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Giustizia: internet crea nuove disuguaglianze, servono regole per evitare il far west PDF Stampa
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di Daniele Manca

 

Corriere della Sera, 24 maggio 2015

 

Giovanni Pitruzzella è arrivato all'Antitrust nel novembre del 2011, nel pieno della crisi finanziaria che ha rischiato di far affondare il nostro Paese. Ma guidare oggi, a quasi quattro anni di distanza, l'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, non è certamente un impegno più tranquillo.

Solo la calma dello studioso che gli deriva da una lunga carriera come docente di Diritto Costituzionale e in queste vesti consulente di istituzioni e governi (Ciampi) nonché del Quirinale (tra i saggi nominati da Giorgio Napolitano), gli ha permesso di tenere i nervi saldi. E questo anche quando a essere coinvolti nelle sue indagini ci sono colossi che vanno dai giganti del web come Tripadvisor a Telecom e a importanti operatori del mondo televisivo come Sky e Mediaset: il riferimento è ovviamente alla recente apertura del procedimento sui diritti televisivi sul calcio.

 

Presidente, che idea vi siete fatti su questo caso?

"L'istruttoria, perché di questo si tratta, è ancora in corso. Ma vede, paradossalmente, intervenire in vicende come queste è più "semplice". Si tratta di verificare se alcuni soggetti abbiano raggiunto un accordo per restringere la concorrenza: un'ipotesi per così dire classica del diritto antitrust. Quello che mi preoccupa è un altro versante, più sottile, più difficile da comprendere".

 

Più di Murdoch il super potente e di Mediaset?

"Non è questione di misurare questa o quella grandezza delle aziende in gioco. Il terreno dei nuovi conflitti, quelli che caratterizzeranno il XXI secolo è un altro. E i rischi che provengono dalla digitalizzazione sono ben più ampi".

 

Che c'entra la digitalizzazione, è il futuro...

"Di Internet, noi abbiamo generalmente una visione romantica. Per carità, anche corretta: fa crescere le opportunità, permette una connessione ampia tra zone geografiche, segmenti culturali, comunità diverse...".

 

Esatto. Anche il potere dei consumatori si è accresciuto.

"Certo. Ma, come Autorità, dobbiamo anche guardare l'altra faccia della medaglia. Non si deve dimenticare che si sono create nuove diseguaglianze, Internet ha distrutto lavoro (pensi solo alla robotica), intere attività economiche sono scomparse. Le agenzie di viaggio, per esempio: ormai siamo abituati a comprare biglietti aerei, soggiorni senza alcun intermediario".

 

L'effetto benefico per i consumatori su prezzi e comodità è però evidente, dovreste essere contenti.

"Lo siamo, ma non deve sfuggire ai cittadini che parallelamente a quella semplicità nell'acquisto di un biglietto aereo, è andato affermandosi un potere e una forza del tutto nuova: i giganti economici del web che operano in regime di quasi monopolio. Cosa che rischia di bloccare il cuore di quello che è stato Internet e cioè l'innovazione".

 

A chi si riferisce?

"I nomi li conoscono tutti: Google, Amazon, Facebook, Apple e gli altri giganti del web. In molti casi, il loro reddito è pari al prodotto interno lordo di un Paese di medie dimensioni, tanto per avere un termine di paragone".

 

Questo è sempre accaduto, anche in passato e tuttora esistono le grandi società, grandi gruppi.

"In questi casi c'è qualcosa di più. Si è creata quella che definiamo "economia di cattura". Usando determinati servizi noi forniamo importanti informazioni che ci riguardano come consumatori e che quelle società utilizzano per capire i nostri gusti, le nostre abitudini e quindi fornirci sempre più prodotti. Che è vero ci rendono la vita più facile ma al tempo stesso sono questi giganti che decidono cosa offrirci".

 

E allora?

"E allora si limita la nostra libertà di scelta. Capisco che il gioco è più sottile, ma proprio per questo più pericoloso".

 

Non lo dica a noi giornalisti che quella concorrenza la sentiamo sulla nostra pelle.

"Quello dell'editoria è un caso di scuola. Appropriandosi dei contenuti che vengono offerti gratuitamente ai cittadini, si fa passare il concetto che quei contenuti non siano stati prodotti con dei costi. Ci si abitua a considerare l'informazione attendibile qualcosa di gratuito. Questo significa mettere fuori mercato gli editori, vale per la carta stampata come per la tv. A lungo andare, come faranno a sopravvivere senza poter sostenere i costi?".

