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Niente passaporto mentre si espia la pena PDF Stampa
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di Guglielmo Saporito

 

Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2015

 

Consiglio di Stato - Sentenza 14 luglio 2015.

La libera circolazione dei cittadini tra Paesi dell'Unione europea non impedisce al Questore di ritirare il passaporto a chi debba espiare una pena. Lo precisa il Consiglio di Stato nella sentenza 14 luglio n. 3532, relativa all'ex presidente Berlusconi. Stessa sorte era capitata (sentenza 3348/2012) a Fabrizio Corona, che intendeva espatriare dopo una condanna definitiva. Le due sentenze, redatte dal presidente del collegio giudicante Pier Giorgio Lignani, interessano tutti i cittadini italiani, perché chiariscono i limiti alla libertà di circolazione.

I confini nazionali infatti riemergono quando vi è una condanna da espiare, perché il diritto del singolo Stato ad ottenere l'esecuzione della pena prevale sia sul diritto del cittadino di recarsi in altro Stato membro (articolo 4 Direttiva 38/2004), sia sul diritto degli altri Stati di ammettere nel loro territorio i cittadini dell'unione (articolo 5).

Si tratta di diritti simmetrici che possono essere limitati per ragioni di ordine pubblico, di sanità o di sicurezza (articolo 27 Direttiva 38), cui il Consiglio di Stato aggiunge l'ipotesi di una pena in corso di esecuzione. Questi importanti principi sono giunti nelle aule giudiziarie perché il Questore di Roma si è trovato a ritirare il passaporto e, contemporaneamente, a sostituire la carta d'identità dell'interessato con una su cui appare la stampigliatura "non valida per l'espatrio". Il documento per l'espatrio, in caso di condanna penale solo pecuniaria, va chiesto al giudice dell'esecuzione penale (articolo 676 Cpp, Cassazione penale 1610/2015).

Se invece la condanna non è pecuniaria, ma è convertita in una misura di tipo rieducativo (alternativa alla reclusione), scattano comunque il ritiro del passaporto e la stampigliatura sulla carta d'identità. È infatti la legge 1185/1967 che impone tali comportamenti al Questore, senza che abbia rilievo il principio di proporzionalità, e cioè senza alcuna verifica sul comportamento del condannato. Se esiste una pena da espiare, viene meno il diritto di libera circolazione tra paesi Ue: del resto, sottolinea il Consiglio di Stato, se il condannato ottenesse il passaporto e lo utilizzasse per espatriare in un Paese "Schengen", rischierebbe comunque un mandato di cattura internazionale finalizzato a eseguire la pena. Una conseguenza cioè ben maggiore della predetta stampigliatura limitatrice (oggi usuale per i minorenni o i coniugi con figli minori). Lo stesso accade in altre evolute nazioni: la Corte dei diritti dell'uomo (41199/06 del 26 aprile 2011), ha deciso il caso di un cittadino svizzero che aveva chiesto, dalla Tailandia (dove si trovava), il rinnovo del passaporto.

Le autorità elvetiche, a causa di un procedimento penale nel paese alpino cui il cittadino intendeva sottrarsi, avevano negato il rinnovo del passaporto, costringendo il richiedente a una vita da immigrato "sans papier" nel paese asiatico. La Corte di Strasburgo ha condiviso l'operato della Svizzera, sottolineando la prevalenza dell'interesse delle autorità nazionali a perseguire penalmente i propri cittadini. Il passaporto quindi va negato, se è in corso l'espiazione di una pena.

 
Avviso di udienza, nulla la notifica al portiere dell'avvocato PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 20 luglio 2015 n. 31399.

È nulla la notifica dell'avviso di udienza del tribunale della libertà effettuata a mani del portiere se l'ufficiale giudiziario non avvisa il legale dell'avvenuto deposito a mezzo di raccomandata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 31399/2015, accogliendo le doglianze dell'imputato.

Nel ricorso contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, infatti, il detenuto aveva eccepito che la notifica era stata conosciuta dal difensore solo il giorno successivo alla consegna nelle mani del portiere, mentre la prescritta raccomandata era pervenuta addirittura il giorno prima dell'udienza.

