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Giustizia: la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati non condurrà ad abusi PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2015

 

Smorza le preoccupazioni il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce: la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati non condurrà ad abusi. A riprova c'è la prima pronuncia della Cassazione sulla materia che ha chiuso la porta a possibili utilizzi strumentali della riforma.

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Giustizia: responsabilità civile dei magistrati, così la Suprema corte ha smentito l'Anm PDF Stampa
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di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 30 aprile 2015

 

La prima sentenza sulla riforma della legge "Vassalli" chiarisce che non si può brandire l'azione contro il giudice come un'arma impropria. Finalmente si è registrata la prima pronuncia della Corte di Cassazione relativa, anche se indirettamente, al nuovo regime introdotto dalla modificata legge sul "risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati".

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Giustizia: intervista a Mario Rossetti "nelle nostre carceri una vergogna che non vediamo" PDF Stampa
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di Enrico Novi

 

Il Garantista, 30 aprile 2015

 

Parla Mario Rossetti, assolto dopo oltre 100 giorni di galera. L'ex manager Fastweb: il sistema penitenziario è criminogeno e se risulti innocente poi non lo scrive nessuno.

"Ho dovuto scrivere un libro, per spiegare che mi hanno assolto. Un libro, capisce? Che ha avuto successo, e questo mi assicura un privilegio. Perché voi giornalisti fate il titolo in prima pagina solo quando una persona viene arrestata. Se l'assolvono mettete un trafiletto in cronaca".

Mario Rossetti tiene molto alla sua "testimonianza civile". Vuole che la sua storia sia utile. Ex direttore finanziario di Fastweb, indagato nell'ambito dell'inchiesta Fastweb-Telecom Sparkle, è passato per un inferno durato quasi un anno tra carcere e domiciliari, prima di essere assolto, a ottobre 2013. Racconta tutto in "Io non avevo l'avvocato. Una storia italiana".

Un memoriale in libreria da febbraio, scritto per Mondadori con il giornalista Sergio Luciano: vi ripercorre l'incredibile odissea di cui è stato vittima al pari di Silvio Scaglia. Come quest'ultimo, Rossetti è stato assolto da tutte le accuse. Ma ai pm la sentenza non è piaciuta. L'hanno impugnata e c'è un processo d'appello in vista, data da stabilire. "Resta l'esperienza del carcere, che non ti togli più di dosso". Impossibile, dice Rossetti: la condizione dei detenuti è "la vergogna di questo Paese". Se c'è del buono nella storia dei due grandi manager della telefonia, è dunque proprio nel lampo di verità che adesso possono restituire sulla vita dietro le sbarre.

 

Siamo sempre a caccia di capri espiatori, in Italia, dottor Rossetti? Anche lei a un certo punto è stato intrappolato nella macchina del populismo penale?

"Sa, a me interessa mettere a disposizione la mia testimonianza, voglio aiutare a riflettere su un caso concreto di giustizia. Far capire che un'accusa infondata e la detenzione possono capitare a tutti. Questo mi interessa. D'altronde il mio è il caso di chi alla fine riesce a ottenere giustizia proprio in Tribunale. Però...".

 

Cosa?

"Faccio molte presentazioni del libro, in questi giorni, ce n'è stata una al Senato. C'erano Luciano Violante e Francesco Nitto Palma. Entrambi hanno sollevato il tema a cui si riferisce lei, quello del populismo penale. È fuor di dubbio che ci sia una gran voglia in giro di vedere il potente di turno in difficoltà, è il sentimento avvertito dalla pancia del Paese".

Lei, come Scaglia, aveva i requisiti per incarnare l'idea.

"Però io e Scaglia non eravamo politici e io non avevo particolare notorietà. Certo l'inchiesta Fastweb-Telecom Italia Sparkle non sarebbe finita in prima pagina senza di noi, senza il coinvolgimento dei dirigenti di aziende telefoniche quotate, che proprio grazie a noi vennero coinvolte, tanto da rischiare il commissariamento".

 

Lei ha retto bene il colpo.

"Sì ma quello che hai vissuto, soprattutto l'esperienza del carcere, non te la togli più di dosso. Ci devi convivere, è un dato di fatto".

 

A volte ha l'impressione di essere guardato come "quello là che hanno arrestato"?

"Di sicuro molte persone non sanno che sono stato assolto. Sono ferme ai titoli di giornale del 2010, quelli che annunciavano il mio arresto. Quando ti mettono le manette vai in prima pagina, quando ti riconoscono innocente finisci in un trafiletto in cronaca".

 

Noi giornalisti abbiamo un ruolo importante, insomma.

"Eh sì, siete il volano del sistema, per così dire. D'altronde il male fa sempre notizia, il bene mai".

