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Trattativa Stato-mafia, Mancino: "Io vittima di un teorema ora crollato" PDF Stampa
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di Concetto Vecchio


La Repubblica, 25 settembre 2021

 

L'ex presidente del Senato: "Il verdetto d'appello cancella in un colpo ciò che la procura di Palermo aveva costruito in dieci anni. Di Matteo fu molto duro nei miei confronti, ma poi non fece ricorso contro la mia assoluzione".

 

Nicola Mancino, cosa ha provato quando ha saputo dell'esito della sentenza Stato-mafia?

"Ho pensato che il verdetto cancellava d'un colpo ciò che la Procura di Palermo aveva costruito in dieci anni di indagini. È crollato un intero castello d'accusa".

 

Se l'aspettava?

"Sì e no, però trovo che abbia ragione il maestro Giovanni Fiandaca: i suoi allievi pubblici ministeri hanno preso una cantonata".

 

Il professor Fiandaca sostiene anche che l'aula di giustizia è troppo piccola per una vicenda così grande.

"Concordo, anche se l'aula di appello io non l'ho mai vista, perché in primo grado, il 18 aprile 2018, venni assolto con formula piena".

 

Lei incontrò Paolo Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale come ministro dell'Interno, nel giugno del 1992?

"Venne con il procuratore Aliquò, così sostenne quest'ultimo al processo. Ma ci fu tra noi un saluto, nulla di più".

 

L'ipotesi accusatoria è che in quell'incontro si accennò alla trattativa.

"Impossibile. Fu un colloquio di circostanza. Del resto le pare possibile che io, proprio nel giorno del mio insediamento, come prima mossa abbia convocato Paolo Borsellino che fino a quel momento non avevo mai conosciuto?".

 

Il pm Nino Di Matteo in aula l'accusò di omertà istituzionale.

"L'ho sempre ritenuto un giudizio ingeneroso. Di Matteo fu molto duro nei miei confronti, dopodiché non fece ricorso in appello in seguito alla mia assoluzione".

 

Le pare una contraddizione?

"Non c'è dubbio. Ma prese senz'altro la decisione più giusta".

 

Nelle motivazioni i giudici sostengono che lei tentò di sottrarsi al confronto con l'allora ministro

Claudio Martelli, che sosteneva di averle espresso dubbi sul comportamento dei Ros in quell'estate del 1992...

"Martelli non è stato leale con me. Il confronto poi ci fu, e in quell'occasione ho contestato la sua tesi. Ribadisco qui di non avere mai saputo dei sospetti sui Ros nella presunta trattativa con la mafia".

 

Antonino Ingroia parla di sentenza double face: "La trattativa ci fu, ma i Ros agirono a fin di bene". Cosa ne pensa?

"Penso che la trattativa non ci fu. Mi rifiuto di credere, da un punto di vista culturale e politico, che lo Stato potesse cedere alla mafia. Ciò premesso, prima di esprimere dei giudizi bisognerebbe sempre leggere le motivazioni".

 

Il processo non si doveva fare?

"No, non andava celebrato. Voglio anche precisare che la trattativa non ha mai riguardato la mia persona. Ho sempre fatto il mio dovere io".

 

Cosa rivelano le tante polemiche sulla trattativa Stato -mafia?

"Che bisogna aspettare le sentenze. Anche il segretario del Pd ha espresso sorpresa per il rovesciamento del verdetto di primo grado. Ma nel nostro Paese, fino a prova contraria, ci sono tre gradi di giudizio".

 

Cosa ha rappresentato umanamente per lei l'esperienza da imputato?

"Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo. Sono stato volutamente additato ad emblema di una trattativa inesistente, relegato perciò per anni in un angolo. Non mi invitavano più neanche al Senato".

 

Ma poi le sue ragioni sono state riconosciute.

"Sì, alla fine mi è stata resa giustizia. Ma che sofferenza!"

 

Cosa accadde esattamente nell'estate del 1992?

"Lo Stato venne colto di sorpresa. Col senno di poi dobbiamo ammettere che non era preparato. Dobbiamo aggiungere che da allora la lotta alla mafia è stata efficace".

