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Le Camere penali sono in prima fila nella sfida per le riforme della giustizia PDF Stampa
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di Eriberto Rosso


Il Domani, 25 settembre 2021

 

Oggi finalmente l'Unione delle camere penali Italiane può celebrare il suo congresso ordinario in presenza per fare un bilancio di questi due drammatici anni e discutere delle prospettive dell'azione politica dell'avvocatura penale. La pandemia non ha solo limitato la nostra vita, personale e professionale, ma ha fermato l'attività giudiziaria nei lunghi mesi della primavera del 2020 per poi ripartire a scartamento ridotto.

Straordinario è stato l'impegno dell'Unione per impedire che le riforme populiste lasciassero un segno indelebile nel nostro ordinamento; contro l'abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio voluta dal Ministro Bonafede abbiamo organizzato astensioni e le grandi manifestazioni con le Università italiane e, nonostante l'emergenza sanitaria, abbiamo mantenuto il focus con iniziative su piattaforme online, collegamenti e convegnistica a distanza.

È giusto ricordare che la giunta dell'Unione si è riunita ogni giorno nel periodo di chiusura dei tribunali e si è ogni giorno confrontata con le singole camere penali per affrontare i problemi dell'emergenza e fermare le previsioni più lesive del diritto di difesa che comparivano nelle diverse bozze dei cosiddetti decreti ristori. Abbiamo impedito che prendesse forma il processo da remoto per le udienze di acquisizione della prova, di escussione dei testimoni e consulenti e di discussione.

Un'altra grande emergenza ha caratterizzato questo periodo, la condizione delle persone detenute. Sovraffollamento e rischio pandemico si sono rivelate una miscela esplosiva: le restrizioni improvvise nell'ordinaria vita carceraria sono state causa di proteste e di rivolte.

La morte dei detenuti nel carcere di Modena non ha ancora trovato la sua verità giudiziaria e i gravi fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere nell'aprile 2020, ferma restando la necessità del giudizio per le responsabilità individuali, hanno mostrato il volto feroce delle istituzioni e sono il segno del fallimento del sistema.

L'Unione, anche con il suo Osservatorio carcere, è stata in prima fila nella denuncia della incapacità del Dap a fronteggiare quelle emergenze e nella solidarietà con la Magistratura di sorveglianza che, in assenza di una seria legislazione di emergenza finalizzata a risolvere il problema del sovraffollamento e del rischio di contagio negli istituti di pena, ha fatto il possibile per ricorrere a forme alternative di espiazione della pena.

Il governo gialloverde ha proposto una legge delega che ha tradito quanto l'avvocatura aveva pazientemente costruito ai tavoli ministeriali di consultazione. Nella delega che si occupava di riformare il processo penale era scomparsa qualsiasi ipotesi di rilancio dei riti alternativi, era rimasta ferma la abrogazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, prevedendo inaccettabili meccanismi di differenziazione del regime tra l'assolto e il condannato, erano introdotte limitazioni al giudizio di appello.

È in questo quadro che è arrivata la Ministra Cartabia. La commissione presieduta dal presidente Lattanzi aveva individuato soluzioni di sistema sulla prescrizione, abbandonate nella sintesi politica, che ha invece optato per il meccanismo della improcedibilità. La soluzione prevede comunque il superamento dell'imputato per sempre voluto da Bonafede, anche se si pongono su un piano di incompatibilità con i principi costituzionali le deroghe affidate al giudice.

Privi di fondamento si sono dimostrati, statistiche alla mano, gli allarmismi di chi ha sostenuto che la improcedibilità avrebbe colpito i processi di mafia e comunque quelli per i fatti di grave allarme sociale; sono infatti proprio questi processi che si celebrano in corsie preferenziali, assai spesso in ragione delle misure cautelari in atto, ad essere definiti in tempi rapidi.

A proposito di statistiche e di dati, al congresso sarà presentato il secondo rapporto sul processo penale: si tratta della ricerca condotta dall'Unione delle camere penali italiane in collaborazione con Eurispes sulle ragioni dei ritardi e le cause della irragionevole durata dei processi penali, una finestra di verità, dati alla mano, sulle vere cause delle disfunzioni degli uffici giudiziari. Una ricerca dalla quale non potrà prescindere chiunque voglia con serietà occuparsi dei tempi del processo.