 

Dobbiamo rassegnarci a una proprietà intellettuale che tra pirateria e usi spregiudicati avrà sempre meno valore?

"No, tutt'altro. Dobbiamo evitare di cadere in un nuovo Far West. Servono regole anche per Internet".

 

Qualcosa deve essere accaduto anche tra i colossi della rete. Facebook si è offerta di prendere i contenuti dei quotidiani, girando agli editori tutta la pubblicità a loro collegata. "Quello è un esempio che potrebbe avere anche aspetti virtuosi. Ma i rischi maggiori, come mi pare indichi chiaramente la decisione di Margrethe Vestager di aprire una procedura contro Google, arrivano su altri fronti".

 

Ma che cosa può fare un'Autorità nazionale come la vostra contro un gigante come quello di Mountain View?

"Intanto collaboriamo con la Ue. Non sottovaluti quanto deciso dalla Commissaria Europea. Nel caso specifico, il motore di ricerca Google è accusato, attraverso il suo servizio Google Shopping, di far uscire come primi risultati quelli legati ai suoi servizi. Tutt'altro che un vantaggio per i consumatori che si ritrovano un'offerta minata da interessi del motore di ricerca".

 

Resta il fatto che è l'Europa ad aver avviato la procedura.

"Sì, ma nel caso di Booking. com o di Tripadvisor abbiamo agito noi a livello nazionale in alcuni casi in accordo con altre Authority europee. E sempre a livello nazionale, andranno favoriti processi come quelli della creazione di un tavolo nazionale, per esempio tra editori e il motore di ricerca, affinché si trovino modalità per difendere la proprietà intellettuale".

 
Giustizia: in carcere chi insulta su Facebook? Una follia... la libertà di parola è sacra PDF Stampa
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di Luigi Mascheroni

 

Il Giornale, 24 maggio 2015

 

Per la Cassazione le ingiurie sui social network vanno punite con la cella. Nessuna libertà è più preziosa della libertà di parola, da cui tutte le altre dipendono. E la cosa, sia detto per scacciare l'equivoco di antipatici interessi di categoria, non vale solo per i giornalisti, i quali di parole vivono, e spesso - ahinoi - con le parole uccidono.

È tanto preziosa, oltre che delicata, la libertà di parola, che ogni volta che si considera reato una dichiarazione, un giudizio, persino il commento più duro e tranchant, persino un oltraggio, in particolare in questi tempi volgari e chiassosi, fa scattare nell'opinione pubblica la sorpresa, e nell'intellighenzia l'indignazione.

È sempre difficile e rischioso separare uno sfogo di rabbia o una critica severissima da un'offesa o da un insulto. Ecco perché appare grave la decisione della Cassazione secondo la quale chi denigra qualcuno su Facebook rischia persino il carcere. Al di là del codice penale, è difficile secondo il senso comune accettare l'idea che qualcuno possa essere condannato alla reclusione, "da sei mesi a tre anni", per un "reato di parola".

Anche al peggiore dei cretini, al peggiore dei misogini, al peggiore dei razzisti, a chiunque calpesti la dignità di una persona con le parole dovrebbe essere evitato il carcere. Lo si condanni pubblicamente, lo si obblighi a rettificare e a scusarsi, lo si contrasti con altre più convincenti parole. Nulla più. Persino Erri DeLuca, che non ha insultato ma istigato al sabotaggio, sarà trionfalmente, e giustamente, assolto.

Eppure la Corte di Cassazione, sul caso del conflitto di competenza fra giudice di pace e tribunale, in merito al processo di diffamazione per gli insulti postati su Facebook da un ex marito nei confronti della ex moglie, ha deciso per la competenza del tribunale, essendo ritenuta quella manifestata sui social network una forma di "diffamazione aggravata", con - ecco il punto - la conseguente possibilità di applicazione della detenzione in carcere, e non solo sanzioni pecuniarie. Insomma, insultare o diffamare qualcuno su Facebook in Italia potrà costare la cella.