 

Resta il fatto che lo Stato non seppe proteggere le vite di Falcone e Borsellino. Come lo spiega?

"Sì, ma erano eventi non prevedibili".

 

La classe dirigente della Prima Repubblica fece abbastanza contro la mafia?

"Per me sì. In quella stagione inoltre c'erano già al governo uomini come Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Conso, che rappresentavano delle garanzie di democrazia".

 

Ha mai pensato di fare causa allo Stato?

"Qualche tentazione l'ho avuta. Poi ho pensato che sarebbe stato come fare causa contro me stesso, perché ero e sono un uomo dello Stato. E in fin dei conti per me era più che sufficiente

l'assoluzione piena maturata in tribunale".

 

Firmerà i referendum sulla giustizia?

"No, non lo farò".

 

Perché?

"Ritengo che una materia così complessa come la giustizia, che pure ha bisogno di riforme,

debba essere affrontata in Parlamento".

 

Tra pochi giorni compirà 90 anni. Come li festeggerà?

"In modo semplice, in famiglia. Sono felice di tagliare questo traguardo".

 

È soddisfatto di quel che ha raggiunto nella vita?

"Perché mai non dovrei esserlo?"

 
Ingroia: "Non cambio idea, la sentenza è chiara: la trattativa ci fu..." PDF Stampa
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di Simona Musco


Il Dubbio, 25 settembre 2021

 

L'ex pm - ora avvocato - che coordinò il processo di Palermo: "I giudici dicono che c'è stata una trattativa, che c'è stato un papello, che è arrivato al governo tramite gli ufficiali dei Ros. Ma non avendolo fatto con l'intenzione di minacciare lo Stato per loro non è un reato".

Per Antonio Ingroia, oggi avvocato e un tempo tra i pm antimafia che coordinarono il procedimento penale sulla presunta trattativa "Stato-mafia", la sentenza d'appello di Palermo è chiara: la trattativa ci fu. Ma "ambasciator non porta pena, se vogliamo sintetizzare il senso della sentenza...".

 

Dottore, lei parla di una sentenza double face, ma ancora sappiamo solo una cosa: il comportamento degli uomini dello Stato imputati in questo processo non fu reato. Non è presto per dire che una trattativa, comunque, ci fu?

Certo, bisogna leggere le motivazioni per avere un quadro chiaro. Ma ho provato a decifrare il dispositivo, che è molto articolato, perché ci sono assoluzioni con formule diverse, condanne in forma diversa, alcune confermate, altre derubricate, quindi ho cercato di prevedere quale potrebbe essere la motivazione su queste basi. È chiaro che l'assoluzione di Marcello Dell'Utri è diversa da quella degli ufficiali del Ros, la condanna di Antonino Cinà e Leoluca Bagarella per il 1992 è diversa da quella di Bagarella per il 1994. Sulla base di questo, posso dire che almeno per il '92 è certo che c'è stato il papello e l'avvio della trattativa.

 

Se lo scopo dei militari era quello di catturare i latitanti non è forse più opportuno parlare di una strategia d'indagine?

Non è mai stato messo in dubbio che gli uomini del Ros volessero combattere la mafia, né è stato mai sostenuto che ne fossero complici. Ma dal dispositivo non mi pare che i giudici abbiano accolto la linea difensiva, ovvero che si trattasse di una strategia investigativa. I giudici dicono che c'è stata una trattativa, che c'è stato un papello, che questo papello è passato dalle mani degli ufficiali dei carabinieri - che non hanno mai ammesso questa cosa - e che è arrivato al governo. Solo che secondo i giudici, il fatto che gli ufficiali dei carabinieri siano stati ambasciatori di questa minaccia mafiosa non costituisce reato, perché non era fatto con l'intenzione di minacciare lo Stato.

 

Ma che questo papello sia arrivato ai vertici dello Stato è stato dimostrato dal processo?