Ciò che è positivo è che comunque la delega ha salvato la struttura del giudizio di appello, non accogliendo i desiderata di chi voleva introdurre meccanismi di critica vincolata; per il difensore il secondo grado di giudizio costituisce espressione del "diritto a che l'accertamento della sua colpevolezza e la condanna siano riesaminati da un tribunale di seconda istanza in conformità alla legge", come recita l'articolo 14 del patto internazionale dei diritti civili e politici.

Positive le previsioni sul potere di controllo del giudice sul tempo della iscrizione della notizia di reato e la possibilità di sua retrodatazione nonché il riconoscimento di un ruolo di indirizzo riservato al Parlamento per la individuazione dei criteri di priorità.

Le deludenti previsioni sui riti speciali lasciano però aperta questa partita, come necessari sono interventi per il rafforzamento delle garanzie della difesa nel dibattimento.

Di tutto questo parleremo al congresso, con confronti e dibattiti che vedranno protagonisti gli studiosi delle università italiane ed un intervento della ministra stessa, oltre alla prestigiosa presenza del ministro della Giustizia francese Éric Dupond - Moretti, che in materia di processo mediatico o di intercettazioni del difensore potrà senz'altro proporre interessanti riflessioni.

Il nostro sarà anche un congresso di elezione degli organismi dirigenti. Il presidente Gian Domenico Caiazza, con la sua giunta, si presenta per la conferma del mandato; nel nostro programma politico le priorità sono il sostegno alla legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, le proposte per la riforma dell'ordinamento giudiziario, per riportare i tanti magistrati fuori ruolo alla giurisdizione, per la individuazione di meccanismi di effettivo merito per le progressioni in carriera, per rendere effettiva la partecipazione degli avvocati ai consigli giudiziari. Centrale è la difesa delle garanzie nel processo, il rilancio delle nostre idee di riforma per l'effettiva realizzazione del giudizio accusatorio ed un intervento decisivo per la riforma del carcere.

Nel corso di questo mandato abbiamo realizzato un importante progetto, frutto anche della collaborazione con le Università italiane, che si è tradotto nel nostro Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo. I 37 canoni che lo compongono costituiscono il fondamento di una concezione liberale del diritto penale e delle regole del processo giusto. La proposta è quella di condividerlo nelle Università europee e di farne oggetto di confronto con l'intera comunità dei giuristi. Trecentotrenta delegati ed altrettanti iscritti UCPI parteciperanno ai lavori delle assise romane. Un grande laboratorio di idee, finalmente in presenza, che sarà utile all'Avvocatura e alla cultura dei diritti.

 
Riforma giustizia civile, allarme dei magistrati per i minorenni PDF Stampa
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di Conchita Sannino


La Repubblica, 25 settembre 2021

 

"Decisioni prese da un solo giudice, a rischio garanzie della collegialità". L'Associazione Italiana dei pm per i minori denuncia: con il Tribunale unico per la famiglia "decisioni fortemente incisive nella vita di bambini e ragazzi verrebbero prese con meno competenze, meno profondità e completezza ". E si chiede di applicare le novità senza finanziamenti.

Sulla riforma della giustizia non sacrificare i minori, e le famiglie più fragili, sull'altare del Recovery Fund. L'allarme suona, stavolta, un po' più forte: anche per il Parlamento, oltre che per il governo e la ministra Cartabia. Dopo le caute osservazioni dei giorni scorsi, interviene infatti con preoccupazione l'Associazione Italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (Aimmf), cui aderiscono, oltre ai togati, anche giudici onorari. Nel mirino c'è l'approvazione in Senato, tre giorni fa, del disegno di legge AS 1662 (la riforma del processo civile) che istituisce il Tribunale unico per le persone, per i minorenni e per le famiglie.

L'associazione guidata dalla presidente Cristina Maggia, pur ritenendo "apprezzabile che si dedichi un pensiero ai minorenni e alle loro famiglie con l'istituzione di un unico organo giudicante e di un unico organo requirente specializzato che superi l'attuale suddivisione di competenze, in parte sovrapponibili", ricorda però che, al di là del titolo, "il contenuto della riforma che si sta approvando in grande velocità, senza alcuna discussione o confronto anche con gli addetti ai lavori, pare andare in senso nettamente contrario a quanto desiderato, proponendo la eliminazione, con riferimento a decisioni fortemente incisive nella vita del minori e delle loro famiglie, della garanzia della collegialità multidisciplinare".

