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"Chi sono i magistrati che mi fanno paura" PDF Stampa
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di Pietro Senaldi


Libero, 20 aprile 2021

 

Franco Coppi: "La verità è che la politica ignora i problemi della giustizia, che si abbattono soprattutto sui cittadini comuni, e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano dei mali dell'amministrazione dei tribunali, però sono discorsi che sento da più di cinquant' anni senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi, ho l'impressione che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prenda la lunghezza dei processi: sembravano eterni già negli anni Settanta, oggi durano ancora di più La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che mi viene in mente".

C'è un uomo solo che può parlare delle relazioni tra magistratura e politica senza essere accusato di imparzialità, perché ha difeso da pesantissime accuse dei pm i due leader più longevi della storia della Repubblica, Andreotti e Berlusconi, e li ha fatti assolvere, ma non ha mai ceduto alle lusinghe del Parlamento, che pure lo ha corteggiato. La sua toga è immacolata, il suo nome è Franco Coppi. L'avvocato più famoso d'Italia è disincantato, la passione per il diritto è la stessa di un ragazzino, malgrado gli 82 anni, la disamina è amorevolmente spietata, la diagnosi lascia poche speranze perché non si intravede volontà di ravvedimento operoso. "Riforme ne sono state fatte negli anni", per una volta il tono è quello della requisitoria e non dell'arringa, "ma stando ai risultati sono state quasi tutte inutili, non ho visto miglioramenti".

 

Devo dedurne che la giustizia italiana è irriformabile?

"Nulla lo è, a patto che ci sia la volontà. Riformare davvero richiede il coraggio delle proprie decisioni e la disponibilità a esporsi a critiche anche feroci. Se pensi a quanti voti perdi se separi pm e giudici o se togli l'abuso d'ufficio, non vai da nessuna parte. Devi fare quel che ritieni giusto, senza curarti delle conseguenze".

 

I politici dicono che riformare la giustizia è impossibile perché i giudici non vogliono...

"Io penso invece che temano di perdere il consenso se toccano la magistratura".

 

Ma la magistratura non ha perso credibilità negli ultimi anni?

"Comunque meno della politica".

 

I politici dicono di temere la reazione dei pm, pronti a indagarli se smantellano il suo potere...

"Io non credo che ci sia una guerra della magistratura contro la politica tout court. Non creiamo falsi problemi: la magistratura ha un potere enorme ma quello del legislatore è ancora più grande. Se il Parlamento avesse la forza di cambiare la legge, alla fine Procure e Tribunali sarebbero costretti ad assoggettarsi".

 

Secondo lei quindi è stata la politica a cavalcare la magistratura più che la magistratura a tenere sotto scacco la politica?

"Questa è un'analisi che contiene della verità: certo alcune parti politiche hanno speculato sulle disavventure giudiziarie degli avversari. Sgradevole che quasi sempre sia avvenuto prima della sentenza definitiva, che spesso è stata di assoluzione, come nei processi che ho seguito per Andreotti e Berlusconi. Però, se intendo il senso provocatorio della sua domanda, il fatto che una giustizia così screditata sia in un certo senso funzionale agli interessi della politica è una tesi suggestiva e non infondata".

 

Ma se la politica non è ferma per timore della reazione della magistratura, perché allora la subisce?

"Sudditanza psicologica? O piuttosto anche una forma strana di indifferenza rispetto ai problemi. Il Parlamento oggi sembra avere dimenticato il motto latino "Iustitia fondamentum regni": con istruzione e sanità, il funzionamento dei tribunali è il cardine di un Paese civile. Noi invece abbiamo messo anche la giustizia in lockdown, ma i danni sono irreparabili".

 

È così difficile apportare queste modifiche?

"Basterebbero 24 ore. Però temo che uno dei grandi problemi sia il deficit di competenza. La politica in realtà non sa dove mettere le mani per migliorare il diritto. Non ha gli uomini, dovrebbe appaltare la riforma della giustizia a una commissione di una dozzina di giuristi".

 

I giudici insorgerebbero subito...

