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Salviamo la legge anti-lobby PDF Stampa
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di Francesco Giavazzi

 

Corriere della Sera, 29 marzo 2016

 

Il governo deve decidere se si possono sviluppare le nuove piattaforme tecnologiche o se preferisce proteggere i vecchi rentier: tassisti, albergatori o presidenti di enti pubblici.
Dopo un anno di discussioni, il Parlamento è prossimo a votare la legge sulla concorrenza. Il testo originale, scritto dal ministero per lo Sviluppo economico tenendo conto dei consigli dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, era una buona legge. Finalmente si cominciavano ad abbattere alcune barriere all'attività economica.

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Le statistiche della Corte Ue 2015: a Lussemburgo il record produttività PDF Stampa
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di Marina Castellaneta

 

Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2016

 

Boom di produttività, nel 2015, della Corte di giustizia dell'Unione europea. Con ben 1.755 cause definite, Lussemburgo supera il suo tasso di produttività di sempre. Non solo. Il 2015 è stato anche un anno record per il numero di cause promosse: ben 1.711 dinanzi ai tre organi giurisdizionali Ue (Corte di giustizia, Tribunale, Tribunale per la funzione pubblica), con 700 cause avviate dinanzi alla Corte di giustizia. Segno evidente della crescente fiducia che i giudici nazionali e i cittadini hanno verso l'apparato giurisdizionale dell'Unione europea. Che subisce, però, come effetto collaterale, l'incremento del carico di lavoro degli eurogiudici, con la conseguenza che, malgrado la produttività crescente, diminuisce il numero di cause definite. E questo anche per la complessità dell'oggetto dei procedimenti che ha portato la Corte di giustizia a pronunce storiche come quella del 6 ottobre 2015 (C-362/14) con la quale Lussemburgo ha bocciato il sistema Ue di trasferimento dati personali verso terzi.
Vediamo in dettaglio i numeri. Nel 2015, le cause promosse dinanzi alla Corte di giustizia sono state 713 a fronte delle 622 del 2014 che vuol dire +15%. Scomponendo il dato, sono aumentate le domande in via pregiudiziale (436) e il numero di impugnazioni delle sentenze rese dal Tribunale Ue (215, circa il doppio di quelle del 2014 pari a 111).
Le cause definite sono state 616: una diminuzione rispetto alle 719 del 2014 dovuta - scrive Lussemburgo - al numero meno elevato di cause promosse nel 2014, con la conseguenza che meno procedimenti erano pronti per la decisione. Effetto collaterale, l'aumento delle cause pendenti arrivate a 884 (787 nel 2014).
Situazione rosea per quanto riguarda i tempi dei processi: la durata media dei procedimenti in via pregiudiziale è stata di 15,3 mesi, quella dei ricorsi diretti di 17,6 mesi, delle impugnazioni di 14 mesi. Produttività eccezionale del Tribunale che, proprio nel 2015, è stato oggetto di modifiche significative con il regolamento n. 2015/2422, pienamente operativo dal 2019. Nel 2015 le cause definite sono state 987 (un aumento del tasso di produttività pari al 90% rispetto al 2010 e del 20% rispetto al 2014). Le cause promosse sono state 831 e, malgrado il crescente carico di lavoro, il Tribunale ha tagliato il numero delle cause pendenti che da 1.423 del 2014 arriva 1.267 nel 2015. Senza dimenticare i tempi: la durata media dei procedimenti è stata di 20,6 mesi nel 2015 contro i 23,4 del 2014 che, in percentuale, fa segnare una riduzione di oltre il 10%.
Segni positivi anche per il contenzioso dinanzi al Tribunale per la funzione pubblica, anche se è aumentato il numero delle cause promosse (167 contro le 157 dell'anno precedente). Con una diminuzione, però, dei tempi per arrivare a sentenza: 12,1 mesi nel 2015, contro i 12,7 del 2014.

