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Effetto Salvini, ora la polizia è divisa: "Un po' di sobrietà non guasterebbe" PDF Stampa
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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 18 maggio 2019

 

Dopo il caso striscioni, al Viminale c'è chi teme di ritrovarsi con un corpo etichettato come "polizia personale del ministro dell'Interno". Striscioni sequestrati, felpe indossate ai comizi, selfie pro e contro, i voli, e ora pure i video degli studenti nelle scuole. Ogni giorno, una polemica. Non è facile essere polizia ai tempi di Matteo Salvini. La fortissima impronta politica che il leader leghista ha impresso alla sua guida del Viminale è la grande novità di questo 2019.

Solo che il gioco della sovrapposizione tra i due ruoli sta creando un fenomeno tra i più sgraditi tra chi veste la divisa blu: trovarsi al centro dell'arena politica e non al di sopra. È questo il senso di quel durissimo botta e risposta, via tweet, tra Roberto Saviano e il prefetto Franco Gabrielli, quando il Capo della polizia ribadì: "La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte".

Già, ma lo scivolamento progressivo verso il cuore della fornace è nei fatti. Si prenda il caso degli striscioni sequestrati prima dei comizi di Salvini. "Ai tempi di Cossiga - racconta Giuseppe Tiani, segretario del sindacato Siap - lavoravo in una Digos. Era il tempo in cui dappertutto si scriveva Cossiga con la K. Noi intervenivamo sempre". Gli fa eco Enzo Letizia, dell'associazione funzionari di polizia: "Tutti strumentalizzano perché tutti vorrebbero che all'avversario politico si facesse quel che non tollerano per essi".

E infatti sono stati sempre sequestrati gli striscioni contro Berlusconi o contro Prodi, per non parlare di come è stata contrastata l'animosità contro Renzi o contro Maria Elena Boschi. Spiegazione ufficiale: "Uno striscione provocatorio è ovvio che venga esaminato: può nascondere un'insidia, o potrebbe scatenare la reazione dei fan di quel partito, o comunque essere una perturbazione delle libertà costituzionali. Guai a permettere ai facinorosi, di destra come di sinistra, d'impedire il regolare svolgimento dei comizi".

Non sfugge a nessuno, però, che Salvini ci abbia messo del suo. E i sindacalisti lo invitano alla cautela. Dice Tiani, con sottile ironia: "Il ministro dovrebbe considerare l'enorme visibilità di cui gode, gli effetti indesiderati, e un po' di sobrietà non guasterebbe. Anche perché ci sono menti meno illuminate della sua...".

Neanche a farlo apposta, ieri un candidato della Lega alle elezioni comunali di Spinea (Venezia) ha scatenato altre polemiche perché ha usato sue foto in divisa da Vigile del Fuoco per i manifesti. Piccoli Salvini crescono. Al Viminale insomma temono di ritrovarsi con una polizia di Stato etichettata come "polizia personale salviniana" che neanche ai tempi di Scelba. Il rischio è la delegittimazione. Anche perché qualcuno sbanda pericolosamente.

Si prenda quel segretario regionale del sindacato autonomo Sap, che ha dichiarato: "Il connubio tra Lega e polizia di Stato è divenuto indissolubile". Dalla sponda opposta, ha subito reagito Daniele Tissone, il segretario del sindacato affiliato alla Cgil, il Silp: "Dichiarazioni gravissime. La nostra credibilità, talvolta anche a torto, è legata a comportamenti che non sono quelli della stragrande maggioranza di noi, correndo cosi il rischio di farci ripiombare nel clima tipo quello del post-G8".

Ancora più duro è stato Tiani, criticando la "deriva culturale di esponenti del mondo sindacale e politico che portano in sé i prodromi di un neo-autoritarismo delle forze di polizia, una sottocultura che va arginata e respinta". Anche il segretario generale del Sap, Stefano Paoloni, si rende conto che quella frase era infelice. Perciò dice: "La politica nazionale del sindacato è dettata dal sottoscritto e l'autonomia non si discute".

