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Belluno: detenuti psichiatrici verso il trasferimento PDF Stampa
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Il Gazzettino, 17 luglio 2019

 

Chiude la sezione psichiatrica del carcere di Baldenich. Il trasferimento è programmato tra la fine del 2020 e il 2021. Ma le organizzazioni sindacali e i politici sono scettici. La notizia della prossima fine dei disagi per detenuti e per polizia penitenziaria è infatti accolta con tiepido entusiasmo da parte di Fns Cisl.

"Apprendiamo con diffidente soddisfazione la notizia - afferma Robert Da Re della Cisl Fns Belluno Treviso - perché è dall'ottobre del 2017 che a tutte le promesse fatte per risolvere la gravissima situazione di insicurezza in cui versa la sezione e che penalizza sia il personale dell'istituto penitenziario sia i detenuti, non sono seguiti fatti concreti. Ad ogni modo vigileremo sulla corretta implementazione del supporto sanitario e sui tempi dichiarati per la ristrutturazione del nuovo reparto presso la Casa Circondariale di Padova".

Nell'attesa di trasferire i detenuti, l'Usl 1 Dolomiti ha chiesto di implementare l'attività sanitaria, con copertura h24 da parte del personale medico e infermieristico. La situazione nell'Articolazione Salute Mentale del carcere cittadino è sotto il mirino dei sindacati da tempo, per lo stato di degrado dell'area e per i numerosi episodi di violenza avvenuti ai danni delle guardie. Anche il deputato di Fratelli d'Italia e sindaco di Calalzo Luca De Carlo commenta la novità.

"Era ora che qualcosa si muovesse sul trasferimento della sezione psichiatrica del carcere di Belluno - dichiara - ora vigileremo perché i tempi annunciati vengano rispettati. Già un anno fa ci era stato annunciato il trasferimento, ma oggi siamo ancora qua a parlarne, e poche settimane fa commentavamo l'ennesima aggressione ai danni degli agenti che vi lavorano. Ora confidiamo che la data del 2021 sia definitiva, non possiamo continuare a mantenere detenuti e lavoratori in quelle condizioni".

 
Alba (Cn): "A quando il bando per i lavori nel carcere?" PDF Stampa
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di Ezio Massucco

 

lavocedialba.it, 17 luglio 2019

 

Il Garante dei detenuti Prandi scrive al guardasigilli Bonafede. Progetto approvato, fondi stanziati e massima priorità assegnata: allora perché il Ministero della Giustizia non procede ad assegnare l'intervento da 4,5 milioni di euro necessario a riaprire l'intera struttura. C'è il nome del ministro alla Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, in testa alla lista di destinatari della missiva partita oggi da Alba all'indirizzo dei vertici nazionali dello Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap).

A prendere in mano carta e penna, il garante comunale delle persone private della libertà personale Alessandro Prandi, che torna a sollecitare lo stesso ministro e i responsabili del dicastero romano circa l'urgenza di prendere in mano il progetto per la ristrutturazione della Casa di Reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, chiusa dal gennaio 2016 per la contaminazione da legionella che ne interessò gli impianti pochi giorni prima e riaperta soltanto un anno e mezzo dopo, a metà 2017, e solamente per un quarto - 35 posti su 140 - della sua capienza regolamentare.

Come riportato da queste pagine ancora nelle scorse settimane (qui il nostro articolo), nell'unica recente palazzina ora attiva (staccata dal corpo centrale, la sede è quella che in passato aveva ospitato la sezione femminile prima e quella dei collaboratori di giustizia poi) in questo momento trovano ospitalità oltre 50 detenuti, con un tasso di occupazione attestato ora al 143%: valori che fanno di quella albese una delle sedi più sovraffollate d'Italia. Intanto il progetto da 4.5 milioni di euro teoricamente già stanziati per la ristrutturazione del corpo centrale langue.

Dopo le assicurazioni arrivate dallo stesso ministro nel corso della sua visita ad Alba del novembre scorso, gli ultimi riscontri sul tema sono quelli arrivati nel marzo scorso dalla voce del sottosegretario Vittorio Ferraresi, che in sede di question-time alla Camera dei Deputati informava che il progetto era stato approvato, il 20 febbraio, dal Provveditorato Interregionale delle Opere Pubbliche. Circostanza poi confermata nella successiva lettera inviata il 15 maggio scorso dal ministro Bonafede al sindaco di Alba Maurizio Marello (leggi qui), scritto col quale il Guardasigilli confermava lo stanziamento già previsto nel 2018 all'interno del "Programma di edilizia penitenziaria 2019-2021".

Un documento che da una parte confermava il precedente stanziamento, inserendo intanto l'intervento albese tra quelli di "priorità massima". "Verosimilmente l'ultimo atto utile per dar il via all'emissione del bando per l'affidamento dei lavori", rimarca ora Prandi, che rileva però anche come dello stesso bando intanto si continui a non vedere traccia. Cosicché i tempi per la completa riapertura della struttura vanno dilatandosi di mese in mese.

