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Infranto il teorema: o pentito o mafioso PDF Stampa
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di Alberto Cisterna*


Il Riformista, 20 aprile 2021

 

La decisione della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo ha suscitato contrapposte prese di posizione, e prevale tra quanti si attendevano una decisione definitiva l'impressione che la Consulta abbia voluto guadagnare tempo e riservarsi l'ultima parola sul punto solo se costretta (chiare le parole di V. Zagrebelsky, "Se la Corte sceglie di non decidere", su La Stampa del 16 aprile).

Dar tempo al Legislatore, come insegna la vicenda Cappato, è in gran parte inutile in questo paese e l'ostinazione con cui la Corte applica un rigido self-restraint in casi come questo è il segno che anche questa partizione della Costituzione dovrebbe essere ampiamente rimaneggiata per conferire all'Alto consesso i poteri di intervento che la modernità e il consolidarsi di una legislazione multilivello (regionale, nazionale, europea, sovranazionale) esigerebbero ormai. Certo la presenza di un ministro della Giustizia di altissimo spessore induce, questa volta, a qualche speranza.

Se non fosse che l'oculato e misurato comunicato stampa della Consulta evoca scenari tutt'altro che rassicuranti circa la possibilità di una reale riforma; soprattutto in presenza di una legislatura al suo secondo quadrante e con una maggioranza eterogenea e fortemente contrapposta sui temi della giustizia. Veniamo al pronunciamento della Corte, o meglio, all'anticipazione delle motivazioni a sostegno della dilazione temporale concessa al Parlamento (maggio 2022).

Poche righe che, per un verso, hanno dato forza alle tesi abolizioniste e, per altro, hanno lasciato un barlume di speranza ai teorici dell'oltranzismo sanzionatorio. Una scelta, certo, non casuale che concede al legislatore poche opzioni sul versante dell'ergastolo ostativo, ma che gli lascia mano ampia sul crinale della collaborazione di giustizia. Il regime attuale è chiaro: se sei mafioso e non collabori non puoi accedere alla liberazione condizionale.

Questo regime è, secondo il giudizio già anticipato dalla Corte, incostituzionale perché "...tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l'unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo".

Punto e a capo. Sennonché la Consulta non si è limitata a questo rilievo sulla singola norma - con un contegno per così dire ortodosso e in linea con le sue funzioni - ma è andata oltre constatando che "... l'accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata".

Ragione per cui si deve "consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".

Qui la questione si complica, e non di poco. Si prefigura una sorta horror vacui, ossia il timore che - rimuovendo il divieto per i condannati per mafia - si possa aprire una falla nell'intero sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Una valutazione di scenario certamente politica, anche se non irrituale nella giurisprudenza della Corte. Veniamo alle parole. Il tema della "peculiare natura" del delitto di mafia introduce argomenti e suggerisce riflessioni molto ampie che, in questa sede, possono essere solo menzionate.

È chiaro che, negli ultimi tre decenni, si è costruito non solo un binario sanzionatorio, processuale e penitenziario alternativo a quello applicato ai reati ordinari, ma si sono anche poste le basi per una più profonda classificazione dei detenuti distinguendoli non sulla scorta della loro personalità, ma delle condotte di cui rispondono.

Un approccio antropologico radicale ed esclusivo fondato su una sorta di teorema per cui il mafioso non si deduca mai, almeno che non diventi un pentito. Secondo questo pensiero solo la collaborazione di giustizia può smentire la presunzione assoluta che avvinghia il condannato per mafia, poiché l'umanità del mafioso non è emendabile in alcun modo e ogni atteggiamento remissivo durante la sua detenzione è una mera finzione.

Libri di basso conio, film, serie televisive, interviste, dichiarazioni di asseriti esperti hanno alimentato e sostenuto questa presunzione conseguendone la inevitabile implementazione normativa; proprio quel radicamento legislativo con cui le Corti nazionali ed europea sono ora chiamate a fare in conti tra mille dubbi e cautele. Per sviluppare un dibattito sul punto che coinvolge l'etica del legislatore, la sua capacità di costruire un sistema normativa scevro da suggestioni, campagne di stampa e connessi carrierismi, occorrerebbe trovare un punto di riflessione in comune. Punto di riflessione che, al momento, semplicemente non esiste.

