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Milano. Era vecchio e malato al 41 bis a Opera, ora è in fin di vita per Covid PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 27 novembre 2020

 

Per il detenuto al 41 bis a Opera l'avvocato Paolo Di Fresco si era vista respinta l'istanza di detenzione domiciliare poche settimane fa. Sta per morire, è talmente peggiorato che hanno dovuto sospendere la cura e hanno cominciato ad eseguirgli la terapia palliativa per allievare le sofferenze. Parliamo di uno dei detenuti del 41 bis a Opera che hanno contratto il Covid e ricoverati d'urgenza in ospedale. Il Dubbio ne ha parlato, anche di lui.

Si chiama Salvatore Genovese, 77enne al 41 bis fin dal 1999, cardiopatico, già operato di tumore e con i polmoni malandati. Circa 10 giorni prima che ha contratto il Covid, si è visto respingere l'istanza per la detenzione domiciliare. Per il giudice stava al sicuro, curato e non esposto al contagio visto il regime di isolamento. Purtroppo, come gli altri reclusi al 41 bis a Opera, così non è stato. D'altronde, dopo le indignazioni sulle "scarcerazioni" durante la prima ondata anche nei confronti dei detenuti - malati e quindi in pericolo - dei regimi differenziati, c'è stato un susseguirsi di istanze rigettate da parte dei magistrati di sorveglianza e gip.

L'avvocato messo a conoscenza della situazione clinica - A un certo punto, magicamente, tutti i vecchi e malati gravi sono diventati compatibili e in grado di essere al riparo dal pericolo Covid. Il paradosso è che ciò avviene quando il contagio nelle carceri ha raggiunto numeri di gran lunga più alti rispetto a prima. Genovese, da settimane è ricoverato in terapia intensiva e, a quanto risulta, non c'è nulla da fare.

La direzione del carcere di Opera, in questi giorni, ha messo a conoscenza dell'avvocato Paolo Di Fresco l'evolversi della situazione clinica del suo assistito. L'ultima è arrivata ieri. Per capire di che cosa si sta parlando, vale la pena riportare la relazione medica di ieri: "In anamnesi: allergia a penicillina, cefalosporine, Asa, ipertensione arteriosa sistemica, Bpco ad impronta enfisematosa, associata a fibrosi polmonare (desaturazione al 6'WT nel 2017), ipotiroidismo in terapia sostitutiva attualmente in compenso, diabete mellito di tipo 2, insufficienza renale cronica, cardiopatia ischemica, vasculopatia multi distrettuale (Tea carotidea sx, stenosi inveterata carotide dx; esclusione endovascolare di AAA sottorenale)".

La condizione clinica era ben descritta dai medici - Ecco la sua condizione clinica che ha da tempo e ora ben descritta dai medici dell'ospedale San Paolo di Milano.Si legge ancora che "durante la degenza veniva impostata terapia secondo protocollo aziendale con desametasone per via endovenosa, celecoxib, remdesivir, eparina s.c a dosaggio scoagulante per l'incremento dei livelli di 0- dimero, ossigenoterapia ad alti flussi con maschera Resevoir. Durante la degenza non si è riscontrato un miglioramento del quadro pneumologico con scambi respiratori ancora gravemente insufficienti nonostante la terapia con c-Pap mediante casco impostata in data 17/11/20. Il paziente in, data 16/11120 aveva già eseguito valutazione rianimatoria che concludeva, vista la fragilità del soggetto per le numerose co-morbidità e la storia clinica, non indicato un approccio terapeutico invasivo. Veniva inoltre impostata terapia antibiotica nel sospetto polmonite ab ingestis" La relazione prosegue spiegando che "attualmente Il paziente appare in progressivo peggioramento nonostante gli alti flussi di ossigeno tramite c-Pap".

