Martedì 10 Dicembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Lettere: il buio, il carcere e l'indifferenza di noi fuori PDF Stampa
Condividi

di Antonio Padellaro

 

Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2015

 

Ultime notizie dal buio dell'indifferenza. Suicida in cella presunto killer gioielliere, solo due agenti in servizio, aperta inchiesta. Un altro detenuto s'impicca nel carcere di Regina Coeli. Unica reazione dal mondo dei vivi (si fa per dire) quella di Matteo Salvini: a proposito del morto numero uno twitta: "Non sono troppo dispiaciuto". Ecco.

Alcuni mesi fa, in un ciclo d'incontri con giornalisti e scrittori promosso a Rebibbia dall'associazione Antigone e da Giorgio Poidomani, ebbi modo di parlare con un gruppo di detenuti che non si rassegnano ad essere considerati dei numeri, e pure fastidiosi. Con grande franchezza mi dissero una verità incontestabile: grazie di essere qui, ma quando tornerai là fuori quanti articoli scriverai sulla nostra condizione?

Poi, uno di loro, Federico Mollo, che segue un corso di scrittura creativa, mi regalò un suo struggente libro di poesie, Sentimento prigioniero, che ora sfoglio pensando alle ristrettezze delle celle, al caldo insopportabile di questi giorni, e a quei due numeri in meno.

Nel buio carcerario qualche bagliore lo portano Antigone, il lavoro incessante dei Radicali e la vicinanza di Papa Francesco. Stavo per scrivere che tutto il resto è Salvini, ma spero proprio di no. Leggo Federico: "me sento perso, affranto, confuso, penso alla vita che freme lì fuori, ne percepisco gli echi, ne assaporo gli odori".

 
Roma: nel "braccio dei suicidi" a Regina Coeli, solo tre agenti a vigilare su 112 detenuti PDF Stampa
Condividi

di Lorenzo De Cicco

 

Il Messaggero, 22 luglio 2015

 

Nella VII sezione si è ucciso il killer di Prati, dopo 24 ore l'omicida del parrucchiere dei vip. La direttrice: "Eventi imprevedibili". Marroni: "L'istituto non è a norma". Chi arriva nel cuore centrale di Regina Coeli, in quella che tutti chiamano "la prima rotonda", non può non accorgersi dei due grandi quadri che dominano lo spiazzo. Rappresentano la Madonna e Gesù in croce, col suo viso rassegnato e sofferente.

La stessa espressione che noti sulle facce dei detenuti. La settima sezione, quella dove domenica notte si è impiccato il killer di Prati e, neanche 24 ore dopo, si è tolto al vita il 18enne romeno accusato dell'omicidio del parrucchiere dei vip a Pineta Sacchetti, è nell'altra rotonda, la seconda. "Qui ci teniamo i detenuti in attesa di convalida", spiega la direttrice del carcere, Silvana Sergi. "Queste due tragedie ci hanno colpito tutti.

Erano tre anni che non accadeva niente di simile. Purtroppo ormai ho imparato che chi vuole fare questo gesto estremo, non lo fa capire a nessuno. A un certo punto nelle loro menti scatta qualcosa, un meccanismo quasi impossibile captare anche per i nostri operatori".

I sindacati puntano il dito sul sovraffollamento. Costantino Massimo, segretario della Cisl Fns, spiega che l'istituto "oggi ospita 839 detenuti sui 624 stabiliti dal ministero della Giustizia". A controllarli sono solo di 449 agenti. "La pianta organica ne prevede 613".

Secondo Angelo Marroni, l'ex garante dei detenuti del Lazio, c'è soprattutto un problema "strutturale" per Regina Coeli. Questo ex convento voluto a metà del Seicento da Urbano VII e poi convertito in carcere nel 1881 dal nuovo Regno d'Italia, "non è adatto ad essere un istituto penitenziario. Non è a norma". Dovrebbe essere un "carcere giudiziario", come è inciso sul frontespizio del portone d'ingresso, vale a dire una struttura temporanea, una "porta girevole" per smistare i detenuti in altri istituti.

