Lunedì 27 Gennaio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Migranti, quella lezione tedesca per la destra di casa nostra PDF Stampa
Condividi

di Aldo Cazzullo

 

Corriere della Sera, 8 settembre 2015

 

L'accoglienza dei profughi in Germania non è la scelta di un governo di sinistra. È la scelta del leader del centrodestra europeo, Angela Merkel. E l'organizzazione è gestita - nonostante qualche mugugno - dal governo bavarese, dominato da sempre dalla destra identitaria e dura del "toro" Strauss e di Stoiber. Ma la destra italiana, dov'è? È pronta a fare la propria parte, nelle regioni e nelle città che amministra, o è ferma alla propaganda?

È per il modello tedesco, o per quello ungherese? L e immagini storiche dell'arrivo dei siriani a Monaco sono destinate a restare nella memoria per molte ragioni. Evocano un contrappasso della storia: i persecutori del secolo scorso che accolgono i perseguitati del nostro tempo. Sono anche il segno di un risveglio tardivo: per troppo tempo i Paesi più esposti al flusso migratorio - l'Italia, la Grecia, la stessa Turchia, che non fa parte dell'Ue ma ha retto finora il peso maggiore della crisi siriana - hanno chiesto invano agli altri Paesi europei di farsi carico di un'emergenza epocale. Se Berlino e Bruxelles si fossero mosse prima, si sarebbero evitati lutti ed esasperazioni. Ma lo scatto della Germania rappresenta per l'Italia una lezione politica.

La Merkel ha saputo fronteggiare la xenofobia che ha visto montare alla propria destra. Le immagini degli attacchi ai centri di accoglienza sono state decisive per indurla alla svolta di questi giorni tanto quanto le fotografie che hanno percosso la coscienza del mondo. I cristiano sociali della Baviera hanno fatto il resto.

E il conservatore Cameron per la prima volta non si chiama fuori. In Europa si affaccia, sia pure in ritardo, una destra della legalità e della responsabilità; ovviamente non disponibile ad accogliere chiunque, ma determinata a non respingere più chi fugge davvero dalla guerra. In Italia siamo ancora alla rissa, con Renzi che distingue tra esseri umani e bestie, Salvini che si sente chiamato in causa e gli dà del verme. E siamo alle diverse varianti del populismo, consolatorio o allarmista; al solito schema della sinistra buonista e della destra cattivista, dell'"accogliamoli tutti" e del "prendeteveli a casa vostra".

Per fortuna, al di là di qualche scena di isteria dovuta più che altro alle carenze organizzative del governo e alle strumentalizzazioni politiche dell'opposizione, gli italiani si sono comportati in questi mesi con umanità, e nelle zone più esposte - a cominciare da Lampedusa - con una generosità di cui possiamo andare fieri. Adesso anche chi ha incarichi di governo deve fare altrettanto.

La solidarietà non può essere disgiunta dalla sicurezza; e sarebbe il caso che Renzi desse ai familiari dell'orribile delitto di Palagonia quella risposta - con i fatti più che con le frasi fatte - che sollecitano invano da giorni. Ma l'evolversi della situazione europea implica che pure la destra italiana, in particolare dove ha responsabilità di governo, esca dalle logiche consuete e batta un colpo. Cosa ne pensano i "moderati" della Lega, gli Zaia e i Maroni, che legittimamente aspirano a un ruolo nazionale?

Che ne dicono i sindaci delle grandi città del Veneto, i leghisti Tosi e Bitonci e il veneziano Brugnaro, che in laguna (a parte le polemiche retrograde su omofobia e Gay Pride) sembra portare avanti un interessante esperimento post-ideologico? Il loro punto di riferimento è la Csu bavarese o la xenofobia del governo di Budapest? E Forza Italia discute solo delle proprie polemiche interne? Con la Germania è giusto polemizzare, ma qualcosa ogni tanto sarebbe bene imparare. Oppure dobbiamo rassegnarci al fatto che la destra della legalità e della responsabilità non può passare le Alpi?

 
L'accoglienza non basta, sconfiggiamo la disuguaglianza PDF Stampa
Condividi

di Don Francesco Soddu (Direttore Caritas Italiana)

 

Il Garantista, 8 settembre 2015

 

La morte di migliaia di persone scuote l'Europa che per tanto tempo si è definita solidale, ma che all'improvviso si è trovata divisa davanti all'incessante richiesta dei profughi. Le immagini delle traversate lungo il Mediterraneo e attraverso i confini terrestri dell'Europa appaiono come un monito agli stati affinché la sofferenza di milioni di persone che fuggono dalle guerre sia una responsabilità di tutti. Immagini da esodo, che richiamano le vicissitudini del popolo di Israele che ben conosce cosa significhi la permanenza in terra straniera, nella forma di persecuzione e oppressione in Egitto, di deportazione a Babilonia.

