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Giustizia: stop a processi paralleli, niente accavallamenti negli stati europei PDF Stampa
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di Antonio Ciccia Messina

 

Italia Oggi, 19 novembre 2015

 

Stop ai processi paralleli nella Ue. Gli stati devono parlarsi ed evitare che su uno stesso fatto ci siano due procedimenti (divieto del ne bis idem). E poi standard Ue per i processi in assenza dell'imputato. Mattone dopo mattone si costruisce la procedura penale europea: attraverso l'uniformità che si raggiunge con il recepimento della normativa Ue da parte dei singoli stati. Come nel caso degli schemi di decreti legislativi, approvati in via preliminare dal consiglio dei ministri del 13 novembre 2015, che recepiscono altrettante decisioni quadro.

Processi paralleli. Evitare il doppio processo in due stati europei per uno stesso fatto, e cioè il ne bis in idem. È l'obiettivo dello schema di decreto legislativo, che si propone di conformare il diritto italiano alla decisione quadro 2009/948/Gai, sulla prevenzione e la risoluzione dei conflitti relativi all'esercizio della giurisdizione nei procedimenti penali. Il meccanismo di risoluzione stabilisce che gli stati europei, ugualmente competenti ad avviare un'azione penale in relazione a un illecito sulla base dei medesimi fatti, dopo essersi consultati, si accordino, anche con l'ausilio di Eurojust, per individuare lo stato su cui concentrare la giurisdizione.

È lasciata dunque alle autorità interessate la massima flessibilità per addivenire a una soluzione efficace, compatibilmente con i principi del proprio ordinamento. Nel dettaglio le autorità italiane, se hanno notizia di un procedimento parallelo in altro stato dell'Unione, devono prendere contatto con l'autorità dell'altro stato per verificare se è proprio cosi. In caso affermativo si devono intavolare consultazioni per eventualmente concentrare la giurisdizione presso un solo stato. La richiesta deve indicare il fatto e le circostanze del procedimento penale, l'identità dell'indagato e la fase del procedimento.

Allo stato modo le autorità italiane potrebbero essere contattate da quelle omologhe di altri stati europei e lo schema di decreto in esame impone l'obbligo di rispondere. La procedura di consultazione deve interessare anche il ministero della giustizia, che potrà vietare la concentrazione del processo e, quindi, disporre che il processo italiano prosegua se sono in gioco la sicurezza interna o altri interessi essenziali dello stato. Durante le consultazioni il procedimento non è sospeso, ma non si può emettere sentenza. Se si decide la concentrazione dei procedimenti in Italia, sono fatti salvi gli atti probatori compiuti all'estero; mentre se il processo si sposta nell'altro stato europeo, il processo italiano diventa improcedibile.

Mandato d'arresto Ue. Uniformità di garanzie per l'imputato quando l'autorità giudiziaria deve decidere in esecuzione di un mandato d'arresto europeo della consegna di un soggetto ad altro stato dell'unione. È quanto prevede lo schema di decreto legislativo, che attua la decisione quadro 2009/299/Gai, sul reciproco riconoscimento alle decisioni pronunciate in assenza dell'interessato al processo.

Lo schema di decreto prevede la diversa casistica della consegna di un cittadino ad altro stato europeo in caso di processo, in cui l'imputato è rimasto assente. Passiamola in rassegna. L'imputato può essere consegnato se ha ricevuto la comunicazione formale della data del processo e della possibilità di processo in contumacia, se ha nominato un difensore e se ha ricevuto la notifica della sentenza emessa in sua assenza e se ha avuto il diritto di ottenere una riapertura del giudizio oppure se ha la possibilità di ricevere la notifica della sentenza subito dopo la consegna e se gli sarà possibile chiedere la riapertura del procedimento partecipato. Se mancano queste condizioni la consegna dell'imputato si blocca.

 
Giustizia: se i magistrati fossero intercettati come i politici... cosa verrebbe fuori? PDF Stampa
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di Mauro Mellini

 

Italia Oggi, 19 novembre 2015

 

Dalle registrazioni sinora pubblicate salta fuori il mondo sordido della politica, fatto da maneggioni, portaborse, questuanti, compratori e comprati. Se una pesca a strascico di questo tipo fosse fatta anche sui magistrati salterebbe fuori che anche loro hanno mogli, mariti, figli, amici, compari, amanti, ex compagni di scuola.

