Martedì 07 Aprile 2020
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Il governo non sta tutelando la salute dei detenuti PDF Stampa
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di Laura Caroleo


linkiesta.it, 6 aprile 2020

 

Saranno solo tremila i beneficiari della detenzione domiciliare prevista per i carcerati dal decreto Cura Italia e "non si possono stabilire distanze di un metro in celle di 3 metri per 3 se al loro interno sono recluse 4 persone. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria".

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Carcere, diritti, organismi internazionali al tempo del coronavirus PDF Stampa
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Patrizio Gonnella


sidiblog.org, 6 aprile 2020

 

Gli effetti sociali del coronavirus costituiscono una metafora della condizione carceraria. Siamo tutti prigionieri nelle nostre case, costretti ad assaggiare forzatamente frammenti di detenzione. Fino a questo momento, però, questo stato globale e permanente di reclusione non si è tradotto in una spinta a produrre azioni dirette a favorire in modo significativo il distanziamento sociale all'interno delle prigioni. Un distanziamento reso complesso dalla situazione generalizzata, non solo dunque italiana, di sovraffollamento della popolazione detenuta costretta a vivere in prigioni spesso malsane. Tale situazione è stata posta al centro delle preoccupazioni degli organismi internazionali che si occupano di privazione della libertà a livello sovra-nazionale.

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Il Papa: "Carceri sovraffollate, rischio calamità per il Covid-19" PDF Stampa
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ansa.it, 6 aprile 2020


"La cultura dell'indifferenza è negazionismo. Non faccio il comunista, è il centro del Vangelo". Il problema della pandemia del coronavirus può diventare nelle carceri una vera e propria "calamità". Lo ha detto il Papa nell'introduzione della messa a Santa Marta, tornando così a chiedere alle istituzioni una soluzione.

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Amnistia, indulto, misure alternative: le idee di Fiandaca per evitare l'epidemia nelle carceri PDF Stampa
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di Francesca Donnarumma de Luca


diritto.news, 6 aprile 2020

 

Per scongiurare l'esplosione di una bomba epidemiologica nelle carceri, secondo il Garante Fiandaca potrebbe essere utile il ricorso ai provvedimenti di amnistia e indulto. Giovanni Fiandaca, Garante dei detenuti della Sicilia, giurista, e professore di diritto penale all'università di Palermo, ritiene che in questo momento di grave emergenza sia utile sfoltire le celle in considerazione del fatto che ci troviamo in presenza di una pandemia e i criteri di valutazione degli spazi non possano essere gli stessi di un momento ordinario. Il Garante dei detenuti della regione Sicilia chiede in particolare che siano adottate "misure legislative molto più incisive e di pressoché automatica applicazione". Nell'intervista rilasciata a Giorgio Mannino per Il Riformista ha spiegato quali provvedimenti potrebbero essere utili, in questo momento così difficile di emergenza sanitaria, per scongiurare "l'esplosione di una bomba epidemiologica nelle carceri del Paese".

Secondo Fiandaca l'ideale sarebbe "una misura di deflazione penale che punti a ridurre la presenza dei detenuti in una scala tra 10mila e 20mila presenze. I provvedimenti finora emanati consentono uno sfrondamento troppo limitato. La concessione delle misure alternative è sempre sottoposta alla decisione dei magistrati di sorveglianza. E succede che i magistrati di sorveglianza vengono sovraesposti e non sempre sono in grado di disporre di elementi di conoscenza per operare un confronto tra rischi di varia natura. Alcuni magistrati di sorveglianza sono più restii a concedere misure alternative, altri invece sono più favorevoli. Ci troviamo di fronte ad un eccesso di responsabilizzazione e a una disomogeneità di orientamenti che possono dare luogo a disparità di trattamento".

Ed ha aggiunto, nell'intervista rilasciata a Il Riformista, l'utilità di introdurre un meccanismo di applicazione quasi automatica dei provvedimenti di scarcerazione, per limitare la discrezionalità in questo momento del potere decisionale della magistratura di sorveglianza: "Chiederei provvedimenti più incisivi nel consentire le misure alternative per quei detenuti che devono scontare 4 anni o al limite 3 anni di pena. Ma chiederei anche una disciplina che consenta un'attivazione pressoché automatica dei provvedimenti di scarcerazione, riducendo al massimo il potere discrezionale dei magistrati di sorveglianza".

