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Livorno. "Più leggi libri e più puoi usare Skype", i detenuti scrivono a Mattarella PDF Stampa
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di Davide Frigoli


affaritaliani.it, 7 aprile 2020

 

L'idea, di scambiare libri letti con premi non è nuova, ed è brasiliana. Il "Reembolso através da leitura", è infatti un programma di recupero del 2012. L'emergenza coronavirus nelle carceri è un problema che potrebbe, se mal gestito, diventare una possibile bomba epidemiologica, a rendere ancora più delicata la questione quarantena per i ristretti e l'ordinamento carcerario è lo stop delle visite parentali che rende ancora più fragile il rapporto tra le famiglie e le persone detenute e difficile la vita negli istituti.

Un articolo su Minima e Moralia parla del progetto culturale della direzione del carcere di Livorno "Le Sughere" che sfrutta l'emergenza sanitaria per incentivare la lettura. Il progetto prevede infatti per i detenuti che leggono e compilano la scheda di un libro un premio in tempo extra da usare per parlare con le proprie famiglie ora che è possibile e permesso fare videochiamate. Il progetto si fonda sì sui principi dell'articolo 27 della costituzione, che sancisce come la pena debba essere volta alla rieducazione, ma la messa in pratica presenta un vizio di forma, in questo caso infatti parrebbe che l'oggetto di scambio sia il diritto all'affettività, in un momento difficile per la popolazione detenuta e le loro famiglie.

L'idea, di scambiare libri letti con premi non è nuova, ed è brasiliana. Il "Reembolso através da leitura", è infatti un programma di recupero approvato nel 2012 negli Stati del Paraná e del Ceará sotto la presidenza di Dilma Rousseff e realizzato successivamente anche altrove nella repubblica federale. Il Reembolso permette, a determinate persone detenute, uno sconto di pena pari a quattro giorni in un mese per ogni libro letto fino a un totale di quarantotto giorni in un anno, come spiega l'articolo di Minima e Moralia a firma della scrittrice di numerosi libri sull'argomento carceri e società contemporanea Giada Ceri. L'iniziativa del carcere di Livorno era partita proprio ad imitazione di questa misura, infatti il Reembolso è diventato una forma di imitazione in diverse carceri italiane. Questa misura fa emergere in tutta la sua forza la difficoltà dei progetti culturali in carcere quando sono legati a un principio che si fonda su meccanismi di punizione e premialità.

Un altro aspetto di questa vicenda è l'uso di internet in carcere e la possibilità di usarlo per effettuare videochiamate, prima per le misure di sicurezza questo non era possibile o effettuato solo in pochi istituti. L'emergenza apre per la prima volta a un modo di comunicare nuovo per i detenuti e i loro parenti. Ora i detenuti del carcere di Livorno scrivono al presidente Mattarella per chiedere che anche dopo l'emergenza rimanga la possibilità di usare la rete per chiamate e videochiamate, come riporta La Repubblica.

"Chiediamo che questa concessione fatta in questo periodo di emergenza possa essere confermata anche per il futuro allineandoci a Stati europei, dove questo avviene ormai da anni", scrivono i detenuti che ricordano che prima dell'emergenza già alcuni istituti di pena, come ad esempio quello di Padova, "davano la possibilità di effettuare le videochiamate anche ai detenuti dell'alta sicurezza e non solo della media sicurezza".

Spiega Giovanni De Peppo, garante per i diritti dei detenuti di Livorno: "A Livorno, in questa delicatissima fase, il ruolo di grande equilibrio e capacità del direttore dottor Carlo Mazzerbo, ma anche in particolare di un Ispettore e un gruppo di agenti della Polizia Penitenziaria, hanno assicurato e garantiscono permanentemente il funzionamento dei collegamenti sia nelle sezioni dei detenuti comuni che di quelli della alta sicurezza. Assicurare diritti e garantire sicurezza sono le azioni che in un istituto di pena vanno sempre d'accordo e in questa fase più che mai impariamo che solo la sensibilità, l'umanità, la professionalità di tutti può salvarci".

