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Giustizia: imprese & legalità, c'è chi dice no alla corruzione PDF Stampa
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di Lionello Mancini

 

Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2015

 

Le cronache locali riportano con frequenza notizie che quasi mai trovano poi posto sul palcoscenico dell'informazione nazionale. Notizie obiettivamente "piccole", ma che registrano l'impegno e le difficoltà di quanti, senza clamori né riconoscimenti, fanno argine giorno dopo giorno alle pretese criminali, corruttive (o entrambe) e a ogni tipo di distorsione della concorrenza. Sempre mettendoci la faccia, con un coraggio che in alcune aree può essere anche pericoloso.

Verso fine aprile, in Puglia, i carabinieri ammanettano 60 persone di un potente clan locale, per aver tra l'altro imposto a diverse imprese edili di acquistare il calcestruzzo da impianti legati alla cosca. Il prodotto era volutamente di scarsa qualità (con meno cemento) e veniva così immesso sul mercato a prezzi più bassi, per coinvolgere i costruttori con il richiamo della convenienza. Se i clienti del calcestruzzo depotenziato siano vittime o collusi, lo stabiliranno le indagini.

"Ringrazio per quest'operazione le forze dell'ordine e la magistratura: stanno facendo un grande lavoro" ha immediatamente dichiarato il presidente dell'Ance Bari-Bat, il quarantottenne Domenico De Bartolomeo, che pochi anni fa aveva fatto arrestare i "suoi" estorsori. Ma il giovane presidente ha anche voluto aggiungere: "Siamo noi imprenditori che dobbiamo fare di più di quanto abbiamo fatto finora. Le denunce sono aumentate, ma non abbastanza".

Negli stessi giorni, nel palermitano, finivano in galera un po' di picciotti di vario calibro della famiglia Camporeale: la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha istruito il processo, ha potuto ricostruire alcuni casi di estorsione "anche grazie alla collaborazione di tre imprenditori che si sono ribellati" ai grassatori e alle loro minacce perché non smettessero di pagare il solito 3% sugli appalti pubblici, ma anche su quelli privati.

Davanti a notizie così edificanti non va tuttavia commesso l'errore (purtroppo diffuso) di esprimere ammirazione per il coraggio dei protagonisti e tornare quindi placidamente agli affari propri, delegando ai "coraggiosi" la prosecuzione del contrasto. La strada è ancora lunga, come dimostrano altre cronache.

A Salerno, per dire, è ormai senza ritorno il duro braccio di ferro tra Ance nazionale e il presidente dell'associazione costruttori locale, il quale (pur essendo sotto processo per bancarotta) respinge a suon di carte bollate le sanzioni previste dal codice etico rafforzato, in vigore da pochi mesi.

Altrettanto recente, a Reggio Calabria, la risentita e pubblica reazione della Confindustria locale, ritenutasi offesa da Ivan Lo Bello perché - in occasione di un seminario e avendo accanto il procuratore Cafiero de Raho - il vicepresidente di Confindustria ha ripetuto ciò che dicono De Bartolomeo a Bari, l'aggiunto di Milano Ilda Boccassini o il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: gli imprenditori devono collaborare di più con le istituzioni.

Dunque una strada tortuosa e in salita, ma certamente già imboccata dal sistema delle imprese, come dimostra il fatto che - giusto oggi - lo stesso Lo Bello sarà votato presidente di Unioncamere, l'associazione delle 105 Camere di commercio italiane. Il suo profilo personale e il suo impegno antesignano tra gli imprenditori siciliani è troppo noto perché la scelta unanime delle Cdc non abbia un chiaro significato di prospettiva sul terreno della legalità.

In definitiva, sono tante le pennellate di cronaca che alludono a un quadro incoraggiante, dal quale volutamente, per una volta, lasciamo fuori gli episodi anche clamorosi di segno opposto.

