Giovedì 18 Luglio 2019
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Whistleblowing, raddoppiano le segnalazioni PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019

 

Più che raddoppiate, le segnalazioni di whistleblowing: nel mirino soprattutto le irregolarità negli appalti. Nel 2018 l'Anac, come emerge dal quarto rapporto, ha ricevuto 783 notizie di comportamenti illegittimi, 65 al mese, a fronte delle 364 del 2017. Un trend in crescita confermato anche per i primi sei mesi del 2019: sono giunte all'Anac 439 notizie di comportamenti illegittimi (73 al mese) con una media di due "indicazioni" al giorno.

A sollevare il velo su presunte irregolarità è soprattutto il Sud che, con le isole, fa totalizzare il 41% delle segnalazioni per il 2018, che salgono al 51,7% al 30 giugno 2019. "Al sud il livello di problemi è elevato - afferma il presidente dell'Anac Raffaele Cantone - e restano prioritarie le segnalazioni sugli appalti". In crescita, e in questo caso, il dato non è positivo, le segnalazioni anonime che - specifica Cantone - possono essere prese in considerazione, per approfondimenti, solo se particolarmente circostanziate.

Ma per il presidente dell'Anticorruzione il rapporto fornisce comunque il quadro confortante di un istituto che sta prendendo piede. Al primo posto tra gli autori delle segnalazioni i dipendenti pubblici : 55,5%, seguiti con netto distacco (14%) dai lavoratori delle imprese che svolgono servizi per la Pa o di società partecipate.

Monitorate non solo le segnalazioni Anac ma anche quelle degli enti locali pubblici o nazionali. Quattro, per il 2018, quelle che riguardano Roma Capitale arrivate all'ufficio interno del Campidoglio: disapplicazione di leggi o regolamenti per il commercio su aree private, comportamenti illegittimi in un concorso pubblico, irregolarità nello svolgimento di un interpello per affidare un restauro e un abuso d'ufficio. Sale anche il numero di segnalazioni che l'Anac ha inviato per approfondimenti di natura penale o contabile: 20 nel 2018 alla Procura della Repubblica e 19 alla Corte dei Conti. Nei primi 6 mesi del 2019 gli invii alla Procura sono già stati 33 e 29 Corte dei Conti sono 29.

 
Cucchi, inchiesta depistaggi: rinviati a giudizio 8 carabinieri PDF Stampa
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di Ilaria Sacchettoni

 

Corriere della Sera, 17 luglio 2019

 

Sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento. Il processo a loro carico inizierà il 12 novembre. La giudice dell'udienza preliminare Antonella Minunni ha rinviato a giudizio otto carabinieri accusati di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta di alcuni dei militari che si occuparono di Stefano Cucchi dopo l'arresto e la morte arrivata a una settimana di distanza, fino alle indagini riaperte nel 2015.

Ad affrontare il processo, saranno il generale Alessandro Casarsa, ex capo dei corazzieri del Quirinale; i colonnelli Lorenzo Sabatino (ex comandante del Nucleo investigativo di Roma), Francesco Cavallo e Luciano Soligo, il capitano Tiziano Testarmata, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, i carabinieri Francesco Di Sano e Luca De Cianni. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Giovanni Musarò, accolta dal gup, hanno depistato l'inchiesta sulla morte di Cucchi per coprire le responsabilità di chi picchiò il ragazzo. Il processo bis che vede accusati del pestaggio altri tre carabinieri (più altri due di calunnia e falso) è alle battute finali: il 20 settembre è fissata la requisitoria del pm, poi le arringhe difensive e a novembre dovrebbe arrivare la sentenza.

Così il quadro, almeno secondo la Procura, è completo: Cucchi sarebbe stato picchiato in caserma dagli stessi carabinieri che lo avevano arrestato e che, in seguito alla sua morte, con l'aiuto dei superiori, avrebbero coperto la verità.

Le due inchieste - quella bis che ha portato al processo per omicidio preterintenzionale la ter sfociata ieri nel rinvio a giudizio - hanno avuto diversi momenti di svolta. Nel primo caso con le rivelazioni dell'imputato Francesco Tedesco che ha accusato i suoi colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, di aver pestato Cucchi: "Mentre uscivano dalla sala del fotosegnalamento, che Cucchi si rifiutò di fare, Di Bernardo si voltò e lo colpì con uno schiaffo violento in pieno volto - ha raccontato Tedesco - Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano". Per il presunto depistaggio sono state invece le parole di Colombo Labriola ad aver acceso una luce sull'inquinamento delle prove da parte dell'Arma, che sarebbe arrivata a confezionare una versione di comodo anche sotto il profilo medico legale: Colombo ha rivelato di aver ricevuto la richiesta di modificare le annotazioni di servizio sulla custodia di Cucchi.