Insomma, meno competenze, meno profondità e completezza di valutazione. Ma a scatenare l'indignazione della categoria è stata poi l'introduzione della "clausola di invarianza" per la quale tutte le modifiche e i cambiamenti che la riforma prevede - una volta superato anche l'esame della Camera, in tempi strettissimi - andrebbero realizzati anche senza personale aggiuntivo e a costo zero.

Ecco perché l'Aimmf manifesta la sua "seria preoccupazione in relazione al fatto che decisioni dolorose e difficili perché di grande impatto sulla vita dei minori e delle famiglie, come gli allontanamenti, gli affidamenti familiari e le decadenze dalla responsabilità genitoriale, sarebbero, in base alla riforma, assunte da un giudice solo". Un giudice cioè " privo delle garanzie della collegialità e della multidisciplinarietà, senza possibilità di confronto, disperdendo così il patrimonio di conoscenze e di specializzazioni maturate nel tempo dai tribunali per i minorenni".

Amarezza e sorpresa in tanti uffici giudiziari minorili, tra Roma Milano e Napoli : stiamo l facendo un passo indietro di decenni, altro che riforma e progresso, dice lo stato d'animo di tanti togati. La presidente, già quindici giorni fa a Repubblica aveva con limpidezza manifestato le riserve della categoria : "Stanno buttando alle ortiche tutto il nostro lavoro", con grave danno per la comunità dei più fragili.

Oggi la nota in cui, nero su bianco, per lasciare agli atti che "la riforma proposta predisposta nell'arco di pochi giorni, non adeguatamente ponderata e condivisa, produrrà ulteriori frammentazioni" con la conseguenza che "il giudice onorario non possa partecipare alla delicata attività istruttoria dell'ascolto del minore, ottenendo l'effetto contrario a quello che si prefigge e riducendo ad attività più formali che sostanziali i necessari interventi del giudice a protezione dell'infanzia in situazione di pregiudizio. E infine, quella ciliegina: "La clausola di invarianza finanziaria da ultimo inserita nel testo approvato al Senato non rende attuabile la riforma così come concepita, che incontrerà enormi difficoltà pratiche di realizzazione". Nessun organo giudiziario, nessun Tribunale- è la conclusione - può funzionare "senza un parallelo rinforzo delle strutture del welfare esteso ad ogni parte d'Italia con una potente iniezione di mezzi e risorse ad un comparto che negli anni è stato sempre più depauperato, trascurato, aggredito ".

 
Femminicidi, Lamorgese: "Estendere l'arresto obbligatorio e indennizzi subito ai familiari" PDF Stampa
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di Alessandra Ziniti


La Repubblica, 25 settembre 2021

 

La ministra dell'Interno lo ha detto durante il convegno sul tema "Femminicidi: prospettive normative", organizzato dal Commissario per il Coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti. E ancora: "Ripensare le misure di prevenzione".

Otto donne uccise dai partner a settembre, 12 orfani, privati delle madri ma anche dei padri violenti. E dunque ripensare le misure di prevenzione personale per prevenire i femminicidi e la crescente spirale di violenza contro le donne. Il governo valuta nuovi interventi normativi per rispondere a quelli che la ministra dell'interno Luciana Lamorgese ha definito "crimini odiosi, una piaga sociale".

Gli uffici legislativi del Viminale sono già al lavoro in due direzioni: nuove norme per estendere l'arresto obbligatorio in flagranza di reato e la possibilità di intervento dei prefetti con misure a tutela delle donne vittima ma anche indennizzi più sostanzioso per i familiari delle vittime indipendentemente dal giudizio sul presunto autore del reato. Queste le proposte che la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, intervenuta questa mattina alla Camera dei deputati al convegno su "Femminicidi: prospettive normative" ha illustrato e che adesso verranno inviate al ministero della Giustizia e a quello delle Pari Opportunità perché - ha aggiunto la ministra - "è necessaria una strategia condivisa per intervenire in maniera incisiva su questo fenomeno".

Gli ultimi dati sulla violenza di genere sono impressionanti. "A settembre - ha sottolineato Lamorgese - c'è stato un aumento incredibile, tra agosto e settembre 11 femminicidi, 8 per mano di uomini con cui avevano relazioni affettive e anche nella prima parte dell'anno, da gennaio ad agosto i femminicidi sono schizzati, 75 su 182 delitti. La normativa che c'è e su cui abbiamo tanto lavorato, dalla Convenzione di Istanbul al Codice rosa e al Codice rosso, non bastano.

