Martedì 14 Luglio 2020
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Venezia. Pestaggio in carcere, grave detenuto PDF Stampa
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di Gianluca Amadori

 

Il Gazzettino, 12 luglio 2020

 

Attimi di tensione venerdì pomeriggio nel carcere di Santa Maria Maggiore. Al secondo piano, nel settore di sinistra, è scoppiata una violenta rissa tra alcuni detenuti di nazionalità albanese e altri originari della Tunisia. Il personale di custodia è intervenuto per porre fine all'episodio di violenza, ma non è stato facile.

Alcuni agenti sono rimasti leggermente contusi: un assistente capo ha riportato ferite guaribili in 5 giorni. Le conseguenze più gravi le ha patite un detenuto di nazionalità tunisina, ricoverato nel reparto di rianimazione dell'ospedale, pare con la milza spappolata: per lui si è reso necessario un intervento chirurgico, Altri detenuti hanno riportato lievi ferite.

Secondo le prime ricostruzioni sarebbero stati due detenuti albanesi a dare il via al pestaggio: una sorta di missione punitiva nell'ambito di rapporti sempre più tesi tra le due comunità ospiti a Santa Maria Maggiore. Nonostante la superiorità numerica, i quattro tunisini hanno avuto la peggio. Concluso l'intervento per dividere i contendenti, all'interno del carcere sono state immediatamente adottate le misure necessarie a evitare nuovi contatti tra le persone coinvolte nella rissa e alcuni loro simpatizzanti.

Normalmente quando accadono episodi del genere, i detenuti coinvolti vengono divisi e trasferiti in altri penitenziari. La direttrice di Santa Maria Maggiore, Immacolata Mannarella, ieri mattina non ha ritenuto di dover rilasciare alcuna dichiarazione sull'accaduto, facendo rispondere al centralino del carcere che era occupata e non aveva la possibilità di parlare con la stampa.

Anche il Garante dei detenuti di Venezia ha preferito non commentare, non avendo ricevuto alcuna notizia sull'episodio. Sergio Steffenoni ha però ricordato le difficoltà croniche del carcere veneziano, penalizzato da un grave fenomeno di sovraffollamento e da una grave carenza di personale di custodia, come denunciano da anni, senza risultato, i sindacati di categoria.

In serata l'Unione Sindacati di polizia penitenziaria ha denunciato l'episodio lamentando una situazione sempre più ingestibile. La situazione a Santa Maria Maggiore, così come in tutte le carceri italiane, si è fatta ancora più tesa durante l'emergenza coronavirus: per evitare contagi, infatti, sono stati proibiti tutti i contatti, compresi quelli con i familiari.

 
"The Invisibles", il documentario sulla battaglia di Aboubakar Soumahoro contro i soprusi PDF Stampa
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di Diana Ferrero*


L'Espresso, 12 luglio 2020

 

La lotta quotidiana del sindacalista che chiede diritti per i braccianti più sfruttati, spesso immigrati, al centro di un approfondimento internazionale. Perché la lotta per difendere gli ultimi non riguarda solo l'Italia. "Il distanziamento sociale è un privilegio". Parole che ci sono entrate dentro e abbiamo tenuto dentro di noi, per mesi

A dirle, come una battuta - con tutta la nuda verità che solo l'ironia fa passare - è stato il sindacalista italo-ivoriano ed ex bracciante Aboubakar Soumahoro in una delle nostre prime, cordiali chiacchierate per telefono. Lui, in treno, bus, in mezzo ai campi o in un cosiddetto "ghetto" - come alcuni ancora li chiamano (un termine che in America sarebbe bocciato come "politically incorrect").

Noi a casa nostra, a Washington, DC, separate dal distanziamento sociale nel semi-lockdown che gli Stati Uniti di Trump non hanno mai imposto seriamente. Dato che tutto è "in remoto" - ho pensato - perché non fare un documentario in Italia, a distanza? Così pensava anche la mia collega Carola Mamberto, altra giornalista e producer italiana a Washington.

