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Gianni Cuperlo: "Il garantismo è il cuore della giustizia" PDF Stampa
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di Ugo De Giovannangeli


Il Riformista, 27 novembre 2020

 

"Ma la giustizia non può essere bega tra fazioni". "Non sono d'accordo con il fatto che esista il partito dei giudici. Ma anche il Pd, e prima Pci, Pds, Ds, per timore di impopolarità o convenienze di corto respiro hanno sottovalutato o taciuto episodi di cattiva condotta di singole procure e singoli magistrati". Giustizia, giustizialismo, politica: Gianni Cuperlo, affronta un tema su cui tanti altri dirigenti dem si sarebbero, anzi si sono finora, sottratti. E lo fa con il suo solito coraggio e finezza intellettuale.

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Uccide la moglie a coltellate. Il legale: "Non ti difendo, sto dalla parte delle donne" PDF Stampa
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di Enri Lisetto


La Stampa, 27 novembre 2020

 

Pordenone, il presunto assassino nomina l'avvocata Rovere ma lei fa un passo indietro: "Ha il diritto di essere assistito, ma non posso essere io a farlo. La mia storia me lo impedisce. "Avvocato, anche se non la conosco vorrei ringraziarla per il suo gesto coraggioso". È metà pomeriggio e la casella di posta elettronica di Rosanna Rovere è piena di messaggi.

Alcuni da amici, tanti da sconosciuti. "Grazie per avere rinunciato alla difesa di Giuseppe Forciniti", il 33enne che la scorsa notte ha ucciso a coltellate la compagna Aurelia Laurenti, 32 anni, nel loro appartamento di Roveredo in Piano (Pordenone). Il telefono di casa Rovere ieri ha suonato alle 6.45. "È stata nominata difensore di fiducia di un uomo sospettato di avere ucciso la moglie". La polizia non le dice chi è. Quando arriva in Questura, lo vede seduto davanti a una scrivania e ha un flash: "Non mi sbagliavo". Rosanna Rovere saluta Giuseppe Forciniti.

 

Avvocato, come vi eravate conosciuti?

"Nel 2017 era infermiere nella Rsa di Roveredo in Piano dove era ricoverata mia mamma. Per lei era un mito, una splendida persona".

 

Che gli ha detto?

""Giuseppe, cosa mi combini?": mi è venuto spontaneo. Aveva i miei riferimenti: era stato così premuroso con mia madre che mi fidai". (Giuseppe Forciniti aveva contattato il legale un paio di mesi fa, preannunciandole una visita che non è avvenuta). "Gli ho chiesto perché non era venuto da me: a tutto c'è rimedio - ho aggiunto - ma non a queste cose".

 

Poi vi siete parlati...

"Sì, dell'accaduto".

 

E dopo?

"Giuseppe, non me la sento". (L'infermiere avrebbe esclamato: "Avvocato, non mi può abbandonare!"). "L'indagato mi conosceva e aveva indicato me quando gli era stato chiesto chi dovesse patrocinare la sua difesa. Ma non ho potuto accettare l'incarico: non posso assumere le difese di quest'uomo dopo una vita e una carriera spese a promuovere la tutela dei diritti delle donne".

 

Torniamo al colloquio con il presunto omicida...

"Ho spiegato a Giuseppe che ha il sacrosanto diritto di essere difeso al meglio, un diritto costituzionale riservato a tutti, anche al peggior delinquente. Ma la mia storia, le mie battaglie per le donne mi impediscono di essere di parte. Due mondi inconciliabili, non avrei potuto difenderlo al meglio. In cuor mio gli ho augurato di trovare un difensore adeguato".

 

Da dove nasce la sua vocazione professionale?

"Sin da bambina volevo tutelare i diritti dei più deboli. Non solo delle donne: ho assistito anche molti uomini. Ma in Italia le donne devono fare ancora un tratto di strada per dire di avere raggiunto la parità. Questo gap ho voluto colmarlo da presidente dell'Ordine, istituendo lo sportello anti-violenza".

 

La sua carriera iniziò come parte civile della famiglia di una donna uccisa dal marito...

"Per Gabriella Salvador, uccisa dall'ex il 16 ottobre 1995 a Fontanafredda (Pordenone). Lei era venuta da me, si sentiva stalkerizzata, ma all'epoca quel reato non c'era. Ricordo che mi disse: "Io non so quando succederà, ma so che mi ammazzerà"".

 

E lei cosa rispose?

