono di fame".

I problemi non riguardano solo il Tigray. La settimana è stata segnata da violenze anche nella zona di North Shewa, nella regione Amhara dove sono state uccise almeno 18 persone. Il principale indiziato delle violenze è l'Oromo Liberation Army (Ola) che tuttavia ha dichiarato di non essere presente nell'area dove sono avvenuti gli scontri. A emergere, secondo la Commissione etiope per i diritti umani, "è la brutalità delle violenze. Non sono solo gli omicidi, ma l'entità della brutalità".

Altro problema ancora in essere è la diga della rinascita etiope (Gerd). L'Etiopia intende riempire l'invaso nel prossimo mese di giugno (stagione delle piogge), ma secondo Sudan ed Egitto questo avrebbe conseguenze gravissime. I colloqui di mediazione di Kinshasa sotto l'egida dell'Unione africana sono falliti e ieri il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha chiesto un vertice urgente ai leader dei tre Paesi. L'inviata del governo americano presso l'Onu Linda Thomas-Greenfield ha chiesto il ritiro delle truppe eritree dall'Etiopia "immediatamente" dopo le denunce di stupri e violenze sessuali. L'Eritrea ha respinto le accuse di abusi e un alto funzionario ha dichiarato alla Bbc che le accuse sono "fabbricate". Al Consiglio di sicurezza Onu l'ambasciatore eritreo Sophia Tesfamariam ha dichiarato che "il ritiro delle forze eritree è iniziato, poiché la minaccia è stata sventata", ma per Lowcock "non ci sono prove del ritiro". Una lunga cicatrice percorre testa e spalla del Paese, come una collana rotta.

 
Ciad. Idriss Déby, il presidente-maresciallo ucciso dai ribelli al nord PDF Stampa
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di Alessandra Muglia


Corriere della Sera, 21 aprile 2021

 

Ferito negli scontri con i miliziani, è morto appena rieletto per il sesto mandato. L'offensiva puntava a raggiungere la capitale per rovesciarlo. Ora 18 mesi di transizione guidata dal figlio poi il voto, annunciano i generali. I ribelli puntavano a raggiungere la capitale per rovesciarlo. Idriss Déby invece gli è andato incontro: appena rieletto per un sesto mandato, il presidente-maresciallo del Ciad si era recato a visitare le truppe impegnate nella linea del fronte, nel Nord del Paese. Militare di carriera, 68 anni, Déby è morto dopo essere rimasto ferito dai miliziani.

L'esercito stava cercando di fermare i ribelli che dalle loro basi libiche sabato scorso avevano lanciato un'offensiva con l'obiettivo di arrivare alla capitale, Ndjamena, e deporlo. Da oltre due anni il Nord del Ciad è teatro della ribellione del Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad (Fact). Il gruppo armato l'11 aprile aveva sferrato un attacco che era stato rivendicato ed espressamente collegato alle elezioni presidenziali, iniziate lo stesso giorno. Il 17 aprile l'esercito si era contrato con i ribelli nel Kanem, provincia che dista soltanto 300 km dalla capitale. Qui potrebbe essere rimasto ferito Déby.

In carica dal golpe del 1990, da tempo Déby non aveva più il consenso della popolazione: per impedire ogni alternanza politica democratica e assicurarsi il potere reprimeva le manifestazioni, imbavagliava le opposizioni, compiva arresti arbitrari, diversi candidati dell'opposizione anche in questa tornata elettorale erano stati costretti a farsi da parte. Nel 2019 Déby aveva fatto votare una legge ad hoc alzando a 45 anni l'età per potersi candidare, così da tenere fuori gli oppositori più giovani. L'Occidente, Francia in primis, ha chiuso un occhio sugli abusi del regime e il suo pugno di ferro perché il Ciad è diventata una base strategica nella lotta contro il terrorismo nel Sahel.

Ora ci saranno 18 mesi di transizione seguiti da "libere elezioni", ha annunciato in tv il portavoce dell'esercito. Capo della transizione è uno dei suoi figli: Mahamat Idriss Déby, generale a quattro stelle già a 37 anni e comandante della guardia presidenziale, guiderà il consiglio militare incaricato di sostituire il padre. Le "libere elezioni" previste tra un anno e mezzo sono una difficile scommessa, non ristretta ai confini del Ciad.

 
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