"Invece - spiega l'ex garante - molti qui dentro passano anche 4-5 anni". Troppi, per una struttura che "non ha nessuno spazio ricreativo o sportivo e celle spesso degradate". Al piano terra della Seconda sezione, dove sono rinchiusi i malati con disturbi psichici, non ci sono neanche le lenzuola e i letti sono inchiodati al pavimento, per evitare atti di autolesionismo. La Terza sezione ha ancora le docce comuni. Nelle celle dove i bagni ci sono, invece, spesso gli impianti sono rotti o fatiscenti. "La manutenzione la fanno i detenuti", spiega ancora la direttrice. E in alcune celle il bagno e la cucina, sono nello stesso loculo.

Nel "braccio dei suicidi", la settima sezione, spiega la direttrice, sono ospitati in 112. A sorvegliarli in teoria sono 18 agenti. Ma di fatto la turnazione prevede che in ognuno dei 3 reparti ci siano al massimo da 2-3 poliziotti contemporaneamente. Secondo Silvana Sergi però "questi numeri con i suicidi non c'entrano nulla. Sono eventi imprevedibili". Theodor, il 18enne romeno accusato dell'omicidio del parrucchiere dei vip, "era un detenuto modello. Non era sconvolto per quello che aveva fatto, non eccedeva nelle terapie: prendeva solo dieci gocce di tranquillante, succede spesso a un detenuto così giovane". All'inizio era stato con altri detenuti, racconta la direttrice, "poi aveva chiesto di stare da solo. Lo avevano infastidito, anche perché il suo reato era stato consumato in un ambiente gay per una prestazione sessuale. Dall'8 luglio era in una cella da solo, proprio per evitare contatti. Da noi era seguito. Purtroppo non è servito".

 
Roma: "guardo il soffitto da mesi...", così in carcere i detenuti la fanno finita PDF Stampa
Condividi

di Cristiana Mangani e Adelaide Pierucci

 

Il Messaggero, 22 luglio 2015

 

La storia del 18enne accusato del delitto del parrucchiere dei vip: "Sono una nullità". Si è ucciso impiccandosi a Regina Coeli, aveva chiesto e ottenuto il cambio di cella. A trovare il corpo di Theodor Eduard Brehuescu è stato sempre lo stesso agente penitenziario che, un giorno prima, aveva tentato di soccorrere Ludovico Caiazza, l'uomo accusato di aver ucciso il gioielliere Giancarlo Nocchia.

Era nei turni di servizio e non gli è stato risparmiato il nuovo shock. Un particolare che la dice lunga sulla situazione dell'organico nelle carceri italiane: il personale è poco, ci sono anche le ferie, ed è toccato sempre a lui, al poliziotto che a Regina Coeli chiamano "il tedesco" per il suo rigore, tentare di salvare un altro giovanissimo, un altro disperato.

Così le inchieste della procura di Roma sono diventate due e non si sa ancora se i casi verranno unificati. Ma le storie che percorrono "quelle celle oscure" parlano di solitudine, disadattamento, e anche di poca possibilità di riscatto, perché all'Istituto di via della Lungara le iniziative sono scarse.

La storia di Brehuescu ne è un esempio, e la sua condotta non è meno violenta di quella di Caiazza. Stessa ferocia nell'esecuzione di un delitto, stessa incapacità di gestire la detenzione e la presa di coscienza di quanto hanno commesso. Il romeno era finito in carcere per aver ucciso, insieme con u ventunenne Florin Liviu Vlad Axente, il parrucchiere Mario Pegoretti. Lo avevano ammazzato a colpi di pietra, senza pietà. In quei giorni Brehuescu era ancora minorenne e, forse, avrebbe sperato in una detenzione diversa, in un istituto per minori.