 
Padova. Per la Via Crucis del Papa le meditazioni scritte nel carcere Due Palazzi PDF Stampa
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di Adriana Masotti


vaticannews.va, 7 aprile 2020

 

Cinque detenuti, una famiglia vittima di omicidio, la figlia di un ergastolano, un'educatrice, un magistrato di sorveglianza, la madre di un carcerato, una catechista, un sacerdote accusato ingiustamente, un frate volontario, un poliziotto, tutti collegati alla Cappellania della casa di Reclusione "Due Palazzi" di Padova: sono gli autori delle meditazioni che verranno lette nel corso della Via Crucis presieduta quest'anno dal Papa sul sagrato della Basilica di San Pietro.

"Accompagnare Cristo sulla Via della Croce, con la voce rauca della gente che abita il mondo delle carceri, è l'occasione per assistere al prodigioso duello tra la Vita e la Morte, scoprendo come i fili del bene si intreccino inevitabilmente con i fili del male". È ciò che si legge nell'introduzione alle meditazioni della Via Crucis pubblicate sulla nuova pagina web della Lev, la Libreria Editrice Vaticana. I testi, raccolti dal cappellano dell'Istituto di pena "Due Palazzi" di Padova, don Marco Pozza, e dalla volontaria Tatiana Mario, sono stati scritti in prima persona, ma intendono prestare la voce a tutti coloro che, nel mondo, condividono la stessa condizione.

"Crocifiggilo, crocifiggilo!". La persona che commenta la I stazione ("Gesù è condannato a morte") è un ergastolano. Crocifiggilo "è un grido che ho sentito anche su di me", scrive. La sua crocifissione è iniziata quando era bambino, un bambino emarginato, ora si dice più simile a Barabba che a Cristo. Il suo passato è qualcosa per cui prova ribrezzo. "Dopo ventinove anni di galera - afferma - non ho ancora perduto la capacità di piangere, di vergognarmi del male compiuto (...) però ho sempre cercato un qualcosa che fosse vita". Oggi "avverto, nel cuore, che quell'Uomo innocente, condannato come me, è venuto a cercarmi in carcere per educarmi alla vita".

L'amore è più forte del male - Nella II stazione ("Gesù è caricato della croce") a scrivere la meditazione sono due genitori a cui è stata uccisa una figlia. "La nostra è stata una vita di sacrifici, fondata sul lavoro e sulla famiglia. Spesso ci chiediamo: perché proprio a noi questo male che ci ha travolto? Non troviamo pace". Sopravvivere alla morte di un figlio è straziante, ma "nel momento in cui la disperazione sembra prendere il sopravvento, il Signore, in modi diversi, ci viene incontro, donandoci la grazia di amarci come sposi, sorreggendoci l'uno all'altro pur con fatica". Continuano a fare del bene agli altri, e trovano in questo una forma di salvezza, non vogliono arrendersi al male. Sperimentano che "l'amore di Dio è capace di rigenerare la vita".

Nel mondo c'è anche la bontà - Nella III stazione ("Gesù cade per la prima volta") una persona in carcere racconta che la sua caduta, la prima, è stata la sua fine. Dopo una vita difficile in cui non si era accorto che il male gli stava crescendo dentro, ha tolto la vita ad una persona. "Una sera, in un attimo, come una valanga - scrive - mi si sono scatenate contro le memorie di tutte le ingiustizie subite in vita. La rabbia ha assassinato la gentilezza, ho commesso un male immensamente più grande di tutti quelli che avevo ricevuto". In carcere arriva vicino al suicidio, ma poi ritrova la luce, attraverso l'incontro con persone che gli ridanno "la fiducia perduta", mostrandogli che al mondo esiste anche la bontà.

Lo sguardo d'amore tra la madre e il figlio - "Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna", afferma la mamma di un detenuto. Le sue parole commentano la IV stazione ("Gesù incontra la Madre"). Dall'arresto del figlio "le ferite crescono con il passare dei giorni, togliendoci persino il respiro. Avverto la vicinanza della Madonna... Ho affidato a lei mio figlio: solamente a Maria posso confidare le mie paure, visto che lei stessa le ha provate mentre saliva il Calvario". E continua: "Immagino che Gesù, sollevando lo sguardo, incrociasse i suoi occhi pieni d'amore e non si sentisse mai solo. Così voglio fare anch'io".

