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Cause di estinzione del reato: sospensione del processo con messa alla prova PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2015

 

In tema di sospensione del processo e messa alla prova dell'imputato minorenne, è illegittimo il provvedimento con cui il giudice, senza la consultazione delle parti e del servizio minorile competente, imponga prescrizioni ulteriori rispetto a quelle stabilite nel progetto di intervento.

Cause di estinzione del reato - Sospensione con messa alla prova - Ordinanza di rigetto dell'istanza di sospensione - Autonoma impugnabilità - Esclusione.

L'ordinanza con la quale il giudice del dibattimento rigetta l'istanza di sospensione del processo per la messa alla prova dell'imputato è impugnabile, ai sensi dell'art. 586 cod. proc. pen., solo unitamente alla sentenza.

•Corte di cassazione, sezione V, sentenza 6 febbraio 2015 n. 5673.

 

Cause di estinzione del reato - Sospensione con messa alla prova - Termine finale di presentazione dell'istanza ex articolo 464 bis, comma secondo, del Cpp - Preclusione della richiesta di applicazione della messa alla prova nei procedimenti pendenti al momento dell'entrata in vigore della legge n. 67 del 2014 - Questione di legittimità costituzionale in riferimento all'articolo 3 della Costituzione - Manifesta infondatezza - Ragioni.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 464 bis, comma secondo, cod. proc. pen., per contrasto all'art. 3 Cost., nella parte in cui non consente l'applicazione dell'istituto della sospensione con messa alla prova ai procedimenti pendenti al momento dell'entrata in vigore della legge 28 aprile 2014, n. 67, quando sia già decorso il termine finale da esso previsto per la presentazione della relativa istanza, in quanto trattasi di scelta rimessa alla discrezionalità del legislatore e non palesemente irragionevole, come tale insindacabile.

•Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 18 novembre 2014 n. 47587.

 

Sospensione del processo con messa alla prova - Applicabilità nel giudizio di cassazione - Possibilità - Esclusione - Annullamento della sentenza impugnata - Possibilità - Esclusione - Ragioni.

Nel giudizio di cassazione l'imputato non può chiedere la sospensione del procedimento con la messa alla prova di cui all'art. 168-bis cod. pen., né può altrimenti sollecitare l'annullamento della sentenza impugnata con rinvio al giudice di merito, perché il beneficio dell'estinzione del reato, connesso all'esito positivo della prova, presuppone lo svolgimento di un "iter" processuale alternativo alla celebrazione del giudizio.

•Corte di cassazione, sezione feriale, sentenza 10 ottobre 2014 n. 42318.

 

Sospensione del procedimento con messa alla prova - Applicabilità nel giudizio di cassazione - Possibilità - Esclusione - Annullamento della sentenza impugnata - Possibilità - Esclusione - Ragioni.

Nel giudizio di cassazione l'imputato non può chiedere la sospensione del procedimento con la messa alla prova di cui all'art. 168-bis cod. pen., né può altrimenti sollecitare l'annullamento della sentenza impugnata con rinvio al giudice di merito, per l'incompatibilità del nuovo istituto con il sistema delle impugnazioni e per la mancanza di una specifica disciplina transitoria.

•Corte di cassazione, sezione feriale, sentenza 13 agosto 2014 n. 35717.

 

Sospensione del processo e messa alla prova - Progetto generico di intervento formulato dai servizi minorili - Integrazione d'ufficio da parte del giudice - Omesso contraddittorio sulla integrazione - Violazione di legge - Sussistenza.

In tema di sospensione del processo e messa alla prova dell'imputato minorenne, è illegittimo il provvedimento con cui il giudice, senza la consultazione delle parti e del servizio minorile competente, imponga prescrizioni ulteriori rispetto a quelle stabilite nel progetto di intervento.

•Corte di cassazione, sezione V, sentenza 17 febbraio 2014 n. 7429.