La situazione clinica è degenerata - Poi la conclusione che presagisce l'imminente trapasso del detenuto al 41 bis a Opera: "Infruttuoso ogni tentativo di miglioramento degli scambi respiratori. Contattati pneumologi che ribadiscono la non disponibilità di Niv, il cui utilizzo peraltro non cambierebbe al momento la prognosi infausta e potrebbe solamente arrecare un ulteriore disagio al paziente. Si decide pertanto la rimozione del casco e del sondino naso-gastrico. Si posiziona maschera con 02 terapia ad alti flussi con Reservoir e terapia palliativa. L'instabilità clinica attuale del paziente contrindica un eventuale trasporto c/ o altra struttura)".

In via del tutto eccezionale, visto la situazione, il Dap aveva autorizzato una visita dei parenti ma l'Ospedale si è opposto sulla base delle disposizioni sanitarie di carattere generale introdotte dal Dpcm. "A costo di essere banali, quella di Genovese è la cronaca di una morte annunciata. Sapevano tutti che sarebbe finita così, eppure nessuno ha mosso un dito", dice con amarezza l'avvocato Di Fresco a Il Dubbio.

 
Trieste. Focolaio Covid nel carcere: positivi 16 detenuti, 4 agenti e un infermiere PDF Stampa
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Il Piccolo, 27 novembre 2020


Dopo i primi tre casi, tutti sintomatici, i test rapidi hanno fatto emergere nuove positività. Entro stasera saranno testati circa 300 tra detenuti e operatori. Nell'istituto secondario di primo gradoi positivi due alunni e due docenti. Il coronavirus entra nel carcere del Coroneo a Trieste: due guardie carcerarie della Casa Circondariale di via Coroneo e un infermiere sono infatti risultati positivi al Covid-19. Si tratta di casi sintomatici che si trovano in isolamento domiciliare.

Asugi ha immediatamente avviato lo screening su tutti i detenuti, il personale e i collaboratori che operano all'interno del carcere, utilizzando i tamponi rapidi per le persone più a rischio. Dai primi tamponi effettuati - 150 su 186 detenuti - sono emerse 16 positività. Si tratta di detenuti che lavorano in cucina. A loro si aggiungono altri due agenti. Entro questa sera è previsto di sottoporre a tampone circa 250-300 persone.

 
Terni. "Solo" dieci positivi al Covid in carcere, l'emergenza è superata PDF Stampa
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Il Messaggero, 27 novembre 2020


"Sono soddisfatto della risposta di tutto il personale della casa circondariale all'improvvisa epidemia che ha interessato questo istituto". Luca Sardella, direttore del carcere di Terni, fa il punto sul focolaio di contagio al Covid che, dal 19 ottobre, ha interessato 75 detenuti del circuito alta sicurezza. Il numero dei positivi ha raggiunto il picco l'8 novembre e oggi i detenuti rimasti positivi sono soltanto 7. Dopo le prime positività tutti i detenuti di Sabbione erano stati sottoposti a tampone rapido e per i positivi era scattato l'isolamento sanitario all'interno di sezioni detentive riconvertite per l'emergenza.

"Devo ringraziare il presidio sanitario Usl Umbria 2 nella sua interezza, a cui resta l'esclusiva competenza nell'ambito dell'emergenza sanitaria in corso, per la condivisione e il supporto della gestione emergenziale in atto. Questa epidemia ci ha colto di sorpresa - aggiunge il direttore, Sardella - eravamo organizzati per gestire una piccola sezione detentiva di soggetti positivi di quattro posti e dover rimodulare l'organizzazione e gestire un numero così considerevole di detenuti positivi ci ha costretto a profondere un impegno smisurato. Il reparto di polizia penitenziaria si è dimostrato ancora una volta all'altezza di poter gestire un'emergenza che, all'interno degli istituti penitenziari, risulta non avere precedenti".