In un simile caso, per la Suprema corte, deve trovare applicazione il consolidato principio di diritto affermato dalle Sezioni unite (36634/2005) in base al quale "in caso di notifica di atti al difensore dell'imputato eseguita con consegna di copia al portiere o a chi ne fa le veci, l'ufficiale giudiziario ha l'obbligo di dare notizia al destinatario dell'avvenuta notificazione dell'atto a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, atteso che la prescrizione di cui all'articolo 157, comma terzo, codice procedura penale si applica anche per le notifiche da eseguire a soggetti diversi dall'imputato (art. 167 cod. proc. Pen.), con la conseguenza che i termini decorrono dalla data di ricezione della raccomandata da parte del destinatario".

E siccome la questione era stata "ritualmente e tempestivamente" sollevata in sede di discussione dinanzi al T.D.L. senza però trovare accoglimento, i giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza, non senza osservare, per inciso, che "la ristrettezza dei termini rispetto alla celebrazione del processo poteva essere tranquillamente superata utilizzando lo strumento della notifica a mezzo fax".

 
Il maltrattamento una tantum non è causa di addebito della separazione PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2015

 

Corte d'Appello di Taranto - Sentenza del 6 marzo 2015 n. 109.

Il maltrattamento del coniuge una tantum non giustifica l'addebito della separazione in capo all'aggressore. Lo ha stabilito Corte d'Appello di Taranto, sentenza del 6 marzo 2015 n. 109, stabilendo che l'evento, se non reiterato, non può considerarsi causa fondante dell'impossibilità della prosecuzione della convivenza.

Il caso - In primo grado, l'attrice aveva sostenuto che il marito l'aveva sempre "denigrata ed ingiuriata", arrivando in una occasione anche ad aggredirla "procurandole lesioni", dopodiché si era allontanato dalla casa coniugale, lasciandola senza assistenza morale e materiale, per cui chiedeva la separazione con addebito al marito ed un assegno mensile di 700 euro per il concorso nel mantenimento del minore e di lei stessa. Il Tribunale, però, ha respinto la richiesta di addebito e pronunciato la separazione per "ragioni oggettive", assegnando alla moglie la casa coniugale e fissando l'assegno in 650 euro.

La motivazione - Proposto appello, la Corte di secondo grado si è rimessa all'indirizzo di legittimità secondo cui "in tema da separazione personale dei coniugi la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla mera esistenza di violazione dei doveri posti a carico degli stessi dall'articolo 143 del codice civile essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia rivestito sicura efficacia causale nel determinarsi dell'intolleranza della convivenza". Ciò detto, prosegue la sentenza, "non può attribuirsi esclusiva o, quanto meno, importantissima rilevanza" ai "maltrattamenti subiti" nel periodo del matrimonio quale causa determinante del relativo fallimento, atteso che l'episodio, "pur ovviamente spiacevole, del litigio, con prodursi di lievissime contusioni in danno della moglie, non può ragionevolmente rivestire valore di causa fondante l'impossibilità di prosecuzione della convivenza", dal momento che è mancata la dimostrazione di "eventuali reiterati ed abituali comportamenti violenti o prevaricatori".

Mentre, l'esistenza di una pronuncia di condanna penale di primo grado "non comprova la doglianza dell'appellante, conoscendosi della stessa il solo dispositivo e non trattandosi di giudicato". Neppure, poi, si può dare rilievo alla deposizione del figlio che "si rapporta esclusivamente al menzionato litigio inter partes ed è assolutamente generica e priva di qualsivoglia riferimento temporale in relazione a "maltrattamenti" assuntivamente posti in essere dal padre". Da qui la conferma del convincimento del Collegio di prima istanza ed il rigetto della domanda di addebito al marito della dissoluzione del rapporto matrimoniale.