 
Gli squilli di telefono ripetuti nella giornata equivalgono al reato di molestia PDF Stampa
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di Andrea Alberto Moramarco

 

Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2015

 

Tribunale di Taranto - Sezione I penale - Sentenza 26 gennaio 2015 n. 154.

Le chiamate telefoniche verso un numero fisso di un'abitazione consistenti in semplici squilli o conversazioni di brevissima durata, e non in telefonate vere e proprie, se ripetuti nell'arco della stessa giornata rappresentano il segno evidente della volontà di colui che chiama di arrecare fastidio a chi riceve le telefonate. In questo caso è configurabile il reato di molestia previsto dall'articolo 660 del Cp. Questo è quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Taranto 154/2015.

Il caso - La vicenda, alquanto singolare, vede come protagonisti due inquilini di uno stabile condominiale i cui rispettivi appartamenti erano collocati su piani diversi. Il condomino del piano superiore in alcuni giorni nell'arco di qualche mese riceveva delle brevi e ripetute telefonate anonime, consistenti perlopiù in squilli o chiamate di pochi secondi. Infastidito da tale comportamento, aveva sporto denuncia e dai tabulati telefonici era emerso che le chiamate provenivano dal condomino che abitava al piano inferiore. Quest'ultimo, tratto a giudizio, si era giustificato dicendo che quelle telefonate erano state effettuate per rappresentare alla famiglia che abitava nell'appartamento al piano superiore tutto il disagio subito da sé e la sua famiglia per i rumori continui che erano costretti a subire per via delle feste che i vicini organizzavano in casa loro sia di giorno che di notte "ospitando sino a 20 persone alla volta le quali, con scarpe spesso fornite di tacchi, cagionavano notevole rumore". A ciò si aggiunga che tra le due famiglie già non intercorrevano buoni rapporti, date le precedenti reciproche denunce per ingiuria e minaccia.

Le motivazioni - Il Tribunale ritiene che il comportamento dell'imputato integri gli estremi del reato di molestia. Per il giudice il punto fondamentale della questione non è quello di capire se i rumori lamentati siano stati o meno reali, bensì quello di appurare se le chiamate fatte dall'imputato siano state effettuate per far cessare i comportamenti rumorosi o per arrecare fastidio all'altro condomino. E analizzando i tabulati telefonici, che testimoniavano ripetute e brevi telefonate in ore notturne e diurne, come ad esempio alle due di notte e alle sette del mattino seguente, il giudice ritiene pretestuosa la giustificazione dell'imputato e chiara la sua volontà di arrecare fastidio.

Tale condotta configura quella del reato di cui all'articolo 660 del Cp, in quanto questa non è necessariamente abituale potendo essere realizzata anche con una sola azione di disturbo, la quale sia caratterizza da petulanza, ovvero "quel modo di agire pressante, ripetitivo, insistente, indiscreto e impertinente che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà della persona offesa".

 
Agenzia entrate, effetto domino sugli atti dei dirigenti decaduti PDF Stampa
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di Stefano Loconte e Daria Pastorizia

 

Italia Oggi, 25 maggio 2015

 

Il ko dei "falsi" dirigenti delle Entrate segnato dalla sentenza n. 37 del 2015 della Corte costituzionale ha generato nelle aule di giustizia un'incontrollabile reazione a catena. A meno di due mesi dalla pubblicazione in G.U. della pronuncia della Consulta, le prime sentenze emesse dai Collegi di merito, sebbene altalenanti, sembrano delineare un orientamento più favorevole al contribuente: gli avvisi di accertamento firmati dai funzionari delle Agenzie fiscali nominati dirigenti senza concorso sono nulli. All'origine del fenomeno il ricorso al Consiglio di stato proposto da circa un migliaio di pubblici funzionari per la riforma del provvedimento con cui il Tar Lazio aveva annullato la delibera grazie alla quale le Agenzie fiscali avevano per anni conferito e prorogato a più riprese incarichi dirigenziali (asseritamente provvisori) a soggetti privi della relativa qualifica e senza concorso.

