Giovedì 14 Novembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Milano. Studentesse sul palco con i detenuti per rappresentare la realtà del carcere PDF Stampa
Condividi

di Agnese Pellegrini


Famiglia Cristiana, 13 novembre 2019

 

Il 14 novembre, nell'ambito del festival, va in scena "27: due reclusi, sette celle", spettacolo teatrale scritto da Davide Mesfun, detenuto in semilibertà del carcere di Opera, in collaborazione con l'Università Bicocca. Ventisette anni dopo. Sette celle dopo. All'inizio della storia c'è Davide, un adolescente ribelle, che prende sempre le vie sbagliate. In mezzo, il carcere, con il suo desolante realismo, con la sua graffiante quotidianità, con le privazioni, le mancanze, ma anche gli incontri, che spesso cambiano la vita. Alla fine di nuovo Davide, un uomo che, oggi, ce l'ha fatta. O, meglio, che prova a farcela, ogni giorno.

Scritta e diretta da Davide Mesfun, detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Opera, "27: due reclusi, sette celle", è una storia unica nel suo genere. E non soltanto per il tema, costruito con déjà vu e flashback, attraverso i quali il protagonista affronta il suo essere oggi uomo e il suo essere stato ragazzo in un arco di tempo di 27 anni; ma soprattutto perché, grazie alla collaborazione tra il carcere e l'Università di Milano Bicocca, lo spettacolo verrà portato in scena nell'ambito di Bookcity, la prestigiosa rassegna culturale che, come ogni anno, si snoderà in vari contesti milanesi.

Tutto nasce cinque anni fa, per intuizione del professor Alberto Giasanti, sociologo e presidente dei Corso di laurea in Programmazione e gestione delle Politiche e dei servizi sociali, che nel 2014 propose un corso di Mediazione dei conflitti all'interno della Casa di reclusione di Opera (attraverso la convenzione con il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia). In quel corso, trenta studenti di Bicocca, nella grande maggioranza donne, e trenta uomini detenuti sono incontrati all'interno del carcere e hanno discusso di tematiche come il conflitto, la mediazione e il perdono.

"A febbraio", spiega il professor Giansanti, "saranno 6 anni che l'Università entra in carcere e che, specularmente, il carcere va all'università: è il primo esperimento del genere in Italia come collaborazione istituzionale, e la nostra volontà è quella di stimolare a livello nazionale altre collaborazioni simili". Allora, fu un'esperienza stimolante, ma non semplice.

La ricorda Davide, in un suo contributo che appare all'interno del libro "Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune" (I. Castiglioni, A. Giasanti, FrancoAngeli 2019): "Nel momento in cui ci siamo iscritti al corso di Mediazione, oltre al fatto che erano anni o decenni che non mettevamo piede in una scuola, si può immaginare la sorpresa di noi trenta detenuti quando ci siamo trovati davanti non trenta studenti, bensì trenta studentesse. Trenta ragazze. Per capirci meglio, il carcere è un luogo prettamente maschile, dove le figure femminili sono davvero poche e magari può sembrare strano, ma quando vivi per anni con soli uomini, il confronto con una donna ti inibisce, ti spaventa, ti imbarazza, ma, allo stesso tempo, ti anima come un ragazzino".

Da quel primo corso, nel 2014, si è formato un laboratorio teatrale tra detenuti e studenti, dal nome "Giochi di luci e ombre", da cui è scaturito il progetto "MiLiberiSe": per la prima volta, una persona detenuta guida un gruppo all'interno di un Ateneo italiano.

Coordinatrice del laboratorio esperienziale di teatro è Florinda Volpe, laureanda e tutor all'interno del Dipartimento di Sociologia della Bicocca: "Si tratta di un progetto", evidenzia, "rivolto a studenti, docenti e cittadini interessati al tema, con la compresenza di docenti di Bicocca e dell'Accademia di Brera, attori, registi, scenografi e esperti".