Il direttore del penitenziario precisa che "tutto il personale che presta servizio nelle sezioni detentive dove ci sono i detenuti positivi al Covid è dotato di dispositivi di protezione individuale" e che "anche il personale del nucleo traduzioni e piantonamento che trasporta i positivi, nonché il personale che presta la propria attività presso il reparto Covid-19 dell'ospedale di Terni in servizio di piantonamento, ha in dotazione questi dispositivi utili a salvaguardare la persona da un eventuale contagio. Sento di dover nuovamente esprimere la vicinanza a tutti gli appartenenti alla penitenziaria - conclude Luca Sardella - coordinati egregiamente, anche in questa circostanza, dal comandante del reparto, Fabio Gallo e dal suo staff direttivo".

Per quanto riguarda i dati relativi al personale di polizia penitenziaria, dopo aver effettuato uno screening consistente con tampone molecolare, sono emersi 11 positivi al virus, di cui solo 3 sono ancora positivi. Arginata la diffusione del contagio. "Sono fiero di lavorare quotidianamente con questi uomini e donne del reparto di polizia penitenziaria di Terni - dice Fabio Gallo.

Stanno riuscendo, oltre i limiti umani, a superare il momento dell'emergenza sanitaria che ha interessato l'istituto con un numero considerevole di contagi. Non è facile, dal punto di vista organizzativo, conciliare le esigenze prioritarie di carattere sanitario con quelle di ordine e sicurezza che il mandato istituzionale ci impone e tenere anche conto, in tutto questo, degli affetti familiari che ognuno di noi ha. Non è facile doversi confrontare quotidianamente con l'ansia generata dal fatto di dover stare lontani dai propri affetti e il timore di contagiarsi sul lavoro portando il virus nelle proprie case. Grazie per tutto quello che avete fatto - conclude il comandante, Gallo rivolgendosi ai suoi - per quello che fate e per quello che, sono sicuro, farete".

 
San Gimignano (Si). Presunti pestaggi nel carcere: a giudizio 4 agenti per tortura PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 27 novembre 2020

 

I presunti pestaggi nel carcere di San Gimignano sarebbero avvenuti l'11 ottobre del 2018. Rinviati a giudizio quattro agenti penitenziari. Nel nostro Paese è il primo rinvio a giudizio per reato di tortura commesso dai pubblici ufficiali. Parliamo dei presunti pestaggi avvenuti nel carcere toscano di San Gimignano l'11 ottobre del 2018. Il giudice dell'udienza preliminare di Siena ha rinviato a giudizio quattro agenti penitenziari in servizio accusati di aver esercitato una inaudita violenza nei confronti del detenuto tunisino Meher. Nello stesso tempo condannato a 4 mesi un medico per omissioni d'atti di ufficio, perché non avrebbe visitato il detenuto quando era semi nudo e dolorante in cella di isolamento.

"Parliamo di una importante pronuncia - spiega a Il Dubbio l'avvocato Michele Passione, parte civile per conto del Garante Nazionale delle persone private della libertà -, perché per la prima volta un reato di tortura viene sottoposto ad un vaglio di merito per condotte di pubblici ufficiali, questo perché la convenzione Onu ratificata dall'Italia consegna il particolare disvalore in fatto di reato quando commesso da pubblici ufficiali. Se lo Stato si dimostra inaffidabile - osserva sempre l'avvocato Passione - è giusto che venga perseguito con un reato specifico qual è la tortura. Importante che il Garante e varie associazioni siano state in questa vicenda processuale accanto ai detenuti per non farli sentire soli".

Soddisfatte le difese di parte civile - Raggiunte da Il Dubbio anche le difese di parte civile per conto dell'Associazione Yairaiha e del detenuto, testimone dei fatti, che denunciò l'accaduto a San Gimignano tramite una lettera spedita all'associazione e che il nostro giornale ha pubblicato per la prima volta. "Oggettivamente un diverso risultato - spiegano le avvocate Caterina Calia, Simonetta Crisci e associazione Yairaiha -, alla luce degli elementi emersi dalle indagini, era difficilmente ipotizzabile. Le denunce sporte dai detenuti, le convergenti dichiarazioni delle persone sentite, la mole delle intercettazioni nonché le immagini tratte dai video di sorveglianza potevano avere una lettura unica e chiara. Il dato positivo è rappresentato, in ogni caso, dal fatto che in questa fase le richieste di accusa sono state interamente accolte ed il rinvio a giudizio è avvenuto per tutti gli imputati e rispetto a tutti i capi di imputazione.

