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Ogni giorno tre innocenti finiscono in cella PDF Stampa
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di Claudia Osmetti

 

Libero, 21 gennaio 2021

 

In dodici mesi mille casi conclamati di carcerazioni illegittime. Lo Stato ha sborsato 45 milioni in indennizzi. Giustizia che sbaglia, giustizia che paga. Nel 2019 (ultimo dato disponibile) i casi accertati di ingiusta detenzione nel nostro Paese sono stati mille: numero tondo e in linea, purtroppo, con la media degli ultimi anni (che si assesta a 1.025).

Dietro alla cifra ci sono un migliaio di storie, di uomini e donne innocenti finiti, loro malgrado, in un vortice di tribunali, avvocati e scartoffie alla bisogna. Quando va bene.

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Il governo e il nodo giustizia: la sfida dei numeri nelle commissioni blocca le riforme PDF Stampa
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di Liana Milella

 

La Repubblica, 21 gennaio 2021

 

Alla Camera a rischio la prescrizione, ma anche il riordino del Csm e del processo penale. Al Senato tensione sui giudici onorari. Perantoni, M5S: "Senza le riforme si blocca il Recovery Plan". Costa, Azione: "Nel Milleproroghe la sfida della prescrizione". Cucca, Iv: "Stavolta o mai più assumere duemila magistrati". Grasso, Leu: "La vera minaccia saranno le astensioni".

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Immobilismo, giustizialismo. Le ragioni per liberarsi del ministro Bonafede PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 21 gennaio 2021

 

Una delle condizioni affinché l'Italia possa ricevere nei prossimi anni gli oltre 200 miliardi di euro previsti dal Recovery fund è realizzare le riforme che l'Unione europea ci chiede (invano) da tempo. Fra queste, una delle più importanti è la riduzione dei tempi della giustizia civile e penale.

L'ultimo rapporto della Commissione europea ha confermato che la nostra giustizia è la più lenta d'Europa per la durata media dei contenziosi civili e commerciali: per arrivare a una sentenza definitiva occorrono in media oltre sette anni, il doppio dei tempi della Francia, cinque volte quelli della Germania. L'impatto economico è devastante: secondo uno studio realizzato nel 2017 da Cer-Eures per Confesercenti, lentezze e inefficienze della giustizia civile ci costano 2,5 punti di pil, pari a circa 40 miliardi di euro.

Persino peggiore è il quadro della giustizia penale: il biglietto da visita dell'Italia a Bruxelles rischia di essere la vicenda di Calogero Mannino, assolto da tutte le accuse dopo trent'anni di processi (per citare solo il caso più recente).

Per provare ad accogliere le raccomandazioni Ue, la bozza di Recovery plan predisposta dal governo italiano dedica grande attenzione proprio alla giustizia, promettendo una riduzione della durata dei processi civili e penali, digitalizzazione del sistema, investimenti e riforme dell'ordinamento giudiziario, del processo penale e di quello civile.

Gli auspici sembrano andare nella giusta direzione. Il problema è che a trasformare i buoni auspici in riforme concrete dovrebbe essere l'attuale Guardasigilli Alfonso Bonafede, vale a dire uno dei responsabili dell'immobilismo della giustizia, passato alla storia per aver promesso di riformare il processo civile e penale entro giugno 2019, cioè un anno e mezzo fa (delle riforme non si sono più avute notizie), e per aver abolito la prescrizione dopo le sentenze di primo grado, introducendo di fatto il processo eterno. Insomma, per cambiare (e salvare) la giustizia il primo passo da compiere sarebbe cambiare ministro.

 
Giustizia, subito sul tavolo il diritto della pandemia PDF Stampa
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di Vincenzo Maria Siniscalchi

 

Il Mattino, 21 gennaio 2021

 

Una volta questo era il tempo del lavoro delle magistrature della Suprema Corte e di quelle delle Corti di Appello del Paese, con il concorso del Csm, dei vertici delle rappresentanze della Avvocatura ed anche del Ministero della Giustizia; tutti si preparavano alle inaugurazioni dell'Anno Giudiziario. "Era il tempo", dico perché ritengo che soprattutto nelle Corti di Appello, complesse e lunghe cerimonie non ve ne potranno essere. Le stesse ragioni della chi usura al pubblico dei teatri, valgono con la riserva delle rappresentazioni in "streaming" o comunque senza pubblico in mascherina e nemmeno "distanziato".

