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4 anni di carcere per il furto di due bottiglie, il giudice si ribella: "pena sproporzionata" PDF Stampa
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di Andrea Giambartolomei

 

Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2019

 

Il Tribunale di Torino solleva la questione di costituzionalità sul caso di un uomo che rischia una lunga detenzione per aver rubato liquori in un supermercato. Almeno quattro anni di carcere per due bottiglie di liquori e qualche spintone. Un giudice ha correttamente applicato la legge, ma si è posto il dubbio se la pena fosse proporzionata. E ha deciso di investire della questione la Corte costituzionale. Tutto nasce dal processo a un torinese, R.T., italiano, arrestato il 24 aprile dopo un furto in un supermercato.

Il giudice, resosi conto dell'entità della pena, si è domandato se la sanzione forse troppo "brutale e irragionevole", non violasse alcuni articoli della Costituzione. Per questa ragione il 9 maggio il giudice Paolo Gallo del Tribunale di Torino ha sollevato delle questioni di legittimità costituzionale sul reato di "rapina impropria", cioè quella commessa da chi ruba e poi minaccia o compie gesti violenti per scappare. Sulla colpevolezza dell'uomo non ci sono dubbi.

È stato filmato dal circuito di video- sorveglianza mentre prendeva le bottiglie dal reparto degli alcolici nascondendole sotto il giaccone. Avvicinato dall'addetta che aveva visto tutto, l'uomo ha proseguito indifferente verso l'uscita, ma qui si è trovato di fronte a un uomo - un nigeriano - che ha tentato di fermarlo. Lui l'ha affrontato e "con spintoni e strattonamenti" è riuscito "a divincolarsi e darsi alla fuga". Poi è stato bloccato dai vigilantes del supermercato. R.T. è finito in manette accusato di "rapina impropria".

"Alla stregua dei verbali sopra riportati i fatti si sono verificati in maniera pienamente conforme al paradigma normativo dell'art. 628, comma 2 codice penale", si legge nell'ordinanza. Tuttavia il giudice fa notare alcuni aspetti critici della norma.

Innanzitutto ipotizza una violazione dell'articolo 3 della Costituzione, secondo cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge" per come il reato di rapina impropria mette in rapporto l'aggressione al patrimonio e quella alla persona. Il giudice sottolinea la differenza tra la rapina propria in cui si minaccia o si compie un gesto violento prima di rubare, e quella impropria, come in questo caso.

Chi compie quest'ultima inizialmente scarta la violenza, ma la compie come reazione: "Demarca - scrive il giudice - una diversa e meno grave struttura oggettiva del reato e un diverso atteggiamento soggettivo quanto a intensità del dolo e capacità a delinquere". Sembrerebbe quindi meno grave del primo.

Il magistrato si sofferma poi su un altro aspetto che sarebbe in contraddizione con l'articolo 25 comma 2 della Carta, secondo il quale "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". Il "fatto commesso" andrebbe messo in relazione al "principio di offensività" che "implica la necessità di un trattamento penale differenziato per fatti diversi e, a monte, la necessità di distinguere, in sede di redazione delle norme penali incriminatrici, i vari fenomeni delittuosi per le loro oggettive caratteristiche di lesività o pericolosità".

Chi ha scritto quel comma del codice penale potrebbe aver sbagliato non soppesando alcune caratteristiche del reato improprio: "Qualunque sottrazione, quando sia immediatamente seguita da violenza o minaccia, ancorché lievi, è reputata dal legislatore meritevole di almeno quattro anni di reclusione", mentre per casi simili, come il furto, sono previste pene più lievi.

"Non v'è più differenza, ad esempio, se la violenza segue al furto di una costosa autovettura commesso con effrazione sulla pubblica via, ovvero segue al furto semplice di due bottiglie di liquore in un supermercato", nota il magistrato secondo il quale questa norma è una "disposizione 'rozza'" che sacrifica tutto "sull'altare della esemplarità sanzionatoria".

