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Ergastolo ostativo: condivido l'appello del Fatto Quotidiano PDF Stampa
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di Gian Carlo Caselli


Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2019

 

Il Fatto del 7 novembre ha pubblicato una documentatissima inchiesta di Vincenzo Iurillo che racconta di un boom di "dissociazioni" fra i camorristi detenuti. Tema che (è lo stesso Iurillo a rilevarlo) rimanda alla recente sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo.

Da sempre, proprio i detenuti costituiscono un problema complesso per l'intero pianeta mafia. In una intercettazione un boss di Cosa Nostra ammonisce che "i nostri in carcere li dobbiamo cercare in qualunque maniera di accontentarli... di portargli il più rispetto possibile".

Per parte loro i detenuti hanno spesso lanciato segnali di inquietudine e insofferenza. Mafiosi di rango (tra cui i Ganci, i Graviano e Pippo Calò), nel corso di una udienza del "Borsellino ter", comunicano di avere intrapreso uno sciopero della fame contro il regime carcerario speciale. Leoluca Bagarella legge una lunga dichiarazione contro il 41bis "a nome di tutti gli altri imputati... stanchi di essere umiliati, strumentalizzati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche" e "presi in giro (con) promesse non... mantenute".

Pietro Aglieri chiede con una lettera "un ampio confronto tra detenuti... per trovare soluzioni intelligenti e concrete che producano dei frutti positivi". Una iniziativa finalizzata all'emanazione di nuove norme che consentano, anche ai condannati al carcere a vita, di nutrire qualche speranza di revisione dei processi.

Tutti segnali cui corrisponde il periodico riemergere di iniziative per il riconoscimento legale della "dissociazione" (che significa misure premiali grazie a una dichiarazione di distacco dal clan senza alcuna collaborazione, se non una generica ammissione dei fatti per cui si è stati condannati), da sempre una pedina fondamentale della scacchiera su cui ancora oggi - come dimostra l'inchiesta di Iurillo - giocano le organizzazioni criminali.

Un riconoscimento che consentirebbe di sanare la ferita mai chiusa dei boss condannati a pene pesanti fino all'ergastolo, con la prospettiva di intravedere una via d'uscita dal carcere, salvare i propri beni e acquisire nuovamente il proprio ruolo nell'organizzazione contribuendo al suo riconsolidamento. Nello stesso contesto si inserisce una vicenda raccontata da Alfonso Sabella nel libro autobiografico "Cacciatore di mafiosi".

Nel maggio 2000 la Dna (Direzione nazionale antimafia), all'esito di colloqui investigativi con 5 detenuti, chiese al ministro della Giustizia Fassino di valutare la possibilità che costoro incontrassero in carcere altri 4 boss al fine di concordare una pubblica dissociazione da Cosa nostra.

Nel contempo si chiedeva di valutare - in sede politica - la possibilità di estendere ai mafiosi dissociati benefici simili a quelli già previsti per chi - senza collaborare - si dissociava dal terrorismo. Fassino inoltrò la questione a chi scrive questo articolo (allora capo del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria), che a sua volta interessò Sabella, capo ispettorato del Dap. L'iniziativa fu immediatamente stoppata.

Qualche tempo dopo (secondo governo Berlusconi) a capo del Dap fu nominato il procuratore di Caltanissetta Tinebra. Sabella, rimasto a dirigere l'ispettorato, scoprì che Salvatore Biondino (fedelissimo di Una) era stato incaricato di trattare nuovamente la dissociazione con lo Stato, ma stavolta per conto di tutte le organizzazioni mafiose: Cosa nostra, Camorra, 'Ndrangheta e Scu (Sacra corona unita, pugliese).

Biondino stava cercando di incontrare in carcere gli stessi boss oggetto della richiesta rivolta a Fassino dalla Dna. Sabella (dopo un segnalazione scritta a Tinebra, che il giorno dopo soppresse l'ispettorato) comunicò ogni cosa a Roberto Castelli (nuovo Guardasigilli), illustrandogli il forte interesse delle mafie a ottenere importanti benefici in cambio di una pubblica presa di distanza dall'organizzazione, inutile in quanto esclude ogni forma di collaborazione processuale.

Per tutta risposta, l'ingegner Castelli lo "licenziò dal Dap - struttura dipendente dal ministero - e lo mise a disposizione del Csm. Ora, anche alla luce ditali significativi "precedenti", è facile prevedere che la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo potrà obiettivamente prestarsi a iniziative pensate con riferimento ad "aperture" ricollegabili alla dissociazione.