L'interdetto, peraltro, è già stato pronunciato dal Covid 19 che non conosce privilegi di sorta da osservare e ancora dilaga. Né conosce, il Covid 19, ostacoli che ne comprimano in qualche modo la funesta e malvagia diffusione. È una rinuncia che non costerà molto in termini di superamento delle rappresentazioni da tempi andati, dei picchetti di onore, delle assemblee di porpore, ermellini e toghe; il profilo prevalentemente "scenico" ha subito già critiche e contestazioni per il suo carattere legato a cerimoniali piuttosto obsoleti.

E tuttavia questa emergenza allucinante che ha percorso da Wuhan a ritroso il viaggio di Marco Polo promuoverà certamente necessità di sintesi rispetto alle cerimonie alle quali eravamo abituati e che già avevano guadagnato negli ultimi anni spazi di maggiore sobrietà. La inaugurazione dell'Anno Giudiziario, come pare, vi sarà ma relazioni, e comunicazioni delle sole autorità istituzionali verranno contenute in un'ora e trenta con partecipazione a distanza.

Eppure, dobbiamo pensare, in quelle modalità ristrette e di stretta osservanza cibernetica, in ogni caso occorrerà pur fare un primo bilancio dei guasti provocati anche all'intero sistema giustizia dalla pandemia. La giustizia penale, in particolare, pare aver subito un vero e proprio "colpo di grazia" che ci allontana da quegli annunzi di pseudo riforma che non andranno oltre la stravagante e con ogni probabilità incombente incostituzionalità della cosiddetta "riforma" della prescrizione. Emerge, a questo punto, come avevamo previsto da queste colonne, la necessità di sollecitare dal Parlamento riforme più urgenti alle quali ci chiama il "diritto della pandemia" dovendosi in qualche modo venire fuori dalla legiferazione per decreti di mera valenza amministrativa.

Sostiene con la consueta lucidità Nello Rossi, direttore di "Questione giustizia" che emergono quotidianamente problemi indotti dalla "pandemia", sicché occorrono risposte ad interrogativi pressanti, come ad esempio: "chi decide le priorità di accesso ai vaccini e con quali strumenti?". Urge un intervento del Parlamento ed una legge è fondamentale per scelte che possono essere anche tragiche in un clima di aumento dei contagi come l'attuale. È la legge, in altri termini, che deve stabilire il coordinamento dell'azione delle diverse istituzioni che intervengono nella effettuazione della vaccinazione ma anche ricordare a tutte le sovrastrutture in forma di "comitati tecnici" e simili organismi di sapienti consultori, che nuove responsabilità penali si profilano nel "diritto della pandemia". Sulle colonne de "Il Mattino" già nel corso dell'estate scorsa avevamo richiamato il principio di causalità colposa che regola la materia epidemica nella sua diffusibilità con eventuali colpe umane che pur possono essere a base di condotte perseguibili ad esempio per una diffusione incontrollata della pandemia o nel ritardo delle vaccinazioni.

Ora si tratta di chiarire con urgenza (per non ridurre la "inaugurazione dell'anno giudiziario" ad un mero atto simbolico) quali sono le autorità e gli strumenti regolatori che decidono ad esempio le allocazioni delle risorse vaccinali senza incorrere in condotte (come ritardi, errori o incapacità di controlli) da cui possono dipendere la vita o la morte di tanti. Gli interrogativi fondamentali, del resto, si sono posti dal rilevante atto indicato come "Piano strategico per la vaccinazione anti Covid-19 presentato al Parlamento il 2 dicembre 2020 e redatto dai seguenti soggetti istituzionali: Ministero Salute, Commissario straordinario per l'emergenza epidemiologica presso la Presidenza del Consiglio, l'Istituto Superiore di Sanità.

