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Giustizia: "Luigi Chiatti non può tornare in Umbria, sarebbe un affronto insostenibile" PDF Stampa
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di Annalisa Angelici

 

La Nazione, 7 settembre 2015

 

L'Assessore alla Sanità Luca Barberini: "Impossibile dimenticare". "Luigi Chiatti non tornerà in Umbria. Nella nostra regione non ci sono al momento strutture adatte ad ospitarlo e, anche se ce ne fossero, non potrebbe tornare qui. Sarebbe un affronto, uno schiaffo troppo grande per le famiglie di Simone e Lorenzo e per tutta la comunità".

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Il Ministero risponde del decesso in carcere per overdose PDF Stampa
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di Maria Anna Cappelleri

 

filodiritto.com, 7 settembre 2015

 

Corte di Cassazione - Terza Sezione Civile, Sentenza 27 marzo 2015, n. 12705.

Sussiste il nesso di causalità tra l'evento morte di un detenuto per overdose e la condotta omissiva colposa dell'amministrazione penitenziaria, per non aver adottato le misure idonee a controllare l'ingresso degli stupefacenti nella struttura e non aver effettuato adeguati controlli sanitari al soggetto.

Ha così statuito la Corte di Cassazione, pronunciandosi sul ricorso presentato dal Ministero di Giustizia, per la condanna a suo carico al risarcimento in favore dei congiunti di un detenuto, trovato in stato di coma all'interno della cella e deceduto in ospedale due giorni dopo.

Secondo il Ministero della Giustizia, non essendo stato provato in che modo il detenuto sia venuto in possesso delle sostanze stupefacenti, sarebbe insussistente il nesso di causalità tra la condotta omissiva e l'evento morte. Inoltre, poiché nell'ordinamento penitenziario non esiste uno specifico obbligo di controllo sull'introduzione di sostanze stupefacenti in carcere, la Corte territoriale avrebbe affermato "una sorta di responsabilità oggettiva": infatti, il generale obbligo di vigilanza posto in capo alla struttura circondariale sarebbe da solo insufficiente a riconoscere il concorso di colpa per condotta negligente. Pertanto, secondo l'amministrazione ricorrente, la Corte d'Appello avrebbe errato nell'escludere la responsabilità esclusiva del detenuto che, non essendo incapace di intendere e di volere, non necessitava di un controllo stringente.

Sulla base di quanto dedotto e in virtù di un proprio precedente giurisprudenziale (Cassazione, 6 febbraio 2007, n. 8051), la Cassazione argomenta che l'assunzione di stupefacenti, pur determinando indubbiamente un'assunzione del rischio, non è da sola sufficiente a determinare l'evento, o meglio, a neutralizzare "la causalità risalente al soggetto che ha causato il rischio". La Cassazione ha pertanto confermato la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva del Ministero di Giustizia e l'evento morte del detenuto e per queste ragioni ha rigettato il ricorso.

 
Per le droghe leggere ricalcolo della pena senza vincoli pregressi PDF Stampa
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di Giuseppe Amato

 

Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2015

 

Il giudice che deve ricalcolare la pena, in base alla Jervolino Vassalli, per un reato connesso alle droghe leggere, non è vincolato alla misura minima adottata dal giudice che ha deciso seguendo la Fini Giovanardi, ma incontra il solo limite del divieto di reformatio in peius.

La Cassazione (sentenza 35980 depositata ieri) continua a fornire indicazioni operative sulla corretta applicazione della disciplina sanzionatoria degli stupefacenti dopo la nota sentenza (32 / 2014) con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della legge Fini-Giovanardi, determinando per le droghe "leggere", il ritorno alla più favorevole previgente normativa contenuta nella legge Vassalli-Iervolino.

Ebbene, non è dubbio che coloro che siano stati condannati per fatti relativi a droghe "leggere" prima dell'intervento del Giudice delle leggi, abbiano diritto a vedersi applicata la disciplina più favorevole. Esattamente, però, precisa qui la Cassazione, il giudice chiamato a determinare la pena, anche dopo l' annullamento con rinvio della Cassazione, non è vincolato nei propri poteri valutativi dall'apprezzamento del giudice che, in precedenza, ha applicato la pena più grave prevista dalla disciplina dichiarata incostituzionale, nel senso che non è tenuto a procedere solo ad una operazione di ricalcolo matematico e proporzionale della pena.

L'unico limite che incontra il giudice, a ben vedere, è quello del divieto di reformatio in peius, nei limiti di cui all'articolo 597, comma 3, del Cpp quanto alla pena complessiva. In altri termini, deve ritenersi che il giudice di appello chiamato ad applicare per gli illeciti relativi a droghe "leggere", a seguito della sentenza della Consulta, la più favorevole normativa, prevista dalla Jervolino Vassalli (Dpr 309/1990) nel testo anteriore alle modifiche introdotte dalla legge Fini-Giovanardi (l49/2006) non trova alcun vincolo derivante dalla pena precedentemente irrogata se non quello del divieto di reformatio in peius.

Il giudice non può dunque irrogare una pena superiore nel quantium finale ma ha, per il resto, una piena cognitio per quanto riguarda la quantificazione. Ne deriva che legittimamente il giudice di appello, nel rideterminare la pena complessiva in modo più favorevole all'imputato, applicando i limiti edittali previsti dalla disciplina anteriore a quella introdotta dalla legge Fini-Giovanardi, potrebbe decidere di non applicarli nel "minimo", come aveva invece fatto il giudice precedente chiamato ad valutare in base alla disciplina poi dichiarata incostituzionale.

