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Immigrazione: l'identificazione voluta dalla Ue porterà tensioni nei centri attuali PDF Stampa
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Marco Ludovico

 

Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015

 

Finiti da tempo su una sorta di binario morto, i contestati Cie (centri di identificazione ed espulsione) avranno presto vita nuova. La revisione delle regole europee, la necessità di accogliere chi ha diritto all'asilo e non i migranti "economici", di fatto considerati clandestini, l'introduzione degli "hot spots" - l'iniziale accoglienza dopo lo sbarco con le procedure di foto-segnalamento e impronte digitali- sono. già da soli, fattori determinanti per un rilancio di quei centri. Perché il numero dei migranti irregolari aumenterà.

Oggi viaggiano a pieno regime, sempre al limite della capienza, i Cara (centri di accoglienza per i richiedenti asilo). In tutta Italia i Cie, previsti per i migranti resistenti a ogni forma di identificazione o già destinati all'espulsione, annoverano al momento circa 400 persone, "Il sistema deve essere ripensato -spiega il sottosegretario all'Interno Domenico Manzione (Pd) - lo scenario sta cambiando. Possiamo, anzi forse dobbiamo immaginare un allargamento e un potenziamento di questi centri. Ma - sottolinea Manzione - con la modifica di quel regime para-detentivo oggi ingiustificato. Va quantomeno ridotto".

A differenza dei Cara, infatti, nei Cie i migranti hanno restrizioni alle libertà personali molti simili a quelle di un carcere: sono clandestini a tutti gli effetti. L'introduzione degli hot spots, come chiede l'Europa, aumenterà la quota dei migranti "economici" da espellere. Si aggiungerà lo snellimento e l'accelerazione delle procedure di valutazione delle istanze di asilo, da parte delle commissioni territoriali, che farà crescere la quota dei non aventi diritto. Tutti clandestini, in definitiva, da portare nei Cie, se non c'è - come spesso accade - la possibilità immediata di far decollare un volo di rimpatrio.

La riduzione dei tempi di permanenza, da 90 a 60 giorni, ha già consentito una deflazione delle presenze. Oggi ci sono in teoria 750 posti disponibili; con i lavori di ristrutturazione in corso in altre strutture, per l'inizio del 2010 il Viminale può arrivare a 1.500 posti. Difficile, però, dire se sono sufficienti. Anche perché dietro l'angolo c'è un rischio concreto e immediato: se gli accordi bilaterali con i Paesi d'origine non ci sono e i voli di rimpatrio non decollano, con le nuove procedure di identificazione e i flussi di sbarchi ancora incessanti i 1.500 posti si riempiono in un attimo.

Il tema e dunque sul tavolo del ministro Angelino Alfano, seguito sul piano tecnico dai prefetti Alessandro Pansa (Ps) e Mario Morcone (Libertà civili). La Polizia di Stato considera i Cie uno strumento di deterrenza per la circolazione dei clandestini e, in ogni caso, la destinazione per tutti i migranti rintracciati sul territorio senza avere titoli legittimi di circolazione. Così ne chiede un rilancio ampio, con una maggiore diffusione sul territorio. Osserva Manzione: "Ci vuole però un punto di equilibrio. Va costruito al più presto un sistema di rimpatri volontari e assistiti". Occorre insomma una valvola di sfogo, non solo un meccanismo di sanzioni. Per non ricadere nel solito e noto meccanismo del foglio di espulsione consegnato al migrante. Nella stragrande maggioranza dei casi rimane lettera morta.