Con ordinanza del 26/11/13, il Consiglio di stato ha sollevato la questione di legittimità dell'art. 8, comma 24, dl n. 16/2012 (e delle successive proroghe) e con la sentenza n. 37 depositata il 17/3/15, la Corte costituzionale, alla quale la questione è stata rimessa, ha bocciato la normativa denunciata di incostituzionalità dichiarando decaduti dagli incarichi dirigenziali, con effetto retroattivo, tutti coloro che erano stati nominati senza concorso.

Se è vero che la sentenza della Consulta travolge senza dubbio la disposizione censurata mettendo la parola fine ad anni di incarichi illegittimi, è altrettanto vero che essa incide profondamente anche sulla validità degli atti amministrativi emessi e sottoscritti da personale privo di qualifica e di poteri, in quanto viziati da difetto assoluto di attribuzione.

A condividere per prima questa conclusione è stata la Ctp di Milano, che con pronuncia n. 3222/25/15 del 31/3/15 ha spiazzato quanti avevano risposto alla sentenza della Consulta dissuadendo i contribuenti dal proporre azioni processuali "temerarie" ed "inutili", convinti che la decadenza dei dirigenti non avrebbe comportato la nullità degli atti da loro emessi e sottoscritti. Il Collegio, a pochissimi giorni dallo stop della Consulta ai "falsi" dirigenti, ha annullato il primo avviso di accertamento sottoscritto, per delega, da un funzionario cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico e il cui nome compariva nell'ordinanza del Consiglio di stato tra gli interventori ad adiuvandum.

La reazione delle Entrate non si è fatta attendere. All'indomani del primo arresto di merito, è infatti corsa ai ripari diramando un comunicato stampa con il quale segnalava a suo favore la pronuncia della Ctp di Gorizia n. 63/1/2015 dell'1/4/2015 convinta che la decadenza dei dirigenti "non debba comportare affatto la caducazione (nullità)" degli atti impugnati: "essendo irrilevante verso i terzi il rapporto fra la pubblica amministrazione e la persona fisica dell'organo che agisce", spiega, troverebbe applicazione la "teoria del funzionario di fatto".

Ad anestetizzare la risposta dell'Agenzia, un nuovo colpo basso è inferto stavolta dai giudici di legittimità. Con sentenza del 14/4/15, n. 7495, anche la Corte di cassazione, sez. Lavoro, ha bocciato le nomine di vertice burocratico conferite dall'Agenzia delle entrate, questa volta in ragione del mancato previo esperimento della selezione pubblica di cui all'art. 19 del T.u. Pubblico impiego.

L'altalena delle pronunce di merito prosegue in favore contribuente. Infatti, alla sentenza del Collegio lombardo fa subito eco la Ctp di Brescia. La pronuncia n. 277/01/2015 del 14/4/15 sposa la tesi della nullità dell'accertamento fiscale, sostenendo che l'onere dell'Agenzia di dimostrare, in caso di contestazione, il corretto esercizio del potere sostitutivo e di esibire la delega di firma del titolare dell'ufficio, è ancor più attuale visto il tenore della sentenza della Consulta.

Di orientamento opposto, invece, la sentenza del 20/4/15, n. 150/02/2015, con cui la Ctp di Macerata, pur riconoscendo che "non è assolutamente consentito attribuire incarichi dirigenziali a funzionari che non abbiano espletato regolare concorso", ha più in generale sostenuto che "ciò non determina che siano travolti tutti gli atti già emessi da funzionari provvisti di semplice delega".

Dopo l'incertezza delle sentenze di prime cure, l'orientamento giurisprudenziale si attesta però in favore del contribuente con il primo precedente in appello rappresentato dalla sentenza n. 2184/13/2015 depositata il 19/5/15 dalla Ctr della Lombardia per la quale "sul punto della nullità degli atti amministrativi firmati da dirigenti illegittimi, non sembra esservi ombra di dubbio sulla loro caducità".

