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Renzi: "no alla paura", ma a Roma e Milano è già psicosi PDF Stampa
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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 20 novembre 2015

 

"Nessuna sottovalutazione, ma nessun allarmismo". Prova a tenere la barra dritta, il titolare del Viminale Angelino Alfano che oggi sarà a Bruxelles per partecipare alla riunione straordinaria dei ministri degli Interni convocata dal Consiglio giustizia e Affari interni dell'Unione europea dopo gli attentati di Parigi. Ma all'indomani dell'informativa dell'Fbi che avverte l'Italia di essere concretamente nel mirino dei terroristi di Daesh, le metropolitane di Roma e Milano sono andate in tilt e migliaia di cittadini hanno vissuto momenti di tensione per due allarmi bomba scattati a distanza di poche ore l'uno dall'altro nella capitale e uno nel capoluogo lombardo che ha costretto all'evacuazione della fermata Duomo. Tutti e tre rivelatisi poi fortunatamente falsi.

Ovviamente, ragiona il prefetto di Roma Franco Gabrielli, "non esiste né il rischio zero né la sicurezza assoluta" e d'ora in poi "di messaggi, allarmi, sollecitazioni ne avremo in maniera industriale perché spesso rispondono agli interessi più disparati: a chi vuole creare confusione o a chi ha obiettivi più sofisticati. E poi esiste una regola - aggiunge il prefetto che è a capo della cabina di regia sul Giubileo - anche l'orologio rotto, segna due volte al giorno l'ora esatta".

Come a dire, bisognerà abituarsi agli allarmi, ai controlli e alle evacuazioni, ai teatri blindati come la Scala di Milano per la prima del 7 dicembre prossimo, alle mostre rinviate come quella di Modigliani ad Arezzo che non sarà inaugurata domani ma slitta di due settimane per il supplemento di controlli internazionali sulle opere provenienti dall'estero, e alle lunghe code nei concerti come quella che si è formata ieri (senza psicosi) al Pala Alpitour di Torino per la prima delle tre date italiane di Madonna. Segno, questo, che la paura non è poi così diffusa come si vorrebbe far credere e che forse gli italiani sapranno "reagire con determinazione senza rinunciare a vivere", come esorta a fare il premier Renzi nella sua e-news settimanale. Anche il presidente dell'Anci, Piero Fassino, a nome dei comuni italiani respinge "il ricatto terrorista che vorrebbe cambiare la nostra vita".

C'è però chi, proprio nel Pd, inizia a chiedere di "riflettere seriamente sulla possibilità di rinviare il Giubileo" perché, dice il senatore Stefano Pedica, "Roma è una città vulnerabile e l'arrivo di migliaia di pellegrini per l'Anno santo può solo complicare le cose". Ma il Vaticano non ci sta, anche se il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, ammette: "Non si può negare che ci siano dei timori, ma il Giubileo va fatto, ci mancherebbe". Basta "abituarci a vivere con qualche restrizione delle nostre libertà democratiche", come prevede Stefano Dambruoso, Questore della Camera. E trovare i circa 300 milioni che il governo sta tentando di reperire per finanziare, con un emendamento alla legge di stabilità 2016, uomini e mezzi per le forze dell'ordine e per l'intelligence.

 
"Gli attentati minacciano anche noi", un italiano su due è pronto a cambiare stile di vita PDF Stampa
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di Ilvo Diamanti

 

La Repubblica, 20 novembre 2015

 

Sondaggio sulla sicurezza. Otto persone su dieci ritengono che l'attacco non riguardi solo la Francia ma anche noi. Cresce la disponibilità a limitare alcuni diritti, il trattato di Schengen diviene un problema e siamo pronti a chiudere le frontiere. Anche se "temporaneamente". Ma il timore su Islam e immigrati non cambia.