 
 
Legge Pinto: la mancata comunicazione del creditore non ferma l'azione di ottemperanza PDF Stampa
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di Antonino Masaracchia

 

Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2016

 

Tar Campania - Sezione VIII - Sentenza 29 febbraio 2016 n. 1089. La sentenza che si commenta è particolarmente interessante perché giunge fra i primi pronunciamenti del giudice amministrativo in materia di equa riparazione per irragionevole durata del processo (ai sensi della legge n. 89 del 2001, meglio nota come Legge Pinto) dopo le modifiche legislative che sono state introdotte con la legge n. 208 del 2015 (cosiddetta "legge di stabilità 2016").
I risarcimenti da Legge Pinto - Deve anzitutto premettersi che i risarcimenti da Legge Pinto costituiscono una cospicua fetta del contenzioso dinnanzi ai Tar: capita infatti molto spesso che, di fronte a un decreto che riconosca il diritto al risarcimento per la durata non ragionevole di un processo (in genere civile, ma anche penale, tributario o amministrativo) - decreto che, ai sensi dell'articolo 3 della legge n. 89 del 2001, è emesso dal presidente della Corte d'appello o da un magistrato a tal fine designato -, l'amministrazione della Giustizia rimanga inerte e non provvede alla liquidazione di quanto dovuto, così innescando una perversa spirale processuale.
Il decreto della Corte d'appello, infatti, qualora non eseguito spontaneamente, è suscettibile di attuazione con l'ordinario rimedio del giudizio di ottemperanza dinnanzi al Tar, ai sensi dell'articolo 112, comma 2, del codice del processo amministrativo: tale decreto - come anche ricorda la sentenza qui in commento - ha natura decisoria in materia di diritti soggettivi ed è quindi, sotto tale profilo, equiparato al giudicato, con conseguente idoneità a fungere da titolo per l'azione di ottemperanza (così, di recente, tra le tante, Consiglio di Stato, sezione IV, n. 1484 del 2012). Dunque, l'ordinamento provvede a sostenere il cittadino vittima del disservizio derivante da una durata irragionevole del processo mediante l'apertura di un nuovo processo, appunto quello amministrativo per ottemperanza, all'esito del quale - finalmente - l'amministrazione pagherà quanto dovuto mediante l'intercessione del commissario ad acta. In questo già complesso e farraginoso meccanismo è intervenuta la novella di fine anno per complicare ulteriormente il percorso che il cittadino-creditore deve affrontare per ottenere quanto dovuto: incombenze e adempimenti lunghi e snervanti.

 
Legge Pinto, gli ostacoli sulla via dell'equa riparazione PDF Stampa
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di Antonino Masaracchia

 

Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2016

 