Bisogna lavorare per combattere la cultura della violenza che affonda le sue radici nell'organizzazione ancora patriarcale della nostra società e per il riconoscimento delle pari opportunità nella vita pubblica e privata superando le discriminazioni ma anche la minimizzazione di alcuni comportamenti. Le vittime nella maggior parte dei casi non denunciano e tendono a giustificare i comportamenti dei loro compagni. E allora le indicazioni precise che sono state date alle questure: mai tentativi di ricomposizione di liti familiari e informazioni preventive dalle carceri sulle date di scarcerazioni di uomini che possono tornare a rappresentare una minaccia".

Misure a cui il ministero dell'Interno sta lavorando insieme al ministero della Pari Opportunità. "Serve un approccio multidisciplinare e una rete di solidarietà sul territorio - dice la ministra Bonetti accendendo i riflettori su altre misyre necessarie, dall'introduzione del reddito di libertà al microcredito con garanzia al 100 per 100 per il "dopo", il sostegno sociale ed economico per le donne vittime di violenza. Un tema su cui si è soffermato il presidente della Camera Roberto Fico: "Occorre rimuovere - ha detto - le condizioni economico-sociali-culturali che rendono le donne vittime di violenza. I dati di una recente indagine ci dicono che il 24 per cento della popolazione ritiene che gli stupri siano causati dai comportamenti delle donne e il 39 per cento ritiene che una donna può comunque sottrarsi ad una violenza. C'è un maschilismo tossico su cui si deve intervenire sia colmando il divario di genere nel mondo del lavoro sia nelle scuole lavorando all'insegnamento del rispetto e della dignità delle donne".

Il prefetto Marcello Cardona, commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti, ha ammesso che dal punto di vista dell'agenzia " il quado è devastante. Non abbiamo sufficienti denunce, non c'è latitudine per la violenza e la vera battaglia è andare a intercettare nel punto più lontano queste storie. Dunque la gestione della prevenzione prima che quella del reato ma soprattutto il sostegno alle vittime. Oggi un femminicidio è indennizzato con 25.000 euro a sentenza passata in giudicato ma la normativa non ci consente di sostenere quando serve i familiari delle vittime".

 
Femminicidi, Gelmini: "Proteggere le donne che denunciano come i testimoni di giustizia" PDF Stampa
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di Alessandra Arachi


Corriere della Sera, 25 settembre 2021

 

La ministra azzurra degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, pensa ad una tutela per le donne che denunciano la violenza dei partner: "La cronaca abbonda di donne che hanno subito violenza o sono state uccise dopo aver denunciato".

I numeri, drammatici, li ha comunicati la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Nei primi otto mesi dell'anno ci sono stati 75 femminicidi su 182 omicidi. Tra agosto e settembre ce ne sono stati altri 11: un aumento incredibile". È anche in un convegno alla Camera che venerdì mattina si è parlato di questo orribile fenomeno, proprio mentre a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) si svolgeva una convention del movimento di femminile di Forza Italia, lì dove la ministra degli Affari regionali Mariastella Gelmini ha lanciato la sua proposta: proteggere le donne che denunciano violenze con la stessa norma prevista per i testimoni di giustizia. Ha detto la ministra Gelmini: "La cronaca, anche recente, abbonda di donne che hanno subito violenza, o peggio sono state uccise, dopo aver denunciato".

"Protezione economica e abitativa" - Gelmini è certa: "È necessario valutare una forma di potenziamento ed estensione dell'attuale dispositivo, imperniato sui centri anti-violenza e sulle case rifugio con misure volte ad assimilare, in quanto compatibile, la tutela delle donne che denunciano a quelle dei testimoni di giustizia". La protezione deve essere estesa, secondo la ministra: "Dovremmo lavorare per valutare l'estensione delle misure economiche abitative e di protezione previste dalla legge per le donne che denunciano. Questo costituirebbe anche un incentivo a portare alla luce episodi troppo spesso taciuti".

