Martedì 07 Aprile 2020
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Egitto. Nessun rilascio, ma nuovi arresti di chi dice la verità PDF Stampa
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di Khaled Said

 

Il Manifesto, 7 aprile 2020

 

L'Onu si appella al Cairo perché liberi prigionieri alla luce dell'epidemia. Quindici i fermi di persone accusate di aver diffuso notizie false sul coronavirus, mentre i lavori nei mega progetti edilizi voluti da al-Sisi proseguono. Liberare i giornalisti e i difensori dei diritti umani. È questo il monito contenuto nel comunicato sull'Egitto rilasciato da Ropert Cupeville, portavoce dell'Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni unite.

"Siamo molto preoccupati per il sovraffollamento delle prigioni in Egitto e per il rischio di una rapida diffusione del Covid-19 tra gli oltre 114mila detenuti del paese", si legge nella nota. Le dichiarazioni arrivano dopo l'appello rivolto dall'Alta Commissaria, Michelle Bachelet, ai governi di tutto il mondo per implementare le misure di sicurezza e tutelare la salute dei detenuti. Finora l'Iran ha rilasciato dalle sue carceri, almeno temporaneamente, circa 100mila persone, l'Indonesia 30mila mentre la Turchia si appresta a rilasciarne 90mila ma non i prigionieri politici e i giornalisti.

"Esortiamo - continua il comunicato - anche il governo egiziano a seguire l'esempio di altri Stati in tutto il mondo e a rilasciare i condannati per reati non violenti e coloro che sono in custodia cautelare, che costituiscono poco meno di un terzo dei detenuti". Si chiede anche la liberazione di tutti coloro "detenuti arbitrariamente a causa del loro lavoro politico o per la loro difesa dei diritti umani".

Al sovraffollamento si sommano le scarse condizioni d'igiene e il negato accesso a cure mediche e trattamenti adeguati per i carcerati. Le conseguenze di una diffusione del virus sarebbero devastanti. Le Nazioni unite denunciano anche l'arresto di 15 cittadini egiziani accusati di aver diffuso informazioni false. Multe e detenzioni per chi non pubblica notizie conformi a quelle governative. Tra gli arresti figurano un dottore e un farmacista, rei di aver denunciato la mancanza di mascherine attraverso dei video diffusi su Facebook. Sorte diversa è toccata alla giornalista Ruth Michaelson del Guardian, intimata a lasciare il paese dopo aver pubblicato un articolo che riportava uno studio basato su modelli matematici il quale evidenziava come in realtà il numero delle persone contagiate sia molto più alto di quelle individuate fino a oggi. I dati aggiornati a domenica sera evidenziano 1.173 contagi, 247 guariti e 78 morti, con una crescita costante dei numeri.

Nel frattempo, Hatem Abu el-Kassem, direttore del National Cancer Institute, uno dei centri oncologici più importanti d'Egitto, ha affermato che 12 infermieri e tre dottori sono risultati positivi al coronavirus, aumentando la paura di un possibile contagio di massa tra il personale sanitario, soprattutto dopo che il 29 marzo è morto il primo dottore. Preoccupazione anche tra i militari, dopo che due generali di alto rango sono morti a causa del virus. Entrambi i deceduti erano a capo di un importante progetto di ingegneria idrica. Dopo la notizia, l'esercito ha iniziato a isolare i soldati al rientro dalle ultime missioni sul territorio. Chiuse scuole e università fino a metà aprile, mentre gli esercizi commerciali rimangono, per ora, aperti fino alle 5 del pomeriggio. Per intimare gli egiziani a rimanere a casa, al-Sisi ha istituito un coprifuoco notturno dalle 7 di sera fino alle 6 del mattino. Chiunque violi le regole oltre a 4mila lire egiziane di multa (circa 235 euro), rischia il carcere. Non si ferma però il settore edile che contribuisce al 16% del pil nazionale, impiegando il 20% della forza lavoro, senza contare quelli a nero (si stima circa il 40%). Sono state prese soltanto poche misure di precauzione, ma le costruzioni continuano, in particolare a New Cairo, città interamente costruita da zero a meno di 30 minuti dalla capitale. Sul progetto al-Sisi si gioca gran parte del consenso politico del suo mandato: ritardarne il completamento non è ammissibile, almeno per ora.

