Martedì 14 Luglio 2020
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Un apologo sul razzismo (e sulla mitezza) PDF Stampa
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di Adriano Sofri


Il Foglio, 12 luglio 2020

 

Un episodio di calunnia si muta in un caso di giustizia e di perdono. A volte la vergogna è la sola vera pena. Aspettando di informarmi meglio sull'appello contro l'intolleranza, riprendo (dal New York Times, nel resoconto che ne fa il Post) una notizia istruttiva. Vi ricorderete della donna, Amy Cooper, 40 anni, che il 25 maggio scorso lasciava correre il suo cocker spaniel in una zona di Central Park in cui i cani vanno tenuti al guinzaglio. Un uomo, Christian Cooper, 57 anni, le chiede di richiamare il cane e tenerlo legato. Fin qui si può simpatizzare con lei, per amore dei cani e antipatia per i regolamenti, ma l'uomo ha, oltre al rispetto per la regola, una sua ragione egregia: è un avid birder, come ha spiegato sua sorella, è lì per osservare gli uccelli - usignoli, cardinali, fringuelli - e i cani sciolti sono degli avid birder, ma a modo loro.

Il problema è che, benché abbiano lo stesso cognome - che scherzi - Amy è bianca, Christian nero. Così Amy pensa di castigarlo chiamando la polizia: un afroamericano sta minacciandomi a morte, grida. Conta con naturalezza sul razzismo ordinario, la polizia sarà dalla sua e lui se ne spaventerà. Solo che lui sta filmando la cosa, che poi va su Twitter e viene vista da decine di milioni di persone. La giovane è coperta di insulti e deplorazioni, e perde lavoro e casa. Si scusa, sostiene di non essere razzista.

Lui crede alla sincerità delle scuse: lei non si crede razzista, dice, ma il suo comportamento lo è stato. Lunedì scorso il procuratore di Manhattan incrimina la donna per la falsa denuncia, simulazione di reato, e la convoca per il 14 ottobre. Non è un'accusa grave per le conseguenze: un anno con la condizionale, una contravvenzione. L'avvocato di lei attacca la "cancel culture". Lui, Christian Cooper, comunica di non aver intenzione di sporgere denuncia: "Ha già pagato un prezzo alto: non è abbastanza come deterrente per gli altri? Renderla più infelice mi sembra solo infierire". Aggiunge che "se il procuratore ritiene necessario perseguirla deve farlo, ma può farlo anche senza di me".

La sua scelta solleva opinioni accese e opposte. A me tutta la storia sembra esemplarmente istruttiva. Il razzismo banale della donna, parente insieme lontanissimo e vicino della naturalezza con cui un energumeno in divisa intima al suo catturato che per la ventesima volta ha detto "Non posso respirare", "Allora stai zitto". (George Floyd è assassinato a Minneapolis poche ore dopo l'incidente di Central Park).

La considerazione del calunniato che smascheramento e vergogna della calunniatrice siano abbastanza, e non abbiano bisogno di passare per tribunali e carceri, sia pure condizionali. Chi dissente sostiene la necessità esemplare della sanzione giudiziaria. A me esemplare sembra la scelta di Christian Cooper, laureato di Harvard, autore di storie disegnate e collaboratore biomedico. Soprattutto avid birder.

 
Decreti sicurezza, tutto è nelle mani di Lamorgese PDF Stampa
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di Leo Lancari


Il Manifesto, 12 luglio 2020

 

La ministra sta lavorando al testo con le modifiche definitive ai provvedimenti di Salvini. Adesso tutto è nelle mani di Luciana Lamorgese. Martedì prossimo, quando i rappresentanti della maggioranza torneranno a riunirsi al Viminale, la ministra dell'Interno presenterà loro il testo di quella che potrebbe essere la versione definitiva dei nuovi decreti sicurezza, anzi "sicurezza e immigrazione" come è stato ribattezzato il provvedimento destinato a mandare in soffitta i decreti salviniani.

Non che tutti i nodi siano stati sciolti. Anzi. Sul tavolo sono rimaste ancora da risolvere due questioni non proprio secondarie come le multe alle ong e i tempi per la presentazione del testo in consiglio dei ministri. Sul primo punto resta da vedere se le resistenze mostrate finora dai 5 Stelle, favorevoli ad abolire le maxi multe ma decisi a mantenerle nella versione originaria del decreto (sanzioni comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro) saranno state superate oppure no.