In merito al ricorso ai provvedimenti all'amnistia e indulto per scongiurare, in questa situazione di evidente eccezionalità e gravità, il dilagare dell'epidemia nelle carceri, Giovanni Fiandaca si è così espresso: "Come giurista dico che la situazione attuale sarebbe connotata da quelle caratteristiche di eccezionalità e irripetibilità che avrebbero potuto in teoria giustificare un provvedimento di amnistia o d'indulto. Il presidente della Repubblica può esercitare il suo potere di grazia in forma cumulativa. Sergio Mattarella può contribuire a decrementare la detenzione carceraria. Fino a pochi anni fa era mia collega all'università di Palermo. Col massimo del rispetto mi piacerebbe vedere un Mattarella più propositivo che stimoli le forze politiche. Che interpreti il ruolo come faceva Giorgio Napolitano".

 
La pena di leggere. A proposito di lettura in carcere PDF Stampa
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di Giada Ceri

 

minimaetmoralia.it, 6 aprile 2020

 

La cultura che rende liberi. I libri come chiave per uomini chiusi a chiave. La lettura libera-mente. E avanti così. Nulla, nemmeno una pandemia, riesce a far tacere certa retorica paternalistica che in carcere trova un terreno fertile per esprimersi (in assenza di contraddittorio). Questa e altre ragioni fanno dell'istituzione totale un osservatorio sociale di interesse collettivo.

Qualche mese fa nella casa circondariale "Le Sughere" di Livorno è stato avviato un progetto di lettura ad alta voce con la riunione, ogni quindici giorni, di persone detenute per leggere e commentare un libro insieme da alcuni volontari. Ma l'iniziativa non ha ricevuto una larga accoglienza e la biblioteca dell'istituto, nella sezione di media sicurezza, ha continuato a essere poco frequentata.

Poi ecco l'emergenza legata alla diffusione del Covid-19, con la sospensione dei colloqui in presenza con i familiari allo scopo di prevenire il contagio, e un'idea per stimolare i detenuti alla lettura: una telefonata o una videochiamata in più per ogni libro letto. (Il bibliotecario e i volontari impegnati nel progetto individuano i testi da proporre con una scheda che deve essere compilata in modo da dimostrare che il libro è effettivamente stato letto.)

"Vogliamo dare nuovo impulso alla biblioteca dell'istituto e ai progetti legati alla lettura", ha detto il direttore, "perché crediamo davvero che oggi più che mai la conoscenza possa fare la differenza e che la riscoperta o la scoperta della lettura in un momento come quello attuale sia fondamentale perché, come diceva Pennac, un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso".

(Ma dagli apologeti della "cultura" non ti salva nessuno.) L'idea in sé non è nuova. "Aprire un libro, in Brasile, servirà ad aprire anche le porte del carcere": così, o con sintesi non molto diverse, qualche anno fa varie testate giornalistiche italiane dettero notizia del Reembolso através da leitura, programma di recupero approvato nel 2012 negli Stati del Paraná e del Ceará sotto la presidenza di Dilma Rousseff e realizzato successivamente anche altrove nella repubblica federale.

Il Reembolso permette, a determinate persone detenute, uno sconto di pena pari a quattro giorni in un mese per ogni libro letto fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La lettura del libro deve essere completata entro ventotto giorni, quindi viene verificata, a partire da una recensione scritta e da un colloquio sostenuto con un docente, sulla base di alcuni parametri prestabiliti (comprensione del testo; uso corretto dei paragrafi, dell'ortografia, dei margini; grafia comprensibile). La possibilità di accesso al programma dipende da una valutazione dei giudici che si riferisce al reato commesso; per ottenere lo sconto della pena occorre conseguire, nell'esame previsto alla fine della lettura, almeno un punteggio minimo pari a sei.

Sui risultati dell'esperienza brasiliana non sono stati pubblicati dati precisi; tuttavia, il Reembolso è diventato per alcuni una fonte di ispirazione. Nel 2014 l'allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l'istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti, ricalcando il metodo brasiliano (con minime differenze) a partire dalla prospettiva di una pena che fosse non punitiva ma rieducativa: chi legge, dichiarò Caligiuri, conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Ma all'iniziativa, arrivata in Parlamento, non fu dato alcun seguito.