Il Collegio lombardo è lapidario sulla nullità degli avvisi di accertamento firmati dai "falsi" dirigenti poiché gli artt. 42 dpr n. 600/1973 e 56 dpr 633/72 stabiliscono che gli atti devono essere sottoscritti a pena di nullità da un dirigente (legittimamente nominato) o da impiegato della carriera direttiva a questi delegato.

La portata innovativa della sentenza è nel richiamo all'art. 21-septies della legge n. 241/90 in forza del quale il provvedimento viziato da difetto assoluto di attribuzione configura un'ipotesi di nullità assoluta insanabile che può essere eccepita in ogni stato e grado del giudizio, anche d'ufficio, spazzando via così ogni dubbio circa la possibile decadenza dell'eccezione di nullità. Infine, il Collegio lombardo interviene anche sull'applicabilità dell'istituto del "funzionario di fatto", precisando che ai fini della validità degli atti "l'orientamento giurisprudenziale vede nella tutela della buona fede del privato destinatario il fondamento di tale efficacia e cioè quando gli atti adottati dal funzionario di fatto siano favorevoli ai terzi destinatari". Per l'effetto, tale istituto non può trovare applicazione quando la notifica dell'avviso di accertamento, firmato da soggetto privo di poteri, è un atto sfavorevole al contribuente, interessato a contestarlo per farlo dichiarare illegittimo.

Ultima importante conferma arriva dalle due sentenze gemelle Ctp di Lecce nn. 1789/02/15 e 1790/02/15 depositate il 21/5/15, che oltre a ribadire la piena rilevanza della sentenza n. 37/15 ai fini della validità degli atti e l'onere della prova a carico dell'Agenzia in ordine alla legittimità della nomina dirigenziale, al netto della teoria del funzionario di fatto, hanno confermato l'assenza di qualsiasi preclusione processuale al rilievo del vizio di nullità assoluta, sollevabile in ogni stato e grado del giudizio, oltre che d'ufficio, anche nella memoria illustrativa, in appello o addirittura oralmente in sede di discussione di merito.

 

Accertamenti al macero, di Marino Longoni (Italia Oggi)

 

Sette sentenze favorevoli al contribuente (e tra queste anche una Commissione tributaria regionale e una Cassazione) e due al fisco. La questione della nullità degli atti di accertamento sottoscritti da dirigenti dell'Agenzia delle entrate dichiarati decaduti comincia a prendere una brutta piega.

Per il fisco. Appaiono quindi poco profetiche le parole del direttore dell'Agenzia, Rossella Orlandi che, all'indomani della sentenza della Corte costituzionale che dichiarava la invalidità della nomina dei dirigenti, aveva stigmatizzato il tentativo di impugnazione degli atti firmati dai dirigenti decaduti ("smettiamola di far girare sciocchezze, gli atti sono validi, non si facciano spendere soldi inutili ai cittadini per i ricorsi"). Infatti, chi ha seguito il suo consiglio, ora si sta mordendo le mani. Anche perché, pur essendo la materia estremamente complessa, le motivazioni delle ultime sentenze favorevoli ai contribuenti sono ben argomentate e stroncano alla radice le pretese dell'Amministrazione: una su tutte la decisione della Ctr Lombardia che dichiara senza mezzi termini la nullità degli atti firmati da dirigente nominato in modo illegittimo; nullità rilevabile in ogni stato e grado del processo, anche d'ufficio. La stessa decisione demolisce anche l'argomentazione principale sostenuta dalle Entrate, che fa riferimento alla figura del "funzionario di fatto", una figura che, per i giudici di Milano, può essere invocata per far valere la validità di atti favorevoli ai terzi destinatari, non all'amministrazione. Di fronte a sentenze così nette, chi ha sostenuto, su certa stampa specializzata, che l'impugnazione degli atti di accertamento avrebbe esposto il contribuente al rischio di lite temeraria, fa una figura altrettanto misera.

