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Giustizia: intervista all'On. Luigi Manconi "nelle carceri italiane 34 bambini detenuti" PDF Stampa
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radiovaticana.va, 22 luglio 2015

 

"Entro il 2015 arrivare a zero bambini detenuti. È necessario superare questa vergogna". Questa la promessa del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, durante la conferenza stampa "L'innocenza assoluta, la questione dei bambini in carcere", questa mattina nel carcere Rebibbia di Roma. Grazia Serra, ha intervistato Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato.

R. - È un annuncio importantissimo, perché risolve - ci auguriamo che risolva, quindi contiamo sulla parola data dal ministro, come un giuramento d'onore - un problema in apparenza piccolo - perché riguarda 40, 50 bambini in tutta Italia - ma che costituisce un affronto intollerabile alla civiltà giuridica del nostro Paese.

D. - Al momento in carcere ci sono 34 bambini, che lei ha definito "bambini detenuti". È una vergogna, si diceva oggi...

R. - Sì, perché sono gli innocenti assoluti. In carcere quasi tutti rivendicano la propria innocenza, non magari al reato di cui sono imputati, ma rispetto ad un'idea di sé, come di non colpevole. Ma se questo è vero, sotto il profilo filosofico, poi ci sono quelli che davvero sono gli innocenti assoluti: i bambini detenuti solo ed esclusivamente perché "figli di". Questo non è tollerabile.

D. - Un importante annuncio è stata la realizzazione a breve della prima casa protetta...

R. - L'impegno a realizzare a breve la prima casa protetta a Roma, dove sia garantita la sicurezza dei cittadini e, dunque, sia anche sorvegliata la condizione delle responsabili di reato, ma allo stesso tempo nulla che richiami il clima, l'ambiente, il sistema penitenziario che ha compromesso tutti quei bambini che hanno passato gli anni dell'infanzia in una cella chiusa.

D. - Vuole aggiungere un commento sui due suicidi che ci sono stati negli ultimi giorni a Roma? Perché lei spesso ha detto che il carcere produce morte...

R. - Sì, io penso che il carcere produca malattia, psicosi, depressione, autolesionismo e suicidi. Posso semplicemente confermarlo con dei dati: 868 detenuti che si sono suicidati negli ultimi quindici anni e - attenzione - oltre 100 agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in 10 anni. Quindi non è l'essere privato della libertà che produce il suicidio - è anche questo - ma il fatto di vivere in quell'ambiente patogeno, cioè che produce malattia e morte.

 
Giustizia: decreto riforma processo civile, il governo mette la fiducia sui nuovi fallimenti PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Il Governo metterà la fiducia sulla legge di conversione del decreto legge sulla giustizia civile. A confermarlo è lo stesso relatore, David Ermini, responsabile giustizia del Pd: "scelta opportuna. Il regolamento della Camera non prevede un contingentamento dei tempi per la discussione sui decreti legge. A questo punto, davanti a centinaia di emendamenti presentati, la dilatazione dei tempi di approvazione sarebbe stata eccessiva)".

Particolarmente agguerriti i parlamentari del Movimento 5 Stelle che in Aula, nel corso del pomeriggio, hanno iniziato e proseguito con l'ostruzionismo. Al centro della contestazione soprattutto l'inserimento nel testo del decreto della norma salva Ilva, dopo che, anche in questo caso per ragione di tempi, il Governo aveva deciso di spacchettare l'originario decreto sulle imprese di rilevanza nazionale (norma Ilva nel decreto giustizia e norma Fincantieri nel decreto enti locali).

Il voto finale della Camera sul testo è atteso tra la serata di domani e venerdì, ma le norme sono di fatto blindate: le uniche due correzioni dell'ultimissima ora, sollecitate dalla commissione Bilancio, hanno riguardato il processo telematico e i suoi costi. Da parte di Ermini non c'è stata disponibilità ad accogliere emendamenti presentati anche da esponenti "di peso" dello stesso Pd. Segnatamente quelli di Yoram Gutgled, consigliere del premier Matteo Renzi, tesi a sopprimere le due modifiche di maggiore spessore introdotte dalla commissione Giustizia sul fronte dei concordati preventivi: il ritorno di una percentuale minima di soddisfazione per i creditori chirografari (20%) nel concordato liquidatorio e la cancellazione della disposizione della Legge fallimentare sul silenzio assenso che consente (consentiva?) di conteggiare tra i favorevoli al piano di concordato quei creditori che non avessero manifestato un dissenso.