Lo spettacolo "27: due reclusi, sette celle" sarà rappresentato congiuntamente proprio da detenuti e studentesse: "Questo per dimostrare", aggiunge Florinda, "che le ombre che ci attraversano, le esigenze di vita, sono universali, ci accomunano tutti, dentro e fuori le sbarre". Micaela, 21 anni, studentessa in Biotecnologie e un futuro da carabiniera, rappresenterà Davide in cella di isolamento: "Non è stato difficile immedesimarmi", racconta, "perché le emozioni che si vivono in isolamento sono le stesse che ognuno di noi sperimenta nei momenti di sconforto e di solitudine".

Cristina, invece, che ha 24 anni e studia Legge, porterà sulla scena un "sogno" di Davide: "Il mio obiettivo è di diventare un giudice che sa quello che fa: per questo, i Codici non bastano, occorre condividere la propria esperienza con le persone detenute".

Così, si apre una finestra sul carcere per tutta la società, ma quella stessa finestra permette anche a chi è recluso di affacciarsi: la storia di Davide consente al "popolo di fuori" di approfondire che cosa avviene in un Istituto penitenziario, e a "chi è dentro" di far sentire la propria voce, di rileggere con sguardo critico il proprio passato attraverso uno strumento, che è quello del teatro, che aiuta a sdrammatizzare le esperienze negative vissute.

Lo spettacolo è in programma giovedì 14 novembre, alle 16.30, alla Camera del Lavoro (Corso di Porta Vittoria 43, Milano). Con Davide Mesfun (attore e regista, Laboratorio teatrale "MiLiberiSe"), Micaela Col, Cristina Naplone e Giada Lucchi (Laboratorio teatrale "MiLiberiSe" e studentesse Unimib), e gli attori del Gruppo teatrale "Giochi di Luci e Ombre" della Casa di Reclusione di Opera. In collaborazione con l'Accademia di Brera.

Prima dello spettacolo, la presentazione del libro "Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune", con interventi della Rettrice dell'Università di Milano-Bicocca, dei curatori del volume e con la partecipazione del Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e dei Direttori degli Istituti Penitenziari milanesi. Ingresso libero.

 
Milano. Faccia a faccia con Brancher a San Vittore PDF Stampa
Condividi

di Luigi Pagano


La Repubblica, 13 novembre 2019

 

Un incontro e un legame che inizia nel 1989: così lo convinsi a mangiare. Settembre 1989: arrivato a dirigere il carcere San Vittore già mi trovavo ad affrontare un caso spinoso. Un tale Bruno Brancher, arrestato in agosto per aver tentato di ammazzare la sua ragazza, dall'ingresso in istituto aveva iniziato lo sciopero della fame determinato a morire.

Non sapevo chi fosse, ma non doveva essere uno qualsiasi se il magistrato aveva cominciato a chiedere certificazioni sulle sue condizioni di salute e, nel contempo, autorizzava la corrispondenza senza censura con la redazione dell'allora ancora esistente l'Unità. Un giro di telefonate ad amici milanesi non produsse effetto nell'immediato.

Il suo nome, come Carneade a don Abbondio, evocava qualcosa, ma non si riusciva a mettere a fuoco cosa. Uno di loro, però, sembrò rammentare di aver letto la storia di uno che sembrava facesse di nome proprio Brancher, che aveva rubato una bici anni addietro. "Non una bici qualsiasi, si diceva fosse quella di Coppi e rubata al Vigorelli".

L'episodio, ammesso fosse vero, apparteneva alla preistoria, impensabile giustificasse l'interesse attuale del magistrato. La vicenda andava chiarita, inutile però indagare quando avevo lì, in istituto, chi poteva dirmi tutto.

Chiesi al comandante di chiamare in ufficio Brancher e, dopo un po', si presentò uno strano tipo, un arruffo di capelli sopra una testa tonda, baffoni staliniani, rotondetto. Rimase in piedi osservandomi di sbieco, ma non con piglio cattivo, e mi chiese chi fossi.