 
Immigrazione: dallo ius soli al voto agli stranieri, le 92 proposte presentate alle Camere PDF Stampa
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Nicoletta Cottone

 

Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015

 

L'integrazione scolastica degli immigrati, la cittadinanza, la revisione della normativa sui minori non accompagnati, il sostegno all'educazione interculturale, la creazione di una giornata in memoria delle vittime del mare, la riorganizzazione della cooperazione, la nascita di un museo nazionale delle migrazioni, l'Istituzione del Consiglio nazionale per l'integrazione e il multiculturalismo. Sono 50 i provvedimenti presentati in Parlamento in questa legislatura che riguardano in senso stretto il fenomeno dell'immigrazione (29 alla Camera, 21 al Senato), mentre sono ben 42 quelli che riguardano i minori immigrati (25 alla Camera, 17 al Senato). Sul fronte dell'immigrazione 22 ddl sono assegnati, ma non è ancora iniziato l'esame, 9 sono stati approvati in prima lettura da un ramo del parlamento, 2 sono diventati legge (ma si tratta di decreti legge che trattano aspetti marginali dell'immigrazione). Solo un disegno di legge è stato ritirato, l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema di accoglienza e identificazione presentato da Mario Marazziti (Pi).

Quarantadue i provvedimenti in tema di minori stranieri: 32 ddl, 5 ddl di conversione di decreti legge, 4 di bilancio e uno costituzionale. Il tema predominante è quello dell'acquisizione della cittadinanza da parte dei minori stranieri per il quale sono stati presentati ben 22 ddl, che hanno trovato la sintesi il 5 agosto in un testo base redatto dalla relatrice Marilena Fabbri (Pd).

Viene introdotto uno "ius soli soft", che pone alcune condizioni all'ottenimento della cittadinanza. Ai minori non accompagnati, che sono la parte più vulnerabile dei migranti, facile preda dei circuiti dell'illegalità, è dedicato il ddl firmato da Sandra Zampa (Pd) e sottoscritto da moltissimi parlamentari di maggioranza e opposizione, arenato ormai da dieci mesi in commissione Affari costituzionali della Camera. Eppure ha l'obiettivo di uniformare le procedure di identificazione e di accertamento dell'età dei ragazzi che arrivano e mira a istituire un sistema nazionale di accoglienza (ultima seduta 22 ottobre 2014).

Un ddl, approvato dalla Camera e all'esame del Senato, vuole a garantire il tesseramento dei minori stranieri residenti in Italia presso le società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, con le stesse procedure previste per i cittadini italiani.

Il ddl di Laura Bignami (passata dal M5S al Gruppo misto) "sull'accoglienza di persone portatrici di esigenze particolari", è fermo al marzo 2014 in commissione. Prevede servizi speciali di accoglienza per minori, disabili, anziani, donne in stato di gravidanza, genitori singoli e on figli minori, persone per le quali sono stati accertati torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale.

Fra i provvedimenti approvati nel di 83/2015 ci sono misure sull'applicazione straordinaria di magistrati per l'emergenza legata ai procedimenti di riconoscimento dello status di persona profugo. C'è la legge europea 2014 che contiene, all'articolo 10, una modifica legislativa sull'esecuzione del rimpatrio, in risposta alla procedura di infrazione n. 2014/2235. Adegua l'ordinamento interno all'Europa stabilendo che il rimpatrio forzato dello straniero verso lo Stato membro dell'Unione che ha rilasciato il titolo di soggiorno (e non verso il Paese terzo di origine) è possibile solo in caso di intese o accordi bilaterali di riammissione già operativi prima del 13 gennaio 2009, ossia della data di entrata in vigore della direttiva 2008/115/CE (cosiddetta direttiva rimpatri).

Poi c'è il di 146/2013, diventato legge dello Stato, che modifica la disciplina dell'espulsione come misura alternativa alla detenzione, per colpire ancora più severamente coloro ("scafisti", "affiliati" eccetera) che sfruttano l'arrivo e lo sbarco degli stranieri e che operano per assicurare la buona riuscita dell'operazione criminale e, in genere, fiancheggiano e cooperano con le attività direttamente collegabili all'ingresso di clandestini.

