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Idee per giudicare davvero i magistrati PDF Stampa
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di Nello Rossi

 

Il Riformista, 21 gennaio 2021

 

Il sismografo della professionalità non funziona, appiattisce i meriti e non registra le cadute. I rimedi? Controllare i controllori e aprire ai laici le discussioni sulle valutazioni. La privacy? Sinonimo di corporativismo.

Il "sismografo" della professionalità dei magistrati non funziona bene. E a volte non funziona affatto. Il complicato apparecchio amministrativo dovrebbe misurare la complessiva qualità del lavoro di giudici e pubblici ministeri. Registrando non solo e non tanto le più gravi negligenze o violazioni della legge sostanziale o processuale, ma le "costanti" positive o negative dell'operato dei singoli. In molti, troppi casi, ciò non avviene, perché le valutazioni appiattiscono i meriti, resi uniformi dal linguaggio burocratico, e non registrano quasi mai le cadute di professionalità. Sul filo dell'ironia si può dire che dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali.

1. Il "sismografo" della professionalità dei magistrati non funziona bene. E a volte non funziona affatto.

Il complicato apparecchio amministrativo dovrebbe misurare la complessiva qualità del lavoro di giudici e pubblici ministeri. Registrando non solo e non tanto le più gravi negligenze o violazioni della legge sostanziale o processuale (per questi casi c'è il procedimento disciplinare) ma le "costanti" positive o negative dell'operato dei singoli. Ad esempio il ripetuto rigetto da parte dei giudici di richieste e di iniziative di un pubblico ministero o il sistematico succedersi delle riforme o degli annullamenti delle sentenze di un giudice nei diversi gradi di giudizio. Se la strumentazione predisposta per misurare e vagliare l'operato dei magistrati perde colpi, la loro responsabilità professionale diventa letteralmente introvabile. E alcuni magistrati possono continuare impunemente a far danni e a fare carriera a differenza di quanto avviene in altre professioni intellettuali. È questa la denuncia dell'Unione delle Camere penali italiane - affidata ad un documento del 6 gennaio di quest'anno - che ha innescato una discussione tra avvocati e magistrati svoltasi sulle pagine de Il Riformista e altrove.

2. Il sismografo inceppato di cui parliamo sono le valutazioni periodiche di professionalità.

Una procedura lunga, complicata, formalmente minuziosa che si ripete ogni quattro anni e che si dipana attraverso diversi adempimenti: autorelazione del magistrato, esame di provvedimenti estratti a sorte e forniti dall'interessato, rapporto del capo dell'ufficio, parere sulla professionalità emesso dal Consiglio giudiziario, giudizio finale del Csm. Un mare di carte che dovrebbe fornire un quadro fedele dell'operato dei magistrati e rendere conto della qualità della loro attività. Eppure in molti, troppi casi, ciò non avviene, perché le valutazioni appiattiscono i meriti, resi uniformi dal linguaggio burocratico, e non registrano quasi mai le cadute di professionalità. Sul filo dell'ironia si può dire che dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali. Veri e propri geni "compresi", sottratti al triste destino della maggior parte dei geni, ai quali tocca di essere misconosciuti dai loro contemporanei. È perciò legittimo chiedersi perché nelle valutazioni di professionalità non affiorano quei profili critici del modus operandi di alcuni giudici e pubblici ministeri che in molti conoscono e di cui molto si parla negli uffici giudiziari e nell'ambiente esterno. All'origine di questa congiura del silenzio sta una tenace resistenza corporativa? O l'idea che i magistrati sono agenti e parafulmini dei conflitti e perciò vanno comunque messi al riparo da giudizi interessatamente malevoli? O, infine, l'intenzione di preservare negli uffici giudiziari una pace che sarebbe compromessa da pareri realistici e severi?

Le difficoltà del giudiziario e l'asprezza del clima che lo circonda nel nostro Paese forniscono sostegno a ciascuna di queste motivazioni. E però, se si vuole rendere effettiva la responsabilità professionale è necessario uscire dalla palude nella quale le valutazioni di professionalità si sono impantanate, indicando credibili rimedi. Il primo: responsabilizzare i controllori.

Chiamando (come oggi "di fatto" non avviene) i dirigenti degli uffici, che sono i primi giudici della professionalità, ad assumere la responsabilità per le informazioni ed i giudizi che, alla prova dei fatti, si rivelino non veritieri. Se un capo dell'ufficio redige una valutazione positiva (o elogiastica) della tempestività e della capacità di lavoro di un magistrato e questi, a seguito di una ispezione o di una segnalazione esterna incorre in una sanzione disciplinare per ritardi o scarsa laboriosità, il dirigente dovrebbe a sua volta essere chiamato dal Csm a rendere conto del suo giudizio.