I giudici sono evidentemente convinti di questo, perché altrimenti Cinà non sarebbe stato assolutamente condannato per minaccia consumata, ma come nel caso di Bagarella nei confronti del governo Berlusconi la sua accusa sarebbe stata derubricata a minaccia tentata. Nel caso di Bagarella, la Corte d'Appello ha ritenuto che la minaccia non sia arrivata e si sia fermata nel segmento Cosa Nostra - Dell'Utri. Nel 1992, invece, dev'essere per forza arrivata, altrimenti la formula assolutoria avrebbe dovuto essere "per non aver commesso il fatto".

 

Durante il processo sono state depositate le audizioni dei colleghi di Borsellino davanti al Csm, dalle quali è emerso che lo stesso magistrato stimava gli uomini del Ros e soprattutto credeva nel dossier mafia-appalti. Perché non è stato adeguatamente approfondito, come chiede anche la figlia Fiammetta?

Ma io credo che invece sia stato approfondito. Ovviamente, coinvolgendo la responsabilità di magistrati di Palermo, se ne occupò la procura di Caltanissetta: alcuni magistrati sono stati indagati, poi la procura ritenne che non ci fossero sufficienti elementi per fare un processo e l'indagine venne archiviata. Però c'è stata. Che Borsellino fosse interessato a quel dossier è cosa risaputa, l'ho dichiarato in tanti processi, ma non c'entra nulla con la trattativa. Anzi, sono questioni parallele.

 

Ma in teoria fu proprio la trattativa ad accelerare l'organizzazione dell'attentato a Borsellino, sebbene per altri la sua morte sia da ricollegare proprio a quel dossier...

Ma questo è un altro discorso, non riguarda il processo di Palermo. La strage di via D'Amelio non c'entra. Nel processo di Palermo non è mai entrata in maniera significativa la circostanza che Borsellino sapesse o meno della trattativa, se la stessa c'entrasse con la sua morte... Sono cose separate.

 

Lo scopo della mafia, con questa trattativa, era quello di ottenere dei benefici. Ma l'azione repressiva dello Stato non è venuta meno: 416 bis e 41 bis sono rimasti in piedi e fu la Consulta a rivedere i parametri per il carcere duro. Quale sarebbe stata la conseguenza di questa azione?

Non ebbe degli effetti immediati, sicuramente, ma che nell'arco di qualche anno le condizioni cambiarono e che il clima politico e legislativo - che dal 1992 al 1994 era particolarmente forte - si sia un po' allentato è evidente, sfido chiunque a dire che non sia così. Dopodiché, se sia o meno effetto della trattativa è un'altra questione che non riguarda il processo, perché se poi la minaccia ebbe effetto, se vi fu veramente la trattativa è secondario rispetto al processo. Il processo riguarda una minaccia: c'è stata questa minaccia? Chi ne è stato il responsabile? Questo era l'oggetto del processo. I giudici di primo grado hanno detto che la minaccia c'è stata e che erano responsabili sia i mafiosi che l'avevano pensata sia gli uomini dello Stato che l'avevano agevolata, portandola al destinatario. I giudici d'appello hanno confermato il fatto, però hanno ritenuto che il reato era riscontrabile solo per chi ha ideato e inviato la minaccia e non chi ne è stato ambasciatore. Come dire: ambasciator non porta pena, per sintetizzare il senso della sentenza.

 

Però secondo lei comunicare un'informazione ai vertici dello Stato è reato...

Io penso che di fronte ad una palese ed evidente minaccia un ufficiale di polizia giudiziaria avesse il dovere di portare a conoscenza della magistratura un reato che si stava commettendo sotto i suoi occhi, invece di portarlo alla politica e quindi al governo. La polizia giudiziaria lavora per la magistratura e quando ha notizie di reato non le porta alla politica, ai ministri o al governo, le porta ai magistrati. Non risulta che questa cosa sia stata comunicata ad un magistrato, tranne che ciò non sia avvenuto segretamente. Ma questo possono saperlo solo gli ufficiali, che hanno sempre negato.

