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Diffamazione via internet, il luogo dell'upload radica la competenza PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 21 luglio 2015 n. 31677.

Nella diffamazione via internet, quando non sia possibile determinare il luogo di consumazione del reato, la competenza non va individuata con riferimento all'ubicazione dei server che ospitano i contenuti diffamatori bensì guardando al luogo dove i dati sono stati immessi nelle rete. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 31677/2015, chiarendo un altro punto controverso nel perseguimento dei reati commessi tramite il web.

Il caso - La vicenda riguardava la condanna, nei due gradi di merito, di un noto giornalista per aver diffamato, screditandone l'immagine pubblica, il segretario dell'Associazione nazionale magistrati accusandolo di non aver preso una posizione chiara sul caso de Magistris per ragioni di interesse personale.

Proposto ricorso, il giornalista, tra l'altro, aveva sostenuto la violazione dell'articolo 9 del C.p.p. in relazione alla ritenuta competenza del tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura, in luogo di quella di Torino. Secondo l'imputato, infatti, "non essendo noto il luogo di consumazione del reato, avrebbe dovuto darsi ingresso al primo criterio suppletivo che individua la competenza presso il giudice dell'ultimo luogo in cui si è verificata una parte della condotta criminosa". E così aveva indicato il capoluogo piemontese sede dei server del blog.

La motivazione - Sul punto, però, la Cassazione ricorda un recente precedente a Sezioni unite (17325/2015) secondo cui il luogo dell'accesso al sistema informatico deve individuarsi "non nella allocazione fisica del server host, bensì laddove il soggetto, dotato di un hardware in grado di collegarsi con la rete, effettui l'accesso in remoto". E, prosegue la sentenza, tale criterio può essere mutuato anche "per il caso di upload di un articolo a contenuto diffamatorio, che pertanto deve ritenersi effettuato non nel luogo dove si trova l'elaboratore elettronico che conserva e rende disponibili i dati per l'accesso degli utenti, bensì nel luogo in cui il caricamento del dato "informatico" viene effettivamente eseguito".

Ora, osserva la Corte, al momento della proposizione dell'eccezione di incompetenza, c'erano diversi elementi che consentivano di individuare il luogo di caricamento dell'articolo. In particolare, era noto che l'upload era avvenuto per mano di una terza persona residente a Ferrara che aveva dichiarato di aver utilizzato una connessione fissa e dunque verosimilmente quella di casa propria. Da qui l'annullamento della condanne e la trasmissione degli atti al Procurare della Repubblica di Ferrara, sulla base del seguente principio di diritto: "Nei reati di diffamazione commessi a mezzo della rete internet, ove sia impossibile individuare il luogo di consumazione del reato e sia invece possibile individuare il luogo in remoto in cui il contenuto diffamatorio è stato caricato, tale criterio di collegamento, in quanto prioritario rispetto a quello di cui al comma II dell'articolo 9 cpp, deve prevalere su quest'ultimo, cosicché la competenza risulta individuabile con riferimento al luogo fisico ove viene effettuato l'accesso alla rete per il caricamento dei dati sul server".

 
Niente diffamazione per la controparte che denuncia irregolarità dell'avversario PDF Stampa
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di Giampaolo Piagnerelli

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 21 luglio 2015 n. 31674.

Come nelle migliori gare di pugilato, due avvocati se ne sono date di santa ragione. Ma al gong finale - strano a dirlo - non c'è stato un vinto e un vincitore. Situazione di perfetta parità quindi. Questo perché il legale della controricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro le sentenze di merito di condanna per diffamazione del proprio assistito. Il reato in questione era derivato dalla denuncia fatta dalla controricorrente nei confronti dell'altra parte per aver utilizzato documenti falsi tali da indurre il giudice in errore e fargli prendere una decisione sbagliata.

La denuncia all'Ordine degli avvocati - L'imputata, perciò, convinta del fatto suo, aveva inviato al Consiglio dell'ordine degli avvocati di Perugia un esposto in cui accusava il togato per aver richiesto un decreto ingiuntivo indicando documenti diversi da quelli effettivamente prodotti con la palese intenzione di trarre in inganno il giudice, il quale in effetti aveva addirittura concesso la provvisoria esecuzione del decreto di ingiunzione senza che, a suo dire, sussistessero i requisiti di legge. I giudice della Cassazione, dunque si sono trovati alle prese con una vicenda piuttosto complessa e sicuramente non facile da risolvere. La Corte, con la sentenza n. 31674/2015, come di consueto, facendo appello al buon senso e al dettato normativo ha ritenuto pienamente legittima la denuncia della controparte al Consiglio dell'ordine degli avvocati avendo denunciato un comportamento che secondo la parte non rispettava nemmeno lontanamente i doveri di indipendenza, lealtà, probità, decoro, diligenza e competenza propri di che esercita la professione forense.