Il sogno di essere un cireneo per gli altri - È ancora un detenuto a commentare la V stazione ("Gesù viene aiutato dal Cireneo"). La croce da portare è pesante, dice, ma "dentro le carceri Simone di Cirene lo conoscono tutti: è il secondo nome dei volontari, di chi sale questo calvario per aiutare a portare una croce". Un altro Simone di Cirene è anche il suo compagno di cella, capace di una generosità inaspettata. Conclude: "Sto invecchiando in carcere: sogno di tornare un giorno a fidarmi dell'uomo. Di diventare un cireneo della gioia per qualcuno".

Uno sguardo che permette di ricominciare - "Come catechista asciugo tante lacrime, lasciandole scorrere: non si possono arginare le piene di cuori straziati". Sono le parole di una catechista che riflette così sulla VI stazione ("Veronica asciuga il volto di Gesù"). Come fare a placare l'angoscia di uomini "che non trovano una via d'uscita a ciò che sono diventati cedendo al male"? L'unica strada è restare lì, accanto a loro, senza provarne paura, "rispettando i loro silenzi, ascoltando il dolore, cercando di guardare oltre il pregiudizio". Come fa Gesù con le nostre fragilità. E scrive: "Ad ognuno, anche alle persone recluse, viene offerta ogni giorno la possibilità di diventare persone nuove grazie a quello sguardo che non giudica, ma infonde vita e speranza".

La volontà di ricostruire la propria vita - Nella VII stazione ("Gesù cade per la seconda volta"), un detenuto, colpevole di spaccio, che ha trascinato con sé in prigione tutta la sua famiglia, prova un'infinita vergogna di sé. Scrive: "Solo oggi riesco ad ammetterlo: in quegli anni non sapevo quello che facevo. Adesso che lo so, con l'aiuto di Dio, sto cercando di ricostruire la mia vita". L'idea che il male continui a comandare la sua vita gli è insopportabile, è diventata questa la sua via crucis. La preghiera al Signore è "per tutti coloro che non hanno ancora saputo sfuggire al potere di Satana, a tutto il fascino delle sue opere e alle sue mille forme di seduzione".

Per me sperare è un obbligo - "Da ventotto anni sto scontando la pena di crescere senza padre", è l'esperienza della figlia di un ergastolano a commento della VIII stazione ("Gesù incontra le donne di Gerusalemme"). Tutto nella sua famiglia è andato in frantumi, lei gira l'Italia per seguire il padre di volta in volta in una prigione diversa e tirando le somme della sua vita, continua, "ci sono genitori che, per amore, imparano ad aspettare che i figli maturino. A me, per amore, capita di aspettare il ritorno di papà. Per quelli come noi la speranza è un obbligo".

La forza di rialzarsi e il coraggio di farsi aiutare - Cadere e ogni volta rialzarsi è la testimonianza di un detenuto che si rivede in ciò che viene contemplato nella IX stazione ("Gesù cade per la terza volta"). "Come Pietro ho cercato e trovato mille scuse ai miei errori: il fatto strano è che un frammento di bene è sempre rimasto acceso dentro me" scrive. E conclude: "È vero che sono andato in mille pezzi, ma la cosa bella è che quei pezzi si possono ancora tutti ricomporre. Non è facile: è l'unica cosa, però, che qui dentro abbia ancora un significato".

Sostenere chi è spogliato di tutto - Come nella X stazione viene ricordato "Gesù spogliato delle sue vesti" così un'educatrice vede tanti dentro il carcere spogliati anche della dignità e del rispetto di sé e degli altri. Sono uomini e donne "esasperati nella loro fragilità, spesso privi del necessario per comprendere il male commesso. A tratti, però, assomigliano a dei bambini appena partoriti che possono ancora essere plasmati". Ma non è facile portare avanti questo impegno. "In questo servizio così delicato - scrive - abbiamo bisogno di non sentirci abbandonati, per poter sostenere le tante esistenze che ci sono affidate e che rischiano ogni giorno di naufragare".

Gli innocenti colpiti da false accuse - Nella XI stazione della Via Crucis ("Gesù è inchiodato alla croce"), la meditazione è di un sacerdote accusato e poi assolto. La sua personale via crucis è durata 10 anni, "popolata di faldoni, sospetti, accuse, ingiurie". Mentre saliva il calvario, racconta, ha incontrato tanti cirenei che hanno sopportato con lui il peso della croce. Assieme hanno pregato per il ragazzo che lo aveva accusato. "Il giorno in cui sono stato assolto con formula piena - scrive - ho scoperto di essere più felice di dieci anni fa: ho toccato con mano l'azione di Dio nella mia vita. Appeso in croce, il mio sacerdozio si è illuminato".