Detto questo, sono innegabili certe vicinanze. "Ma non solo con la Lega - dice ancora Paoloni - e praticamente tutte le richieste del nostro sindacato sono state recepite nel Contratto di governo. Stiamo uscendo dal periodo del pregiudizio ideologico contro di noi". D'altra parte il legame con Salvini viene da lontano. "Gli ho regalato io la prima felpa della polizia, quando venne a una nostra manifestazione in piazza Montecitorio". Era l'ottobre del 2016.

 
Avvocato in Costituzione. Bonafede: "una scelta fondamentale" PDF Stampa
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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 18 maggio 2019

 

Il ministro della Giustizia Bonafede spinge sulla riforma. Ok, in pre-Consiglio, per il progetto di legge sul patrocinio a spese dello Stato, che verrà discusso nella prossima seduta.

L'avvocato in Costituzione è una svolta "fondamentale" per sancire l'importanza del suo ruolo come "pilastro per il diritto alla difesa e per la tutela di tutti gli altri diritti dei cittadini". Un risultato che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha presentato con orgoglio ieri, a via Arenula, assieme al presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin, nel corso della prima seduta giurisdizionale dei nuovi membri del Cnf.

"Si tratta di un articolo scritto insieme al Consiglio nazionale forense - ha sottolineato il ministro ed è davvero emozionante che l'avvocato possa entrare in Costituzione, com'è giusto che sia. Il ministro della Giustizia è l'unico citato dalla Carta, è citata anche la magistratura e per chiudere il cerchio è giusto che sia citato anche l'avvocato".

Ma il Guardasigilli ha anche annunciato l'approvazione, nel pre-Consiglio di ieri, dell'altro progetto frutto della collaborazione con il Cnf, ovvero quello relativo al patrocinio a spese dello Stato, che verrà discusso alla prossima seduta utile. L'aria che si respira, dunque, è di forte collaborazione, nonostante le divergenze. "Ci sono cose che condividiamo - ha evidenziato Mascherin - e altre che non condividiamo, ma il cuore del rapporto deve essere basato sulla lealtà e sull'offrire un'alternativa valida quando non siamo d'accordo su qualcosa". I temi sono tantissimi e parte di questi verranno affrontati il 29 maggio nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del Cnf, alla presenza, anche in quel caso, del ministro.

La "lista della spesa" presenta punti ritenuti "fondamentali" dal Cnf, tra i quali, oltre l'avvocato in Costituzione, proprio la rivisitazione della normativa sul patrocinio a spese dello Stato, con una nuova "versione" "che vada a compensare il lavoro di chi fa seriamente il patrocinatore, per dar vita ad una normativa che gratifichi chi si impegna professionalmente - ha evidenziato Mascherin - e risolva problemi come tempi, modalità e liquidazioni da parte dei giudici". Ma tra i temi ci sono anche un monitoraggio sull'equo compenso, disegno di legge che Bonafede appoggiò dai banchi dell'opposizione, e il perfezionamento delle specializzazioni.

"Per quanto riguarda il tavolo di riforma per i processi civile e penale - ha aggiunto Mascherin - siamo contenti che sia stato dato un ascolto forte a quelle che erano le criticità sollevate. Altre cose, come la prescrizione, che io definisco eterna e alcuni passaggi del decreto spazza corrotti, non le condividiamo e il ministro lo sa, ma speriamo di continuare a discuterne, affinché, sperimentati questi istituti, si possa poi anche rivederli".

Bonafede ha ribadito l'importanza del rapporto con il Cnf, "fondamentale per la mia attività - ha sottolineato - e sono contento di poter proseguire questo dialogo tramite il presidente Mascherin, un punto di riferimento costante per me in questi mesi". Un momento fondamentale è stato, appunto, il tavolo per la riforma del processo, perché "abbiamo creato un metodo nuovo, in cui il ministro, prima di parlare con le parti politiche, si è voluto confrontare con gli addetti ai lavori, per cercare una linea comune".

