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Stop alla prescrizione, è lite Bonafede-Italia viva. Appello di Conte a Renzi PDF Stampa
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di Mario Ajello


Il Messaggero, 17 gennaio 2020

 

Chiusa la grana referendum, la maggioranza è costretta a tornare sul nodo della prescrizione. E questo è un problemaccio che sembra tutt'altro che risolto e che potrebbe vedere il governo in difficoltà alla Camera, se si votasse. Scontro tra Matteo Renzi e i renziani da una parte e il Pd con i 5 stelle dall'altra. Il premier Conte cerca di mediare ma il clima è incandescente. Renzi difende il suo "no!" al provvedimento caro al Guardasigilli, e su cui i dem non hanno il coraggio di mettersi di traverso.

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La polemica Pd-Iv non va in prescrizione. Sulla giustizia Conte traballa davvero PDF Stampa
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di Rocco Vazzana


Il Dubbio, 17 gennaio 2020

 

Le polemiche sulla riforma Bonafede non vanno in prescrizione. Le fratture in seno alla maggioranza, con i renziani schierati al fianco dell'opposizione, rischiano di rivelarsi più profonde del previsto e alla lunga potrebbero minare la tenuta stessa dell'intero esecutivo. Pd e Movimento 5 Stelle da una parte, Italia viva dall'altra. I tre pilastri su cui poggia il "Conte due" non sono mai stati così fragili.

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La battaglia sulla giustizia appesa alle elezioni in Emilia Romagna PDF Stampa
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di Simone Canettieri


Il Messaggero, 17 gennaio 2020

 

Anche la prescrizione passa dalla via Emilia. Dopo lo strappo renziano in commissione dell'altro giorno, il calendario inchioda tutti a lunedì 27 gennaio, il day-after del voto regionale. Quando la Camera sarà chiamata a esprimersi sulla proposta di legge di Enrico Costa (Fi) che punta a cancellare la riforma Bonafede.

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La guerra fantasma alla corruzione PDF Stampa
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di Gian Antonio Stella


Corriere della Sera, 17 gennaio 2020

 

Otto italiani su dieci sono convinti che la situazione non sia cambiata rispetto ai tempi di Tangentopoli. Eppure da mesi non c'è un pilota all'Anac. "Così come il pesce guizza sotto l'acqua e non è possibile verificare se stia bevendo acqua o meno, allo stesso modo non è possibile scoprire se i funzionari pubblici stiano rubando soldi per loro stessi".

Figuratevi poi se l'acqua fosse torbida. Lo sostiene l'Arthasastra, un antico trattato attribuito al filosofo, economista e pensatore indiano Chanakya. Citato ad esempio da due studiosi della corruzione, Lucio Picci e Alberto Vannucci, nel libro "Lo zen e l'arte della lotta alla corruzione". Sono parole consegnate a chi voglia ben governare fra il secondo e terzo secolo d.C.

Ma sembrano scritte ieri a proposito della pretesa di tanti pubblici dirigenti d'essere esentati, ai livelli apicali e non solo a quelli inferiori, dall'obbligo di "rendere pubblici i dati reddituali e patrimoniali". Dovere che "esiste per i parlamentari dal lontano 1982", ricordava ieri nella sua lettera al Corriere il presidente "facente funzioni" dell'Anac Francesco Merloni, senza che alcuno abbia mai "gridato allo scandalo".

È fondamentale, la trasparenza. Tanto più in un Paese come il nostro dove la percezione di vivere assediati dalla corruzione, stando all'ultimo ranking di Transparency International, ci vede davanti a tutti gli altri Paesi europei meno la Grecia e quelli a lungo dominati dal socialismo reale.

Dove le interdittive antimafia ogni 100.000 abitanti sono salite dal 2014 ad oggi passando da 12 a 43 nel Nord-Est e da 19 a 73 nel Nord-Ovest. Dove perfino gli appalti per i lavori al ministero dell'Economia sfociano in una decina d'arresti a Roma mentre altre tangenti fanno scattare le manette ai polsi dei direttori generali di due grandi aziende pubbliche milanesi e un prefetto calabrese.

Per non dire di quanto accade in Sicilia dove l'inchiesta sulla mafia dei pascoli e le truffe sui fondi europei, già denunciate dall'ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, scampato a un attentato ma non alla rimozione politico-burocratica, hanno portato all'arresto di 94 persone e alla denuncia di 151 aziende infettate da mafia e corruzione.