Ed analoga richiesta di rendiconto dovrebbe essere rivolta ai dirigenti che rispondono, con vaghe e fumose formule burocratiche, alle puntuali domande contenute nelle schede di valutazione sulla "corrispondenza" tra richieste avanzate da un pubblico ministero e provvedimenti adottati dai giudici o sui dati patologici delle decisioni non confermate nei successivi gradi di giudizio.

Per non parlare, infine, dei casi più eclatanti nei quali è la giustizia penale a dover intervenire sulle cadute professionali che si traducono nella commissione di reati. Cominciare a "controllare i controllori" è un rimedio insufficiente? Tutt'altro. Sarebbe un antidoto efficace alla irresponsabilità burocratica di chi valuta, che rappresenta la prima fonte delle storture e delle fallacie del sistema. Se, come tutti riconoscono, non può essere un singolo caso, magari posto sotto i riflettori dai media, a fondare un credibile giudizio negativo sulla professionalità di un magistrato, è solo rivitalizzando e restituendo credibilità alle valutazioni professionali complessive e sistematiche che si può rendere effettiva la responsabilità professionale.

A questo primo passo dovrebbe seguirne un secondo non meno significativo: moltiplicare le fonti di conoscenza cui attingere nelle valutazioni di professionalità e garantire la piena trasparenza dell'intera procedura valutativa. Nel ddl di legge delega per la riforma dell'ordinamento giudiziario (A.C. 2681) il Ministro della Giustizia propone di semplificare le procedure e di introdurre un "diritto di tribuna", cioè la facoltà per i cd. componenti laici dei consigli giudiziari (avvocati e professori universitari) di partecipare alle discussioni e deliberazioni relative alle valutazioni di professionalità dei magistrati.

Non sarebbe una novità assoluta ma solo la generalizzazione di un metodo virtuoso, giacché diversi consigli giudiziari hanno già adottato, con norme interne, questa regola di apertura e di trasparenza dei lavori. Su questa strada occorre procedere speditamente, senza arretramenti o dietrofront magari giustificati in nome dell'esigenza di tutelare la privacy dei magistrati. L'invocazione della privacy, sacrosanta per la sfera della vita privata, rischia di divenire, sul terreno professionale, uno schermo opaco, pretestuoso ed ingiustificato.

Anche perché la privacy professionale dei magistrati ha un nome antico: corporativismo. La forza ed il radicamento istituzionale del governo autonomo della magistratura consentono di aprire le stanze nelle quali lavorano i magistrati senza che ne derivino soverchi pericoli per la serenità e indipendenza della stragrande maggioranza dei magistrati che operano con scrupolo e professionalità.

A patto di sapere che lo scopo principale delle valutazioni non è mettere in fila i magistrati alla ricerca dei più bravi (compito praticamente impossibile data l'estrema diversità e complessità dei mestieri del magistrato) ma di individuare e stigmatizzare, nell'ottica della c.d. "selezione negativa", proprio le patologie professionali su cui si appunta la denuncia delle Camere penali. Lavorando con umiltà in questa direzione si può sperare di sanare una clamorosa contraddizione. Quella tra l'esperienza quotidiana della giurisdizione - nella quale gli utenti della giustizia si rendono subito conto della professionalità, o delle carenze di professionalità, di un magistrato - e la difficoltà di trasporre questa razionale percezione nelle valutazioni ufficiali sul suo lavoro.

 
Nicola Morra scopre il garantismo, non è mai troppo tardi PDF Stampa
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di Davide Varì

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Il presidente dell'Antimafia Morra ha detto che la giustizia non deve essere vendetta. Sulle prime abbiamo pensato a uno scambio di persona. Invece era proprio lui: chapeau. "Uno Stato forte si presenta con caratteristiche di giustizia e mai di vendetta". La dichiarazione è apparsa sulle agenzie di stampa ieri l'altro, verso sera.

E non indovinerete mai chi l'ha pronunciata. Tenetevi forte: il titolare di queste parole è Nicola Morra. Sì, quel Morra: il presidente della commissione antimafia, il paladino del giustizialismo più duro e intransigente. A dir la verità sulle prime noi tutti abbiamo pensato a un errore di battitura, a uno scambio di persona. E invece no: quelle parole che andrebbero scolpite in ogni aula di tribunale e in ogni carcere del "regno" le ha dette proprio Morra, lo stesso che voleva mettere il bollino blu agli avvocati che dimostrano di avere comportamenti eticamente corretti - dimostrare a chi? A quale giuria popolare? Non è dato sapere.