Nel 2015 la deputata Pd Daniela Sbrollini inserì il metodo brasiliano in un nuovo progetto di legge, e anche di quello non si è saputo più nulla. Nel frattempo, però, i progetti, corsi, laboratori e concorsi variamente legati alla lettura e alla scrittura (autobiografica, creativa, giornalistica, poetica, teatrale...) hanno continuato a moltiplicarsi negli istituti penitenziari d'Italia, sia pur in maniera non omogenea. "Scrittura d'evasione" (corso di scrittura creativa nel carcere di Sollicciano); "Il tempo libero scorre" (laboratorio di lettura e scrittura creativa nel carcere di Milano-Opera); "Parole oltre il muro" (concorso riservato ai detenuti del carcere di Piacenza); il "Premio Goliarda Sapienza. Racconti dal carcere, rivolto a detenuti italiani e stranieri"...

L'elenco, qui necessariamente impressionistico, comprende anche un Corso di scrittura per guida turistica, un Laboratorio di giornalismo sociale e infine il progetto proposto nel carcere di Livorno.

Dunque, ci risiamo: "invogliare a correre il rischio della lettura" nei giorni del coronavirus. Ma si può fare di più, se non di meglio. Nell'aprile 2013 la Corte di giustizia dello Stato di San Paolo annunciò la possibilità di concedere ai detenuti la "pena della lettura": espressione che farà storcere il naso a qualcuno ma a me non pare peggiore di altre, utilizzate magari con le migliori intenzioni, come "promozione dell'amore per i libri e della cultura".

L'amore per la "cultura", appunto. (Metto il termine tra virgolette perché, preso da solo senza alcuna contestualizzazione, ha un significato tanto vago che se ne perde il senso. Cultura vuol dire semplicemente coltivazione: di cosa? Quando? Dove? Da parte di chi?) Se in Italia i lettori scarseggiano, i promotori dell'amore per i libri e la cultura si danno invece parecchio da fare. Anche oggi, anche in carcere, whatever it takes. Sembra un'altra era, ma è stato soltanto lo scorso 8 ottobre: in un incontro organizzato a Rebibbia dall'ufficio del garante delle persone private della libertà si discusse tra detenuti, insegnanti, volontari, direttrice, provveditore, magistrato di sorveglianza del metodo brasiliano e di una sua possibile applicazione in Italia. La cultura rende liberi? Allora non potrebbe aprire, oltre alla mente, anche le porte di un carcere?

Formulai la domanda intendendola come una provocazione: il Reembolso e le sue declinazioni italiane possono essere giudicate in modi diversi, ma sta di fatto che la dimensione strumentale dello scambio è ben presente in varie forme dentro le nostre carceri (e fuori): la riabilitazione della persona ristretta (o rieducazione, o "trattamento") si fonda su meccanismi di punizione e premialità e la nostra giustizia resta fondamentalmente retributiva.

Possiamo allora provare, chiedevo, a rendere schietto lo scambio fra detenuto e amministrazione penitenziaria orientandone la strumentalità in una direzione più costruttiva, foss'anche "solo" quella di ridurre il danno che il carcere arreca? E possiamo magari, contestualmente, intraprendere una riflessione disincantata e non ipocrita su questa formidabile coppia, rieducazione e cultura, per capire quale genere di convergenza possa esserci tra le due, tale da far sì che il carcere svolga il compito che alle pene assegna l'articolo 27 della Costituzione? (Alle pene: non necessariamente al carcere).

Vogliamo finalmente fare a meno del giudizio morale sulle intenzioni, sulla loro maggiore o minore schiettezza e libertà in un contesto - la galera - che è stato pensato e fatto apposta per privare della libertà? Per chiederci se la cultura possa e debba rendere migliore l'individuo, e cosa significhi "migliore", cosa intendiamo per buono e se quello delle valutazioni morali non sia un ambito dal quale il diritto, almeno lui, dovrebbe in definitiva astenersi.

Dice l'articolo n. 15 dell'Ordinamento penitenziario che il trattamento del condannato ("un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale") è svolto avvalendosi principalmente, tra l'altro, dell'istruzione e delle attività culturali.

Dicono i fatti che da tempo la galera è diventata, come la chiamò Alessandro Margara, una discarica sociale, in cui spesso finiscono persone che all'istruzione hanno avuto scarse o nulle possibilità di accesso. "Cultura in carcere", insomma, non è una passata di fard sul volto di un lebbroso e fino a poche settimane l'idea brasiliana e i suoi successivi derivati non erano privi di interesse.

Oggi però lo scambio fra lettura e qualche genere di beneficio in più di cui godere dentro quella che minaccia di essere una bomba epidemiologica - il carcere italiano, già condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo - assume un significato diverso e richiede alcune riflessioni. A partire da una domanda che rivolgo alla direzione delle "Sughere": può essere oggetto di scambio qualcosa che ha a che fare con il diritto all'affettività?

 
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