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Selfie, lame e gomorra. La vita perduta del branco PDF Stampa
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di Maria Luisa Iavarone e Nello Trocchia


Il Domani, 27 settembre 2020

 

Dal libro "Il coraggio delle cicatrici". "Io se non faccio i nomi è per paura della famiglia mia". Le intercettazioni dei minorenni che hanno quasi ucciso Arturo a coltellate svelano l'omertà e la legge della violenza nelle strade di Napoli.

Arturo è agonizzante in via Foria, nel cuore di Napoli. È stato colpito da vari fendenti, sferrati con l'intenzione di uccidere. Due coltellate hanno raggiunto l'emitorace sinistro e la gola. È in fin di vita a soli diciassette anni. Prima è stato colpito alla nuca e poi immobilizzato, bloccato di spalle e infilzato come un budello senza anima, carne senza cuore, un manichino senza vita. Prima di lui la banda ha avvicinato un altro coetaneo, poi si sono fondati su Arturo, mai visto prima.

È stato abbordato con la richiesta dell'ora, ha risposto estraendo il cellulare: "Sono le 17.21". Uno di loro replica: "T'e mai fatt 'na chiavar?". Hai mai scopato? Nessun nesso tra richiesta e risposta. "Fatela finita mi avete rotto", dice Arturo, e a quel punto uno di loro estrae il coltello: "I t'accir", urla. Poi la fuga tentata da parte di Arturo, interrotta dal branco. Il branco ora vaga attorno a quel capannello di persone.

Vagano per la città che è Napoli, ma potrebbe essere ovunque. Senza volto e senza nome, si disperdono confusi nella folla, e così rimarranno fino alle indagini e al successivo processo. A quel punto, e per tutti, saranno Gennaro, Francesco, Antonio e Ciro. Gennaro indossa un cappuccio grigio, giubbino scuro e scarpe bianche Diadora, ma il dettaglio che lo rende riconoscibile è un altro: ha gli occhi azzurri come un cielo terso.

Non è altro però che una quiete apparente. È lui ad aver urlato "I t'accir", ha inseguito Arturo, lo ha colpito forte alla nuca per stordirlo, poi ha fatto leva sul braccio destro prima di sfilare la lama. Ha sferrato coltellate per ammazzare, una, due, tre, poi non si contano più, inflitte con crudeltà e senza fermarsi neanche un momento. Ha sedici anni. Arturo ha sentito i fendenti sul lato sinistro del tronco. Infilzato da un coetaneo, di quelli con cui normalmente posi lo zaino e ti metti a correre dietro a una palla. Gennaro ha alle spalle una condanna a due anni e due mesi per tentata rapina aggravata in concorso, pena sospesa.

Lo stato di Genny se ne è fottuto e lui ha fatto altrettanto, ha fottuto il prossimo o almeno di questo si è convinto. Doveva andare a scuola, doveva frequentare un istituto, il "Casanova", doveva avere il supporto di un assistente sociale. Doveva, ma poi i fondi, i soliti problemi, la solita Italia. E così Gennaro è tornato in strada. A scuola andava giusto per scattare self e con Francesco mentre rollava canne al cesso o le adagiava in bocca fumandosele avidamente.

Si crede perseguitato dalla legge, Gennaro, quella legge che considera al più un fastidio, un impiccio. La legge che abbaia, ma non morde, ti acciuffa e poi ti lascia. "A me m'hann sempre purtat perché teng duje ann 'e pena sospesa", racconta così Gennaro il suo rapporto con le guardie. m'hann sempre purtat si riferisce ai controlli casuali in strada ai quali era sottoposto dopo la condanna per rapina.

Non va meglio in famiglia. Quando torna a casa non trova un riparo ma un'altra trincea. Il padre picchia, picchia forte e ogni volta senza motivo. A volte lui, a volte la madre. "È manesco", racconta Genny, "è sempre stato molto offensivo con mia madre e con me, chiedeva sempre soldi perché si doveva fumare lo spinello e scaricava su di me tutta la sua rabbia". Con gli inquirenti che lo interrogano aggiunge: "Mi sucutava [seguiva, n.d.r.] fino a sotto al letto picchiandomi spessissimo". Sui social ci sono le sue foto, i video con cui si mostra al mondo. Accende uno spinello, urla: "Ma' domani svegliami presto, verso le undici e mezza".