Talmente sedimentata è la convinzione che il mafioso sia sempre mafioso - ossia che la mafia sia innanzitutto una scelta esistenziale e interiore irretrattabile e non uno dei modi (neppure il più conveniente) per arricchirsi illecitamente - che in questa impostazione è impossibile ritenere che il carcere possa davvero emendare, correggere, purgare, risollevare.

Solo se ti penti e collabori, solo allora lo Stato può fidarsi di te, perché compi una scelta incompatibile con il tuo status interiore, rinnegandolo. Uno stereotipo vetero-antropologico, ovviamente, ma ampiamente e agguerritamente sostenuto da un manipolo di agitatori più o meno interessati. Ecco la Corte, con le poche parole di quel comunicato, sembra voler infrangere definitivamente il muro di questo teorema e riportare al centro della discussione l'idea, democratica e costituzionale, che non si possono creare correlazioni tra pena e pentimento o generalizzazioni tra mafia e collaborazione di giustizia.

Eppure il punto di crisi dell'assolutismo carcerario sarebbe abbastanza evidente se la detenzione non corregge e non rieduca di per sé, ci si dovrebbe chiedere il pentimento cosi auspicato da quali pulsioni interiori deriva. Se il trattamento non aiuta l'emenda interiore, perché la delazione dovrebbe meritare una così decisa considerazione. In fondo sono, sono state quasi sempre, scelte di mero interesse.

L'ergastolano collabora, quasi sempre, perché soffre la detenzione e la sua durezza. Ma questo cosa abbia a che vedere con la Costituzione e con la funzione rieducativa della pena, non è chiaro. Certo si può e si deve conservare l'importanza della collaborazione di giustizia in tema di mafia che, però, già l'ordinamento (dal 1991) favorisce e incoraggia.

Impedire la concessione personalizzata e motivata dei benefici carcerari da parte del giudice di sorveglianza sino a quando non si collabori è un modo per ammettere che il carcere è uno strumento di pressione e di coercizione e non il luogo della rieducazione.

Ecco chi sostiene le ragioni infrante dalla Corte costituzionale dovrebbe uscire dalla penombra dei giudizi morali e delle valutazioni antropologiche e dire la verità sul punto. Certo non guasterebbe prima aver letto qualcosa di serio e proveniente da ambienti scientifici non contaminati dal sospetto, a esempio Frederick Schauer, "Di ogni erba un fascio. Generalizzazioni, profili, stereotipi nel mondo della giustizia", Cambridge Mass., 2003, d'alt. 2008. Ma per troppi è chiedere troppo.

 

*Magistrato

 
Abbiate il coraggio di ammetterlo: siete per la pena di morte PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo


Il Riformista, 20 aprile 2021

 

Abbiate il coraggio di dirlo, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele. Se volete condannarlo alla morte sociale senza tenere in nessun conto il suo cambiamento, allora siete per la pena di morte. E' così. In Italia c'è una parte della classe politica e della magistratura favorevole alla pena capitale.

Non lo dicono, ma lo pensano. Vogliono eliminare dalla società civile coloro che hanno commesso gravi delitti o che comunque per reati di mafia o terrorismo siano stati condannati. Li vogliono togliere di mezzo, nasconderli dietro l'ergastolo ostativo e non vederli più, cancellarli, annientarli. Esprimono una forma di ferocia vendicativa, anche se ben nascosta, nel momento in cui negano alla persona l'esistenza come individuo e fanno coincidere il reo con il reato.

Per questi soggetti - esponenti politici o pubblici ministeri che siano - non esistono il mafioso o il terrorista, ma solo la mafia e il terrorismo. Chiudendo le porte del carcere con il "fine pena mai", hanno così chiuso la vita stessa del condannato.

