Martedì 20 Agosto 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Lecce: caos nell'appalto mensa del carcere, la nuova azienda non ha assunto tutti PDF Stampa
Condividi

www.lecceprima.it, 2 aprile 2015

 

Marconi group, vincitrice della gara bandita dall'amministrazione penitenziaria, non intenderebbe rispettare la clausola sociale. Sit-in presso Borgo San Nicola. Ugl, Cgil e Uil: "Applicati contratti minori, a Lecce 4 persone su 8 sono rimaste fuori. Inaccettabile".

Una nuova vertenza sindacale si profila all'orizzonte e questa volta riguarda gli istituti penitenziari regionali. I sindacati Ugl, Cgil e Uil hanno voluto accendere un faro sui disagi che si starebbero verificando, in queste ore, all'interno del servizio mensa delle carceri pugliesi. Così questa mattina hanno organizzato un sit-in di protesta all'ingresso della Casa circondariale di Lecce. Il dito è puntato contro la nuova ditta che è subentrata nella gestione del servizio, Marconi group srl di Isernia, rea di non aver rispettato la clausola sociale nel cambio d'appalto. Quella stessa clausola, cioè, che mira alla salvaguardia dei livelli occupazionali e retributivi ad ogni passaggio di testimone negli appalti pubblici, così come sancito dalla normativa nazionale che disciplina la materia.

E così come è stato previsto anche dal principale contratto nazionale di categoria, firmato dalle organizzazioni sociali maggiormente rappresentative. La nuova società, invece, stando alla denuncia dei sindacalisti, avrebbe deciso di applicare un contratto di categoria "minore", siglato da sindacati autonomi. E ciò per mantenere la possibilità di assorbire solo una parte dei lavoratori già impiegati sull'appalto, anziché tutti. "Marconi ha selezionato solo una parte del personale che, invece, può vantare un'esperienza ventennale nel settore.

Ed è la prima volta che succede: il Consiglio di Stato si era già espresso in proposito, in occasione dell'ultimo capitolato d'appalto, quando ha ammonito l'amministrazione carceraria ad affidare il servizio alla seconda ditta vincitrice della gara pubblica, condannandola anche al risarcimento dei danni per il mancato guadagno della società in quel frangente di tempo - precisa Maurizio Lezzi di Ugl. E ciò proprio perché la prima classificata non aveva applicato la clausola sociale".

E ancora: "Marconi ha lasciato alcuni lavoratori fuori, ed altri dentro, tutto a sua discrezione. A Lecce ne ha assorbiti la metà, quindi 4 su 8, e su scala regionale appena 18 su 42. In questo modo non sta rispettando neppure le norme previste dal bando di gara formulato dal committente, cioè dal provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria".

La ditta, stando a quanto riferito dallo stesso sindacalista, non si sarebbe neanche presentata al tavolo istituito, in proposito, dall'assessore regionale al Lavoro, Leo Caroli. E oggi gli agenti degli istituti penitenziari avrebbero ricevuto per pranzo un cestino, anziché una pietanza cucinata "perché la nuova società non è ancora pronta per partire con il servizio", puntualizza Lezzi. I sindacati intendono quindi inchiodare l'azienda al rispetto della clausola sociale e si dicono pronti ad impugnare legalmente i contratti già sottoscritti con una parte del personale. In più chiedono all'amministrazione carceraria di intervenire per garantire la piena applicazione delle norme previste dal bando di gara.

 
Vasto (Ch): quindici internati della Casa Lavoro di Torre Sinello puliscono le spiagge PDF Stampa
Condividi

Il Centro, 2 aprile 2015

 

Sono iniziati nello scorso fine settimana gli interventi di pulizia delle spiagge invase da cumuli di rifiuti depositati sulla battigia dalle violenti mareggiate. Ad occuparsi della loro rimozione è una vera e propria task force formata dagli operai della Pulchra, la società mista pubblico-privata che vede il Comune socio di maggioranza, e da una quindicina di internati della Casa Lavoro di Torre Sinello.