Si legge nella sentenza come i giudici nei precedenti gradi di giudizio si fossero concentrati esclusivamente sul giudicare le espressioni utilizzate dalla controparte come "la palese intenzione di trarre in inganno" locuzione che per l'appunto rappresentava un'accusa di aver agito (la controparte) con dolo intenzionale che avrebbe aggirato il giudice così da indurlo a concedere la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo senza che ne sussistessero i presupposti. Le stesse sentenze del passato, quindi, avevano riconosciuto la responsabilità per la controparte di aver agito fraudolentemente nei confronti dell'avvocato che invocava la diffamazione e tale reato era stato comminato correttamente.

La posizione della Corte - Secondo la Cassazione, invece, per risolvere la controversia andava effettivamente esaminato l'operato della controparte. E questo nelle fasi di merito non è stato assolutamente fatto. Infatti non era mai stata condotta una verifica sulla natura dei documenti prodotti e che avrebbero provocato la misura giudiziale. Conclude la decisione spiegando che "è l'accertamento della realtà di fatto che è idoneo a influenzare il giudizio sulla condotta dell'imputata, giacché, se l'avvocato della parte avesse fatto quanto denunciato, nessuna censura poteva essere mossa alla denunciante, poiché l'esercizio del diritto è incompatibile anche a livello putativo con la responsabilità sia essa penale o civile, purché l'errore in cui il legale sia incorso sia stato effettivamente all'origine delle rimostranze dell'imputata". Annullata perciò la sentenza di condanna per diffamazione e rinvio per un nuovo esame della causa al Tribunale di Perugia.

 
Esercizio arbitrario delle proprie ragioni anche con l'esibizione della pistola PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 21 luglio 2015 n. 31654.

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non violenza privata per il creditore che appoggia una pistola sulla scrivania del debitore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 21 luglio 2015 n. 31654, chiarendo che l'aggravante dell'utilizzo di una arma è espressamente prevista dalla fattispecie criminosa.

Spiega infatti la Suprema corte che il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone si differenzia da quello di violenza privata - che ugualmente contiene l'elemento della violenza o della minaccia alla persona - "non nella materialità del fatto, che può essere identica in entrambe le fattispecie, bensì nell'elemento intenzionale". Infatti, nel reato di cui all'articolo 393, c.p., come in quello di cui all'articolo 392, in cui la violenza è esercitata sulle cose, "l'agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l'oggetto della pretesa gli competa giuridicamente, pur non richiedendosi che si tratti di pretesa fondata".

Ciò che dunque caratterizza il reato è "la sostituzione della strumento di tutela pubblico con quello privato". È poi necessario che la condotta illegittima non ecceda "macroscopicamente i limiti insiti nel fine di esercitare, anche arbitrariamente, un proprio diritto", giacché in caso contrario ricorrono gli estremi della diversa ipotesi della violenza privata (610 c.p.). Ora, secondo la Corte di merito il comportamento dell'imputato aveva travalicato tale limite in quanto il comportamento tenuto era "incompatibile con il ragionevole intento di far valere il proprio diritto di credito".

Per i giudici di Piazza Cavour, però, è lo stesso articolo 393 a prevedere, al comma 3, che la violenza o minaccia possa essere commessa con le armi. Dunque, escluso che "la semplice esibizione di un'arma da parte dell'agente possa essere considerata di per sé un ostacolo alla configurazione del delitto di cui all'art. 393, c.p.," rimaneva ancora da stabilire se l'agente abbia o meno "macroscopicamente superato i limiti dell'esercizio arbitrario sfociando nella violenza privata".

Ebbene, per la Cassazione la risposta non può che essere negativa, "proprio per le modalità non particolarmente allarmanti con cui è stata utilizzata l'arma, non è dato sapere se carica o meno, che l'imputato si è limitato ad esibire, riponendola su di una scrivania, senza puntarla all'indirizzo del debitore".

 
La prescrizione non blocca la confisca PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Cassazione - Sezioni unite penali - Sentenza del 21 luglio 2015 n. 31617.

È possibile la confisca del prezzo o del profitto del reato anche in caso di intervenuta prescrizione. E poi: quando il prezzo o il profitto del delitto è costituito da denaro, la confisca delle somme di cui l'interessato ha la disponibilità, è sempre da qualificare come confisca diretta, senza necessità di provare la derivazione della somma confiscata dal reato. Sono questi i chiarimenti offerti ieri dalle Sezioni unite penali nella sentenza n. 31617 depositata ieri (anticipata sul Sole 24 Ore del 1° luglio).

Sul primo punto, le Sezioni unite svolgono una lunga riflessione per arrivare alla conclusione che la confisca del prezzo del reato non rappresenta una vera e propria pena, e, perciò, non presuppone necessariamente un giudicato formale di condanna come unica fonte adatta a svolgere le funzioni di titolo esecutivo. Ciò che invece conta anche nella prospettiva tracciata da plurime pronunce della Corte di giustizia europea, è che la responsabilità sia stata accertata con una sentenza di condanna anche se il processo è stato definito con una dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione.