È in questo documento che potrebbero individuarsi condotte causative di reati di natura colposa. Il richiamo ad un "diritto della pandemia" è stato da tempo avvertito negli studi che sono apparsi in pubblicazioni su riviste curate da magistrati e da giuristi. Proprio questi studi pongono anche una priorità che riguardala organizzazione giudiziaria. Si tratta, cioè, della creazione nelle più grandi Procure, di nuclei di magistrati che possono vigilare in mani era coordinata ed approfondita sulle condotte collettive o individuali che operano nel campo della pandemia ed allontanare gli "sciacallaggi" non soltanto criminali. I gruppi coordinati con specifici compiti di analisi e di controllo hanno avuto esiti positivi in settori diversi da quelli sanitari con una ristrutturazione, ad esempio, operata dalla Procura della Repubblica di Napoli.

I dibattiti sulle obbligatorietà o meno della vaccinazione anti-covid non gravitano nelle attività di controllo legale delle quali stiamo facendo cenno. E tuttavia un assetto legale-che non risolve solo un problema organizzativo ma tende ad una disciplina normativa cui è preposto il Parlamento - va pur tentato in questa non facile fase di distribuzione del vaccino secondo priorità accettabili. Vaccinarsi è un diritto del cittadino presidiato dalla tutela costituzionale dell'art. 32 Cost. (di cui si fa giustamente menzione anche per la doverosa estensione alla popolazione carceraria).

Eppure la garanzia fondamentale dei cittadini non può ritenersi risolta dal mero rinvio alla natura di "atto amministrativo" del Piano strategico anti-covid essendo di tutta evidenza che la tutela costituzionale della salute è presidiata da tutto il complesso di norme codicistiche che attengono ad una materia così complessa. Ciò non significa che si chiede un sistema normativo di assoluto rigore ma che esprima i controlli di legalità che non si possono risolvere solo con normative di diritto amministrativo.

Tornando alla pur ridimensionata inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 l'auspicio è che l'Autorità Giudiziaria a tutti i livelli solleciti il Governo, in particolare in persona del Ministro della Giustizia, a fornire una risposta agli interrogativi che pongono tutti gli operatori della giustizia, dai magistrati agli avvocati, agli operatori del settore amministrativo, circa lo stato effettivo dei finanziamenti straordinari per la organizzazione giudiziaria e per i detenuti.

Quali sono le richieste appostate nei documenti relativi al Recovery plan dal comparto giustizia? Quali finanziamenti urgenti verranno richiesti per i fondi Mes? Quali investimenti straordinari relativi alla disastrosa pandemia da Covid-19 sono stati inseriti per la organizzazione giudiziaria ad iniziativa del Ministro della Giustizia?

 
Server fuori uso e notifiche tardive, la giustizia impossibile ai tempi del Covid PDF Stampa
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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Processi al tempo del Covid, il caso a Cagliari: la trattazione scritta di un giudizio comunicata solo tre giorni prima dell'udienza, nonostante i trenta previsti dalla legge per garantire la possibilità di chiedere la discussione in presenza.

"La giustizia al tempo del Covid è un giudice che ti comunica venerdì che l'udienza di lunedì si terrà con trattazione scritta, senza rispettare il termine di cinque giorni per chiedere la trattazione orale e senza che tu abbia la possibilità di depositare alcunché a causa dell'ennesima interruzione dei servizi telematici". La denuncia arriva da Aldo Luchi, presidente dell'ordine degli avvocati di Cagliari, protagonista dell'ennesimo cortocircuito della giustizia in tempo d'emergenza.

E ancora una volta il problema non sono le regole - che pure Luchi critica senza farne mistero - ma la loro applicazione. La norma disattesa, in questo caso, è quella prevista dall'articolo 83 del dl Rilancio, sostituita poi dall'articolo 221 nella sua conversione in legge. Articolo che prevede la possibilità, per il giudice, di disporre che le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti siano sostituite dal deposito telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni.

