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Salerno: morte di Carmine Tedesco; resta un solo accusato, il medico che era di turno PDF Stampa
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Il Tirreno, 19 novembre 2015

 

Imputazione coatta per il medico che era di turno quando morì Tedesco. Prosciolti tutti gli altri. Ci sarà un solo imputato per la morte del detenuto Carmine Tedesco, deceduto nel novembre del 2012 al "Ruggi" dopo due giorni di ricovero. Il giudice delle indagini preliminari Renata Sessa ha disposto l'imputazione coatta per il medico Immacolata Mauro, che era di turno in reparto quando avvenne la morte, e ha invece prosciolto gli altri cinque camici bianchi ancora coinvolti nell'inchiesta dopo che un'altra decina di posizioni era stata stralciata nei mesi scorsi.

Il sostituto procuratore Roberto Penna aveva chiesto l'archiviazione per tutti (difesi tra gli altri da Michele Tedesco e Nello Feleppa), dopo un supplemento di indagine e una consulenza medico legale che escludeva responsabilità mediche in una morte avvenuta per infarto.

La famiglia del 58enne di Montecorvino Rivella si era però opposta, presentando altre consulenze secondo cui il decesso si sarebbe potuto evitare se la patologia fosse stata riscontrata nelle prime ore di ricovero e l'intervento fosse stato tempestivo. Una ricostruzione condivisa solo in parte dal giudice, che ha ordinato al pm di procedere all'imputazione soltanto per il medico di guardia, a cui si rimprovera, "data la gravità del paziente", di non averlo monitorato a dovere e di non essere accorsa subito quando un infermiere le segnalò che era caduto dal letto. L'ipotesi è che un soccorso immediato con un defibrillatore avrebbe potuto salvare il paziente. Scagionati invece i colleghi che avevano visitato Tedesco nelle ore precedenti.

Per il gip "i medici presenti quel pomeriggio intervennero, ma le condizioni del paziente non erano ancora tali da deporre per una sofferenza cardiaca in atto". Prosciolti quindi Maria Teresa De Donato, Antonio Carrano, Alberto Clarizia, Giuseppina Plaitano e Nicola Narducci, quest'ultimo ritenuto "del tutto estraneo ai fatti perché non prestava servizio presso il reparto ove era ricoverato Tedesco".

Il 58enne, sposato e padre di tre figli, era finito in cella nel marzo del 2012 e sarebbe dovuto uscirne il 29 dicembre, un mese e mezzo dopo la data della morte. Soffriva di diabete e l'11 novembre di due anni fa fu trasportato d'urgenza dal carcere all'ospedale per violenti dolori al torace e all'addome. L'autopsia avrebbe poi rivelato una cirrosi epatica, ma la morte avvenne - due giorni dopo il ricovero - per infarto del miocardio.

 
Trani: "Ripartiamo dalla pasta", domani presso il carcere di la consegna degli attestati PDF Stampa
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radiobombo.com, 19 novembre 2015

 

Volge al termine la terza edizione del progetto di riqualificazione sociale "Ripartiamo dalla pasta". Domani alle 10.30, presso il penitenziario maschile della città di Trani, verranno consegnati ai detenuti gli attestati di partecipazione. Dopo due bellissime esperienze vissute insieme alle detenute del carcere femminile di Trani, il carcere maschile è stato protagonista di uno stimolante progetto che ha visto attivi in prima linea i detenuti attraverso un percorso formativo in cui cibo e letteratura si sono uniti con l'obiettivo di dare nuovi stimoli e un rapporto consapevole con l'ambiente, la natura, le tradizioni e il sociale a chi dopo aver scontato la propria pena, cercherà di reinserirsi nella società.

Il progetto, pensato e ideato da Granoro e Factory del Gusto, una scuola di cucina con sede a Molfetta, già sperimentato con successo nel 2013 e nel 2014 presso il penitenziario femminile, si è riproposto l'obiettivo di fornire attraverso un percorso di riqualificazione numerose opportunità di sviluppo favorendo l'acquisizione di competenza, professionalità e qualità nel settore del food e in quello pastario (un alimento consumato quotidianamente in tutta Italia) grazie alla presenza di importanti aziende come Granoro.