Poco importa se ci sarà qualcuno - come già c'è - che taccerà di "protagonismo" chi denuncia esponendosi in prima persona, o che punterà il dito contro l'"antimafia dei poteri forti" criticandone l'ansia di visibilità, o (bizzarramente, sia consentito) l'eccessiva contiguità con le istituzioni.

Di queste critiche - a volte intrise di ingenua buona fede, a volte meno - le persone impegnate in prima linea non possono che portare pazientemente il peso, per non pregiudicare l'obiettivo di un'idea di legalità condivisa tra segmenti di società diversi e, a volte, tra loro culturalmente distanti.

 
Procedimento per decreto: prosciolto l'imputato dal Gip solo in casi tassativi PDF Stampa
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di Giuseppe Amato

 

Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2015

 

Corte di Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 13 aprile 2015 n. 14988.

Il giudice per le indagini preliminari può, qualora lo ritenga, prosciogliere la persona nei cui confronti il pubblico ministero abbia richiesto l'emissione di decreto penale di condanna solo per una delle ipotesi tassativamente indicate nell'articolo 129 del Cpp, e non anche per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'articolo 530, comma 2, del Cpp, alle quali, prima del dibattimento - non essendo stata la prova ancora assunta - l'articolo 129 non consente si attribuisca valore processuale. È questo il principio espresso dalla sezione III penale della Cassazione con la sentenza 2 dicembre 2014-13 aprile 2015 n. 14988.

Di conseguenza, per l'effetto, il giudice, qualora non possa pronunciare una sentenza di proscioglimento a norma dell'articolo 129 del Cpp, e non intenda accogliere la richiesta di emissione del decreto penale, può solo restituire gli atti al pubblico ministero(articolo 459, comma 3, del Cpp) : tale restituzione degli atti, nella scansione logica e procedurale prevista dalla norma, presuppone l'impossibilità di emettere, rebus sic stantibus, sentenza di proscioglimento e sanziona l'incompletezza delle indagini che non consente al giudice di determinarsi in un senso (accoglimento della richiesta) o nell'altro (pronuncia di sentenza di proscioglimento).

Le conseguenze della decisione - Da queste premesse la Corte, accogliendo il ricorso del procuratore generale, ha annullato con rinvio la sentenza ex articolo 129 del Cpp emessa dal giudice per le indagini preliminari, richiesto di emettere decreto penale di condanna per il reato di cui all'articolo 2 del decreto legge 2 settembre 1983 n. 463, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983 n. 638, con la motivazione che fosse "verosimile" che la condotta ascritta dall'imputato - omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti - non fosse sorretta dall'elemento psicologico richiesto dalla norma incriminatrice; la Corte ha rilevato come non vi fosse spazio per una sentenza di proscioglimento motivata solo esprimendo un giudizio di verosimile insussistenza del dolo, che, piuttosto, attestava di un giudizio di insufficienza probatoria che avrebbe dovuto comportare, semmai, la restituzione degli atti al pubblico ministero.

Le motivazioni dei giudici della Cassazione - La decisione è in linea con i principi espressi dalle sezioni Unite (sentenza 9 giugno 1995, Pg in proc. Cardoni) in forza dei quali il giudice per le indagini preliminari richiesto di emettere un decreto penale può prosciogliere l'imputato solo per una delle ipotesi tassativamente indicate nell'articolo 129 del Cpp, di cui deve emergere l'evidenza probatoria, ma non anche per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'articolo 530, comma 2, del Cpp, nel qual caso deve, semmai, restituire gli atti al pubblico ministero ex articolo 459, comma 3, del Cpp, per il necessario approfondimento probatorio.

La Corte ha argomentato in tal senso valorizzando esattamente il fatto che, nella vicenda sub iudice, la motivazione liberatoria, basata sulla assenza del dolo, non si esprimeva in termini di certezza, ma solo in termini di verosimiglianza, con la conseguenza della illegittimità di una pronuncia liberatoria ex articolo 129 del Cpp.