Corruzione dentro gli enti di assistenza che non si accorgevano di come tanti "agro-imprenditori" rivendicassero come loro perfino terreni appartenenti alla Nato. Corruzione tra veterinari che per aiutare aziende amiche le certificavano "indenni" a dispetto delle vacche tisiche. Corruzione fra notai disposti anche ad assegnare per usucapione poderi altrui. Fino all'impunità: 15 mila ettari gestiti da una famiglia mafiosa con l'uso, negli anni, di oltre 700 contratti stipulati con defunti. Uno dei quali nell'aldilà da una dozzina d'anni.

Tema: in un contesto tanto imputridito che 8 italiani su 10 sono convinti che la corruzione, come spiegava sei mesi fa Nando Pagnoncelli, non sia calata affatto dai tempi di Tangentopoli (anzi, uno su tre crede sia aumentata) possiamo permetterci di stare per mesi senza un pilota all'Anticorruzione? Per carità, la macchina continua tutti i giorni a lavorare, studiare, preparare rapporti. E sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo del "presidente f.f.". Facente funzione. Quel che può fare fa.

Ma un organismo centrale come quello, che ha incarnato negli anni, a torto o a ragione, tante speranze da parte dei cittadini italiani esausti dalla piaga del malaffare dai tempi in cui le tangenti erano chiamate "zuccherini", avrebbe quanto mai bisogno, tanto più dopo la stagione di Raffaele Cantone che alcuni arrivarono addirittura ad additare per un'ascesa al Quirinale, di una guida salda. Di peso. Investita di un pubblico riconoscimento di leadership.

Che spazzi via i cattivi pensieri (lo vogliono davvero, un responsabile della lotta ai corrotti?) che si stanno affacciando nella testa degli italiani dopo questo vuoto seguito all'uscita di Cantone il quale si era sgolato per avvertire i rischi di una vacanza di poteri. Inutilmente.

Questo Grande Silenzio, secondo Don Luigi Ciotti e molti con lui, "è un segnale pessimo. C'è chi ha pensato che dopo lo "spazza-corrotti" tutto sarebbe stato sistemato. Non è così. È solo illusionismo. Fumo in faccia. La verità è che la politica ha fatto di tutto per smantellare penalmente la guerra alla corruzione. Trascurando il legame profondo che c'era e che c'è tra la corruzione e gli appalti. La corruzione e la mafia".

Il solito incendiario? Difficile dargli torto. La verità è che la lotta alla corruzione va a ondate. E non bastano le parole d'ordine. O capisci come cambia via via quello che Papa Francesco chiama "il pane sporco" per adattarsi meglio ai tempi, o finisci per perdere di vista quanto sta accadendo. Basti pensare a qual è oggi la "contropartita" della corruzione.

Certo, ci sono ancora le mazzette. Ne abbiamo viste girare ancora tante, nei servizi televisivi di questi giorni. Ma stando all'ultimo rapporto dell'Anac dello scorso ottobre, di cui ha già scritto Giovanni Bianconi, lo scambio di fruscianti banconote è sceso al 48%. Pesano sempre di più, piuttosto, altre merci di scambio.

Le regalie di un viaggio, una crociera, una gentile accompagnatrice. Le consulenze fatte avere alla società giusta. Le assunzioni di un figlio, un cugino, un amante. Non bastano le retate. Non bastano le sfuriate. Non bastano le manette. Quella che manca è una svolta culturale. La consapevolezza che la guerra ai corrotti non è solo un dovere morale. E un punto di partenza indispensabile per l'economia, la scuola, le istituzioni, il risanamento ambientale...

A chi gli chiedeva come mai la magistratura non sia riuscita in tanti anni a debellare il problema, Pier Camillo Davigo rispondeva giorni fa: "I giudici hanno fatto quello che in natura viene fatto dalle specie predatorie: migliorare la natura delle sue prede. Le indagini che come magistrati abbiamo fatto dal 1992 al 1996 hanno reso la corruzione più subdola, come se i ceppi virali si fossero fatti più resistenti, più difficili da individuare, più furba, in fin dei conti, ancora più diffusa di allora". Non avvertire questa insidia, oggi, è davvero sconfortante.

 
La ferocia primitiva della "quarta mafia": la scalata dei clan pugliesi PDF Stampa
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di Pino Pisicchio


Il Dubbio, 17 gennaio 2020

 

Chissà che cosa avrebbe da dire, di fronte all'esplosione esponenziale di cronaca nera nell'area foggiana, Federico Secondo di Svevia, imperatore della casata Hohenstaufen, quel "puer Apuliae" che tanto amo' la terra di Capitanata dove il destino (preannunciato dai suoi maghi, che lo mettevano in guardia da località con il "fiore" nel nome) stabilì che sarebbe morto. E a cinquantasei anni così fu: si spense in quel di Torremaggiore, a 37 chilometri da Foggia, nei pressi di un agro che nel 1250 faceva di nome "Castel Fiorentino".