Alle due misure, al centro delle polemiche di queste ore, dopo la loro approvazione con un blitz notturno, ma a larga maggioranza, in commissione, si attribuisce da settori della magistratura e dalle imprese un valore sia simbolico sia pratico. Sul primo versante, rappresentano il segnale di un riequilibrio della Legge fallimentare che molto (troppo?) ha scommesso in questi anni su un'impostazione mercatista in nome della quale il mercato trova sempre un suo punto di sintesi tra esigenze dei creditori, tra loro, e posizione dell'imprenditore-debitore; sul secondo, viene certo incontro, in una realtà che testimonia di plurimi piani di concordato con pagamenti irrisori dei creditori oltretutto a scadenze bibliche, alle richieste di quelle tante piccole e medie imprese che hanno visto un utilizzo spregiudicato del concordato, anche come strumento di concorrenza sleale.

Se però le due norme hanno polarizzato l'attenzione in questi giorni, altre non vanno ignorate e sono anch'esse assai significative, ma solo un pò più note. Vanno annoverate in questo contesto, le disposizioni sulla presentazione di piani concorrenti di concordato, come pure sul via libera offerte in competizione per la cessione di asset aziendali; o ancora sull'accordo di ristrutturazione con controparti intermediari finanziari e sulla convenzione di moratoria. E ancora, per quanto riguarda i curatori, la disposizione introdotta anch'essa in commissione che ancora la nomina del curatore ai rapporti riepilogativi già previsti dalla Legge fallimentare.

Ma nel testo sono comprese anche misure per agevolare la fase di esecuzione, rendendo finalmente possibile la ricerca dei beni dei debiti sulle banche dati pubbliche; disposizioni di organizzazione giudiziaria sui giudici di pace e la riqualificazione del personale. Confermate le misure sul trattamento temporale delle esposizioni delle banche.

 
Giustizia: "i miei stupratori assolti dai magistrati, ma il vero processo lo hanno fatto a me" PDF Stampa
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intervista realizzata da Laura Montanari

 

La Repubblica, 22 luglio 2015

 

"Hanno giudicato me e la mia vita, non quello stupro. A loro interessava che fossi bisessuale o che genere di mutandine indossassi quella notte, non quello che avevo subito". Ha scritto una lettera a un blog "Non ho più niente da perdere".

Li hanno assolti in appello, tutti e sei, quelli che erano stati condannati in primo grado a quattro anni e mezzo per violenza sessuale e la procura generale di Firenze non ha presentato ricorso in Cassazione. Ora i termini sono scaduti, lo stupro per la giustizia non c'è stato.

"Non mi hanno creduto" dice lei, la "ragazza della Fortezza" che aveva 23 anni quando denunciò, nel 2008, di aver subito una violenza di gruppo alla fine di una festa, da ragazzi fra i 20 e i 25 anni. Adesso parla al telefono da un altro Paese e le parole si muovono ancora fra le ferite: "Ho provato a vivere in un'altra città, poi a tornare a Firenze con risultati pessimi. Ero ossessionata, inseguita dalle ombre di quella notte di luglio o da ciò che la gente poteva pensare di me. Ho vissuto per anni fra terapie e paure, fra gli psicofarmaci e la voglia di dire basta, arrendersi, farla finita. Devo andare avanti, esisto: me lo ripeto tutti i giorni".

 

Il suo primo pensiero quando ha saputo dell'assoluzione degli imputati?

"Come possono aver pensato che volessi concedermi a sette ragazzi, non sei, per me sono stati sette (uno è stato però assolto fin dal primo grado ndr) in una notte su un piazzale, dopo una festa, dentro a un'auto parcheggiata? Come possono aver pensato che quella violenza non sia mai esistita se da sette anni vivo di nevrosi, di dottori e di fughe?".

 

Dove si trova ora? Si è laureata? Lavora?

"Sto all'estero, ma per pensare di ricominciare dovevo andare in un posto lontano dove nessuno sapesse la mia storia. Ma anche qui non è facile, se mi spuntano lacrime all'improvviso devo trovare una giustificazione perché il mondo è dei forti, le fragilità non sono comprese. E poi mi pesa essere andata via, mia madre è malata e io non riesco a starle accanto nella mia città. Quanto all'università, sì mi sono laureata, da poco. Il lavoro spero di trovarlo, per anni non sono riuscita a sostenere nemmeno un colloquio, mi prendevano crisi di panico, mi ricordavo gli interrogatori della polizia. Faccio molto volontariato in campo artistico e sociale".

 

Lei ha scritto che la violenza non è stata soltanto quella notte, ma pure quella che una donna deve subire nelle indagini della polizia, "e le 19 ore di processo in cui è stata dissezionata" la sua vita.