E su alcuni temi, sono state proprio le obiezioni sollevate a quel tavolo a consentire di limare il progetto iniziale che prevedeva un avvicinamento del nuovo processo civile a quello del lavoro - evidenziando l'importanza di avere le memorie istruttorie dopo la prima udienza. "Ci sono tanti progetti su cui continueremo a lavorare - ha concluso Bonafede - e da parte mia ribadisco totale lealtà e grande senso di gratitudine ogni volta che da quel dialogo ho la possibilità di migliorare il mio lavoro. Sono avvocato, seppur sospeso, ma quando uno è avvocato lo è per sempre".

 
Avvocato in Costituzione, il sì delle toghe riflette la scelta di Calamandrei sul Csm PDF Stampa
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di Alessandro Parotta*

 

Il Dubbio, 18 maggio 2019

 

A distanza di pochi mesi dalla stesura della prima bozza di proposta, l'iniziativa del Cnf di inserire la figura dell'avvocato nella Carta costituzionale prende vigore, con la presentazione del testo al Senato, l'impegno alla sua approvazione rinnovato dal guardasigilli Alfonso Bonafede e un'ulteriore autorevolissima approvazione come quella del primo presidente emerito della Corte di Cassazione Giovanni Canzio.

Non è un caso che sia anche un magistrato della sua levatura a unirsi all'iniziativa del Consiglio nazionale forense per mettere in evidenza l'esigenza di modificare la Costituzione, introducendovi la figura dell'avvocato. Come brillantemente illustra il presidente Canzio, la necessità di una riforma in tal senso è ricollegabile al principio dell'autonomia e dell'indipendenza della difesa, tassello irrinunciabile della professione forense.

A chi gli eccepisce che la figura dell'avvocato è contemplata nell'articolo 24 della Carta, il magistrato risponde - mediante l'uso del linguaggio a cui è più abituato, quello delle aule di giustizia - che non vi sono elementi espliciti ma solo indizi impliciti, che non legittimano, a livello Costituzionale, in alcun modo la professione dell'avvocato in relazione alla sua figura di Difensore e parte imprescindibile del processo.

Le parole di Canzio sono condivisibili e trovano la sua ragione nel meccanismo di inserire in coda al secondo comma dell'articolo 111 il richiamo alla imprescindibilità dell'avvocato per garantire la tutela giurisdizionale e alla necessaria condizione di libertà e indipendenza in cui il difensore deve poter esercitare la sua attività. Poche righe, ma che portano con sé il peso specifico del profilo dell'avvocato, figura divisa tra il dovere di osservare la Legge e quello di difendere - da qualsiasi accusa - l'Assistito. Proprio per questo è sinonimo di libertà. Non v'è chi non veda come il contenuto chiaro e sintetico sopra riportato garantirebbe all'avvocato di poter essere costituzionalmente tutelato: profilo non di poco conto.

Con una riforma in tal senso, ne trarrebbero beneficio non solo gli avvocati ma anche tutte le altre parti del processo se non lo stesso sistema giudiziario, che, in tal modo, sarebbe governato da condizioni di effettiva parità e indipendenza tra le parti, le quali - è bene ricordarlo - seppur con funzioni e attribuzioni diverse, esercitano ciascuno un proprio fondamentale ed imprescindibile ruolo, quali attori del procedimento giudiziario.

Dalle parole di Canzio emerge anche il ricordo per il quale fu proprio l'avvocato Calamandrei, in seno all'assemblea costituente, a volere inserire i principi in ordine all'autonomia e all'indipendenza della Magistratura. In un discorso del 22 maggio 1946, proprio l'avvocato Calamandrei, infatti, ribadiva che "il principio della indipendenza del potere giudiziario deve essere praticamente attuato mediante l'autonomia amministrativa della magistratura.