E detta le sue regole di vita: "Io nun dic niente, nun face 'a guardia". Io non parlo, non faccio il poliziotto. Eccola, l'omertà endemica, strisciante, che è sistemica e mai occasionale. Perché d'altra parte dall'altro sistema, quello ufficiale, lo Stato, Genny non si è sentito né affidato, né assistito, mai. E alla fine dalla tentata rapina al tentato omicidio il passo è breve, troppo breve. Francesco Francesco si fa chiamare Kekko, con la k chiaramente, ma tutti lo chiamano 'o Nano.

Ha quindici anni. Certo è basso, piccoletto, minuto, ma a Napoli un appellativo, un soprannome rende bene l'idea solo se estremizza, solo se è brutale.

Così Francesco è diventato 'o Nano, ma non la vive come un'offesa. Quella sera indossa un giubbotto scuro e uno scalda-collo di colore nero. Si muove baldanzoso, guida il gruppo come un domatore. Non colpisce ma induce, organizza, ordina. Senza che se ne accorga rimane immortalato dalle immagini delle telecamere.

Basta fermare un istante per vederlo per com'è, un ragazzino sopraffatto dalla smania di fare 'o gruoss, lo sbruffone che si improvvisa criminale. Durante l'assalto ad Arturo, 'o Nano è il più eccentrico, qualcosa a metà tra protagonista e regista. È euforico, saltella, grida, corre, così racconta un testimone che assiste alle violenze. È entusiasta di fare "spalla a spalla" con quel ragazzo sconosciuto, di sottometterlo alla sua legge attraverso la squadra che controlla e fomenta. 'O Nano ha i capelli chiari, mingherlino, un fuscello, quasi insignificante rispetto al mondo, ma è presente a sé stesso e sa dove vuole arrivare.

D'altra parte è lui ad abbordare Arturo. Ma se prima gli sferra un calcio, poi si allontana, resta a un metro dall'aggressione, non accoltella ma fa accoltellare, osserva. Francesco è lì a controllare che tutto avvenga con celerità e senza dar troppo nell'occhio. All'improvviso dà l'ordine a tutti di scappare. Antonio Il giorno dell'agguato tra gli esecutori telecomandati da Kekko c'è un altro ragazzino, si chiama Antonio.

Ha solo quattordici anni, ma volteggia attorno ad Arturo come un corvo. I colpi arrivano prima al braccio, poi al petto e, infine, la lama affonda sotto la gola di Arturo. Come a scannarlo. Così si cancella un ragazzo dalla faccia della terra, rischiando di chiudergli gli occhi per sempre. Di Antonio scriveranno gli inquirenti: "Si distingue per la particolare prodezza nell'accoltellare".

Mentre Gennaro colpisce e tiene ferma la vittima c'era chi accoltellava di fronte. Antonio, a quattordici anni, fa già la malavita anche perché il determinismo sociale ha deciso la sua strada, lo ha predestinato. La sua famiglia è scomposta, frammentata.

Ma c'è di più. È il dicembre 2003,1a notte tra l'otto e il nove. La notte dell'Immacolata. Un ragazzo, Claudio Taglialatela, studente e aspirante sottufficiale dei Carabinieri, viene rapinato e ucciso in corso Umberto I, la via dello shopping a Napoli. Nel 2003 Antonio ha undici mesi, non ha ancora compiuto un anno. Claudio Taglialatela di anni invece ne ha ventidue quando la sua vita viene interrotta da un colpo di pistola alla testa.

La sua macchina finisce contro un palo. A ucciderlo è il padre di Antonio, che finisce in carcere ma pochi giorni dopo afferra un lenzuolo, lo lega al tubo di scarico del cesso della cella e si ammazza piegando le gambe per penzolare nel vuoto. Era in isolamento. Il padre di Antonio era affiliato al clan Mazzarella, egemone a Forcella, ma dalle intercettazioni si capisce che dopo l'omicidio il clan lo abbandona.