Fatto sta che ieri Morra ha sorpreso tutti e a dimostrazione che la prima dichiarazione non era un "incidente" o un lapsus - a dire il vero lo abbiamo pensato in molti - è andato avanti e ha aggiunto: "Quando una persona manifesta agli occhi degli specialisti in modo conclamato i tratti della incapacità di intendere e volere, comunicare e dialogare, allora lo Stato in quella occasione può anche immaginare una retrocessione ad un altro regime. Altrimenti la volontà di far sentire i muscoli dello Stato su chi non può più reagire è accanimento". Applausi.

 
"Borsellino ucciso per il maxi processo e per mafia-appalti, non per la trattativa" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Le motivazioni della sentenza d'appello emessa dalla corte d'Assise di Caltanissetta del processo "Borsellino quater" per la strage di via D'Amelio. Paolo Borsellino non fu ucciso per la presunta trattativa Stato-mafia, per la quale tra l'altro ancora c'è un processo in corso per confermarla o meno, ma dalla mafia "per vendetta e cautela preventiva".

La vendetta è relativa all'esito del maxiprocesso, mentre la "cautela preventiva" è relativa alle sue indagini, in particolare quelle su mafia appalti. Quest'ultima ipotesi - scrive la Corte d'assise di appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del "Borsellino Quater" - "doveva, peraltro, essere anche collegata alla circostanza riferita dal collaboratore Antonino Giuffrè sui "sondaggi" con "personaggi importanti" effettuati da Cosa Nostra prima di decidere sull'eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino oltre che sui sospetti per i quali lo stesso Borsellino, il giorno prima dell'attentato, aveva confidato alla moglie "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse".

Sempre nella sentenza viene citato il fatto che l'arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo "era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell'organizzazione maliosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a "quel santo cristiano di Giammanco".

Ebbene, aggiunge la Corte, "sulla base di tali evidenziate "anomalie", i primi giudici disponevano la trasmissione degli atti al Pubblico ministro per le determinazioni di competenza su eventuali condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale".

Mafia-appalti concausa della strage di Via D'Amelio - La Corte d'asssise di appello di Caltanissetta si sofferma molto sull'indagine mafia-appalti come concausa della strage di Via D'Amelio. Lo rimarca osservando che Borsellino aveva mostrato particolare attenzione alle "inchieste riguardanti il coinvolgimento di "Cosa Nostra" nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l'interesse strategico che tale settore rivestiva per l'organizzazione criminale". Viene riportato ciò che il collaboratore Giuffrè aveva riferito, in sede di incidente probatorio, all'udienza del 5 giugno 2012.

Ovvero che le ragioni dell'anticipata uccisione del giudice Borsellino erano "anche da ricondurre al timore di Cosa Nostra che quest'ultimo potesse divenire il nuovo capo della Direzione Nazionale Antimafia nonché al timore delle indagini che il medesimo magistrato avrebbe potuto compiere in materia di mafia-appalti, con specifico riferimento al rapporto presentato dal Ros dei Carabinieri alla Procura di Palermo, su input del giudice Giovanni Falcone, nel quale erano stati evidenziati appunto i rapporti fra mafia e appalti, con particolare riferimento alle interferenze di Cosa Nostra sul sistema di aggiudicazione degli appalti, secondo un rapporto triangolare fondato sulla condivisione di illecite cointeressenze economiche che coinvolgeva, mettendoli ad un medesimo tavolo, il mondo imprenditoriale, politico e quello mafioso".

Confermata la sentenza di primo grado - La sentenza, emessa nel novembre 2019, ha confermando quella di primo grado ed accogliendo le richieste della Procura generale, ha condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante ed il secondo come esecutore della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 uomini della scorta. Condannati a 10 anni i "falsi pentiti" Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Così come aveva fatto la Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo anche in appello i giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Vincenzo Scarantino.

 
Alla Consulta il divieto al 41bis di colloqui via Skype con i minori PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Il prossimo 9 marzo i giudici esamineranno il caso di un genitore, detenuto al 41 bis, sollevato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. Il diritto all'affettività è di fatto tolto ai figli minorenni dei detenuti al 41 bis. Ma ora sarà la Consulta ad occuparsene. A causa del Covid 19 e le restrizioni inevitabili causate dalle zone rosse e arancioni, l'unico mezzo per permettere ai figli di fare colloqui con i padri reclusi al carcere duro è l'utilizzo di Skype.