Se il potere giudiziario deve essere veramente indipendente, com'è il potere legislativo, bisogna che i componenti dei suoi organi, al pari di quelli che compongono gli organi legislativi, non dipendano come impiegati del potere esecutivo". Risulta, dunque, particolare e dovrebbe far riflettere la circostanza per la quale siano stati proprio un - autorevole - avvocato prima ed ora un illustre Magistrato a voler costituzionalizzare e tutelare le proprie controparti del processo: chi meglio di loro può capire la fondamentale importanza di poter contare su organi della medesima giustizia liberi, autonomi ed indipendenti?

Non a caso a Torino lunedì prossimo si terrà un dibattito sul tema dell'"avvocato nella Costituzione" che vedrà interventi dei vertici della magistratura torinese, dei rappresentanti dell'Ordine forense e del vicepresidente del Csm David Ermini. Sembra un altro segno del rafforzarsi di un reciproco riconoscimento che può solo assicurare ulteriore forza, autonomia e autorevolezza non alla singola parte ma all'intero ordine giudiziario.

 

*Direttore Ispeg - Istituto Studi Politici Economici e Giuridici

 
Tortora, la lezione europea PDF Stampa
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di Francesca Scopelliti*

 

La Repubblica, 18 maggio 2019

 

Nonostante le false accuse non abbandonò mai le battaglie di legalità e giustizia. Anche grazie a Radio Radicale. Oggi ricorre il 31° anniversario della morte di Enzo Tortora. E sette giorni dopo, domenica 26, si vota per eleggere il nuovo Parlamento europeo: due occasioni che si intrecciano nel passato e nel presente. Nella memoria di Enzo come candidato con i radicali di Marco Pannella (il quale ci ha lasciato il 19 maggio di tre anni fa) proprio per le Europee de11984: una campagna elettorale eccezionale, nella forma e nella sostanza.

Il "candidato-imputato", il "candidato fantasma", ristretto agli arresti domiciliari che, grazie a Radio Radicale poteva rivolgersi agli italiani per "dare il senso" di quella candidatura. Una scelta "politica" che era già nei suoi pensieri. In una lettera dal carcere scriveva: "Ora, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che "onorano", per paradosso, il fascismo, vengano a cessare".

A Strasburgo, Enzo non si sarebbe occupato dell'installazione dei missili o del prezzo dei fagiolini sul mercato europeo, o peggio della targa da applicare sul fondoschiena dei cani, ma esclusivamente della riforma dei codici, del buon funzionamento della giustizia e della sacrosanta tutela dei diritti dei cittadini, "sia di quelli che stanno dentro, sia di quelli che stanno fuori". In quegli stessi giorni, con una tempestività sospetta e con l'intento di demonizzare quel "camorrista" con velleità parlamentari, veniva depositata la richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti.

Ma non funzionò: il Partito Radicale raggiunse il 3,5% di voti e Tortora 450mila preferenze. A chi gli chiedeva se era più felice per la libertà riacquistata o per la conferma dell'affetto della gente, lui rispondeva: "Sono felice perché comincia una nuova vita, con l'impegno di una battaglia in cui credo". Enzo Tortora fu un apprezzato e stimato parlamentare europeo: fece conoscere la giustizia italiana e si batté per una giustizia europea, raccontò le carceri italiane e si impegnò per carceri europee.

Dopo la condanna a 10 anni, si dimise. Ritornò agli arresti domiciliari, affrontò il processo d'appello e fu assolto senza mai abbandonare la sua "predicazione" di legalità e di diritto. Ma il tempo è tiranno e il 18 maggio del 1988 Enzo se n'è andato, lasciandoci un esempio. Una speranza. Questo il ricordo, doloroso ma esemplare, crudele ma illustre.