I sanguinosi attentati di Parigi hanno emozionato e coinvolto anche noi. In Italia. Non si tratta di un effetto preterintenzionale. Al contrario. La scelta dei luoghi, delle vittime, la stessa rappresentazione dei massacri rivelano una evidente intenzione - e capacità - di colpire "nel mucchio". Molti bersagli "umani". Molti giovani. Ma anche di lanciare messaggi. Di trasferire paure, inquietudini, ben oltre i confini di Parigi e della Francia. Fino a noi. Paese confinante. Dove ha sede il Vaticano. Dove i flussi migratori dal Nord Africa continuano, incessanti. Lo conferma il sondaggio condotto da Demos per Repubblica, nei giorni scorsi. Certo, la maggioranza degli intervistati (50%) vede negli attentati una "punizione" contro la Francia, colpevole di partecipare ai bombardamenti in Siria e in Iraq. Più di quanti (40%) lo considerano, invece, un avvertimento, contro luoghi e riti del consumismo occidentale. Tuttavia, oltre 8 italiani su 10 ritengono che questo attacco non abbia implicazioni solamente " francesi". Ma riguardi, al contrario, anche noi.

Oltre metà delle persone (intervistate) ammette di sentirsi preoccupata per l'eventualità di atti terroristici. Con un aumento di 14 punti, nell'ultimo anno, e di circa 20 rispetto al 2010. Gli effetti sul clima d'opinione risultano evidenti. Anzitutto, sul piano dell'in-sicurezza, che appare diffusa.

Componenti ampie della popolazione (meglio: del campione) pensano, infatti, che oggi convenga adottare comportamenti prudenti. Più che in passato. In particolare, il 46% ritiene opportuno evitare di partecipare a manifestazioni ed eventi pubblici. Il 43%: di viaggiare all'estero. Il 38%: di prendere l'aereo. Si tratta, perlopiù, di persone più anziane e meno istruite. Che, comunque, sono meno disponibili a mobilitarsi e hanno minore confidenza "con il mondo". Ma il segnale è chiaro. L'insicurezza sta penetrando nella società. E spinge le aree "periferiche" - dal punto di vista sociale ma anche territoriale (i piccoli comuni di provincia e le banlieue metropolitane) - a chiudersi in casa. A guardare gli altri con diffidenza. Quasi 4 persone su 10, infatti, oggi percepiscono gli immigrati come "un pericolo per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone". E si rivolgono all'Islam con atteggiamento diffidente. La scia di sangue lasciata dalle aggressioni criminali avvenute a Parigi, dunque, è arrivata fin qui. E ha alimentato, presso gli italiani, l'inquietudine. Ha allargato le distanze, meglio, il distacco fra noi e gli altri. Percepiti come possibili minacce. Nemici.

Così, il trattato di Schengen, che ha "aperto" le frontiere, reso più facili le comunicazioni e i movimenti personali, diviene un problema. Un rischio. E insieme alle porte di casa diventiamo più disponibili a chiudere anche le frontiere. Anche se "temporaneamente". È un provvedimento auspicato dal 56% degli intervistati.

Al tempo stesso, come avviene quando la paura penetra fra noi, diventiamo meno esigenti, sotto il profilo dei diritti e delle nostre libertà. Così, oltre 9 italiani su 10 si dicono disponibili ad aumentare la sorveglianza di strade e luoghi pubblici attraverso telecamere. Mentre quasi la metà di essi (per la precisione: il 46%) vorrebbe rendere più facile alle autorità il controllo sulle nostre comunicazioni. Dalla posta elettronica alle telefonate.

Quasi 20 punti in più, rispetto al 2009. In altri termini, i fatti di Parigi hanno accentuato la sindrome d'assedio, cresciuta negli anni della crisi. Alimentata dalla globalizzazione che ci espone, emotivamente, a ogni evento drammatico, che avvenga altrove. Anche lontano. È come se fosse qui. A maggior ragione quando si tratta di una "città esemplare", come Parigi.

Destinazione degli itinerari da tutto il mondo. Per motivi turistici, di studio e di lavoro. Tanto più da qui. Dall'Italia. Affacciata ai confini. Per questo colpire Parigi significa colpire l'Europa, di cui è il centro. Un Centro strategico e attraente. Per questo colpire Parigi ha un impatto rilevante, sui nostri sentimenti. Per questo rischia di diventare un ostacolo, ulteriore, alla costruzione europea. All'integrazione politica, culturale.