Il neonato Antonio resta senza padre. Rimane a vivere con la madre ma andrà presto via anche lei, scegliendo la droga come compagna di vita prima di finire in carcere per rapina. Dopo la morte del padre, Antonio viene così abbandonato anche dalla madre. Resta avi - vere con lo zio, pregiudicato anche lui. Antonio, sui social, celebra la figura del padre. Un fotomontaggio racconta il dolore e i fantasmi del giovane: "Mio padre mi disse attento a dove metti i piedi e io gli risposi, attento tu che io seguo i tuoi passi". A distanza di quattordici anni quel neonato diventato ragazzino infilerà il coltello nella gola di un innocente come parte di un destino maligno. Finisce arrestato per rapina e tentato omicidio, esattamente come papà.

Alla fine ha seguito quei passi. Ciro La galleria degli aggressori ha bisogno di un ultimo personaggio che abbassa di colpo l'età. Si chiama Ciro. Non subirà alcuna conseguenza penale. Ha dodici anni, l'età della preadolescenza, come dicono gli esperti. Ma se è lì insieme alla banda, ai carnefici, più che preadolescenza è pubertà criminale. E però Ciro ha un cognome che pesa e una parentela importante.

"A chi appartiene?" si domanda in quelle zone, come a chiedere lo stigma, il marchio, l'origine. Ciro appartiene alla famiglia criminale dei Mauro, clan che primeggia tra i Miracoli e Sanità. "Solo in una zona comandano", racconta un bene informato, "stanno in alcune palazzine e si occupano di droga e racket".

La camorra è considerata il potere supremo, interlocutore unico in assenza, per decenni, di istituzioni capaci di rappresentare e incarnare l'autorità, è anche l'unica autorizzata all'uso della forza. Ciro così è temuto perché appartiene al sistema, anche se ha solo dodici anni e il clan di famiglia, nello scacchiere criminale, è di second'ordine e di minore rango.

Il timore reverenziale emerge dalla mole di intercettazioni che raccontano il mondo, le stanze, i segreti delle famiglie dei carnefici. E Ciro tra i carnefici non si deve nominare. Quando Francesco viene arrestato gli inquirenti registrano i colloqui in carcere e quelli tra i familiari. Colloqui che abbiamo potuto leggere.

La madre, Anna, parla con la sorella Maria: "No... solo... a mio figlio devono passare tanti guai! Avessero preso pure a quegli altri là, quegli altri quattro, va fa mocca! Dice uno... vabbè, proprio assurdo". Francesco poi si rivolge a Patrizia, sua sorella, e affrontano il tema dei nomi. "Come si chiamano? Non mi dire i nomi di questi qua, dimmi il nome di quello là del Borgo [di Sant'Antonio] in mezzo...".

Patrizia chiede i nomi, ma Francesco risponde: "No, non te li posso dire". Patrizia: "Perché?" Francesco: "Ma quando mai, io non glieli ho detti nemmeno all'avvocato... Ma che c'è mamma? Io se non faccio i nomi è per paura della famiglia mia, dopo loro non stanno bene e io sto male, diglielo Emanuele che ha detto...".

"Non fare i nomi", "se non li faccio è per paura della famiglia mia", l'amico sconosciuto che ferma la sorella in strada. Sono episodi e frasi tipicamente all'insegna dell'omertà, ma impressiona come il mandato al silenzio segni la personalità in formazione di un minorenne. Come la plasmi. Totalmente.

 
Stati Uniti. Se i magistrati sono scelti proprio per la loro "partigianeria" PDF Stampa
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di Sergio Romano


Corriere della Sera, 27 settembre 2020

 

Esiste una fondamentale differenza tra il sistema giudiziario degli Stati Uniti e quello di quasi tutte le democrazie europee. Nei nostri sistemi esistono disparità da un Paese all'altro per il reclutamento e la selezione dei magistrati; e vi sono differenze tra i Paesi che adottano la Common Law (un sistema di origine inglese, fondato sul continuo uso dei precedenti) e quelli che hanno adottato le grandi riforme napoleoniche.

