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Giustizia: l'appello di Renzi sulla sicurezza, una mano tesa al centro-destra PDF Stampa
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di Lina Palmerini

 

Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2015

 

Renzi prova a mettere contenuti a quell'appello all'unità nazionale che altrimenti sarebbe rimasto un pro forma solo per accompagnare la drammaticità di questi momenti. E in effetti quella proposta che ha annunciato farà a tutti i partiti è sull'unico capitolo - la sicurezza - che davvero rappresenta un tema concreto ma anche una mano tesa al centro-destra.

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Giustizia: quell'urlo in carcere "Allah Akbar", misure più dure per 87 detenuti PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 19 novembre 2015

 

Nel carcere di Viterbo, a un detenuto di religione musulmana già segnalato come incline alle sirene della propaganda estremista, sono state trovate cartoline raffiguranti piazza Navona, Trinità dei monti e Fontana di Trevi, immagini che hanno acceso un campanello d'allarme. A Pisa un altro recluso portato in infermeria ha avuto un diverbio con il personale che lo stava curando e ha reagito dicendo: "Spero che vi accada quello che è successo in Francia".

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Giustizia: Unione delle Camere penali "allarme insensato su fondamentalismo in carcere" PDF Stampa
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Ansa, 19 novembre 2015

 

È "insensato" l'allarme del Sindacato di polizia penitenziaria Sappe sul fondamentalismo islamico nelle carceri. A sostenerlo è l'Unione delle Camere penali, che ricorda come il Sappe abbia segnalato "il rischio che la numerosa componente extracomunitaria della popolazione detenuta possa essere facile preda dell'attività di proselitismo del terrorismo di matrice fondamentalista, per invocare una svolta restrittiva nelle modalità di esecuzione della pena".

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Giustizia: appunti contro la gogna giudiziaria e l'egemonia del tribunale del popolo PDF Stampa
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di Marianna Rizzini

 

Il Foglio, 19 novembre 2015

 

Quanto l'azione del magistrato è influenzata dall'"impressione popolare unanime"? Quanto l'insistenza mediatica sulla "reputazione", anche a monte del giudizio in tribunale, ha fatto sì che dal panorama giuridico-politico emergesse l'ibrida figura del "coinvolto", colui che non è imputato ma di cui si parla, il più delle volte con un giudizio morale di condanna già pendente sulla sua testa?

E siamo davvero a nostro agio nella cosiddetta "società giudiziaria", quella che sta a metà tra società civile e società politica, e che è composta un pò da comuni cittadini un pò da politici e un pò da pm, e che affonda le sue radici nella punizione come terreno su cui si misura persino la qualità di un progetto di legge - della serie: più punitivo è meglio è, vista anche la resa generale della stessa politica e dei media e di una parte della magistratura all'"incultura giuridica del cittadino medio"?

Si sono posti ieri queste domande, al convegno su giustizia e politica organizzato alla Camera dall'associazione "Popolari per l'Europa", Luciano Violante, ex magistrato, ex presidente della Camera e della Commissione parlamentare antimafia con percorso tutto ex Pci-Pds-Ds-Pd; Giovanni Fiandaca, professore ordinario di diritto Penale all'Università di Palermo, giurista di area progressista per sua stessa definizione; Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica istruzione nei governi Prodi I e D'Alema; Gerardo Bianco, presidente dell'Associazione ex parlamentari, Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, Giuseppe Gargani, avvocato, già parlamentare in Italia e in Europa di area ex Dc, ex sottosegretario alla Giustizia e autore nel 1998 di un libro più volte ristampato fino a oggi ("In nome dei pubblici ministeri.

Dalla Costituzione a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate", ed. Mondadori, a cura di Carlo Panella e Gennaro Caravano"). C'era anche Piero Tony, già procuratore capo di Prato ora in pensione, autore del j'accuse "Io non posso tacere-confessioni di un giudice di sinistra" (ed. Einaudi), la storia, già nota a questo giornale, di un magistrato che a un certo punto non ne ha potuto più di fare finta di niente davanti alla gogna generalizzata a mezzo stampa, ai processi mediatici, al protagonismo di alcuni pm e alla cosiddetta supplenza politica di certa magistratura.

"Sono mature le condizioni per aprire una discussione pubblica ampia sul ruolo del giudice in prospettiva futura, nell'ottica di un recupero dell'equilibrio nei rapporti tra politica, media e giudici?", si è chiesto Fiandaca, partendo proprio dai libri di Tony e di Gargani, e rispondendosi purtroppo con un no: "Il quadro politico generale non è ancora sufficientemente coraggioso", ha detto, né aiuta "l'atteggiamento di un'opinione pubblica" che sembra sempre in attesa della punizione come mezzo di risoluzione dei problemi, come dice Violante quando parla della suddetta "società giudiziaria", la stessa che cede all'"impressione popolare unanime" che allarma Luigi Berlinguer per la sua abitudine all'"inevitabilità del giudizio politico e morale" prima di tutto.