Infine, violazione più vistosa, quella dell'articolo 27, che, nel secondo comma, stabilisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato": "Una pena sproporzionata alla gravità del reato commesso da un lato non può correttamente assolvere alla funzione di ristabilimento della legalità violata - osserva il magistrato - dall'altro non potrà mai essere sentita dal condannato come rieducatrice " perché "gli apparirà solo come brutale e irragionevole vendetta dello stato, suscitatrice di ulteriori istinti antisociali". Per questo secondo il giudice "l'inflizione di quattro anni di reclusione più multa per la sottrazione di due bottiglie di liquore seguite da qualche strattone non può essere considerata una risposta sanzionatoria proporzionata". La parola, ora, va ai giudici della Corte.

 
Anche Criscuoli lascia il Csm. "Pago pressioni da stato etico" PDF Stampa
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di Giuseppe Salvaggiulo

 

La Stampa, 19 settembre 2019

 

Il Consiglio superiore della magistratura perde un altro pezzo. Paolo Criscuoli, dopo una strenua resistenza, si è dimesso. Il capo dello Stato Sergio Mattarella gli riconosce "senso di responsabilità istituzionale".

Si era autosospeso il 4 giugno, come altri quattro membri del Csm sottoposti a procedimento disciplinare per aver partecipato, in maggio, all'incontro notturno in hotel con il magistrato Luca Palamara e i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (che ieri ha seguito Renzi in Italia Viva) per decidere la nomina del procuratore di Roma. Con Criscuoli salgono a sei i membri del Csm che hanno lasciato dopo l'esplosione dello scandalo: due sono stati sostituiti pescando i primi dei non eletti nel 2018; due nuovi membri saranno eletti il 6 ottobre; il procuratore generale della Cassazione, membro di diritto, deve ancora essere rimpiazzato; il sostituto di Criscuoli richiederà un'altra elezione suppletiva, in dicembre.

Le motivazioni in una lettera Sollecitate da gran parte dell'Associazione nazionale magistrati, le dimissioni di Criscuoli (di Magistratura Indipendente, la corrente più colpita) non placano le polemiche. Criscuoli le ha motivate in una lettera dai toni tutt'altro che pacificati. Lamenta di aver ceduto alle pressioni anche se "avevo pieno diritto e anzi sentivo il dovere di continuare", convinto "in piena coscienza di non aver mai tradito il mio mandato".

Si difende, come nell'interrogatorio reso nel procedimento disciplinare, dicendo di essere capitato per caso all'incontro con Ferri, Lotti e Palamara, rimanendo "silente e avulso dalla conversazione".

Motivi per cui gli sembrava naturale riprendere la sua funzione di consigliere del Csm. Ma ha dovuto ripensarci dopo che alcuni consiglieri hanno pubblicamente annunciato che avrebbero bloccato i lavori se egli si fosse ripresentato, con una "evidente e non dissimulata conculcazione delle mie prerogative", per non dire delle "ulteriori e indebite iniziative anche da parte di alcuni componenti dell'Anm", condite da "comportamenti scomposti, arbitrari, illegittimi e scorretti" per "coartare la mia coscienza", propri di una magistratura "sensibile più alle pulsioni di uno stato etico che ai precetti di uno stato di diritto". In attesa della conclusione dell'inchiesta di Perugia, i veleni non si prosciugano mentre il Csm riapre i dossier sulle nomine nelle Procure. Oggi si riparte da Torino con quattro candidati in pole position: Borgna, Loreto, Ferrando e Vitello.

 
No al pc portatile in carcere se il difensore non dimostra l'assenza di strumenti alternativi PDF Stampa
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di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2019

 

Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 18 settembre 2019 n. 38609. Non è affatto scontato l'accesso del difensore - munito di computer - al colloquio in carcere con il suo assistito. Ma non è neanche vietato, perché può essere autorizzato. Ciò che rileva è l'impossibilità di utilizzare mezzi alternativi all'uso di un pc portatile e questa va dimostrata.

Sono quindi fondamentali le motivazioni addotte dal legale - che chiede di poter introdurre in carcere lo strumento informatico - a sostegno delle esigenze di una piena difesa della persona sottoposta alla misura restrittiva della libertà.