Chiedono una ulteriore stretta sull'immigrazione clandestina i ddl dei leghisti Massimo Bitonci (ora sindaco di Padova) e Nicola Molteni, che mirano a "colpire coloro che per motivi abbietti e disumani fanno dell'immigrazione clandestina il loro business", attraverso il ridisegno del reato di favoreggiamento pluriaggravato e l'inasprimento di pene carcerarie e multe.

C'è anche una proposta di legge costituzionale, primo firmatario Antonio Decaro (Pd, ora sindaco di Bari) in materia di estensione del diritto di elettorato per le elezioni dei consigli regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali agli stranieri extracomunitari residenti da almeno cinque anni nel territorio nazionale.

 
Azerbaijan: sette anni e mezzo di condanna a reporter azera, dopo un processo-farsa PDF Stampa
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di Luca Manes

 

Il Manifesto, 4 settembre 2015

 

Quando il giudice di una corte di Baku ha letto la sentenza che la condannava a 7 anni e mezzo di reclusione, la giornalista investigativa azera Khadija Ismayilova ha riso. Un atto di scherno ad amaro commento dell'ennesimo processo farsa contro un oppositore del governo, solo a parole democratico, del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev.

Proprio del figlio e successore del padre della patria Heydar (quello del contratto del secolo con la Bp nel 1994), Khadija aveva scoperto varie magagne. Ad esempio che gli Aliyev controllano circa l'80 per cento del mercato telefonico nazionale, usando società con sedi nei paradisi fiscali. O ancora che la famiglia presidenziale, tramite una rete di compagnie registrate tra Panama e il Regno Unito, si è di fatto auto-assegnata i diritti di sfruttamento di una ricca miniera d'oro nella parte occidentale del Paese. Inchieste scomode, scomodissime, che l'esponente di Radio Free Europe ha continuato a condurre nonostante qualche pesante "avvertimento".

"Già in passato avevano tentato di metterla a tacere, come quando avevano pubblicato un video girato nel suo appartamento mentre era in intimità con il suo ragazzo. Poi i media vicini al governo hanno svolto un ruolo di primo piano nell'amplificare tutta la vicenda". Così ci ha spiegato l'avvocato della Ismayilova, Fariz Namazli, quando lo abbiamo incontrato nel suo studio nella città industriale di Sumgait, a pochi chilometri da Baku. Namazli ci ha elencato le accuse affibbiate a Khadija lo scorso dicembre, mese del suo arresto, che andavano dall'incitamento al suicidio, fino all'appropriazione indebita e a vari reati fiscali.

L'ex fidanzato, ovvero colui il quale sarebbe stato "indotto" al suicidio, nel corso del processo ha ritrattato, dichiarando di "aver eseguito la denuncia in uno stato di forte pressione". Però le altre imputazioni sono state ritenute valide dai giudici, che tre giorni fa hanno emesso la loro sentenza.

"Ho sempre avuto paura per lei, immaginavo che le potesse accadere il peggio, che la uccidessero, come è successo ad altri giornalisti. Le ho sempre detto di stare attenta, non le ho mai detto di smettere con il suo lavoro. Khadija ha sempre detto che ne valeva la pena, e sono d'accordo con lei. Ne vale la pena".

Lo scorso giugno Elmira, la madre della giornalista di Radio Free Europe e una delle poche persone cui è stato concesso di seguire le udienze del processo, ci ha detto queste parole pesanti come macigni. Quando abbiamo parlato con lei nella capitale dell'Azerbaigian erano in corso i primi Giochi Europei.

Sui prigionieri politici attualmente nelle carceri azere - si calcola siano almeno 100 - non sentirete dire una parola di biasimo dal premier Matteo Renzi, eppure l'Azerbaigian è il Paese al mondo che fornisce più petrolio all'Italia (17,1%), mentre a breve dalle rive del Caspio potrebbe arrivare fino in Salento il gas estratto dal giacimento di Shah Deniz. Stiamo facendo riferimento all'ormai famigerato gasdotto Tap, che la popolazione e le istituzioni locali non vogliono ma che Palazzo Chigi considera un'opera imprescindibile. Il Tap è troppo importante per le strategie energetiche europee, che puntano forte sul gas dell'Azerbaigian in nome di un presunto affrancamento dalla dipendenza dalla Russia.