La persona dietro alla colpa - È di un magistrato di sorveglianza, il testo che commenta la XII stazione ("Gesù muore in croce). "Una vera giustizia - afferma - è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l'uomo in croce". È necessario aiutarlo a rialzarsi, scoprendo quel bene che nonostante tutto, "non si spegne mai completamente nel suo cuore". Ma lo si può fare solo imparando "a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa", così si può "intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate". La preghiera al Signore è per "i magistrati, i giudici e gli avvocati, perché si mantengano retti nell'esercizio del loro servizio" a favore soprattutto dei più poveri.

Immaginarsi diversi da come ci si vede - Nella XIII stazione ("Gesù è deposto dalla croce") la meditazione è di un frate che da sessant'anni fa il volontario nelle carceri. "Noi cristiani - afferma - cadiamo spesso nella lusinga di sentirci migliori degli altri (...) Passando da una cella all'altra vedo la morte che vi abita dentro". Il suo compito è quello di fermarsi in silenzio davanti ai tanti "volti devastati dal male e ascoltarli con misericordia". Accogliere la persona è spostare dal suo sguardo l'errore che ha commesso. "Solamente così potrà fidarsi e ritrovare la forza di arrendersi al Bene, immaginandosi diverso da come ora si vede". È questa la missione della Chiesa.

Gesti e parole che fanno la differenza - "Gesù è sepolto" è l'ultima stazione, la XIV: le parole di un agente di Polizia Penitenziaria, diacono permanente, concludono la Via Crucis. Nel suo lavoro, ogni giorno tocca con mano la sofferenza e sa che in carcere "un uomo buono può diventare un uomo sadico. Un malvagio potrebbe diventare migliore". Dipende anche da lui. E dare un'altra possibilità a chi ha favorito il male è diventato il suo impegno quotidiano che si traduce "in gesti, attenzioni e parole capaci di fare la differenza". Capaci di ridare speranza a gente rassegnata e spaventata al pensiero di ricevere, scontata la pena, un nuovo rifiuto da parte della società. "In carcere - conclude - ricordo loro che, con Dio, nessun peccato avrà mai l'ultima parola".

 
Rischio catastrofe umanitaria nelle prigioni sovraffollate. Rilasciati migliaia di detenuti PDF Stampa
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di Lucia Capuzzi


Avvenire, 7 aprile 2020

 

Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati Brasile e Marocco. Il re Mohammed VI, ieri, ha concesso la grazia a 5.645 detenuti, selezionati in base all'età, stato di salute, durata della pena e buona condotta. Nelle stesse ore, il Dipartimento penitenziario nazionale di Brasilia ha comunicato il rilascio di 30mila prigionieri su ordine dei magistrati ordinari, in base alle indicazioni formulate dalla Corte suprema.

Le misure sono state motivate con l'urgenza di arginare il contagio di Covid riducendo la pressione nei penitenziari, ultra affollati in entrambi i Paesi. Il Brasile è al quarto posto al mondo per popolazione reclusa, dopo Usa, Cina e Russia, in base ai dati dell'International center for prison studies, con oltre 750mila prigionieri.

Ovvero più del doppio dei posti disponibili nelle attuali strutture. Il Marocco ha il record nordafricano con 56mila carcerati ammassati in 77 penitenziari. Condizioni in cui l'irruzione del coronavirus può provocare una catastrofe, come ha sottolineato l'alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, che, il 25 marzo scorso, aveva rivolto un appello ai vari governi del mondo a liberare i reclusi più vulnerabili "fra cui gli anziani e i malati, oltre a quelli di minor pericolosità sociale". Da allora, in vari hanno risposto.

Anche l'Iran, la Turchia e l'Indonesia hanno optato per il rilascio temporaneo di, rispettivamente, 85mila, 90mila e 30mila detenuti. L'Algeria e l'Iraq ne hanno rilasciato 716 e 756, seguiti dall'Afghanistan, che ha avviato la procedura per l'uscita di 10mila persone. Non è solo il Sud del mondo, dove le carceri di norma "scoppiano".