Cosa non del tutto improbabile visto che dall'ultima volta in cui Pd, LeU, Italia Viva e 5 Stelle si sono visti al Viminale la Corte costituzionale è intervenuta pesantemente sul primo dei due decreti dichiarando incostituzionale il divieto di iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo. Il punto fa parte di quelli a cui era già stata messa mano nel corso delle riunioni al Viminale, ma la decisione della Consulta potrebbe aver convinto i pentastellati a una rottamazione definitiva dei provvedimenti.

Sull'argomento ieri è intervenuto anche il presidente della Camera Roberto Fico con parole che lasciano poco spazio a interpretazioni: "I decreti sicurezza sono una risposta sbagliata a un problema reale - ha detto. Ed è stato sbagliato il metodo, un decreto legge fatto senza un adeguato dibattito parlamentare che uscisse dalla contrapposizione manichea, bianco o nero".

Le modifiche sulle quali finora Pd, LeU, Iv e M5S sono d'accordo prevedono la riduzione dei tempi di detenzione nei Centri per il rimpatrio a 90 giorni (contro i 180 attuali), la possibilità di poter accedere alla protezione umanitaria anche per le famiglie con figli minori, persone gravemente malate, quelle con disturbi psichici, disabili, donne incinta e infine, alle persone che hanno subito un trattamento degradante, comprendendo in questa categoria anche chi, malato, nel Paese di origine non potrebbe ricevere cure adeguate. Infine la ricostruzione del sistema Sprar, il Sistema di protezione richiedenti a silo e rifugiati fortemente ridotto con il secondo decreto sicurezza. "Stiamo lavorando e io sono ottimista che arriveremo a una soluzione condivisa. C'è il desiderio di arrivare a segnali di cambiamento rispetto al passato", ha spiegato nei giorni scorsi Lamorgese.

Proseguono intanto a Lampedusa gli sbarchi di quanti riescono ad arrivare in Italia in maniera autonoma, con 791 profughi sbarcati nelle ultime 48 ore, 143 dei quali ieri. Una sequenza di arrivi che ha avuto come conseguenza quella di mandare in tilt l'hotspot dell'isola, una struttura in grado di ospitare ameno di cento persone e nella quale invece trovano posto in 700. Il presidente della Regione Nello Musumeci ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza per l'isola.

 
L'assassinio di Giulio Regeni chiama in causa tutti noi PDF Stampa
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di Ernesto Galli della Loggia


Corriere della Sera, 12 luglio 2020

 

La partita con l'Egitto sul caso del ricercatore ucciso è stata resa disperata dalla scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia può disporre. Un Paese serio sa dire la verità: principalmente su sé stesso. Non s'illude con infondate speranze, non millanta capacità che non ha e che sa di non avere. Un Paese serio non tratta una vicenda come quella di Giulio Regeni nel modo come l'ha trattata l'Italia, a cominciare dal suo governo per finire con la sua opinione pubblica (stampa compresa, se posso aggiungere).

Che Giulio Regeni - incautamente mandato a svolgere un'inchiesta sul sindacalismo in uno Stato ferocemente dittatoriale come l'Egitto da una sciocca (e vogliamo credere che si sia trattato solo di un caso di superficialità accademica) insegnante di Cambridge - che Giulio Regeni, dicevo, fosse stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato chiarissimo fin dall'inizio. La ridicola messinscena organizzata dai suddetti servizi di attribuire il suo assassinio a una banda di malfattori puntualmente fatti fuori dagli stessi servizi non ha ingannato nessuno. Anzi: è' stato una sorta di indiretta ma clamorosa ammissione di colpa.

A quel punto però - dopo il primo doveroso richiamo del nostro ambasciatore, destinato naturalmente a non avere alcun esito apprezzabile - a qualunque persona con una minima conoscenza delle cose è apparso chiaro che la partita con il Cairo era una partita disperata. Per due ragioni evidenti. Innanzi tutto perché il potere di Al Sisi, il dittatore egiziano, ha nei servizi segreti un suo piedistallo essenziale.