Ma quando gli investigatori hanno individuato i presunti assassini, il ragazzo aveva ormai compiuto 18 anni da un giorno e si è ritrovato a Regina Coeli, guardato a vista in strettissima sorveglianza, perché - dietro le sbarre - agli stranieri che uccidono gli italiani, riservano un trattamento non particolarmente di favore. Lui, nel frattempo, ha sempre negato di essere l'autore dell'omicidio, mentre il complice ha continuato a tirarlo dentro.

Poi qualcosa non ha funzionato, Theodor si è sentito minacciato, ha avuto paura: chiede di essere trasferito in un'altra sezione. Lui si trova alla VII, quella dei "nuovi giunti", dove era stato portato anche Caiazza, ed è lì che matura il proposito di farla finita. Nei mesi precedenti il regime di sorveglianza è diminuito: è passato da grandissima a grande, fino a niente.

Brehuescu è, quindi, senza controllo, in una cella da solo, due piani sopra il detenuto Caiazza che ha scelto di morire qualche ora prima di lui. Forse l'altro suicidio gli fa immaginare che non ci sia via di uscita, che la sua vita ormai è persa: tagliuzza il lenzuolo di stoffa e si impicca alle grate della cella.

Che soffrisse di un forte disagio lo sanno bene i suoi legali. Lo aveva manifestato più volte, anche mercoledì scorso, quando ha incontrato uno degli avvocati. "Sono tre mesi che guardo solo il soffitto - si è sfogato - Non ho un libro, ho solo un'ora d'aria, faccio la doccia da solo, non scambio una parola con nessuno. Non so proprio come passare la giornata. Avvocato, mi faccia aiutare da uno psicologo, mi sento una nullità".

Qualche cella più in là il presunto complice è stato ritrovato con alcuni tagli sul corpo. Si parla di atti di autolesionismo, ma, allo stato, non si può escludere che qualcuno all'interno del carcere volesse fargliela pagare. "II problema - dichiara l'avvocato Giovanni Savona che lo assiste con un altro collega - è che nelle carceri c'è la tendenza a trattare male chi ha commesso omicidi contro italiani. E poi c'è poco personale, tanto affollamento. Ci vorrebbe più attenzione ai diritti umani".

Ieri la mamma di Theodor, distrutta dal dolore, si è interrogata a lungo sul perché questa cosa sia successa: "Andava aiutato di più - si è disperata - Andava controllato a vista, perché tutto questo non è stato fatto?" L'agente che ha trovato il corpo, nel frattempo, è stato sentito dalla procura. Volevano conoscere la dinamica dei fatti.

È provatissimo e ancora sotto shock per quanto ha visto nel giro di poche ore. "Non gli hanno neanche risparmiato di continuare a stare in servizio pure il secondo giorno - dice Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria - Quando è morto Ludovico Caiazza era di turno solo lui, insieme con un altro collega che stava alla rotonda. La seconda sera, invece, il turno era stato rinforzato ed erano in tre". Ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Giustizia Andrea Orlando: "Aspetto che mi arrivi la relazione prima di prendere qualsiasi decisione - ha dichiarato. Ne ho chiesta una amministrativa, già avviata dal Dap, e una penale".

 
Roma: quella porta aperta due volte sull'orrore, parlano gli agenti di Polizia penitenziaria PDF Stampa
Condividi

di Federica Angeli

 

La Repubblica, 22 luglio 2015

 

"Trovarsi di fronte a un uomo impiccato è una scena che difficilmente si dimentica. All'agente che ha soccorso il primo detenuto suicida domenica notte non hanno neanche dato qualche giorno di riposo o prescritto una visita psicologica. Niente. Il giorno dopo era di nuovo a lavorare, malgrado lo shock, e ha dovuto soccorrere il secondo suicida. Siamo sotto organico e pochi sanno cosa vuol dire lavorare in un carcere". Giovanni Passaro, segretario provinciale del sindacato Sappe, ha oltre 20 anni di esperienza alle spalle nel corpo della polizia penitenziaria. Accanto a lui un agente che spiega cosa è accaduto.

 

Due suicidi in 48 ore, nel VII braccio di Regina Coeli, nessuno poteva evitarli?