Nella settimana tra il 14 e il 27 marzo, la Francia ha fatto un piano di scarcerazioni anticipate che ha portato fuori poco più di 3.513 persone, il 5 per cento del totale ma il ministero della Salute ha auspicato una riduzione del 30 per cento. Sabato, il premier britannico Boris Johnson, ha dato il via libera alla liberazione di 4mila reclusi, dopo che si erano registrati 88 contagi di Covid-19 in ventinove prigioni del Regno Unito.

 
Rivolte globali, repressione ovunque: 58 detenuti uccisi PDF Stampa
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di Simone Scaffidi


Il Manifesto, 7 aprile 2020

 

In tutti i continenti le prigioni rivelano le contraddizioni nella risposta all'emergenza. 43 morti solo in America latina, uccisi mentre tentavano la fuga o protestavano nelle celle. Per giustificare i 23 detenuti uccisi e gli 83 feriti, lo scorso 21 marzo, nel carcere La Modelo di Bogotà la ministra della giustizia colombiana Margarita Cabello ha dichiarato che "non è stato un problema sanitario a originare le rivolte" e che semplicemente si "è trattato di un piano d'evasione criminale che è stato represso".

La ministra, almeno per quanto concerne l'emergenza coronavirus, non ha detto il falso, a generare le rivolte in 17 carceri del paese non è stato il virus in sé. L'incertezza, la paura di morire e l'impossibilità di immaginare un futuro differente da quello di prima della detenzione sono condizioni che appartengono alla vita quotidiana della maggioranza dei detenuti e delle detenute. Se si aggiungono le violenze, il sovraffollamento, le umiliazioni e l'assenza di percorsi di formazione degni si può facilmente dedurre che privare le persone recluse della possibilità di ricevere visite sia stata la goccia che ha fatto straripare le carceri.

Praticamente tutti i paesi a rischio hanno adottato, tra le misure eccezionali per contenere l'espansione del coronavirus, la limitazione dei diritti dei detenuti, dalla proibizione delle visite, alla limitazione degli spazi ricreativi e del regime di semilibertà. Tali misure hanno innescato ammutinamenti, fughe e rivolte e il sistema penitenziario ha risposto con la consueta violenza, normata dai meccanismi storici di repressione statale e biopotere.

Il caso colombiano, a riprova che il modello carcere andrebbe ripensato radicalmente e/o abolito in tutto il mondo, non è affatto isolato. Le rivolte si sono verificate in ogni continente del pianeta: dall'Europa (Italia, Francia, Spagna, Belgio) all'America Latina (Colombia, Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay, Perù, Cile), dall'Africa (Mauritius, Uganda) all'Asia (Sri Lanka, Iran, India), dall'America del Nord (Stati uniti) all'Oceania (Samoa). In America Latina, le rivolte sembrano non volersi placare. A seguito della proibizione alle visite dei familiari in Venezuela, il 18 marzo, 84 reclusi sono riusciti a evadere dal carcere di Santa Barbara e durante la repressione 12 sono stati uccisi.

In Argentina, tra il 23 e il 24 marzo, i penitenziari di Florencio Varela, Coronda e Las Flores sono stati teatro di ammutinamenti e il bilancio della repressione è stato di cinque detenuti uccisi e diversi feriti, sei dei quali trasferiti all'ospedale per la gravità delle ferite riportate. In Perù il 22 marzo le sommosse nel carcere di Trujillo sono state annichilite, tre detenuti uccisi e più di trenta rimasti feriti e trasferiti all'ospedale.

In Brasile il 16 marzo, dopo le restrizioni al regime di semilibertà e il divieto di uscire dai centri penitenziari, 1.375 reclusi sono riusciti a evadere da quattro prigioni dello Stato di San Paolo e circa la metà catturati dalle forze di polizia due giorni dopo. In Uruguay non è chiaro se la repressione delle rivolte nel carcere di Concepción abbia provocato morti mentre in Cile, il 19 marzo, circa 200 detenuti hanno provocato disordini nel più grande carcere del paese, il complesso Santiago 1, incendiando materassi e tentando la fuga.

Il bilancio mondiale delle rivolte e della repressione scaturita è per il momento di 58 morti accertate tra i detenuti, in tre differenti continenti, in meno di venti giorni, tra il 7 e il 24 marzo. In considerazione dell'invisibilizzazione del problema, della tendenza delle autorità a omettere informazioni e dello scarso interesse dei media nell'affrontare la questione carceraria non si può escludere che il numero potrebbe essere superiore.