"Se le proposte fossero concrete e ragionevoli, non potrebbero opporvisi. E anche se lo facessero, chi se ne importa?".

 

Ritiene che le toghe siano troppo politicizzate?

"Di magistrati ne ho conosciuti tanti. Sono una piccola parte quelli condizionati dalla politica".

 

Captatio benevolentiae...

"Guardi, ho visto molti più giudici influenzati dall'opinione pubblica, dai giornali o dalle mode che dalla politica. C'è chi mi ha confessato, prima dell'udienza, di essersi fatto un'opinione guardando i talkshow".

 

Le intercettazioni di Palamara però hanno rivelato che Salvini è a processo perché ritenuto un avversario politico e non un sequestratore di immigrati...

"Sarebbe una cosa spregevole".

 

Cosa pensa di quello che sta venendo fuori sulla magistratura?

"Non tutto è una novità, di certe cose si parlava da tempo. La cosa più sgradevole è il sistema di nomine, tutte raccomandazioni, dispute, calcoli: se fosse davvero così, sarebbe sconcertante".

 

Che quadro ne emerge della magistratura?

"Un potere autoreferenziale concentrato su se stesso, più interessato alla politica interna che a quella nazionale".

 

Vede segnali di pentimento nella casta in toga?

"Vedo imbarazzo nei molti magistrati onesti. È auspicabile che l'intera categoria si senta ferita".

 

Cambierà qualcosa?

"Per cambiare serve volontà. Quel che vedo non mi fa essere ottimista".

 

Bisognerebbe abolire l'Associazione Nazionale Magistrati?

"L'abolizione del parlamentino delle toghe è un problema che non mi sono mai posto. La sua esistenza mi lascia indifferente: se c'è, è naturale che si divida in correnti, ma i problemi veri della magistratura sono altri".

 

Quali, secondo lei?

"Vedo troppa anarchia nei tribunali, ogni giudice fa quel che gli pare e i processi hanno spesso sviluppi cervellotici, sfociano in sentenze imprevedibili. Avrei paura a essere giudicato da questa magistratura".

 

Colpa del Consiglio Superiore della Magistratura?

"Il Csm non può intervenire sui processi ma sui comportamenti deontologici dei giudici. È il capo degli uffici, il Procuratore o il Presidente del Tribunale che deve far lavorare i suoi sottoposti e mettere un argine a decisioni e comportamenti stravaganti. Solo che, appena lo fa, si parla di attentato all'indipendenza del giudice. Invece secondo me è indispensabile un capo che riprenda e metta ordine".

 

La sua ex collaboratrice, Giulia Bongiorno, ha detto che nell'esame di magistratura bisognerebbe inserire un test psicologico. Lei sarebbe d'accordo?

"Sono d'accordo che servirebbero mezzi di selezione più rigorosi. Non è ammissibile che si diventi magistrati, acquistando diritto di vita e di morte sugli italiani, dopo due o tre compitini di legge. Ci vorrebbero esami più articolati attraverso i quali saggiare anche la preparazione morale e spirituale e l'equilibrio psicologico e politico del candidato".

 

Ipotizza anche verifiche nel corso della carriera?

"Queste dovrebbero farle i capi dei giudici. In realtà credo che bisognerebbe dare più importanza alla produzione di un giudice per valutarne gli avanzamenti di carriera. Oggi si procede solo per anzianità, ma questo ti porta in processi importanti, magari in Cassazione, a trovarti davanti a giudici che mai avresti immaginato a certi livelli. Dovrebbero contare anche i processi vinti o persi e le sentenze impugnate o cassate. Come in tutti i lavori, il risultato deve avere un peso nella carriera. Trovo molte diversità nei livelli di preparazione di una toga rispetto a un'altra".

 

Si dice che i giudici non pagano mai per i loro errori...

"Lavorare sotto il timore di uno sbaglio che può costare caro toglie serenità e distacco".

 

Però lei se sbaglia, paga...