Infatti, per l'estensione della possibilità di futuri benefici ai mafiosi ergastolani irriducibili, in quanto non "pentiti" cioè non collaboranti, si richiede l'acquisizione di "elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata".

E di sicuro qualcuno vorrà sostenere che la semplice dissociazione integra detta acquisizione. Così ispirandosi, per altro, a una sorta di "distacco dalla realtà" per quanto riguarda gli scopi - chiaramente emergenti dalla storia della mafia - che con la dissociazione si vogliono ottenere, ben al di là della mera apparenza: trattandosi di un atteggiamento fortemente ambiguo e facilmente strumentalizzabile per dissimulare il persistere di una sostanziale adesione al clan.

Una realtà che non è consentito ignorare a cuor leggero e che - in ogni caso - rappresenta un altro ottimo motivo per aderire all'appello che il Fatto ha lanciato il 31 ottobre affinché il Parlamento approvi, per decreto o per legge (sperabilmente all'unanimità), una norma che impedisca ai mafiosi di "truffare lo Stato (...) ottenendo permessi e altri benefici senza meritarli".

 
Prescrizione e riforma penale: zero intese tra Bonafede e il Pd PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 12 novembre 2019

 

Il Guardasigilli dice no a correttivi sulla norma che abolisce i termini di estinzione dei reati: ma a queste condizioni, i dem non sono disposti a dare via libera al Ddl delega che dovrebbe velocizzare i processi.

C'era da prevederlo. Che sulla prescrizione il clima si sarebbe arroventato era evento facile da pronosticare. In realtà la vera variabile imprevista è la coincidenza tra la partita sulla giustizia e le generali difficoltà del governo. I colpi incassati in rapida successione da Conte su voto umbro e crisi dell'ex Ilva rendono tutto più precario.

Persino sulla giustizia, terreno che sembrava vedere il Movimento 5 Stelle in netto vantaggio. Ora invece tutto lascia presumere che le norme per accelerare i giudizi penali, cuore del progetto Bonafede, finiranno incagliate tra le divergenze interne e risposta andato in scena domenica: prima Bonafede, in un'intervista a Repubblica, ha chiesto agli alleati di smetterla con i "giochetti contro la riforma", a stretto giro gli ha risposto il vicecapogruppo dem alla Camera Michele Bordo che ha intravisto nelle parole del guardasigilli il rischio di "provocazioni gratuite" vista la "correttezza" che ritiene debba essere riconosciuta al suo partito. Lo stesso Bordo ha paventato il pericolo che con lo stop alla prescrizione si istituisca un "ergastolo del giudizio".

Si tratta di una formula alternativa a quella spesso utilizzata alla maggioranza. Non tanto perché le distanze sulle diverse proposte siano incolmabili, ma perché il Pd, Italia viva e persino Leu (Pietro Grasso a parte) chiedono comunque di riconsiderare anche la norma sulla prescrizione. In assenza di un correttivo almeno parziale sullo stop ai termini di estinzione dei reati, è difficile che arrivi il via libera ai Ddl delega già messi nero su bianco dal guardasigilli.

A questo punto la partita rischia di fermarsi proprio con le pedine così disposte: il ministro della Giustizia che non intende modificare il blocca-prescrizione, destinato a entrare in vigore dal 1° gennaio, e il resto della maggioranza che non dà il via libera alla riforma penale. Lo si è capito dopo il botta dall'Unione Camere penali, che preferisce parlare di "imputato a vita". Ma siamo lì.

Nessuna delle ipotesi messe finora in campo, secondo i democratici, sarebbe in grado di assicurare un'accelerazione talmente efficace della macchina penale da rendere addirittura inutile l'istituto della prescrizione. Si ritiene cioè difficilissimo fare in modo che la durata dei giudizi, anche di quelli più complessi, sia sempre contenuta entro una durata comunque inferiore al termine di prescrizione del reato contestato.