Resta da dire che la Cassazione non ha affatto negata la fondatezza di quell'orientamento giurisprudenziale che, rispetto al reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti (articolo 2 del decreto legge 12 settembre 1983 n. 463, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983 n. 638), ha ritenuta immune da censure la decisione assolutoria che aveva valorizzato l'episodicità e l'importo contenuto delle inadempienze e, per l'effetto, ravvisata la colpa e non il dolo del reato (si veda sezione III, 19 settembre 2012, Pg in proc. Bottero): tale orientamento giurisprudenziale, infatti, si era formato nell'ambito di un giudizio fondato su un più ampio accertamento del fatto e non poteva essere trasferito automaticamente in una vicenda in cui il giudice era stato richiesto di emettere un decreto penale di condanna e non risultava evidente (ma solo verosimile) l'assenza del dolo del reato.

 
Conducente ubriaco punito anche se non causa incidenti PDF Stampa
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di Filippo Martini

 

Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2015

 

Le cronache quotidiane danno conto con sempre maggior frequenza del fenomeno degli incidenti stradali provocati non solo dall'imprudenza, ma anche da conducenti che si mettono alla guida in uno stato psicofisico alterato dalla precedente assunzione di sostanze alcoliche o da stupefacenti.

Invero, mentre è all'esame del Parlamento un disegno di legge che si propone di introdurre lo specifico reato di omicidio stradale, già oggi la giurisprudenza di merito è assai severa nel giudicare chi si metta alla guida in uno stato tale da costituire pericolo per sé e per la collettività.

Alcune recenti sentenze confermano la portata delle sanzioni piuttosto severe che vengono comminate per la guida del veicolo in stato alterato (articolo 186 del Codice della strada). L'utilizzo dello strumento di indagine così detto "alcoltest" è ad esempio considerato dalla giurisprudenza sempre idoneo a determinare la quantità assunta di sostanze alteranti in base alla quale, si rammenta, viene comminata la sanzione più o meno grave.

L'esito dell'alcoltest costruisce piena prova dell'illecito al punto che sul conducente grava l'onere di provare, come affermato dal Tribunale penale di Ivrea nella sentenza 765 del 23 gennaio scorso, che tale strumentazione era viziata o che vennero commessi errori nella procedura di rilevamento da parte dei pubblici ufficiali. In modo analogo ha deciso in altra sentenza la Corte di Appello di Taranto (la 140 del 17 febbraio scorso) la quale, nel confermare la condanna di un automobilista trovato positivo all'alcoltest durante un controllo di routine, arriva a comminargli, oltre alla sospensione della patente per un anno, anche la sanzione amministrativa di 23mila euro.

In altra sentenza (Tribunale di Ivrea 792 del 28 gennaio 2015 ) è stato affermato che l'aggravante della guida in stato di ebbrezza alcolica non implica necessariamente la produzione di danni a terzi, mentre è sufficiente, sotto il profilo soggettivo, la consapevole assunzione eccessiva di sostanze alcoliche e la successiva decisione di mettersi comunque alla guida del proprio veicolo.

In questo caso, per un tasso alcolimetrico accertato in misura superiore alla soglia di 1,5 grammi/litro, al conducente, oltre alla pena di quattro mesi di arresto e all'ammenda di 1.500 euro, è stata applicata la pena accessoria della revoca della patente e della confisca del veicolo di proprietà.

In pratica, la legge punisce il conducente ubriaco che, consapevole dell'assunzione di sostanze alteranti, abbia scelto comunque di mettersi alla guida del veicolo cosi determinano uno stato di pericolo per la collettività. La conduzione del proprio veicolo in uno stato psicofisico alterato, cosa che spesso è concausa dei sinistri più gravi, costituisce dunque da tempo una forma di sanzione sulla quale le norme del Codice della Strada e la magistratura (come si è visto nelle decisioni citate) operano in modo particolarmente severo, con ciò allineandosi alle discipline normative dei Paesi comunitari e dell'America del nord.