"Sono il direttore"

"Adesso li fanno così giovani?"

"Ho la mia età, 35 anni"

"San Vittore prima la davano a direttori esperti"

"Ah ma allora lei è già stato qui"

"Io? Ero bambino quando sono entrato la prima volta"

"Siamo precoci entrambi allora"

Sorrise, la schermaglia iniziale era finita e aveva deciso che poteva fidarsi.

"Brancher, io volevo solo conoscerla e chiederle perché vuole morire".

Non attendeva altro, credo. Iniziò a raccontarmi la sua vita, una sceneggiatura tra Scorsese e Woody Allen, un fittissimo discorso con bizzarra dialettica e una mano sulla bocca a cercare di limitare la balbuzie, poi d'improvviso inanellava intere frasi. Seppi della carriera da rapinatore impedita da quella maledetta balbuzie, del ripiego sulla tecnica del mattone, del carcere, della legione straniera, della scoperta del talento letterario, del rapporto con Oreste del Buono e Nanni Balestrini, dei libri pubblicati, della collaborazione con svariati giornali, della nuova vita con la ragazza che aveva cercato di ammazzare. Metà di quelle storie avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi narratore, capivo bene, ora, l'interesse che destava.

"Perché voleva ammazzarla?"

"Gelosia, è molto più giovane di me, Patrizia, e si era innamorata..."

"Non vorrei dirlo, ma succede"

"... di un'altra donna"

Di ordinario quell'uomo non aveva nulla, nemmeno l'essere tradito.

"E ora?"

"Voglio morire"

"Con lo sciopero della fame? Ce ne vuole di tempo"

"Perché dice così?"

"Perché se uno è intenzionato ad ammazzarsi ci sono tanti modi immediati e indolori"

Tentennò. "Forse, ma voglio morire, ormai ho perso tutto... ho già 57 anni"

"E che sarà mai? C'è gente che riinizia da 3, lei con le esperienze che si ritrova può permettersi di farlo a 57".

Il dialogo aveva preso una piega surreale, citavo battute da film davanti a una persona che voleva ammazzarsi. Invece no... annuì meditabondo quasi io avessi pronunciato chissà quale verità e annunciò che avrebbe smesso.

Stupore! In 10 anni di carriera non mi era mai successo di convincere un detenuto a rialimentarsi e con lui non ci avevo neppure provato. I suoi circuiti mentali seguivano psicologie complesse e non mi sono azzardato a chiedere cosa lo avesse colpito e portato a quella decisione nemmeno quando fu scarcerato e ci ritrovammo a diventare amici. O, meglio, come rimarcò in una dedica su di un suo libro, veri amici perché non avessi mai a confondere quell'affetto sincero che mi mostrava con una ritardata sindrome di Stoccolma.

 
Migranti. La Bossi-Fini torna in discussione PDF Stampa
Condividi

Avvenire, 13 novembre 2019


Riprende alla Camera l'esame della proposta di legge popolare "Ero straniero". Meno nero, più regolarizzazione e un'entrata aggiuntiva per le casse italiane di circa un miliardo di euro l'anno. Sarebbero questi gli effetti del superamento della Bossi-Fini, la legge che dalla prossima settimana sarà rimessa in discussione. Riprende infatti alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero".

Il testo era stato incardinato un anno fa con la sola illustrazione da parte del relatore Riccardo Magi (+Europa). "Si tratta di una operazione di legalità a beneficio di circa 670 mila persone irregolari che saranno nel nostro Paese nel 2020" spiega Paolo Pezzo di Action Aid Italia, presentando la proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale nel 2017 sono state raccolte 90mila firme, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari".

La proposta prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati"; l'effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l'abolizione del reato di clandestinità.