Oramai è quasi un anno che i bimbi non riescono più a vedere i propri padri al 41 bis. Non mancano casi di traumi psico-fisici dovuti dall'assenza paterna. È giusto che la colpa dei padri ricada anche sui figli minori? Il problema è la mancanza di previsione che i colloqui cui hanno diritto i detenuti e gli internati sottoposti a regime speciale possono essere svolti a distanza con i figli minorenni mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile.

Il prossimo 9 marzo al vaglio dei giudici della Corte costituzionale - Un problema che, grazie all'ordinanza del tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, sarà vagliato il prossimo 9 marzo dalla Corte costituzionale. Sì, perché tale divieto lede non solo diversi articoli della Costituzione, ma anche numerose convenzioni. Dalla Cedu alla carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Per i 41 bis è in corso, di fatto, una disparità di trattamento rispetto ai minorenni figli di detenuti ordinari, relativamente alla disciplina dei colloqui audiovisivi a distanza. Ma c'è anche la violazione dei diritti inviolabili, come quello di intrattenere rapporti affettivi con i familiari detenuti idonei a garantire lo sviluppo e il benessere psico-fisico del minore. Non solo. Il tribunale dei minorenni, sottolinea anche la violazione dei principi a tutela dell'infanzia e della gioventù, la violazione del principio della finalità rieducativa della pena. Ma c'è anche un evidente contrasto con i principi convenzionali a tutela del diritto della persona al rispetto della vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza e che vietano i trattamenti inumani e degradanti. Non da ultimo, c'è anche il richiamo alla tutela sovranazionale dei minori.

Il caso sollevato dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria - Il caso specifico sollevato dal Tribunale di Reggio Calabria è emblematico. Solo raccontandolo, l'opinione pubblica può essere correttamente informata per capire quanto sia drammatico un tale divieto. L'uomo al 41 bis dovrà scontare almeno 30 anni per reati di associazione per delinquere di tipo 'ndranghetistico, omicidio e altro. Contestualmente i suoi figli minorenni sono stati affidati ai servizi sociali, perché vivevano in una sorta di degrado. Lo hanno dovuto fare, perché avevano un urgente bisogno di intraprendere una sana crescita psicofisica.

Per questo il giudice ha demandato agli psicologi specialisti del Consultorio familiare delegato, in collaborazione con il Servizio sociale territoriale, il compito di programmare in favore dei minori una mirata attività di sostegno psicologico e socio-educativo, con l'obiettivo di spiegare loro gradualmente la realtà delinquenziale in cui si era formato il padre e i reali motivi della sua carcerazione. Infine, ha segnalato l'opportunità di preparare "la signora e i minori anche a programmare, in un futuro non remoto, uno spostamento mirato dalla città, segnalando che tale soluzione doveva essere contemplata e adeguatamente programmata, in quanto la negativa reputazione della famiglia paterna, i connessi rischi di emarginazione sociale e la suggestione di determinati modelli culturali comportavano il rischio elevato di esposizione dei minori, una volta raggiunta l' età dell'adolescenza, a situazioni di devianza o di pregiudizio per la loro integrità emotiva". Parimenti, il tribunale ha segnalato la necessità che il previsto dispositivo fosse in grado: 1) di spiegare ai bambini, con le cautele opportune, che il padre, attesa l'entità della pena inflittagli, non sarebbe tornato presto a casa; 2) di preparare i minori prima degli incontri con il padre che, secondo il condivisibile parere degli esperti, non dovevano essere interrotti. Analogo percorso di preparazione, il giudice ha previsto che l'uomo al 41 bis dove essere messo in grado di rispondere in modo corretto alle eventuali domande dei figli in ordine al suo stato di carcerazione e ai motivi della sua assenza educativa.

La grave sofferenza del figlio 14enne - C'è in particolare il figlio di appena 14 anni che necessita di parlare con il padre. Dalla relazione psicologica emerge la grave sofferenza del ragazzino recante "segni di trauma dovuti alla separazione dal padre e tratti di rigidità, collegati a difese emotive, con la conseguenza che il medesimo adolescente vive uno stato di lutto non completamente elaborato sia per l'assenza del genitore che per le situazioni esistenziali che si trova a vivere".