Intanto negli Usa, nel momento in cui il nuovo account Twitter del presidente Barack Obama viene investito da migliaia di messaggi "disgustosi e offensivi" - una pioggia di insulti razziali -la reazione è di segno completamente opposto. Obama ha reagito con un candido: "È la libertà". E per il suo portavoce Josh Earnest "gli attacchi razziali sono il frutto del fatto che l'America è una società aperta".

Per molto, ma molto meno, la nostra Laura Boldrini, che è molto, molto meno del presidente degli Stati Uniti, inviò la polizia postale a casa di chi aveva attentato alla sua dignità di donna postando foto volgari su Facebook. Una reazione che, nel piccolo, dà l'idea non solo della diversa statura politica di Obama e della Boldrini. Ma anche della distanza sul metro della libertà di parola tra gli Stati Uniti e l'Italia.

 
Giustizia: Abdel e le nuove accuse "nessun volo per Tunisi, lì non ci sono mai stato" PDF Stampa
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di Piero Colaprico

 

La Repubblica, 24 maggio 2015

 

Milano, il giovane marocchino arrestato per la strage del Bardo davanti ai giudici smentisce la versione dell'intelligence tunisina. "No, signor giudice, io non sono mai stato in Tunisia". Questa, secondo indiscrezioni, la frase fondamentale contenuta nel verbale d'udienza di venerdì. La frase è stata registrata nel carcere di San Vittore.

Quando, finalmente con un'interprete a fianco, Abdel Majid Touil, 22 anni, marocchino, arrestato su mandato internazionale, accusato di uno dei più feroci crimini terroristici non in zona di guerra (attacco al museo del Bardo, 18 marzo 2015), ha potuto rispondere alle domande di un magistrato italiano.

C'è da fare un'importante premessa geopolitica che esula da Touil. Da tempo la Tunisia fa parte del circuito di Stati ritenuti "virtuosi " sulla giustizia, e che cioè hanno buoni standard di affidabilità. Quindi, le indagini tunisine - non solo su Touil - sono mediamente tenute in grande considerazione dai detective europei. In Italia per ora - il dato non è trascurabile - non è arrivata una carta ufficiale che riguardi Touil, a parte la foto e il numero del passaporto.

Solo le informazioni raccolte a Tunisi da Repubblica parlano di "testimonianze che inguaiano Touil, accusato di aver fornito le armi" (fonte ministero degli Interni tunisino, che esclude l'errore).

Nel complesso mondo delle ambasciate si sa però che l'attentato al Museo del Bardo ha sconvolto (com'è naturale e comprensibile) gli apparati tunisini: i quali sin dall'inizio hanno puntato (e puntano) sulla "pista esterna" al loro Stato come matrice dell'attacco. Viceversa, nel mondo globale delle investigazioni, molti 007 occidentali sono convinti dell'estrema pericolosità dei terroristi internazionali tunisini.

C'è un punto di svolta: quando nel 2013 è stato ucciso a pistolettate Chokri Belaid, avvocato, laico, moderno, futuro candidato alle elezioni, è tornata in auge una "cellula italiana", quella del salafita Sami Essid Ben Khemais, arrestato con 4 complici dalla Digos e dal sostituto Stefano Dambruoso nell'aprile 2001. Detenuti prima in Italia, poi in Tunisia, liberati nel 2011, sotto la "primavera araba", gli "italiani" sono tornati nelle strade e proprio Ben Khemais è stato inquadrato insieme con un imam latitante, che inneggiava all'omicidio politico di Chokri Belaid. Mentre uno dei suoi, Aoudi Mohammed Ben Belgacem, secondo fonti di intelligence, era connesso all'agguato. Tutti tunisini.

Torniamo all'oggi. Venerdì, assistito dall'avvocato Silvia Fiorentino, il marocchino Touil, ha ripercorso davanti al giudice Pietro Caccialanza della quinta corte d'appello, competente per le estradizioni, la lunga strada che l'ha portato da dove abitava con il padre malato, e cioè dalla zona di Beni Mellal (detto per inciso, la stessa dove è nata Ruby Rubacuori, al secolo Karima Eh Mahroug) alla Libia. "Ora vi dico come sono arrivato in Italia, non ho preso il volo per Tunisi, là non ci sono stato", ha spiegato il giovane, che non conosce l'italiano, e che provava studiarlo nella scuola di Trezzano sul Naviglio dov'era certamente il 16 e il 19 marzo, stessi giorni dell'attacco islamista.