Ieri, nel corso della discussione davanti al gup, il generale Casarsa ha dichiarato che ciò che aveva scritto nell'appunto sulle possibili cause della morte di Cucchi lo aveva appreso al comando provinciale dell'Arma. E il suo avvocato, Carlo Longari, ha precisato che quelle anticipazioni sarebbero arrivate direttamente dal comando guidato all'epoca da Vittorio Tomasone, oggi comandante interregionale della Campania. Al processo ter che inizierà il prossimo 12 novembre sono parte civile sia la presidenza del Consiglio che il ministero della Difesa e l'Arma dei carabinieri, oltre agli agenti di polizia penitenziaria che avevano subito il primo processo da innocenti.

Esulta Ilaria Cucchi: "Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati, non potevamo immaginare cosa succedeva alle nostra spalle. Oggi qualcuno ne risponderà in un'aula di giustizia. Per la prima volta ho sentito parlare dal vivo il colonnello Casarsa. Le note mediche della sua relazione che anticipavano le conclusioni dei medici legali non ancora nominati furono frutto di informazioni avute dal comandante Tomasone. Insomma, così decisero a tavolino di che cosa doveva esser morto mio fratello".

 
Anche un boss al 41 bis ha diritto a informarsi PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 17 luglio 2019

 

La Cassazione accoglie un ricorso sui giornali da leggere in galera. Giornali locali vietati ai boss al 41 bis per mero sospetto, nonostante riguardino luoghi di non appartenenza. La Cassazione dà ragione a un detenuto al regime duro e rimanda il provvedimento contestato al tribunale per un nuovo esame.

Come si sa, tra i vari divieti ferrei, i detenuti possono leggere solo giornali nazionali, ma non locali per impedire che i boss si informino "sulle vicende connesse al clan criminale ovvero per verificare l'avvenuta esecuzione dei propri ordine veicolati all'esterno".

Nel caso specifico, tale divieto però è esteso anche per chi legge notizie locali non appartenenti al proprio luogo di origine. Parliamo del boss barcellonese Giovanni Rao ristretto nella casa circondariale de L'Aquila al quale, tramite un provvedimento dell'ottobre 2018 della Corte d'assise di Messina, era stato ordinato il "divieto di acquisto o ricezione dei giornali di stampa locale, indipendentemente dalla loro provenienza geografica". L'avvocato difensore Franco Scattareggia del foro di Messina, ha fatto ricorso in Cassazione e quest'ultima gli ha dato ragione annullando il provvedimento contestato e rinviando gli atti al Tribunale di Messina per un nuovo esame.

"La ratio del divieto nei confronti del mio assistito - spiega l'avvocato e costituzionalista Scattareggia - è quella che potrebbe diffondere nell'ora di socialità notizie locali ad altri boss e quindi veicolare messaggi". Ma il problema è che questo divieto si basa, appunto, su un mero sospetto. Il ricorso posto dall'avvocato, quindi, è in punto di diritto prendendo come riferimento primario l'esistenza del diritto fondamentale all'informazione tutelato dall'art. 21 della costituzione.

"L'estensione e la portata dei diritti dei detenuti - prosegue il legale - può subire restrizioni di vario genere unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere", ma "in assenza di tali esigenze, la limitazione acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto allo scopo del 41 bis".

Ma c'è anche la convenzione europea che garantisce il diritto all'informazione e, non a caso, diverse sentenze della Cedu fanno riferimento ad essa anche quando si tratta delle persone private della libertà. Quindi il ricorso, accolto dalla Cassazione con rinvio, si fonda sulla lesione del diritto all'informazione.

Tali afflizioni aggiuntive, in generale, sono state evidenziate anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà tramite il Rapporto tematico sul regime detentivo speciale. Nel capitolo dove ci sono le raccomandazioni che riguardano gli ulteriori diritti, il Garante ha sottolineato che l'esercizio del diritto all'informazione del detenuto è parso in altri casi essere limitato dalla mancata consegna di articoli di stampa o pubblicazioni che, pur estranee alla vicenda del detenuto, facevano generale riferimento al contrasto alla criminalità organizzata. Condotta che il Garante ha ritenuto - nei casi non strettamente necessari - idonea a compromettere l'effettivo accesso all'informazione.