 
Valida la sentenza pronunciata anche se manca la data di deposito PDF Stampa
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di Mario Piselli

 

Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III civile - Sentenza 29 maggio 2015 n. 11176.

La sentenza pronunciata ai sensi dell'articolo 281-sexies del Cpc, integralmente letta in udienza e sottoscritta dal giudice con la sottoscrizione del verbale che la contiene, è da intendersi pubblicata e non può essere dichiarata nulla, anche se il cancelliere non abbia dato atto del deposito in cancelleria e non via abbia apposto la data e la firma immediatamente dopo l'udienza. È questo il principio espresso dai giudici della sezione III civile della Corte di cassazione con la sentenza 29 maggio 2015 n. 11176.

La questione - Com'è noto il termine di cui all'articolo 327, comma 1, del Cpc per proporre impugnazione avverso la sentenza pronunciata ex articolo 281-sexies del Cpc decorre dalla data dell'udienza, quando la sentenza sia stata pronunciata al termine della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione e con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che la contiene (o al quale è allegata). La Corte si è interrogata quindi sulla funzione che si è voluta perseguire prevedendo la norma che la sentenza sia "immediatamente depositata in cancelleria".

Le motivazioni della Cassazione - Il giudice di legittimità ha affermato che l'eventuale separazione temporale che si crea con l'apposizione di una data di deposito diversa dalla data dell'udienza di discussione e di pronuncia non può comportare il trasferimento dell'effetto pubblicazione dal giudice al cancelliere.

Il deposito immediato richiesto dalla norma è solo finalizzato al compimento di adempimenti da parte del cancelliere e al fine di consentire alle parti di chiedere il rilascio di copia della decisione munita di numero identificativo. Tale attività è sempre necessaria anche nei processi regolati dalle disposizioni del processo civile telematico perché se è vero che le parti potranno estrarre copia della decisione, direttamente certificata conforme dal difensore, è anche vero che il compimento di tali formalità di deposito da parte del cancelliere è sempre necessario.

 
Divorzio "breve", con le prassi della Procura Milano iter più snello PDF Stampa
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di Giuseppe Finocchiaro

 

Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2015

 

Procura di Milano - Linee guida su Convezione di negoziazione assistita: legge 55_2015 - 9 giugno 2015.

Come ben noto, il 26 maggio scorso è entrata in vigore la legge 6 maggio 2015 n. 55, recante "Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché di comunione tra i coniugi", cosiddetta legge sul "divorzio breve", che ha drasticamente ridotto il periodo che deve intercorrere dalla separazione personale dei coniugi per poter ottenere il divorzio.

Mentre in passato era necessario il decorso di 3 anni dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale, in virtù delle nuove disposizioni (che hanno modificato in parte l'articolo 3, lettera b), della legge 1° dicembre 1970 n. 898), è sufficiente che siano trascorsi "dodici mesi dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale".

L'aggiornamento delle Linee guida della Procura di Milano - Prontamente, con provvedimento del 9 giugno scorso, la procura della Repubblica presso il tribunale ordinario di Milano ha aggiornato le proprie "Linee guida", rivolte agli avvocati per la predisposizione e presentazione degli accordi conclusi all'esito del procedimento di negoziazione assistita in materia, provvedendo a dare indicazioni più specifiche altresì su alcune delle questioni applicative di maggiore frequenza nella prassi.

Si tratta di un opportuno aggiornamento e approfondimento delle Linee guida già adottate in precedenza (in particolare il 16 dicembre 2014 e delle quali si è dato conto su "Guida al Diritto"n. 6 del 31 gennaio 2015, pagine 13 e seguenti): il provvedimento merita plauso, oltre che per la già elogiata tempestività, per la condivisibile finalità di chiarire i punti rimasti ancora in ombra della nuova disciplina e per l'apprezzabile spirito di collaborazione tra uffici giudiziari e avvocatura da cui è animato, nel rispetto del principio di cooperazione sancito, oggi espressamente soltanto dall'articolo 2, comma 2, del codice del processo amministrativo, ma sicuramente applicabile in ogni ambito processuale.