Un'emorragia inarrestabile che è doveroso ma non sufficiente tamponare con accoglienza e solidarietà. Quell'accoglienza che sembra non fare più paura, soprattutto dopo i numerosi appelli del Santo Padre alla preghiera e a gesti concreti, come ha ripetuto anche all'Angelus del 6 settembre.

Dobbiamo però prendere atto che la vera solidarietà richiede anche e soprattutto un'azione comunitaria, che ponga finalmente in cima alle priorità la difesa dei diritti e della vita. È ora che la comunità internazionale assolva ai compiti che le sono connaturati: l'Onu torni ad essere guardia della pace e custode dei diritti umani. Milioni di persone vivono nella parte sofferente del mondo e non possiamo far finta di niente. "Aiutarli a casa loro" è un ragionamento sensato, ma significa mettere chi soffre nelle condizioni di restare nella propria terra garantendo loro il rispetto dei diritti fondamentali per una vita dignitosa, in primis cibo, lavoro e pace. Chi rischia la pelle su un barcone lo fa perché viene calpestato il suo primo e inalienabile diritto: quello di restare a casa propria.

Forti povertà e diseguaglianze caratterizzano la nostra famiglia umana, e la sete di potere così come la crescita avida e irresponsabile scavano solchi sempre più profondi. Non possiamo continuare a giustificare i lauti banchetti del ricco perché così resteranno avanzi per sfamare il povero (Luca 16,19-30), bisogna cambiare la distribuzione dei posti attorno al tavolo per fare di Lazzaro un commensale a pieno titolo. Questo è un momento storico che richiede dunque di ripensare e rimettere al centro le relazioni tra gli uomini, fondandole sul riconoscimento della dignità umana come codice assoluto, e che richiama ad una responsabilità, diretta e indiretta, nella cura di tali relazioni che dal micro deve allargarsi al macro.

"Sappiamo - sottolinea Papa Francesco nell'Enciclica "Laudato sì" - che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l'occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell'attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c'è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo".

La sfida urgente è dunque quella di ridefinire le priorità per colmare lacune, ingiustizie e ritardi nella redistribuzione delle risorse, in primo luogo combattendo la povertà e l'esclusione sociale.

Questo significa modalità diverse di pensare lo sviluppo complessivo del pianeta, globalizzazione compatibile con la solidarietà, maggiori quote di Pil dei paesi ricchi orientate alla crescita economica, sociale e culturale dei più poveri, rilancio della cooperazione internazionale, condono o forte riduzione del debito estero.

Dal canto suo la Chiesa - raccogliendo l'appello di papa Francesco al n. 15 della Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia - continuerà "a curare queste ferite, a lenirle con l'olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l'attenzione dovuta" per non cadere "nell'indifferenza che umilia, nell'abitudinarietà che anestetizza l'animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge".

 
Il piano Ue: in Germania, Francia e Spagna la maggioranza dei profughi PDF Stampa
Condividi

di Alberto D'Argenio

 

La Repubblica, 8 settembre 2015

 

La nuova ripartizione delle quote :i tre paesi accoglieranno circa 70 mila richiedenti asilo. Dall'Italia andranno via 40 mila migranti. Saranno Germania, Francia e Spagna ad accogliere la maggioranza dei richiedenti asilo giunti negli ultimi mesi in Europa.

Lo prevede lo schema per i ricollocamenti che oggi sarà sul tavolo della Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker. Il collegio Ue analizzerà il progetto nella sua riunione di Strasburgo, ma l'approvazione formale potrebbe slittare a domani mattina in modo da permettere a Juncker di presentarlo direttamente al Parlamento europeo nell'annuale discorso sullo stato dell'Unione. Il pacchetto sarà poi esaminato lunedì dai ministri degli Interni dei Ventotto e non si esclude che nei giorni successivi venga convocato un vertice straordinario dei leader per piegare le resistenze dei paesi dell'Est contrari alla solidarietà.