È solo grazie al loro implacabile e feroce lavoro, infatti, che egli riesce a tenere a bada la vasta opposizione che agita il Paese e in specie quelle dei Fratelli musulmani, la quale altrimenti lo travolgerebbe in un attimo. È dunque impensabile, letteralmente impensabile, che egli possa mai consegnare alla giustizia italiana (e quindi presumibilmente ad anni ed anni di galera) qualcuno dei caspi di quei servizi che lo tengono in piedi. È impensabile che in nome del diritto Al Sisi possa fare questo affronto ai suoi più importanti alleati.

La seconda ragione che fin dal primo momento ha reso disperata la partita dell'Italia con il Cairo è consistita nella scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia stessa può disporre. Detto in altre e più crude parole, è il fatto che noi contiamo troppo poco perché il governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di giustizia; è il fatto che serve molto di più l'Egitto all'Italia che non l'Italia all'Egitto.

Noi, ad esempio, abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l'Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l'ingentissima quantità d' idrocarburi e di gas che estrae ogni anno (rispettivamente 129 milioni di barili e 15 miliardi e mezzo di metri cubi), ma anche continuare a svolgere ricerche ancora più promettenti nel Delta del Nilo e altrove.

Davvero possiamo/vogliamo rischiare l'eventuale ritiro delle concessioni? Non mi pare che nessuno lo abbia proposto. È vero che da noi l'Egitto acquista cose importanti come le due fregate di cui si parla in questi giorni. Ma se non gli vendiamo noi le fregate in questione ci sono almeno altri due o tre Paesi, c'è da giurarci, che sono sicuramente pronti a prender il nostro posto.

La verità è che l'Italia ha ben poche vere armi di pressione nei confronti del governo egiziano, e che anzi esiste un'importante ragion di Stato (l'Eni di cui sopra) che invita ad evitare una rottura con l'Egitto. Né in questo momento l'Italia dispone sulla scena internazionale di alleati potenti e volenterosi che possano darle una mano decisiva con il Cairo.

È assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni "Giustizia per Giulio Regeni" e altre analoghe che meritoriamente tante persone per bene non si stancano da anni di elevare verso il governo italiano?

Valgono molto poco, ahimè, dal momento che esse non sono mai state accompagnate dall'indicazione di alcun mezzo concreto capace di mutare la situazione. In tutto questo tempo, insomma, nessuno è stato in grado di indicare che cosa si possa fare realmente per costringere il governo egiziano a rendere giustizia a Giulio Regeni.

Anche la rinnovata richiesta di ritirare il nostro ambasciatore dopo l'ennesimo rifiuta da parte della magistratura egiziana di accogliere le domande italiane, a quale risultato si pensa che possa mai condurre? Nei rapporti tra gli Stati quello che in ultimo conta sono i rapporti di forza: dirlo può essere sgradevole e impopolare, ma è così.

Proprio per quanto ho detto finora, tuttavia, l'Italia ha contratto un enorme debito verso i genitori di Giulio. Come suo cittadino la vita di Giulio Regeni era sotto la protezione della Repubblica, ma questa protezione si è dimostrata impossibile. Proprio perché come Paese non siamo stati e non siamo in grado di ottenere giustizia per la sua morte atroce, e perché siamo anzi costretti a far prevalere la ragion di Stato (una ragion di Stato che torna a vantaggio di noi tutti, non dimentichiamolo) sulle ragioni della giustizia, questa morte chiama in causa direttamente la responsabilità di noi tutti in quanto collettività nazionale.

Alla memoria di Giulio e al dolore della sua famiglia l'Italia deve dunque un risarcimento simbolicamente significativo. È da questa necessità che è nata la mia proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola, a cominciare da quelle dove hanno sede le rappresentanze diplomatiche del governo egiziano.

Assai significativo mi sembrerebbe intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l'Eni a contribuire al loro finanziamento) da riservare a giovani ricercatori egiziani desiderosi di venire a specializzarsi in Italia in materie affini a quelle di cui si occupava Giulio. Sarebbe un modo evidente, tra l'altro, per dimostrare che l'Italia sa distinguere bene tra il governo dell'Egitto e il suo popolo.