"No, ti difenderò. Andai in Procura, ma gli strumenti odierni come la diffida e l'arresto cautelare ancora non c'erano. Quando venne uccisa chiamai gli inquirenti e dissi che avevo ragione io, che non c'erano strumenti per poterla difendere. Quella vicenda mi segnò profondamente: tuttora sono in contatto con la famiglia".

 

Avvocato, perché si fatica ancora a denunciare?

"Le leggi che tutelano le donne ci sono, rafforzate dal Codice rosso. Le donne devono trovare il coraggio di denunciare attivando così presidi e tutele. Mi stupisce che non lo facciano. La violenza sulle donne ha radici profonde, è un problema culturale che nasce dal fatto che la parità di genere è ben lontana dall'essere applicata in Italia. Le donne sono pagate di meno, non rappresentate a sufficienza nelle istituzioni e nei Cda nonostante le quote di genere. Siamo ancora molto lontani da una effettiva parità. Certo, col Codice rosso abbiamo fatto passi da gigante rispetto ai tempi di Gabriella, che non trovava risposte da parte di nessuno. Ora, però, è evidente che bisogna fare di più. La sottocultura dei social, la pandemia e il conseguente lockdown hanno acuito questo fenomeno: le denunce sono triplicate e i femminicidi aumentati".

 

"Stare a casa": dovrebbe essere il luogo più sicuro.

"Credo che per le donne costrette con i violenti sia peggio di una prigione da cui non poter scappare".

 
Si deve difendere un femminicida? PDF Stampa
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di Annamaria Bernardini De Pace


La Stampa, 27 novembre 2020

 

L'ennesimo orrendo femminicidio. Ancora orfani della mamma, vittime a causa della violenza assassina del padre. Ma ciò che c'è di nuovo e scuote la coscienza di chiunque è che l'avvocato, chiamato a difendere l'assassino, rifiuta di assisterlo. L'avvocato è una donna e dice di avere sempre combattuto per l'affermazione dei diritti delle donne e di avere sempre difeso le donne dalla violenza maschile. Con coerenza, lealtà e coraggio ha quindi dichiarato apertamente la propria impossibilità di fare qualcosa contro il proprio pensiero e la propria vita professionale. Io la capisco.

Non so se chiunque potrà considerare giusta una decisione come questa. Non lo so perché anche io, a suo tempo, ho preso la stessa decisione e ancora oggi, dopo oltre trentacinque anni, non ho capito se, deontologicamente, la mia posizione fosse giusta.

Ho cominciato a lavorare nel 1982 e il mio sogno era diventare avvocato penalista, perché lo scenario del diritto penale mi è sempre piaciuto più di quello civile. Nel processo penale le indagini, l'istruttoria e il dibattimento sono ricchi di colori, di colpi di scena, di approfondimenti e soprattutto di tanti momenti nei quali la parola ha molta più importanza dello scritto.

E a me è sempre piaciuto parlare. L'avvocato penalista è sempre in prima linea e gioca tutta la propria passione per la professione e per la giustizia, soprattutto nell'arringa finale, ma anche in altri momenti fondamentali. Per questo avevo scelto di dedicarmi al diritto penale, e anche perché in questa materia il professor Pisapia mi aveva riconosciuto un bel 30 e lode, mentre nel civile il professor Trimarchi si era limitato a un malinconico 27. Ho vissuto quindi un anno bellissimo, praticamente stando in pretura, allora esistevano i pretori, dove ogni giorno spesso gratis e qualche volta cominciando a farmi pagare, difendevo ogni genere di piccoli delinquenti, inanellando anche una serie di vittorie non del tutto scontate. Dopo circa un anno mi è capitato, però, di essere nominata difensore d'ufficio di un ragazzo di 38 anni indagato per avere ucciso il suo compagno omosessuale che, a suo dire, lo aveva aggredito, nottetempo per gelosia.

Sono stata in carcere con il pm che stava indagando su di lui e l'ho poi interrogato, da sola senza magistrato, per oltre un'ora, anche se dopo dieci minuti ero assolutamente convinta, malgrado la sua negazione disperata, che lo avesse ucciso crudelmente e volutamente. Quella sera, di ritorno dal carcere, ha totalmente cambiato la mia vita facendomi poi diventare quella che sono oggi, anche se i problemi di coscienza ci sono lo stesso. Ero, però, allora davvero sconvolta di dover difendere un assassino. Pur consapevole che la difesa è un diritto inviolabile garantito dalla Costituzione, e quindi certa che il mio dovere di avvocato, deontologicamente, fosse quello di difendere un imputato indipendentemente dall'essere veramente colpevole o no, non riuscivo passo dopo passo a rientrare in questo ordine di idee.