La repressione nei centri di detenzione è ampiamente legittimata dalle istituzioni statali che sembrano volersene nutrire per rafforzare la propria posizione intransigente di fronte all'emergenza. La velocità di diffusione delle rivolte sembra viaggiare al ritmo della diffusione del virus, nei Paesi dove si registrano casi e si adottano misure restrittive nelle carceri, le proteste non tardano ad accendersi.

Il così significativo numero di morti a seguito della repressione, in un così ristretto lasso di tempo, rappresenta un dato preoccupante. Il peggioramento della situazione sanitaria, la difficoltà nell'attivare reti di solidarietà e sostegno "da fuori" e l'impossibilità di osservare e denunciare gli abusi all'interno dei centri penitenziari potrebbe generare scenari ancora più drammatici nelle prossime settimane.

 
Il caso ungherese PDF Stampa
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di Sabino Cassese


Il Foglio, 7 aprile 2020

 

Orbán e la pandemia: quando si comincia con il limitare le libertà e si finisce con il limitare la democrazia. Che cosa insegna la risposta ungherese alla pandemia? Quali sono gli errori da evitare?

Cominciamo con il dire che la legge approvata dal Parlamento ungherese (137 voti a favore, 53 contrari) introduce, in via permanente, due nuovi articoli del codice penale, diretti a prevedere pesanti sanzioni (da 3 a 5 e da 3 a 8 anni di carcere) per chi diffonde notizie false oppure tali da ostacolare la difesa dalla pandemia, e per chi ostruisce l'applicazione di misure eccezionali. Si coglie l'occasione dello stato di emergenza per prevedere stabilmente due reati a maglie molto larghe, uno dei quali inciderà sulla libertà di manifestazione del pensiero.

Quali sono gli altri punti che fanno dubitare per le libertà in Ungheria? Primo: il tipo di misure che il governo è autorizzato ad adottare (sospendere l'applicazione di leggi, disapplicare regolamenti, eseguire per decreto misure straordinarie addizionali). Secondo: sospensione per legge di elezioni a ogni livello, e di referendum. Terzo: assenza di un limite temporale del potere governativo di eccezione (il governo può adottare misure eccezionali fino alla fine dell'emergenza - come determinata dal governo - o fino a quando il Parlamento revoca l'autorizzazione). Quindi, il potere è concentrato nel governo e la democrazia è sospesa, senza una data limite precisa. Nel preambolo della legge si fa espresso riferimento al fatto che le sessioni del Parlamento potrebbero essere sospese a causa dell'emergenza (anche se il Parlamento è convocato per i prossimi giorni, per approvare una legge che impedisce la registrazione del cambiamento di sesso ai "transgender"). Ma non sono stati previsti contrappesi? È previsto che il governo informi il Parlamento o il presidente e i presidenti dei gruppi parlamentari; però, i presidenti non possono revocare l'autorizzazione data al Parlamento. È inoltre previsto che presidente e segretario generale della Corte costituzionale ne assicurino la continuità di funzionamento, anche in via telematica. Ma la Corte costituzionale è composta di giudici eletti dallo stesso Parlamento in cui Orbán ha una forte maggioranza.

Come si configura ora il diritto dell'emergenza in Ungheria? Qui sta uno degli aspetti più gravi - e nascosti nell'ambiguo articolo 3 - della legge. La Costituzione ungherese del 2011 contiene una serie di articoli, dal 48 al 54, sullo stato di eccezione, a seconda se dovuto a minaccia terroristica, crisi, emergenza, attacco inatteso, stato di pericolo, esigenza di difesa preventiva. Il regime costituzionale dell'emergenza è delimitato in vario modo: maggioranze parlamentari di due terzi per deciderlo; risoluzione parlamentare per terminarlo; durata di 15 giorni delle misure di eccezione, salvo eventuale estensione parlamentare. La nuova legge introduce in modo non chiaro, direi surrettizio, alcune modificazioni di rilevanza costituzionale. Il governo dichiara lo stato di emergenza; il Parlamento può revocare le misure adottate, non lo stato di emergenza. Sono confermate le misure già adottate prima della nuova legge. Queste - a quel che pare - non possono essere revocate. Non è prevista la scadenza automatica delle misure dopo 15 giorni. Siamo ben lontani dalle previsioni dell'articolo 16 della Costituzione francese, che viene invocato in questo periodo dalle autorità ungheresi come precedente.