Si tratta, come si vede, di proposte i banalissimi ma che almeno vogliono dire qualcosa, significano se non altro un impegno collettivo, la volontà da parte del Paese di farsi carico della memoria di un'ingiustizia. Meglio, forse, di proteste inevitabilmente destinate a farsi sempre più rituali, sempre più tenui e a finire in un nulla.

 
Serbia. A Belgrado guerriglia e assalto al Parlamento. Feriti giornalisti, 71 arresti PDF Stampa
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di Alessandra Briganti


Il Manifesto, 12 luglio 2020

 

La situazione sanitaria continua a essere allarmante: ieri 345 nuovi casi e 12 decessi. Dopo la tregua è di nuovo guerriglia tra le strade di Belgrado. Se nella notte di giovedì i manifestanti sono riusciti a isolare le frange violente con un appello sui social a protestare restando seduti per strada, in quella successiva si è assistito a una nuova escalation di violenza.

Malgrado il divieto di assembramento, in migliaia si sono nuovamente radunati nella Piazza del Parlamento per protestare contro la cattiva gestione dell'emergenza sanitaria da parte del governo, accusato di aver mentito sui dati reali del contagio per andare al voto.

Un centinaio di manifestanti ha sfondato le transenne che circondano l'Assemblea, arrivando a spaccare la porta d'ingresso e una telecamera di sorveglianza. Respinti dalla polizia, hanno poi continuato a scagliare pietre e fumogeni contro il Parlamento. Ci sono state poi tensioni anche tra gruppi di manifestanti: un ragazzo è stato accoltellato a una gamba da un altro manifestante, subito arrestato. In piazza sono scesi anche diversi leader dell'opposizione, da Zoran Lutovac, leader del Partito democratico, Zoran Lutovac, a Vuk Jeremic, presidente del Partito popolare.

Tra questi anche Sedjan Noga, ex esponente del partito di estrema destra Dveri, ora a capo della formazione fascista Svetlost. Tra i manifestanti anche alcuni membri di Obraz, un'organizzazione clerico-fascista molto popolare nei primi anni duemila in Serbia, poi messa al bando nel 2012, che per tutta la notte ha intonato canzoni nazionaliste sul Kosovo. Il resto della piazza si è spaccato, tra manifestanti che hanno deciso di abbandonare la protesta, e altri che hanno continuato a prendervi parte, pur a distanza.

Negli scontri sono rimasti feriti alcuni giornalisti compresa la troupe di Aljazeera, alla quale è stato intimato di non filmare gli scontri, e quella di N1 al cui giornalista Petar Gajic è stato strappato il microfono durante la diretta. Secondo il presidente dell'Associazione dei giornalisti indipendenti in Serbia (Nuns) Zeljko Bodrozic in 4 giorni ci sarebbero stati 21 attacchi ai danni di giornalisti e operatori televisivi.

Gli scontri sono andati avanti fino a mezzanotte passata, quando la polizia in tenuta antisommossa e la gendarmeria sono intervenute per disperdere la folla. Un intervento che ha portato all'arresto di 71 manifestanti. Tra questi anche persone provenienti da Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Tunisia e Gran Bretagna. Intanto la situazione sanitaria continua ad essere allarmante.

Malgrado il lento miglioramento registrato a Novi Pazar, una delle città più colpite dal covid, nella sola giornata di ieri si sono registrati 345 nuovi casi e 12 decessi. La premier serba Ana Brnabic è tornata quindi a minacciare la reintroduzione del coprifuoco a Belgrado, mentre il presidente serbo Aleksandar Vucic ha chiesto ai manifestanti di proseguire le proteste dopo che la curva del contagio sarà calata. Un invito destinato a cadere nel vuoto.

 
Libia, l'escalation militare e l'Italia PDF Stampa
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di Alessandro Orsini


Il Messaggero, 12 luglio 2020

 

L'interesse nazionale dell'Italia nel Mediterraneo è in pericolo. La guerra tra Turchia ed Egitto in Libia, che si profila all'orizzonte, avrebbe un impatto negativo per tutti gli italiani. Ci auguriamo che una simile guerra non scoppi, ma i fatti inducono al pessimismo. Prima di ragionare sul governo Conte, è necessario fornire un resoconto degli eventi importantissimi avvenuti in questi giorni, ponendoli in ordine di successione, per mostrare che sono concatenati nel rapporto di causa-effetto tipico dell'escalation militare.