"Io non ho mai desiderato fare il giudice perché mi angoscerebbe l'idea di decidere sulla sorte di un uomo. Pensi che ci sono certi processi, dove non sono riuscito a far assolvere imputati che ritenevo innocenti, per i quali ancora non dormo la notte a distanza di anni".

 

Che qualità dovrebbero essere indispensabili per un giudice?

"A parte la preparazione tecnica, che non sempre riscontro, un giudice deve avere equilibrio e umanità, per ricostruire i fatti e valutarli. Deve essere dotato di un alto valore morale e sociale, perché diventa interprete della realtà che sta vivendo".

 

Si ha l'impressione che certe sentenze vogliano cambiare la società anziché seguirne l'evoluzione...

"Talvolta nelle motivazioni dei verdetti c'è la volontà di impartire qualche lezioncina. Però quando parlo di valore morale non voglio dire intento moralizzatore, che è una cosa dalla quale il giudice dovrebbe sempre rifuggire".

 

Le mutazioni della società hanno portato anche a una proliferazione delle fattispecie di reato...

"Alcuni nuovi reati sono inevitabili, come quello che punisce le comunicazioni sociali che manipolano il mercato. Altri sono gratuiti".

 

Tipo il femminicidio o i reati della legge Zan?

"Talvolta introdurre un nuovo reato serve al legislatore per levarsi il pensiero. C'è un problema sociale? Creo un reato e sparo una condanna, così ho la coscienza a posto e mi mostro sensibile. La realtà è che bisognerebbe depenalizzare, non creare nuovi reati; oggi abbiamo liti di condominio che finiscono in Cassazione".

 

Com' è cambiata la giustizia da che ha iniziato lei?

"Essendo anziano non vorrei passare per un laudator temporis acti, ma non posso evitare di constatare un degrado generale, nella magistratura quanto nell'avvocatura. Ricordo che un tempo, quando andavo ad ascoltare i grandi per imparare, c'erano livelli di discussione giuridica ben più alti. Oggi, a causa anche del carico di lavoro eccessivo, i tribunali sono diventati delle fabbriche del diritto, le sentenze vengono scritte in fretta. Ma sono nostalgico anche anche per quanto riguarda la cifra stilistica: girando per le aule mi sembra che manchino l'eleganza e il decoro di un tempo".

È stato più facile far assolvere Andreotti o Berlusconi?

"Quello di Andreotti è un processo che non si sarebbe dovuto tenere".

 

E quello di Berlusconi, l'ha vinto in punta di diritto?

"No, l'ho vinto sui fatti: quelli contestati non configuravano un reato".

 

Però si era messa male ...

Per vincere non ho dovuto scalare le montagne, molto lavoro era stato fatto dai miei predecessori, io ho dovuto solo convincere i giudici che la qualificazione giuridica dei fatti portava necessariamente all'assoluzione".

 

Fortuna che quella volta non si è imbattuto in un giudice moralista?

"Non sono un mondano, la sera preferisco stare a casa con mia moglie e le mie figlie, abitiamo tutti vicini. Però alle cene di Arcore ci sarei andato, e mi sarei pure divertito".

 

Perché ha chiamato il suo cane Ghedini?

"Perché me l'ha regalato proprio Niccolò. Io sono un grande cinofilo. Il cane si chiama Rocki, io gli ho dato un cognome, ma è un gesto d'affetto verso chi me l'ha donato. Mi ha fatto un regalo che mi ha commosso e del quale gli sarò sempre grato".

 
Procura di Roma, il Csm difende il capo Prestipino: "Più esperto di mafia di Lo Voi" PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 20 aprile 2021

 

Palazzo dei Marescialli si rivolge al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina di Prestipino a favore di quelle del Pg di Firenze e del procuratore di Palermo. Per il Csm Michele Prestipino deve restare procuratore di Roma. Tant'è che oggi pomeriggio - come Repubblica ha scoperto - la commissione per gli incarichi direttivi, con 5 voti contro uno, ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che invece il 22 febbraio aveva accolto i ricorsi del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore di Palermo Franco Lo Voi.