"Devi convincerli di essere credibile. Se hai girato un film con un amico in cui facevi il personaggio della prostituta vogliono sapere come mai. Così indagano sui tuoi gusti sessuali, con chi sei stata prima, per quanto tempo. Sul fatto che sei femminista, che lotti per le battaglie lgbt o se hai partecipato a una manifestazione. Al processo un avvocato ha tirato fuori una foto postata tre anni dopo su un social in cui sorridevo a un concerto, per dimostrare che non stavo poi così male". I giudici hanno scritto "che ho una condotta sregolata, confusa, che avevo bevuto e che quei ragazzi avrebbero mal interpretato la mia disponibilità. Guardi io non capisco niente di processi e dei cavilli a cui si attaccano, io sento solo il male che ho ancora dentro e che da quel male vorrei guarire, tornare a una vita come le altre. Invece sono piena di ricadute. È come un elastico quella notte, mi riporta ogni volta indietro appena cerco di andare avanti".

 

Cosa prova nei confronti degli imputati, uno lo conosceva, eravate amici...

"Non provo odio, non ho mai pensato alla castrazione chimica. Invidio le loro vite composte, i loro buoni avvocati, quello che fa il regista, quello che si è sposato, quelli che si sono laureati e hanno messo ordine nelle loro esistenze che io vedo da così lontano. Cerco ogni giorno di riprendere fiducia nel genere umano, è stato orribile non fidarsi di nessuno, non riuscire ad avere una relazione, fuggire per al contatto fisico perché anche una carezza, una mano che ti sfiora ti riporta al passato. È come avere davanti un muro. Vorrei dire una cosa".

 

Quale?

"Vorrei che qualcuno mi aiutasse a non arrendermi e a credere nella giustizia... ma cosa succede se non ci sarà la Cassazione? È finita?".

 

Quattro deputati del Pd hanno annunciato un'interrogazione al ministero di Giustizia "affinché valuti se non sia opportuno chiedere una relazione alla Procura generale di Firenze sul perché non sia stato presentato ricorso contro l'assoluzione" e se "inviare un'ispezione". Qualche giorno fa, Lisa Parrini, legale della giovane, ha definito la motivazione della sentenza di secondo grado "densa di giudizi morali".

 
Il reato di auto-riciclaggio non è retroattivo PDF Stampa
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di Antonio Tomassini e Antonio Carino

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Corte d'appello di Milano, sentenza n. 4920 del 2015.

Il reato di auto-riciclaggio non può essere perseguito retroattivamente e il reato presupposto di frode fiscale, sia nell'auto-riciclaggio che nel riciclaggio, va accertato e contestato, non potendosene solo presumere l'integrazione. A chiarirlo la sentenza n. 4920/15 della Corte d'appello di Milano. La vicenda aveva ad oggetto una contestazione di frode fiscale e di un successivo reato di riciclaggio, ben diverso dalla nuova fattispecie di auto-riciclaggio.

Le ipotesi accusatorie erano tutte antecedenti al 1 gennaio 2015 e venivano riferite dalla Procura della Repubblica ad un imprenditore che, con una serie di operazioni societarie, avrebbe riciclato i proventi riferibili alla frode fiscale presuntivamente perpetrata dal padre sul finire degli anni 90 con la medesima azienda ora condotta dal figlio. La Corte d'appello statuisce che l'imprenditore, imputato per il reato di riciclaggio, va assolto "per non aver commesso il fatto in quanto autore di auto-riciclaggio, all'epoca non punibile ed oggi non perseguibile ex art. 2 c.p.". Non essendo stata provata la ricorrenza del reato presupposto, solo presuntivamente attribuito al papà, al più quello che si poteva ipotizzare era che il figlio avesse reimpiegato somme frutto di evasione realizzata da esso stesso, ma l'auto-riciclaggio non può certo essere contestato retroattivamente. A ben guardare si tratta di tutti fatti (anche quelli del presunto riciclaggio) antecedenti al 1° gennaio 2015, data di entrata in vigore dell'auto-riciclaggio, prima della quale non è proprio possibile punire condotte di tal specie.

La sentenza dei giudici milanesi fa riflettere più in generale sull'interpretazione del nuovo reato. Posto che l'integrazione della fattispecie è correlata alla commissione di un precedente reato ascrivibile al medesimo autore, è lecito domandarsi se all'applicazione pratica da parte dei Tribunali l'auto-riciclaggio sarà configurabile in presenza di reati presupposto (reati tributari, contro il patrimonio, ecc.) commessi in data antecedente al gennaio 2015 o se, invece, solo per i reati presupposto integrati a partire da questa data.

Parte della dottrina ritiene applicabile la fattispecie in questione solo ove susseguente alla commissione di reati post 31 gennaio 2014 e, quindi, dopo l'entrata in vigore dell'articolo 648-ter. A sostegno di questa tesi si è argomentato per la non punibilità della condotta di auto-riciclaggio sulla base della considerazione che lo stesso reato da cui proviene il provento sarebbe un elemento integrativo del precetto penale e non un semplice presupposto della condotta.