In primo luogo, il presidente dell'Egitto, al-Sisi, ha invitato l'esercito a prepararsi per una guerra fuori dai confini nazionali. Due giorni dopo, il governo di Tobruk ha richiesto l'intervento dell'Egitto per essere difeso dall'attacco che il governo di Tripoli, sorretto dalla Turchia, sta per sferrare contro Sirte. Erdogan ha risposto inviando a Tripoli il ministro della Difesa, Hulusi Akar, che ha arringato i soldati turchi affinché siano pronti alla guerra con l'Egitto. Due giorni dopo la visita di Hulusi Akar, alcuni caccia Rafale hanno condotto un bombardamento contro la base aerea di al-Watiya, dove la Turchia ha concentrato i propri armamenti.

Nessun governo ha rivendicato il raid aereo. Tuttavia, in Libia, i caccia Rafale sono in dotazione soltanto alla Francia e all'Egitto. Questa rubrica non ha dubbi sul fatto che il bombardamento contro i turchi ad al-Watiya sia stato condotto dai piloti di Macron, da quelli di al-Sisi o da entrambi. Macron è infatti furiosamente schierato contro la penetrazione della Turchia in Libia ed è un alleato di ferro dell'Egitto.

Dopo avere subito l'attacco ad al-Watiya, Erdogan ha inviato a Tripoli l'ammiraglio Adnan Ozbal, comandante della Marina turca, e ha annunciato un'esercitazione militare al largo delle coste libiche per le prove generali della guerra con l'Egitto. L'esercitazione si chiamerà "Naftex" e coinvolgerà 17 aerei e 8 navi da guerra. La ragione è semplice: Sirte si trova sulla costa e, per strapparla al trio Haftar-Macron-al Sisi, Erdogan dovrà combattere in mare.

Proviamo adesso a calcolare una piccola parte dei danni che l'Italia subirebbe a causa di una guerra tra Turchia ed Egitto. Innanzitutto, l'Italia e la Turchia sono alleate. Entrambe difendono il governo di Tripoli. Questa alleanza è stata ribadita tre giorni fa, durante la visita del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ad Ankara.

Che il ministro della Difesa italiano si rechi dal ministro della Difesa turco, in un contesto di guerra tra Turchia ed Egitto, dice molto sui rapporti tra Erdogan e Conte. Il problema è che anche i rapporti dell'Italia con l'Egitto sono ottimi, al punto che l'Italia, pochi giorni fa, ha addirittura venduto alcune eccellenti navi da guerra all'Egitto prodotte da Fincantieri.

A meno che non si tratti di una scaramuccia di un giorno, cosa che tendiamo a escludere, una guerra tra Turchia ed Egitto costringerebbe l'Italia a prendere una posizione: o il governo Conte rinuncia alla Turchia o all'Egitto, ma questo è contrario alla logica strategica dell'Italia e, quindi, non va bene. Maggiore è la durata di una guerra, maggiore è il numero di Stati che finisce per essere coinvolto. È facile per l'Italia rimanere neutrale in una guerra di ventiquattro ore tra Egitto e Turchia; molto più difficile in una guerra di un anno.

Arriviamo al punto: la guerra tra l'Egitto e la Turchia non dev'essere combattuta perché è contraria all'interesse dell'Italia. Inoltre, se una guerra turco-egiziana si concludesse con un vincitore netto, anche questo non sarebbe vantaggioso per l'Italia. Una Libia sotto il controllo completo della Turchia, o del blocco Egitto-Francia, costringerebbe l'Italia a un ruolo troppo subalterno rispetto ai vincitori, mentre una Libia divisa in aree di influenza, Tripolitania e Cirenaica, accrescerebbe gli spazi di manovra per l'Italia.

Un equilibrio di questo tipo andrebbe bene nel medio periodo perché lascerebbe all'Italia il tempo di lavorare per recuperare le posizioni perdute in questi anni. L'Italia è un Paese forte quando regna la pace, I suoi commerci e la sua diplomazia scorrono nel sottosuolo come un fiume carsico. La guerra, invece, esclude il governo Conte dalle dinamiche che contano. Siccome l'Italia non può fare niente per la guerra, la guerra non può fare niente per l'Italia. Quando lavora per la pace, l'Italia lavora per sé stessa.

 
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