È ancora una storia senza una fine certa quella della procura di Roma. Il cui vertice era divenuto nel 2019 un "pezzo" del caso Palamara per via dell'incontro dell'8 maggio all'hotel Champagne in cui Luca Palamara, con i deputati Luca Lotti (Pd) e Cosimo Maria Ferri (allora Pd, oggi renziano), e cinque consiglieri in carica del Csm poi dimessisi, faceva strategie per far vincere il Pg di Firenze Viola.

Ma un anno dopo, il 4 marzo del 2020, il Csm ha scelto Michele Prestipino, già procuratore aggiunto a piazzale Clodio quando al vertice c'era Giuseppe Pignatone, andato in pensione a maggio del 2019. I concorrenti della prima votazione del 23 maggio 2019 - Viola, Lo Voi, il capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo - hanno fatto ricorso al Tar del Lazio. Che ha riconosciuto in parte le ragioni di Viola e di Lo Voi, mentre ha bocciato il ricorso di Creazzo, nel frattempo finito sotto azione disciplinare per via di alcune sue presunte avance nei confronti della collega di Palermo Alessia Sinatra.

Storia complicata questa della procura di Roma, uno degli uffici giudiziari più importanti d'Italia. Ma che oggi vede una nuova puntata. Importante. Perché la commissione che decide i capi degli uffici e i loro vice (direttivi e semi-direttivi) ha deciso di confermare indirettamente la nomina di Prestipino ricorrendo al Consiglio di Stato contro il Tar. Lo aveva già fatto nel caso di Viola, sostenendo che i giudici amministrativi non avevano ragione nel sostenere che la bocciatura del Pg di Firenze - che invece nel 2019, sponsorizzato a sua insaputa (perché non c'è alcuna chat o intercettazione che lo coinvolge) da Palamara e soci, era stato designato come vincitore dalla commissione - non era stata motivata adeguatamente.

Invece il Csm adesso ha sostenuto che proprio i fatti dell'hotel Champagne, nonché le dimissione di due dei 6 componenti della commissione dell'epoca, potevano ben giustificare la mutata decisione. Infatti, a prescindere dalle responsabilità di Viola, comunque la proposta che lo vedeva vincitore era inquinata da comportamenti illeciti altrui.

Stavolta invece, nel caso di Lo Voi, la motivazione del Csm punta su un altro argomento del tutto tecnico e professionale. Che ha convinto cinque dei 6 componenti, il presidente di Autonomia e indipendenza (la corrente di Davigo) Giuseppe Marra, il vice di Area Giuseppe Cascini, nonché il laico di Forza Italia Alessio Lanzi, Michele Ciambellini di Unicost, Filippo Donati laico indicato da M5S. Si è astenuta invece Loredana Micciché, toga di Magistratura indipendente, che quel 4 marzo aveva votato per Lo Voi.

La motivazione della commissione è semplice, anche se contenuta in un lungo parere che sarà votato mercoledì in plenum e poi sarà presentato al Consiglio di Stato. Michele Prestipino "batte" Lo Voi per la sua esperienza più lunga e più variegata nel contrasto alle mafie, poiché per più di vent'anni tra Palermo, Reggio Calabria e Roma - procure dove ha sempre rivestito il ruolo di procuratore aggiunto - ha acquisito più "punti" rispetto a Franco Lo Voi che ha lavorato alla procura di Palermo come pm, ma poi è stato al Csm e giudice di Eurojust. Adesso la partita decisiva la giocherà il Consiglio di Stato dove si è già svolta l'udienza per il ricorso di Viola, e la cui decisione dovrebbe essere depositata tra un mese, e che poi a seguire si pronuncerà su Lo Voi.

 
Avellino. Detenuto suicida in carcere: s'è impiccato al termosifone della cella PDF Stampa
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di Rossella Grasso


Il Riformista, 20 aprile 2021

 

Una nuova tragedia si abbatte nelle carceri campane. Domenico, 55enne, si è tolto la vita nel carcere di Bellizzi Irpino. Era arrivato il primo aprile. Il suo è il terzo suicidio in pochi giorni. Padre di tre figli, la prima figlia oggi festeggiava il suo 28esimo compleanno. Pugliese di nascita, arrestato nel novembre dello scorso anno era giunto da Foggia da poco. L'ultimo suicidio nel carcere di Bellizzi risale al 2018.