Eppure, evidenziare quanto gli attentati di Parigi abbiano cambiato il nostro modo di guardare gli altri e noi stessi, non basta. Potrebbe perfino essere deviante. Se non aggiungessimo che, nonostante tutto, la paura non è sfociata in panico. La diffidenza non è degenerata in distacco, segregazione.

La percezione negativa nei confronti dell'Islam, come religione e comunità, infatti, non ha cambiato misura, nell'ultimo anno. Nonostante tutto. E oltre 7 italiani su 10 pensano che le responsabilità delle violenze di Parigi siano da attribuire a una "frazione di integralisti". Solo una minoranza le riconduce all'Islam, come tale. L'insicurezza suscitata dall'immigrazione, inoltre, è elevata. Ma non è cresciuta molto, negli ultimi mesi. Rispetto allo scorso giugno è perfino calata. Ed molto più bassa, in confronto all'autunno 2007, quando la campagna mediale preparava quella elettorale. Scandita - e decisa - dalle "paure".

Ci muoviamo, dunque, in una terra instabile, lungo il confine mobile fra diverse destinazioni. Diverse soluzioni. Marcate da diversi livelli di in-sicurezza, apertura e - reciprocamente - chiusura. Verso le altre persone, le altre religioni. Verso gli altri Paesi. E ciò tende a estremizzare i sentimenti personali, i rapporti con gli "altri", ma anche gli orientamenti politici. Così, si allargano gli spazi per gli "imprenditori politici della paura".

Che fanno dell'insicurezza e della sfiducia una risorsa da investire sul mercato politico. Insieme alla disponibilità verso i controlli. Sui comportamenti degli altri, ma anche sulle nostre relazioni. Sulla nostra vita personale. Da "sorvegliati speciali", a tempo pieno. Si tratta di capire se l'unica strada possibile sia questa. Rassegnarsi a uno " stato di emergenza" permanente. Fino a diventare ostaggi di se stessi. Di noi stessi. Significherebbe cedere alla logica del terrore. In fondo, arrendersi ai terroristi.

 
Fortezza Schengen: ecco come cambieranno le nostre vite PDF Stampa
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di Marco Zatterin

 

La Stampa, 20 novembre 2015

 

Per l'Europol altri attentati sono probabili. La Ue vuole misure ad hoc sulla sicurezza Quali sono? E cambieranno le nostre vite?. L'Europol dice che non è finita. "È ragionevole supporre che altri attacchi siano probabili", avverte il direttore Rob Wainright, per il quale "abbiamo a che fare con un'organizzazione terroristica determinata, seria, con ampie risorse e attiva nelle nostre strade".

È un modo per dire che non bisogna abbassare la guardia, invito che l'Unione europea giura di voler mettere in pratica nella riunione dei ministri degli Interni e della Giustizia di oggi. Si attendono decisioni concrete, almeno più del solito, anche perché il dopo Charlie Hebdo è stato deludente. Primi due passi: giro di vite ai controlli sulla frontiera esterna e schedatura dal 2016 per i passeggeri dei voli anche intracomunitari. È la "fortezza Schengen". Meno male e purtroppo.

Il rafforzamento della vigilanza dovrebbe aumentare la sicurezza dei cittadini che, però, pagheranno la rinvigorita tutela con una perdita di libertà. Un arretramento necessario, forse, evitabile se in altre occasioni non si fosse pensato agli interessi nazionali, ma al bene comune. Invece i passi sono stati deludenti. "Dobbiamo dimostrare la capacità di azione ed essere credibili - dice Étienne Schneider, vicepremier del Lussemburgo, guida di turno Ue - e non continuare a palleggiare le decisioni fra Commissione, Parlamento e Consiglio". Ottimi auspici. Implicano che, se va bene, l'Europa agirà e riscriverà alcune abitudini dei suoi cittadini. Cosa che, a livello locale, molti governi hanno già fatto, in Francia come in Belgio. Ecco come. E cosa comporta per gli europei.