Mi domandavo se fosse giusto. Anzi mi domandavo se fosse giusto abbandonare un assassino a se stesso o se dovesse essere mio dovere cercare quanto meno le motivazioni autentiche dell'omicidio e le eventuali attenuanti per difenderlo al meglio. Mi domandavo se mi stessi rivelando vigliacca, incapace, stupida, immatura. Mi domandavo soprattutto se da avvocato fosse giusto da parte mia derubare il ruolo di giudice e condannare subito, senza contraddittorio, un imputato non ancora processato. Nel pensare di rinunciare all'incarico di assisterlo, venivo inondata da un grande senso di colpa perché ricordavo il gesto di mio padre pochi anni prima.

Renato Curcio, il terrorista, doveva essere assistito in un processo nel quale tutti gli avvocati d'ufficio si erano defilati e il Consiglio dell'Ordine di Milano stava per decidere di precettarne uno; quando mio padre, pur essendo di tutt'altro colore politico del brigatista, si offrì spontaneamente, per onorare la Costituzione, e non lasciare quell'uomo abbandonato a se stesso. Tra l'altro era stato poi un periodo difficilissimo per tutta la famiglia, perché tutti eravamo stati messi sotto scorta, in forza delle minacce di colore politico che mio padre aveva ricevuto.

Avevo considerato mio padre un eroe e ora che mi trovavo in una situazione molto simile, ma per nulla paragonabile, in quanto a problemi di coscienza d'avvocato, mi dimostravo così preoccupata, traballante, recalcitrante nel fare il mio dovere. Insomma, alla fine decisi di non assumere quella difesa, di abbandonare le aule penali e di dedicarmi esclusivamente al diritto civile. Ancora oggi, tuttavia, non so se assolvermi o no.

Non l'ho capito. Però riconosco la lealtà e la purezza della collega di Pordenone che ha avuto il coraggio di dichiarare al mondo che non difende l'assassino di una donna, perché lei ha sempre combattuto per far valere i diritti delle donne. Sarà difficile il ruolo di chi sostituirà questa avvocatessa. Non credo, infatti, che ci siano avvocati disposti a credere che il proprio cliente non sia un assassino, pur di assisterlo, anche se si presenta con le mani insanguinate, come è successo in questo caso.

Credo, tuttavia, che ci siano tanti avvocati capaci di difendere i clienti senza farsi troppe domande, ma agendo come un chirurgo con la massima attenzione sia all'assistito sia a se stessi. C'è da dire che il chirurgo anestetizza il paziente e si mette la mascherina per non contaminarlo col proprio spirito. C'è un distacco tecnico e una non conoscenza della storia umana, che aiutano molto di più il medico, che non l'avvocato, nell'affrontare le operazioni più gravi.

Tuttavia, l'imputato chiede aiuto all'avvocato come il paziente chiede aiuto al medico. E oggi mi vien da dire che se un professionista, al di là della propria indiscutibile competenza professionale, non è in grado di dare, anche umanamente, l'aiuto che il cliente chiede, è meglio che non si imbarchi in quella difesa.

E sappia scegliere, con scienza e coscienza, come onorare al meglio il proprio ruolo; che non dovrebbe essere però quello di sindacare l'innocenza o la colpevolezza del proprio assistito, (spesso nota solo al Padreterno), ma di garantire che l'imputato venga processato nel rispetto di quel diritto che il penalista ha scelto di far applicare. In realtà, quindi, proprio scrivendo questo pezzo, ho finalmente capito che l'avvocato penalista difende il criminale e non il crimine: se tutti fossero innocenti, non esisterebbe l'avvocato penalista.

 
"Risarcimento dello Stato, una vittoria per Marianna e per tutte le altre donne" PDF Stampa
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di Franco Insardà


Il Dubbio, 27 novembre 2020

 

"Ti rendi conto. Abbiamo fatto la storia per Marianna e per tutte le altre donne. È la prima volta che succede: lo Stato ammette le sue responsabilità per un femminicidio. L'annuncio del presidente Conte, mercoledì in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne ci ha reso tutti molto felici. Ora attendiamo i fatti".

Carmelo Calì, il cugino di Marianna Manduca, la donna uccisa dall'ex marito nell'ottobre 2007 a Palagonia (Catania) dopo dodici denunce rimaste inascoltate, risponde al telefono e la sua voce trasmette tutta la sua soddisfazione. Lui e sua moglie, Paola Giulianelli, con i loro due figli, hanno accolto nel 2007 i tre figli di Marianna e da allora vivono a Senigallia tutti insieme.