 

Un altro aspetto di questo processo è il fatto che si sia trasformato in una questione di tifo: questa degenerazione non fa male alla lotta alla mafia?

Questo non fa bene né alla giustizia né alla lotta alla mafia. L'enfatizzazione mediatica, la spettacolarizzazione, sia delle condanne sia delle assoluzioni, è un danno. Sono d'accordo con lei: è una battaglia contro i mulini a vento, purtroppo. Siamo entrati da anni, ormai, in un tunnel in cui qualsiasi pubblico evento viene spettacolarizzato. La politica è diventata più superficie che contenuto e purtroppo questa cosa ha contagiato anche il mondo della giustizia.

 
Antimafia anno zero, la rabbia dopo il verdetto nel processo Trattativa: "Non è finito tutto" PDF Stampa
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di Francesco Patanè


La Repubblica, 25 settembre 2021

 

Salvatore Borsellino: "Toghe asservite". Santino: "Mandanti sempre impuniti". La vedova Montinaro: "Ma io continuerò a parlare di valori con i giovani". Rabbia, sdegno, frustrazione. Ma anche il rispetto per una sentenza che non condividono, che giovedì pomeriggio ha infilato il coltello in una ferita mai cicatrizzata, che in poco più di cinque minuti ha ribaltato le condanne di primo grado nel processo sulla trattativa Stato-mafia assolvendo gli uomini delle istituzioni e di fatto rendendo legittima la trattativa.

La lettura del dispositivo, alle 17.37 di due giorni fa nell'aula bunker del carcere Pagliarelli, è stata un pugno in faccia per le associazioni antimafia siciliane, per molti familiari di vittime, per i " padri" dell'indagine più controversa degli ultimi vent'anni. "Processo trattativa... grazie... anche a nome di Claudio", scrive sui social Luciano Traina, fratello di uno degli agenti di scorta morti nella strage di via D'Amelio, allegando la foto del funerale. "Mi verrebbe di abbandonare tutto. Ma poi penso: che messaggio è stato dato ai giovani con questa sentenza? Un messaggio devastante: trattare con la mafia non è reato. E allora mi dico che devo continuare ad andare nelle scuole e nelle piazze a testimoniare i valori per cui sono morti Paolo Borsellino, mio fratello Claudio e tanti martiri di Palermo".

Provano a dissimulare l'amarezza e lo sconforto, ma già alla seconda domanda è chiaro come le assoluzioni degli uomini delle istituzioni e la sola condanna dei mafiosi sia stato lo scenario peggiore. "Peggio di così non poteva andare, sono sicuro che Paolo è stato ucciso perché era venuto a conoscenza della trattativa e non l'avrebbe mai consentita - dice Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D'Amelio e fondatore delle Agende rosse - Per poter portare avanti quella scellerata trattativa, ieri (giovedì, ndr) dichiarata legittima, hanno spezzato la vita di Paolo e dei ragazzi della scorta. Purtroppo, anche la magistratura è ormai asservita alla politica e non possiamo più avere speranza di giustizia".

I protagonisti di tre decenni di manifestazioni, battaglie, commemorazioni gremite e anniversari dolorosi provano ad aggrapparsi alla Cassazione, consapevoli che questo processo sarà l'ultima occasione per vedere in un'aula di giustizia la trattativa fra lo Stato e la mafia. "In trent'anni ne ho viste e sentite di tutti i colori, la sentenza d'appello mi amareggia ma non è ancora finita - commenta Tina Montinaro, moglie di Antonio, morto con Falcone a Capaci - C'è ancora la Cassazione. Da parte mia continuerò a portare avanti nelle scuole e con i giovani i valori per cui è morto mio marito".

Le assoluzioni degli uomini dello Stato, gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri, e dell'ex senatore Marcello Dell'Utri rischiano di riscrivere la storia degli ultimi trent'anni sulla ricerca della verità sui rapporti fra Stato e mafia durante la stagione delle stragi. Di certo hanno spiazzato un'antimafia forte delle pesanti condanne in primo grado. "Il rapporto tra mafia e istituzioni, che ha segnato la storia del nostro Paese, è troppo complessa per poterla racchiudere in un processo - commenta Umberto Santino, fondatore del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato - Fino a oggi i riferimenti ai mandanti esterni sono rimasti generici e non provati. Si pensava di aver cambiato pagina con la sentenza di primo grado, ma ora si è ripresa la strada della colpevolezza solo dei mafiosi".