I nuovi ostacoli sono statti introdotti dal legislatore con la speranza che il creditore preferisca rinunciare alla propria pretesa, mandando così esente l'erario da questa posta passiva.
Il quadro normativo - Bisogna partire da un presupposto: il decreto della Corte d'appello, almeno nell'originaria intenzione del legislatore, doveva funzionare come una vera e propria ingiunzione nei confronti dell'amministrazione della giustizia, alla quale adempiere senza indugio. Chiaro è (era) il dettato dell'articolo 3, comma 5, della legge n. 89 del 2001: "Se accoglie il ricorso, il giudice ingiunge all'amministrazione contro cui è stata proposta la domanda di pagare senza dilazione la somma liquidata a titolo di equa riparazione, autorizzando in mancanza la provvisoria esecuzione": si tratta, dunque, di un titolo di pagamento immediatamente esecutivo. E invece, anzitutto, la giurisprudenza ha ritenuto applicabile a questa disciplina l'articolo 14, comma 1, del decreto legge n. 669 del 1996, convertito dalla legge n. 30 del 1997, a norma del quale sono concessi all'amministrazione debitrice ben 120 giorni (pari a 4 mesi!) per completare le procedure di esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali pur aventi efficacia esecutiva e che comportano l'obbligo di pagamento di somme di denaro: solo alla scadenza dei 120 giorni, per espresso dettato di legge, sarà quindi possibile azionare il giudizio esecutivo, ivi compreso - secondo la giurisprudenza - quello di ottemperanza.
Dunque, e per tornare al giudizio di equa riparazione: ottenuto il decreto della Corte d'appello, pur se immediatamente esecutivo, il creditore dovrà notificarlo all'amministrazione e attendere ben 120 giorni prima di poter (eventualmente) azionare il rimedio dell'ottemperanza dinnanzi al Tar. Gli ulteriori adempimenti - Ma adesso il nuovo articolo 5-sexies della legge n. 89 del 2001 (introdotto, appunto, dalla legge di stabilità 2016) onera il creditore di ulteriori adempimenti.
Si prevede, anzitutto, che per poter ottenere il pagamento delle somme liquidate, il creditore dovrà rilasciare all'amministrazione debitrice una dichiarazione, da rendersi nelle forme di cui agli articoli 46 e 47 del Dpr n. 445 del 2000, nella quale si attesti "la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l'esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l'ammontare degli importi che l'amministrazione è ancora tenuta a corrispondere (e) la modalità di riscossione prescelta". Davvero curioso questo adempimento: il creditore deve informare il debitore di qualcosa che ben è a conoscenza di quest'ultimo, ossia del fatto che il credito non è ancora stato riscosso e che è pendente un'azione giudiziaria per il suo pagamento.
Peraltro, la dichiarazione deve essere resa non in forme liberamente scelte dal creditore, ma secondo modelli che dovranno essere approvati dalla stessa amministrazione debitrice (il ministero della Giustizia, in accordo con il ministero dell'Economia: così il comma 3) ovvero, nelle more di tale approvazione, mediante modelli già reperibili sui siti istituzionali delle singole amministrazioni (comma 12).
Oltre a questa dichiarazione, inoltre, il creditore dovrà recapitare all'amministrazione l'ulteriore "documentazione necessaria" a dar corso al pagamento (così il comma 1), documentazione che spetterà ancora ai ministeri della Giustizia e dell'Economia stabilire con appositi decreti (comma 3). Se la dichiarazione non viene compiuta, "l'ordine di pagamento non può essere emesso" (così il comma 4 dell'art. 5-sexies). Addirittura si stabilisce (comma 2) che questa dichiarazione ha una validità temporanea - vale solo sei mesi - e deve pure essere rinnovata a semplice richiesta dell'amministrazione (dunque, anche in pendenza del periodo di validità semestrale). Nell'ipotesi in cui il creditore effettui la dichiarazione, peraltro, si concede all'amministrazione un ulteriore spatium deliberandi pari a 6 mesi per effettuare il pagamento (comma 5).
Una situazione paradossale - Siamo dunque in presenza di una situazione che, dal punto di vista del creditore, e nell'ordinario rapporto civilistico di credito-debito, non potrebbe che essere definita paradossale, nella quale - detto in poche parole - la legge fa di tutto per ritardare il diritto del cittadino all'equa riparazione: ciò, come è evidente, in barba ai postulati della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (che pure dovrebbe costituire il fondamento del diritto di cui alla Legge Pinto) e non senza evidenti contraddizioni interne alla stessa legge n. 89 del 2001. Come detto, quest'ultima dapprima disegna l'obbligo per l'amministrazione debitrice nei sensi di una vera e propria ingiunzione di pagamento e la obbliga a pagare "senza dilazione" una volta emesso il decreto della Corte d'appello (così l'articolo 3, comma 5); ma poi si assoggetta la procedura di liquidazione all'adempimento di plurimi e defatiganti oneri da parte del creditore (articolo 5-sexies), così ritardando la prestazione dovuta, nonostante l'esistenza dell'ordine del giudice, e quindi finendo col vanificare la portata immediatamente precettiva di quest'ultimo. Tuttavia è anche evidente - se si sposta la prospettiva dal lato dell'amministrazione debitrice - che la legge, in realtà, ha voluto proteggere le già disastrate finanze pubbliche: e però questo viene fatto non già curando i mali alla radice (ossia, predisponendo un servizio-giustizia più celere ed efficace) ma intervenendo al capezzale del malato, ossia cercando vilmente di dissuadere, per quanto possibile, l'esecuzione delle condanne.