Così, insieme e improvvisando, abbiamo capito che volevamo raccontare la lotta dei braccianti e dei migranti che cercano voce. La storia era urgente e aveva una dimensione internazionale che risuonava con molte delle tensioni che sono cresciute negli Stati Uniti negli ultimi anni. L'immigrazione, la disuguaglianza razziale, i diritti del lavoro e alla salute. Soprattutto il paradosso di essere "essential workers" e privati di tutti i diritti, dall'assistenza sanitaria al privilegio di poter lavorare da casa e proteggersi dal contagio.

Secondo recenti statistiche, solo un americano su quattro lavorava da casa. I numeri ora, in pandemia, sono probabilmente diversi perché molti hanno adottato telelavoro o smart working, ma rendono comunque l'idea di chi può beneficiare di più flessibilità nel lavoro. Secondo questi dati, tra il 25 per cento dei più abbienti, quasi due persone su tre lavorano da casa.

Lo stesso privilegio è dato solo a circa una persona su dieci nel 25 per cento di popolazione meno abbiente. Insomma, gli strati più poveri hanno meno probabilità di poter lavorare da casa. E la popolazione nera e quella 'brown' (di latino americani), non a caso, sono le più colpite dal Covid. "C'è un sindacalista, un nuovo leader, che mi sento potrebbe essere la nostra guida" mi ha detto Carola. E ho sentito una vibrazione nella sua voce, un'emozione che mi ha convinta. La sera stessa abbiamo mandato ad Aboubakar Soumahoro la nostra richiesta, e lui ci ha - gentilmente, in modo formale ma subito intimo - garantito l'accesso, la fiducia.

Da lì sono iniziati due mesi di lavoro ininterrotto. Fare un documentario è un'operazione artigianale. Soprattutto se "fatto in casa" come lo abbiamo fatto noi. Durante il lockdown. A distanza. Io chiusa in camera, scrivendo e facendo reporting sull'Italia, con due bambini che bussavano alla porta per chiedere aiuto a fare i compiti. Carola nel suo basement, dirigendo insieme a me le riprese a distanza, mentre montava il pezzo da sola, sul suo computer, tra un'interruzione e l'altra dei figli.

Aboubakar ci ha permesso di seguirlo in un suo breve viaggio in Puglia, quando - sfidando il lockdown e le restrizioni di viaggio - portava mascherine e cibo ai braccianti, affamati e senza lavoro, mentre gli asparagi iniziavano a marcire nei campi. Ci ha dato un accesso breve, ma unico, nello spaccato di vita di migranti senza nome, in un momento in cui tutta l'Italia stava chiusa a casa. Ma quello che ci ha dato - più di tutto - è stata la possibilità di documentare il suo lavoro di 'documentarista'. Quando abbiamo visto i suoi video, girati al cellulare, e lui stesso fare domande al bracciante dietro di lui che candidamente e in ottimo italiano dice "Ti pagano 4 euro all'ora, 3 euro e mezzo all'ora, senza i contratti e senza i loro diritti" per noi è stato chiaro.

Bisognava documentare il suo lavoro, mentre lui stesso documentava la vita e il lavoro dei migranti sfruttati, in condizioni di quasi schiavitù, nei campi e nelle tendopoli del Sud. Bisognava usare i suoi stessi materiali. I suoi stessi video, montati con le nostre immagini ad alta risoluzione (girate in 4K a distanza per noi da un DP locale di Foggia, Sergio Grillo) che riprendono Aboubakar mentre si fa una selfie con i braccianti, o li sistema dietro di sé, come un regista sul set, per filmare il loro coro di denuncia.

"Siamo esseri umani, non braccia! Siamo esseri umani, non braccia" dicono i braccianti in un suo video su Facebook, uno dei tanti che hanno attirato l'attenzione di 150,000 followers e sono diventati un potente strumento narrativo. Potente perché viene da lì. Viene dai campi. Viene da un lavoratore che ammette "Io da questa miseria ci sono nato", che ne è venuto fuori laureandosi in Sociologia all'Università di Napoli, e sa cosa significa il sudore e spaccarsi la schiena per 14 ore al giorno per pochi spicci da dividere con il caporale di turno. E sa anche che invece c'è un altro modo. Ci sono dei diritti che devono essere garantiti a tutti, senza distinzione di provenienza, razza e religione, ed è il momento di reclamarli.