La sua è una smentita secca alle ricostruzioni dell'intelligence tunisina. Ed è una difesa a tutto campo di chi sembra - il suo alibi sarà ovviamente controllato al microscopio e lui lo sa - non avere niente da nascondere su come sia riuscito a salire sul barcone di 15 metri con oltre 600 migranti, restando nel Mediterraneo agitato sino al 17 febbraio, quando - dopo i soccorsi della nave "Orione" - ha messo piede sul suolo italiano.

Da qui, a meno di clamorosi colpi di scena, sembra ormai assodato che non si sia più mosso, restando immancabilmente tra la casa rossa di via Pitagora a Gaggiano, Trezzano e Milano: "Sempre senza un euro, nemmeno per le sigarette", come ricordano le compagne della scuola di alfabetizzazione. I dettagli del suo viaggio restano ovviamente segreti, anche per non inquinare le eventuali prove (a carico o a discarico): Touil, chiuso ora in una cella di alta sicurezza nel carcere di Opera, lo stesso di Totò Riina, continua a proclamarsi innocente.

 
Giustizia: ma la Tunisia insiste "nessuno scambio di persona, riconosciuto da 2 testimoni" PDF Stampa
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di Cesare Giuzzi

 

Corriere della Sera, 24 maggio 2015

 

Il governo nordafricano conferma l'identità del 22enne arrestato in Italia. L'unica cosa certa è che Touil è l'uomo al quale i servizi segreti tunisini davano la caccia. Nessuno scambio di persona, nessun errore di identità secondo gli inquirenti. Eppure, a cinque giorni dall'arresto del 22enne marocchino accusato di aver partecipato all'attentato al museo del Bardo di Tunisi, i misteri sono più delle certezze.

A partire dal ruolo che Touil avrebbe avuto nella "preparazione", più che nell'esecuzione dell'attentato. Da Tunisi il ministro dell'Interno conferma che il giovane arrestato a Gaggiano, nel Milanese, è effettivamente quell'Abdel Majid Touil che avrebbe avuto contatti con gli attentatori entrati in azione il 18 marzo. Ma quel giorno Touil era a casa della madre, come hanno chiarito anche le indagini italiane.

Tuttavia, secondo Tunisi, il 22enne sarebbe stato indicato "con certezza" da altri due arrestati: gli investigatori nordafricani hanno evidenziato la presenza di due "marocchini" alle fasi preparatorie dell'attentato. Uno per l'intelligence tunisina, è appunto Touil, l'altro - la cui identità è mantenuta segreta - "risulta tuttora ricercato in ambito internazionale".

Non è chiaro se sia una persona con la quale il 22enne possa avere mantenuto contatti durante la sua permanenza in Italia (il 15 febbraio Touil è sbarcato a Porto Empedocle, in Sicilia). Le prime indagini effettuate dagli investigatori della Digos, diretti da Bruno Megale (appena nominato questore di Caltanissetta) e dal capo della sezione antiterrorismo Cristina Villa, hanno escluso che Touil abbia avuto contatti durante gli ultimi dieci giorni prima dell'arresto con altri immigrati sospettati di radicalismo islamico.

Il giovane ha detto di essere vittima di uno scambio di persona e di essere innocente. Gli inquirenti milanesi, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, sono riusciti a identificarlo anche sulla base del numero di passaporto inviato dalle autorità tunisine. Documento che il ragazzo ha utilizzato per arrivare in Tunisia e quindi per raggiungere la Libia, e del quale la madre Fatima ha poi denunciato lo smarrimento il 14 aprile ai carabinieri. Prima dell'attacco al Bardo, il commando di terroristi avrebbe fatto alcuni sopralluoghi. Due risalgono al 7 e al 9 marzo. Ma in quei giorni Touil doveva trovarsi già in Italia.

 
Giustizia: ammazzarono il 17enne Davide Bifolco, ora processano suo padre e suo fratello PDF Stampa
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di Mario Di Vito

 

Il Garantista, 24 maggio 2015

 

I Carabinieri sostengono che il colpo di pistola partì per caso, ma la versione della famiglia del 17enne è diversa. È la storia di una notte balorda, e di un ragazzo di 17 anni morto sparato. La notte tra il 4 e il 5 settembre del 2014, intorno alle 2 e 30, in via Cinthia, nel quartiere Traiano, un motorino Honda Sh con a bordo tre persone non si ferma all'alt dei carabinieri.