Insomma, i turisti che durante le feste di Pasqua arriveranno a Vasto per trascorrere qualche giorno di vacanza, troveranno i lidi puliti e in ordine. Un biglietto da visita importante per una località turistica. "Le mareggiate invernali hanno accumulato sulle spiagge della riserva quantitativi enormi di rifiuti", dice Alessia Felizzi, della Cogecstre, la cooperativa di Penne che ha in gestione l'oasi costiera, "i quindici internati che in questi giorni stanno raccogliendo il materiale spiaggiato a Punta Penna, a Mottagrossa e negli altri lidi del parco costiero, sono alle prese con un lavoro faticoso: polistirolo ovunque ridotto in piccoli frammenti, grossi quantitativi di materiale ingombrante, bidoni, boe e pneumatici. Il Comune di Vasto provvederà allo smaltimento di quanto raccolto. Ringraziamo il direttore, Massimo Di Rienzo, l'educatore Lucio Di Blasio e le guardie della Casa Lavoro per l'impegno nell'organizzazione e tutti i volontari", conclude Felizzi.

Soddisfatto anche l'assessore Marco Marra. "Stiamo facendo il possibile affinché i vastesi e i primi turisti in arrivo a Pasqua trovino le spiagge pulite dai rifiuti", commenta il delegato ai Servizi e alle riserve, "tutti gli operai del Comune sono al lavoro. L'unico rammarico sono la palme della riviera: ci eravamo impegnati ad abbattere le piante infestate dal punteruolo rosso e a sostituirle prima di Pasqua, ma gli uffici sono ancora alle prese con la gara. Per le feste pasquali non si fa in tempo", conclude l'assessore. Risale al 12 marzo la delibera con cui la giunta comunale impegnava la spesa di 72mila euro per il taglio e lo smaltimento delle palme attaccate dal terribile insetto asiatico che ha fatto strage delle rigogliose chiome. Sono in tutto 120 le piante malate, di cui 80 alla Marina e 40 in altre zone della città. Verranno eliminate e sostituite con le palme Washington.

 
Ragusa: ex detenuto Salvatore Saitto vincitore del premio letterario "Goliarda Sapienza" PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe La Lota

 

Corriere di Ragusa, 2 aprile 2015

 

L'iniziativa voluta dal presidente del Consiglio Iacono e patrocinata dal Comune, ha visto la partecipazione del sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri: "I detenuti devono poter lavorare in carcere e fuori per una piena riabilitazione".

Dentro una cella esplode quanto di manicheo coabita nell'animo umano: il bene e il male guidati da istinti che segnano e cambiano per sempre la vita di una persona. Henri Charrière, sopravvissuto ai lavori forzati nella Guyana Francesce dell'isola del Diavolo, con il best seller "Papillon" ha fatto la sua fortuna economica e sociale vivendo da uomo libero e onesto fino alla morte nel 1973. Nel volume "Racconti dal Carcere", curato dalla giornalista, scrittrice, autrice e conduttrice radiofonica Rai Antonella Bolelli Ferrera, edito Rai, che raccoglie 26 storie scritte da detenuti-partecipanti al Premio "Goliarda Sapienza" (quinta edizione), c'è uno spaccato di vita che si legge d'un fiato e che ti lascia senza respiro.

Il lavoro letterario svolto da Antonella Bolelli, con la collaborazione di intellettuali e professionisti del calibro di Elio Pecora, Giancarlo De Cataldi, Erri De Luca, Federico Moccia, lo scrittore che ha incatenato l'amore a Ponte Milvio fino a contagiare persino il più vecchio dei 3 ponti di Ragusa, Massimo Lugli, inviato di cronaca nera di Repubblica, e l'attore e regista Carlo Verdone, per citare i più noti, è stato presentato dentro l'auditorium del carcere di contrada Pendente a Ragusa. Moderatore, il capo ufficio stampa del Comune Pino Blundo.

Un evento fortemente voluto e patrocinato dal presidente del Consiglio Giovanni Iacono, che ha subito coinvolto l'amministrazione comunale, il sindaco Federico Piccitto e l'assessore ai Servizi sociali Salvatore Martorana. Un evento che non ha lasciato indifferente neanche il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, giunto a Ragusa con un volo destinazione Comiso e ricevuto dal prefetto Annunziato Vardè e dal presidente Iacono.