E in ogni caso, il Pd suggerisce due soluzioni, nessuna delle quali ha finora convinto Bonafede: rinviare l'entrata in vigore della nuova prescrizione e verificare per un paio d'anni almeno l'efficacia della riforma penale (di cui andrebbero approvati pure i decreti legislativi, faccenda impossibile da sbrigare entro fine 2019); oppure limitare i rischi con clausole di salvaguardia, come quella che prevede sconti di pena per il condannato se la durata del processo sfonda il muro della prescrizione, o il ripristino della prescrizione per i casi in cui in primo grado si è assolti. Bonafede sembra determinato appunto a scartare entrambe le ipotesi.

A chiedere di verificare prima "gli effetti della riforma, per un tempo congruo", e di "congelare" nel frattempo l'entrata in vigore della nuova prescrizione è stato innanzitutto Andrea Mascherin, presidente del Cnf, massima istituzione forense. Dall'avvocatura arriva anche l'iniziativa dell'Ucpi, che ha attribuito alla nuova astensione dalle udienze, proclamata per la prima settimana di dicembre con tanto di maratona oratoria, un obiettivo preciso: convincere Pd, Italia viva e Leu a votare alla Camera per la legge Costa, che abolisce la nuova prescrizione. Il Pd sembra intenzionato a scartare l'invito, ma anche deciso a restare in trincea sul ddl Bonafede. Almeno per ora.

 
C'è differenza tra l'assoluzione penale e quella politica PDF Stampa
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di Francesco Merlo


La Repubblica, 12 novembre 2019

 

Che si tratti di Andreotti, di Berlusconi... della sindaca Raggi, dell'ex sindaco Marino o dell'ex ministro Maurizio Lupi, che è il caso più recente, l'idea che l'assoluzione penale assolva l'indecenza politica non è un'idea garantista, ma al contrario è un corollario del peggiore giustizialismo.

Affida infatti al giudice la dignità della politica proprio come fanno i manettari che invocano condanne, prigioni e catene e confondono la critica giornalistica, legittima di per sé stessa anche quando è aspra, con il codice penale, e dunque l'incapacità di governare con il delitto, l'inadeguatezza con un articolo del codice, il conflitto di interessi con il crimine, il familismo con il reato.

E così ogni volta che viene assolta penalmente una cattiva politica, perché appunto non c'era il reato, si scatena la furia falso garantista: "Chi ripagherà l'innocente da tutto il fango...?". E si aggrediscono come impuniti manettari anche i cronisti che si sono permessi di esercitare il loro diritto di critica per malefatte e mascalzonate politiche.

Da sempre difendiamo la nobiltà della politica anche dall'idea che essa esista solo perché un giudice la fa esistere. Per tutelarla, i giornalisti per bene, raccontando e commentando la cronaca, non si appellano mai al potere giudiziario.

Non sono dei Robespierre i giornalisti quando chiedono (e qualche volta ottengono) le dimissioni di sindaci o ministri. Roma per esempio è governata-malissimo (come se gli ultimi tre sindaci fossero uno solo) e Repubblica ne racconta da ben più di dieci anni, molti dei quali quasi in solitudine, il degrado, prima di tutto amministrativo che, come un manto di sugna, ricopre la città più bella del mondo.

Ci sono state condanne e assoluzioni, per falso, per peculato... ma l'innocenza penale non certifica la rettitudine politica e non riguarda l'etica politica. Insomma, l'innocenza penale è ben compatibile con la colpevolezza politica e il malgoverno va denunziato e raccontato anche se non è reato. Senza addentrarmi qui nei casi più recenti che mi permetterebbero facilmente di maramaldeggiare sul garantismo-giustizialismo delle tifoserie accanite e cangianti ricordo solo che l'assoluzione di Andreotti ci permise meglio di esprimere i nostri giudizi morali e politici liberandoci dalla pietas dovuta ad ogni imputato.

E non pensavamo alla concussione, ma allo strapotere spavaldo quando commentavamo la telefonata che l'allora premier Berlusconi aveva fatto alla questura di Milano per liberare la minorenne Ruby spacciandola per la nipote di Mubarak.

Anche i giornalisti ovviamente non sono tutti uguali, ma è un abbaglio da buona notizia, come la troppa ebbrezza che ti impedisce di godertela e ti fa invece vomitare, spacciare ogni assoluzione penale per innocenza politica e ogni giornalista critico in un "sbatti il mostro in prima pagina". Non credetegli, non sono garantisti e continuano a mentire perché, politicamente, non sono innocenti.