Ne nasce un inseguimento, che va avanti fino a Fuorigrotta, quando dalla pistola di servizio di un agente parte un colpo. Il motorino cade: uno de tre a bordo riesce a scappare, un altro viene ammanettato, il terzo rimane a terra in una pozza di sangue.

Si chiamava Davide Bifolco, il 29 settembre sarebbe diventato maggiorenne. Dalle foto sembrava un ragazzo come decine di migliaia di altri: lo sguardo sveglio, i capelli rasati di lato, gli occhiali da sole. La classica espressione di chi non è ancora un adulto ma non è più nemmeno un bambino. Alla diffusione della notizia della sua morte seguono manifestazioni e rabbia generica contro le forze dell'ordine. La politica, va da sé, si divide tra chi dice che "bisogna fermarsi all'alt" e chi chiede giustizia per un ragazzo morto ammazzato.

In mezzo, il solito circo di pregiudizi antimeridionalisti, cattiverie assortite verso Napoli e i napoletani, un clima di generico sospetto che si risolve nella domanda "perché tre ragazzi erano a spasso alle tre di notte?". Come se la risposta a questa domanda potesse essere un colpo di pistola e un ragazzino ammazzato.

Si potrà dire qualsiasi cosa sulle regole e sul loro rispetto, ma chiunque a 17 anni ha combinato qualche guaio, chiunque sarebbe potuto stare su quel motorino. Quello che stupisce, di tutta questa storia, è infatti la mancanza della benché minima pietà della vittima, almeno da parte di parecchi osservatori interessati.

Tutto il resto - dalla Legge Reale che consente parecchie cose agli uomini in divisa in caso di violazione di un posto di blocco fino a tutte le considerazioni e ai sociologismi -, tutto il resto viene dopo. Quando si parla di Davide Bifolco bisogna sempre ricordarsi che si sta parlando della morte di un ragazzino: in pochi, per quanto assurdo possa sembrare, riescono a fare questo distinguo, ma nessuno sarà mai in grado di giustificare davvero l'esplosione di un proiettile contro un 17enne. Comunque, sui fatti della notte tra il 4 e il 5 settembre, ci sono due versioni, divergenti nei punti fondamentali, laddove la storia della morte di Davide può assumere un peso o un altro, nella narrazione della mala polizia.

Questa la versione dei carabinieri: quella notte il Nucleo Radiomobile aveva segnalato a tutte le unità la presenza di un latitante a bordo di un motorino, che si aggirava per le strade di Napoli. Quando una pattuglia ha fatto cenno ai tre ragazzi di fermarsi, questi non hanno obbedito e sono scappati. Nella fuga, però, avrebbero urtato un'aiuola e sono caduti.

Uno dei carabinieri, a questo punto, avrebbe preso a inseguire il presunto latitante, che però si sarebbe come volatilizzato nel nulla. Un altro carabiniere, con l'arma di ordinanza senza sicura nella sua mano destra, sarebbe invece sceso dall'auto di servizio per bloccare gli altri due passeggeri dello scooter. Così, nel tentativo di fermarne uno - Salvatore Triunfo, 18 anni, piccoli precedenti, l'agente sarebbe inciampato e dalla sua pistola sarebbe partito, per puro caso, un colpo che si è andato a conficcare nel torace di Bifolco che si stava alzando da terra. La traiettoria del proiettile, dunque, è andata dall'alto verso il basso. Perché la pistola era senza sicura? Perché lo consente il regolamento, dice il suo avvocato difensore.

La famiglia Bifolco, assistita da un veterano dei casi di mala polizia come l'avvocato Fabio Anselmo, ha però una versione diversa dell'accaduto. Una storia alternativa costruita grazie a delle indagini condotte per conto proprio, con sei testimoni a confermarla. In sostanza, sarebbe stata l'auto dei carabinieri a speronare il motorino, e poi l'agente avrebbe sparato volontariamente ad altezza d'uomo, trafiggendo in pieno il cuore di Davide. Il mistero che nei primi giorni ha tenuto banco riguardava l'identità della terza persona sul motorino: per i carabinieri si trattava del latitante Arturo Equabile, in realtà poi venne fuori che era Enzo Ambrosino, un ragazzo che qualche giorno dopo i fatti arrivò a dichiarare spontaneamente di trovarsi insieme a Bifolco e a Triunfo, quella notte.