Ma in questi Paesi il giudice ideale è quello che applica la legge votata dai Parlamenti e non è motivato da considerazioni politiche o religiose. Non mancano i sistemi autoritari dove la legge è dettata da chi detiene il potere; e vi sono giudici che subiscono influenze di varia natura. Ma il modello pubblicamente riconosciuto in Europa è quello di una giustizia severamente neutrale.

Negli Stati Uniti la giustizia opera in un contesto caratterizzato da una forte partigianeria. Ne abbiamo una nuova prova dopo morte di un giudice della Corte Suprema. I membri della Corte sono nove e vengono nominati dal presidente, ma assumono la carica dopo l'approvazione del Senato e la conservano sino alla morte. Il giudice scomparso era Ruth Bader Ginsburg, nominata da Bill Clinton nel 1993, che godeva di una stima generale, ma era particolarmente gradita alle correnti più liberali e progressiste della società americana.

Il rapporto fra conservatori e liberali nella Corte Suprema, dopo le prime tre nomine di Donald Trump, è già di cinque a quattro e sarà e di 6 a 3 se il nuovo giudice (una donna che fu assistente di un altro giudice conservatore, Antonin Scalia) verrà confermata dal Senato. Allarmati, molti americani sostengono che alla vigilia di nuove elezioni presidenziali, il 3 novembre, Trump avrebbe dovuto lasciare il compito della nuova nomina al suo successore, anche perché non deve la vittoria a un voto popolare (la sua avversaria, Hillary Clinton, ha preso quasi tre milioni di voti in più). È stato eletto grazie alla maggioranza degli Stati in un organo, il Collegio Elettorale, che molti considerano ormai invecchiato.

L'argomento non è privo d'importanza, ma gli avversari di Trump non mettono in discussione il diritto di scegliere un giudice politicamente gradito. Vogliono che la scelta venga fatta da un altro presidente, più vicino alla loro idee e convinzioni. Mentre in Europa un giudice è tanto più stimato quanto più è neutrale, negli Stati Uniti sembra essere stimato quando tiene conto, nelle sue sentenze, delle opinioni e delle preferenze di chi lo ha nominato o eletto.

Il problema è particolarmente serio in un Paese dove lo straordinario aumento dei diritti civili e umani, da quelli sulla eguaglianza degli afroamericani all'epoca del presidente Lyndon Johnson, a quelli più recenti sul porto delle armi, la sessualità e la famiglia (aborto, matrimonio fra persone dello stesso sesso, mutamento di genere), hanno enormemente aumentato il numero dei ricorsi in giustizia e quindi l'influenza dei giudici nella vita sociale americana. Sono questioni che stanno dividendo drammaticamente gli Stati Uniti e hanno addirittura suscitato, dopo l'arrivo di Trump alla presidenza, il timore di una guerra civile.

 
Libia. A Mazara fiaccolata per i pescatori detenuti nelle carceri libiche PDF Stampa
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di Alan David Scifo

 

La Repubblica, 27 settembre 2020

 

Ma dalla Libia ribadiscono: "Liberate i quattro calciatori detenuti". Continua la protesta dei familiari dei pescatori detenuti nelle carceri libiche. "Il nostro governo non sta facendo nulla". "Li rivogliamo a casa". A Mazara del Vallo Il grido dei familiari dei pescatori ostaggi in Libia da 26 giorni è unanime e viene ribadito nella fiaccolata organizzata nel centro della cittadina trapanese, a cui hanno partecipato centinaia di persone.

"La sensazione è che il governo non stia facendo nulla - dice una dei familiari dei pescatori - il governo è fermo, ora che le votazioni sono finite si possono dedicare a noi. Loro hanno detto che stanno bene ma è una forzatura e non ci crediamo anche se ce lo auguriamo. Speriamo che immediatamente il governo ci permetta almeno di creare un contatto con i prigionieri, anche per far capire loro che ci stiamo muovendo".