"Le spiego come funziona. Per quanto riguarda il primo dei due suicidi, era stato stabilito che ci fosse la massima sorveglianza. Ciò significa controlli ogni 15 minuti. La psicologa che aveva visitato quell'uomo aveva deciso così perché era molto agitato. Ogni cella ha due porte: una blindata e la cancellata a sbarre. La prima era aperta per via del caldo, quindi il controllo, passando davanti alla cella era agevolato. Alle 22.30 l'uomo era sulla branda. Al passaggio delle 22.45 era impiccato. Lo abbiamo slegato e poi praticato un massaggio cardiaco".

 

Stessa scena la sera seguente?

"Sì, con la differenza che per il secondo uomo l'unica prescrizione era dì stare in cella da solo per ritorsioni da parte di altri detenuti. Alle 21.30 l'agente di turno addetto al controllo del secondo piano e terzo piano (ovvero di 150 detenuti da solo), l'ha trovato morto, anche lui impiccato".

 

Impossibile per voi agenti penitenziari prevenire gesti del genere?

"E come si fa? Siamo pochi, siamo 25 a turno per 850 detenuti in tutta Regina Coeli, tra la medicheria e i vari bracci. Malgrado questo in entrambi i casi le vittime sono state soccorse a pochi minuti dal gesto, non dopo ore dimenticati in una cella, questo ci tengo a sottolinearlo".

 
Firenze: detenuto di 45 anni muore giocando a calcetto, forse ucciso dal caldo PDF Stampa
Condividi

di Luca Serrano

 

La Repubblica, 22 luglio 2015

 

SI è accasciato a terra davanti agli sguardi sconvolti degli altri detenuti, durante una partita di calcio organizzata nell'ora d'aria. Torna l'allarme per le condizioni del carcere di Sollicciano, dove lunedì pomeriggio un cittadino albanese di 45 anni ha perso la vita stroncato da un infarto: si tratta del nono detenuto morto nel carcere fiorentino dall'inizio dell'anno.

Una tragedia che secondo il sindacato di polizia penitenziaria Osapp è stata provocata con tutta probabilità dal caldo torrido all'interno della struttura: "Ci domandiamo se sia il caso, secondo noi sì, di sospendere l'attività sportiva all'aperto nelle ore pomeridiane quando il caldo si fa opprimente- commenta il sindacato - appare evidente la necessità di evitare tali rischi soprattutto per quei detenuti che non hanno un'attestazione medica di idoneità".

"Il caldo a Sollicciano è insopportabile, più che in altre case circondariali - attacca il garante per i detenuti della Toscana, Franco Corleone - per fortuna non siamo più ai livelli di sovraffollamento degli anni passati, ma la situazione è ancora grave e merita risposte immediate". Sul caso, intanto, il pubblico ministero di turno ha disposto il trasferimento all'istituto di medicina legale di Careggi, per effettuare l'autopsia. L'uomo stava scontando una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti con fine pena nel febbraio 2017.

Lunedì pomeriggio, sotto il sole battente, non ha saputo resistere all'ora d'aria e a una partita di calcio: complice l'afa, all'improvviso ha accusato un malore ed è caduto a terra senza sensi. I soccorsi sono scattati nel giro di pochi istanti. Portato d'urgenza in ospedale, i medici hanno a lungo provato a rianimarlo ma alla fine non hanno potuto far altro che constatare la morte. "I problemi sono quelli di sempre: mancanza di personale, assistenza sanitaria disastrata, condizioni di vita drammatiche - scrive in una nota l'Osservatorio carcere della Camera Penale di Firenze - Le Camere Penali assieme alle associazioni che si occupano di carcere continuano a denunciare questa situazione, ma politica e istituzioni, evidentemente, hanno una diversa agenda. Serve un ordinamento nel quale la pena della detenzione sia misura non centrale del sistema. Nel frattempo, amnistia e indulto rappresentano l'unica soluzione immediata praticabile".

 
<< Inizio < Prec. 8531 8532 8533 8534 8535 8536 8537 8538 8539 8540 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it