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Venezia: Mostra del Cinema; Celestini alla Casa di Reclusione Femminile della Giudecca PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 7 settembre 2015

 

Balamòs Teatro - Progetto teatrale "Passi Sospesi". Prosegue la collaborazione di Balamòs Teatro con la Mostra del Cinema di Venezia nell'ambito del progetto teatrale "Passi Sospesi" attivo negli Istituti Penitenziari di Venezia dal 2006.

La collaborazione con la Mostra di Venezia ha avuto inizio nel 2008 con la presentazione dei documentari di Marco Valentini relativi alle attività teatrali svolte sotto la direzione di Michalis Traitsis, regista e pedagogo di Balamòs Teatro. Da allora ogni anno Traitsis invita un regista o un attore ospite della Mostra per un incontro con i detenuti e le detenute degli Istituti Penitenziari veneziani, preceduti dalla presentazione dei film più rappresentativi dei registi o attori invitati.

In questi ultimi anni hanno visitato i carceri veneziani Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese e Gabriele Salvatores. Quest'anno visiterà la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca l'attore e regista Ascanio Celestini, ospite della Mostra di Venezia con il film "Viva la sposa". L'incontro con le donne detenute della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca è previsto per Martedì 8 Settembre 2015 alle ore 11.00 ed è riservato agli autorizzati.

Ascanio Celestini, autore e attore teatrale e cinematografico è considerato uno dei rappresentanti più importanti del nuovo teatro di narrazione. I suoi spettacoli, preceduti da un approfondito lavoro di ricerca, hanno la forma di storie narrate in cui l'attore-autore assume il ruolo di filtro con il suo racconto, fra gli spettatori e i protagonisti della messa in scena. Nato a Roma nel 1972, dopo essersi diplomato al liceo classico, si iscrive alla facoltà di lettere con indirizzo in antropologia a Roma. Avvicinatosi al teatro intorno agli Anni Novanta, collabora come attore ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo.

Il cammino teatrale continua con testi di sapore pasoliniano: "Cicoria, In fondo al mondo, Pasolini" (1998), "Milleuno" (1998-2000), "Scemo di guerra" (2002), "Cecafumo" (2002), "Fabbrica" (2002), "Scemo di guerra. 4 giugno 1944" (2004), "La pecora nera - Elogio funebre del manicomio elettrico" (2005), "Live - Appunti per un film sulla lotta di classe" (2007), "Le nozze di Antigone" (2003). È inoltre l'autore della rubrica "Viaggi della memoria" sul quotidiano La Repubblica e partecipa alla trasmissione "Parla con me" condotta da Serena Dandini. Molti dei suoi spettacoli sono poi diventati libri e dagli stessi sono state tratte canzoni che hanno poi formato il disco "Parole sante" (2007), anche se il suo più grande successo rimane il romanzo "Lotta di classe" (2009).

Nel 2007, debutta cinematograficamente nel film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico, ma ha anche partecipato al cortometraggio di Silvia Mattioli Le Eumenidi a Corviale (2001). Nel 2010 c'è il suo primo lungometraggio, La pecora nera, tratto dall'omonimo spettacolo teatrale, racconto sull'esperienza dei manicomi e sull'alienazione nella società contemporanea, mentre è stata edita nel 2011 la raccolta di racconti "Io cammino in fila indiana".

Nel 2012 Ascanio Celestini ha pubblicato Pro patria, ambientato nella Repubblica Romana del 1849. Nel 2015 ha scritto, diretto e interpretato la pellicola cinematografica Viva la sposa che sarà presentato alla Mostra di Venezia, tante piccole storie di periferia italiana e in mezzo una bellissima donna bionda tra le vite di poveri cristi. Una sposa che fa voltare tutti. Guardare la sposa li aiuta a sopravvivere, ma poi la vita vera è un'altra.

La collaborazione di Balamòs Teatro con gli Istituti Penitenziari di Venezia e la Mostra del Cinema ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli Istituti Penitenziari ed è inserita all'interno di una rete di collaborazioni che comprende anche il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Teatro Stabile del Veneto, il Centro Teatro Universitario di Ferrara e la Regione del Veneto. Per il progetto teatrale "Passi Sospesi", Michalis Traitsis ha ricevuto nell'Aprile del 2013 l'encomio da parte della Presidenza della Repubblica e nel Novembre del 2013 il Premio dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.