Mi ha colpito l'intervista (Sole 24 ore, 18 aprile) alla dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della Dda di Milano da quando è andata in pensione Ilda Boccassini. Un magistrato che, ne sono certa, si considera di sicura fede democratica e contraria alla pena di morte. E anche, persino, a un eccessivo uso delle manette. Tanto da dire che "in un inondo ideale sarei pure d'accordo nel destinare il carcere solo a pochi criminali a elevatissimo tasso di pericolosità. Purtroppo però non viviamo in un inondo ideale".

Anche perché, in un inondo "ideale", o forse anche soltanto in rum società liberale, dovrebbe essere soprattutto il concetto di prigione come unica forma di pena, a essere messa in discussione, prima ancora che il numero di persone da catturare. E tralasciamo una questioncina piccola piccola, che è quella del carcere preventivo, cioè quella custodia cautelare che riempie le carceri del 40% del totale dei detenuti e che è semplicemente una forma di pena anticipata, nei confronti di colpevoli e innocenti. Ma guardiamo alla qualità della detenzione.

Non è ammissibile che magistrati ed esponenti politici ignorino due riforme essenziali dell'ordinamento penitenziario del passato, quella del 1975 e la Gozzini del 1986. Cui andrebbe aggiunta quella che ha cambiato radicalmente nel 1989 il codice di procedura penale. Stiamo parlando di cose del secolo scorso, certo. Ma se hai vinto un concorso per entrare in magistratura o se hai vinto le elezioni e sei entrato in Parlamento non puoi ignorarle.

Proprio come siamo tutti obbligati, dal momento che abbiamo almeno il diploma della scuola dell'obbligo, a saper leggere scrivere e far di conio. Ma pare non essere così. È vero che nel corso degli anni nessun Parlamento ha avuto il coraggio di abolire l'ergastolo come era stata abolita (per due volte, dopo che il fascismo l'aveva ripristinata) la pena di morte, ma l'insieme delle riforme del secolo scorso l'aveva nei fatti reso inoffensivo, fissando allo scadere dei 26 anni di carcere il momento per poter chiedere l'accesso alla liberazione condizionale.

E le mura dei penitenziari erano state rese valicabili anche dalle misure alternative. Questi importanti cambi di passo erano stati una vera rivoluzione copernicana, che metteva al centro il detenuto, prima del reato. Il "trattamento" è l'apriscatole per il percorso di cambiamento della persona. Il reato è lì, fermo e immutabile, fa parte della storia da cui non si può tornare indietro. Ma l'individuo cambia. Nel suo discorso programmatico alle Commissioni giustizia di Camera e Senato la ministra Marta Cartabia ha messo t'accento con particolare passione sulla necessità che nel processo penale entri la "giustizia riparativa", punto di incontro tra chi ha rotto il patto con la comunità e chi ne è rimasto vittima.

L'opposto del concetto di pena eterna, di carcere senza speranza. Un inno al cambiamento. Vorrei chiedere ai vari Salvini o Meloni (tralasciamo per un attimo la banda dei Cinque Stelle) o Grasso, o ad altri di sinistra, piuttosto che alla dottoressa Dolci e a tutti i suoi colleghi "antimafia", se riescono a volgere i propri occhi all'indietro per un attimo e a guardare se stessi come erano dieci o venti o trent'anni fa. Che cosa vedete, quale persona vedete rispetto a quel che siete oggi? Rispondete con sincerità e poi riflettete.

Quando nel nostro ordinamento furono introdotti l'ergastolo ostativo e l'articolo 41bis, erano appena stati ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il che determinò (cosa dm non dovrebbe mai accadere) una reazione emotiva da parte del Parlamento e la conseguente approvazione di norme incostituzionali. Cosa che l'Alta Corte non ha mai fino a poco tempo fa voluto constatare. Ma i tanti piccoli passi cui ci sta conducendo oggi, insieme a una se rie di sentenze della corte di cassazione, dovrebbero servire a far aprire gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere.