L'evento "Cultura per la Legalità - Raccontare il disagio" si è articolato in due giornate. Il 30 pomeriggio nel carcere di Ragusa, alla presenza di decine di detenuti che hanno parlato della loro condizione personale davanti al sottosegretario, e il 31 mattina nell'aula Magna D'Arrigo dell'Istituto Fabio Besta. "Da questo incontro - ha detto Antonella Bolelli - spero di ricevere molti racconti dai detenuti di Ragusa per la sesta edizione del premio. Produciamo libri e la Rai realizza pure qualche cortometraggio, tutto senza fini di lucro, i proventi di questi lavori servono a migliorare le condizioni carcerarie".

"Questi che si raccontano - riflette Elio Pecora sui lavori letterari presentati- sono uomini e donne onesti: se nudità e onesta consistono nell'arrivare a mostrarsi in quel che si è, insieme delusi, disperati, e pure ancora affacciati all'attesa. Forse soltanto per consegnarsi per una vicinanza che vale una restituzione".

Grande disponibilità da parte della Direzione del carcere, il direttore Giovanna Maltese, il comandante del personale penitenziario Chiara Morales, la responsabile dell'Area trattamentale Rosetta Noto. Il regista e attore Gianni Battaglia ha arricchito l'emozione dell'evento recitando da par suo alcune poesie di forte impatto emotivo. Ma il clou si è avuto con la testimonianza diretta di Salvatore Saitto, che la mamma chiamava Rore, il vincitore del premio con il racconto "Così mi nasceva la solitudine", tutor lo scrittore Erri De Luca. Saitto ha 64 anni, napoletano verace, capelli bianchi, un volto scavato da sofferenza e diversi anni di carcere. Rore non è il solito detenuto finito dentro per reati comuni, ha da poco conseguito la maturità scientifica ed è iscritto al terzo anno di Giurisprudenza, quando viene contagiato dalla politica del '68 e degli anni di piombo: accusato di essere collaboratore marginale del Brigate rosse, associazione a banda armata. Finì a Fossombrone, i primi 9 mesi in isolamento.

"Dobbiamo parlare alle persone che ci vogliono bene- dice Saitto rivolto agli altri detenuti- anche se siamo delinquenti. Ci siamo fatti strappare il sole dalla pelle. Il reato è anche istigato dalla società, se fossimo stati più tranquilli. Giusto che paghiamo le colpe commesse, ma a un certo punto mi sono detto: in carcere non voglio più tornare. Ho fatto il lavapiatti a Ischia, passando facilmente dall'euforia alla depressione. Amici, riprendiamoci il sole, non vale la pena spendere un solo giorno della nostra vita in un carcere. Soffro sapendo che io stasera uscirò e voi ritornerete nelle vostre celle".

Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo è molto pragmatico nell'affrontare il tema della condizione carceraria. Ascolta il parricida che ha ammazzato il padre perché probabilmente picchiava la madre; quello che rivendica l'innocenza dall'accusa di detenere marijuana, il senegalese presunto scafista che trasportava disperati affermando di non saperlo. "Conosco meglio le carceri da sottosegretario- dice- che da magistrato. La novità è che stiamo dando attenzione al lavoro nelle carceri. Su 200 carceri in Italia, abbiamo finanziato 600 progetti, qualcosa avrà anche Ragusa. Chi lavora in carcere senza retribuzione potrà usufruire sconti di pena. Aspettiamo che le imprese facciano convenzioni con il carcere per assumere beneficiando di forti sgravi fiscali".

Il sottosegretario ha giudicato fattibile la proposta di mettere a disposizione dei detenuti che vogliono lavorare le strutture immobiliari confiscate alla mafia. "Meglio farle fruttare qualcosa che lasciarle morire abbandonate". Riguardo al decreto svuota carceri, il sottosegretario Ferri si ritenuto soddisfatto dei risultati: "Abbiamo ridotto a 50 mila unità i detenuti, rispetto alle 65 mila di prima senza ricorrere ad amnistia e indulto". Il vice ministro ha detto anche di essere favorevole all'"ergastolo della patente" in caso di omicidi della strada, tema molto sentito dopo alcune sentenze della Cassazione favorevoli ai pirati della strada che si sono macchiate di stragi.

 
Roma: Papa Francesco in visita a Rebibbia, in carcere torna la speranza PDF Stampa
Condividi

Radio Vaticana, 2 aprile 2015

 

Papa Francesco si reca nel pomeriggio nel Carcere di Rebibbia a Roma, presso la Chiesa del "Padre Nostro", per celebrare la Messa "in Coena Domini", durante la quale laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile. Sull'attesa nell'istituto di detenzione Fabio Colagrande ha sentito Daniela De Robert, volontaria a Rebibbia, presidente dell'associazione VIC volontari in carcere della Caritas di Roma.