E il presente? Oggi manca la passione di un "credo" forte che faccia dell'emiciclo di Strasburgo la cattedrale degli ideali democratici, della libertà, della legalità e della giustizia giusta. Ho sentito dire ad un candidato che l'Europa "è una entità astratta", dove Spinelli, De Gasperi, Schuman e gli altri sembrano essere stati dei simpatici visionari.

Resta però il valore di un "megafono" che non ha cambiato registro e anche in assenza delle voci più autorevoli continua a mantenere viva quell'eredità, quel suo patrimonio culturale, politico e sociale. Sì, questa eccezionale campagna elettorale ha una grande "complice": Radio Radicale, che permise ad un innocente in carcere di comunicare con il mondo e raccontare la verità di una brutta storia di malagiustizia.

Una storia che i giovani devono conoscere. Una radio che i giovani devono difendere da chi vuole spegnerla, proprio per tenere accesa la libertà del loro futuro.

 

*Francesca Scopelliti, che fu compagna di Enzo Tortora, è presidente della "Fondazione per la giustizia Enzo Tortora"

 
Toscana: carceri, Rossi scrive al ministro della Giustizia "fermiamo le morti per gas" PDF Stampa
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di Gerardo Adinolfi

 

La Repubblica, 18 maggio 2019

 

La Regione disposta a collaborare alle spese per sostituire i fornelli con piastre elettriche. Giovedì a Sollicciano la morte di un detenuto di 24 anni. La Regione Toscana è disponibile a contribuire alle spese per sostituire i fornelli a gas in dotazione ai detenuti delle carceri con piastre elettriche. Ad annunciarlo è il presidente Enrico Rossi che ha scritto una lettera aperta al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dopo la morte del giovane di 24 anni deceduto nel carcere di Sollicciano per aver inalato del gas, usato come sostanza stupefacente, dalla bomboletta da campeggio del suo fornello.

"È solo l'ultimo episodio, con esito tragico, di un uso distorto di questo gas che, a Sollicciano come in altre carceri, diventa strumento per togliersi la vita o surrogato di sostanza stupefacente - ha scritto Rossi - In quest'ultimo caso, l'inalazione del gas conduce spesso ad una forma di tossicodipendenza, per prevenire la quale lo Stato ha il dovere di prendere adeguate precauzioni. Da tempo il Garante dei diritti delle persone detenute nelle strutture penitenziarie della Toscana chiede la sostituzione di tali fornelli con piastre elettriche. Una proposta che faccio mia e che le sottopongo". Già ieri, infatti, il Garante dei detenuti toscani Franco Corleone aveva lanciato l'allarme. I fornelli, infatti, spesso vengono usati anche dai tenenuti per togliersi la vita.

"Tale sostituzione - si legge - già realizzata in altre carceri, implicherebbe anche adeguamenti delle strutture penitenziarie, attraverso la dotazione delle celle di prese di corrente. La Regione Toscana offre la propria disponibilità a contribuire alle spese necessarie per tali adeguamenti nell'edilizia penitenziaria presente nel territorio regionale. Sono convinto che si tratterebbe di una decisione di buon senso. Tutelerebbe la dignità e la salute delle persone ristrette e accrescerebbe il livello di civiltà del nostro Paese".

Nella lettera Rossi parla infine anche del sovraffollamento nelle carceri. "Resta eccessivo il numero di persone detenute per fatti di lieve entità legati a detenzione e spaccio di stupefacenti - ha scritto il governatore - sono convinto che per casi simili la detenzione in carcere non assolva al compito che la Costituzione le affida, ovvero la rieducazione del condannato, e aggravi la già pesante condizione di sovraffollamento in cui versano le strutture penitenziarie. Per questo, è opportuno procedere finalmente ad una seria modifica della legislazione in materia e prevedere il rafforzamento di misure e strumenti terapeutici per assicurare le cure ai soggetti affetti da tossicodipendenza".

 
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