La campagna è stata promossa da diverse associazioni fra cui, solo per citarne alcune, Fondazione Casa della Carità, Acli, Asgi, Centro Astalli, Legambiente, Federazione chiese evangeliche in Italia e con il sostegno di diversi sindaci ed altre organizzazioni. "Con un provvedimento di emersione dal nero e regolarizzazione, entrerebbe almeno un miliardo di euro ogni anno per lo Stato - spiegano i promotori.

Considerando l'emersione per 400 mila persone, quindi non per tutti, e considerando che il reddito medio mensile di un lavoratore in Italia è di 20.000 euro lordi l'anno, si avrebbe a regime una entrata di 2.232 euro all'anno a persona, che per 400 mila persone fa 893 milioni di euro di gettito fiscale".

"Sono tanti a sostenere - aggiunge il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), annunciando l'inizio della discussione che modifica la Bossi-Fini - che il decreto flussi annuale non garantisce più i fabbisogni del mercato del lavoro.

Lo dimostrano i dati: a inizio luglio erano più di 44mila le domande presentate per i lavoratori stagionali a fronte di 18mila ingressi autorizzati". Oggi, con un question time in commissione, Brescia chiederà al Ministero dell'Interno un aggiornamento sul numero di domande presentate. "La realtà parla sempre più forte della propaganda".

 
Il nuovo decreto immigrazione e i presunti paesi di origine sicuri PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 13 novembre 2019

 

Dossier dell'associazione "A Buon Diritto" sulle zone d'ombra. L'associazione "A buon Diritto" fondata dall'ex senatore Luigi Manconi ha redatto un elaborato sul recente decreto interministeriale relativo alla lista dei paesi di origine sicuri e all'impatto sulla procedura di esame della domanda di asilo.

Il 7 ottobre 2019 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il ministero dell'Interno e il ministero della Giustizia, contenente la cosiddetta "lista dei Paesi di origine sicuri": si tratta di un elenco di 13 Paesi nei quali si presume sia garantita la tutela dei diritti umani e i cui cittadini, quindi, non avrebbero bisogno di chiedere protezione internazionale in Italia.

Tale lista è stata commentata con entusiasmo dal ministro per gli Affari Esteri Luigi Di Maio, che ha dichiarato che la lista consentirebbe di velocizzare le tempistiche dei rimpatri riducendo "da due anni a quattro mesi" la permanenza in Italia dei cittadini provenienti dai Paesi individuati come sicuri.

Secondo però quanto elaborato da A Buon Diritto, più del 50 percento dei Paesi nella lista non ha accordi con l'Italia e molte zone di quei Paesi presentano situazioni socio politiche tutt'altro che sicure. Inoltre si sottolinea che in realtà il decreto non agisce in alcun modo sulle procedure di espulsione, come sostenuto erroneamente dal ministro Di Maio, ma unicamente sul procedimento di esame della domanda di asilo.

Il miglioramento nella gestione delle espulsioni richiederebbe, si legge nel dossier dell'associazione "il rafforzamento e l'aumento degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, senza i quali è praticamente impossibile allontanare uno straniero. Al momento, per di più, non risulta che l'Italia abbia sottoscritto accordi con tutti i Paesi presenti nella lista".

Sempre secondo A Buon Diritto, questo significa, in altre parole, che non tutte le persone la cui domanda di protezione verrà rigettata sulla base della presunta sicurezza di tali Paesi potranno essere rimpatriate in tempi certi e rapidi. "Tutto questo - si legge sempre nel dossier - si concretizza nel rischio di incrementare ancora di più il numero degli irregolari, generando un effetto simile a quello prodotto da alcune disposizioni del primo decreto legge Sicurezza che prevedeva già, è bene ricordarlo, la possibilità di redigere un elenco di Paesi di origine sicuri".