"Quando il bando arriverà - spiegava ancora nei giorni scorsi Prandi al nostro giornale - dovremo poi aggiungere i relativi tempi di affidamento e lavori che non dureranno meno di un anno. Se anche si partisse domani, insomma, per vedere il Montalto interamente riaperto bisogna attendere almeno sino al 2021". Da qui l'iniziativa di un nuovo sollecito al ministro, nella speranza che per compiere l'ultimo miglio verso la riapertura integrale del "Montalto" non si debba attendere un altro lustro.

 
Gorgona (Li): protesta del Sappe per i bagni a mare dei detenuti PDF Stampa
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di Nicola Vanni

 

livornotoday.it, 17 luglio 2019

 

Mazzerbo: "I problemi dell'isola sono altri". Il Sindacato di Polizia penitenziaria contro la disposizione del direttore Mazzerbo: "Non c'è una tabella di consegna che indichi i compiti dei poliziotti". La replica: "Per gli agenti non cambia niente, piuttosto pensiamo a rilanciare l'isola"

Funzionava così 30 anni fa, quando tutte le domeniche i detenuti del carcere di Gorgona venivano portati a fare il bagno in una caletta impervia dell'isola. Poi, dal 2010, anche quel tipo di attività ricreativa, così come altre, fu sospesa. Adesso, da sabato 13 luglio, su disposizione del direttore del penitenziario, Carlo Mazzerbo, la popolazione carceraria potrà tornare a tuffarsi nelle acque di Cala Martina, per un'ora e mezzo al giorno, dalle 9.30 alle 11.

Una disposizione che, "senza entrare nel merito delle scelte operate dalla direzione per quanto attiene alle attività trattamentali in favore dei detenuti", viene contestata dal Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) con tanto di lettera protocollata e firmata dal segretario, Donato Capece, nella quale si chiede al ministero della giustizia, Alfonso Bonafede, l'immediata sospensione del provvedimento.

Secondo il Sappe, a mancare è la regolamentazione di un "posto di servizio" che, come da normativa del corpo di polizia penitenziaria, imporrebbe una "tabella di consegna" con indicati i compiti e le mansioni degli agenti in servizio. Una mancanza che, per Capece, impone una serie di interrogativi: "In quali condizioni il poliziotto dovrà svolgere tale servizio - argomenta il sindacato - dovrà sostare in piedi per un'ora e trenta esposto alle intemperie? Quali indumenti dovrà indossare? Anche il poliziotto potrà indossare pinne, boccaio ed occhiali?". "E ancora, dovrà intervenire in caso un bagnante-detenuto sia colto da malanno o peggio ancora tenti una seppure improbabile fuga? Sarà impiegato solo eventuale personale in possesso della qualifica di assistente bagnante? Sarà sollevato da ogni responsabilità sia penale che disciplinare in caso di qualsivoglia evento critico?".

"Il tutto - conclude il Sappe - senza tenere di conto che, a causa del ridimensionamento del servizio navale del corpo, la costa di Cala Martina non è più presidiata dalle motovedette della polizia penitenziaria e che, negli specchi d'acqua antistanti l'isola, vige tutt'ora il divieto di balneazione".

Polemiche che il direttore della casa circondariale di Livorno, Carlo Mazzerbo, ritiene fini a se stesse. "Non capisco queste polemiche, mi sembrano pretestuose - spiega Mazzerbo. È un servizio che sull'isola esiste da 30 anni, tra l'altro prima questa specifica attività trattamentale veniva svolta in una zona ancora più impervia. Adesso la strada di accesso è stata liberata e ripulita, non esistono problemi per gli agenti che devono svolgere un servizio di controllo e vigilanza così come ce ne sono altri".

E allora il perché di tutte queste polemiche? "Ho letto di agenti che dovranno fare i bagnini - continua il direttore - ma non è assolutamente così. E per i detenuti non può essere altro che un'attività ricreativa che, soprattutto per coloro che non hanno un lavoro, può servire almeno in parte ad alleviare il disagio della detenzione".

"Piuttosto - chiude Mazzerbo - i problemi dell'isola e degli agenti penitenziari sono ben altri e decisamente più seri: dalle indennità corrisposte alle case per i poliziotti, fino a un pacchetto completo che rilanci definitivamente la Gorgona". Come qualche anno fa, quando l'isola era considerato un modello sperimentale dal punto di vista giuridico, etico, ambientale, sanitario e zoo-antropologico.

 
Varese: "Cucinare al fresco", dai Miogni le ricette dei detenuti PDF Stampa
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varesenews.it, 17 luglio 2019

 

Darwin parlava di evoluzione riferendosi allo spirito di adattamento e l'uomo è diventato quello che è per aver adattato la propria esistenza ai cambiamenti della vita. Così accade che per chi sta in carcere, chiuso dietro alle sbarre, il tempo possa diventare un supplizio. E per questo c'è chi studia, lavora e sogna una nuova vita: chissà che fra i detenuti dei Miogni non si nasconda un cuoco chef capace di stupire una volta saldato il conto con la giustizia. Ecco che dopo il "Mandato di cottura" di Como, e il "Diario dei sapori" di Bollate, a Varese giunge "Assapori(amo) la libertà", il terzo dei laboratori di cucina del progetto "Cucinare al fresco", ovvero una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre.