La storia dello sfruttamento dei migranti - che siano braccianti, muratori, colf o badanti che dedicano la loro vita a contribuire al nostro benessere senza uno straccio di contratto di lavoro - è una storia vecchia in Italia. E anche il loro sfruttamento e la loro estorsione da parte delle mafie locali. Ma quello che ci è sembrato diverso in questa storia - e importante da documentare in questo momento - è che ora c'è un leader, c'è un movimento, ci sono istituzioni pronte ad ascoltare.

Come il Sindaco di Milano Giuseppe Sala - che dice: "Personalmente mi espongo su questa battaglia di Aboubakar perché la trovo una cosa giusta e perché in questa fase, in questa crisi che stiamo vivendo, noi dobbiamo veramente cercare di riflettere a come possiamo cambiare le cose". O come Papa Francesco, che il 6 maggio si è detto particolarmente colpito dalle richieste dei braccianti, e in particolare, dei migranti, e ha invitato "a fare della crisi l'occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro".

Ma anche come i tanti giovani, millennials e non, pronti ad andare in piazza sfidando il virus, ispirati anche dalle proteste Black Lives Matter contro le ingiustizie razziali che stanno dividendo l'America, una tra tutte l'arresto e omicidio di George Floyd. Tutto questo mentre - "grazie" al Covid che sta costringendo tutti a rivalutare priorità, disuguaglianze e privilegi, incluse le politiche migratorie - per la prima volta dal 1965 i sondaggi dicono che la maggioranza degli americani, il 34 per cento contro il 28 per cento, vogliono più migranti, non meno.

La "regolarizzazione" del 13 maggio inclusa nel Decreto Rilancio non ha cambiato le cose rispetto alla situazione critica che abbiamo catturato al momento delle nostre riprese. Se andremo a filmare nei campi, ora che il lockdown è superato, sappiamo che vedremo ancora la stessa storia.

"I nostri sportelli dicono che il 90 per cento dei braccianti saranno esclusi dalla regolarizzazione" ha predetto Aboubakar. Anche se i numeri non sono chiari, e se questo è comunque un primo passo verso una possibile, graduale, regolarizzazione, è evidente che ci vorrà tempo per scardinare tutto un sistema di sfruttamento, assenza di controlli, e mancanza di trasparenza che la fa da padrone da anni, nei campi e lungo tutta la catena alimentare.

Ora tra Italia e Stati Uniti la situazione si è rovesciata. L'Italia ha appiattito la curva del Covid e riaprirà le scuole, mentre l'America sta collassando sotto le sue ineguaglianze, con quasi 130.000 morti ad oggi, 2,7 milioni di contagi, e picchi di oltre 50.000 nuovi casi al giorno. Ma la nostra preoccupazione per questa storia - per la condizione dei migranti senza nome e senza tetto che da anni circolano come fantasmi nel nostro Paese tanto accogliente quanto non preparato a una vera integrazione, e per la necessità di restituire trasparenza nella filiera agricola - rimane.

È la preoccupazione per una storia italiana, ma anche globale, che ha paralleli e risonanze con l'America, dove 2,5 milioni di lavoratori agricoli - tra cui molti immigrati "undocumented" o irregolari dell'America Latina - sono sfruttati nel lavoro stagionale dei campi, in California o in altri stati rurali, e sono tra i gruppi più a rischio di coronavirus.

E dove la rivolta black ha raggiunto un punto di non ritorno, l'energia e la massa di un nuovo Civil Rights Movement dove, per la prima volta, a differenza del '68, neri e bianchi marciano fianco a fianco, nonostante il virus, o forse proprio per quello.

Ce la faranno i braccianti del mondo - tutti i migranti, anche quelli che non possono essere etichettati come "lavoratori essenziali" - a tirarsi fuori dall'oscurità? Gli italiani, politici e non, giovani e non, creeranno le condizioni, le leggi, le strutture, la mentalità per una politica di immigrazione più lungimirante, che garantisca il rispetto dei diritti dei lavoratori e non?