A far discutere è la formula con cui la corte d'assise d'appello ha assolto i generali Mori e Subranni e il colonnello De Donno: " Il fatto non costituisce reato". Ovvero, probabilmente, i rapporti ci furono, la trattativa pure, ma non è reato perché i militari volevano solo catturare Riina. Tradotto per l'antimafia, significa che lo Stato può trattare con i criminali oppure, come sottolinea Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto, uno dei padri dell'indagine, "che la polizia giudiziaria delegata a indagare da una procura può decidere di non portare immediatamente la minaccia ricevuta ai magistrati, ma di consegnarla alla politica - commenta Ingroia - Perché la minaccia c'è stata e lo attesta la conferma della condanna a 12 anni di Antonino Cinà. Se avessero assolto tutti, allora si sarebbe potuto dire che in anni di indagini abbiamo solo acchiappato farfalle. Ma non è così: la ricostruzione dei fatti ha retto, è l'interpretazione di questi fatti e il loro significato simbolico-politico a essere cambiati".

 
I giudici ci spiegheranno la differenza fra un'indegnità civile e morale, e il reato PDF Stampa
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di Adriano Sofri


Il Foglio, 25 settembre 2021

 

Occorrerà moltissimo tempo per rimettere insieme i cocci di una conoscenza e un'interpretazione condivisa della tragedia italiana recitata da Cosa Nostra e dalla sua intimità con apparati del potere economico e politico. Almeno altrettanti anni di quanti ne ha impiegati una tesi che è apparsa a persone leali e sinceramente scandalizzate tanto più vera quanto più impegnata a mirare in alto.

Fino al presidente della Repubblica, Napolitano, al suo principale collaboratore al Quirinale (morto tristemente lungo la strada), all'ex ministro dell'Interno Mancino, a un avvocato e giurista illustre ed ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, e giù lungo una nomenclatura capace di andare incontro al rifiuto di acquietarsi all'idea che si trattasse della "sola" mafia.

La mafia non è mai stata "sola". Ma ogni volta che tante persone leali e scandalizzate hanno sentito di dover sostenere una interpretazione e le persone che la incarnavano, e che la fedeltà appassionata alla memoria di Falcone e Borsellino - e molti altri - le obbligasse moralmente a una solidarietà senza la quale non restava che la viltà o la complicità con la mafia, hanno rischiato di cedere a un equivoco disastroso.

Per anni e anni sarebbe stato additato come un tiepido o un complice di mafiosi e poteri forti chi mettesse in dubbio la verità sulla strage di Borsellino e della sua scorta, confessata da Scarantino e dai disgraziati come lui condannati all'ergastolo duro: l'uno e gli altri incolpevoli, costruiti da uomini di spicco dello stato, perseguiti e condannati da stuoli di pubblici accusatori e giudici, ben oltre l'emergere della verità attraverso il vero autore.

Aver creduto, per fede, in quel depistaggio forsennato, ha significato, oltre a un'iniquità che grida vendetta, un lungo favore ai veri colpevoli. Dunque, in nome del proprio fervido rigore antimafioso, aver favorito l'operato di mafiosi, uomini del potere economico, uomini delle istituzioni. La sentenza di Palermo è stata accolta con costernazione e stupefazione. E tuttavia era del tutto prevedibile (prevista, anche: perfino il Fatto aveva sentito di dover mettere la penna avanti, alla vigilia) se non per l'abitudine a pensare che i giudici non vogliano smentirsi. Ma i giudici d'Appello di Palermo avevano una quantità di altre sentenze precedenti a smentire quella del primo grado. Certo, la leggeremo la sentenza.