La protesta prosegue anche a Roma, dove continua il sit-in permanente degli altri 13 familiari dei pescatori arrestati e poi presi in ostaggio il primo settembre, ufficialmente per aver invaso le acque libiche (ipotesi smentita dai pescatori) e poi perché i militari avrebbero trovato della droga sui pescherecci Antartide e Medinea: ipotesi allo stesso modo smentita dai familiari e probabilmente inscenata dai militari libici per giustificare l'arresto.

Notizie non confortanti arrivano dalla Libia, da dove arriva il tweet del Libyan Address Journal, giornale vicino al generale libico Haftar, il quale ribadisce la richiesta già fatta pervenire nei giorni scorsi: "i pescatori verranno liberati quando saranno rilasciati i quattro calciatori libici oggi in carcere per traffico di essere umani".

Il riferimento è ai 4 scafisti condannati nel 2015 per traffico di essere umani e per aver provocato la morte di 49 persone, decedute per asfissia nella stiva di una nave. A sostegno dei pescatori di Mazara c'è anche il sindaco della cittadina Salvatore Quinci, che ribadisce la complessità della vicenda e chiede ancora una volta un sostegno al governo italiano. Il primo cittadino era presente alla fiaccolata così come i sindacati: "Occorre che il governo liberi i nostri pescatori - dice Giorgio Macaddino, segretario generale Uil Fpl Trapani - a noi non interessano le dinamiche che si stanno consumando nel Mediterraneo, chiediamo l'immediata liberazione dei lavoratori".

 
Turchia. Repressione continua, 82 mandati di cattura per esponenti Hdp PDF Stampa
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di Chiara Cruciati


Il Manifesto, 27 settembre 2020

 

La procura di Ankara li accusa di incitamento alla violenza e omicidio. Tra gli arrestati c'è il co-sindaco di Kars. Le proteste, esplose dopo l'ingresso dell'Isis nella città siriana, furono uccisi decine di manifestanti. Il 7 novembre 2014 Kader Ortakaya cadeva al confine tra Turchia e Siria. Un colpo alla testa sparato dai militari turchi contro i manifestanti che avevano affollato la frontiera per dare la loro solidarietà a Kobane, la città curdo-siriana occupata dall'Isis due mesi prima.

Aveva 28 anni Kader, era una studentessa dell'Università di Marmara e attivista della Piattaforma collettiva per la Libertà. È morta mentre con centinaia di attivisti formava una catena umana, aggredita dai soldati con lacrimogeni e proiettili. È stata l'ultima vittima della repressione che si è abbattuta tra ottobre e novembre 2014 sulla mobilitazione del sud est turco a maggioranza curda, esplosa contro lo Stato considerato complice dello Stato islamico, per anni autorizzato ad attraversare la porosa frontiera e rifornito di armi.

Per quelle proteste e per i tentativi di attraversare il confine e portare sostegno materiale alle unità curde Ypg e Ypj a difesa di Kobane, ieri la procura di Ankara ha emesso 82 mandati di cattura contro esponenti dell'Hdp, il Partito democratico dei Popolo, opposizione pro-curda e di sinistra al monopolio politico ed economico dell'Akp del presidente Erdogan. Tra loro sette ex deputati (per cui è stato già chiesto di rimuovere l'immunità parlamentare), ex e attuali membri del comitato esecutivo dell'Hdp e il co-sindaco di Kars, Ayhan Bilgen. All'alba i primi arresti in sette province, le accuse sono per tutti le stesse: incitamento alla violenza, saccheggio, danneggiamenti, omicidio, vilipendio della bandiera turca in riferimento alle proteste per Kobane dell'autunno di sei anni fa.