Che permetta ai migranti di affittare una casa, di iscriversi all'anagrafe, di avere assistenza sanitaria, e ai loro figli di ottenere la cittadinanza? Gli italiani che consumano frutta, verdure e prodotti ambiti in tutto il mondo sono pronti a chiedere una patente del cibo, e pagare il giusto prezzo per quello che portano a tavola, senza schiacciare contadini e braccianti? Le nostre domande, e il nostro documentario, restano aperti.

 

*Diana Ferrero e Carola Mamberto sono le autrici del documentario "The Invisibles" prodotto e distribuito dalla piattaforma globale Doha Debates.

 
L'eccezione non è la regola PDF Stampa
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di Sabino Cassese


Corriere della Sera, 12 luglio 2020

 

Sono molte le ragioni per non prorogare al 31 dicembre lo stato di emergenza, dichiarato il 31 gennaio e in vigore fino al termine di luglio. In primo luogo, manca il presupposto della proroga. Perché venga dichiarato o prorogato uno stato di emergenza, non basta che vi sia il timore o la previsione di un evento calamitoso.

Occorre che vi sia una condizione attuale di emergenza. Proprio per questo la norma del 2018, che regola la protezione civile, ha previsto un sistema molto semplice e rapido di dichiarazione dello stato di emergenza: basta una delibera del Consiglio dei ministri.

Perché prorogare lo stato di eccezione, se è possibile domani, qualora se ne verificasse la necessità, riunire il Consiglio dei ministri e provvedere? Allora, non bisogna ricorrere a un provvedimento eccezionale, che istituisce un ordine fuori dall'ordinario, se non ve ne sono le premesse. La proposta di proroga è stata affacciata con la motivazione dell'urgenza di provvedere, se la pandemia riprende forza. Ma l'urgenza non vuol dire emergenza.

Il ministro della salute può, in base alla legge del 1978 sul Servizio sanitario nazionale, emettere ordinanze contingibili (cioè per casi non prevedibili) e urgenti in materia di igiene e di sanità. Il codice dei contratti contiene norme che consentono procedure negoziate senza previa pubblicazione di bandi di gara. Insomma, nell'ordinamento vi sono strumenti che consentono di provvedere celermente, senza creare di nuovo uno stato di eccezione che giustifica tutto (la legge sulla protezione civile prevede che durante lo stato di emergenza si può provvedere "in deroga a ogni disposizione vigente").

È buona norma che, se vi sono strumenti meno invasivi, si ricorra ad essi, prima di utilizzare quelli più drastici. Un terzo buon motivo per non abusare dell'emergenza è quello di evitare l'accentramento di tutte le decisioni a Palazzo Chigi. E questo non solo perché finora si sono già concentrati troppi poteri nella Presidenza del consiglio dei ministri, o perché in ogni sistema politico una confluenza eccessiva di funzioni in un organo è pericolosa, ma anche e principalmente perché l'accentramento crea colli di bottiglia e rallenta i processi di decisione.

Da ultimo, la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola. Proprio per questo sia la legge che lo prevede, sia la costante giurisprudenza della Corte costituzionale hanno insistito sulla necessaria brevità degli strumenti derogatori, perché non è fisiologico governare con mezzi eccezionali.

Questi possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l'economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l'equilibrio dei poteri, mettendo tra le quinte (ancor più di quanto non accada già oggi) il Parlamento e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall'emergenza. Non dimentichiamo che Viktor Orbàn cominciò la sua carriera politica su posizioni liberali.

 
La dittatura del presente PDF Stampa
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di Antonio Scurati

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2020

 

Le ragioni del manifesto di intellettuali rivolto contro chi condanna il passato senza conoscerlo. Il futuro ci giudicherà e certo senza alcuna competenza. Lo scrisse Milan Kundera, uno che di ideologie oppressive se ne intende. Quel futuro spietato e cieco sembra essere tornato: le democrazie liberali d'Occidente sono scosse da movimenti radicali che non soltanto pretendono di giudicare il passato senza alcuna competenza ma addirittura pretendono di condannarlo rifiutando sfacciatamente ogni approfondita conoscenza di esso.