Federico, sensibile alle arti e curioso di tutto ciò di cui è fatta l'umanità, oltre all'orrore per lo sfregio alla terra amata, avrebbe forse avuto da muovere anche obiezioni estetiche sul modo del crimine, antropologicamente primitivo e quasi tribale. Perché la cosiddetta "quarta mafia" che riempie le aperture dei giornali, in allineamento ideale con la mafia siciliana, la 'ndrangheta calabrese e la camorra campana, da ultima arrivata si propone come un modello di efferatezza più simile alle brutali derive omicidiarie della camorra arcaica piuttosto che alla letale criminalità dai guanti bianchi delle mafie tecnologiche e finanziarie di nuova generazione.

La terra di Foggia, che lo scorso anno conquistò il poco desiderabile record di provincia con il più alto numero di reati estorsivi in Italia, offre un panorama di stratificazione territoriale che porta a distinguere tre distinte tipologie di malavita organizzata: la mafia foggiana, che ha il suo epicentro nel capoluogo e si allarga al suo hinterland, la mafia garganica che opera nei territori di San Nicandro garganico e Apricena, e la mafia di Cerignola, che include i territori di Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia.

A parte, tra Foggia e San Nicandro, si ritaglia una sua autonoma fisionomia la malavita di San Severo, grosso borgo agricolo di oltre 50.000 abitanti, negli ultimi anni umiliato da ripetuti episodi di violenza criminale a scopo di rapina. Il territorio, crocevia delle antiche culture sannitiche, molisane e daune, ha una forte radicazione nelle antropologie legate alla terra: all'agricoltura, prospera ancora oggi nell'immenso granaio del Tavoliere, e alla pastorizia.

È questa la storica zona di transito degli armenti abruzzesi e molisani in transumanza. La "quarta mafia", dunque, sociologicamente è nutrita da arcaismi tribali in cui legami di sangue e abigeato rinnovano una loro perversa attualità. Che, peraltro, erigono barriere tra la terra di Foggia e il resto della Puglia, proiettata verso livelli economici e traguardi sociali assai diversi per modernità e dinamismo.

Il clima da far-west che la malavita foggiana ha inflitto al territorio, ha creato una condizione di panico nella popolazione, abitata da un sentiment in cui angoscia e rabbia si combinano in una miscela esplosiva che non riesce a trovare sbocchi istituzionali convincenti. Peraltro il quadro occupazionale della provincia non è affatto incoraggiante, nonostante la grande tradizione del settore agro- industriale e la pur valida proposta turistica ed enogastronomica del Gargano e dei borghi del sub- appennino: come si fa a fare turismo sano e moderno nell'epicentro della mafia garganica?

Situazione irreversibile e dannata, dunque? Ovviamente no. Innanzitutto perché non siamo di fronte ad una organizzazione criminosa di impianto storico che trovi una forma di penetrazione sociale così come le tre mafie meridionali, che hanno offerto nel corso della loro (ahimè) lunga presenza territoriale anche fenomeni di "patronage" criminale alle comunità, occupando lo spazio lasciato vuoto dallo Stato.

Siamo di fronte a bande di paese che stanno compiendo il balzo in avanti verso le pratiche estorsive organizzate e l'allargamento del business criminale verso attività più remunerative, come droga e prostituzione. Dunque è una struttura organizzativa ancora in coming, non consolidata come nelle altre tre mafie e, ciò che è più rilevante, che non trova alcun sostegno nel corpo sociale (e nella politica, se non per episodi minori ed isolati).

E non è cosa da poco. Ma, per poter intervenire con qualche possibilità di successo, occorre innanzitutto prendere coscienza dell'esistenza del problema, senza rimuoverlo o derubricarlo a ingiuria minore. E poi è necessario richiudere il cerchio del circuito Stato- cittadini: il senso dell'abbandono, dell'estraneità, della lontananza, ricordiamolo, ha reso fecondo il terreno di coltura delle altre mafie, quelle "storiche".

Alla politica nazionale e locale si chiederebbe meno inutile chiacchiericcio e più fattualità, soprattutto nel farsi facilitatrice per le occasioni di sviluppo, unico vero antidoto al degrado. C'è un detto, forgiato dagli stessi foggiani, che Federico II non ha conosciuto: tradotto dal dialetto dice più o meno "fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani". Ecco: compito della politica è proprio quello di frantumare questo letale aforisma.

 
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