"Ripartiamo dalla pasta" è stato proposto a undici detenuti del penitenziario tranese. Il percorso, articolato con sei lezioni teoriche e pratiche tenute dai tecnici dell'azienda Granoro e dai cuochi della Factory del Gusto (svoltosi nel mese di maggio, per sei settimane), ha avuto la finalità di formare i detenuti sul processo di lavorazione industriale della pasta secca di semola di grano duro nell'ottica finale di far comprendere le caratteristiche intrinseche del prodotto per una migliore rielaborazione dello stesso nel momento della sua preparazione. Inoltre ha avuto l'obiettivo di creare formazione specializzata in campo alimentare, migliorare l'autostima e l'immagine di sé, individuale e di gruppo, costruire una conoscenza accademica più approfondita intorno al tema dell'alimentazione.

Per la terza edizione un prezioso alleato si è aggiunto per completare il percorso di formazione, prima di tutto culturale, dei detenuti: grazie al Presidio del Libro di Corato, istituzione che si propone di sperimentare nuove forme di coinvolgimento dei lettori e di promozione dei libri, soprattutto nei momenti e nei luoghi in cui mai ci si aspetterebbe di incontrarli, i detenuti hanno avuto la possibilità di leggere alcuni stralci tratti da saggi di libri dedicati all'alimentazione, selezionati a cura della Responsabile del Presidio del Libro di Corato Prof.ssa Angela Pisicchio che ha contribuito in modo determinante alla riuscita di questa edizione. Durante la cerimonia di consegna degli attestati sarà proposta ai partecipanti una lettura dello scrittore Luca Bianchini, tratta dal suo celebre libro "Io che amo solo Te".

 
Radio Carcere: "i 3 detenuti morti in Sardegna e il silenzio del ministero della giustizia" PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 19 novembre 2015

 

Puntata di Radio Carcere, si Radio Radicale di martedì 17 novembre 2015: "Quei 3 detenuti morti in Sardegna e il silenzio del Ministero della Giustizia". Condotta da Riccardo Arena, che in questa puntata ha ospitato Mauro Pili (deputato, Misto). Link: http://www.radioradicale.it/scheda/458946/radio-carcere-quei-3-detenuti-morti-in-sardegna-e-il-silenzio-del-ministero-della

 
I barbari hanno paura PDF Stampa
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di Adriano Sofri

 

La Repubblica, 19 novembre 2015

 

Tempo fa, un video dell'Is mostrava un suo ragazzo alla partenza con l'autobomba, che d'improvviso si metteva a lacrimare per nostalgia della vita. Parliamo ora della paura che hanno, non di quella che fanno. Non per qualche siringa rinvenuta: un doping sta nel conto anche dei professionisti di stragi. A Parigi, forse, qualcuno di loro ha avuto paura, ha cercato di prendere tempo coi suoi quando già sguazzava nel sangue del Bataclan, si è fatto (o è stato fatto) esplodere fuori dallo stadio.

Senza nemmeno procurarsi una vittima. Tempo fa, un video dell'Is mostrava un suo ragazzo alla partenza con l'autobomba, che d'improvviso si metteva a lacrimare per nostalgia della vita. Poi i suoi caporali lo carezzavano e ammonivano, e andava a esplodere. Ma c'è altro che gli episodi personali. Vediamo.

Tutto è cominciato con la loro onnipotenza. Ne siamo stati sbigottiti e annichiliti. Quella, cui non eravamo pronti, era l'onnipotenza della ferocia. Le decapitazioni al coltello eseguite alla telecamera senza battere ciglio. Occorre tempo, addestramento, esercizio, per fare dei combattenti. Avevamo preferito non accorgerci di quanto tempo, esercizio e addestramento avessero investito per fare dei tagliagole.