L'inchiesta è stata aperta circa un anno fa, ribattezzata "Operazione Pkk/Kck", il Partito curdo dei Lavoratori e l'Unione delle Comunità del Kurdistan, la federazione-ombrello di cui fanno parte i vari movimenti curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran che si ispirano alla teorizzazione di Abdullah Ocalan. L'Hdp, considerato da Ankara braccio politico del Pkk, è accusato di aver ordito manifestazioni con obiettivi terroristici. La grande mobilitazione curda era iniziata la sera del 6 ottobre 2014, tre settimane dopo l'ingresso dell'Isis a Kobane, il 13 settembre. Al governo turco era stato dato "tempo", era stato chiesto di intervenire in difesa della città.

Ma all'assenza totale di intervento Ankara aveva sommato ostacoli a chiunque tentasse di portare aiuto: volontari, medicinali, cibo. Il confine sbarrato, presidiato dall'esercito turco, mentre a pochi chilometri si alzava il fumo nero degli scontri strada per strada tra Isis e Ypg/Ypj. Si protestò ovunque per settimane, nelle principali città del sud-est, ma anche a Istanbul con una manifestazione di massa il primo novembre. Il bilancio finale non è stato mai confermato, si parlò di 46, forse 53 manifestanti uccisi da soldati, poliziotti, guardie di villaggio. Tantissimi i feriti, da Diyarbakir a Batman.

Nel pomeriggio di ieri l'agenzia curda Anf ha riportato la notizia di un ulteriore divieto, stavolta per i legali degli arrestati: per "evitare il rischio di distruzione delle prove", ha fatto sapere la procura, non sarà possibile per gli avvocati vedere i loro assistiti per almeno 24 ore. La guerra aperta all'Hdp prosegue spedita: con i due ex-co-leader, Demirtas e Yuksekdag in prigione dal novembre 2014, continua a salire il numero di membri del partito dietro le sbarre. E di sindaci rimossi. Bilgen è l'ultimo di una lunga serie: considerando anche gli arresti perpetrati nel maggio scorso, 47 dei 65 comuni vinti alle elezioni del 2019 dall'Hdp sono stati commissariati dal ministero degli Interni; 95 su 102 i sindaci rimossi dai municipi vinti nel 2014. Piccoli golpe locali, così li ha definiti il partito, che mirano a modificare la geografia politica del sud-est ribelle.

 
Iran. L'attivista Nasrin Soutoudeh interrompe lo sciopero della fame: era in pericolo di vita PDF Stampa
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La Repubblica, 27 settembre 2020


L'avvocata, insignita del premio Sakharov dal Parlamento europeo nel 2012, condannata a 33 anni di carcere per aver difeso i diritti umani aveva smesso di mangiare 45 giorni fa. La settimana scorsa era stata ricoverata per insufficienza cardiaca. La notizia è stata data dal marito.

"Nasrin Sotoudeh e Rezvaneh Khanbeigi hanno deciso di porre fine allo sciopero della fame a causa del peggioramento delle loro condizioni fisiche. Questa notizia è stata data questa mattina. Il motivo del ritardo dell'annuncio è stato la mancanza di accesso al telefono". Così il marito di Sotoudeh, Reza Khandan, ha dato notizia dell'interruzione dello sciopero della fame della moglie.

Sotoudeh aveva iniziato lo sciopero l'11 agosto scorso in segno di protesta contro le condizioni dei prigionieri politici nel carcere di Evin a Teheran, durante l'epidemia di coronavirus.

La settimana scorsa era stata ricoverata in ospedale per insufficienza cardiaca. Rilasciata dopo 5 giorni, il marito ha denunciato che non le era stato dato alcun trattamento medico. Né a lei, né a nessun altro presente nel reparto di terapia intensiva. Un mese fa è stata arrestata anche la figlia, Mehraveh Khandan, 20 anni, rilasciata dopo qualche ora dal carcere di Evin.

Mehraveh è stata arrestata senza alcuna accusa. Una forma di pressione nei confronti della madre, sostengono gli attivisti per i diritti umani. Con lei ha interrotto lo sciopero della fame anche l'attivista Rezvaneh Khanbeigi, condannata a 10 anni di carcere per aver partecipato alle proteste di novembre 2019 contro l'aumento della benzina: collusione e associazione contro la sicurezza nazionale e internazionale e propaganda contro lo Stato.

 
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