Ora la maggior parte degli atti di accertamento, anche e soprattutto quelli che nel merito erano inattaccabili, sarà impugnata dai contribuenti, con esiti che rischiano di essere molto pesanti per l'erario. Sono circa 800, infatti, i dirigenti delle Entrate che hanno firmato centinaia di migliaia di documenti che ora rischiano di finire nel tritacarte (ruoli, avvisi di accertamento, avvisi di liquidazione delle imposte, provvedimenti irrogativi di sanzioni, atti riguardanti le operazioni catastali, atti di diniego espresso emessi dalle Agenzie fiscali, atti processuali). E sono solo 366 i dirigenti diventati tali per concorso, quindi in grado di sottoscrivere atti in modo legittimo. Il problema potrebbe quindi esplodere in termini drammatici.

Oltretutto il tentativo di minimizzarne la portata ha avuto come conseguenza che due mesi dopo la sentenza della Corte costituzionale, ancora non si vede all'orizzonte nessuna soluzione in grado di ripristinare il normale svolgimento dell'attività delle Entrate: sono anzi esplosi all'interno dell'Agenzia malumori e polemiche che finora erano rimasti sepolti sotto la cenere, con prese di posizioni durissime di alcuni rappresentanti sindacali e degli ormai ex dirigenti, che stanno scatenando una guerra intestina che non sarà facile ricomporre. Il contribuente raggiunto da accertamento, invece, vive un momento magico: può comprare, a modico prezzo, un biglietto della lotteria dove si vince 77 volte su 100.

 
Alla notifica del Comune non serve l'avviso di ricevimento PDF Stampa
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di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2015

 

Corte di cassazione n. 10554/15.

Non è necessario che sia con avviso di ricevimento la raccomandata con cui il destinatario viene informato dell'avvenuta notifica perfezionata - in sua assenza - con la consegna dell'atto al portiere. Così il Comune di Roma Capitale ottiene ragione dalla Corte di cassazione del suo procedere. La sentenza della Cassazione n. 10554/15, depositata venerdì scorso, infatti, rigettato un ricorso con cui si lamentava la nullità della notifica dell'impugnazione in appello da parte del Comune di una sentenza di primo grado, che lo aveva condannato a un risarcimento danni a favore della parte attrice. Ma nel giudizio di appello - con la contumacia della ricorrente - il verdetto veniva ribaltato con l'ordine di restituire le somme ottenute a titolo di ristoro. Da qui la richiesta di cassare la sentenza per nullità della notificazione dell'atto d'appello.

La questione. Il Comune nel giudizio in Cassazione riconosce l'assenza dell'avviso di ricevimento della comunicazione dell'avvenuta notifica al portiere tramite ufficiale giudiziario. L'avviso di ricevimento è prescritto per la raccomandata con cui si notifica l'atto e non quella con cui si dà notizia al destinatario dell'avvenuto adempimento. La prossimità di soggetti quali un familiare, un vicino di casa o il portiere dello stabile che provvedono alla ricezione dell'atto lasciano supporre la conoscibilità dell'avvenuta notifica da parte dell'interessato, che verrà comunque informato dell'adempimento con seguente lettera raccomandata semplice, cioè senza avviso di ricevimento (quarto comma dell'articolo 139 del Cpc).

Il principio applicato al caso specifico - Nell'ipotesi di notifica dell'atto - a mezzo di ufficiale giudiziario - al portiere o al vicino di casa o - a mezzo posta - a persona diversa dal destinatario ai fini del perfezionamento della notifica non è necessario che sia fatta con avviso di ricevimento la raccomandata diretta all'interessato e contenente la notizia dell'avvenuta notificazione alle persone suddette; con la conseguenza che, nella specie, è stata legittimamente dichiarata la contumacia della parte destinataria dell'atto di appello ricevuto dal portiere e della raccomandata, senza avviso di ricevimento, contenente la notizia dell'avvenuta consegna al portiere. Questo il principio di diritto applicato al caso specifico.