 
Quei fantasmi alle nostre porte PDF Stampa
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di Marek Halter

 

La Repubblica, 7 settembre 2015

 

Le colpe dell'Europa sono enormi perché non ha fatto niente per questi popoli. Salvo l'eccezione tedesca, il comportamento dell'Europa nella tragedia dei migranti è incomprensibile. O, peggio, profondamente autolesionistico. Ci siamo mobilitati quando una singola persona chiedeva aiuto all'Occidente.

E penso a Nelson Mandela carcerato o a Andrej Sakharov perseguitato dagli sbirri del Kgb. Ma adesso che ci sono immense folle che fuggono dalla guerra o dalla carestia siamo incapaci di reagire. Credo, invece, che dovremmo anzitutto valutare quali possano essere i vantaggi provenienti dai profughi, per poi stabilire con quali procedure creare uno scambio alla pari tra noi e loro. È un po' quello che sta facendo la cancelliera Angela Merkel: spalancare le porte ai migranti, i quali occuperanno il vuoto demografico tedesco e finiranno per pagare le pensioni alla Germania.

Purtroppo nel Vecchio Continente non esiste una legge sulla generosità. Non c'è nessuno in grado di imporre quanto dovrebbe fare ogni Paese, e ogni individuo, per le migliaia di migranti che continuano ad arrivare. C'è perfino chi critica il trattato di Schengen, e penso al ministro dell'Interno britannico, Theresa May, la quale ha sostenuto che è responsabile delle stragi in corso. Come se la libera circolazione delle persone stesse diventando un'utopia. Tutto ciò per la paura ritrovarsi invasi da popoli portatori di altre culture, tradizioni e religioni. Terrorizza l'idea che questi popoli possano insediarsi e diventare maggioritari in alcune aree dei nostri Paesi. E spaventa, inoltre, il razzismo di classe: infatti, sono soprattutto i poveri quelli che si oppongono più tenacemente all'arrivo dei migranti, con i quali sono spesso costretti a contendersi lo spazio e l'impiego.

Eppure le colpe dell'Europa sono enormi, perché non ha fatto nulla per prevenire la miseria che affligge questi popoli. Ora, le ondate migratorie diventeranno sempre più travolgenti, e presto alle nostre porte arriveranno milioni di persone. Tutto ciò era prevedibile, da quando, per esempio, dopo esser stati padroni dell'Africa l'abbiamo lasciata nelle mani degli africani dicendo loro "da ora in poi, vedetevela da soli".

Adesso siamo solo capaci di costruire muri. Eppure, soltanto pochi anni fa, celebrammo nella gioia la caduta di quello di Berlino. Mi chiedo chi avrà il coraggio di suonare Bach per celebrare la costruzione delle nuove barriere europee, come fece Rostropovich quando s'infranse quella che separava in due la Germania.

Mi chiedo soprattutto cosa faremo quando contro questi muri andranno a sbattere e moriranno decine di migliaia di persone, e come riusciremo a sopportare la presenza di questa massa di disgraziati che già preme alle porte di casa nostra nella speranza che qualcuno gli lasci un piccolo spiraglio per farli entrare. Anche perché è impossibile costruire la propria felicità sulla sventura degli altri.

Tra le conseguenze più nefaste che può generare la paura che in questi mesi attanaglia l'Europa c'è quella di renderci tutti più insensibili, o più cattivi, e di corrompere i valori con cui i nostri padri e i nostri nonni hanno forgiato la società democratica in cui viviamo. Dobbiamo invece smetterla di considerare i migranti come degli invasori.

Basterebbe guardare a ciò che accadde in passato. Nel V secolo, per esempio, i barbari che entrarono a Roma divennero anch'essi romani soltanto dopo pochi decenni. E se si potesse risalire l'albero genealogico di Leonardo da Vinci o di Michelangelo non mi stupirei di trovare un loro antenato unno o visigoto. Oppure, basta pensare ai Galli, che erano indiscutibilmente un popolo barbaro, ma i cui discendenti hanno costruito i palazzi di Versailles e del Louvre.