R. - L'attesa è molto forte. Sicuramente è un'attesa gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne che verranno dal vicino carcere femminile; è un'attesa che coinvolge un po' tutti, perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco, un segnale molto forte di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere; un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone.

D. - C'è un magistero particolare di Papa Francesco dedicato ai detenuti, riassumibile nella frase detta recentemente nel carcere di Poggioreale a Napoli: "Nessuno può dire io non merito di essere carcerato". Cosa significa?

R. - Significa moltissimo, e - mi permetto di dirle - in continuità anche con gli altri due pontefici, Giovanni Paolo II che incontrò la persona che gli sparò con un gesto di perdono fortissimo; Benedetto XVI che scelse di incontrare i detenuti, parlare dialogare con loro nello stesso carcere di Rebibbia, e Papa Francesco che da sempre dice: "Non giudichiamo, perché siamo tutti sulla stessa barca in qualche modo". Ricordo quando lui incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: "Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no". È un modo di dire: "Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve". E non giudicare in un mondo dove si è costantemente giudicati - durante il processo, quando si sta in carcere, quando si esce si diventa ex-detenuti, comunque persone da condannare - è un messaggio che scalda il cuore, ed è un messaggio importante anche per la comunità cristiana che non sempre pensa che quel fare visita ai detenuti sia un po' alla pari con il far visita ai malati.

D. - Cosa significa vivere la Settimana Santa in carcere? Immagino che anche detenuti non credenti stiano attendendo la visita del Papa ...

R. - Sì, la spiritualità, la domanda di spiritualità è un aspetto molto forte della vita in carcere quando si ha anche più tempo per pensare, per stare con se stessi, un tempo vuoto che spesso è riempito dalla riflessione. C'è una domanda di spiritualità, ci sono esigenze comuni; spesso anche i detenuti non cristiani, di altre religioni, vengono alla Mesa perché comunque è uno spazio di preghiera e di forte condivisione. Per tutti il messaggio del Papa è questo: "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Siamo un unico popolo, siamo un'unica comunità. Venerdì scorso abbiamo celebrato, sempre nella stessa chiesa, la Via Crucis insieme a don Enrico Feroci, il direttore della Caritas diocesana, che aveva portato in carcere la Croce di Lampedusa. Quel condividere sofferenze diverse è stato un momento importante.

D. - Giovedì il Papa incontrerà anche le detenute; anche mamme con bambini. Ricordiamo che per le donne detenute spesso c'è una sofferenza in più, quella della separazione dai figli ...

R. - La separazione dai figli per le donne è devastante. È un dolore immenso, lo vivono anche gli uomini naturalmente, ma per una donna essere separata dai figli vuol dire vivere moltissimo, un senso di colpa, vuol dire sentirsi cattive madri, sentirsi abbandonate dai figli. Verranno tutte le donne del nido con i loro bambini tra zero e tre anni; saranno in prima fila nella chiesa, ma simbolicamente con il Papa ci saranno in quel momento tutti i figli e tutte le figlie troppo violentemente e troppo profondamente separati dai genitori per il carcere.

D. - Giovedì sera, quando il Papa lascerà il carcere di Rebibbia dopo la celebrazione di questa Santa Messa nella Cena del Signore cosa lascerà?

R. - Lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.

 
Libri: "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea", la punizione spettacolare PDF Stampa
Condividi

di Vincenzo Scalia

 

Il Manifesto, 2 aprile 2015

 

L'ultimo numero di "Democrazia & diritto", è dedicato a "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea": esiste una via d'uscita alle derive securitarie dell'homo videns?

Sin dagli albori della modernità, l'universo carcerario costituisce il prisma attraverso il quale le trasformazioni politiche, economiche e sociali si scompongono e assumono una fisionomia leggibile. Il paradigma disciplinare, il trattamento degli anormali e l'approccio rieducativo costituiscono tappe fondamentali del governo dei conflitti, del governo delle classi pericolose, in relazione con le modifiche qualitative che interessano la società capitalista.