 
Lotta internazionale alle mafie PDF Stampa
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di Vincenzo Musacchio


Gazzetta del Mezzogiorno, 12 novembre 2019

 

Grazie all'acume di magistrati come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta alla criminalità organizzata e alle mafie ha compiuto enormi passi avanti, trovato metodi investigativi sempre più efficaci e ottenuto risultati sempre più soddisfacenti. Ancor oggi il "loro" maxiprocesso resta uno dei rarissimi straordinari atti di giustizia e di trionfo della legge sul crimine organizzato.

Tuttavia, nello specifico campo delle evoluzioni mafiose si evidenzia oggi sempre più carente l'approccio a un sistema di lotta a livello transnazionale. Considerata l'impressionante crescita delle mafie a livello internazionale, con il moltiplicarsi delle alleanze tra le cosche di ogni parte del mondo, occorre uno sforzo verso l'internazionalizzazione della lotta alla criminalità organizzata.

La lotta alle organizzazioni criminali nel mondo è tutt'altro che un campo omogeneo: la caratteristica principale dei sistemi di lotta è proprio la mancanza d'istituti comuni tra gli Stati. Considerato il contesto di grande mutamento delle nuove mafie che hanno abbandonato le vecchie peculiarità approdando a nuove caratteristiche sempre meno violente e sempre più silenti, si rende necessario un sistema di lotta omogeneo e coordinato a livello internazionale che alla fine dovrà sostituire quello frammentario e disomogeneo vigente.

Il vecchio modello di lotta che si concentra sui singoli Stati va rivisto e riconsiderato. È divenuto improrogabile un prodotto dell'interazione tra diversi attori (es. la comunità internazionale) che sia influenzata da contingenze interne ed esterne rispetto a quello che sono le mafie nel mondo. La moltiplicazione di canali dell'illegalità, l'invisibilità assunta dalla moderna criminalità organizzata, le nuove forme camaleontiche che le stesse mafie assumono, rendono la loro lotta più stringente e globale.

È divenuto improrogabile, dunque, studiare da una parte come le nuove tecnologie stiano facendo mutare rapidamente le mafie e dall'altra analizzare chi, in che modo e su che dimensione debba combattere questa nuova mafia che pervade sicuramente un territorio più grande di quello di un confine nazionale. I sistemi di lotta alla mafia (prevenzione e repressione) comprendono spesso ambiti contigui e sovrapposti agli interessi che ha uno Stato nel lottare il crimine organizzato.

Me ne vengono in mente tre: il rapporto tra mafie e corruzione, tra mafie ed economia e tra mafie e nuove tecnologie. Per decenni lo studio della relazione tra questi tre campi d'azione ha avuto una sola direzione: i confini nazionali. Sono fermamente convinto che gli artefici della lotta alle mafie debbano compiere uno sforzo verso l'internazionalizzazione al fine di rendere la lotta al crimine organizzato più efficace.

La mafia ormai è da intendersi come una modalità di azione a livello transnazionale che non ha più senso combattere solo a livello nazionale poiché presuppone sia una valenza globale, sia una configurazione strutturale di rapporti sociali, economici, politici, sempre più intrecciati a quella configurazione strutturale che ruota fuori dall'orbita dei confini nazionali.

Oggi continuare a tentare di combattere la mafia solo all'interno di uno Stato non ha più senso logico e tantomeno giuridico. Proprio perché i meccanismi di lotta del crimine organizzato sono anche sistemi concreti, bisogna situarli, collocarli, analizzarli, indagarli e renderli efficaci non solo lì dove si formano, precipuamente nel loro campo appartenenza ma anche e soprattutto a livello globale.

È giusto combattere le mafie a livello nazionale, ma ormai non si può più prescindere dal farlo a livello transnazionale tenendo conto dei cambiamenti tecnologici e dei nuovi crimini globali che sono entrati nel campo, nelle nuove pratiche e professionalità che ammantano i nuovi mafiosi. Le analisi di ciascuno di questi cambiamenti non possono essere solo locali, ma devono essere anche globali.

Solo in questo modo, la lotta alle mafie può trovare nuovi strumenti metodologici a livello di cooperazione internazionale tra gli Stati. Dovrebbe essere un dovere istituzionale di ciascun legislatore analizzare e combattere queste nuove realtà criminali sovranazionali, informando non solo all'opinione pubblica di riferimento, ma anche il contesto internazionale politico.