Motivazioni giustificative che, per la loro genericità, evidentemente non sussistevano o non è stato possibile per i giudici apprezzare nel caso concreto di cui si è occupata la Cassazione penale con la sentenza n. 38609 depositata ieri. I giudici di legittimità confermavano il divieto opposto all'introduzione dello strumento informatico proprio per tale carenza motivazionale dell'istanza presentata dal difensore e rigettata.

La richiesta respinta - Non è stata sufficiente la generica formulazione di dover consultare insieme al proprio cliente il "corposo fascicolo processuale" per predisporre una ponderata e condivisa memoria difensiva per garantire una concreta affermazione delle ragioni della parte sottoposta a processo. Riteneva il ricorrente di aver diritto a portare con sé il computer e anche al fine di evitare la disparità di mezzi e strumentazione tra difesa e accusa.

Nessuna delle norme su cui si fonda il ricorso di fatto vieta tale eventualità, ma il rischio che la connessione a internet o i dati contenuti nel portatile siano materiale cui non deve avere accesso la persona sottoposta a misura cautelare sono ragioni sufficienti a obbligare il difensore a spiegare - ad esempio - perché non gli è possibile copiare su una pen drive il fascicolo da consultare. Motivazione valida potrebbe essere l'assenza di pc su cui leggerla in carcere.

 
L'indebita compensazione non si estende ai contributi PDF Stampa
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di Laura Ambrosi

 

Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2019

 

Il reato di indebita compensazione scatta soltanto se i tributi omessi riguardano le imposte dirette e l'Iva, non potendosi estendere anche agli inadempimenti di contributi previdenziali e assistenziali. A fornire questo importante principio è la Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 38042 del 13 settembre 2019 che rivisita il precedente orientamento di legittimità.

Nel caso specifico, un Tribunale del riesame, in un procedimento penale per vari reati tributari, annullava il sequestro preventivo disposto dal gip solo con riferimento al delitto di indebita compensazione di imposte. Secondo il collegio territoriale, il delitto in questione riguarda esclusivamente le indebite compensazioni alle quali consegue l'omesso versamento delle imposte sui redditi e l'Iva e non, come nella specie, dei contributi previdenziali e assistenziali. Si ricorda che l'articolo 10-quater del Dlgs 74/2000, punisce chiunque non versi le somme dovute, utilizzando in compensazione, in base all'articolo 17 del Dlgs 241/1997, crediti non spettanti o inesistenti superiore a 50mila euro annui.

La Procura ricorreva per Cassazione lamentando un'errata applicazione della norma, in quanto l'articolo 10-quater, come confermato dalla giurisprudenza di legittimità, è riferibile a tutte le indebite compensazioni senza distinzioni fra debiti fiscali e di diversa natura. Tale interpretazione si basa sul tenore letterale della fattispecie la quale fa riferimento alle "somme dovute" transitate nell'apposito "modello F24".

A rafforzare la tesi, secondo la ricostruzione del pm sarebbe recentemente intervenuta anche la Corte costituzionale (ordinanza 35 del 2018) secondo cui il titolo della legge (che fa espresso riferimento alle sole imposte dirette e l'Iva) non risulterebbe vincolante per l'interprete, dovendosi invece valorizzare il richiamo all'articolo 17 del Dlgs 241/1997 che disciplina le compensazioni con il modello F24. La Cassazione ha respinto il ricorso con una motivazione molto approfondita e del tutto condivisibile.

Secondo i giudici, occorre una lettura tesa a valorizzare la collocazione del reato nel relativo decreto il cui titolo fa espresso riferimento alla disciplina dei soli reati in materia di imposte dirette e Iva. Ne consegue che il riferimento all'articolo 17 riguarda tutti i crediti idonei alla compensazione, ma l'omesso versamento delle somme dovute deve riferirsi alle sole imposte sui redditi e Iva e non ad altro di cui l'intero testo normativo non si occupa.