Il dibattimento potrà ancora meglio evidenziare come l'uso della violenza ingiustificata abbia integrato il reato di tortura. A nostro parere, l'uso della violenza, fisica e psicologica, da parte di appartenenti alle forze dell'ordine in servizio, nei confronti di una persona privata della libertà personale ed alla completa mercé delle figure che dovrebbero occuparsi non solo della sua sorveglianza ma anche della sua sicurezza, è una circostanza in grado di produrre uno stato di terrore ed afflizione, difficilmente descrivibile, anche in chi non viene immediatamente fatto oggetto dei medesimi ripetuti e brutali atti, ma assiste agli stessi come gli altri ristretti nella sezione di isolamento del carcere di San Gimignano".

Il detenuto sottoposto a un trattamento inumano e degradante - Ciò che sarebbe accaduto, tra l'altro supportato in parte anche dalle telecamere di video sorveglianza in servizio a San Gimignano, è ben descritto dalla pubblica accusa. Gli agenti avrebbero provocato al detenuto Meher acute sofferenze fisiche e psichiche sottoponendolo ad un trattamento inumano e degradante, abusando dei poteri o comunque violando i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di doverlo trasferire da una cella ad un'altra "con condotte di violenza - sottolinea la procura -, di sopraffazione fisica e morale e comunque agendo con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo Meher e degli altri detenuti in isolamento". Secondo l'accusa, il fatto sarebbe stato commesso attraverso una pluralità di condotte di violenza fisica, violenza psichica, ingiuria e gratuita umiliazione, avvalendosi della forza intimidatrice correlata al numero elevato di concorrenti.

Pugni, minacce e insulti - Secondo quali modalità avrebbero commesso la tortura? Si sarebbero riuniti volontariamente in 15 unità, fra ispettori, assistenti e agenti, presso il reparto isolamento, dietro invito degli Ispettori e per poi dirigersi - tutti previamente indossando guanti di lattice - presso la cella di Meher. Gli agenti, cogliendolo di sorpresa, avrebbero preso per le braccia il detenuto che usciva dalla cella munito degli accessori per fare la doccia e lo avrebbero brutalmente sospinto verso il corridoio, facendogli anche perdere le ciabatte. Uno degli imputati, un assistente capo, facendosi largo tra i colleghi, gli avrebbe sferrato un pugno sulla testa. Poi lo avrebbe gettato a terra, circondandolo (in modo tale da creare una sorta di parziale schermo rispetto alle telecamere) e colpendolo con i piedi in varie parti del corpo. Il pubblico ministero poi sottolinea che l'agente avrebbe minacciato il detenuto che gemeva e gridava per la violenza che stava ricevendo. Lo avrebbe ingiuriato con frasi del seguente tenore: "Figlio di puttana!", "Perché non te ne torni al tuo paese"; "Non ti muovere o ti strangolo", "Ti ammazzo" e al tempo stesso avrebbe urlato contro tutti i detenuti presenti nel reparto: "infami, pezzi di merda, vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano!". Non solo, avrebbe rialzato da terra il detenuto e continuato a spintonarlo per farlo camminare per poi, di nuovo, gettarlo a terra.

Tutto qui? No, Altri due agenti penitenziari, nel frattempo, avrebbero immobilizzato Meher mentre si trovava a terra, tenendolo rispettivamente per il braccio e per collo, ponendolo con la faccia a terra. Sempre l'assistente capo gli sarebbe montato addosso con il suo peso ponendogli un ginocchio sulla schiena all'altezza del rene sinistro.