Il punto dolente sono i termini, non rispettati nel caso di Luchi: il giudice deve infatti comunicare alle parti almeno trenta giorni prima della data fissata per l'udienza che la stessa è sostituita dallo scambio di note scritte, assegnando un termine fino a cinque giorni prima di tale data per il deposito delle stesse. Se nessuna delle parti effettua il deposito telematico di note scritte, il giudice fissa un'udienza successiva e nel caso in cui nessuna delle parti dovesse comparire il giudice ordina che la causa sia cancellata dal ruolo, dichiarando l'estinzione del processo "Nel mio caso - spiega Luchi al Dubbio - il giudice ha emesso questo decreto venerdì 15, notificato alle 16.17, per un'udienza fissata lunedì 18.

E ciò in presenza di un'interruzione dei servizi informatici che era stata già preannunciata dalla direzione generale dei sistemi informativi del ministero della Giustizia l'8 di gennaio". Ovvero una settimana prima che il giudice emettesse quel decreto. L'interruzione del servizio potrebbe essere bypassata, spiega Luchi, ma con una procedura "assurda", attraverso la pec, senza possibilità, dunque, di accedere automaticamente al fascicolo tramite la consolle del pct, con il rischio di moltiplicare gli errori.

Ma oltre questo, aggiunge, "il problema è che non avrei mai la prova dell'avvenuto deposito, perché il deposito telematico si considera valido nel momento in cui il sistema mi rilascia la terza pec, quella che certifica l'avvenuto controllo dei sistemi automatici, che verificano che la busta telematica che ho trasmesso rispetti tutti gli standard formali informatici del deposito".

Luchi ha così depositato le proprie note alle 8.50 di lunedì mattina, ricevendo la terza pec alle 12.47, ovvero due ore e 17 minuti dopo l'udienza, fissata per le 10.30. "Questo vuol dire che non ho potuto depositare per tempo, perché il giudice non ha rispettato i termini della norma, senza darmi la possibilità di discussione orale, che pure era nelle mie facoltà richiedere", aggiunge. Dell'esito di quell'udienza, dunque, Luchi non ha notizie. Di certo, sottolinea, l'accettazione non tempestiva del deposito "non è un problema mio, ma del giudice".

Ma c'è un'altra cosa, spiega: la Dgsia non comunica ai consigli dell'ordine le interruzioni del servizio, condizione che non consente di avvisare gli avvocati di possibili disfunzioni del sistema, mentre tale comunicazione arriva tempestivamente agli uffici giudiziari, che dunque sono perfettamente informati dei casi di interruzione.

"È sempre più evidente il fatto che ormai c'è una totale discrasia aggiunge Luchi -. Speravo che in questa situazione tutti quanti si sarebbero messi d'impegno per far funzionare - con mezzi e sistemi obiettivamente problematici, perché sono stati inventati su due piedi - un sistema che altrimenti non avrebbe retto. Invece mi rendo conto che non è così. Si pensi solo agli ostacoli che stanno frapponendo le cancellerie per farci accedere: per poter interloquire con gli uffici dobbiamo fare un salto ad ostacoli. La situazione è drammatica".

Permangono, dunque, i problemi di rapporti tra cancellerie ed avvocati. Ma anche quello del pct, per il quale si evidenzia, come già in fase attuativa, nel 2014, "un'applicazione del tutto disomogenea sul territorio nazionale". E gli esempi non mancano: "La Dgsia, il 9 novembre, ha rilasciato un provvedimento che dava valore legale al deposito agli atti penali, fornendo un elenco di caselle pec appositamente attivate per tale procedura. Ebbene - conclude -, alcuni uffici si ostinano a richiedere il deposito su pec diverse da quelle indicate, con la conseguenza che quel deposito potrebbe essere considerato privo di valore legale da altri uffici. C'è un problema di norme, perché c'è una confusione notevole, un problema di strumenti, perché all'atto pratico non funzionano o funzionano non correttamente, ma in molti casi il vero problema è l'organizzazione dei singoli uffici".

 
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