 

Il Tar corre in soccorso dei cittadini

 

Di fronte a questo desolante scenario, la sentenza qui in epigrafe cerca meritoriamente di correre in soccorso del creditore derelitto mediante alcuni accorgimenti ermeneutici.
I rimedi ermeneutici del Tar Campania - Anzitutto, viene proposta un'interessante lettura interpretativa, in chiave per così dire evolutiva, che consenta di non rinunciare "all'esigenza che il giudicato trovi pronta esecuzione": ciò, in modo da salvaguardare - per quanto possibile - il principio costituzionale di pienezza della tutela giurisdizionale di cui all'articolo 24 della Costituzione, così come i principi in tema di equità del processo ed effettività della tutela, di cui agli articoli 6 e 13 della Convenzione Cedu.
Premesso che le nuove norme sono sicuramente applicabili anche alle fattispecie per le quali sia già attualmente pendente un giudizio di ottemperanza (posto che l'articolo 5-sexies, comma 12, delinea un'apposita disciplina transitoria per l'adempimento degli obblighi di comunicazione anche in assenza dei decreti ministeriali attuativi), i giudici dell'VIII sezione del Tar di Napoli escludono che, in mancanza dei prescritti nuovi adempimenti, il giudizio di ottemperanza debba essere respinto o dichiarato improcedibile: al contrario, esso può ben essere accolto, se ne ricorrono tutti i presupposti sostanziali e processuali, dal momento che le nuove disposizioni si riferiscono unicamente alle modalità con le quali l'amministrazione deve effettuare il pagamento. Detto altrimenti: l'amministrazione è pur sempre inadempiente a un ordine del giudice (quello di pagare una somma a titolo di equa riparazione), e quindi ben potrà risultare soccombente nel giudizio di ottemperanza, e però, nonostante quest'ultimo, il pagamento potrà concretamente avvenire unicamente secondo le condizioni imposte dalla novella del 2015.
In secondo luogo, il Tar Campania esclude che, in pendenza di giudizio di ottemperanza, debba essere concesso all'amministrazione il termine di sei mesi di cui al comma 5 dell'articolo 5-sexies. Ciò deriva dal fatto - osservano i giudici - che le modalità di pagamento, in pendenza del giudizio di esecuzione, sono compiutamente disciplinate dal solo comma 11 dell'articolo 5-sexies il quale, per tale evenienza, prevede unicamente che il creditore effettui le previste dichiarazioni, e non ribadisce che sia necessario lo spatium deliberandi di sei mesi. Ciò, sulla scorta dell'insegnamento giurisprudenziale per cui, in sede di giudizio di ottemperanza, le azioni sostitutive poste in essere dal giudice o, per esso, dal commissario ad acta per eseguire il giudicato, possono anche esulare dal rispetto delle ordinarie procedure cui è tenuta l'amministrazione nell'ambito della sua azione, anche in ipotesi riguardanti il pagamento di somme di denaro.
In terzo luogo, la sentenza qui in commento percorre con decisione la strada delle astreintes. Nel richiamare il recente arresto dell'Adunanza plenaria n. 15 del 2014 - secondo la quale le penalità di mora, di cui all'articolo 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo, sono ammissibili anche per le condanne al pagamento di somme di denaro, "atteso che l'istituto assolve ad una finalità sanzionatoria e non risarcitoria, in quanto non è volto a riparare il pregiudizio cagionato dalla non esecuzione della sentenza, ma a sanzionare la disobbedienza alla statuizione giudiziaria e stimolare il debitore all'adempimento" - il Tar Campania qui ricorda che, sempre con la legge di stabilità 2016, si è stabilito che le penalità di mora, all'esito del giudizio di ottemperanza, non possono considerarsi manifestamente inique quando sono stabilite in misura pari agli interessi legali (così il nuovo articolo 114, comma 4, lettera e), seconda parte, del codice del processo amministrativo).
Ne consegue - conclude il Tar nella sentenza qui in commento - che l'astreinte non potrà più essere considerata iniqua qualora stabilita in detta misura, neanche facendo appello alle esigenze di bilancio e allo stato di crisi finanziaria della finanza pubblica (argomenti che, invece, finora la giurisprudenza era solita valorizzare al fine di ritenere "manifestamente iniqua" l'astreinte e, così, rigettarne la richiesta). In sostanza, nella nuova cornice normativa si può ipotizzare un più ampio ricorso allo strumento delle astreintes da parte della giurisprudenza amministrativa, anche in considerazione del fatto che, adesso, risulta più difficile, per il creditore, ottenere tempestivamente il pagamento di quanto dovuto, essendo necessari, per legge, tutti i nuovi adempimenti introdotti dalla legge di stabilità 2016. In ogni caso - precisa opportunamente il Tar Campania - il termine di decorrenza dell'astreinte non può che partire dalla data di intervenuta comunicazione o notificazione dell'ordine di pagamento disposto nella sentenza di ottemperanza (così come precisa il nuovo articolo 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo), purché però siano già stati integralmente ottemperati, dal creditore, gli obblighi di comunicazione suindicati; in caso contrario, la penalità inizierà a decorrere dal momento in cui i suddetti obblighi saranno stati adempiuti.