Senza l'ultimo segmento, che prima di giungere in Puglia passa per Grecia e Albania, non servirebbero a nulla nemmeno gli altri due tronconi dell'opera: l'espansione della South Caucasus Pipeline, per cui i lavori sono giunti oltre al 30 per cento, e il Tanap, in Turchia, la cui realizzazione è alle battute iniziali. Il serpentone da Baku all'Italia, chiamato Corridoio Sud, sarà lungo oltre 3.500 chilometri, avrà una portata di 10 miliardi di metri cubici l'anno - espandibile a 20 - e costerà circa 45 miliardi di euro.

Tanti soldi, che stanno già arrivando da alcune importanti casse pubbliche. Nonostante la scarsa cura dell'Azerbaijian nei confronti dei diritti umani, lo scorso luglio la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e la Banca di sviluppo asiatica hanno approvato un prestito di 500 milioni di dollari per l'avvio dei lavori di costruzione del Corridoio Sud del Gas.

Prestito agevolato che è servito da volano per raccogliere i finanziamenti di una cordata di altre istituzioni finanziarie, tra cui il ramo londinese di Bank of China, Ing Bank N.V, Société Générale e il ramo austriaco di Unicredit (Unicredit Bank Austria Ag). Il totale di questi prestiti raggiunge il miliardo di dollari. Per il TAP si starebbe muovendo anche la banca di sviluppo dell'Ue, la Banca europea degli investimenti, che si mormora possa a breve destinare al progetto ben due miliardi di euro.

Fa nulla se negli ultimi mesi anche due importanti avvocati e attivisti come Rasul Jafarov e Intigam Aliyev siano stati condannati a pene superiori ai sei anni di reclusione e che nell'ultima classifica stilata da Reporters Senza Frontiere l'Azerbaigian occupi la 161esima posizione su 180 paesi.

 
Turchia: tribunale ordina rilascio di due giornalisti del portale americano Vice News PDF Stampa
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Askanews, 4 settembre 2015

 

Un tribunale nel sudest della Turchia ha ordinato il rilascio dei due reporter britannici che lavorano per il portale americano Vice News detenuti con l'accusa di terrorismo. Lo hanno indicato fonti della magistratura. I due giornalisti, in carcere nella città di Adana, dovrebbero essere formalmente rilasciati nelle prossime ore, dopo la decisione del tribunale di Diyarbakir.

Il loro interprete iracheno, a sua volta arrestato, resta in carcere mentre l'indagine continua. I tre, insieme con il loro autista, erano stati arrestati il 27 agosto nel centro di Diyarbakir - città a maggioranza curda - dalla polizia, che aveva agito in base a una soffiata. Erano stati successivamente rinchiusi in carcere da un tribunale di Diyarbakir, con l'accusa di "coinvolgimento in attività terroristiche" per conto dello Stato Islamico. L'autista era stato invece rilasciato. Vice News ha definito le accuse "destituite di fondamento" e "false", mentre i gruppi per la tutela dei diritti umani avevano chiesto l'immediato rilascio dei giornalisti.

 
Giustizia: silenzio sull'amnistia, ignorano il Papa per paura di Grillo-Travaglio-Salvini PDF Stampa
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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 3 settembre 2015

 

Politici, giornali, governo, magistrati, imprenditori, intellettuali fanno a gara a tacere. Perché? hanno una paura blu del trio Grillo-Travaglio-Salvini.

Quando un Papa chiede l'amnistia, ti immagini che qualcuno gli risponda. Francesco non è il primo Papa che sollecita un provvedimento di clemenza. Lo fece Giovanni Paolo II, nel 2000 e poi nel 2002. Non ottenne risultati immediati, però almeno gli diedero retta, ne discussero, i giornali ne parlarono.

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