 
Reati ambientali: nessuno sconto sul versamento extra tabellare di acque reflue PDF Stampa
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di Pietro Verna

 

Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2015

 

Corte di cassazione n. 21463/15. Lo scarico abusivo di acque reflue di cui all' articolo 137, comma 5, del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 (Norme in materia ambientale) è un reato di pericolo che si consuma anche se il valore-soglia viene superato una sola volta e a prescindere dall'esistenza o meno di danni all'ambiente (Cassazione, sentenza n. 21463/15). In questi termini la Corte di legittimità ha respinto il ricorso proposto contro la sentenza con la quale la Corte d'appello di Milano aveva confermato la condanna inflitta agli amministratori di un'impresa chimica, per aver scaricato nella rete fognaria acque reflue provenienti da lavorazioni galvaniche, contenenti un quantitativo di nichel eccedente il limite prescritto.

La tesi dei difensori degli imputati, secondo i quali il reato ex articolo 137, comma 5, decreto legislativo n.152/2006 non sarebbe configurabile in presenza di "un singolo superamento" e che l'impianto sarebbe stato "regolarmente revisionato e funzionante" è stata ritenuta priva di pregio dal Supremo Collegio per due motivi.

In primis, in ragione del fatto che la violazione del divieto di scarico extra tabellare ("chiunque, in relazione alle sostanze indicate nella tabella 5 dell'Allegato 5 alla parte terza del presente decreto, nell'effettuazione di uno scarico di acque reflue industriali, superi i valori limite fissati nella tabella 3 o, nel caso di scarico sul suolo, nella tabella 4 dell'Allegato 5 alla parte terza del presente decreto, oppure i limiti più restrittivi fissati dalle Regioni o dalle Province autonome o dall' Autorità competente a norma dell'articolo 107, comma 1, è punito con l'arresto fino a due anni e con l'ammenda da tremila euro a trentamila euro") riproduce sostanzialmente il divieto di cui all'articolo 21 della legge Merli (1976), in merito al quale la giurisprudenza della Corte è pacifica nel ritenere che anche il superamento isolato eccedente i valori tabellari ha la capacità di ledere l'ambiente, a prescindere dal modo, episodico o meno, con il quale il versamento extra tabellare viene effettuato (Cassazione, sentenza n. 6594/94). Sicché un solo scarico superiore al valore-soglia, anche se involontario, è penalmente sanzionabile, "essendo esclusi dalla previsione normativa soltanto quei fatti neppure occasionalmente riconducibili alle attività degli insediamenti produttivi" (Cassazione, sentenza n. 9160/98).

In secondo luogo, perché la violazione dell'articolo 137, comma 5, del decreto legislativo n. 152/2006 configura un reato di pericolo presunto che esclude ogni valutazione del giudice sulla gravità, entità e ripetitività della condotta, la cui offensività è insita nella condotta omissiva da parte del soggetto munito di autorizzazione allo scarico, a prescindere dal dolo o dalla colpa (ex multis, Cassazione, sentenza n. 11884/14).

Ragione per la quale, ai fini dell'affermazione della responsabilità penale, non è necessario che il reo sia consapevole di aver superato i valori limite, essendo sufficiente che tale superamento sia imputabile alla condotta colposa dell'autore della violazione. Condotta che, nel caso di specie, è consistita nella mancata adozione delle misure necessarie per impedire l'evento, avvalorata dal fatto che entrambi i giudici di merito hanno escluso il caso fortuito, per una serie di ragioni (scarsa conoscenza delle caratteristiche tecniche dell'impianto, mancata individuazione della causa specifica dell'eccesso di nichel, mancato riscontro di quanto dichiarato dal teste a discarico in dati oggettivi) ed hanno preso in considerazione l'ipotesi che l'azienda aumentasse in alcune fasi della lavorazione o in alcuni periodi dell'anno l'uso di tale metallo, ovvero che la manutenzione non fosse compiuta con modalità adeguate.