Non dico che attorno al potere giudiziario ci sia il marciume che c'è attorno al mondo politico. Ma non c'è neppure un ambiente asettico da camera operatoria. Come, del resto, di tanto in tanto, si può toccare con mano. Le intercettazioni quindi vanno manovrate con cura. La privacy non è un valore solo da declamare.

Lo sputtanamento gratuito, senza rilevanza penale, prima o poi, può capitare a tutti. E non è un bel vedere. Tra le molte stranezze e le molte ovvietà del "caso De Luca" ce n'è una che non sembra interessare troppo i detentori dello jus sputtanandi che stavolta sembra (dico sembra, perché...) aver colpito un bersaglio inconsueto. Anzi ce ne sono due. Gli ingredienti del caso sono tipici, noti e, come tali, variamente sottolineati.

A cominciare dalla sciagurata Legge Severino, che, in nome della limpidità delle coscienze dei pubblici amministratori da imporre con nome di legge, ha sconciamente maltrattato il principio fondamentale di elettorato passivo universale, affiancandogli un assurda "candidabilità" da quella diversa ed a quella opposta. Per poi passare ad una serie di altre incongruenze, fi no all'indecente intervento della Commissione Antimafia, con la sua presidente "più bella che intelligente" che, alla vigilia delle votazioni ha raffazzonato una listarella di "impresentabili" (c'era una volta il proverbio: "Il bue che dice cornuto all'asino").

E poi i maneggi del cosiddetto staff del governatore, i parassiti che nelle le situazioni ingarbugliate ci sguazzano. E poi i tempi, dalle cadenze, degne di una qualche sospettosa critica, tra tribunale e corte costituzionale. E infine veniamo alla prima stranezza autentica. Riguarda la corte costituzionale ed il fatto che essa non abbia voluto riunire i vari ricorsi pendenti contro la Legge Severino, che, pur riguardando commi diversi della norma, comportavano questioni identiche. Trattarle separatamente era una premessa, neppure troppo implicita, di una volontà, cioè di un pre-giudizio, tendente a sfuggire all'esigenza di non fare "due pesi e due misure".

Ma non è tanto di questo che voglio scrivere. Ma dell'intercettazione. Da chi fu ordinata l'intercettazione? E per quale motivo quella telefonata sarebbe stata intercettata? O bella! Direte voi: perché tutti intercettano tutti. Il che è verissimo, tanto vero che è l'unica cosa che non si può dire. Forse da qualche parte ci sarà bene un'autorizzazione, magari rilasciata in bianco come avviene per una parte molto considerevole di tali provvedimenti. Forse sarà pure venuta fuori la giustificazione di quell'ascolto indiscreto, che a me, che non sono un giornalista autorizzato all'esercizio del diritto costituzionale di ogni cittadino, sarà sfuggita. Ed allora: possibile che magistrati, che con questo sistema di intercettazione generale delle nostre più private conversazioni, come si suol dire ci sguazzano e ne fanno la base del loro terribile jus sputtanandi, pensino di poter parlare per telefono senza sapere che è come se parlassero con un altoparlante in un pubblico comizio?

Prima considerazione: Il grande orecchio (ricordate un'opera teatrale di Vitaliano Brancati?) non è poi così generalizzato: se è vero che tutti intercettano tutti, ci sono alcuni cittadini (che sono poi quelli della categoria che più si avvale a proposito ma anche a sproposito di queste intromissioni auricolari) che si sente al di sopra di ogni sospetto, semplicemente perché sarebbe auspicabile che così fosse. E parla e straparla del diritto alla propria privacy, che però talvolta non esiste neppure per loro. Ciò detto viene voglia di trarne una prima conclusione, che potrebbe apparire una maligna spiritosaggine e non lo è: immaginate che tutti i magistrati siano intercettati e che tutte quelle intercettazioni registrate siano propalate.