Ma ci sono anche zone d'ombra circa la procedura accelerata che avrà il richiedente asilo. In sostanza non si capisce se il migrante verrà informato sulla procedura e nel decreto non viene specificato quando il richiedente potrà addurre i gravi motivi a sostegno della domanda. Ma non viene nemmeno specificato chi valuterà i gravi motivi presentanti.

E infine, A Buon Diritto, si chiede se la commissione potrà adottare una decisione negativa solo sulla base della presunta sicurezza del paese di origine. Non manca l'esempio dell'Ucraina, annoverata tra i Paesi sicuri nella sua interezza, pur essendo ormai noto come la regione del Donbass si trovi da anni al centro di un sanguinoso conflitto, con focolai accesi anche in altre zone del Paese.

 
Il nuovo decreto immigrazione e i presunti paesi di origine sicuri di Damiano Aliprandi Il Dubbio, PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 13 novembre 2019

 

Dossier dell'associazione "A Buon Diritto" sulle zone d'ombra. L'associazione "A buon Diritto" fondata dall'ex senatore Luigi Manconi ha redatto un elaborato sul recente decreto interministeriale relativo alla lista dei paesi di origine sicuri e all'impatto sulla procedura di esame della domanda di asilo.

Il 7 ottobre 2019 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il ministero dell'Interno e il ministero della Giustizia, contenente la cosiddetta "lista dei Paesi di origine sicuri": si tratta di un elenco di 13 Paesi nei quali si presume sia garantita la tutela dei diritti umani e i cui cittadini, quindi, non avrebbero bisogno di chiedere protezione internazionale in Italia.

Tale lista è stata commentata con entusiasmo dal ministro per gli Affari Esteri Luigi Di Maio, che ha dichiarato che la lista consentirebbe di velocizzare le tempistiche dei rimpatri riducendo "da due anni a quattro mesi" la permanenza in Italia dei cittadini provenienti dai Paesi individuati come sicuri.

Secondo però quanto elaborato da A Buon Diritto, più del 50 percento dei Paesi nella lista non ha accordi con l'Italia e molte zone di quei Paesi presentano situazioni socio politiche tutt'altro che sicure. Inoltre si sottolinea che in realtà il decreto non agisce in alcun modo sulle procedure di espulsione, come sostenuto erroneamente dal ministro Di Maio, ma unicamente sul procedimento di esame della domanda di asilo.

Il miglioramento nella gestione delle espulsioni richiederebbe, si legge nel dossier dell'associazione "il rafforzamento e l'aumento degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, senza i quali è praticamente impossibile allontanare uno straniero. Al momento, per di più, non risulta che l'Italia abbia sottoscritto accordi con tutti i Paesi presenti nella lista".

Sempre secondo A Buon Diritto, questo significa, in altre parole, che non tutte le persone la cui domanda di protezione verrà rigettata sulla base della presunta sicurezza di tali Paesi potranno essere rimpatriate in tempi certi e rapidi. "Tutto questo - si legge sempre nel dossier - si concretizza nel rischio di incrementare ancora di più il numero degli irregolari, generando un effetto simile a quello prodotto da alcune disposizioni del primo decreto legge Sicurezza che prevedeva già, è bene ricordarlo, la possibilità di redigere un elenco di Paesi di origine sicuri".

Ma ci sono anche zone d'ombra circa la procedura accelerata che avrà il richiedente asilo. In sostanza non si capisce se il migrante verrà informato sulla procedura e nel decreto non viene specificato quando il richiedente potrà addurre i gravi motivi a sostegno della domanda. Ma non viene nemmeno specificato chi valuterà i gravi motivi presentanti.

E infine, A Buon Diritto, si chiede se la commissione potrà adottare una decisione negativa solo sulla base della presunta sicurezza del paese di origine. Non manca l'esempio dell'Ucraina, annoverata tra i Paesi sicuri nella sua interezza, pur essendo ormai noto come la regione del Donbass si trovi da anni al centro di un sanguinoso conflitto, con focolai accesi anche in altre zone del Paese.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it