La libera circolazione sarà limitata - Se ne parla da tempo, ma solo ora, nel momento del dramma, i governi son compatti. Troppi miliziani del Califfato, nati fra noi e con un passaporto europeo, hanno attraversato con facilità la frontiera esterna dello spazio Schengen. Sfruttano la più bella delle libertà, quella di circolazione, per seminare il terrore. Così ora i ventotto fanno un passo indietro e decidono di "attuare immediatamente i necessari controlli sistematici e coordinati, anche sugli individui che beneficano della libera circolazione".

Controlli in tempo reale e più file - Ci saranno più uomini nei gabbiotti delle dogane, più computer efficienti e in linea a tempo pieno. La bozza di conclusioni del vertice odierno afferma che i Ventotto rilanceranno il sistema di controlli "entro il marzo 2016", con un "collegamento in tempo reale a Europol e a tutti i posti di frontiera dove avvengono le verifiche elettroniche dei documenti". I dati saranno immagazzinati e resi disponibili per tutte le polizie dell'Unione. Vuol dire più code e più attese, negli aeroporti, sui treni e lungo autostrade. Fra Roma e Bruxelles non cambia nulla. Ma se si rientra da Londra o New York bisognerà fare la fila. Un pezzo di autonomia persa. Temporaneamente, si spera.

Meno liberi ma più protetti? - Meno liberi, più protetti? In Francia "l'état d'urgence" consente alle autorità di vietare all'istante la libertà di circolazione, limitare il soggiorno, vietare manifestazioni e autorizzare perquisizioni più facilmente. Il Belgio rafforza i controlli alle frontiere, spedisce altri 520 militari a pattugliare le strade delle città, userà il braccialetto elettronico per le persone sospette, mentre non si potrà più avere un telefono senza legare la carta Sim all'identità. Era in effetti una pratica piuttosto curiosa.

Via libera entro l'anno al registro dei passeggeri - Se ne parla da anni. È il registro europeo dei nomi dei passeggeri. I governi Ue sono d'accordo, ma il dossier è frenato all'Europarlamento, dove parte dei socialisti, liberali e verdi, vogliono essere certi che non ci siano limitazioni per il diritto alla tutela dei dati personali. La bozza sul tavolo del Consiglio stamane propone l'adozione entro l'anno del Pnr, con l'inclusione della schedatura dei voli interni e per "un periodo di tempo sufficientemente lungo". Un anno, sarà. Senza un limite ai crimini di natura transnazionale. Controlli su cittadini anche europei e per ogni tipo di reato, il che non guasta.

Nasce il coordinamento tra servizi segreti - Li hanno presi, ma se li sono fatti anche passare sotto il naso. Meglio ragionare su come integrare e coordinare l'Intelligence. Dal gennaio Europol lancerà l'Ectc, il Centro europeo antiterrorismo, nel quale "gli Stati potranno aumentare scambio di informazioni e coordinamento operativo sul monitoraggio antiterrorismo". Le capitali faranno confluire nella cellula gli esperti nazionali, creando un'unità di vigilanza transfrontaliera. "Faremo il massimo uso di queste capacità", assicurano. Sinora, non è successo. Solo cinque governi informano regolarmente Europol sui dossier antiterrorismo.

Il trattato di Schengen - Lo spazio Schengen è un'area di libera circolazione nell'Unione Europea, all'interno della quale sono stati aboliti i controlli alle frontiere, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 Paesi, di cui 22 membri dell'Unione europea e quattro non membri (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Il trattato non include Bulgaria, Cipro, Croazia, Romania (perché non ancora in vigore) e Irlanda e Regno Unito, che non hanno aderito alla convenzione. Gli Stati non Ue che partecipano a Schengen sono Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein. Oggetto del trattato è il controllo delle persone, che non va confuso con i controlli doganali sulle merci, aboliti tra gli Stati Membri della Ue dal 1º gennaio 1993 (caduta delle frontiere). L'area di libera circolazione è entrata progressivamente in vigore a partire dal 1985, con un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei nella località lussemburghese di Schengen.

