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Che forma può assumere la libertà in carcere: il lavoro e la cultura PDF Stampa
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di Luca Cereda

 

lifegate.it, 19 settembre 2019

 

Le pene devono tendere alla rieducazione, recita l'articolo 27 della Costituzione. I racconti dal carcere di chi da anni ci prova da anni, attraverso i filati, l'agricoltura biologica e la filosofia. Riducono la recidiva, restituiscono dignità e danno valore al tempo della pena.

Questa storia ci conduce all'interno degli istituti di pena lombardi, alla scoperta dei progetti di lavoro e delle iniziative culturali per i detenuti: ancora poche, ma in crescita. In carcere la libertà può assumere forme inaspettate. Può avere il profumo dei prodotti della terra coltivati con metodi biologici o il suono delle macchine da cucire.

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Pericolosi ma fuori dal carcere, il rebus dei malati non imputabili PDF Stampa
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di Luigi Ferrarella

 

Corriere della Sera, 19 settembre 2019

 

La domanda è sempre la stessa: affinché ci si ricordi della carenza di posti nelle "Rems-Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" aperte dopo la sacrosanta chiusura dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, bisogna proprio aspettare sempre che una persona "socialmente pericolosa", ma "non imputabile per incapacità di intendere e volere" al momento del reato commesso (e dunque per legge incompatibile con il carcere), faccia del male a qualcuno? O che, tacitamente e illegalmente trattenuta in carcere, si suicidi?

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Le poliziotte della penitenziaria alzano la voce PDF Stampa
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umbriacronaca.it, 19 settembre 2019

 

"Servono più diritti e più rispetto, nelle carceri regna il maschilismo". La strada per garantire ed allargare i diritti delle donne che lavorano in Polizia penitenziaria è ancora molto lunga, ma da oggi a spingere in questa direzione c'è un soggetto in più, il Coordinamento Donne di Polizia Penitenziaria della Fp Cgil. Il nuovo organismo, nazionale, formato da lavoratrici di polizia penitenziaria di tutta Italia, ha ufficialmente mosso i suoi primi passi ieri, 18 settembre, a Perugia, con il primo corso di formazione tenuto presso il centro congressi Quattro Torri.

"Questo coordinamento nasce per abbattere i tanti paletti eretti dal maschilismo all'interno del nostro corpo di polizia", ha spiegato la coordinatrice Filomena Rota. Le carceri, infatti, sono luoghi anche strutturalmente pensati per i maschi: "Abbiamo bisogno molto banalmente di bagni e servizi adatti alle donne e di caserme pensate anche per noi", ha aggiunto Lucia Saba, agente in servizio presso la Casa circondariale di Nuoro.

Ma c'è di più: "Io che faccio questo lavoro da 23 anni mi sento in dovere di difendere le giovani colleghe che entrano oggi in servizio, perché non debbano subire quello che ho subito io da giovane - ha detto Giuseppina Gambino, che lavora presso la casa circondariale di Vercelli - ovvero discriminazioni, battute sessiste e anche molestie".

"La Cgil è il primo sindacato a creare un coordinamento delle donne lavoratrici di polizia penitenziaria e siamo molto orgogliosi di questo - spiega Stefano Branchi, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria - Voglio quindi ringraziare tutta la Fp, a partire dalla segreteria generale Serena Sorrentino, perché quello che realizziamo oggi è qualcosa di veramente importante. Noi crediamo fermamente nel ruolo fondamentale delle donne per la democratizzazione del corpo di polizia penitenziaria e per risolvere i problemi di natura contrattuale e non che permangono. Ad esempio - conclude Branchi - è assolutamente anacronistico avere ancora una quota di assunzioni femminili così bassa. Per questo e per gli altri diritti da conquistare la Cgil vuole essere al fianco delle donne di polizia penitenziaria".

 
Bonafede tira dritto, ma nel governo la giustizia resta una mina PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 19 settembre 2019

 

Il ministro si concentra sulla riforma di sua competenza, ma la bocciatura della richiesta di autorizzazione all'arresto del deputato di Forza Italia rischia di ostacolarne il percorso, già difficile in partenza. Finge di non essere preoccupato, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Concentrandosi sulla riforma di sua competenza e mostrando di credere che la bocciatura della richiesta di autorizzazione all'arresto del deputato di Forza Italia Diego Sozzani non ne ostacolerà il percorso. Già di per sé irto di ostacoli, visto che si tratta di mettere d'accordo Cinque Stelle, democratici e adesso anche renziani; tutti improvvisamente schierati dalla stessa parte della barricata, dopo un anno e più trascorso su fronti opposti, sempre uno contro l'altro su uno dei temi più divisivi dell'agenda politica.