Ai tre ragazzi di Marianna era stato riconosciuto un risarcimento di 259mila euro, con il quale la famiglia Calì ha aperto un bed& breakfast. La storia di Marianna e dei suoi figli è stata raccontata da Andrea Porporati nel film "I nostri figli", con Giorgio Pasotti e Vanessa Incontrada, trasmesso da Rai1 il 6 dicembre 2018. "L'obbligo dello Stato di tutelare l'incolumità dei cittadini è affermata come priorità, per esempio dalla Corte europea dei Diritti umani, tanto più in presenza di una evidente vulnerabilità", ha scritto Luigi Manconi su Repubblica qualche mese fa e lo Stato ora si è fatto sentire.

 

Come avete avuto la notizia?

Mi ha chiamato in lacrime una giornalista dell'agenzia Lapresse, che avevo sentito qualche volta in questi anni e con la quale si è creato un ottimo rapporto. Mi ha detto di collegarmi alla pagina Facebook del presidente Conte. Non credevo alle mie orecchie quando ho sentito: "Dico a Carmelo, Stefano e Salvatore che, certo non riavranno più la loro mamma, ma lo Stato finalmente può sottoscrivere un accordo transattivo, che riconoscerà a loro non solo di poter conservare la somma percepita, come danno patrimoniale, ma anche una cospicua somma a tutti e tre loro a titolo di danno non patrimoniale. Lo Stato deve avere il coraggio di riconoscere i propri errori e di trarre le conseguenze, assumendosene tutta la responsabilità. Nessuna donna vittima di violenza deve più sentirsi sola".

 

E i ragazzi come stanno?

Bene, hanno reagito in maniera tranquilla a questa notizia. Per me è stato un bel segnale, perché dimostra quanta fiducia abbiano avuto e hanno in me e nelle cose che stiamo facendo. Ormai sono grandi, hanno 19, 18 e 16 anni e quindi hanno un approccio maturo alla vicenda.

 

Dopo tanti anni lo Stato ha dato un segnale forte...

Sì. E nel migliore dei modi. Noi non abbiamo mai perso la speranza che questa storia dovesse finire bene. Siamo stati seguiti dagli avvocati Alfredo Galasso e Licia d'Amico che hanno sposato la nostra causa e ci hanno creduto, convinti che fosse una battaglia per difendere tutte le donne.

 

Anche l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si era interessato, ma poi...

Aveva fatto un comunicato stampa, purtroppo l'Avvocatura andò avanti. Questa volta non penso che possa accadere la stessa cosa. Il presidente del Consiglio ha fatto un annuncio ufficiale e in una giornata particolare. Nei giorni precedenti si era molto interessato anche il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano e la ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. E non mi stancherò mai di ringraziare la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, che ci segue da molto tempo.

 

Ora che cosa succederà?

Il 9 dicembre è fissata l'udienza alla Corte di Appello di Catanzaro, io e la mia famiglia speriamo che finisca tutto, per poter pensare al futuro. Bisognerà poi capire come si procederà rispetto all'impegno del presidente Conte di prevedere un risarcimento per i danni non patrimoniali.

 

L'Associazione "Insieme a Marianna" è ormai diventata una realtà...

Certo fa male che proprio in questi giorni ci siano stati altri tre femminicidi. Proprio per questo noi con l'Associazione "Insieme a Marianna" abbiamo da anni avviato una serie di iniziative e di incontri di sensibilizzazione, soprattutto nelle scuole. Abbiamo in programma anche la formazione degli operatori comunali, vigili urbani e assistenti sociali, che spesso si trovano ad affrontare episodi di violenza sulle donne. Siamo vicini alle famiglie delle vittime. Il prossimo 2 dicembre saremo a Messina all'udienza preliminare del processo per l'omicidio di Lorena Quaranta, dove ci siamo costituiti parte civile. Lorena era un'infermiera, ammazzata senza nessuna ragione dal suo ragazzo lo scorso 31 marzo. Purtroppo paghiamo anni di arretratezza culturale che fa ancora considerare la donna come un soggetto di esclusivo possesso, che va eliminata quando vuole interrompere il rapporto. L'obiettivo della nostra associazione è proprio di fare prevenzione.