 
L'appello del Papa alle diocesi d'Europa: tutte le parrocchie ospitino rifugiati PDF Stampa
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di Orazio La Rocca

 

La Repubblica, 7 settembre 2015

 

"Ogni prete accolga una famiglia, anche la Santa sede farà la sua parte" In Italia posto per oltre 100mila migranti, nel continente per almeno 400mila. L'Onu: 2.800 morti in mare nel 2015.

"Ogni parrocchia, ogni convento, ogni monastero ospiti una famiglia di profughi". È papa Francesco che lo vuole. Lo ha chiesto con un appassionato appello ieri alla preghiera dell'Angelus in piazza San Pietro, prendendo in contropiede i diretti interessati, i vescovi ed i parroci, e persino le due parrocchie vaticane dai lui invitate ad aprirsi ai rifugiati.

Non è la prima volta che il Pontefice lancia appelli del genere. Ma ieri Bergoglio è stato ancora più incisivo e dettagliato, chiedendo un impegno concreto per il Giubileo a ogni parrocchia europea, "a partire dalle due parrocchie vaticane e dalla mia diocesi di Roma". Quasi una sfida a quei politici europei contrari all'accoglienza, come il premier ungherese Viktor Orbàn che ha vietato ogni forma di aiuto ai profughi, pena l'arresto immediato. Il Papa invece sollecita proprio "i fratelli vescovi d'Europa perché sostengano questo mio appello".

Spinta da Bergoglio, la Chiesa, dunque, potrà così accogliere oltre 100 mila migranti nelle 26 mila parrocchie italiane, e altri 400 mila in Europa, dove le comunità religiose superano le 100 mila strutture. Sarà possibile? Il portavoce papale, padre Federico Lombardi, non ha dubbi: "L'appello del Papa è un invito alla corresponsabilità. Toccherà alle singole realtà trovare i modi migliori per accogliere una famiglia, ospitandola in parrocchia o presso altre strutture, col sostegno della comunità". Tra i primi a rispondere, l'arciprete della basilica vaticana, il cardinale Angelo Comastri ("Accoglieremo 2 famiglie con assistenza sanitaria e materiale") e il vescovo George Gaenswain, segretario del papa emerito Benedetto XVI, che da Ancona ha riferito che "la tragedia dei profughi è nel cuore" di Ratzinger, "che prega molto, sa della situazione e si sente ogni giorno con papa Francesco".

La tragedia dei migranti continua intanto a mietere vittime: secondo l'Onu dall'inizio dell'anno sono morte in mare già 2.800 persone. Ma il bilancio è destinato ad aggravarsi: un gruppo di migranti soccorso ieri dalla Guardia costiera ha parlato ieri di almeno 20 persone disperse tra le onde.

 
La società multietnica che divide l'Europa, ecco perché l'Est non vuole i migranti PDF Stampa
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di Bernardo Valli

 

La Repubblica, 7 settembre 2015

 

Mentre la Merkel spinge l'Ue alla solidarietà, in Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e soprattutto Ungheria cresce il fronte anti-profughi. Un paradosso perché quei paesi sono stati in un recente passato simboli dell'emigrazione.

Nella storia, con la maiuscola, ci inciampi sempre. Quando meno te l'aspetti. In particolare in questa parte d'Europa dove è sempre presente anche se ormai remota. Arrivi in Polonia o in Slovacchia o nella Repubblica ceca o in Ungheria alla ricerca dei motivi che spingono questi paesi a rifiutare i profughi, venendo meno ai principi civili universali evocati da Angela Merkel come legame irrinunciabile tra i paesi dell'Unione europea, e cominci a frugare negli egoismi d'oggi, nello sciovinismo, nella mancanza di solidarietà umana. Non ti discosti dalla cronaca, da quel che sta accadendo, ti spingi al massimo fino alla memoria che la precede. Non vai oltre a ritroso e ti accorgi che le stesse caratteristiche, in misura variabile, più frantumate ma non meno sfacciate le puoi trovare nell'Europa dell'Ovest ricca di populismi. I Salvini e i Le Pen non sono da meno.