Ne era pieno da anni l'oriente più o meno vicino. Come una lunga serie di prove, dall'Iraq all'Afghanistan, dal Pakistan alla Nigeria, e finalmente la prima, recitata sotto le luci di scena, coi costumi, il trucco, il gran pubblico, tutto a posto. Abbiamo avuto una paura terribile. Lo spettacolo del terrore ha una storia antica, ma gli mancava la perfezione della scena planetaria. E questi nuovi attori avevano estirpato da sé, come in una resezione chirurgica, due organi essenziali dell'umanità civile: il rispetto della morte e il pudore, la lentissima conquista della riluttanza e della ripugnanza verso il sacrificio umano consumato immergendo le mani nel sangue e nelle viscere. Uomini così neri, così spietati e sicuri della propria brutalità, così avidi di morte.

Qualcosa del genere devono aver provato i nostri antenati estenuati dalla raffinatezza e dalla decadenza al rumore dell'arrivo dei barbari, e non avevano i video. Hanno avuto paura i peshmerga, agosto 2014, tradendo la loro epopea di veterani e il loro nome di pronti alla morte. Scapparono, a Sinjar, e abbandonarono gli inermi affidati loro. (Resistettero i curdi siriani e turchi, per i quali la condanna a combattere non si era mai interrotta). Un'onta umiliante per quei petti di cicatrici e di medaglie. La lunga inerzia delle potenze, occidente e Russia, oltre che a calcoli loschi di convenienze e sragioni di stato, fu anche il frutto di quella paura animalesca, dunque umanissima. Il Terrore funzionava, cioè terrorizzava.

Contro di loro, nella viltà internazionale, rosicchiava un'altra qualità umana, forse la più irriducibile benché spesso spregevole: l'abitudine. Impresari di una compagnia di giro che rischiava la caduta d'ascolti, i programmisti del Califfo escogitavano tormenti sempre più lambiccati, una pirotecnia barocca dell'efferatezza: bambini carnefici, gabbie di uomini bruciati a fuoco lento, annegati ad acqua lenta, crocifissi, decollati, squartati, la gamma dei supplizi di una superstizione laureata in anatomia. Servivano ad alimentare l'affluente del reclutamento internazionale, al grande pubblico arrivavano sempre meno. Intanto qualcuno trovava la forza e la lucidità per reagire. Non esistono uomini invincibili, barbari o no.

Quando fu troppo - Erbil e Bagdad avevano il fiato sul collo, ezidi e cristiani sterminati, le bambine passate da canaglia a canaglia - gli americani decisero che un argine andasse elevato, che qualcosa bisognasse fare. "Qualcosa", nella contemporanea arte della guerra (!), è il ricorso alla supremazia dall'alto dei cieli - ancora per poco. Beninteso, senza i riluttanti caccia e droni americani il califfato non avrebbe incontrato alcun ostacolo.

Con la protezione, misurata, da quel cielo, donne e uomini di Siria hanno tenuto e ripreso Kobane, la prima sconfitta spettacolosa degli uomini neri. Poi sono venuti i riscatti dei peshmerga, attorno a Kirkuk e ora, il giorno prima di Parigi, con la battaglia di Sinjar. A Sinjar si batteva il nerbo dell'armata nera, a difesa di un simbolo prezioso, e delle vie di comunicazione fra le due "capitali", Raqqa e Mosul. Gli uomini neri erano già scappati a sud di Kirkuk, ora sono scappati a Sinjar. Su quei fronti curdi vi sentirete dire solo la frase orgogliosa: "Adesso sono loro che hanno paura dei peshmerga".

Ieri fonti clandestine e coraggiose parlavano della fuga disordinata e spaventata degli uomini neri sotto i bombardamenti di Raqqa, e addirittura di donne affacciate a capo scoperto a salutarla. Non so se sia vero, e a che punto. Ma si deve pensare che il terrore esportato a Parigi e in ogni altra nostra contrada non sia l'espansione di un'avanzata onnipotente, ma piuttosto il contraccolpo di una difficoltà: piccola, perché minima è finora la forza messa in campo contro il preteso califfato in Iraq e in Siria. È facile l'onnipotenza di chi, tuta nera e coltellaccio, non trova resistenza: è ovvio, ma l'avevamo dimenticato. A quel nostro sbigottimento apparteneva ancora l'idea che il coraggio sia legato al disprezzo della morte. L'idea di tutti gli inni. L'idea che ci trattiene dal chiamarli vigliacchi perché si mostrano avidi di morire. Ma è un'idea assurda e resuscitata dal panico: la civiltà non è altro che la progressiva consapevolezza che il vero coraggio sia un frutto della ragionevole paura e dell'amore per la vita.