 
Turchia. Helin e Mustafa, volti della lotta dei prigionieri turchi PDF Stampa
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di Chiara Cruciati


Il Manifesto, 7 aprile 2020

 

I due membri del marxista Grup Yorum in sciopero della fame: Bolek è morta, Kocac denuncia le torture. Gli avvocati, anche loro presi di mira dal governo: "Nelle carceri nessuna misura contro i contagi". Helin Bolek e Mustafa Kocac, due prigionieri politici e un'unica lotta, sono i volti di quanto avviene nelle carceri turche, prima e dopo l'emergenza coronavirus. Due storie che da sole svelano l'utilizzo che della crisi il governo dell'Akp sta compiendo per quella che può essere definita una punizione di massa. Helin è morta lo scorso venerdì di sciopero della fame, Mustafa è vivo ma rimane confinato in una cella di Smirne tentando inutilmente di denunciare i cinque giorni di torture a cui è stato sottoposto nell'ospedale della prigione.

Entrambi chiedevano lo stesso, la fine delle misure di repressione con cui Ankara ha provato a rendere invisibili il loro gruppo musicale marxista, Grup Yorum, nato nel 1985 e con 23 album alle spalle. Dal 2016 gli è vietato esibirsi in pubblico, i suoi musicisti sono stati più volte aggrediti, sette di loro sono tuttora detenuti, il loro centro culturale a Istanbul perquisito con violenza dieci volte negli ultimi due anni. Per questo, insieme a un altro membro del gruppo, Ibrahim Gokcek, hanno lanciato uno sciopero della fame. Ridotta a uno scheletro dopo 288 giorni, Helin è morta. Mustafa non mangia da 254, pesa 33 chili. È in queste condizioni che è stato torturato, brutalmente. Di loro si è a lungo parlato nell'evento su Zoom organizzato ieri da Giuristi democratici, Camere penali e Antigone e moderato da Barbara Spinelli a cui hanno preso parte avvocati turchi.

Tra loro Didem Baydar Unsal di Haikin Hukuk Burosu (Studio legale del Popolo) e avvocata di Helin Bolek: "In Turchia - denuncia - le misure prese non raggiungono lo scopo, sono insufficienti: i detenuti in carceri sovraffollate non vengono considerate persone a rischio. Sono in corso scioperi della fame "fino alla morte" per difendere i diritti fondamentali, Helin Bolek ha perso la vita per la sua lotta. Siamo arrabbiati: le rivendicazioni dei nostri assistiti erano legittime e di facile applicazione ma non sono state ascoltate. Le persone attualmente in sciopero della fame hanno sistemi immunitari indeboliti e quindi sono più a rischio di essere contagiate dal virus".

"Le guardie carcerarie fanno avanti e indietro e non è possibile sapere se i materiali che entrano in carcere siano sterilizzati né se le persone che distribuiscono il cibo siano malati o meno - continua - Ai detenuti non vengono date mascherine, guanti o disinfettante. Il caso di Mustafa è illuminante: ha denunciato le torture ma non possiamo incontrarlo". A scioperare sono anche gli avvocati, Aytac Unsal e Abru Timtik, vittime come i loro assistiti. Dal luglio 2016 al febbraio 2020, scrive in un rapporto il Consiglio nazionale forense, in Turchia sono stati arrestati 605 avvocati, 345 le condanne per un totale di 2.145 anni di prigione.

"Nelle carceri l'unica iniziativa è stata proibire alle famiglie di incontrare i detenuti - spiega Ayse Acinikli, dell'Associazione degli Avvocati per la Libertà (Ohd) - Gli avvocati possono parlarci solo divisi da un vetro e con un telefono. Arrivano notizie di persone con la febbre alta e a Mardin una persona è risultata positiva. Il governo fa molta propaganda sull'indulto ma ha separato i detenuti in due gruppi: oppositori ed esseri umani. Gli sconti di pena non riguardano i detenuti politici, nemmeno quelli malati. Parliamo di circa 30mila persone, sebbene non ci siano dati precisi. Prima, al detenuto politico veniva riconosciuto uno sconto di un quarto della pena in automatico, in assenza di violazioni; ora con i nuovi provvedimenti sarà una commissione interna al carcere a decidere caso per caso". "A Imrali per Ocalan non è cambiato nulla - interviene Ibrahim Bilnez, legale del leader del Pkk. Ma l'isolamento non è una protezione dal Covid visto che i dipendenti del carcere si spostano. Questa epidemia avrebbe potuto rappresentare un'occasione verso la pace, un'altra occasione persa".