Ci stupiremo davvero allora, vedrete, a leggere parole durissime contro comportamenti civilmente ignobili, tanto più indegni se messi a confronto con gli esempi di Falcone o Borsellino. Ma leggeremo anche una lezione ulteriore sulla differenza fra un'indegnità civile e morale, e il reato. Oggi commenti sinceri (quelli ipocriti e faziosi li ignoro) disegnano una Corte, e una giuria popolare, piegata e pressoché berlusconiana, e additano l'esultanza dei titoli di destra. Prendano tempo, raccolgano testimonianze e idee.

Rispettino la reazione di Salvatore Borsellino, ma riflettano su quella di Fiammetta Borsellino. Sul giudizio di Peppino Di Lello, che di quella famosa squadra di magistrati era il quarto membro. Di Alfonso Giordano, che presiedette lo storico maxiprocesso. Leggano - si trovano in rete - le sentenze di Angelo Pellino, il presidente della corte d'Appello palermitana. Quella per l'assassinio di Mauro Rostagno, che offre un quadro terrificante dei poteri cittadini mafiosi, della massoneria e dei servizi di Trapani. Leggano - occorre pazienza e tempo, sono ogni volta un paio di migliaia di pagine - la sentenza del 2012, redatta da lui giudice a latere, sull'omicidio De Mauro, dove Totò Riina viene assolto perché non c'è la prova, ma si afferma che a motivare l'omicidio fu la denuncia che, a tanta distanza di tempo, De Mauro stava muovendo agli attentatori all'aereo di Enrico Mattei.

Pellino è stato giudice dei processi per l'assassinio di padre Puglisi, del valoroso Libero Grassi, di Peppino Impastato (scrisse la sentenza che condannava a 30 anni Vito Palazzolo; nel depistaggio contro Impastato il generale Subranni assolto l'altro ieri, allora maggiore, ebbe un ruolo infame), del giornalista Mario Francese. Commentatori di ogni parte sarebbero sorpresi di scoprire quali pensieri politici coltivi il giudice.

Dovrebbero ricordarsi almeno di quello che disse affabilmente in apertura del processo: che si sarebbero vagliate solo le posizioni personali rispetto all'accusa, e che "può accadere che in un processo che riguarda fatti molto eclatanti la riscrittura di un pezzo di storia di un paese sia un fatto inevitabile, ma non deve essere cercata". Ecco perché questa volta specialmente ha un senso non ipocrita dire: bisognerà leggere le motivazioni.

 

 
Non per fango ma per giustizia. La sentenza di appello sulla "trattativa" PDF Stampa
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di Mario Chiavario


Avvenire, 25 settembre 2021

 

"Bisogna aspettare le motivazioni". È una frase usuale, che vale anche stavolta, di fronte alla sentenza di appello per quello che si è venuti a chiamare 'il processo sulla trattativa Stato-mafia'.

Un dato è certamente fuori discussione: ne appare ribaltata la sentenza di primo grado, che aveva inflitto pesanti condanne a un senatore della Repubblica e a tre alti ufficiali, per aver concorso, mediante contatti con appartenenti alle cosche, alla messa in opera del delitto di minacce a varie compagini governative. Ieri, in loro riforma, sono risuonate altrettante assoluzioni.

Un ribaltamento del genere non è un unicum nel nostro sistema, e può essere persino portato ad esempio di una giustizia scrupolosa. Restano degli interrogativi, che il dispositivo della sentenza non può, da solo, sciogliere per intero.

Certamente scagionato in uno dei modi giuridicamente più pieni - "per non aver commesso il fatto" - è il senatore Dell'Utri, anche se solo la motivazione potrà dirci a che cosa si deve l'esito: se, cioè, alla raggiunta prova positiva della totale inconsistenza dell'accusa mossagli, oppure alla constatazione di una mancanza o di un'insufficienza o contraddittorietà delle prove addotte a suo carico. Il risultato, per dei giudici penali, non può non esser identico in ciascuno di tali casi. Lo impone un principio di elementare civiltà: non è l'accusato a dover dimostrare irrefutabilmente la sua innocenza, ma tocca all'accusa provare, "oltre ogni ragionevole dubbio", la colpevolezza.