Se, oramai, stampa, televisione, libri, giornali, spettacoli di varietà ci hanno dato uno stereotipo dell'ambiente politico e, soprattutto dei tanti, tantissimi parassiti della politica, dei maneggioni, dei portaborse, dei questuanti, dei compratori e dei comprati della politica, cosa credete che ne verrebbe fuori, dopo un pò, dell'ambiente degli insospettabili? Degli intoccabili (quelli del pool di Mani Pulite così si definivano ed uno di loro teneva nel suo ufficio appeso al muso il manifesto dell'omonimo film americano) dell'ambiente dei magistrati? Mariti, mogli, figli di magistrati e amici, compari, amanti, ex compagni di scuola, credete davvero che si tengano lontani dalle delicatissime cose che occupano i cervelli dei loro togati congiunti, amici, compari etc. etc. Non dico che attorno al potere giudiziario ci sia un marciume pari a quello in cui si muove la politica e la pubblica amministrazione.

Ma non c'è neppure l'ambiente asettico e sterile di una camera operatoria. La disinvoltura che ogni tanto fuori di certi comportamenti (e di certe non intime conversazioni) attesta tutto ciò. Non dirò che "anche i magistrati sono uomini". Questa può essere, al massimo, la premessa. Il fatto è che molti, troppi, si fanno in dovere di dimenticarlo e si è creata, un pò per distrazione, un pò per paura, un pò per indifferenza, un'atmosfera di falsa fiducia, di adorazione, una collocazione ingiustificata al di sopra di ogni sospetto, che ci dà un rispetto falso della categoria, favorisce la sua trasformazione in "partito istituzionale" ed, in conclusione produce più Saguto che poco appariscenti ma solidi e bravi amministratori della giustizia.

 
Giustizia: "premi in denaro ai dipendenti-spia anticorruzione", la proposta è del M5S PDF Stampa
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di Liana Milella

 

La Repubblica, 19 novembre 2015

 

Il Pd "scippa" a M5S la legge sulla "gola profonda" che, in un ente pubblico o in un'azienda privata, denuncia la corruzione. Al punto che M5S è intenzionato a ritirare la legge. Per parare il colpo il Pd ne presenta una tutta sua firmata Ferranti.

Non solo. Il Pd elimina pure dalla proposta dei grillini un paio di norme che avrebbero potuto consentire, a quello che gli americani da anni hanno battezzato "whistlerblower", un decisivo salto di qualità contro il malaffare. Un premio in denaro, tra il 5 e il 15% dell'importo recuperato, e la possibilità di presentare anche denunce anonime, a patto di garantirne la totale fondatezza. Niente da fare invece.

Tra Pd e M5S, in commissione Giustizia alla Camera, volano gli insulti. Giusto alla vigilia di un'importante intesa sui giudici della Consulta, va in scena uno strappo che potrebbe avere anche un peso negativo. Di certo, da ieri, tra i deputati M5S che si occupano di giustizia - Alfonso Bonafede, Francesca Businarolo (che ha firmato la proposta sulla "gola profonda"), Giulia Sarti, Andrea Colletti, Vittorio Ferraresi - e quelli del Pd - la presidente della commissione Donatella Ferranti e il capogruppo Walter Verini, autore del blitz sul nuovo testo - la guerra è aperta. Come andrà a finire? Per ora si sa solo che lunedì prossimo il testo approda in aula solo per la discussione generale.

Il voto è destinato a slittare nel tempo. Ma cos'ha portato allo scontro Pd e M5S che ieri, in una nota ufficiale, parlava di "legge distrutta", di "emendamenti vergogna", di una maggioranza che "ha votato contro la legalità e per la corruzione"? Ovviamente rimbrottati da Verini che li accusa di "malafede e scorrettezza" e da Ferranti che vede solo una "legge migliorata".

Un fatto è agli atti, quella di M5S non piaceva per niente a Confindustria, come dimostra l'articolato parere del 29 ottobre. I fatti. Il 15 ottobre M5S presenta la legge che istituzionalizza la figura della gola profonda, ne tutela la riservatezza, ne garantisce anche l'anonimato, ne protegge l'identità fino al processo, la premia in denaro, soprattutto la garantisce da discriminazioni ritorsive sullo stesso luogo di lavoro. Un testo, diceva ieri M5S, che "ottiene il plauso dell'ambasciatore Usa a Roma".