Tale principio, a ben vedere, la Corte lo trae dalla motivazione esauriente e puntuale della sentenza delle Sezioni unite (33040/2015) laddove si è chiarito che è compito del giudice, chiamato a "rimodulare" la pena, a seguito della declaratoria di incostituzionalità, quello di procedere ab imis ad una "nuova" commisurazione della pena che assuma come parametro edittale quello stabilito dalla disciplina oggetto della reviviscenza determinata dalla declaratoria di illegittimità costituzionale.

 
Vittima da reato: diritti al convivente in caso di morte PDF Stampa
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di Marina Castellaneta

 

Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2015

 

Un rafforzamento dei diritti delle vittime di reato e un completamento del quadro normativo italiano in linea con il diritto Ue. Con quest'obiettivo, il Consiglio dei ministri, ieri, su proposta del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha dato il via libera preliminare al decreto legislativo per recepire la direttiva 2012/29/Ue del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai.

L'attuazione era stata già prevista nella legge di delegazione europea del 2013. Lo sprint finale servirà a evitare procedure d'infrazione, rispettando il termine ultimo per il recepimento della direttiva del 15 novembre 2015. La direttiva è stata adottata nell'ambito della cosiddetta "tabella di marcia di Budapest", per assicurare l'attuazione dell'articolo 82 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea che fissa una specifica competenza di Bruxelles in materia di protezione delle vittime per garantire un quadro armonizzato nello spazio Ue.

In questa direzione, oltre alla direttiva 2012/29, è stata adottata la 2011/36/UE sulla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime, già attuata in Italia con il Dlgs n. 24/2014. In linea con la direttiva, che fornisce una nozione di familiare autonoma, è previsto che se la vittima muore in conseguenza del reato, i diritti fissati nell'atto Ue siano esercitati dai congiunti, compreso il coniuge, nonché "dalla persona che alla vittima sia stata legata da relazione affettiva e con essa abbia stabilmente convissuto".

Per assicurare immediatamente una protezione e un'effettiva informazione è previsto che la vittima che non conosce la lingua italiana riceva subito notizia sui suoi diritti. La direzione generale giustizia della Commissione europea ha già adottato e messo a disposizione degli Stati una guida che contiene dei modelli standard per le informazioni alle vittime. Con l'attuazione della direttiva, la vittima ha diritto di essere assistita da un interprete e ottenere una traduzione gratuita almeno degli atti necessari per la tutela dei propri diritti.

È poi assicurato il diritto della vittima a ricevere informazioni anche se non si costituisce parte civile. Tutela a largo raggio e senza confini con la possibilità, per la vittima, nei casi in cui subisca un reato in uno Stato diverso da quello della residenza, di denunciarlo nel proprio Paese se non ha potuto farlo nel primo. Riconosciuto il diritto della vittima a non avere alcun contatto con l'autore del reato e ad essere informata nei casi in cui l'autore del reato evada o esca dal carcere per altri motivi. Per evitare casi di vittimizzazione secondaria e ripetuta, sono previste modalità di protezione della vittima-testimone.

 
L'aggressione sporadica del coniuge non equivale a maltrattamenti PDF Stampa
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di Andrea Alberto Moramarco

 

Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2015

 

Tribunale di Padova - Sezione penale - Sentenza 16 febbraio 2015 n. 352.

In tema di reati contro la famiglia e, nello specifico, di reati commessi contro il coniuge, occorre verificare se la condotta posta in essere dall'un coniuge verso l'altro assuma connotati di gravità tale da costituire per il soggetto passivo fonte abituale di sofferenze fisiche e morali (572 del Cp), oppure si concreti nell'inosservanza cosciente e volontaria dell'obbligo di assistenza morale (570 del Cp), o, ancora, abbia carattere estemporaneo e occasionale. Quest'ultimo caso ricorre quando l'aggressione è espressione reattiva di uno stato di tensione, come quello immediatamente successivo alla decisione di un coniuge di chiedere la separazione. In tale ipotesi la condotta va inquadrata nei reati di minaccia, ex articolo 612 del Cp, e in quello di percosse, ex articolo 581 del Cp. Questa ricostruzione è data dalla sentenza 352/2015 del Tribunale di Padova.

I fatti - I protagonisti della vicenda sono due coniugi sposati da 15 anni che, in seguito ad alcuni trasferimenti cui erano stati costretti per motivi di lavoro, avevano vissuto alcuni contrasti sfociati nella decisione della donna di chiedere la separazione, seguita da alcuni fatti di aggressione fisica e verbale dell'uomo nei confronti della moglie e dei figli. Di qui la denuncia della donna e il processo a carico del marito per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Le motivazioni - Il Tribunale ricostruisce la vicenda per mezzo di varie testimonianze e procede ad una riqualificazione giuridica dei fatti contestati all'uomo. Per il giudice, infatti, nel caso di specie, non si è di fronte ad una ipotesi di maltrattamenti in famiglia, prevista dall'articolo 572 del Cp, né tantomeno ad una ipotesi di violazione degli obblighi di assistenza familiare, prevista dall'articolo 570 del Cp, bensì si è dinanzi a episodi di aggressione fisica e verbale posti in essere dal marito nei confronti della moglie che "appaiono del tutto sporadici e conseguenti alla forte conflittualità tra i coniugi in relazione alla decisione della moglie di separarsi". Si tratta, in sostanza, di atti "espressione reattiva di uno stato di tensione, che comunque può sempre verificarsi nella vita di coppia, nel qual caso si dovrà eventualmente fare richiamo a figure criminose estranee ai delitti contro la famiglia e rientranti tra quelli contro la persona", come appunto il reato di minaccia, di cui all'articolo 612 del Cp e quello di percosse, di cui all'articolo 581 del Cp, riconosciuti nel caso di specie.

 
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