Finché i tuoi interlocutori ti sbattono in faccia la vera ragione della ripulsa. E ti accorgi, che senza assolvere, giustificare i vizi, essa ha una radice storica decisiva. Molti polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, assecondati con più o meno vigore dai loro rispettivi governi, respingono l'idea di una società multiculturale. Questo è il demonio da respingere: è quel che spiega la profonda divisione tra Est e Ovest.

L'Unione europea ha attirato i paesi dell'Est perché farne parte era una promozione democratica, e per i vantaggi economici. L'Ue è inoltre un'organizzazione attigua alla Nato, ritenuta un irrinunciabile scudo di fronte alla prepotenza della Russia di Putin. Ma quella stessa Europa occidentale, un tempo tanto attraente, li turba, li spaventa per i milioni di musulmani che ha integrato o che ospita, e dai quali scaturiscono rivolte (le periferie francesi) o attentati (Charlie Hebdo).

L'apertura delle frontiere, in particolare l'accordo di Schengen, non è stata accompagnata dall'accettazione di una società multiculturale, che pare implicita. Il problema non è stato affrontato e ora spacca l'Europa. Un professore di storia, Mark Maskover, ricorda che fino al XX secolo il Vecchio Continente nel suo complesso ha vissuto in una specie di "purificazione etnica", ed è soltanto negli anni Sessanta che il versante occidentale ha imboccato il senso inverso con l' arrivo in massa degli immigrati, resi necessari dall'industria in espansione. Il fenomeno è avvenuto in un clima di progresso economico, come del resto oggi gli imprenditori della Germania opulenta sono favorevoli all'accoglienza dei profughi che colmeranno la scarsità di mano d'opera nel paese e al tempo stesso il deficit demografico che invecchia la popolazione.

I paesi dell'Europa centrale hanno invece raggiunto un'omogeneità etnica in modo drammatico. Non in seguito al progresso ma alle guerre e agli sconvolgimenti politici che hanno ritracciato i confini. E ne sono adesso gelosi. Nelle loro storie nazionali quell'omogeneità è una conquista. L'esempio più vistoso è la Polonia, un tempo terra di grande emigrazione e di profonde divisioni interne, che ha da poco raggiunto un'unità etnica e linguistica cui non vuole o stenta a rinunciare.

All'origine della spaccatura tra le due Europe di fronte al grande movimento migratorio ci sono dunque esperienze storiche diverse. L'Unione multiculturale, di cui Angela Merkel è la pacifica e audace condottiera, si basa su dei nobili valori che non corrispondono ai valori difensivi della parte di Unione gelosa della omogeneità etnica conquistata. La scomposta associazione dei popoli europei si basa su principi la cui diversità può diventare drammatica e forse irreparabile se l'arrivo di migranti e rifugiati fosse destinato a durare anni, come sembra.

L'opinione pubblica polacca è meno compatta nel rifiuto dei profughi degli altri paesi del gruppo di Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria), e senz'altro anche delle tre repubbliche baltiche. Il primo ministro, Ewa Kopacz, si è detta disposta ad accettare almeno duemila rifugiati, a condizione che esistano i mezzi finanziari e il clima politico lo consenta. E quest'ultimo non è favorevole. Il suo partito, liberal conservatore, affronta il mese prossimo elezioni difficili, perché il movimento populista Legge e Giustizia domina i sondaggi, anche grazie alla posizione anti-immigrati.

A Praga, sabato scorso, il gruppo di Visegrad ha rifiutato in una sbrigativa riunione d'emergenza la spartizione dei rifugiati con il criterio delle quote o di meccanismi simili. Questa linea intransigente potrebbe essere sostenuta il 14 settembre alla riunione dei ministri degli Interni, e al Consiglio europeo di metà ottobre. Bohuslav Sobotka, il primo ministro ceco, ha escluso di poter accettare più di millesettecento rifugiati. Il suo collega slovacco, Robert Fico, è disposto ad accoglierne duecento (soltanto siriani cristiani).

In un momento di generosità, il governo di Bratislava aveva proposto di allog- giare cinquecento profughi in un edificio abbandonato di Garcikovo, sulla sponda del Danubio, al confine ungherese. Ma i cinquemila abitanti di quel piccolo centro si sono espressi al 97 per cento contro l'accoglienza.