Tuttavia, l'intervento della prescrizione, per poter conservare la misura della confisca, deve essere una forma di conclusione del giudizio "neutra" in termini di affermazione di responsabilità, confermando nei fatti in questo modo un precedente giudizio di condanna, secondo un modello, osservano le Sezioni unite, non troppo diverso da quello delineato dall'articolo 578 del Codice di procedura penale in materia di decisione sugli effetti civili nel caso di sopravvenuta dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione.

Del resto, sottolinea ancora la pronuncia, "la non rinuncia alla prescrizione presuppone una sorta di nolo contendere sul punto, rendendo ancora più bizzarra l'ipotesi di una automatica (ed ingiustificata) vivificazione di un provvedimento che, come si è detto, mira esclusivamente a riportare il pretium sceleris al di fuori della sfera patrimoniale di chi l'abbia percepito".

Per le Sezioni unite, così, nel principio di diritto fissato, la confisca è possibile anche quando il reato è stato prescritto. A condizione che si tratti di confisca diretta e ci sia stata una precedente pronuncia di condanna "rispetto alla quale il giudizio di merito permanga inalterato quanto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell'imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato".

Quanto al secondo chiarimento di fondo relativo al prezzo o profitto costituito da denaro, la sentenza osserva che in questo caso la somma si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell'autore del fatto e perde ogni connotato di autonomia in relazione all'identificabilità fisica.

 
Decisione del giudice a seguito di trattazione orale PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2015

 

Procedimento civile - Procedimento davanti al Tribunale in composizione monocratica - Sentenza emessa ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Lettura e sottoscrizione della sentenza e del verbale da parte del giudice - Omissione del deposito, della data e della firma del cancelliere immediatamente dopo l'udienza - Nullità della sentenza - Esclusione - Fondamento.

La sentenza pronunciata ex art. 281 sexies cod. proc. civ., integralmente letta in udienza e sottoscritta dal giudice con la sottoscrizione del verbale che la contiene, deve ritenersi pubblicata e non può essere dichiarata nulla nel caso in cui il cancelliere non abbia dato atto del deposito in cancelleria e non vi abbia apposto la data e la firma immediatamente dopo l'udienza. La previsione normativa dell'immediato deposito in cancelleria del provvedimento è finalizzata a consentire al cancelliere il suo inserimento nell'elenco cronologico delle sentenze - con l'attribuzione del relativo numero identificativo-ed alle parti di chiederne il rilascio di copia.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 29 maggio 2015 n. 11176.

 

Procedimento civile - Sentenza emessa ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Lettura del dispositivo in udienza senza contestuale deposito della motivazione - Nullità - Conversione in sentenza ordinaria - Esclusione - Fondamento.

La sentenza pronunciata a norma dell'art. 281 sexies cod. proc. civ., con la lettura del dispositivo in udienza ma senza il contestuale deposito della motivazione, è nulla in quanto non conforme al modello previsto dalla norma, dovendosi altresì escludere la sua conversione in una valida sentenza ordinaria poiché la pubblicazione del dispositivo consuma il potere decisorio del giudice, sicché la successiva motivazione è irrilevante in quanto estranea alla struttura dell'atto processuale ormai compiuto.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 30 marzo 2015 n. 6394.

 

Procedimento civile - Sentenza emessa ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Sentenza contestuale- Omessa lettura del dispositivo in udienza - Effettivo deposito contestuale di motivazione e dispositivo - Conseguenze - Nullità - Esclusione.

La sentenza con motivazione contestuale, pronunciata ai sensi dell'art. 281 sexies cod. proc. civ., non è nulla nel caso in cui il giudice non provveda alla lettura del dispositivo in udienza e vi sia stato il deposito immediato ed integrale del dispositivo e della motivazione.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 12 febbraio 2015 n. 2736.

 

Procedimento civile - Sentenza emessa ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Sentenza ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Predisposizione di una bozza di provvedimento prima della discussione - Nullità - Condizioni.

In caso di sentenza pronunciata ex art. 281 sexies cod. proc. civ., non è causa di nullità la predisposizione, da parte del giudice, dopo il doveroso studio preliminare della causa ( prima dell'udienza) di un testo provvisorio del provvedimento, salvo che ciò si traduca nel mancato esame delle questioni di fatto e di diritto prospettate nella discussione, compatibili con le posizioni assunte dalle parti e rilevanti ai fini della decisione, ovvero in un pregiudizio per la difesa.

• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 14 maggio 2014 n. 10453.

 

Procedimento civile - Sentenza ex art. 281 sexies cod. proc. civ. - Inosservanza delle forme previste dalla legge - Nullità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie in tema di consegna alle parti di uno stampato poi sottoscritto dal giudice e depositato in cancelleria.

La sentenza pronunciata ex art. 281 sexies cod. proc. civ. senza l'osservanza delle forme previste dal codice non può essere dichiarata nulla ove sia stato raggiunto lo scopo dell'immodificabilità della decisione e della sua conseguenzialità rispetto alle ragioni ritenute rilevanti dal giudice all'esito della discussione, trattandosi, in ogni caso, di sanzione neppure comminata dalla legge.

• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 14 maggio 2014 n. 10453.

 
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