Durante la notte Domenico approfittando del sonno dei compagni di cella si è tolto la vita impiccandosi a un termosifone. A darne notizia è stato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. "In Italia dall'inizio dell'anno ci sono stati 15 suicidi nelle carceri - ha detto il Garante - Nei primi mesi dell'anno si sono già registrati due suicidi in Campania: un sedicenne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si è ucciso dopo appena tre giorni dal suo ingresso in cella. Domenico, che si è suicidato oggi era giunto il primo aprile nel carcere di Bellizzi Irpino, è il terzo".

"Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni - continua Ciambriello - il carcere continua ad uccidere. Continuo a ribadire la necessita di implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli su tutto il corso della giornata, al fine di combattere l'isolamento. E poi più figure sociali di accompagnamento (Psicologi, psichiatri, pedagogisti, educatori), più attività di inclusione, di lavoro, di studio e formazione". "In questo periodo di distanziamento sociale dovuto all'emergenza sanitaria sono ancor più venuti a mancare i contatti con i propri affetti, la comunicazione, l'ascolto e la presenza di figure sociali", conclude Ciambriello.

 
Parma. Bomba sanitaria al carcere. L'Asl: "Non siamo in grado di assistere 220 detenuti gravi" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 20 aprile 2021

 

È la risposta dell'azienda locale, sollecitata dal Garante nazionale sul caso di Vincenzino Iannazzo, detenuto al 41 bis al carcere di Parma. La pena, recita la nostra Costituzione, non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Vale per tutti, anche per chi si è macchiato di delitti mafiosi. In più aggiunge che non è ammessa la pena di morte. Eppure in questo momento è in atto un grave problema che rischia di disattendere tali principi, compreso il preservare la vita dei reclusi. Nel carcere di Parma, in particolar modo il centro clinico, non si è più in grado di dare assistenza ai detenuti che hanno gravi patologie fisiche.

Lo scrive nero su bianco la Asl locale tramite una segnalazione alle autorità. Accade così che Vincenzino Iannazzo detenuto al 41 bis nel carcere di Parma, con gravi patologie fisiche e psichiche, necessiti di assistenza intensiva, ma l'autorità sanitaria scrive nero su bianco che "l'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane (H24), così come la corretta assunzione sopraindicata (terapia e alimentazione, ndr), non sono garantite in questi istituti". Non solo. La Asl approfitta per segnalare un problema generale.

Vale la pena riportare il passaggio del documento che Il Dubbio ha potuto visionare. "Si approfitta dell'occasione per segnalare che tali assegnazioni senza preavviso presso i nostri Istituti al fine di avvalersi del Sai per soggetti con patologie - si legge nella missiva - , necessitanti in ogni caso assistenza sanitaria intensiva, sta mettendo in seria difficoltà lo standard assistenziale di questa Unità Operativa: ad oggi si contano in Istituto circa n. 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza".

La relazione della Asl dopo la richiesta del garante sulle condizioni di un recluso - Tale relazione sul carcere di Parma nasce su richiesta del Garante nazionale delle persone private della libertà, per accertare le problematiche segnalate dall'associazione Yairaiha Onlus in merito alla vicenda del recluso Vincenzino Iannazzo.