Per esempio, quando vengono sbloccati il divieto di saluto tra detenuti, o l'impossibilità di tenere cibo o di leggere un giornale o di sottoporsi alla fisioterapia se si è gravemente malati, mi domando, quanti leader politici che straparlano di buttare la chiave, conoscevano l'esistenza di questi divieti vessatori? O c'è ancora qualcuno che pensa che il carcere speciale, o anche quello normale, siano hotel di lusso? La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato più volte l'Italia per i suoi trattamenti inumani e degradanti nelle carceri.

Tra questi c'è il "fine pena mai" dell'ergastolo ostativo. Oso dire che la gran parte dei detenuti al carcere a vita è profondamente cambiato. Non è l'intuizione di un'ottimista sognatrice, è la realtà scritta nero su bianco da decine e decine di operatori e volontari che ogni giorno si dedicano al "trattamento" dei detenuti.

E anche da tanti giudici di sorveglianza, categoria di magistrati spesso sottovalutata. Vede, dottoressa Dolci (e con lei i tanti suoi colleghi "antimafia"), quando lei dice "in assenza di elementi di collaborazione, come è possibile arrivare a dire con esattezza che il detenuto ha rescisso i legami con l'associazione criminale di provenienza?" è a questo inondo carcerario che dovrebbe chiedere. A persone che trattano con altre persone.

Con quei detenuti che non sono la fotografia di quel che ciascuno di loro era alla data in cui hanno commesso il delitto, ma che sono i protagonisti di un film che si è evoluto nel corso del tempo. Se lei, se voi, guardate solo quell'immagine fissa, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele, allora dite chiaramente che volete la condanna a morte. Siate sinceri e ditelo, almeno.

 
Giustizia, il processo breve in quattro anni cancella la prescrizione PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 20 aprile 2021

 

Venerdì 23 aprile, nella commissione Giustizia della Camera, scade il termine per presentare gli emendamenti alla riforma del processo penale. Tutto il centrodestra e Italia viva vanno all'assalto della "odiata" riforma Bonafede. Il caso Grillo acuisce i contrasti. In via Arenula gli esperti di Cartabia sono al lavoro per le modifiche proporrà la ministra.

Si avvicina l'ora del destino della prescrizione dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. E non solo, ma anche quella dei futuri tempi del processo, la cui rapidità figura come una promessa nel piano per ottenere i miliardi del Recovery plan. Ma il destino coinvolge anche il processo di Appello, con quali limiti continuerà ad esistere. E le azioni disciplinari contro il pm "colpevole" di impiegare troppo tempo nelle sue indagini e che non deposita rapidamente, e con i dovuti omissis, le carte per garantire un congruo diritto di difesa. E ovviamente anche le intercettazioni, il loro uso (e per i nemici dello strumento "l'abuso"). E la sorte che avranno il rito abbreviato e il patteggiamento, antichi fiori all'occhiello del nuovo codice del 1989.

Venerdì 23 aprile, ore 12. È la data segnata in rosso sul calendario della commissione Giustizia della Camera. Scadenza rossa soprattutto per il centrodestra di governo, Lega, Forza Italia, Azione, e all'opposizione, Fratelli d'Italia. Data rossa anche per Italia viva. Mentre il M5S gioca in difesa per salvare il più possibile della riforma Bonafede. Il Pd punta soprattutto sulla giurista Marta Cartabia, la ministra che in via Arenula ha messo al lavoro il gruppo presieduto da Giorgio Lattanzi, l'ex presidente della Consulta che l'ha preceduta nello stesso incarico, giurista ed ex presidente della prima sezione penale della Cassazione, quella deputata ad affrontare e risolvere i casi giuridicamente più difficili.

Sarà una partita difficilissima, sulla quale da ieri incombe anche il caso di Beppe Grillo, il suo video a difesa del figlio, le polemiche durissime che ne sono scaturite. Un giustizialista divenuto improvvisamente garantista se a finire nelle mani dei pm è un parente strettissimo. Una partita sicuramente ricca di colpi di scena. Sulla quale, almeno fino a ieri sera, tutti giocavano a carte molto coperte. Nessuna indiscrezione ancora sulle richieste di emendamento. "Sicuramente saranno molte..." ammette Pierantonio Zanettin di Forza Italia ed ex laico del Csm che se ne sta occupando. E che aggiunge: "Anche se la Cartabia ci ha raccomandato di limitarci...".