Lo schema prevede una ripartizione obbligatoria tra tutti i soci dell'Unione di 120mila richiedenti asilo che si sommano ai 40mila la cui ricollocazione era stata proposta a maggio. Secondo i criteri della Commissione su un totale di 160mila migranti al momento arrivati in Italia, Grecia e Ungheria, 31.443 andranno in Germania - numero che si somma alle decine di migliaia di profughi giunti nelle ultime ore dall'Ungheria - 24.031 in Francia (Hollande, che fino a luglio nicchiava, ora ha confermato che accetterà la cifra) e 14.931 in Spagna. Secondo i criteri stilati dalla Commissione sulla base di Pil e disoccupazione la Polonia dovrebbe ospitarne circa novemila, ma Varsavia ha fatto sapere che si fermerà a duemila. Bruxelles ha ammorbidito le richieste per gli altri paesi dell'Est riottosi assegnando alla Repubblica Ceca 2.978 persone e alla Slovacchia 1.502. L'Irlanda, che gode di un opt out dal sistema, ha già fatto sapere che parteciperà. La Gran Bretagna, anch'essa esterna a Schengen, ha annunciato che ospiterà 20mila richiedenti asilo ma per indebolire il progetto europeo non parteciperà alle quote e preleverà i richiedenti dai campi profughi al di fuori del Continente.

Dei 160mila migranti che godranno della protezione Ue 39.600 (24mila decisi a maggio più altri 15.600) verranno prelevati dall'Italia. Un totale in proporzione minore rispetto a quello stabilito prima dell'estate perché nelle ultime settimane la situazione si è appesantita in Grecia e in Ungheria che potranno rispettivamente ricollocare 66.400 e 54mila migranti.

"È nostro dovere legale e morale proteggere chi fugge da guerra e morte, noi lo proponiamo da mesi", commenta l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Federica Mogherini. Per questa ragione la Commissione prevede di rendere obbligatorie le quote e i governi che non vorranno partecipare dovranno spiegarne il perché a Bruxelles. Se la Commissione riterrà valide le ragioni dell'impossibilità, esenterà il Paese che però dovrà versare una somma riparatoria alla Ue che verrà girata ai paesi che stanno fronteggiando l'emergenza. È la proposta più contestata dal blocco dell'Est e non è scontato che passi al Consiglio europeo, dove comunque si deciderà a maggioranza e dove questa volta oltre a Renzi anche Merkel e Hollande sosterranno apertamente il sistema. A rischiare è anche la proposta della Commissione di rivedere le regole di Dublino per rendere permanente il sistema delle quote.

In parallelo Italia e Grecia saranno pressate affinché attivino gli hotspot dove registrare i migranti per mettere fine all'abitudine di farli scappare nel resto d'Europa, condizione necessaria per il funzionamento delle quote. Roma è intenzionata a dare seguito alla richiesta mano a mano che il sistema di solidarietà entrerà in vigore.

Bruxelles approverà poi una lista dei paesi sicuri i cui cittadini arrivati in Europa saranno rapidamente rimpatriati da Frontex in modo da lasciare spazio ai richiedenti asilo. Ne faranno parte Turchia, Macedonia, Montenegro Kosovo, Serbia, Albania e Bosnia.

Infine domani la Commissione approverà un pacchetto di aiuti da 1,7 miliardi per Sahel, Corno d'Africa e lago Chad: dovranno essere spesi anche per il contrasto all'immigrazione e la lotta ai trafficanti.

 
Il nodo riconoscimenti dietro gli spot di Renzi PDF Stampa
Condividi

di Luca Fazio

 

Il Manifesto, 8 settembre 2015

 

I Centri per immigrati scoppiano, i leader si insultano. Salvini al premier: verme. Al prossimo vertice europeo l'Italia chiederà certezze sulla destinazione dei richiedenti asilo. Domenica, poco prima che Matteo Renzi strappasse l'applauso alla festa nazionale del Pd facendo il solidale con il cuore degli altri (Angela Merkel, non lui, ha spalancato le porte ai profughi), una donna nigeriana sbarcata a Lampedusa stava piangendo i suoi due bambini appena scomparsi in mare.

Nessuno li ha fotografati, sono bambini che per gli europei non esistono, come quasi inesistente è la notizia dell'ultima tragedia che si è consumata a trenta miglia dalle coste libiche. Con la donna nigeriana, che ha perso anche un fratello, la nave della marina Dattilo ha soccorso 107 persone che erano a bordo di un gommone sgonfio. Secondo i racconti dei superstiti, almeno venti compagni di viaggio sarebbero scomparsi in mare.