Del resto, l'ordine di scuderia generale nella nuova maggioranza è rassicurare tutti che il voto di ieri "non si ripercuoterà sulla tenuta del governo", e il Guardasigilli ha buon gioco a ripetere la stessa cosa nel settore di propria competenza. "Dopotutto non è che con la Lega le cose andassero diversamente, né molto meglio", si diceva ieri pomeriggio nei corridoi del ministero di via Arenula; ricordando i compromessi a cui i grillini si sono dovuti sottoporre per approvare qualcosa del loro programma (anticorruzione in cambio di legittima difesa, per dirne uno) e lo stop di Salvini contro il progetto di riforma Bonafede nel momento in cui ha scelto di rompere.

Ma al di là di apparenze e atteggiamenti di facciata, un problema giustizia esiste all'interno della coalizione che sostiene il Conte 2. Certo, esisteva anche l'altroieri, prima che i franchi tiratori (verosimilmente sparsi tra grillini e Pd, oltre a Leu che ha lasciato libertà di voto) smentissero le dichiarazioni di voto ufficiali dei rispettivi partiti. Tuttavia possono rappresentare un campanello d'allarme sulle future mosse di Cinque Stelle, democratici e renziani su un terreno dove la partita non è ancora cominciata.

La scorsa settimana il faccia a faccia tra il ministro Bonafede e Andrea Orlando, vicesegretario del Pd nonché suo predecessore a via Arenula, è andato bene anche perché ci si è limitati a parlare di metodo di lavoro, tempi entro i quali muoversi e "orizzonti" sugli argomenti da affrontare. Il che significa capire che cosa si può salvare della riforma varata "salvo intese" dal governo Conte 1 in punto di morte, e che cosa sarà meglio accantonare. Sui meccanismi per accelerare i processi - obiettivo comune che nessuno rinnega, ovviamente - ci possono essere soluzioni condivise ma anche scelte considerate punitive e insensate dai magistrati, sulle quali il Pd vuole chiarirsi le idee. Resta però la scadenza-mannaia del 1° gennaio, quando scatterà l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, bandiera dei grillini.

Il capogruppo democratico in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, vorrebbe rinviare l'entrata in vigore di quella norma, ma non sarà semplice. "Il cammino sarà in salita perché noi siamo saldamente ancorati a garanzie e diritti, mentre loro su questo sono meno attenti", confida Bazoli. Pure lui non è d'accordo a enfatizzare le conseguenze del voto di ieri, "visto che sull'autorizzazione all'uso delle intercettazioni indirette a Sozzani avevamo divergenze dichiarate, i Cinque Stelle favorevoli e noi contrari".

Divisioni alla luce del sole, quindi. Com'è prevedibile che accada, per citare un altro aspetto del progetto Bonafede, sulle modifiche al Csm e al suo sistema elettorale. O sulle intercettazioni, dopo che il Guardasigilli, appena arrivato in via Arenula, ha bloccato la legge rinominata "bavaglio" firmata proprio da Orlando. Ma nonostante queste premesse Bonafede, unico ministro "politico" che ha mantenuto l'incarico nel Conte 2, ottimista per carattere, lavora fiducioso alla riforma che porterà ancora il suo nome.

 
Intercettazioni negate ora Sozzani, poi il Csm: da garanzia a privilegio PDF Stampa
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di Luigi Ferrarella

 

Corriere della Sera, 19 settembre 2019

 

Il no della Camera si può trasformare in un precedente. Si scrive Sozzani (e vale ieri per l'indagine milanese su illeciti finanziamenti), ma si legge Csm-Palamara-Lotti, nel senso che potrà pesare sull'inchiesta perugina sulla spartizione di nomine Csm. Perché il no della Camera all'uso di 4 intercettazioni contro il deputato di Fi Diego Sozzani tratta l'analogo futuro tema dell'utilizzabilità a carico di parlamentari (come i pd Ferri e Lotti) delle conversazioni in albergo con l'indagato pm Palamara, intercettate dal captatore informatico (trojan) inoculato dalla GdF sul cellulare del pm. Per garanzie e giurisprudenza costituzionali, gli onorevoli non possono essere direttamente intercettati senza preventivo via libera del Parlamento, ma verso loro è utilizzabile l'intercettazione indiretta (cioè sull'utenza dell'interlocutore) a condizione che essa sia occasionale: "accidentale ingresso del parlamentare nell'area di ascolto" (Consulta 2007), e non trucco di gip e pm per aggirare la legge intercettando un interlocutore che già si sappia destinato a parlare con il parlamentare.

Il gip milanese aveva smesso di intercettare i telefoni di Sozzani una volta divenuto deputato (salvo un caso su cui il gip aveva fatto ammenda). Ma voleva 5 sue conversazioni ambientali successive all'elezione e occasionalmente captate dal trojan installato sul telefonino di Caianiello (il ras varesino di Forza Italia che parlava con mezzo mondo) al bar, in un ristorante, o in auto: come il giorno in cui Sozzani va dal gommista, resta a piedi e si fa dare da un collaboratore un passaggio sull'auto teatro poi dell'intercettazione. Dinamica che rende ardito il voto ieri della Camera per sostenerne la non occasionalità. A meno che non si voglia ritagliare a (dis)misura di parlamentari una totale impermeabilità alle indagini.

 
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