Più complessa la situazione per ciò che concerne gli altri tre imputati assolti. Al riguardo il verdetto è "perché il fatto non costituisce reato" e l'illazione più immediatamente diffusasi è che nei loro confronti la partecipazione alla trattativa sia stata accertata, e che pertanto l'esclusione della punibilità sia dovuta a motivi in qualche modo esterni al compimento del fatto. L'illazione non è del tutto ingiustificata, alla luce della giurisprudenza di Cassazione, che pur potrà sorprendere i non addetti ai lavori: è la formula assolutoria "perché il fatto non sussiste" (e non quella usata per l'occasione) a venire invero prescritta quando il comportamento cui si riferisce l'imputazione si è pur realizzato, ma senza combaciare perfettamente con la descrizione che del reato in questione dà la legge penale.

Il punto da chiarire sarà, però, se davvero di autentica "trattativa" si sia trattato o se i contatti realizzatisi abbiano avuto, da parte degli interlocutori dei mafiosi, una ben differente impostazione, così da veder sovrapposte, allo scopo delle minacce alle istituzioni, tutt'altre finalità.

Anzitutto, quella di bloccare una preoccupante catena di sangue, soltanto fingendo di concedere qualcosa, o facendo apparire come concessioni degli atti che altrimenti si sarebbero pur sempre potuti giustificare (tale, l'allentamento, per dei semplici gregari, del regime "di massima sicurezza" dell'art. 41-bis). In questa prospettiva, si potrebbe addirittura pensare a uno 'stato di necessità', cui però il codice penale attribuisce, sì, l'effetto che si definisce 'scriminantè, ma soltanto entro margini ridottissimi. Viene allora in mente - ed è stato subito evocata - la possibilità che per questi soggetti la consapevolezza di ciò che stavano compiendo potesse ben combinarsi con la totale assenza della volontà d'impedire il funzionamento corretto delle istituzioni (tecnicamente, si chiama mancanza di 'dolo specifico'). E che proprio lì stia la ragione dell'assoluzione. Sono tutte illazioni, a confermare o smentire le quali occorrerà attendere soltanto il tempo per il deposito della sentenza (non dovrebbero essere più di 90 giorni). Non ne risultano esauriti i motivi di riflessione che la vicenda, nonostante la sentenza, è destinata ad alimentare, e verosimilmente assai più a lungo (vi sia o no il ricorso per cassazione della Procura generale). Da un lato, non può non venirne accentuata la sensazione che comunque la lotta alla mafia induca spesso, a ragione o a torto, dei comportamenti borderline di delicatissima gestione: quelli intervenuti in questo caso (quale che ne sia la valutazione) non sono né i primi né gli ultimi, tra quelli in uso, e legalmente, a opera degli apparati di polizia, anche in relazione ad altri tipi di reato (si pensi anche solo all'impiego dei confidenti, sempre col rischio che si trasformino essi stessi in 'agenti provocatori' di delitti).

Meno ancora, si può dimenticare il peso che vicende come questa hanno accollato, non soltanto a imputati, ma anche ad altre persone, del tutto specchiate e lambite da ingiusti sospetti. Vengono in mente almeno due nomi, quelli di Giovanni Conso e di Loris D'Ambrosio. E d'altro canto, è pur vero che, senza entrare nella logica dell'à la guerre comme à la guerre, uno Stato, e in particolare uno Stato di diritto e democratico, non può mostrarsi debole, soprattutto nei confronti della criminalità più pericolosa.

Ciò che si vorrebbe veder finalmente cessare è la speculazione sulle sentenze e in genere sull'operato della magistratura, da parte delle opposte fazioni politiche (ma anche di giornali 'schierati'), esaltando o vituperando condanne o assoluzioni, anche amplificando o nascondendone i reali contenuti, e prima ancora indagini e rinvii a giudizio, per rivendicare meriti dei propri aderenti o simpatizzanti e per gettare fango sugli avversari.

 
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