 
I musulmani d'Italia scendono in piazza "Stato Islamico, non in mio nome" PDF Stampa
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di Paolo Gallori

 

La Repubblica, 20 novembre 2015

 

La manifestazione nazionale è convocata per sabato 21 novembre in piazza Santi Apostoli a Roma. Per dire no al radicalismo che "offende e tradisce il messaggio autentico dell'Islam" e per la "svolta nei rapporti con la società civile e lo Stato italiano, di cui siamo e ci riteniamo parte integrante". In corso contatti per la presenza di esponenti del governo.

Il deputato dem Chaouki invita anche Salvini. Anche la comunità musulmana in Italia è chiamata a dare un segno collettivo e popolare di condanna, senza se e senza ma, dei nuovi attentati di Parigi e della strategia del terrore con cui lo Stato Islamico vorrebbe paralizzare la vita quotidiana degli europei.

In Francia, il Consiglio nazionale del culto musulmano diffonderà domani, nel venerdì di preghiera, un "testo solenne" di condanna "senza ambiguità" di "tutte le forme di violenza o di terrorismo". Sarà letto in tutte le circa 2.500 moschee del Paese (con l'eccezione della Grande Moschea di Parigi, dove il raduno è stato annullato in queste ore per ragioni di sicurezza) per proclamare "attaccamento assoluto al patto repubblicano che ci unisce tutti e ai valori fondanti della Francia".

In Italia l'appuntamento è per il giorno dopo, sabato 21 novembre a Roma. Dove, alle ore 15 in piazza Santi Apostoli, i musulmani sono chiamati a partecipare una manifestazione di valore nazionale, intitolata Not In My Name e nata dal coordinamento sostenuto dalla Coreis italiana (COmunità REligione ISlamica) a livello regionale e interculturale fra musulmani italiani, marocchini, pakistani, senegalesi e turchi.

La manifestazione è preceduta da una nota, che riprende il richiamo all'appartenenza del testo francese: "Noi musulmani d'Italia condanniamo con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese e a tutti i familiari delle vittime così barbaramente uccise. Intendiamo perciò lanciare un appello che sappia indicare una solida svolta nei rapporti con la società civile e lo Stato italiano di cui siamo e ci riteniamo parte integrante. Invitiamo quindi tutte le musulmane e i musulmani a una mobilitazione che, isolando ogni pur minima forma di radicalismo, protegga in particolare le giovani generazioni dalle conseguenze di una predicazione di odio e violenza in nome della religione. Questo cancro offende e tradisce il messaggio autentico dell'Islam, una fede che viviamo e interpretiamo quale via di dialogo e convivenza pacifica, insieme a tutti i nostri concittadini senza alcuna distinzione di credo. Questa pericolosa deriva violenta rappresenta oggi il pericolo più feroce per il comune futuro nella nostra società".

L'appello raccoglie adesioni di ora in ora, non solo tra le componenti della comunità islamica. Saranno in piazza tra gli altri Abdellah Redouane, del Centro Islamico Culturale d'Italia Moschea di Roma, Zidane el-Amrani Alaoui, responsabile della Confederazione Islamica Italiana, musulmani dal Marocco, Izzedin Elzir, presidente dell'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, l'imam Yahya Pallavicini, vicepresidente Coreis, Omar Camiletti, del tavolo interreligioso di Roma, Khaled Abdalat e Ahmad al Hygazi dell'Unione Medici Arabi, l'imam Abd al-Razzaq Bergia, del Coreis Piemonte.

E ancora il sociologo Ali Baba Faye, il teologo della comunità sciita d'Italia Hujjatulislam Abbas Di Palma, l'amministratore delegato di Halal Italia Hamid Abd al-Qadir Distefano. Giunge l'adesione della Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai), con il suo presidente, Foad Aodi, che ribadisce: "Dobbiamo essere uniti contro il terrorismo e la violenza feroce che si abbatte sui civili di tutte le religioni, senza distinzioni". Dalla politica, il sostegno di molti deputati del Pd, a cominciare dal presidente della Commissione parlamentare diritti Luigi Manconi e dal deputato Khalid Chaouki, uno dei riferimenti dell'iniziativa, da cui è partito anche l'invito a partecipare rivolto personalmente al segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Da altri schieramenti, si segnala il plauso a Chaouki da Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia, con reciproco scambio di tweet.