Si fanno le audizioni, tra cui quella del presidente dell'Authority anticorruzione Raffaele Cantone, che si batte da sempre a favore del whistlerblowing. Poi si arriva a 48 ore fa, agli emendamenti. E qui per M5S la sorpresa è grande perché Verini, con il responsabile Giustizia del Pd David Ermini, ne presenta di "soppressivi" per azzerare l'intera legge. Più due che la riscrivono. Ieri si vota.

La commissione trema per le urla del grillino Bonafede che accusa il Pd "di aver violato i diritti delle opposizioni cancellando e stravolgendo una legge in quota nostra". Peraltro M5S fa un passo verso il Pd e presenta un testo più soft, ma tiene fermo il premio che dal 15-30% scende al 5-15%, mentre Verini ne ipotizza uno sulla "valutazione di professionalità". Si vota. Pd contro M5S. Ncd astenuto. Dice il vice ministro della Giustizia Enrico Costa: "Votiamo solo una proposta equilibrata".

 
Il "no" ai domiciliari con il braccialetto deve essere motivato PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2015

 

Il giudice deve chiarire le ragioni per le quali il carcere non può essere sostituito dalla misura dei domiciliari "aggravati" dal braccialetto elettronico. La Corte di cassazione, con la sentenza 45699 depositata ieri, ricorda che dopo la riforma delle misure cautelari, messa in atto con la legge 47/2015, il Tribunale della libertà non può più limitarsi a spiegare perché considera inadeguati gli arresti domiciliari "semplici" senza esprimersi sulla idoneità o meno della misura cautelare con le procedure di controllo elettronico previste dal Codice di rito (articolo 275 bis comma 1).

La Suprema corte annulla dunque l'ordinanza impugnata dall'imputato, in carcere per reati connessi alla cessione di stupefacenti, per la sola parte che riguarda il "vuoto" sul tema del braccialetto. Per il resto, infatti, precisano i giudici della terza sezione, il Tribunale della libertà aveva spiegato in maniera esauriente, anche alla luce della riforma, il no ai domiciliari semplici.

Un responso negativo sul quale non aveva pesato solo la gravità del reato, ormai esclusa dalla legge 47/2015 come unico elemento indicativo di un rischio concreto e attuale di recidiva.

La decisione sfavorevole era stata adottata in considerazione dei precedenti specifici e dei procedimenti pendenti per reati di minaccia e ricettazione, crimini che, benché non analoghi, sono considerati indicativi della personalità del ricorrente. Spia di un pericolo di reiterazione da parte dell'imputato anche il ricorso alla violenza, in alcuni episodi di cessione. Il tutto, correttamente, secondo il Tribunale della libertà giustificava il "contenimento della persona con la massima misura custodiale".

L'errore commesso però dai giudici e sottolineato dalla Cassazione è stato quello di non aver motivato sulla misura domiciliare aggravata: un passo imposto dall'articolo 275 del Codice di procedura penale inserito dalla riforma delle misure cautelari. Con la sentenza 35571 del 25 agosto scorso la Suprema corte si era espressa, con un'inversione di rotta, sul via libera alla scarcerazione anche senza braccialetto nel caso questo non sia disponibile, nell'ipotesi, diversa da quella esaminata ieri, in cui il giudice consideri comunque adeguata la misura dei domiciliari. Una conclusione basata sulla consapevolezza che il mezzo elettronico non è una misura coercitiva ulteriore e non serve a evitare la "fuga" ma solo a "testare" la capacità dell'imputato di autolimitarsi, assumendo l'impegno di installare il braccialetto.

 
Truffa aggravata per i dipendenti assenteisti PDF Stampa
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di Andrea Alberto Moramarco

 

Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 18 novembre 2015 n. 45698.

L'utilizzo indebito del badge da parte del dipendente pubblico, consistente nel timbrare il cartellino del collega di volta in volta assente, integra gli artifici e i raggiri del reato di truffa, tali da trarre in inganno l'Amministrazione di appartenenza e provocare all'ente stesso dei danni economicamente apprezzabili, nonché di immagine, per via della mancata presenza sul posto dei lavoratori. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 45698 depositata ieri, dichiarando inammissibili i ricorsi presentati da alcuni dipendenti pubblici contro la misura cautelare loro imposta dai giudici di merito.