Il manifesto firmato da 150 scrittori, intellettuali e artisti illustri lancia l'allarme contro quella che definisce una "atmosfera soffocante", un nuovo "conformismo ideologico", una nuova forma di censura e di intolleranza praticate oggi proprio in nome di una società più giusta e inclusiva. I perseguitati che diventano persecutori, i giusti che si trasformano in giustizieri, gli oppressi in oppressori. Una tragica storia già vissuta e che ora sembra ripetersi con tratti farseschi, ma non per questo meno inquietanti.

La crociata contro il passato è parte essenziale di questa nuova ideologia tendenzialmente totalitaria che, muovendo da sacrosante rivendicazioni, finisce per "restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza minaccia di rappresaglia". L'assunto di base è che la storia sia stata scritta dai vincitori, identificati con gli oppressori e che, dunque, oggi vada riscritta ribaltando le parti. I programmi di studio accademici sono così epurati da opere di Shakespeare, Hemingway e Fitzgerald, la furia iconoclasta si scaglia contro le statue di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson e Winston Churchill. Il futuro, tante volte invocato come riparatore di torti dagli umiliati e offesi del passato, giunge non nella forma della giustizia ma in quella della vendetta.

Tutto ciò resuscita, paradossalmente, l'idea di posterità, idea che pareva morta al mondo. Per circa due secoli, a partire dalla Rivoluzione Francese, lavoratori sfruttati, patrioti oppressi, artisti misconosciuti si sono appellati ai posteri invocando giustizia. Poi, alla fine del secolo scorso, la stella della redenzione della Storia è parsa spegnersi definitivamente. Ora sembra, invece, riaccendersi e ardere di una fiamma fanatica. "I posteri siamo noi", urlano i nuovi censori.

In verità, a ben guardare, la recente metamorfosi del tribunale della storia in tribunale dell'inquisizione non è affatto una riattivazione, se pur partigiana e militante, della coscienza e della memoria storica ma il suo esatto opposto: è la loro palese, radicale, forse definitiva obliterazione.

Siamo di fronte all'ennesima manifestazione di ciò che alcuni definiscono "presentismo", cioè quella dittatura del presente che cancella dall'esperienza sociale del tempo le dimensioni di passato e futuro, condannandoci a vivere sotto dettatura della cronaca, in una temporalità atrofizzata, una sorta di "permafrost astorico e gaudente", o astorico e rabbioso.

Il nuovo tribunale della storia sopprime, infatti, innanzitutto ogni capacità (e volontà) di storicizzare, vale a dire di comprendere la vita degli uomini nel tempo, la patetica, grandiosa, sempre sbilanciata, drammatica, inquieta condizione umana come condizione di chi esiste soltanto nel corso del tempo. E quando scrivo "storicizzare" non penso alla capacità professionale degli storici di collocare un personaggio o accadimento in una vasta conoscenza del contesto in cui si produsse (capacità comunque indispensabile).

La storia cui si appellarono i derelitti del passato era la storia dei popoli non quella degli storici. Penso a quella sublime forma di pietà che ci guida a comprendere l'altro da noi quando riusciamo a giudicare l'umanità nel tempo e ogni uomo nel suo tempo. È difficile, è come riuscire a scattare una foto del volo rapido di un uccello da un mezzo in rapido movimento. Noi nel gorgo del nostro tempo, lui nel gorgo del suo.

È difficile ma necessario. Uso il verbo "giudicare" perché non credo affatto che storicizzare un personaggio del passato - sia esso Cristoforo Colombo o nostra nonna - debba significare relativizzare, stabilire una sorta di equipollenza narrativa tra la vittima e il carnefice. Tutt'altro. Storicizzare deve sempre significare chiedersi cosa avrei fatto io davvero al suo posto e, simultaneamente, cosa era giusto fare nella sua epoca? Domande abissali, che richiedono studio, riflessione, onestà e, soprattutto, pietas. Pietà per loro e per noi. Per i morti, per i viventi e per i non ancora nati, anch'essi destinati a esistere solo nel tempo.

Un unico esempio: Winston Churchill. Il grande Primo ministro del Regno Unito fu un privilegiato votato a conservare i privilegi della sua casta, un militarista, un nazionalista, ovviamente maschilista, mediamente razzista e sovranamente alcolista? Certo che lo fu. Winston Churchill era un aristocratico inglese di antico lignaggio, un uomo dell'Impero che in gioventù aveva coraggiosamente e orgogliosamente combattuto in India, nella seconda guerra boera e a Omdurman, nella guerra mahdista.