Il corretto adempimento del Comune - La Corte esclude drasticamente la nullità della notifica dell'atto di appello effettuata dal Comune di Roma. I giudici ricostruiscono l'adempimento nel caso in cui la notifica non avvenga nelle mani del destinatario. Ricorda la Cassazione che infatti la necessità di corredare la raccomandata con l'avviso di ricevimento vale solo nei casi di irreperibilità o di rifiuto a ricevere la notificazione da parte dei soggetti di "prossimità" presso la residenza, la dimora o il domicilio del destinatario. Infatti, solo nel caso di irreperibilità, rifiuto o incapacità di tali persone, indicate all'articolo 140 del Cpc, deve essere con avviso di ricevimento la raccomandata con cui si dà notizia al destinatario dell'affissione alla porta dell'abitazione, dell'ufficio o dell'azienda dell'avviso di deposito di copia dell'atto nella casa del Comune.

In conclusione la legge di norma richiede espressamente l'avviso di ricevimento per la notifica dell'atto a mezzo posta e non per la comunicazione della notizia che la notificazione è stata effettuata ad altra persona. Eccezionalmente il Legislatore richiede l'avviso di ricevimento anche quando non si tratti della notifica dell'atto, ma della notizia da comunicare al destinatario: quando l'atto è stato consegnato in luogo lontano dalla disponibilità del destinatario.

 
Nozione atto di frode presupposto della revoca dell'ammissione al concordato preventivo PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2015

 

Ai fini della revoca dell'ammissione al concordato, rilevano solo gli atti non espressamente indicati nella proposta che abbiano una valenza decettiva tale da pregiudicare il consenso informato dei creditori ancorché annotati nelle scritture contabili.

Fallimento - Concordato preventivo - Revoca ex art. 173 L.F.- Atti di frode - Nozione.

Gli atti di frode vanno intesi come le condotte volte a occultare situazioni di fatto idonee a influire sul giudizio dei creditori, aventi valenza potenzialmente decettiva per l'idoneità a pregiudicare il consenso informato degli stessi sulle reali prospettive di soddisfacimento in caso di liquidazione, inizialmente ignorate dagli organi della procedura e dai creditori e successivamente accertate nella loro sussistenza o anche solo nella loro completezza e integrale rilevanza, a fronte di una precedente rappresentazione del tutto inadeguata, purché siano caratterizzati, sul piano soggettivo, dalla consapevole volontarietà della condotta, di cui, invece, non è necessaria la dolosa preordinazione.

•Corte di cassazione, sezione I, sentenza 29 luglio 2014 n. 17191.

 

Fallimento - Concordato preventivo - Revoca dell'ammissione - Presupposti - Atti di frode ai sensi dell'art. 173, I comma L.F. - Nozione - Atti non adeguatamente esposti in sede di proposta di concordato - Inclusione.

Gli atti di frode, presupposto della revoca dell'ammissione al concordato preventivo ai sensi dell'art. 173, I comma L.F., non possono individuarsi solo negli atti in frode ai creditori, di cui agli artt. 64 e segg.L.F., ma è necessario che siano accertati dal commissario giudiziale e abbiano una valenza potenzialmente decettiva, per l'idoneità a pregiudicare il consenso informato dei creditori sulle reali prospettive di soddisfacimento in caso di liquidazione, dovendo il giudice verificare, quale garante della regolarità della procedura, che vengano messi a disposizione dei creditori tutti gli elementi necessari per una corretta valutazione della proposta. Peraltro, nell'ambito dei fatti accertati dal commissario giudiziale rientrano, oltre ai fatti scoperti perché del tutto ignoti nella loro materialità, anche i fatti non adeguatamente e compiutamente esposti in sede di proposta di concordato e nei suoi allegati i quali, pertanto, possono dirsi accertati in quanto individuati nella loro completezza e rilevanza ai fini della corretta informazione dei creditori solo successivamente.