 
Per i giornalisti il carcere è un'eccezione PDF Stampa
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di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

 

Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2016

 

Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 17 marzo 2016 n. 11417. Con sentenza 11417 del 2016 la V sezione penale della Cassazione ha stabilito che se il periodico viene utilizzato come strumento dalla criminalità organizzata per commettere il reato di diffamazione, la gravità dei fatti e l'eccezionalità della fattispecie giustificano la scelta della sanzione detentiva.
Con questo principio, contenuto in verità in poche righe della pronuncia in commento, la Corte ha il merito di sancire una regola e, al contempo, individuare un'ipotesi concreta a cui applicarla. La questione della opportunità di applicare in concreto - o di prevedere in astratto - la pena detentiva per i reati a mezzo stampa è, invero, assai dibattuta, soprattutto da quando la Corte europea dei diritti dell'uomo ha affermato che una simile sanzione non è di regola compatibile con la libertà di espressione riconosciuta dall'articolo 10 della Cedu. La Corte di Strasburgo, infatti, ha più volte sottolineato che, in materia di diffamazione, una pena troppo severa o anche un risarcimento non proporzionato al reddito - rischiano di avere l'effetto di frenare eccessivamente la libertà di informazione. Per questa ragione, la minaccia della detenzione dovrebbe essere limitata ai casi più gravi, individuati dalla giurisprudenza di Strasburgo in quelli, ad esempio, di istigazione all'odio razziale e di incitamento alla violenza.
Nel nostro Paese la diffamazione, aggravata dal mezzo della stampa e dall'attribuzione di un fatto determinato (articolo 13 della legge sulla stampa), ovvero il reato classicamente contestato ai giornalisti, è punita con la reclusione fino a sei anni. La ragione per cui, nonostante una simile "tariffa" penale, non vi siano giornalisti in carcere risiede nel meccanismo di bilanciamento fra aggravanti e attenuanti previsto dal codice penale. L'aggravante di cui all'articolo 13, infatti, viene quasi sempre ritenuta almeno equivalente alle attenuanti generiche; aggravante e attenuanti si eliminano a vicenda, sicché l'orizzonte sanzionatorio è quello della diffamazione semplice, che è punita con pena alternativa: la reclusione o la multa. Tra la pena detentiva e quella pecuniaria, i giudici assai di frequente scelgono questa seconda.
La sostanziale assenza di condanne a pene detentive in Italia è il risultato della interpretazione del tutto discrezionale di due meccanismi per l'individuazione della pena in concreto. In questo contesto, nel 2013 la Corte Europea ha sanzionato l'Italia poiché il direttore di un giornale era stato condannato a un elevato risarcimento e a quattro mesi di reclusione (sia pure sospesi condizionalmente). Una simile condanna avrebbe provocato un chilling effect, ovvero una sorta di autocensura da parte dei giornalisti. Alla luce della giurisprudenza europea, autorevoli commentatori sostengono che la pena detentiva debba essere bandita dal nostro ordinamento per i reati a mezzo stampa. Un indirizzo che sembra essere stato fatto proprio anche dal legislatore nel disegno di legge approvato nel giugno 2015 dalla Camera e attualmente all'esame del Senato.
Noi restiamo convinti, viceversa, che la Corte di Strasburgo raccomandi di limitare la previsione della pena detentiva ai soli casi più gravi, non necessariamente solo quelli portati ad esempio dalla stessa Cedu. Ad esempio, ci pare possano essere comprese in questo elenco le diffamazioni seriali; quelle commesse con l'intento di rovinare la reputazione altrui; quelle assistite dalla consapevolezza della falsità del fatti narrati. E anche l'ipotesi individuata da ultimo dalla Cassazione sembra rientrare a buon diritto in questo pur piccolo "insieme".

 
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