Il responsabile sanitario infatti, dopo aver illustrato la modalità di trasferimento (senza preavviso e privo dei farmaci necessari, condizione questa già segnalata dal dirigente sanitario al direttore che a sua volta informava il Gip, il ministero, il provveditorato regionale e l'ufficio di sorveglianza e anche dall'associazione Yairaiha all'ufficio del Garante) riassume le patologie di cui è affetto Iannazzo: insufficienza renale cronica in paziente trapiantato di rene e fistola arterovenosa arto sup. sn.; demenza a corpi di Lewy con deterioramento cognitivo grave e Vasculopatia cerebrale cronica; cardiopatia ipertensiva; calcolosi della colecisti; sindrome ansioso-depressiva; spondiloartrosi diffusa. Una volta giunto al centro clinico, i medici hanno potuto accertare non solo tutte queste malattie, ma anche un aggravio. Soprattutto quello mentale. Iannazzo, che ricordiamo è al 41 bis, presenta allucinazioni visive e uditive. Si apprende che dal punto di vista cognitivo è presente un deterioramento cognitivo di grado grave caratterizzato da "una compromissione multi-dominio con gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, funzioni esecutive, attenzione, prassi, ragionamento e linguaggio)".

Viene da pensare perché sia al 41 bis, visto che tale regime nasce non per torturare o per estorcere confessioni, ma per evitare che un boss dia ordini al proprio gruppo mafioso di appartenenza. Nonostante tutte queste patologie, su richiesta dell'Ufficio di Sorveglianza di Reggio Emilia, è stata prodotta una relazione medico legale nella quale il dottore si è espresso, nel complesso, per una situazione gestibile anche in ambiente carcerario, nonostante le criticità neurologiche, ma solo a patto "che al detenuto venga garantita un'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane in merito alla corretta assunzione sia della terapia che dell'alimentazione".

Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha: "Questa è la rieducazione?" - Ma, com'è detto, la Asl dice chiaramente che al carcere di Parma non sono in grado di poter garantire un'assidua assistenza sanitaria. Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha, spiega a Il Dubbio che la prevalenza delle loro segnalazioni sono relative a gravi, se non gravissime, problematiche di salute che all'interno delle strutture penitenziarie non riescono ad essere affrontate e ciò vanno a "configurare quel trattamento inumano e degradante che la nostra Costituzione, e prima ancora la nostra umanità, vietano espressamente".

Berardi denuncia con forza: "Mi chiedo che senso abbia la detenzione per una persona come Iannazzo e per tutti quelli si trovano in condizioni simili. Qual è la funzione che esercita su di loro? Questa è la rieducazione? È così che si realizza la sicurezza dell'Italia? Qual è il pericolo che corre la società da questa persona tanto da dovergli continuare ad applicare il regime di 41 bis?". E conclude: "La scorsa estate, per Iannazzo è stato rinnovato il decreto applicativo del 41 bis ed è stata presentata opposizione dai suoi legali (ad oggi il ricorso risulta ancora pendente al Tribunale di Sorveglianza); un caso in cui mi sembra corra l'obbligo del differimento della pena, come da Costituzione e leggi attualmente in vigore".

 

Una situazione critica già segnalata in un documento del marzo 2020

 

Il carcere di Parma è una casa di reclusione che al suo interno è suddivisa in quattro strutture: una per i detenuti in alta sicurezza (AS3), un'altra per i detenuti comuni di media sicurezza, un'altra ancora per l'alta sicurezza per gli ex 41 bis (AS1) e infine il 41 bis. Oggi risultano 14 detenuti positivi al covid, 10 solo al 41 bis. Fortunatamente non hanno condizioni preoccupanti.

A prescindere dall'emergenza covid, la questione sanitaria è in difficoltà. Il centro clinico del carcere di Parma - adibito per un massimo di 29 posti - è diventato un punto di riferimento anche per gli altri penitenziari: inviano i loro detenuti (anche comuni) malati che, una volta superata la fase diagnostica, rimangono però nel carcere. Il risultato è quello denunciato dalla relazione della Asl che Il Dubbio ha reso pubblico oggi: 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza.

Questo fa il paio con l'altro documento, sempre reso pubblico da Il Dubbio, che uscì nel pieno della prima ondata. Vale la pena ricordarlo, anche perché - paragonato con la relazione attuale - sembrerebbe che la situazione sia rimasta invariata. Il centro clinico ospita detenuti con trapianti, immunodepressi, diabetici scompensati, carcinomi, lesioni ossee. A tutto questo si aggiunge un altro elemento critico. "Preme segnalare - si legge nel documento risalente a marzo del 2020 - che sono state disposte allocazioni inappropriate direttamente dall'amministrazione penitenziaria, senza alcuna certificazione o parere medico".