Li ritroveremo presto ad ingrossare la prossima statistica aggiornata sui morti nel Mediterraneo (due giorni fa eravamo fermi a 2.800 esseri umani). A raccogliere il racconto della donna sono stati gli operatori del progetto "Mediterranean Hope" della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Un altro ragazzo del Gambia ha detto di aver perso due amici.

Ma questi (in Italia) sono giorni di confusione, proclami e accuse reciproche tra "umani"da una parte e "vermi" dall'altra, due categorie troppo distratte da se stesse per rendersi conto di ciò che continua ad accadere nel mare e sulla terraferma. Il centro di accoglienza di Lampedusa, per esempio, oggi ospita 530 migranti pur avendo una capienza di 250 posti. A Catania, tre giorni fa, sono sbarcati 344 migranti, mentre l'altro ieri a Pozzallo (Ragusa) ne sono sbarcati 327, tra cui uno scafista che ha portato con sé il figlio di dieci anni: "Non avevo soldi per farlo partire, così mi sono offerto di fare il pilota per dargli un futuro", ha confessato alla polizia.

A tutte queste persone che continuano ad arrivare nonostante l'immagine shock del piccolo Aylan, bisognerà dare una risposta. Significa che Matteo Renzi non può continuare a cavarsela limitandosi ad esaltare la generosità della Germania e dei cittadini tedeschi. "È urgente che siano costruiti gli hotspot", ha ribadito ieri Angela Merkel in conferenza stampa a Berlino.

Il messaggio è inequivocabilmente rivolto ai due paesi di primo approdo dei migranti, Italia e Grecia. Questa è la contropartita che l'accogliente Germania pretende dai suoi partner europei più esposti alle ondate migratorie: una stretta sul controllo e sulle identificazioni dei migranti che arrivano in Europa.

Costruendo luoghi di internamento, i cosiddetti "hotspot", dove non si potrà far altro che limitare la libertà delle persone prima di stabilire chi avrà diritto alla protezione e chi invece dovrà essere rispedito indietro. Ma prima di procedere all'allestimento dei nuovi centri di identificazione (a Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Taranto e Augusta) il governo italiano vuole che in Europa si arrivi a un accordo certo sulla distribuzione dei richiedenti asilo nei vari paesi. Questo è uno dei nodi principali da affrontare durante il vertice europeo della prossima settimana.

Altra questione cruciale, da cui dipenderà la gestione degli "hotspot" che rischia una deriva concentrazionaria, è stabilire quali siano i paesi d'origine considerati pericolosi in modo tale da assicurare protezione solo ad alcuni migranti. Una scelta che non può che risultare arbitraria e che finirebbe per discriminare quei profughi che rischiano di essere respinti senza che venga valutata la loro personale vicenda. Infatti, come stabilisce la convenzione di Ginevra, qualunque persona può essere vittima di violenze e persecuzioni a prescindere dal paese di provenienza.

 
Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l'Europa PDF Stampa
Condividi

di Maurizio Ricci

 

La Repubblica, 8 settembre 2015

 

Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060. Ecco perché per gli economisti sono una risorsa. A dispetto di quello che dicono alcuni politici, l'immigrazione conviene. Perché chi arriva, produce e paga le tasse. In Italia, per esempio, senza il contributo degli stranieri il governo sarebbe a caccia di 7 miliardi per coprire la legge di Stabilità.

I politici possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulle famiglia araba nell'alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l'Europa ha bisogno. Subito.

Quando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg, calcola che l'Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?

I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui - nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l'ungherese Viktor Orbàn - gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l'assegno dell'Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

Sarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall'Asia o dall'Africa, la percentuale è del72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l'Ocse - l'organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo - circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c'è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l'anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell'immigrazione è, per l'Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

Più o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L'immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l'apporto netto all'economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell'Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l'apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l'immigrazione era frutto di movimenti all'interno dell'Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

"Il contributo degli immigrati all'economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica" riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell'Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull'idraulico polacco che, sull'onda dell'allargamento dell'Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L'Ocse ha studiato da vicino il caso dell'Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati "non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari".

Difficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l'idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull'immigrazione, è la loro esiguità. L'impressione di un'Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un'allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull'economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l'Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell'Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l'assistenza sociale, l'1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L'Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.

Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l'Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

 
<< Inizio < Prec. 8531 8532 8533 8534 8535 8536 8537 8538 8539 8540 Succ. > Fine >>

 

06


06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it