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Giustizia: suicidio Caiazza, il problema non è la mancanza di poliziotti PDF Stampa
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di Patrizio Gonnella (Presidente Associazione Antigone)

 

Il Manifesto, 21 luglio 2015

 

Non è mai facile commentare un suicidio. Ancor più difficile è commentare il suicidio di Ludovico Caiazza che si è tolto la vita nel carcere romano di Regina Coeli subito dopo essere stato arrestato per avere ucciso un gioielliere nel corso di una rapina.

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Giustizia: agenti ridotti e troppi detenuti, lo scorso anno 44 suicidi in cella PDF Stampa
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di Cristiana Mangani

 

Il Messaggero, 21 luglio 2015

 

Ogni giorno provano ad uccidersi 3 reclusi. Nel 2014 quasi 7mila atti di autolesionismo. Il sindacato di polizia penitenziaria: siamo pochi e ogni 12 mesi perdiamo 1.300 unità. Sovraffollamento, carenza di organico, morti sospette, suicidi: lo stato delle carceri italiane continua a mostrare tutte le sue lacune.

Nell'ultimo anno la situazione sembra leggermente migliorata, anche se gli ultimi dati mostrano una nuova inversione di tendenza. E infatti, se subito dopo i provvedimenti deflattivi imposti dal precedente governo si era avuta una flessione della popolazione carceraria, ora si registra un nuovo rialzo: 54 mila detenuti contro i 52 dell'inizio dell'anno. Il dato rimane comunque positivo considerando che in passato la cifra era intorno ai 68 mila.

Non accenna ad aumentare, invece, il personale di polizia penitenziaria. "Il turn over non ha consentito di recuperare il 100 per cento, ma soltanto il 50 - spiega Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato di categoria. Perdiamo 1.200-1.300 unità all'anno per ragioni legate a motivi personali, a raggiunto limite di età, a infermità. E così siamo arrivati a circa 38 mila unità, siamo abbondantemente sotto organico". Sul suicidio di Ludovico Caiazza, Capece ha una sua idea: "Avrei dato la sorveglianza a vista, anche se non si può giudicare così dall'esterno. Il personale, comunque, è stato efficientissimo e ha fatto tutto il possibile".

I dati. Intanto, però, nelle carceri si continua a morire. Sono sempre del Sappe le cifre che delineano la portata del disagio: 44 suicidi nel 2014, 24 fino al 20 luglio del 2015. In media ogni giorno si verificano nelle celle almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi, 10 colluttazioni e 3 ferimenti. Lo scorso anno sono stati 6.919 i detenuti coinvolti in atti di autolesionismo: 933 hanno tentato il suicidio e sono stati salvati dai poliziotti penitenziari, 966 i ferimenti e 3.575 le colluttazioni. "Il dato oggettivo è che il carcere, così come è strutturato e concepito oggi, non funziona - denuncia ancora il sindacato. Lo sanno bene i poliziotti che stanno nella prima linea delle sezioni detentive 24 ore al giorno".

Malagestione. A Regina Coeli, poi, la situazione sembra ancora più difficile: circa 250 poliziotti in meno rispetto all' organico previsto, con 200 unità

distaccate presso il Tribunale, la Corte di cassazione, il Dap, e il ministero della Giustizia. "Rispetto ad un organico previsto di 613 unità - spiega la Fp-Cgil Polizia Penitenziaria - risultano essere amministrati 568 agenti. Ma, a questa "apparente" carenza di 45 poliziotti penitenziari, vanno sommati gli altri 200 distaccati". Una carenza, sottolinea ancora la Fp Cgil, "frutto di una mobilità "parallela" e poco trasparente, che conferma la mala gestione del sistema. Quanto è accaduto domenica scorsa nel carcere di Regina Coeli è drammatico ma l'intero sistema di gestione della mobilità del personale va assolutamente rivisto: servono poliziotti, serve maggiore trasparenza, attenzione e investimenti adeguati".

Intanto nelle celle si continua a morire, anche se - come spiega il garante per i detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone - "il problema dei suicidi mostra sempre un margine di insondabilità". "È probabile - aggiunge - che più personale eviterebbe in parte queste morti, ma il suicidio di chi entra in carcere avviene quasi sempre perché una persona ha preso consapevolezza della cosa terribile che ha fatto".

La struttura. La morte di Caiazza a Regina Coeli apre, però, il caso del carcere di via della Lungara. E a sollevarlo è l'ex garante per i detenuti del Lazio, Angiolo Marroni. "Il fatto che ci fossero solo due agenti di guardia non mi stupisce - dice - è la routine. Teniamo conto che la polizia penitenziaria è ovunque in sotto organico. Il problema è che lui era un nuovo giunto, ossia il tipo di detenuto che va guardato con maggiore attenzione perché più facilmente esposto al rischio suicidio. Teoricamente servirebbe un controllo h24".