I fatti - Gli episodi di "assenteismo" in questione sono molto simili a quelli recentemente venuti alla ribalta della cronaca che hanno coinvolto alcuni dipendenti del Comune di Sanremo. In questo caso i protagonisti sono agenti del comando di Polizia municipale e lavoratori socialmente utili dipendenti di un comune del casertano.

La vicenda era sorta in seguito ad una indagine effettuata dai Carabinieri del luogo dalla quale era emerso che alcuni dipendenti della Polizia locale e Lsu che prestavano servizio presso il comune, pur avendo registrato l'ingresso tramite il badge in loro possesso, non risultavano fisicamente presenti sul posto di lavoro. Di seguito, venivano installate delle videocamere nascoste in prossimità delle macchinette marcatempo poste all'ingresso degli uffici comunali dalle cui riprese era emerso "un sistema di scambi reciproci dei badge personali", con gruppi di dipendenti che "vicendevolmente si scambiavano il badge per la rilevazione delle presenze per conto dei colleghi assenti" e con altri che "sistematicamente entravano ed uscivano dalla sede di lavoro timbrando non solo il badge personale ma contestualmente utilizzavano altri 3 o 4 badge dei colleghi".

Durante la fase delle indagini preliminari il Gip prima e il Tribunale del riesame poi imponevano agli indagati la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati di truffa aggravata ai danni dello Stato, previsto dall'articolo 640 c.p., e quello di false attestazioni o certificazioni, di cui all'articolo 55-quinquies del t.u. sul pubblico impiego.

Il ricorso - I dipendenti comunali impugnavano l'ordinanza del Tribunale del riesame contestando l'assunto dei giudici di merito per cui l'indebito utilizzo del badge dimostrerebbe l'assenza dal posto di lavoro e, dunque, sarebbe tale da integrare gli estremi dei due reati contestati. Per i ricorrenti, infatti, le timbrature irregolari farebbero solo presumere l'effettiva assenza del lavoratore per l'intera giornata lavorativa.

Il giudizio sulle misure cautelari - La Cassazione ritiene il ricorso dei dipendenti comunali manifestamente infondato in primis in quanto i ricorrenti chiedono alla Corte di operare una diversa lettura del materiale indiziario in senso più favorevole alla difesa. Ma ciò non è possibile. La Corte ricorda infatti che le misure cautelari personali devono essere applicate utilizzando un livello di prudenza massimo, sulla scorta di un "incisivo giudizio prognostico di elevata probabilità di colpevolezza" e sulla base degli indizi raccolti. E tali regole sono state rispettate dai giudici di merito che, nella specie, hanno effettuato una valutazione adeguata e congrua degli elementi indizianti raccolti, insindacabile nel merito in sede di legittimità.

La truffa aggravata - Ciò posto, passando alla valutazione del "fumus" dei reati contestati, per i giudici di legittimità la dinamica e la reiterazione degli episodi accertati sono tali da far assumere al quadro indiziario quella gravità sufficiente a giustificare l'adozione di una misura cautelare. Difatti, sussiste nella specie il reato di truffa aggravata poiché i dipendenti comunali con le loro condotte hanno tratto in inganno l'Amministrazione di appartenenza provocando, per via della reiterazione delle medesime condotte, dei danni economicamente apprezzabili. Per la Corte, infatti, la timbratura del cartellino elettronico assume una funzione certificativa del rispetto degli orari di lavoro e dell'espletamento in concreto della propria attività e, di conseguenza, "qualsiasi condotta manipolativa delle risultanze di attestazione è di per sé idonea a trarre in inganno l'amministrazione" circa la presenza del dipendente sul luogo di lavoro. Quanto al danno poi, l'ingiustificato protrarsi delle condotte ha prodotto quel pregiudizio "patrimoniale e d'immagine conseguente alla mancata presenza del dipendente nel presidio lavorativo, rimato così sguarnito della corrispondente unità di lavoro".

Il reato di false attestazioni - Infine, discorso analogo vale per il reato di false attestazioni e certificazioni previsto dal testo unico sul pubblico impiego, che concorre con il delitto di truffa. Tale reato si consuma - spiegano i giudici - con la mera falsa attestazione della presenza del dipendente, la cui prova è data dall'"irregolare utilizzo dei sistemi di rilevazione delle presenze".

 
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