La ratio del regime del 41 bis è quella di rafforzare la funzione custodialistica del carcere e spezzare i legami con la consorteria mafiosa di appartenenza: si vuole impedire che il detenuto possa continuare a "guidarla" ed impartire ordini nonostante la reclusione, nell'ottica di una guerra dichiarata alla criminalità di tipo mafioso a tutto campo. Un regime detentivo che, non a caso, si è guadagnato l'appellativo di "carcere duro" per via di ulteriori restrizioni che esulano dallo scopo originario.

 
Misure cautelari reali: il Pm non può impugnare il decreto di sequestro preventivo del Gip PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019

 

Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 16 luglio 2019 n. 31239. In caso di misure cautelari reali Il pubblico ministero non può fare appello contro il decreto di sequestro preventivo del Gip che ha omesso di pronunciarsi su uno dei beni oggetto della richiesta cautelare.

Per la Corte di cassazione infatti, (sentenza 31239) il Pm ha gli strumenti per reagire alla mancata decisione del Gip sulla richiesta di sequestro di un bene, perché può lui stesso, in caso di urgenza, disporre il sequestro preventivo, in base al comma 3-bis dell'articolo 321 del Codice di rito penale, o, mancando l'urgenza, rivolgersi nuovamente al giudice per le indagini preliminari e, in caso di rigetto, fare appello al Tribunale della libertà. Partendo da questi principi la Suprema corte rigetta il ricorso della pubblica accusa contro la decisione del tribunale della libertà di bollare come inammissibile il suo appello contro i decreti di sequestro pera la parte in cui il Gip non si era pronunciato in merito al sequestro preventivo di un immobile di proprietà di un indagato per il reato di favoreggiamento della prostituzione.

Una scelta che il Tribunale aveva fatto seguendo alla lettera l'articolo 322-bis del Codice di procedura penale che nega al Pm la possibilità di fare appello contro il decreto di sequestro preventivo. Ad avviso del Pm invece l'articolo 322-bis sarebbe una norma di chiusura applicabile a tutti i provvedimenti non impugnabili in base all'articolo 322 del Codice di rito penale. A sostegno della su tesi il Pm cita la sentenza dei giudici di legittimità 416/1999.

Per il ricorrente, infatti, il no all'impugnazione metterebbe la pubblica accusa nell'impossibilità di reagire, creando così una disparità di trattamento nel caso in cui il Gip abbia solo parzialmente accolto l'istanza. Ma ad avviso della Cassazione è corretta l'interpretazione del Tribunale. La Suprema corte ricorda che l'articolo 322-bis comma 1 prevede espressamente l'appellabilità delle ordinanze in materia di sequestro preventivo e del decreto di revoca del sequestro emesso dal Pm. Si deve quindi escludere, trattandosi di una norma per la quale è preclusa l'interpretazione analogica, vista la tassatività dei mezzi di impugnazione, l'ammissibilità dell'impugnazione contro il decreto del giudice.

 
Cosenza: detenuti AS3 in sciopero della fame PDF Stampa
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di Associazione Yairaiha Onlus

 

Ristretti Orizzonti, 17 luglio 2019

 

Dal 25 giugno alcuni detenuti della sezione AS3 del carcere di Cosenza hanno iniziato lo sciopero della fame per la mancata chiusura della relazione di sintesi da parte del Got, relazioni che dovevano essere redatte già da diversi mesi, e in assenza delle quali è impossibile poter accedere ai benefici penitenziari.

Queste problematiche erano già emerse durante l'ispezione che fece lo scorso aprile l'on. Anna Laura Orrico con un esponente della nostra associazione, ed erano state segnalate nell'interrogazione che la stessa ha presentato al Ministro della giustizia e che, ad oggi, non ha ricevuto ancora alcuna risposta.

Quello che rivendicano è di poter avere riconosciuti i propri diritti. Da fonti "ufficiose" pare che lo sciopero della fame sia stato interrotto il 12 luglio e nei prossimi giorni dovrebbero ottenere la chiusura delle relazioni di sintesi. Riteniamo paradossale che di fronte alla commissione di reati, come misura sanzionatoria e risarcitoria, le persone vengano della libertà per poi essere lasciate in uno stato di alienazione e inazione per tutta la durata della carcerazione.

L'obiettivo che lo stato si dà attraverso il sistema penale è quello di "rieducare" chi ha sbagliato al rispetto delle leggi e del vivere civile, ma questo obiettivo non può essere perseguito se lo stato stesso, attraverso chi amministra la giustizia viola e tradisce l'art. 27 della Costituzione. Un po' come quel padre che pretende che il figlio smetta di fumare, con la sigaretta fumante in bocca. Il mondo cambia con il nostro esempio non con la nostra opinione.

 
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