Dobbiamo assolverlo perché, a dispetto di tutto ciò, seppe ergersi, con la sua squisita eloquenza, la sua intelligenza del disastro, la sua ferrea volontà politica, a ultimo baluardo europeo contro il Nazismo? No. Dobbiamo comprenderlo - e ammirarlo - perché proprio in virtù di tutto ciò poté salvare la Gran Bretagna e l'Europa da Adolf Hitler.

Raccontare. Senza sconti, senza filtri, a fondo. Questo continua a sembrarmi il miglior antidoto a ogni furibondo accecamento ideologico, ad ogni censura moralistica ammantata da superiorità morale. Perché, come ci insegnò un grande filosofo, è solo entrando in un racconto che il tempo - spietato, indifferente, sterminatore - si umanizza, diventa tempo umano.

 
12mila morti al giorno per fame, ma i paesi ricchi non piangono PDF Stampa
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di Gioacchino Criaco


Il Riformista, 12 luglio 2020

 

Dodicimila per 10, per 100. È un'operazione facile. Di un orrore indicibile se quei numeri indicassero persone e trasformassero gli uomini in cadaveri. Eppure operazioni del genere se ne fanno ogni giorno nel mondo, nella parte nata male del pianeta. L'Oxfam, l'organizzazione mondiale che si occupa di povertà, lancia l'ennesimo allarme, scrive parole che sono pallottole ma nemmeno lo sfiorano il cuore della parte nata bene del mondo.

A fine 2020 potrebbero morire 12.000 persone al giorno, farlo lentamente per mesi, anni, fino a consumare un esercito di centinaia di milioni di affamati. Fame. Morire per fame, una carenza cronica di alimenti che scava fianchi, infossa guance e divora ogni fremito di vita. 150.000.000 di esseri che non hanno cibo quasi raddoppieranno, con l'82% in più andranno a 270.000.000 di affamati. Che solo a sentirle le cifre della Oxford Committee for Famine Relief, la depressione diventa scoramento, incredulità.

È così, è così. Il covid19, il morbo che in Italia ha sterminato più di 40.000 vite, cagionerà fra i poveri un massacro epocale, toglierà loro la vita senza neppure incontrarli, non gli affloscerà i polmoni, svuoterà gli stomaci. Moriranno in milioni senza infettarsi, perché, come era facile prevedere, gli effetti peggiori della pandemia saranno quelli economici, con un impoverimento generale che devasterà i Paesi meno ricchi.

Questo sta succedendo: in Siria, Brasile, Sud Sudan, India, Afghanistan, la ricchezza declina, l'Occidente, i paesi industrializzati, riducono il proprio Pil e questo si riverbera sulle economie, già asfittiche, che dipendono da esso. Diminuiscono gli aiuti, le rimesse degli emigrati e il rivolo di soldi che passavano da un mondo a un altro si chiude.

Questa sarà la strage vera della pandemia, di fronte a cui i numeri tragici dei morti nei paesi ricchi saranno nulla in confronto alle agonie che già hanno incominciato a progredire nei paesi poveri.

L'infezione si è già mangiata 305.000.000 di posti di lavoro e, imperterrite, le 8 maggiori holding mondiali dell'alimentare hanno distribuito ai loro azionisti 18 miliardi di dollari di dividendi, per la Oxford Committee for Famine Relief basterebbero 1,8 miliardi per rimediare alle carenze alimentari di milioni di persone. Per evitare una strage che sarà addossata alla responsabilità del Covid-19.

Ma il morbo è solo un colpevole presunto, un sicario prezzolato che si accolla responsabilità altrui. Un peccato che è di chi ha potere, ma anche nostro, diviso, diluito, è un torto che la civiltà del consumo fa a quella del bisogno. L'Oxfam spara cifre che sono pallottole, si scontrano contro i petti corazzati di chi mangia, non ce la fanno a raggiungere il cuore. Potrebbero morire 12.000 persone al giorno, entro il 2020, per la fame che sarà moltiplicata dalla crisi economica causata dal covid19, ma non sarà solo il virus ad ammazzarli.

 
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