Autori dell'iniziativa non grandi chef e nemmeno scrittori di professione, ma tre gruppi di detenuti che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food. Una sperimentazione avviata lo scorso anno all'interno dell'Istituto del Bassone di Como, grazie all'allora direttore (oggi a Varese) Carla Santandrea, entrato poi nel carcere di Bollate e ora anche in quello di Varese, in attesa di replicarsi anche in altre strutture lombarde. L'iniziativa è coordinata da Arianna Augustoni e, a Varese, vanta il supporto di Virginio Ambrosini, storico volontario dell'Istituto e anima di moltissimi laboratori di cucina.

Proprio per condividere con l'esterno i sapori e i profumi della cucina, facendolo in modo serrato, oltre ai libri di ricette, il Gruppo di collaboratori ha deciso di lanciare una nuova iniziativa: un magazine che porta lo stesso titolo dell'iniziativa con proposte stagionali. Questa parte del progetto è stata supportata dai Lions Club di Cernobbio e da Alberto Galimberti che, da sempre, è vicino ai ragazzi. Parliamo di 24 pagine di sfiziosità estive che potranno essere facilmente preparate anche da chi ha qualche problema a "vivere" la cucina. L'iniziativa è nata per caso, da una fortuita chiacchierata coi detenuti, una conversazione che in poco tempo ha reso partecipi tutti i presenti e tutti quanti hanno deciso di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita.

Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Oltre a raccontare la preparazione di ogni piatto, viene spiegato come ci si deve arrabattare per costruire e mettere in pratica una ricetta, con quali strumenti e con dei tempi molto dilazionati, nell'arco della giornata.

Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra dall'esterno, il ricettario e il magazine sono un percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato i detenuti del carcere. L'intero ricavato dalla vendita dei magazine e dei libri viene reinvestito per stampare nuove edizioni ricche di sapore.

 
Napoli: a Doppio Sogno c'è "Il Clan dei Ricciai", documentario sugli ex detenuti PDF Stampa
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di Emanuela Sorrentino

 

Il Mattino, 17 luglio 2019

 

Nell'ambito di Doppio Sogno, rassegna cinematografica d'autore organizzata da Galleria Toledo e ospitata a Villa Pignatelli, c'è "Il Clan dei Ricciai", ultimo lavoro del regista Pietro Mereu che sarà proiettato in anteprima a Napoli venerdì 19 luglio 2019, alle ore 20.30.

In concorso al premio David di Donatello nel 2018, il documentario narra la storia di Gesuino, Massimo, Simone, Bruno, Andrea e Joe, ex detenuti che scontata la propria pena, trovano nell'attività della pesca dei ricci una possibilità di reinserimento sociale. Sullo sfondo di una Sardegna a tinte forti, lontana dai circuiti turistici, in cui si rivelano scorci di degradazione suburbana dove la violenza è ovunque e la sopraffazione l'unica possibilità per sopravvivere, si snodano le vite di questi uomini sempre al limite fra lecito e illecito, fra la legge precostituita dal "continente" e la giustizia personale.

Con il capo del clan, Gesuino, che parla solo lo slang della mala cagliaritana e grazie alla sua capacità organizzativa ha messo su un piccolo impero di ricciai e buttafuori, con suo fratello Massimo, dal passato ingombrante popolato di auto rubate e una figlia di cui non vuole parlare, con Andrea, iper-tatuato e autolesionista, e con Simone che sogna una barca tutta sua, Pietro Mereu mette insieme e dirige un coro di voci, a volte armoniche e a volte discordanti, riuscendo a sfuggire alla retorica e al facile pietismo, restituendo il suono duro e poetico del popolo sardo.

"Quando ho conosciuto i ricciai avevo in mente una storia sulla malavita, una malavita che scompare, poi cominciando a girare e trovandomi a montare, ho scoperto che avevo davanti una storia di riscatto - racconta il regista.

Persone che non sono perfette o senza sbavature, ma che ogni giorno cercano di togliersi la galera di dosso. I ricci, l'oggetto del loro lavoro, li rappresentano perfettamente: spinosi fuori ma dolci dentro. Per arrivare al cuore dolce bisogna attraversare le spine". L'artista cagliaritano Joe Perrino, autore della colonna sonora del film, trasforma in musica le suggestioni di queste vite al limite, divenendo il legittimo cantastorie di un Clan sui generis, tenuto insieme non da intenti illeciti ma dalla più autentica e disperata voglia di rivalsa.

La proiezione sarà anticipata da un aperitivo offerto da Consorzio di Tutela del Vermentino di Gallura. Sarà presente il regista. A presentare il documentario sarà Aniello Arena, ex detenuto divenuto attore (fra cui Reality e Dogman di Garrone. Con Reality ha vinto anche il Nastro d'Argento).

 
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