Nonostante i propositi espressi in loro favore, gli stessi profughi cristiani non sono sempre ospiti graditi. La società di San Vincenzo da Paola ha dovuto rinunciare a dare asilo ad alcune centinaia di loro in un convento abbandonato perché i duemila duecento abitanti del luogo hanno protestato, benché il settanta per cento si dichiarino cattolici praticanti.

Del resto ottanta slovacchi su cento rifiutano i migranti. Nella Repubblica ceca sono ancora di più: il 93 per cento. Il presidente Milos Zeman anima l'ostilità, al punto da non escludere il dispiegamento di forze dell'esercito lungo il confine. Il parlamento di Budapest ha già preso iniziative in proposito, ha approvato un piano che prevede l'uso dei militari sulla frontiera con l'Austria e una condanna di tre anni per gli immigrati clandestini.

Se protette dall'anonimato, personalità vicine al governo di Varsavia non esitano a rimproverare la cecità occidentale nella guerra civile siriana che riversa adesso profughi nel Vecchio continente. L'Europa Orientale non c'entra. Bisognava intervenire all'inizio per estinguerla. Inoltre si parla della massa di migranti come un rigurgito del colonialismo che ha disegnato il Medio Oriente che adesso si sta disgregando. Ma l' Europa ha bisogno di principi comuni che la tengano unita, non del passato storico che l'ha disunita. E quei principi non ci sono.

 
Vienna sfida l'Ungheria: cortei di auto al confine per trasportare i profughi PDF Stampa
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di Andrea Tarquini

 

La Repubblica, 7 settembre 2015

 

Il passaparola parte in Rete e alla frontiera arrivano centinaia di macchine. "So che rischiamo di essere arrestati dalla polizia di Orbán come se fossimo trafficanti di clandestini, ma non mi importa nulla: dieci bambini sono stati ricoverati nella notte, dopo ore a piedi da Budapest al nostro confine. Non hanno cibo né medicine né abiti puliti a sufficienza, per quanto facciano i nostri militari e la nostra Croce rossa. E allora quanto poco vale il mio rischio di poche ore in galera a fronte del rischio della vita di quei bimbi e di loro tutti?".

Kurto Frantz, uno dei capi delle Ong austriache nate online in poche ore sui social forum, non ha dubbi. E allora al diavolo lavoro o impegni di tempo libero per il weekend, la carovana è partita. Agli stadi di Vienna, e alla mitica ruota del Prater, si sono dati appuntamento poco dopo le 11, e dopo ore di viaggio sono arrivati fin qui. Ne hanno caricati a centinaia. Addio alla terra ostile di Orbán, addio alle sue prediche sulla "Europa pura, bianca e cristiana": con viaggi a catena, su vecchie Golf arrugginite, grossi camper e minibus o lussuose Bmw a dodici cilindri, sono corsi in convoglio a portarne tanti in salvo. Fino a Vienna, o fino alla prima stazione da dove partono i treni veloci per la Germania dalle braccia aperte. E prima che l'Austria, come ha fatto sapere il governo, riprenda a chiudere gradualmente le frontiere.

È tornato un po' di sole a Hegyeshalom, dopo pioggia e vento che l'altro ieri rendevano ancor più fangosi e duri a percorrere quegli ultimi metri verso la libertà. I poliziotti ungheresi non si fanno vedere, stanno comodi nelle loro garitte. Pochi metri a ovest del nuovo muro caduto, crocerossine, infermieri e soldati austriaci sono ancora là, iperattivi, con overdose di caffè da cucina da campo e qualche sigaretta di troppo si tengono svegli da giorni. "Non sappiamo se siamo autorizzati dalle leggi a farlo o no, ma i volontari delle carovane li facciamo passare, qui ne va di vite che possono ancora essere salvate", dice un ufficiale della polizia stringendosi nella sua uniforme blu scura per affrontare improvvise folate di vento.

"Ho preso congedo per motivi familiari", spiega Heinz, un giovane banchiere. "Per fortuna avevo ancora vacanze", aggiunge Karl, operaio all'aeroporto. L'Austria Felix dove i nazionalpopulisti xenofobi volano nei sondaggi si scopre improvvisamente diversa, solidale, generosa: "Quasi 300 auto già impegnate nell'operazione, sono in marcia verso Hegyeshalom e Gyoer, altri minivan suv e grosse limousine in arrivo dalla Germania", dicono su Facebook i bollettini di guerra dei volontari.