 
Una manifestazione da condividere, i musulmani d'Italia vanno sostenuti PDF Stampa
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di Khalid Chaouki e Luigi Manconi

 

Il Manifesto, 20 novembre 2015

 

È apparso subito evidente, all'indomani della strage di Parigi, che si è di fronte a una minaccia mortale per le società europee, ma anche per il mondo arabo e musulmano. E bene hanno fatto le comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime e contro il terrorismo di Daesh il pomeriggio di sabato 21 novembre a Roma (alle ore 15 in piazza Santi Apostoli).

Spetta, infatti, soprattutto ai musulmani riconoscere, isolare e denunciare qualsiasi forma di estremismo fondamentalista, pronto a dotarsi di armi micidiali. E spetta a noi ora, cittadini italiani, associazioni laiche e religiose, donne e uomini di buona volontà, il compito non lieve e non facile di accogliere con serietà quest'invito per affermare i valori condivisi delle società democratiche. Dunque, le musulmane e i musulmani d'Italia, in un simile momento storico sono nostri preziosi alleati, in una sfida contro il terrorismo che vinceremo se e solo se saremo capaci di rimanere uniti intorno al valore della intangibilità della vita umana. E se, e solo se, saremo mossi dalla netta condanna di qualsiasi forma di fondamentalismo.

Per questo i musulmani d'Italia e d'Europa vanno sostenuti e tutelati nei confronti di chi li associa a un Islam ridotto alla sua dimensione aggressiva e autoritaria e alla sua faccia intollerante e feroce. E con ciò si dimentica che la guerra in corso è, in primo luogo, una lotta all'ultimo sangue per l'egemonia all'interno del mondo musulmano, perfino al di là del conflitto tra sciiti e sunniti. Come ha scritto Amos Oz, questa "prima che essere una guerra contro l'Europa e l'Occidente, è una guerra interna all'Islam, per il suo cuore. È un conflitto sul significato e l'identità dei musulmani". Se non si capisce questo, è inevitabile che le opinioni pubbliche occidentali - smarrite e insicure - creino nuovi mostri e coltivino nuovi incubi.

Si finisce così col guardare - cedendo a una equazione perversa - i flussi di profughi che arrivano sulle nostre coste come potenziali seminatori di terrore. E, invece, la gran parte di quanti giungono in Europa fugge da guerre e persecuzioni. Fugge, quindi, da quello stesso terrore che ha colpito Parigi e da anni colpisce paesi come la Nigeria, la Siria, l'Iraq, il Mali e l'Afghanistan.

A loro dovremmo dare la possibilità di arrivare nel nostro continente con viaggi legali e sicuri. Ma mese dopo mese le nostre risposte si rivelano sempre più povere e inadeguate: il programma di ricollocamento stenta a partire, le barriere si moltiplicano e, nelle ore successive alla strage di Parigi, alcuni Stati hanno fatto marcia indietro sugli impegni presi per la gestione della crisi umanitaria in atto. Garantire il diritto d'asilo e consentire ai profughi di essere accolti con dignità e inclusi nelle nostre società è un altro passo indispensabile nella difesa dei valori fondamentali in cui ci riconosciamo.

Lo si è visto in questi anni: quanto più escludiamo e segreghiamo e quanti più ghetti creiamo, tanta più miseria e tensione sociale finiamo col produrre. Manca, all'Unione europea, un programma comune per l'immigrazione e per l'asilo; e, più in generale, manca una strategia condivisa in politica estera e di difesa. La necessità di pensare e attuare l'unità politica degli Stati membri, nonostante venga ribadita in tutte le sedi, passa obbligatoriamente attraverso una serie di scelte che gli stessi Stati dovrebbero fare. E anche in fretta. L'incombenza della minaccia terroristica non fa altro che evidenziare fratture e contrapposizioni, le quali potrebbero rivelarsi fatali per l'obiettivo di un'Europa unita.

 
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