 
Prescrizione processuale, il progetto di Leu e Pd PDF Stampa
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di Giulia Merlo


Il Domani, 20 aprile 2021

 

Di rinvio in rinvio, il termine per gli emendamenti al disegno di legge di riforma del processo penale sta per scadere. Tutti i gruppi parlamentari sono al lavoro per presentare le loro proposte entro venerdì 23 aprile alle 17 e il testo rischia di essere l'ennesimo campo di battaglia in commissione Giustizia alla Camera, che ha visto contrapporsi due schieramenti all'interno della maggioranza. Da una parte il centrodestra di Lega e Forza Italia insieme a Italia viva, dall'altro Partito democratico con Leu e Movimento 5 stelle.

Il fronte politicamente più caldo è quello della modifica della prescrizione, che è stato il cuore della riforma Bonafede e uno dei baluardi dei grillini. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, sta vigilando per evitare scontri e, al momento del suo insediamento, ha ottenuto la fiducia di tutta la maggioranza con il ritiro degli emendamenti che avrebbero potuto far esplodere una crisi. Il patto, però, era che comunque la norma che stoppa la prescrizione dopo il primo grado sarebbe stata modificata.

Ora il tentativo di Pd e Leu è quello di proporre una modifica che non sconfessi interamente il progetto di Bonafede ma che ne corregga alcuni effetti, offrendo garanzie maggiori agli assolti. Obiettivo: "smitizzare" la prescrizione e riportarla nell'alveo del più ampio meccanismo processuale penale e nello sforzo di ridurre la durata dei processi. Sul fronte di Leu il più impegnato è il deputato Federico Conte, da cui ha preso il nome il cosiddetto lodo Conte bis, redatto durante il governo Conte II e che aveva trovato l'accordo anche dei Cinque stelle, che doveva modificare la norma Bonafede differenziando i condannati in primo grado dagli assolti, ripristinando per questi ultimi il decorso della prescrizione.

La proposta - Proprio a partire dall'accordo politico su questo testo, Conte sta redigendo un emendamento che recepisca il lodo Conte bis, a cui aggiungere anche un meccanismo di prescrizione processuale per il secondo grado.

L'emendamento prevedrà l'introduzione di una sanzione processuale: in caso di condanna in primo grado la prescrizione si stoppa ma se l'appello dura più di due anni (tempo considerato nel ddl penale come congruo per la durata di questo grado di giudizio), il condannato in secondo grado ottiene uno sconto di pena, fissato in 45 giorni per ogni 6 mesi di durata del processo in più rispetto ai due anni previsti.

Nel caso di assoluzione in primo grado in cui la sentenza sia stata impugnata, se il processo di appello non si svolge entro due anni, la conseguenza processuale dovrebbe essere l'estinzione del processo (ferme restando le azioni civili), traducendo l'inerzia dello stato in perdita di interesse all'azione penale.

"Questa proposta muove dallo schema del lodo Conte bis, di cui rappresenta uno sviluppo e interviene nella fase di appello per introdurre presidi processuali ai termini di fase già individuati nel disegno di legge delega. In piena coerenza con l'impostazione sul tema data dalla ministra Cartabia", ha detto Conte. Se ogni gruppo presenterà propri emendamenti, l'impostazione di Conte è coerente anche con le intenzioni del Pd.

I dem stanno lavorando alle loro proposte ed "è ragionevole pensare anche al tema del rispetto dei tempi e dei termini dei gradi processuali, oltre i quali - se sussistono determinate condizioni - si potrebbe lavorare a una sorta di prescrizione processuale. Ma con una drastica riduzione dei tempi del processo il tema della prescrizione si ridimensiona drasticamente", ha detto Water Verini, membro della commissione Giustizia.