La civiltà è tanto più progredita quanto meno è pronta a menare le mani, su un'autostrada o su un campo di battaglia. E se non spinge la dolcezza del vivere fino al suicidio, diventa lei invincibile. È questo il punto cui siamo. (Uso la prima persona plurale. Chi siamo "noi"? Quelli che la sera vanno al bar Bataclan in bicicletta). Li abbiamo lasciati gonfiarsi a dismisura, e non ci sono scorciatoie: siamo in un tempo nuovo, che chiede umani nuovi o rinnovati. Winston Churchill era un personaggio buffo se non ridicolo quando prese in mano le cose. Ma il punto cui siamo è quello in cui gli uomini neri fanno meno paura e hanno più paura.

 
Spese militari fuori dal Fiscal Compact in nome dell'emergenza PDF Stampa
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di Roberto Ciccarelli

 

Il Manifesto, 19 novembre 2015

 

Le spese per finanziare eserciti e polizia contro il terrorismo non saranno conteggiate nel patto di stabilità. Potrebbe essere una moratoria totale sulle spese militari, mentre si tagliano welfare, sanità, tutele. Come si crea il diritto europeo all'emergenza. Il presidente della Commissione Ue Juncker approva un altro tassello del diritto speciale continentale dopo i trattati sull'austerità.

Le spese per finanziare eserciti e polizia contro il terrorismo non saranno conteggiate nel patto di stabilità. Potrebbe essere una moratoria totale sulle spese militari, mentre si tagliano welfare, sanità, tutele. Gli unici strumenti di pace contro il terrorismo. L'Europa sprofonda nell'abisso.

Le spese per finanziare eserciti e polizia contro il terrorismo non saranno conteggiate nel patto di stabilità. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha recepito la richiesta avanzata da François Hollande. Oggi lo stato di emergenza sarà recepito nella costituzione francese. Domani varrà per l'Europa. In un dibattito sul futuro dell'Europa organizzato da tre quotidiani belgi ieri a Bruxelles, Juncker ha definito gli attacchi di Parigi "atti di guerra compiuti in Europa" e ha parlato dell'Isis come del "nemico numero uno per l'Europa e non solo". Si è detto inoltre convinto che "Usa, Russia ed Europa devono lavorare insieme contro l'Isis, mettendo da parte i problemi tra noi per concentrarci su un problema che se non sarà risolto ci porterà sull'orlo dell'abisso".

Lo stato di emergenza dichiarato da Hollande ha prodotto un contraccolpo politico sul rigore della Troika. Le spese militari non devono avere lo stesso trattamento delle altre spese rispetto al Patto di Stabilità, un principio che dovrà "valere anche per gli altri stati" ha assicurato Juncker. Da oggi, se l'Italia o la Grecia decideranno di assumere poliziotti o militari, avranno la benedizione della Troika, o comunque di uno dei suoi componenti. Ciò non varrà per gli altri "pilastri" della dottrina Merkel-Schauble: aumenti delle spese sociali, per le tutele universali degli individui, per il lavoro, o contro la povertà non saranno contemplate.

Che cos'è il patto della sicurezza. Questo è il cuore del "patto della sicurezza" vigente insieme al "patto di stabilità". Il commissario Ue all'economia Moscovici lo ha giustificato in questo modo: "Una cosa è chiara nelle circostanze attuali: in questo momento terribile la sicurezza dei cittadini in Francia e in Europa è la priorità assoluta, e la Commissione lo capisce pienamente". La Commissione seguirà l'esempio fornito da un'altra emergenza, quella dei profughi che ha spinto a concedere la flessibilità di bilancio. "Vedremo in futuro quale sarà l'impatto e il modo in cui sarà pertinente analizzarlo - ha detto Moscovici - tenendo conto che in ogni caso già oggi "il patto di stabilità non include le spese militari".