Non solo. La Asl parte dal presupposto che il centro clinico - secondo l'accordo Stato- Regioni del 2015 - ospita in ambienti penitenziari detenuti che, per situazioni di rischio sanitario, possono richiedere un maggiore e più specifico intervento clinico non effettuabili nelle sezioni comuni, restando comunque candidabili per una misura alternativa o per il differimento o la sospensione della pena per motivi di salute. Quindi l'inserimento in tali strutture risponde a valutazioni strettamente sanitarie e il venir meno delle motivazioni cliniche che giustificano la presenza nel centro clinico, dovrebbero essere sufficienti di per sé a portare la direzione degli Istituti penitenziari alla tempestiva ritraduzione del paziente all'istituto di provenienza. Invece accadrebbe il contrario. È stato preso in considerazione ciò che si denunciava già a marzo del 2020?

 
Napoli. Vaccini in carcere, ecco le categorie fragili PDF Stampa
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di Ciro Cuozzo


Il Riformista, 20 aprile 2021

 

A Secondigliano e Poggioreale adesioni e rinunce: "Troppe fake news". Due ultra ottantenni nel carcere di Secondigliano e altri due nella casa circondariale di Poggioreale si sono registrati per la vaccinazione anti-covid. È quanto fa sapere il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello al Riformista che nei giorni scorsi ha inviato una lettera ai vertici dell'Unità di Crisi regionale e ai direttori delle Asl delle cinque province campane ringraziandoli per la sensibilità mostrata verso i "diversamente liberi che non devono subire una doppia pena: carcere ed esclusione sociale" suggerendo di accompagnare la campagna vaccinale con "provvedimenti incisivi per coloro che decidono volontariamente di essere vaccinati".

Oltre agli over 80, sempre tra Secondigliano e Poggioreale sono 39 i detenuti nella fascia d'età 70-79 che hanno deciso di vaccinarsi mentre un gruppetto ha deciso invece di non farlo. A tal proposito "ho potuto constatare dalle mie visite presso gli istituti penitenziari - ricorda Ciambriello ai vertici della sanità campana - che c'è necessità di incrementare la campagna informativa in maniera incisiva circa l'importanza dei vaccini, essenziale in un momento come questo caratterizzato da una forte disinformazione e da fake news che determinano una particolare riduzione di coloro che risultano predisposti alla somministrazione vaccinale".

Figliuolo annuncia ripresa campagna - Sulla campagna vaccinale nelle carceri, il commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo, d'intesa con il ministero della Salute, ha disposto la ripresa delle vaccinazioni "per mettere in sicurezza il comparto".

Somministrazioni che procederanno "parallelamente" a quelle delle categorie prioritarie, vale a dire over 80, fragili, fasce d'età 70-79 e 60-69. Le vaccinazioni interesseranno "il personale della Polizia Penitenziaria e i detenuti negli istituti penitenziari non ancora sottoposti alla prima somministrazione tenendo in considerazione anche il personale amministrativo che opera in presenza".

Riguardo le fasce fragili, ecco l'elenco dei soggetti che possono richiedere la vaccinazione: diabetici, cirrotici, trapiantati, gravi obesi, oncologici, ematologici, affetti da patologie gravi e croniche a carico dell'apparato respiratorio, dializzati, immunodepressi, riconosciuti portatori di legge 104/ 90 con connotato di gravità.

Cartabia: "Oltre 9600 detenuti vaccinati, ora si procederà senza interruzione" - "Ho avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere" ha dichiarato il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, in un passaggio del suo intervento alla cerimonia di intitolazione del carcere di Bergamo a don Fausto Resmini.

"Ad oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di Polizia Penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali - ha ricordato Cartabia - mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di Polizia Penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali". "Ci auguriamo che il vaccino possa dare sollievo a tutti e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus cosi insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé", ha aggiunto.

 
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