La pronuncia - argomentano gli Ermellini - si colloca sulla scia dell'orientamento giurisprudenziale della Corte secondo cui la fattispecie di scarico con superamento dei limiti tabellari, quale reato autonomo avente carattere formale, è integrata per il solo fatto del superamento dei limiti consentiti, in quanto il danno procurato all'ambiente è presunto dalla legge, sicché:

- non è possibile dedurre la non offensività della trasgressione basata sulla natura limitata o temporanea della violazione;

- non è richiesta la prova oggettiva o soggettiva della lesione del bene ambiente, perché la punibilità della condotta deriva da valutazioni tecnico scientifiche che tengono conto di molteplici parametri, come la natura delle sostanze o la possibilità di accumulo. Ciò senza trascurare il principio generale, in base al quale la sanzione penale funge da ostacolo per prevenire "il rischio di una concreta offesa del bene ambiente da parte dell'esercente un'attività autorizzata che, violando, anche se colposamente, le prescrizioni dell'autorizzazione di cui è munito, potrebbe determinare un concreto pericolo di compromissione dell'ambiente".

 
Lettere: troppo potere nelle mani dei magistrati PDF Stampa
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di Massimo Krogh

 

Corriere del Mezzogiorno, 21 luglio 2015

 

Oggi il pubblico ministero possiede mezzi (mandati, avvisi di garanzia, iscrizione della notizia di reato, richiesta di rinvio a giudizio, ecc.) potenzialmente idonei a condizionare la vita del Paese. Può dirsi con ragionevolezza che il servizio giudiziario è divenuto un potere, il potere forte dello Stato.

Quest'anomalìa vorrebbe una spiegazione, vale a dire, perché tanto potere non bilanciato, come invece avviene altrove? Come rimuovere questo squilibrio fra i poteri dello Stato; provocato da un potere che fra l'altro dovrebbe essere un servizio? È o no un cardine della democrazia la regola che un potere statuale non possa mai condizionarne un altro?

Una risposta va necessariamente trovata, visto che siamo l'unico Paese del mondo cosiddetto sviluppato a presentare questa visibile supremazia del potere giudiziario, irruente al punto di squilibrare il sistema Stato. I magistrati, con la prescrizione che ne straccia il lavoro, sono anch'essi le vittime di un'incultura politica che non ha saputo dare al Paese una giustizia che non faccia uscire di testa chi vi s'imbatte, come non di rado avviene.

Sarebbe molto sciocco prendersela con loro. Mentre bisognerebbe chiedersi se la ragione di questo poco ambito primato non stia per caso in quell'identità di carriera Giudice/Pm che distingue il nostro Paese dal resto dei paesi avanzati. Abbiamo pubblici ministeri che agiscono sentendosi giudici e giudici che decidono sentendosi pubblici ministeri. La confusione è andata molto avanti e nuoce sostanzialmente al normale funzionamento della giustizia. In Trancia dove la carriera è unitaria, l'ufficio del pubblico ministero è peraltro coordinato dal ministro della giustizia. Non si vede perché preconcette preoccupazioni debbano mantenerci isolati nell'incredibile paradosso che chi giudica e chi accusa siano compagni di banco.

L'ulteriore unicum che ne deriva è l'uso eccessivo della custodia cautelare, in qualche modo legata allo strapotere del pubblico ministero e che è fonte di un sovraffollamento delle carceri italiane francamente vergognoso. Sembra che il legislatore ci stia pensando (meglio tardi che mai), visto che con una modifica normativa in coreo il carcere preventivo è ora limitato ai reati particolarmente gravi. A Napoli, comunque, non manca il camorrista per strada, direi però la caricatura del camorrista; gestisce il parcheggio abusivo, ed anche le strisce blu per un supplemento sul ticket. Si tratta di spiccioli, ma a Napoli è sempre questione di spiccioli, che messi insieme fanno una somma, ed è un costo che la pazienza dei napoletani si adatta, meglio si costringe, a pagare per sottrarsi alla "fatica" di reagire.

La giustizia non funziona, anzi è al collasso; nel suo precipitare in basso può portarsi dietro il Paese se manca una forte reazione politica capace di dare speranza ai cittadini. A Napoli, però, uno "spicciolo" di reazione dovrebbe partire anche dal basso, per una risalita alle regole.

 
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