 
Le manette agli evasori non superano la "sensata esperienza" PDF Stampa
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di Renato Luparini


Il Dubbio, 12 novembre 2019

 

L'inasprimento delle sanzioni penali in materia fiscale rischia di essere inutile e controproducente, come combattere ogni patologia sociale con i processi. Il dibattito che Il Dubbio ha ospitato in questi giorni sull'inasprimento delle sanzioni penali in materia fiscale, con le colte riflessioni di Michele Fusco e Gennaro Malgeri, mi ha fatto tornare in mente una questione antica, ormai non più di attualità politica in Italia: la punizione penale dell'aborto volontario. Sono abbastanza stagionato da aver partecipato da avvocato difensore a un processo in quella materia, ormai piuttosto desueta nelle aule giudiziarie.

L'impressione generale che ne ricavai fu di grande compassione per storie di marginalità e miseria e la convinzione che la punizione penale a volte può rivelarsi una rimedio inadeguato a una malattia gravissima. Per parte mia non ritengo affatto l'aborto un diritto e sono assolutamente persuaso che sia un interesse della collettività e dello Stato evitarlo, anziché finanziarlo con fondi pubblici. Quell'esperienza professionale però mi ha di fatto mostrato che la sanzione penale non è una panacea per ogni male. Le stesse ragioni valgono, senza mutamento alcuno, per la lotta all'evasione fiscale. Nessuno, se non per un vezzo letterario, può tessere l'elogio dell'evasore ed è ovvio che lo Stato, come qualsiasi altra comunità, deve sostenersi con il contributo dei consociati.

È tuttavia inutile e controproducente combattere ogni patologia sociale con un unico farmaco, come se il processo penale e il suo esito, non necessario, la galera fosse l'unico strumento giuridico esistente. Purtroppo in coloro che non hanno esperienza processuale questa convinzione è radicata e persistente, per quanto stravagante come le idee di Donna Prassede. Gli esempi del delirio pan- penalista si sprecano e ne posso citare alcuni. È giusto pagare i contributi previdenziali ai propri dipendenti? Certamente sì e non è un bel gesto lasciare i lavoratori senza diritti pensionistici o meglio scaricare il loro costo sulle spalle degli altri, dato che comunque le prestazioni ai lavoratori sono in ogni caso dovute dall'Inps.

Sulla base di questo sacrosanto principio, si stabilì a inizio anni 80 che il datore di lavoro moroso andasse sottoposto a processo penale. Fino a che l'economia ha girato bene, i casi di diritto penale previdenziale erano pochi. Poi è arrivata la crisi e con questo un carico spaventoso di notizie di reato a carico di milioni di artigiani, piccoli commercianti e imprenditori, che, travolti dai debiti, non avevano fatto i versamenti all'Inps. Risultato: tribunali intasati, partite Iva rovinate portate sul banco degli imputati alla stregua di rapinatori, anche per somme modeste dato che non esisteva soglia alcuna e si poteva esser processati anche per venti euro.

Poi, sull'onda debordante di ruoli di udienza ormai ingestibili, è stata la magistratura stessa a sollecitare una legge che limitasse la sanzione penale a evasioni previdenziali sostanziose, riservando invece a coloro che sono sotto soglia, "solo" da pagare capitale, interessi e sanzioni fino a che morte non li separi da Equitalia.

Alcuni di questi piccoli imprenditori sono anche falliti, magari su istanza proprio di Inps e dell'Agenzia delle Entrate. Oltre al procedimento fallimentare, moltissimi di loro sono finiti ad essere imputati nuovamente per bancarotta. Per la nostra legge basta infatti non aver riempito bene un libro contabile per incappare nei vari tipi di bancarotta. Il disgraziato imprenditore, spogliato spesso di tutti i beni, visto che spesso agiva a livello individuale, senza lo schermo di una società limitata, finiva e finisce quindi per essere un pluripregiudicato. Magari solo perché aveva aperto una pizzeria.

Chiosa finale: quello che ho scritto non è una storiella apologetica, ma il resoconto sintetico di storie tratte dal mio archivio professionale, come si possono trovare in quello di molti altri avvocati e commercialisti. Le manette agli evasori non sono né di destra, né di sinistra: sono solo una ipotesi che non regge alla prova della "sensata esperienza", per dirla con Galileo. Anche lui non ha avuto una buona esperienza con i tribunali. Lo diceva Brecht ed anche il mio cliente, quello della pizzeria.

 
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