Arresto in flagranza - Tacciono le donne troppo spesso, la paura incombe per colpa di "una cultura della violenza che affonda le radici nell'organizzazione patriarcale della società", come sostiene la ministra Lamorgese. È tristemente noto che la maggior parte dei femminicidi avviene per mano di partner o ex partner delle vittime. Ed è per questo che la ministra dell'Interno ritiene che si "un'esigenza prioritaria di ripensare le misure di prevenzione dei femminicidi con l'estensione mirata all'arresto in flagranza e l'introduzione di una specifica disciplina su ferma dell'indiziato, mentre la tutela delle vittime potrebbe avvalersi di un indennizzo più sostanzioso".

 
Trattativa Stato-mafia, la sentenza "condanna" stampa e Pm PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo


Il Riformista, 25 settembre 2021

 

È finita. La Trattativa non c'è stata. Scarpinato e Travaglio hanno perso. Lo aveva detto nella prima seduta il presidente della corte d'assise d'appello Angelo Pellino: "Non faremo processi alla storia". Così è stato, e ci è voluto anche un bel po' di coraggio, visto il clima giudiziario-politico e anche giornalistico. Assolti i vertici del Ros, assolto Dell'Utri.

Ma ci sono voluti 30 anni per liberare Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni e il senatore Dell'Utri, oltre a Calogero Mannino e Nicola Mancino, già assolti precedentemente, dall'infamia di esser stati collusi con la mafia. Si, perché trent'anni sono passati da quel 1992 in cui tutto sarebbe cominciato secondo la squadra dei pm "antimafia". Trent'anni in cui Silvio Berlusconi, che pure in questo processo avrebbe dovuto essere parte lesa, ma che sulla bocca dei procuratori veniva sempre trattato con sospetto, è stato il perseguitato politico numero uno, che ha trascinato con sé involontariamente anche Dell'Utri e che avrebbe dovuto, in caso di condanne in questo processo, essere il boccone ghiotto per i prossimi giorni.

Ma da ieri è finita la rilettura della storia d'Italia come storia criminale e mafiosa della politica. Quella storiografia cui hanno lavorato, insieme a un pezzo significativo della magistratura, i principali quotidiani capeggiati da intere generazioni di cronisti giudiziari e inviati accovacciati sotto le toghe dei procuratori e il principale loro sostenitore, il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Se ragionassimo con lo stesso metro di misura di Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, dovremmo dire che sono stati loro, i pubblici ministeri, a ordire un complotto contro lo Stato. Contro quel Mario Mori che fu il braccio destro di Falcone, contro Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, sospettati di collusione con la mafia sulla base di parole vendute da qualche "pentito" e cianfrusaglie uscite dalla bocca del testimone più farlocco della storia. Quel Massimo Ciancimino che è stato già condannato per calunnia, mentre il falso "papello" di Totò Riina finiva nel cestino di altri giudici. Contro Marcello Dell'Utri, che avrebbe trasmesso al governo Berlusconi del 1994 le minacce dei boss che chiedevano aiuto per i mafiosi in carcere in regime di 41 bis. La storia di quel periodo dice però che il governo di centrodestra il 41 bis lo aveva inasprito e addirittura trasformato da provvedimento emergenziale e provvisorio a definitivo. Berlusconi avrebbe favorito la mafia con il decreto Biondi (e qui verrebbe da ridere), un provvedimento sulla custodia cautelare che non riguardava affatto la mafia, e che fu ritirato dopo la sceneggiata televisiva degli uomini del pool Mani Pulite. E che Travaglio ha trasformato da "salvaladri" a "salvamafia". Così, tanto per dare una mano al processo.

La "storia criminale" dei magistrati storiografi comincia dopo la sentenza della cassazione nel maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone con le condanne dei boss dei corleonesi e la conferma degli ergastoli. La reazione di Cosa Nostra non si era fatta attendere, con l'omicidio di Salvo Lima, potente democristiano di Sicilia. I boss erano in gran parte latitanti, e questo era un punto debole della lotta dello Stato contro la mafia e anche delle sentenze, compresa quella del maxiprocesso. I due governi di quello scorcio di fine della Seconda repubblica erano fragilissimi, e così il Parlamento, decimato dalle inchieste di tangentopoli. Era scattata la più feroce repressione con la riapertura delle carceri speciali di Pianosa e Asinara, le botte e le torture, quelle che portarono alla costruzione del falso pentito Scarantino, mentre la mafia uccideva Falcone e Borsellino. Carceri speciali e 41 bis, lo Stato non aveva saputo fare altro, in quei momenti.