•Corte di cassazione, sezione I, sentenza 18 aprile 2014 n. 9050.

 

Fallimento - Concordato preventivo - Revoca dell'ammissione - Presupposti - Atti di frode ai sensi dell'art. 173, I comma, L.F. - Nozione - Emergenza degli atti dalle scritture contabili, sebbene taciuti nella domanda - Inclusione - Fondamento.

Gli atti di frode non possono più essere individuati semplicemente negli atti in frode ai creditori, di cui agli artt. 64 e ss. L.F., ovvero comunque in comportamenti volontari idonei a pregiudicare le aspettative di soddisfacimento del ceto creditorio, ma esigono che la condotta del debitore fosse volta a occultare situazioni di fatto idonee a influire sul giudizio dei creditori, cioè situazioni che, da un lato, se conosciute, avrebbero presumibilmente comportato una valutazione diversa e negativa della proposta e, dall'altro, siano state accertate dal commissario giudiziale, cioè da lui scoperte, essendo prima ignorate dagli organi della procedura o dai creditori. Ai fini della revoca dell'ammissione al concordato, rilevano solo gli atti non espressamente indicati nella proposta che abbiano una valenza decettiva tale da pregiudicare il consenso informato dei creditori ancorché annotati nelle scritture contabili, fermo restando, che, ai fini della revoca dell'ammissione, il silenzio del debitore nella proposta di concordato e nei suoi allegati e l'accertamento del commissario devono riguardare non una qualsiasi operazione risultante dalle scritture contabili, ma solo quelle suscettibili di assumere rilievo per soddisfacimento dei creditori in caso di fallimento ed in caso di concordato preventivo, come i pagamenti preferenziali nei sei mesi anteriori alla domanda di concordato.

•Corte di cassazione, sezione I, sentenza 15 ottobre 2013 n. 23387.

 

Fallimento - Concordato preventivo - Provvedimenti immediati - Dichiarazione di fallimento - Presupposto - Atti di disposizione del patrimonio idonei a pregiudicare le aspettative di soddisfacimento dei creditori - Enunciazione nella proposta di concordato - Natura frodatoria- Esclusione - Fondamento - Conseguenze.

Secondo il procedimento disciplinato dall'art. 173 L.F. dopo la riforma attuata in virtù del d.lgs. n. 169/07, la nozione di atto in frode, che opera - ai sensi del I comma della disposizione fallimentare cit. - quale presupposto per detta revoca, esige - alla luce del criterio ermeneutico letterale, ex art. 12 disp. prel. Cod. Civ. - che la condotta del debitore sia stata volta a occultare situazioni di fatto idonee a influire sul giudizio dei creditori, cioè tali che, se conosciute, avrebbero presumibilmente comportato una valutazione diversa e negativa della proposta e, dunque, che esse siano state accertate dal commissario giudiziale, cioè da lui scoperte, essendo prima ignorate dagli organi della procedura o dai creditori; pertanto, nel concetto di "frode" non rientra qualunque comportamento volontario idoneo a pregiudicare le aspettative di soddisfacimento del ceto creditorio e, quindi, risulta estraneo a tale qualificazione il comportamento del debitore che, già nel ricorso, abbia indicato gli atti di disposizione del patrimonio, stipulati anteriormente, implicanti la concessione di diritti di godimento a terzi e che, successivamente esaminati dal commissario giudiziale, siano ritenuti suscettibili di depauperare il detto patrimonio, così da scoraggiare l'acquisto degli immobili oggetto della cessione ai creditori, pregiudicando la fattibilità della proposta concordataria.

•Corte di cassazione, sezione I, sentenza 23 giugno 2011 n. 13817.

 
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