Una precisazione che potrebbe portare anche ad una moratoria totale sulle spese militari e per la sicurezza. In altre parole, terminata l'emergenza terrorismo, gli stati membri potranno continuare a finanziare le spese militari e di polizia, ma non tutto il resto. Insieme alle garanzie costituzionali, il governo dell'emergenza restringe quelle sociali e l'idea, residuale, di Welfare.

Quanto a Renzi l'affermazione di un diritto dell'emergenza permanente avviene nella normalità assoluta. Anzi, diventa l'occasione per rivendicare un primato. Il presidente del Consiglio sostiene di averlo proposto per primo nel 2014 "ma ci fu detto no". Oggi, invece, "è positivo, giusto, sacrosanto: figurarsi se uno sta attento allo zero virgola sulla sicurezza, quello che vale per la Francia varrà anche per l'Italia".

Nel nostro paese non occorre un cambiamento della costituzione, almeno su questo punto. Lo stato di emergenza, e l'uso emergenziale di apparati di sicurezza, può passare dal decreto legge di proroga della partecipazione italiana di missioni militari all'estero che sarà approvato oggi. Ieri la Camera ha approvato un emendamento che permette al premier di "emanare disposizioni per l'adozione di misure di intelligence di contrasto, in situazioni di crisi o di emergenza all'estero che coinvolgano aspetti di sicurezza nazionale o per la protezione di cittadini italiani all'estero, con la cooperazione di assetti della difesa". C'è chi ha denunciato il rischio di un "servizio segreto militare" ripristinato in segreto. Per il momento si tratta di uno spostamento strategico dei poteri decisionali sull'emergenza verso Palazzo Chigi.

L'indirizzo politico è lo stesso, in Francia e in Italia. Con queste parole un editoriale apparso il 18 novembre su Le Monde descrive la trasformazione securitaria ed eccezionale della politica europea: "Fare dello stato di emergenza un'arma permanente al servizio del potere esecutivo può condurre a rimettere in causa le libertà fondamentali. Quelle che figurano al primo posto dei diritti dell'uomo, allo stesso titolo della sicurezza. La sicurezza è un'esigenza. Non importa a quale prezzo". La Francia lo dichiara nella costituzione e sta creando il suo abisso. L'Italia si trova inello stesso abisso, ma lo fa di nascosto. Con un emendamento.

Il diritto europeo dell'emergenza. Questo è un nuovo tassello che si aggiunge al mosaico del diritto europeo dell'emergenza così è stato definito da Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini nel loro libro "Sogno europeo o incubo?" (Fazi). L'emergenza terrorismo viene oggi usata, in termini governamentali, per creare un diritto speciale. Fino a oggi, in Europa, è stato usato per sovvertire le regole dei trattati e il metodo comunitario, insieme ai fragili e complicati equilibri tra le istituzioni europee: commissione, parlamento, corti di giustizia e organi intergovernativi. I trattati del Fiscal compact e del Meccanismo europeo di Stabilità (Msn) sono stati infatti adottati secondo le regole del diritto internazionale e non secondo quelle dell'Unione europea. Il Six Pack e il Two Pack, invece, rispondono al diritto comunitario.

Il terribile attentato di Parigi aggiunge un altro dettaglio in questo patchwork giuridico che non conta su una politica economica unica e nemmeno su una politica di difesa comune. "Io sono a favore dei un esercito europeo, ma non è questo il punto - ha aggiunto Juncker - L'importante ora è avere una politica di difesa comune europea". Tale politica oggi viene sostituita in nome di un'emergenza indefinita e durevole, all'insegna delle politiche di polizia, dentro e fuori i paesi europei.

Tale politica oggi viene sostituita in nome di uno stato di emergenza indefinito a livello europeo, all'insegna delle politiche di polizia, dentro e fuori i confini europei. Ieri, ai piani alti del continente, nessuno ha pensato che l'aumento dei bilanci contro la disoccupazione, per l'istruzione e l'inclusione sociale possa essere uno strumento efficace per garantire la sicurezza sociale delle vittime della crisi economica o della segregazione sociale. Che sia uno strumento di pace contro il terrorismo.

 
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