Il mandato di Marroni è scaduto, ma il Consiglio regionale non ha più provveduto a nominare un nuovo garante, anche se lui conosce molto bene quella realtà. "La direttrice Silvana Sergi - sottolinea - è una donna di valore e di grande esperienza, ma è la struttura che a mio giudizio andrebbe chiusa, perché non risponde a quanto prevede l'ordinamento penitenziario in termini di spazi. Quel carcere resta lì perché ci sono tanti interessi: dei familiari, degli avvocati, dei magistrati, anche dei commercianti del quartiere: il carcere porta gente in zona".

 
Giustizia: dossier di Ristretti Orizzonti; 24 suicidi da inizio anno, dal 2000 sono già 869 PDF Stampa
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La Presse, 21 luglio 2015

 

Ludovico, un lenzuolo come cappio, a Regina Coeli. Giuseppe, suicida nel carcere reggino di Arghillà. Mahmeli, arrivato al capolinea dell'esistenza nella casa circondariale di Padova. E poi Calogero, Giovanni, Bruno e molti altri.

A tenere aggiornato il bollettino dei lutti nelle istituzioni carcerarie è il centro studi di Ristretti Orizzonti. E poi Calogero, Giovanni, Bruno e troppi altri. Dall'inizio dell'anno 24 persone detenute si sono tolte la vita in cella o in un ambiente confinato, come è successo con il ragazzo di 22 anni che si è lanciato fuori da una finestra della questura di Milano. Altri 37 reclusi sono morti nei penitenziari per malattia, per overdose o per motivi che ancora sono tutti da chiarire. I nomi e i cognomi dei morti dietro le sbarre riempiono decine di pagine.

Dal 2000 a ieri si contano 2.433 decessi, 869 dei quali per suicidio. Uno stillicidio continuo, inarrestabile, per il senatore Luigi Manconi, fondatore di "A buon diritto" e autore del libro -provocazione 'Abolire il carcerè: "Purtroppo l'ultimo caso conferma quello che denunciamo da sempre. Il carcere è una macchina che produce morte, stress, patologie, sintomi. Si tolgono la vita i detenuti, in misura dalle 15 alle 18 volte superiore rispetto alla popolazione libera. E lo fanno anche gli agenti. Nella Polizia penitenziaria ci sono stati 100 suicidi in una decina d'anni". Per indagati e condannati i momenti peggiori sono quelli iniziali, l'impatto con l'istituzione.

Lo conferma Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti: "Il primo contatto con il carcere, e con te stesso e le tue responsabilità, è drammatico, devastante. Eppure manca l'ascolto di queste persone, manca il personale che le affianchi. Si è calcolato che gli psicologi sono talmente pochi che possono spendere sei minuti all'anno per ogni persona che hanno in carico, che sta male". Il sistema, a suo parere, "è sbilanciato verso la sicurezza, anziché verso gli individui reclusi e i loro bisogni". E allora, suggerisce Favero, "bisognerebbe lavorare sulla formazione del personale della Polizia penitenziaria e mettere in campo più operatori da dedicare all'ascolto e alla presa in carico delle persone con disagi".

A livello centrale, presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, da una decina d'anni è attiva l'Unità di monitoraggio degli eventi suicidari, burocratica denominazione di un gruppo di superesperti. Pietro Buffa, storico direttore del carcere torinese delle Vallette e provveditore dell'amministrazione penitenziaria per l'Emilia Romagna, ne fa parte. E spiega: "Valutiamo i casi e cerchiamo di prospettare soluzioni, raccordandoci con le regioni, da cui dipendono le asl impegnante nei singoli istituti. Sono le stesse regioni a tradurre in protocolli concreti quello che deve essere l'approccio integrato tra la sanità e l'amministrazione penitenziaria. Un esempio? Si definiscono e si applicano i criteri con cui valutare il rischio di suicidio dei singoli detenuti. Un altro? Si elencano le cose cui va prestata più attenzione, in funzione preventiva. Purtroppo non è così semplice. Ma è anche vero che parecchi tentativi di suicidio vengono sventati".

 
Giustizia: agenti abbandonati, Gratteri ha proposto una riforma che resta nel cassetto PDF Stampa
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di Sergio Luciano

 

Italia Oggi, 21 luglio 2015


Vivono in prigione senza essere mai stati condannati. L'agente di custodia di Trentola Ducenta che ha fatto una strage per una lite sul parcheggio è stato chiaramente travolto da un raptus di follia, ma l'eccezionalità funesta del suo gesto comunque richiama alla mente - di chi la conosce, cioè pochissimi italiani - la situazione d'emergenza psicologica permanente in cui vive una delle categorie più "a rischio" della pubblica amministrazione, appunto quella degli agenti penitenziari.

Un'emergenza che genera stress e disagi psichici di ogni sorta. E che una riforma, proposta al premier, su richiesta, dal Procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, risolverebbe probabilmente alla radice. Nel quadro di quella più generale riforma della giustizia chiaramente improcrastinabile e reclamata a gran voce dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Eppure, per ora, niente.