L'obiettivo di Pd e Leu sarebbe quello di trovare una soluzione condivisa di compromesso che non tagli fuori il Movimento 5 stelle ma che si muova in coerenza con le richieste di Cartabia e soprattutto non presti il fianco agli attacchi di quella parte di maggioranza - Enrico Costa di Azione, Italia viva e Forza Italia in testa - che punta a cancellare la riforma grillina.

 
Riforma penale, la gara degli emendamenti tra Cartabia e Montecitorio PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 20 aprile 2021

 

Ma come trattenersi se in ballo c'è l'odiata/amata prescrizione? Amata dai 5S che l'hanno proposta con Bonafede. Per dire che i tempi della prescrizione si fermano dopo la sentenza, ma solo di condanna, di primo grado. Anche quella volta - era novembre del 2018 - con un emendamento che cambiava a sorpresa pure il titolo della legge penale inserendo in un articolo di poche righe la nuova prescrizione, e che scatenò subito una bufera perché a presentarlo non fu il Guardasigilli, ma la relatrice Francesca Businarolo di M5S.

C'era il governo gialloverde, e subito la Lega con la ministra per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno protestò parlando di "bomba atomica sul processo penale". Adesso l'ora della prescrizione è arrivata. La Lega, come allora, fa parte del governo. La Bongiorno muove le pedine della giustizia con i suoi parlamentari. Come si è visto nel caso delle intercettazioni.

Fioccheranno le richieste per buttare giù la prescrizione di Bonafede perché anche il compromesso raggiunto con la mediazione dell'ex premier Giuseppe Conte - il lodo Conte-bis - non piace a nessuno. Perché le Camere penali con il loro leader Gian Domenico Caiazza martellano ogni giorno. E questo sarà certamente il punto più sofferto dell'intero disegno di legge.

L'unica via d'uscita, il compromesso possibile, adombrato dallo stesso Bonafede nelle ultime ore del suo governo, quando il precipitare degli eventi gli impedirono - il 27 marzo al Senato, il 29 all'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, il 30 in Calabria, dov'era riuscito a realizzare l'aula bunker di Lamezia Terme per il processo Rinascita Scott del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri - di spiegare quale fosse la sua soluzione. E cioè un processo penale talmente breve e celere - due anni in primo grado, uno in appello e uno in Cassazione per 4 anni complessivi - tale da annullare per ciò stesso la prescrizione. Una formula che vedrebbe d'accordo sia M5S che Pd e che sarebbe difficile da contestare da parte delle opposizioni.

"Stiamo predisponendo gli emendamenti. Certo. Ma non so dire quanti saranno alla fine. Certo i punti da modificare della legge sono tanti per noi..." ammette Lucia Annibali, la responsabile Giustizia di Italia viva che proprio sulla prescrizione ha fatto una battaglia nel precedente governo cercando di spostare il termine di entrata in vigore il più avanti possibile.

La stessa battaglia di Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, che già dalle fila di Forza Italia aveva cannoneggiato contro la prescrizione di Bonafede in tutte le occasioni possibili cercando di far cadere il governo in un tranello parlamentare. Anche lui non vuole rivelare nulla degli emendamenti: "Ci sito lavorando - dice -. Saranno molti. La legge va cambiata in tantissimi punti. Non soltanto sulla prescrizione". C'è da scommettere che da lui arriveranno richieste sulle responsabilità del pm quando le indagini durano troppo.

Il Pd cerca di fare da pontiere tra l'ansia della destra per una giustizia del tutto garantista e il giustizialismo di M5S. Il capogruppo in commissione Giustizia Alfredo Bazoli dice che "sì, gli emendamenti non saranno moltissimi, ma non saranno neppure pochi". E quel fascicolo, sul tavolo di Cartabia, rivelerà il necessario compromesso tecnico da raggiungere per non spaccare la maggioranza. Non sarà una sfida facile. Neppure per una mediatrice nata come Marta Cartabia.

 

 
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