L'ultimo numero della rivista Democrazia & diritto, intitolato "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea" (pp. 174, Franco Angeli), si prefigge lo scopo di fornire una mappa delle trasformazioni della società italiana odierna attraverso il carcere, avvalendosi del contributo di studiosi ed esperti provenienti da vari background: sociologi, giuristi, esponenti dell'associazionismo, provano a delineare le tendenze che riguarderanno il rapporto tra pena e società nel nostro paese.

Muovendosi tra le macerie lasciate dal ventennio securitario, gli autori si muovono su tre piani. Oltre a ricostruire la genealogia del punitivismo contemporaneo, cercano di predire l'effetto che produrranno i nuovi interventi deflattivi, finendo per porsi la vexata quaestio congenita agli studiosi dell'universo penitenziario: esiste una via di uscita dal carcere come strumento di sanzione dei comportamenti illegali?

Parafrasando a rovescio un modo di dire riferito all'economia, ad un primo sguardo possiamo affermare che la polmonite che ha colpito gli Usa, nel contesto penitenziario, ha causato all'Italia soltanto un raffreddore. Infatti, se oltreoceano si assiste ad una parabola inflattiva, che dal 1973 al 2003 ha fatto schizzare il numero dei detenuti da 100mila a 4 milioni di unità (senza contare i detenuti in esecuzione penale esterna), le patrie galere, più o meno nello stesso periodo, hanno "solamente" raddoppiato i loro ospiti, passando dai 25 mila del 1990 agli oltre 60 mila di venti anni dopo. In realtà, a mettere in relazione l'aumento della popolazione detenuta coi cambiamenti sociali degli ultimi venti anni, le lacerazioni prodotte dall'uso della carcerazione sul tessuto sociale italiano risaltano in tutta la loro gravità.

Due terzi della popolazione detenuta sono dovuti alla legislazione criminogena sugli stupefacenti e sulle migrazioni, aggravate dai pacchetti sicurezza approvati dai governi espressioni di diverse maggioranze politiche. Il panico morale seguito a Tangentopoli è scaturito nell'approvazione di un provvedimento che eleva la maggioranza qualificata per approvare le amnistie da due terzi a quattro quinti, rendendo impossibile varare quei provvedimenti di amnistia che consentivano, periodicamente, di riportare il carcere a livelli minimi di vivibilità. Lo stesso indulto dell'estate del 2006, ha provocato non pochi. travagli presso l'opinione pubblica, diffondendo la convinzione, smentita dai dati, che i 30mila detenuti che avevano fruito del beneficio stessero per ridurre il Paese a un Far West contemporaneo.

L'Italia ha seguito le tendenze punitiviste sviluppatesi a ridosso del neo-liberismo, con la sfera penitenziaria sovraccaricata del governo delle trasformazioni sociali e dei conflitti che producono. Il carcere è diventato lo strumento di incapacitazione collettiva per eccellenza, dove i gruppi sociali marginali vengono depositati per fornire una rassicurazione posticcia a un corpo sociale sfilacciato dalla precarietà dilagante e disorientato dalla fine delle grandi narrazioni. Inoltre, abbiamo prodotto una peculiarità tutta nostra, in quanto il ventennio berlusconiano ha assurto a figura paradigmatica dello spazio pubblico l'homo videns, orientato verso il consumo, la soddisfazione di desideri a breve termine, quindi evocatore di misure esemplari più nella loro carica sensazionalista che nella loro efficacia pratica.

La cultura punitivista entra in crisi in questi anni di recessione, trascinandosi dietro il tramonto definitivo delle prospettive rieducative. Si fanno strada altri tipi di provvedimenti deflattivi, e la possibilità di applicare a più ampio raggio misure alternative alla detenzione. Tuttavia, rimane il problema della centralità della punizione nel diritto penale contemporaneo, e la necessità di superarla in modo originale, senza intaccare le prerogative connesse alla tutela dei beni individuali e collettivi. Questo passaggio, sostengono gli autori, non può essere figlio di progetti riformisti dall'alto. Se il carcere è connaturato alla repressione statale e allo sfruttamento capitalista, è a partire dalla messa in discussione dei rapporti di forza esistenti che bisogna muoversi. Peccato che manchi una prospettiva articolata di mutamento radicale, e che invece si stia facendo strada un nuovo panico morale, sotto le spoglie del terrorismo mondiale.

 
<< Inizio < Prec. 8531 8532 8533 8534 8535 8536 8537 8538 8539 8540 Succ. > Fine >>

 

06

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it