 
Eddi Marcucci, con quali indizi il tribunale di Torino la considera pericolosa? PDF Stampa
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di Susanna Marietti*


Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2020

 

La corte d'appello di Torino deciderà entro Natale a proposito del ricorso presentato da Maria Edgarda Marcucci contro la misura della sorveglianza speciale a lei applicata nel marzo scorso dal Tribunale torinese, misura che le sottrae una parte considerevole di libertà. Eddi Marcucci nel 2017, all'età di 26 anni, è andata in Siria per unirsi alle milizie curde e combattere lo Stato Islamico, contribuendo a infliggere un colpo mortale al califfato.

In quanto capace di maneggiare le armi, è ritenuta oggi pericolosa per l'Italia, a prescindere dalle intenzioni di utilizzare quelle armi in un modo o in un altro oppure di non utilizzarle affatto. La sorveglianza speciale è una misura di prevenzione, vale a dire una misura che viene applicata non come reazione a un reato commesso nel passato e accertato come tale - come accade per la pena - bensì al fine di prevenire che un eventuale reato possa venir commesso nel futuro, senza ovviamente che sia possibile alcun accertamento al proposito, essendo l'oggetto in questione qualcosa di interamente ipotetico. La persona non deve essere punita perché si è comportata male. Piuttosto si giudica, da una serie di indizi, che essa potrebbe decidere di comportarsi male. E quindi le si impongono limitazioni che le renderanno più difficile farlo.

Il contrasto tra le misure di prevenzione - eredità di regi decreti dell'era fascista, quando venivano usate come strumenti di repressione del dissenso - e alcuni principi sanciti dalla nostra Costituzione (o comunque di derivazione costituzionale) è stato fatto notare molte volte. Si pensi ad esempio al principio di presunzione di innocenza: certo, la misura di prevenzione non è una pena e in quanto tale non è comminata al colpevole dichiarato, ma sarebbe difficile negarne la natura afflittiva. Rimane dunque quanto meno dubbia la legittimità della sua applicazione.

Oppure si pensi al principio di tassatività, per il quale i comportamenti previsti come reati devono essere descritti in maniera chiara e precisa dalla legge, affinché tutti possano conoscerli e le decisioni al proposito non siano prese arbitrariamente. Solo per i reati così individuati, e a seguito di atto motivato dell'autorità giudiziaria, è possibile una restrizione della libertà personale (art. 13 della Costituzione). La Corte Costituzionale, investita varie volte della questione, ha sempre salvato le misure di prevenzione, assestando loro tuttavia dei duri colpi. Già nel 1956 la Consulta, con la sentenza numero 11 firmata da Enrico De Nicola in qualità di presidente, stabiliva che "l'emanazione di un provvedimento dell'autorità amministrativa restrittivo della libertà personale" fosse "in aperto contrasto con la norma costituzionale", contrastando dunque ogni limitazione della libertà imposta dall'autorità di Pubblica Sicurezza, senza controllo giurisdizionale e idonea garanzia del diritto alla difesa. Oltre mezzo secolo dopo, nel febbraio del 2019, con la sentenza numero 24 la Corte afferma che non è compatibile con la Carta Costituzionale la possibilità di sottoporre qualcuno a sorveglianza speciale in base a una previsione troppo generica di pericolosità per come enunciata nella norma.

Già nel 2017 la Corte Europea dei Diritti Umani aveva osservato come alcune misure di prevenzione previste dall'ordinamento italiano fossero "formulate in termini molto generici e il loro contenuto è estremamente vago e indeterminato; ciò vale in particolare per le disposizioni relative agli obblighi di "vivere onestamente e rispettare la legge" e di "non dare ragione alcuna ai sospetti" (De Tomaso c. Italia).

Troppo arbitraria l'interpretazione di queste frasi. Chi può dire con certezza se tanti di noi, Eddi Marcucci compresa, hanno mai dato ragione alcuna a sospetti?

Il diritto penale in una democrazia avanzata giudica dati di fatto, non intenzioni nella mente delle persone. Le misure di prevenzione ci catapultano in una sorta di realtà distopica che sembra quella del Minority Report di Philip K. Dick, senza neanche tuttavia che polizia e prefetti siano dotati dei poteri premonitori del Precog.

A mano a mano verrà ultimato quel processo di loro erosione che già le Corti hanno cominciato. Questo ci apre a un altro argomento, non più di principio bensì di fatto: senza poteri di preveggenza, per applicare una misura di prevenzione bisogna necessariamente basarsi su indizi. Su quali indizi si è basato il tribunale di Torino nel comportamento di Eddi Marcucci per qualificarla come pericolosa? Fino a oggi i fatti dicono che è stata pericolosa per lo Stato Islamico.

 

*Coordinatrice associazione Antigone

 
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