"Chi ha sedili per bambini li porti a bordo, possono servire, se potete portate anche aspirina, altri analgesici, e abiti caldi", chiede online a tutti la brava Erzsébet Szabò, giovane ungherese di talento che dopo la svolta del 2010 ha detto addio alla patria pallida madre e vive a Vienna. È a fianco delle ong anche lei. Racconta: "Alcuni dei nostri volontari hanno raccolto spontaneamente profughi incontrati ancora in marcia a piedi ai margini dell'autostrada o della ferrovia".

Weekend di fuga in massa verso la libertà, almeno 14mila sono già passati, quasi tutti sono già in Germania, decine di treni speciali e bus delle ferrovie austriache e tedesche danno il cambio alle carovane d'auto dei volontari, dalle stazioni di Vienna fino a Salisburgo. "Siamo in contatto costante coi volontari delle carovane d'auto, con cellulari e e-mail, ci adattiamo alle loro informazioni per calcolare quanti altri treni speciali per la Germania organizzeremo nelle prossime ore", dicono alla Oebb, le ferrovie della Repubblica alpina.

Mani tese ovunque, giocattoli coperte e caramelle per quei bimbi che fino all'altro ieri, nei sotterranei della stazione Keleti di Budapest, temevano persino d'incontrare neonazisti in giacca nera con le rune cercando una toilette. "Happy end", è scritto su molte T-shirt che i guidatori del rally della carovana della salvezza si sono fatti stampare in fretta in qualche copy- center. Brigitte Pirker, un'altra leader della carovana, ha caricato il suo Suv con matite, quaderni, pennarelli e giocattoli: "Così nel lungo viaggio fino alla Germania che hanno ancora di fronte potranno passare meglio il tempo, riprendersi da stress che come traumi infantili poi ti restano nell'animo per una vita".

E poi aggiunge: "Importantissimo portare loro vestiti nuovi, le crocerossine austriache hanno ordinato ai migranti di lasciare al confine abiti e coperte vecchi e sporchi, e subito gruppi ungheresi filo-Orbán diffamano migranti e crocerossine come insudiciatori della Patria". "Thank You Austria", gridano tanti siriani, afgani e dannati della terra d'ovunque altrove, ispirati da uno di loro, il siriano Majed Trabisi, salendo sulle vecchie Golf e le grandi 12 cilindri della carovana interclassista dei samaritani del Danubio.

Poi arrivano alla stazione di Vienna, un altro europeo dal volto umano li aiuta: Ahmed Merabet, collega della tv austriaca, ex siriano, ha chiesto giorni liberi subito concessi per spiegare, tradurre, guidare i disperati verso il treno giusto per la Germania. E a ogni sosta della carovana delle 300 auto in questa o quella stazione, la gente della strada viene loro incontro, e stringe nelle mani dei migranti qualche banconota, poche o tante ma è segno d'aiuto e affetto.

La tragedia continua, potrebbe ancora riprendere una brutta piega: a Berlino Angela Merkel affronta dura e decisa i no della Csu (il partito fratello bavarese arci conservatore e filo-Orbán) che grida contro "l'assurda decisione di lasciarli entrare". A Dortmund i neonazisti scendono in piazza, attaccano la polizia, gli agenti rispondono e ne arrestano quattro, ma nello scontro incassano feriti gravi.

L'esodo continua, i rischi dei samaritani al volante crescono. In Ungheria chi soccorre i migranti rischia ora fino a 5 anni, "state attenti" scrive Erzsébet sul social forum. Quattro volontari viennesi sono stati già fermati dalla polizia di Orbàn, denunciati per "traffico illegale di clandestini", poi rilasciati. Ma presto la vendetta rabbiosa del regime sconfitto dal crollo del suo Muro potrebbe trovare nuove vie più crudeli. Oggi vincono le carovane dei volontari e la Germania merkeliana delle braccia aperte, lo scontro tra due idee d'Europa continua.

 
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