 

La sua innocenza è passata almeno nei circuiti professionali o quella distorsione la ostacola anche sul lavoro?

"In ambito professionale puoi raccontare le cose anche personalmente. Certo, ci sono i paradossi. Come nel 2011, in occasione dell'offerta al pubblico delle azioni di una società quotata di cui ero amministratore delegato: in quanto tale ero garante del prospetto presentato agli investitori, ma ero anche fattore di rischio perché il processo non si era ancora concluso e avrebbero potuto rimettermi in galera.

 

Se incontrasse uno dei magistrati che l'hanno accusata cosa gli direbbe?

"Non avrei molto da dire. L'inchiesta è iniziata nel 2007, 7 anni dopo i pm hanno fatto appello contro l'assoluzione, la distanza tra me e loro è irriducibile".

 

Casi come il suo e quello di Scaglia sono simboli di malagiustizia?

"Non credo. Sono una persona normale, non credo di poter diventare un simbolo. Di simboli ce ne sono già troppi".

 

Ha provato personalmente la durezza del carcere.

"È la vergogna di questo Paese. Una situazione indecente in cui si oltrepassano i principi di umanità. Non per colpa degli agenti ma della situazione di fatto. Io ho vissuto il picco del sovraffollamento, eravamo al 160 per cento della capienza, a livello nazionale. Va ripensato tutto il sistema".

 

Come?

"Si cominci con la legalizzazione delle droghe leggere, invocata dalla direzione nazionale antimafia. Se ne avrebbe un grandissimo effetto di alleggerimento del sistema penitenziario, che così potrebbe essere restituito alla sua funzione rieducativa".

 

Cosa l'ha indignata di più, della sua condizione di detenuto?

"L'invivibilità: 9 persone con un solo bagno dove si cucinava, un solo lavandino per lavarti e cucinare. Tutto come se fosse la cosa più normale del mondo".

 

Una vergogna che i radicali denunciano da sempre, inascoltati.

"I radicali sono le persone più serie rispetto al tema delle carceri, ci entrano, lo vivono davvero. E vanno aiutati in questa battaglia. Perché le carceri che non funzionano ripropongono il problema all'infinito: se stai 3 o 6 mesi in cella senza che ti aiutino a imparare un mestiere, torni fuori e ricominci a fare le cose di prima. Se non hai l'occasione di vedere un'alternativa finisce così. Tra chi riesce a lavorare in carcere la percentuale di recidiva è molto più bassa".

 

La maggioranza degli italiani tende a ritenere che chi finisce dentro sia un predestinato, secondo lei?

"No, è che quello che succede dall'altra parte del muro non ci riguarda, finché non ci finiamo dentro. Eppure la questione chiave, dal punto di vista della sicurezza sociale, è quella delle 100mila persone l'anno che entrano ed escono di continuo dal carcere. Se riesci ad attuare vere politiche di rieducazione spezzi la catena delle recidive ed estingui le vere fonti di allarme sociale. C'è la questione del lavoro, e quella più generale del trattamento riservato ai detenuti. Il sistema penitenziario costa 3 miliardi l'anno, ma sa qual è la spesa per il vitto quotidiano di un detenuto? Tre euro e settanta. Colazione, pranzo e cena".

 

 

Perché quel muro non viene giù, dottor Rossetti?

"Ci ha provato un presidente della Repubblica, Napolitano, con il suo unico messaggio alle Camere. Ha chiesto l'amnistia e l'indulto. Non è successo niente. C'è sempre un'altra priorità a portata di mano utile a nascondere quella vergogna".

 
Giustizia: Cassazione; la "qualifica" di mafioso anche senza prova dell'affiliazione rituale PDF Stampa
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di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2015

 

Corte di Cassazione - Seconda sezione penale, sentenza 17681/15.

In attesa delle Sezioni Unite sugli affiliati "all'estero" delle associazioni mafiose (si veda Il Sole 24 Ore del 17 aprile scorso, ordinanza di rimessione n.15807), la stessa Seconda penale torna sul tema dell'appartenenza al sodalizio, presupposti e condizioni. L'occasione è il ricorso di un sospetto boss calabrese contro l'ordinanza - reiterata - di custodia cautelare dopo un primo annullamento con rinvio della Suprema Corte. Per la Cassazione (17861/15, depositata ieri) si può tranquillamente prescindere dalla prova dell'ingresso "formale" nel clan, bastando valorizzare gli elementi di prova "sostanziali che indicano l'utilizzo del metodo mafioso".