La sentenza riconosce che la medesima sezione della Corte ha ritenuto penalmente rilevante anche l'omesso versamento di contributi previdenziali ed assistenziali attraverso indebite compensazioni, ma tale interpretazione non appare condivisibile stante il titolo del decreto sui reati tributari. In merito al pronunciamento della Corte costituzionale, i giudici di legittimità evidenziano che in realtà la Consulta si è limitata a enunciare l'orientamento di legittimità in materia, senza spingersi oltre la sua mera descrizione con i conseguenti effetti.

Il principio fornito dalla sentenza è pienamente condivisibile in quanto risulta abbastanza singolare che in un testo normativo volto a disciplinare (a seguito di specifica legge delega) i reati in materia di imposte dirette e Iva possano essere sanzionati gli omessi versamenti contributivi attraverso compensazione. Non a caso, il delitto in esame (10-quater), nel testo normativo, segue l'omesso versamento delle ritenute (10-bis) e dell'Iva (10-ter): il legislatore dell'epoca, infatti, ha inteso criminalizzare tutte le modalità di mancata corresponsione di tali imposte, anche, in ultima analisi, mediante compensazione.

 
Confisca, la banca mutuante in buona fede conserva il privilegio sulla vendita PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2019

 

Corte di cassazione - Sentenza 18 settembre 2019 n. 38608. La confisca di un immobile gravato da un mutuo fondiario (per 200mila euro, con ipoteca per 422mila), a seguito della commissione di reati tributari da parte del mutuatario (sentenza patteggiata), non pregiudica il credito della banca che abbia agito in "buona fede" e con "affidamento incolpevole".

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 38608 di ieri, accogliendo (con rinvio) il ricorso di Italfondiario, quale cessionario di Intesa Sanpaolo, contro l'ordinanza del Gip che invece gli aveva negato il diritto di partecipare in via privilegiata alla distribuzione della somma ricavata dalla vendita dell'immobile.

Per il Giudice dell'esecuzione la documentazione presentata dalla società non comprovava la buona fede della banca, "non essendo stato provato quale procedura sia stata seguita per la erogazione del credito, se standardizzata o meno, quali fossero i tempi e le modalità di gestione della pratica creditizia, quali fossero stati i controlli esegui sulla persona e sul reddito del debitore e quale sia stata la valutazione tecnica di stima dell'immobile rispetto al patrimonio del debitore e al valore erogato".

Una lettura bocciata dalla Terza Sezione penale secondo cui la decisione "non ha chiarito, in concreto, quali elementi si siano rivelati idonei a escludere la buona fede e l'affidamento incolpevole dell'istituto bancario". All'epoca della stipula del mutuo (2008), infatti, prosegue la decisione, "non vi era alcuna evidenza di procedimenti penali a carico dell'imputata", essendo iniziati soltanto nel 2011, ovvero tre anni dopo l'operazione contrattuale.

"Né - continua - risulta accertato se e in che termini la conoscenza dei reati tributari che sono poi risultati coevi alla stipula del mutuo fosse esigibile dalla Banca, non essendo noto il collegamento tra la concessione del finanziamento e delitti ascritti all'imputata, che in ogni caso sembrano riferiti alla società da lei amministrata" e rimasta estranea all'operazione contrattuale intercorsa con l'istituto bancario. Infine, anche l'importo non era tale da "rendere l'operazione sospetta" o comunque meritevole di una "procedura diversa da quella standard", considerato che l'immobile "non presentava alcuna connotazione illecita".

In definitiva, per la Cassazione, "l'esclusione dei requisiti della buona fede e dell'affidamento incolpevole del terzo titolare del diritto reale di garanzia risulta affermata in maniera apodittica, senza un'adeguata disamina degli elementi di fatto disponibili e ritenuti eventualmente rilevanti, elementi la cui valutazione deve necessariamente essere operata in una prospettiva non astratta, ma riferita in concreto elle modalità e a la tipologia de 'operazione contrattuale". In particolare, ciò che risulta carente "è l'individuazione dell'impegno informativo che sarebbe stato necessario e al quale l'istituto bancario sarebbe venuto colposamente meno, dovendo la violazione del dovere di diligenza negoziale essere ancorata a parametri oggettivi e non assertivi".

 
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