Torno alla prima questione: che cosa insegna questa vicenda? Che si comincia con il limitare le libertà e si finisce con il limitare ("democraticamente") la democrazia. Che la democrazia non è solo elezioni, perché anche la maggioranza popolare può sbagliare. Democrazia è anche libertà di manifestazione del pensiero, libertà di associazione, contrappesi, divisione dei poteri. Specialmente dove non c'è alternanza (l'attuale primo ministro ungherese è ora al potere da dieci anni e lo è stato in precedenza dal 1998 al 2002; ha un ampio controllo dei media). Se questa legge è legittima secondo il diritto ungherese - pur con le osservazioni da lei ricordate sulla sua conformità alla Costituzione - lo è per gli standard europei? Non dobbiamo preoccuparci di una tendenza di questo tipo in un paese membro dell'Unione europea?

L'art. 2 del Trattato sull'Unione europea dispone che essa rispetta libertà, Stato di diritto, diritti umani. Il Parlamento europeo il 12 settembre 2018 ha, con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti, approvato una relazione della parlamentare Judith Sargentini secondo la quale c'è il rischio in Ungheria della violazione di ben 12 diritti fondamentali. Purtroppo, il Consiglio europeo, dopo aver sentito nel settembre e dicembre 2019 il governo ungherese, non ha ancora proceduto alla constatazione di una "violazione grave e persistente dello Stato di diritto", e il Parlamento è ritornato sul tema il 16 gennaio 2020, sollecitando il Consiglio europeo a tenere regolari udienze con il governo ungherese e a procedere secondo l'art. 7 del Trattato. Quindi non ha avuto seguito la procedura dell'articolo 7 del Trattato dell'Unione europea, che prevede una sequenza in tre fasi: messa in mora, decisione, sanzione. Siamo fermi alla messa in mora.

E questa nuova legge non ha provocato altre reazioni? I governi di Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia hanno, con dichiarazione diplomatica del 1° aprile, chiesto, in termini generali, che l'Unione accerti che la legislazione emergenziale non violi la democrazia, i diritti fondamentali, lo Stato di diritto e le libertà di manifestazione del pensiero e di stampa. Il governo ungherese afferma di aver sottoscritto questa dichiarazione. Alla tragedia si aggiunge la commedia.

Le reazioni delle forze politiche italiane? Salvini ha dichiarato il 30 marzo che è "una libera scelta del Parlamento ungherese eletto democraticamente dai cittadini". Non lo sfiora il dubbio che anche i rappresentanti del popolo democraticamente eletti possano sbagliare, come è accaduto in Italia negli anni Venti dello scorso secolo e in Germania dieci anni dopo. E non considera che egli non avrebbe oggi libertà di esprimersi se gli errori compiuti in Italia e Germania non fossero stati "corretti" da interventi esterni (allora fu necessaria una guerra).

Ma in Italia non si è fatto qualcosa di simile, con la legislazione di emergenza? Le differenze sono molte. Il secondo decreto legge stabilisce un termine (31 luglio). Esso elenca le misure, a differenza del primo, che le elencava, ma poi lasciava la porta aperta ad atti innominati. Il governo non può sospendere leggi.

Si ripresenta il problema dei rapporti tra libertà e democrazia. Può un ordinamento democratico non essere liberale? Tra liberalismo e democrazia c'è una duplice imbricazione, una funzionale, una storica. Dal punto di vista funzionale, se democrazia si identifica solo con il diritto di votare periodicamente, e si riconosce che possano essere limitate o compresse libertà di riunione, di associazione, di manifestazione del pensiero, le elezioni perdono di significato: non si avrebbe libertà di riunirsi di associarsi in partiti, di dibattere pubblicamente. Dunque, la democrazia contiene anche necessariamente dentro di sé i princìpi liberali. Inoltre, dal punto di vista storico, il democratismo è uno sviluppo del liberalismo, con cui per qualche tempo ha convissuto con frizioni. Ora, comunque, le democrazie sono parti di costruzioni politiche che si reggono su princìpi liberali, come la garanzia dei diritti, lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, l'indipendenza dei giudici.

 
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