Lo avrebbe poi fatto rialzare togliendogli i pantaloni, per poi iniziare di nuovo a trascinarlo, mentre un altro agente lo avrebbe afferrato nuovamente per la gola e sempre l'assistente capo gli avrebbe torto un braccio dietro la schiena, per poi trascinarlo nella nuova cella. Ma non si sarebbero esaurite qui le violenze. Assieme ad altri cinque poliziotti, l'assistente capo avrebbe continuato a picchiarlo con schiaffi e pugni all'interno della cella di destinazione, per poi lasciarlo lì semi nudo e senza fornirgli coperte e il materasso della branda, almeno fino al giorno seguente.

 
San Gimignano (Si). La Garante: adesso i detenuti sanno che la loro voce può essere ascoltata PDF Stampa
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di Edoardo Semmola


Corriere Fiorentino, 27 novembre 2020

 

Ciuffoletti, Altro Diritto: una vittoria? No, neanche la condanna lo sarebbe. Non chiamatela battaglia vinta. Almeno, non ancora. "Ma nemmeno un'eventuale condanna degli agenti lo sarebbe". È solo "un piccolo passo importante" dice Sofia Ciuffoletti, Garante dei detenuti di San Gimignano in qualità di presidente dell'associazione L'Altro Diritto.

Lo dice però con la voce colma di soddisfazione di chi tanto ha sudato, lottato e si è impegnata in una battaglia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata a molti "inutile". Perché il rinvio a giudizio di cinque agenti di polizia penitenziaria per reato di tortura ha qualcosa di storico: "Per la prima volta parliamo di tortura di Stato in Italia, anche

Sofia Ciuffoletti, 39 anni, laureata in Giurisprudenza all'Università di Firenze, è presidente dell'associazione L'Altro Diritto se ancora dobbiamo capire se verrà interpretata come un'aggravante o come un reato autonomo, ma soprattutto - insiste Ciuffoletti - per la prima volta i detenuti prendono consapevolezza che la loro voce può essere ascoltata in un'aula di giustizia". E questa consapevolezza glie l'hanno data loro de L'Altro Diritto, realtà che lavora su terreni come questo da oltre vent'anni.

Da otto svolge la funzione di garante nella struttura di San Gimignano e da due è in prima linea - con il professor Emilio Santoro dell'Università di Firenze prima, con Sofia Ciuffoletti dopo - su questo specifico caso di torture. "La totale sfiducia che si respirava prima nella popolazione carceraria in tema di possibile ottenimento di giustizia per casi di questo genere, rendeva l'omertà generale la normalità - prosegue - ma questo rinvio a giudizio mostra ai detenuti un orizzonte nuovo, gli dimostra che denunciare i maltrattamenti si può e che un giudice li ascolterà. La vera grande vittoria è poter andare a dibattimento per la ricerca delle responsabilità".

Per l'Altro Diritto, da quell'11 ottobre 2018, è iniziata una maratona faticosa e snervante, di cui però adesso raccolgono i frutti: "Abbiamo dovuto lavorare sodo sulla possibilità di portare in giudizio il conflitto, cosa fino ad ora tutt'altro che scontata, aiutando i detenuti a mettere per scritto le loro doglianze, spiegare loro che era possibile innescare una procedura e far sentire la propria voce, e come farlo, anche se la direttrice di allora gli diceva che possibile non era".

Quando arriverà la sentenza "sarà la prima pietra su cui fondare la futura tutela dei diritti contro la violenza in carcere. E se ci sarà condanna - riflette la presidente dell'Altro Diritto - sarà qualcosa di storico anche perché la denuncia non è scaturita da una vittima diretta delle torture, ma da altri detenuti".

Quello di San Gimignano è un carcere che in questi anni ha messo a dura prova il lavoro dei volontari. Una struttura "per tanto tempo lasciata in situazione di anomia, con un clima di tensione e violenza, senza che si sapesse bene come funzionava la catena di comando, lasciandoci senza un interlocutore stabile". Fortunatamente hanno ricevuto l'appoggio sia del Comune, che li ha scelti come garanti e li ha supportati in tante contestazioni burocratiche, sia del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.

 
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