Qualcuno, i carabinieri del Ros, si era però attivato per arrivare alla cattura di Totò Riina, cercando di usare l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino come cavallo di Troia. Normale, o forse eccezionale, in quel periodo, attività investigativa, come riconosciuto dai giudici che hanno assolto Calogero Mannino. Ma proprio su di lui si sono concentrati a un certo punto, non si sa perché, i sospetti degli inquisitori palermitani. Forse perché è siciliano, o perché democristiano, o perché, avendo sempre combattuto la mafia, poteva essere una vittima predestinata? Fatto sta che una semplice attività investigativa è stata trasformata in minaccia contro lo Stato. La famosa "Trattativa". La mafia avrebbe usato i politici (un Mannino terrorizzato dalla paura di essere ucciso) e i carabinieri per avere riforme che attenuassero il regime speciale del 41 bis o addirittura scarcerassero qualche mafioso. In cambio avrebbero cessato le stragi. Poiché però nulla di tutto ciò si è verificato -le bombe non sono cessate, le riforme o le scarcerazioni non sono avvenute- in che cosa concretamente è consistita la famosa trattativa? In niente.

Pure, in tutti questi anni, a partire dal 2008 quando Massimo Ciancimino è diventato un'icona antimafia, ci sono stati pubblici ministeri e gip e l'intera corte d'assise di Palermo del processo di primo grado che ha condannato a 12 e 8 anni di carcere gli imputati, che a quella favola hanno creduto. La favola della trattativa. Che poi è diventata complotto e minaccia: Mannino e i carabinieri contro i governi Ciampi e Amato, Dell'Utri contro quello presieduto dal suo amico Berlusconi. C'è da chiedersi perché questi pubblici ministeri si siano così intestarditi. Pura ricerca di potere e visibilità? Megalomania di voler riscrivere la storia a proprio piacimento? Odio politico? Qualcosa è scattato nella loro fantasia, dal momento che ci hanno lavorato per un bel po' di anni. Se si considera anche l'operazione "Oceano", che puntava diritta contro Silvio Berlusconi e di cui non c'è memoria (tranne che negli archivi della Dia), tre erano stati i tentativi falliti dei pubblici ministeri siciliani "antimafia" nei confronti del potere politico, prima di riuscire ad arrivare a un processo.

Stiamo parlando di un'attività politico-giudiziaria durata circa 25 anni. Dopo "Oceano" ecco infatti "Sistemi criminali" -siamo nel 1998- un polpettone che metteva insieme tutte le stragi, da Bologna a Via D'Amelio, ipotizzando l'esistenza di una sorta di spectre composta da massoni, piduisti, imprenditori, politici, terroristi, e un deus ex machina che puntava alla destabilizzazione a suon di bombe. L'ipotesi era così strampalata che l'inchiesta finì archiviata. Ma erano passati solo due anni quando appare all'orizzonte il famoso "papello" con le richieste di Totò Riina allo Stato per far cessare le stragi. Siamo nel 2000, ma anche questa inchiesta avrà lo sguardo volto all'indietro di 30 anni, al fatidico anno 1992 in cui tutto successe in Italia: tangentopoli al nord e antimafia militante al sud. Il papello si rivelerà un falso, ma il teorema resisterà nelle testa dei pm e verrà rispolverato in seguito, nonostante l'archiviazione anche di questa inchiesta nel 2004.

Il problema era che non si riusciva mai a dare un nome e un volto al famoso deus ex machina, il politico che rappresentasse quel terzo livello in cui Giovanni Falcone non aveva mai creduto. Ci penserà Massimo Ciancimino, il figlio minore di don Vito, che si rivelerà il teste meno attendibile della storia giudiziaria italiana e che verrà poi condannato per calunnia (mentre il famoso "papello" sarà dichiarato un falso), ma che diventerà il pilastro -siamo ormai arrivati al 2008- del "processo Trattativa". Che, un passo alla volta, è arrivato fino al 2021. In un clima finalmente cambiato. In cui i giudici sono finalmente liberi. In cui un presidente può dichiarare di non voler riscrivere né giudicare la storia. E può liberare uomini valorosi come gli ex vertici del Ros e una persona per bene come Marcello Dell'Utri da una tortura che sarebbe diventata pena di morte in caso di condanna. È finita. Finalmente è finita.

 
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