Non è solo un problema italiano, dice Violante, anzi è un dilemma internazionale di questi giorni: "Le democrazie stanno come mostrando la corda", dice. Devono "essere trasparenti", le democrazie, per rispondere alle richieste dell'opinione pubblica, ma in questa trasparenza auto imposta si fanno più che mai "deboli", e quando la politica è debole e non riesce a mettere ordine "il potere giudiziario avanza".

In Italia c'è una specificità nella politicizzazione della magistratura, dice Violante alludendo anche ai "partiti politici fondati da ex magistrati come Antonio Di Pietro e Antonino Ingroia", non particolarmente baciati dalla fortuna, e in questa specificità la "società giudiziaria" punitiva si espande, perché "è più semplice" sentirsi parte di un mondo in cui la punizione fa da palliativo a qualsiasi emergenza. "Dopo la sentenza Mannino", dice Giuseppe Gargani come prefigurando la sconfitta della posizione "punitiva" a oltranza, "l'antagonismo tra politica e magistratura si è accentuato ma nello stesso tempo è diventato più evanescente come evanescente si sono dimostrate le tesi inquisitorie nel processo. La sentenza Mannino è una sconfitta di Pirro, uno degli ultimi colpi di coda della magistratura politicizzata che perde non solo nel dibattito pubblico ma anche nelle aule di tribunale".

E Fiandaca, già critico feroce del processo sulla "Trattativa stato-mafia", prende come spunto il libro di Gargani, in cui si parte dalla Costituzione del 1948 (per individuare le radici del mancato sistema di checks and balances), per rintracciare il legame invisibile tra ieri e oggi. Nel libro si parla di un vecchio articolo del 1983 in cui Gherardo Colombo, ex pm di Mani Pulite, disegnava quello che secondo lui (allora) era il ruolo del magistrato. Un ruolo, dice Fiandaca, di controllo preventivo di legalità, un ruolo quasi pedagogico che, come modello, "è sopravvissuto fino a oggi".

 
Giustizia: nei Modelli 231 tutele per chi denuncia fatti di corruzione PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2015

 

Doppio binario sulle segnalazioni anticorruzione tra pubblico e privato. Con l'inserimento, su quest'ultimo fronte, nei Modelli 231 di un inedito contenuto specifico. Intanto però sulle misure è scontro Pd-5 Stelle. Al centro della polemica il whistleblowing, il meccanismo cioè che tutela il dipendente che segnala fatti di corruzione.

Il testo messo a punto dalla commissione Giustizia della camera sarà al voto dell'Aula a già dalla prossima settimana, ma il Movimento 5 Stelle, tra i promotori del testo, accusa il Partito Democratico di avere stravolto il provvedimento con una serie di "emendamenti vergogna: "si potevano difendere e premiare i cittadini onesti che denunciavano la corruzione, invece la maggioranza nel chiuso della commissione Giustizia ha votato ancora una volta contro la legalità e per la corruzione".

La presidente della commissione Donatella Ferranti (Pd) non ci sta e replica che "non c'è nessuna volontà di distruggere la proposta di legge presentata dai Cinque Stelle, ma semmai di migliorarla costruttivamente, soprattutto alla luce dei risultati dell'indagine conoscitiva che abbiamo svolto e dei suggerimenti arrivati da Anac, Autorità della Privacy, Confindustria, Agenzia delle Entrate, Bankitalia, esperti giuristi". Il disegno di legge prevede che il dipendente pubblico non può essere sanzionato in alcun modo (licenziamento compreso come ovvio) né discriminato per avere denunciato condotte illecite di cui è venuto a conoscenza per il proprio rapporto di lavoro.

È in buona fede il dipendente pubblico che effettua una segnalazione circostanziata ritenendo altamente probabile che la condotta illecita o di abuso si sia verificata. L'identità del dipendente non può essere rivelata ed è coperta nel processo penale dalla norma (articolo 329 del Codice di procedura) che disciplina l'obbligo di segreto degli atti d'indagine.

In ogni caso è affidata all'Autorità anticorruzione la redazione di linee guida per la presentazione e la gestione di segnalazioni con l'obiettivo specifico di alzare il più possibile il livello di riservatezza. Le tutele non sono più garantite però quando, anche con sentenza di primo grado,. è accertata la responsabilità penale del segnalante per i reati di calunnia o diffamazione.

Sul versante privato si inserisce, ed è la prima volta che avviene, un contenuto obbligatorio all'interno dei modelli previsti, in via facoltativa, dal decreto 231 del 2001. In particolare, a carico dei vertici societari e dei loro sottoposti, ma anche di tutti coloro che, a qualsiasi titolo, collaborano con l'ente, l'obbligo di presentare segnalazioni circostanziate di illeciti che in buona fede ritengano altamente probabile si siano verificati o le violazioni del modello di organizzazione e gestione dell'ente di cui sono venuti a conoscenza.

Nei modelli devono poi trovare posto canali alternativi di segnalazione, di cui almeno uno idoneo a garantire, anche con modalità informatiche la riservatezza dell'identità del segnalante. Il licenziamento ritorsivo o discriminatorio del soggetto segnalante è nullo. Sono poi nulli il cambiamento di mansioni e qualsiasi altra misura punitiva o discriminatoria adottata nei confronti del lavoratore.

 
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