Guardiamo i dati. Le statistiche dimostrano che ogni anno si suicidano 12 agenti di custodia, frustrati da un lavoro che definire ingrato è eufemistico. Condividono, di fatto, la vita reclusa dei detenuti, di cui devono subire insulti e angherie perché non possono reagire, e guai se lo fanno. Così ogni anno circa 400 agenti devono farsi medicare per ferite o percosse, costretti - come sono - a girare disarmati nei reparti (sarebbe peggio se i detenuti si impadronissero delle loro armi!) e quindi ad affrontare corpo a corpo eventuali aggressioni.

Sono consapevoli di presidiare un angolo buio e malsano dell'organizzazione pubblica, visto che nelle carceri vive regolarmente un 25% in più della popolazione consentita. Insomma, un vita infame, che genera stress e depressione.

"Al centesimo catenaccio, alla sera mi sento uno straccio", cantava Fabrizio De Andrè, nella sua celebre "Don Raffaè", dedicata appunto alle depresse confessione di "Cafiero Pasquale", agente di custodia "a Poggioreale dal 1953", ridotto ad adepto del boss Don Raffaè (si suppone, Cutolo) che rappresentava per lui l'unica concreta autorità raggiungibile. E veramente, come la poesia sa cogliere intuitivamente, la condizione carceraria peggiore, è, per certi versi, quella degli agenti.

Strutturalmente sotto-organico, mai adeguata all'accresciuto numero delle presenze medie in carcere (oggi circa 55 mila), la polizia penitenziaria non ha neanche dalla sua la reputazione di cui, nonostante tutto, ancora gode la polizia "normale", e ancor più i carabinieri. I frequenti casi di abusi o peggio (chi non ricorda la morte assurda di Stefano Cucchi?) commessi, in questo contesto, dagli stessi agenti, aggravano una situazione già marcia.

La situazione è talmente grave che Gratteri, nella sua proposta di riforma, pone una riconversione radicale delle funzioni della Polizia penitenziaria al centro delle operazioni. Secondo Gratteri, la polizia penitenziaria, sgravata di alcune incombenze, dovrebbe avere ben altri avrà compiti. Dovrebbe dotarsi ad esempio di un ufficio scorte per la sicurezza dei palazzi a rischio (tribunali, procure, ecc.) e sarebbe chiamata ad occuparsi in via esclusiva di pentiti e collaboratori di giustizia.

L'uso scriteriato delle traduzioni dei detenuti dalle carceri alle sedi dei processi e ritorno - che assorbe annualmente il lavoro di 10 mila agenti, più di un quarto del totale - andrebbe eliminato grazie all'uso massivo della videoconferenza, permettendo così di rimpolpare i ranghi operativi con gli uomini risparmiati, aprendo - oltretutto - grazie al loro ritorno all'opera, numerosissime porzioni degli edifici carcerari oggi vuoti perché non "gestibili".

 
Giustizia: la proroga della proroga sulle pensioni delle toghe PDF Stampa
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di Sergio Rizzo

 

Corriere della Sera, 21 luglio 2015

 

Per la serie: "La legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali". Oggi la Camera vota il decreto che proroga di un anno il pensionamento dei magistrati ordinari che non hanno ancora compiuto 72 anni. La misura si è resa necessaria perché i ruoli della Cassazione (dove i magistrati sono il triplo rispetto alla Francia) risulterebbero sguarniti: soprattutto per i presidenti di sezione. Questa proroga fa seguito alla precedente proroga di un anno stabilita quando nel 2014 il governo Renzi aveva deciso di riportare l'età della pensione dei giudici da 75 a 70 anni. La cosa provocò allora una sollevazione fra i magistrati, che agitarono lo spettro delle aule giudiziarie deserte a causa dei pensionamenti in massa senza rapidi rimpiazzi: considerando che per fare un concorso, argomentarono, servono almeno quattro anni. Tanti quanti ne erano necessari per una laurea in giurisprudenza.

Un'assurdità, ma nessuno sollevò il problema. E per quieto vivere, a causa anche delle pressioni del Quirinale (c'era Giorgio Napolitano) si concesse una proroga di un anno. I magistrati in servizio sarebbero andati in pensione a 71 anni anziché a 70. Adesso si scopre che il Csm, pur avendo avuto a disposizione un anno di tempo per avviare le nomine alla Cassazione, ha iniziato le procedure soltanto lo scorso primo luglio.

Così ecco la necessità di una nuova proroga: non più in pensione a 71, ma a 72 anni. Solo i magistrati ordinari, però. Il che ha fatto infuriare i giudici contabili e amministrativi. I quali, dopo le proteste iniziali, hanno pensato bene di saltare anche loro sullo stesso treno.

In commissione è passato quindi un emendamento che proroga di sei mesi il trattenimento in servizio dei magistrati della Corte dei conti. E ora ci sono fortissime pressioni per estendere la proroga ai magistrati del Tar e del Consiglio di Stato. Magnifico esempio per un Paese con un disperato bisogno di cambiamento: che ci arriva proprio da coloro chiamati ad applicare le leggi.

 
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