Non solo. Il ragazzino è anche affetto da una importante patologia cronica (diabete) che, durante l'emergenza epidemiologica, sconsigliava (e sconsiglia) assolutamente i suoi spostamenti, oltretutto molto complessi per le restrizioni governative in atto. Ma niente da fare. Non gli è permesso fare una videochiamata tramite skype. Un divieto che la Consulta dovrà valutare se leda o meno la Costituzione italiana. Ma una certezza ce l'abbiamo: lede il benessere psico-fisico del 14enne, un ragazzino che non ha colpa alcuna. Solo garantendo i suoi diritti, lo si mette al riparo dalla criminalità organizzata.

 
Sicilia. Coronavirus, intesa Regione-Dap per prevenire il contagio nelle carceri PDF Stampa
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Giornale di Sicilia, 21 gennaio 2021

 

Personale sanitario e misure organizzative per prevenire e contenere il contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari dell'Isola. È il contenuto del Protocollo d'intesa tra la Regione Siciliana e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, siglato questa mattina a Palazzo Orléans dal presidente della Regione, Nello Musumeci, e dal provveditore regionale, Cinzia Calandrino, presenti il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, l'assessore regionale della Salute, Ruggero Razza, e l'assessore regionale al Territorio e Ambiente, Toto Cordaro.

Per ridurre il rischio di contagio l'assessorato della Salute si impegna a individuare e assegnare personale sanitario (medici, infermieri, operatori) preposto all'adozione delle misure di prevenzione e contenimento della diffusione del virus a tutela del personale penitenziario (circa 4 mila unità) in servizio nei 23 istituti di pena e al Provveditorato regionale della Sicilia.

Le Asp provinciali valutano la possibilità di costituire presidi sanitari anti-Covid nelle sedi penitenziarie e garantiscono l'attuazione di specifiche misure igienico-sanitarie. In particolare, dispongono: l'approvvigionamento della fornitura di tamponi per il personale delle strutture sanitarie; la somministrazione di test diagnostici al personale penitenziario per accertare l'eventuale positività al Coronavirus; la somministrazione di test rapidi con finalità di screening sul personale penitenziario; il monitoraggio periodico preventivo; il tracciamento degli eventuali contagi riguardanti il personale penitenziario, inclusi i volontari, i ministri di culto, gli assistenti sociali, i docenti e il personale che accede nelle sedi penitenziarie.

Il Provveditorato regionale si impegna a sensibilizzare il personale allo scrupoloso rispetto delle misure vigenti di prevenzione e contenimento della diffusione virale. "È un significativo passo - dice il presidente Nello Musumeci - nel processo di collaborazione tra istituzioni, perché la Regione Siciliana non può restare inerme di fronte a tutto quello che avviene all'interno delle mura carcerarie, sia per quanto riguarda il personale in divisa che la popolazione detenuta. È chiaro che i problemi si esasperano nella stagione del Covid, ma cogliamo questa opportunità per migliorare la vivibilità e la sicurezza dell'ambiente carcerario".

"Siamo grati della disponibilità manifestata dalla Regione - dichiara il capo del Dap, Petralia - e da quanti si sono impegnati nella realizzazione di questo Protocollo che rappresenta un primato per questo territorio". "L'intesa - aggiunge il provveditore Calandrino - ha lo scopo di tutelare il personale che opera all'interno delle carceri dell'Isola e che quotidianamente compie un lavoro in prima linea".

Fra le misure previste ci sono: l'individuazione di locali in cui svolgere le attività sanitarie; il rilevamento dei fattori di rischio all'interno degli istituti; l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie; il mantenimento della distanza di sicurezza; la disponibilità di prodotti igienizzanti per il personale e dispenser accessibili negli spazi comuni; la pulizia quotidiana e la sicurezza di tutti gli automezzi; l'areazione e la pulizia degli ambienti e la successiva sanificazione, nel caso di rilevata presenza di persona affetta da Covid-19 all'interno dei locali; la verifica della sanificazione avvenuta negli ambienti di lavoro e caserme; il ricambio dell'aria nei luoghi di lavoro; la fruizione alternata degli spazi comuni; la riduzione al minimo dei tempi di permanenza e l'organizzazione delle riunioni di lavoro in modalità a distanza. Il Protocollo prevede anche una formazione concordata fra istituzione penitenziaria e Asp rivolta al personale delle carceri con riferimento all'analisi del contesto ambientale e alle variabili che influenzano lo stato di salute psicofisica.

 
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