In larghissima misura le nuove Linee guida si limitano a riprodurre le indicazioni che erano già state fornite in precedenza, sicché nel prosieguo si concentrerà l'attenzione esclusivamente sugli aspetti che presentano dei profili di novità.

L'abbreviazione del termine per il divorzio - Con specifico riguardo alla novità normativa introdotta dalla legge n. 55 del 2015 e che si è già richiamata sopra, le Linee guida correttamente (e ovviamente) precisano che il nuovo termine di 6 mesi si applica non soltanto al caso di separazione consensuale (così iniziata o trasformatasi tale) con decorrenza dalla comparizione dei coniugi avanti al Presidente del tribunale, ma altresì con riguardo:

- all'accordo di separazione concluso all'esito della negoziazione assistita, con decorrenza dalla data certificata nell'accordo medesimo a opera degli avvocati;

- all'accordo di separazione concluso dinanzi all'ufficiale dello Stato civile, con decorrenza dalla comparizione dei coniugi avanti a questi.

Il termine per la presentazione dell'accordo alla procura della Repubblica - Rispetto alle precedenti, le nuove Linee guida si soffermano nel precisare, da un lato, che l'accordo deve essere presentato alla procura della Repubblica, a pena di irricevibilità, nel termine di 10 giorni dalla conclusione del medesimo, cioè dalla data in cui gli avvocati hanno certificato l'autografia delle sottoscrizioni delle parti, dall'altro lato, che l'eventuale modificazione della data che non sia stata espressamente approvata dalle parti è causa di rigetto dell'istanza di autorizzazione o nullaosta.

Entrambe le precisazioni devono essere condivise. Con particolare riguardo alla prima, secondo cui il mancato rispetto del termine di 10 giorni è causa di irricevibilità dell'istanza, deve osservarsi che l'articolo 6, comma 3, del Dl n. 132 del 2014, espressamente stabilisce tale termine, ma senza comminare alcuna sanzione per la sua inosservanza. Per stabilire le conseguenze della tardiva presentazione dell'istanza, a ragione del carattere generale che viene ordinariamente riconosciuto al codice di rito civile in materia, si devono ritenere applicabili le disposizioni dettate in materia di termini dagli articoli da 152 a 155 del Cpc. In particolare, ai sensi dell'articolo 152, comma 2, del Cpc, "I termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge li dichiari espressamente perentori". La circostanza che il termine sia da qualificarsi come ordinatorio, peraltro, non esclude che il suo mancato rispetto comporti la decadenza. Senza considerare che comunque sarebbe irragionevole che il legislatore fissi un termine senza stabilire che dal suo mancato rispetto discenda una qualche conseguenza.

Correttamente, poi, trattandosi di un procedimento "degiurisdizionalizzato", seppure con il coinvolgimento dell'ufficio giudiziario della procura della Repubblica, quest'ultima ha indicato la sanzione della decadenza come "irricevibilità", figura non contemplata da nessuna disposizione del codice di rito (ma in questo neppure è previsto che la procura della Repubblica operi un controllo sugli accordi delle parti!).

In ordine alla seconda precisazione, secondo cui è precluso ai difensori modificare la data di conclusione dell'accordo, vale ricordare che gli avvocati che assistono le parti nella negoziazione assistita (almeno uno per parte in quella in materia di separazione, divorzio e modificazione delle relative condizioni), devono certificare le sottoscrizioni. Ovviamente, poiché si tratta di una certificazione idonea ad attribuire certezza ex articolo 2704 del Cc alla data di conclusione dell'accordo, deve escludersi che la data medesima possa essere liberamente modificata dai difensori delle parti.