Secondo la difesa del presunto boss, la procura reggina per chiedere - e ottenere - la misura cautelare aveva sottolineato la sola "evidente tensione a controllare l'area mercatale" oggetto dell'inchiesta "unitamente al riconoscimento della caratura criminale" del soggetto indagato "che origina dalle conversazioni intercettate". In sostanza, a giudizio degli inquirenti, i due presupposti dimostravano l'esistenza "di una attività di controllo del territorio che le mafie storiche hanno tradizionalmente utilizzato per gestire i loro interessi economici". Per la difesa, invece, in questo quadro mancherebbe del tutto la prova del legame tra l'indagato e gli altri appartenenti al sodalizio, oltre alla "consapevolezza di contribuire attivamente alla vita dell'associazione". In sostanza il Gip reggino avrebbe dedotto la qualifica di affiliato da semplici dati sociologici, ignorando i rituali di affiliazione.

Ma proprio dal "rituale" parte la motivazione della Seconda, poiché "se presente, esso può sicuramente considerarsi indicativo della partecipazione; di contro non può tuttavia ritenersi esistente alcun automatismo tra l'affiliazione e la prova della partecipazione al sodalizio".

Spazio allora a un ventaglio di considerazioni e valutazioni delle corti di merito, dalla commissione dei delitti/scopo ai facta concludentia, dall'investitura di "uomo d'onore" fino ai comportamenti tenuti nelle pregresse fasi di osservazione e prova, indizi da valutare congiuntamente nello specifico periodo considerato dall'imputazione. La struttura dell'articolo 416/bis del Codice penale, scrive il relatore, "consente di prescindere dal ricorso ad indici probatori che indicano l'ingresso "formale" nel sodalizio e consente invece di valorizzare elementi di prova "sostanziali" che indichino l'utilizzo del metodo mafioso finalizzata alla consumazione di reati fine o al controllo di attività economiche".

E neppure è necessario che l'affiliato commetta specifici reati-fine, aggiunge poi la Seconda, "perché il contributo del partecipe può essere costituito anche dal semplice inserimento all'interno della compagine criminale, secondo modalità tali da poterne desumere la completa "messa a disposizione" dell'organizzazione mafiosa".

 
Giustizia: "no al risarcimento per spamming senza la prova del danno patrimoniale" PDF Stampa
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di Antonino Porracciolo

 

Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2015

 

È quanto afferma il Tribunale di Perugia (giudice Ilenia Micciché) in una sentenza dello scorso 24 febbraio. La controversia trae origine dalla richiesta di ristoro dei danni avanzata da un uomo nei confronti di un'associazione privata, che per diversi mesi gli aveva trasmesso alcune e-mail non richieste.

L'attore ha esposto che l'invio era contrario al Codice della privacy, mancando il suo consenso preventivo al trattamento dei dati personali. Ha quindi sostenuto che lo spamming gli aveva provocato danni patrimoniali, consistiti nel pagamento del costo telefonico della connessione a internet, nell'intasamento delle relative funzioni e nella perdita del tempo necessario alla lettura e all'eliminazione dei messaggi indesiderati. Inoltre, il fatto gli aveva causato anche danni non patrimoniali, dovuti "all'intrusione non autorizzata nella propria sfera di riservatezza".

Così ha chiesto la condanna dell'associazione al pagamento di 3mila euro. Nel respingere la domanda, il giudice di Perugia osserva, innanzitutto, che il danno da spamming è quello che deriva da comunicazioni elettroniche a carattere commerciale non sollecitate. Tuttavia, il danno in questione si può risarcire - si legge nella sentenza - solo se "ne sia offerta in giudizio rigorosa prova, in coerenza con il generalissimo principio posto dall'articolo 2697 del Codice civile".

Il Tribunale ricorda quindi che il risarcimento del danno patrimoniale è ammesso solo se ricorre "un pregiudizio economicamente valutabile e apprezzabile", non "meramente potenziale o possibile" ma "connesso all'illecito in termini di certezza o, almeno, con un grado di elevata probabilità". Sicché, in difetto di più specifiche deduzioni, il risarcimento chiesto dall'attore non si può fondare sul "generico richiamo a costi di connessione, a non comprovati fenomeni di intasamento delle funzioni internet" o a dispendio di tempo e denaro.

Inoltre, il danno non patrimoniale - prosegue la sentenza - è risarcibile in caso di "lesione di specifici valori della persona integranti diritti costituzionalmente tutelati e, dunque, inviolabili". Di conseguenza, non si possono indennizzare - aggiunge il Tribunale, richiamando la sentenza n. 26972/2008 della Cassazione - "i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie e in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana".

Nel caso esaminato, l'attore aveva prodotto 15 e-mail provenienti della convenuta, senza però provare un concreto danno. Né - conclude il giudice - "il tempo occorrente per cancellare i messaggi di posta elettronica in questione assurge a pregiudizio serio", trattandosi di "un mero fastidio".

 
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