 
Romania. La sfida al Covid dei ragazzi di strada a Bucarest PDF Stampa
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di Alessandra Briganti


Il Manifesto, 7 aprile 2020

 

"Morire di Aids o di coronavirus, che differenza vuoi che faccia". Non ha mai conosciuto mezze misure Gabi, un uomo nascosto nel corpo di un ragazzo e due occhi cristallini che fanno trasparire un'età dell'innocenza che non ha mai vissuto. A sei anni Gabi scappò da casa in Moldavia, destinazione Bucarest. La sua vita l'avrebbe trascorsa lì, tra i canali e gli squat della capitale rumena, in bilico tra la voglia di riscatto e l'inesorabilità delle ricadute.

Un destino comune a quello delle migliaia di ragazzi per strada divenuti il simbolo del disfacimento sociale della Romania post-comunista. Chi scappava da famiglie devastate da povertà e alcolismo, chi dagli orfanotrofi affollati dei bambini voluti dal regime di Nicolae Ceausescu. Quella cicatrice profonda che aveva aperto la caduta del comunismo fece il giro del mondo, ma con gli anni i ragazzi dei tombini di Bucarest sono diventati nient'altro che un complemento d'arredo della città. Sagome senza vita, volti senza storia.

Alcuni sono riusciti a tirarsi fuori dalla strada, altri su quella strada hanno trovato la morte, altri ancora come Gabi sono lì che sopravvivono. Al freddo, alla fame, alla malattia. Ora l'epidemia rischia di spazzarli via come una folata di vento con le foglie. "Sono sopravvissuto a tutto, sopravvivrò anche a questo. E se non ce la faccio, ero comunque destinato a non vivere a lungo" racconta Gabi con spietata leggerezza. Eppure i più esposti al contagio sono proprio loro, non solo perché abitano la strada. Gabi come l'80% dei suoi compagni di ventura è sieropositivo. E questo non è che un esempio. In questi anni i ragazzi hanno sviluppato tutta una serie di patologie che li rende particolarmente fragili.

Lo stesso uso prolungato della colla, impiegata per alleviare il senso di fame e di freddo, ha avuto conseguenze drammatiche sui loro corpi. Per Gabi come per gli altri la questione principale però è dove trovare i soldi per sfamarsi. Da quando è esplosa l'emergenza Covid, è venuta meno quella "microeconomia" di strada con cui i ragazzi riuscivano a sopravvivere: le pulizie nei ristoranti e nei pub, il lavaggio dei vetri, l'elemosina, il riciclaggio e la vendita di materiali come plastica, carta, rame.

"I ragazzi hanno una diversa percezione del rischio. La loro è la prospettiva di chi è abituato a vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo" racconta Franco Aloisio, responsabile di Parada, associazione che dal 1996 assiste i ragazzi invisibili di Bucarest. Associazione che resta il loro punto di riferimento anche durante l'epidemia. Al centro diurno di Parada i ragazzi possono fare una doccia, trovare cibo e riparo. Il comune di Bucarest non ha fatto mancare il suo sostegno.

L'associazione ha ricevuto beni di prima necessità - dagli alimenti, alle coperte, ai prodotti per l'igiene e i disinfettanti - che i volontari di Parada distribuiscono non solo ai ragazzi di strada, ma anche alle migliaia di persone che vivono nelle baraccopoli e nei ghetti della capitale rumena. Intanto a Bucarest il contagio sta conoscendo un aumento esponenziale: 799 casi nel giro di sole due settimane. Il bilancio potrebbe aggravarsi anche per via delle pessime condizioni in cui versa il sistema sanitario. E anche per questo motivo la capitale ha agito per mettere in sicurezza i senza fissa dimora, mettendo a disposizione tre strutture alberghiere. Ma i ragazzi ignari del rischio scalpitano. Alla quarantena preferiscono la morte. Preferibilmente lungo quella strada che li ha cullati per tutta la vita, quella strada che ora potrebbe inghiottirli per sempre.

 
Domiciliari e pene differite: ecco gli strumenti svuota-carceri PDF Stampa
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di Fabio Fiorentin

 

Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2020

 

Mentre è in corso l'iter di conversione del decreto legge 18 del 17 marzo 2020, gli operatori chiedono a gran voce sostanziali modifiche alle novità introdotte dal governo per fronteggiare l'emergenza nelle carceri esplosa per il rischio di contagio da coronavirus.

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Carcere e coronavirus. Ognuno si assuma le proprie responsabilità PDF Stampa
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di Gian Domenico Caiazza*


lincontro.news, 6 aprile 2020

 

Il sistema carcerario italiano è da anni fuorilegge, indifferente agli ammonimenti prima ed alle condanne poi della giustizia sovranazionale. Il sovraffollamento è di nuovo ben oltre i numeri già oggetto della condanna Cedu nel caso Torreggiani, e non certo da poche settimane o da qualche mese.

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