L'alterazione della data (come indicato nelle Linee guida, "per interlineatura o sbianchettamento") è da ritenersi rilevante non soltanto sotto il profilo deontologico, ma anche penale. Assai importante, in una prospettiva pratico applicativa, è la specificazione secondo cui è ammissibile che le parti confermino nuovamente l'accordo già concluso in precedenza, così attribuendo una nuova data al proprio accordo.

Esclusione dell'applicazione della sospensione dei termini nel periodo feriale - Sempre a margine del rispetto del suddetto termine di 10 giorni, vale sottolineare che il medesimo non rimane sospeso nel periodo feriale decorrente dal 1° al 31 agosto di ciascun anno, di cui all'articolo 1 (come modificato dall'articolo 16, Dl n. 132 del 2014) della legge 7 ottobre 1969 n. 742.

Tale precisazione, imposta dalla considerazione che il procedimento di negoziazione assistita è per definizione "degiurisdizionalizzato", cioè alternativo e diverso rispetto al processo (al quale, invece, tale disposizione è soltanto applicabile), è stata tra l'altro fatta propria espressamente anche dal ministro della Giustizia, con la circolare del 16 marzo 2015.

Rilascio del provvedimento - Con riguardo a questo aspetto, l'aggiornamento delle Linee guida non presentano novità rilevanti in una prospettiva pratica, ma non si possono non segnalare due assai significative differenze.Nella versione del 16 dicembre 2014, si stabiliva che "Sempre in attesa della dotazione della PEC sarà cura di almeno uno degli avvocati, che hanno sottoscritto l'atto (o di un loro delegato), provvedere al ritiro di una copia dell'accordo (l'originale rimarrà agli atti dell'Ufficio)".

Prima differenza risiede nell'assenza nell'aggiornamento del riferimento alla futura dotazione della Pec, sicché è rimasta semplicemente la prescrizione che onera almeno uno degli avvocati o un suo delegato a provvedere al ritiro. Le considerazioni al riguardo non possono non essere sconsolate in ordine alla situazione dell'Italia, che si conferma essere un paese in cui, da un lato, nulla è più perenne del provvisorio e, dall'altro lato, le soluzioni più semplici sono precluse: è, infatti, palese che l'applicazione delle comunicazioni via Pec nella specifica materia in esame è idonea non soltanto ad agevolare il compito dei difensori delle parti, ma anche delle procure. Stabilire che il ritiro del nulla osta o dell'autorizzazione avvenga - personalmente e materialmente - a cura di almeno uno degli avvocati (o di un loro delegato), infatti, non comporta soltanto che questi debba recarsi presso la procura per verificare se l'atto richiesto è stato rilasciato e in caso negativo tornare periodicamente, ma anche che il personale della procura debba assolvere a questo adempimento di "sportello".

La seconda differenza emergente dall'aggiornamento concerne la notizia che verrà posto un quesito al ministero della Giustizia circa la necessità per gli uffici di procura di conservare gli originali degli accordi presentati per il rilascio del nulla osta o dell'autorizzazione. Può facilmente immaginarsi che la ragione per cui il quesito verrà sollevato è da rintracciarsi nella difficoltà di conservare in archivio un gran numero di accordi: anche questa difficoltà pare suscettibile di essere ampiamente ridimensionata ove tutti gli atti di questo procedimento avvenissero in via telematica.

Contributo unificato, imposta di bollo e diritti di cancelleria - L'aggiornamento delle Linee guida in esame, da ultimo, danno atto:

• da un lato, della circostanza che il ministero della Giustizia con circolare del 13 marzo 2015 "ha escluso l'esigibilità del contributo unificato di iscrizione a ruolo per le procedure di cui all'articolo 6 della legge n. 162/2014";

• dall'altro lato, che "Con circolare 13 aprile 2015 il Dirigente della procura della Repubblica di Milano ha escluso l'esigibilità dell'imposta di bollo, ritenendo legittimo, invece, richiedere il solo diritto di certificazione (€ 3.68) relativo al provvedimento del pm".

 
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