Secondo altra corrente di pensiero, però, andrebbe notato come il richiamo contenuto nell'articolo 648 ter Codice penale all'ultimo comma dell'articolo 648 (che rende punibile il reato anche se quello presupposto sia non punibile, non procedibile o commesso da soggetto non imputabile) possa far propendere per la considerazione del reato che genera il provento quale semplice presupposto della condotta e non come elemento integrativo. A tale conclusione, secondo alcuni autori, si dovrebbe arrivare alla luce del fatto che il tempus commissi delicti dell'auto-riciclaggio si colloca nel momento in cui il soggetto ostacola la ricostruzione della provenienza dei fondi. Pertanto, anche nel caso in cui la violazione tributaria si collocasse temporalmente prima o addirittura si fosse prescritto il termine per accertare e punire il comportamento delittuoso a monte, il reato di auto-riciclaggio potrebbe considerarsi integrato e sarebbe punibile. Certo è, tuttavia, che, come correttamente ricorda la Corte d'Appello di Milano, se il reato presupposto non è stato nemmeno accertato, non dovrebbe mai ipotizzarsi né il riciclaggio né l'auto-riciclaggio.

 
Tra carta e online parificazione assai discutibile PDF Stampa
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di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Con sentenza n. 31022 del 2015, le Sezioni unite penali della cassazione hanno stabilito che le garanzie previste dalla Costituzione a tutela della stampa si applichino anche all'informazione attuata in modo professionale e diffusa in rete. Una simile pronuncia è rivoluzionaria sia per il tenore della decisione, sia per alcuni passaggi della motivazione. Ma mentre l'esito ci pare condivisibile, sul ragionamento che ha condotto a tale risultato nutriamo più di una perplessità.

La Corte prende le mosse da un'esigenza comunemente sentita. La diversità di disciplina tra carta stampata e online può urtare contro un certo qual senso di uguaglianza sostanziale che indurrebbe, viceversa, ad applicare ai due fenomeni, obiettivamente molto simili, medesime regole.

Per giungere a questo risultato, però, le Sezioni unite forniscono quella che ritengono essere un'interpretazione evolutiva del concetto di stampa, contenuto nell'articolo 21 della Costituzione e nella stessa "legge stampa" del 1948, a cui non si riesce ad aderire. Secondo la Corte, tale nozione va intesa in senso "figurato" e in quest'ottica corrisponderebbe esclusivamente alla stampa periodica, ovvero all'informazione giornalistica professionale, qualunque sia il mezzo con cui viene diffusa.

Una simile presa di posizione, quasi del tutto "inedita" nel panorama dell'ordinamento, travolge l'interpretazione tradizionale, che riconduceva alla stampa, seguendo la lettera della definizione normativa, solo le riproduzioni effettuate con mezzi meccanici e fisico chimici destinate alla pubblicazione, senza distinzione di contenuto. A tale definizione appartenevano certamente i giornali, ma anche i volantini, i libri, i manifesti, qualunque fosse l'argomento in essi trattato, mentre ne era escluso qualunque messaggio diffuso in via telematica poiché era assente, se non altro, la moltiplicazione delle copie.

L'indirizzo scelto dalla recente sentenza, discutibile di per sé, suggerisce ancora maggior scetticismo se si considerano i corollari che la Corte esplicitamente ne trae. Sono conseguenze che vanno ben al di là della questione di diritto sottoposta dalla sezione rimettente. In sintesi si tratta di questo: tutte le disposizioni previste dall'ordinamento per la "stampa" e in particolare per quella periodica, trovano già oggi applicazione alle manifestazioni del pensiero diffuse in rete, a patto che queste ultime abbiano appunto la "natura" giornalistica.

Così, il Collegio sottolinea nella motivazione come sussista fin d'ora un obbligo di registrazione per le testate telematiche presso la cancelleria del tribunale, con la relativa commissione del reato di stampa clandestina per chi non adempie a tale obbligo. Ancora: i giornali online dovrebbero dotarsi di un direttore, a cui sarebbe applicabile l'articolo 57 Codice penale, con la relativa responsabilità colposa per omesso controllo nel caso di reato commesso sul periodico da lui diretto. La giurisprudenza delle Sezioni semplici, finora, aveva escluso simili ipotesi poiché, come accennato, la definizione di stampa non comprendeva la rete, circostanza che escludeva l'applicabilità a quest'ultima delle disposizioni incriminatrici previste per la stampa, in base al divieto di analogia in malam partem.

Non nascondiamo un certo scoramento dopo la lettura delle motivazioni e ci permettiamo di sperare che di questo arresto, proveniente da un organo così autorevole, resti nei repertori il dispositivo più che l'apparato di argomenti che lo sostiene.

 
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