Perché i tre non si sono fermati all'alt dei carabinieri? Per paura. O meglio, perché il guidatore andava in giro senza patentino, perché erano in tre a bordo e perché il mezzo non era assicurato. Valeva la pena mettersi nei guai per questo? No, probabilmente no. Ma bisogna sempre ricordare che questa è una storia di ragazzini, e comunque la sanzione per il fatto di girare senza documenti non può essere un colpo di pistola.

Un altro particolare: ancora Anselmo, attraverso le sue indagini, è entrato in possesso delle riprese fatte da alcune telecamere poste all'ingresso di una sala giochi vicina al luogo dell'inseguimento. Le immagini sono piuttosto eloquenti. Si vede il carabiniere entrare nel locale con la pistola salda in pugno e intimare a tutti i presenti di rimanere fermi con le mani in alto. Cosa vuol dire questo? "Il video dimostra lo stato psicologico in cui si trovava il carabiniere in quel momento", la risposta di Anselmo. A nove mesi dai fatti, il 3 giugno prossimo, a Napoli si svolgerà l'udienza preliminare per il carabiniere che sparò a Davide. L'ipotesi di reato è omicidio colposo aggravato dall'aver commesso il fatto con violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio. Con la consapevolezza che, comunque vada, si tratterà di un'odissea giudiziaria, il processo pare destinato almeno a cominciare.

In parallelo a questo processo, però, esiste un'altra inchiesta, le cui indagini sono state chiuse appena qualche giorno fa. L'avviso di chiusura della procura di Napoli ha questi due destinatari: Bifolco Giovanni e Bifolco Tommaso, padre e fratello della vittima. I due sono stati invitati a nominare un avvocato.

Perché? Perché, "in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso - recitano gli atti, in un luogo pubblico, più precisamente presso i locali e l'area esterna" dell'ospedale di Napoli, avrebbero offeso "l'onore e il prestigio" di alcuni carabinieri con frasi come "mi avete ammazzato il figlio buono", ma anche "vieni con me in una stanza e ti faccio vedere come ti ammazzo con le mie mani" e ancora, "siete carabinieri di merda, non siete nessuno, nel Rione Traiano comandiamo noi, vi prendete i soldi dalle piazze di spaccio, vi metto il cazzo in bocca a voi e le vostre famiglie", e in-

fine: "riuscirò a sapere i vostri nomi e l'indirizzo di casa vostra per venirvi ad ammazzare, i vostri figli faranno la stessa fine di mio fratello che me lo avete ammazzato senza alcun motivo. Se vi vedo nuovamente nel Rione vi sparo in testa" e "so dove venirti a prenderti, ti ho riconosciuto, ti devo sparare in testa". Frasi pesanti, non c'è dubbio su questo, ma stiamo parlando di due uomini a cui hanno appena portato via quello che per l'uno rappresentava un figlio e per l'altro un fratello. Come si reagisce quando succede una cosa del genere?

Qual è il comportamento da tenere? Come si fa a non cadere preda della rabbia e della disperazione? In più bisogna ricordare come fu la stessa famiglia Bifolco che, quando le proteste contro la polizia stavano salendo di tono, invitarono tutti quanti a non commettere violenze nel nome di Davide. Così, oltre al processo per la morte del ragazzo, bisognerà far fronte anche a quest'altra storia: quando al dolore si aggiunge altro dolore e la via d'uscita non esiste. Quando vuole, solo quando vuole, la giustizia sa essere implacabile.

Intanto, i Bifolco hanno prudentemente nominato un loro portavoce, si tratta di Gianluca Muro, già vicepresidente dell'associazione intitolata a Davide, "Il dolore non si ferma". Questo il suo commento, raccolto dai giornali locali lo scorso marzo, quando le indagini si chiusero con l'ipotesi dell'omicidio colposo: "La giustizia sta facendo il suo corso, e ci fa piacere che man mano la magistratura stia ricostruendo la dinamica di ciò che accadde quella notte, stabilendo le responsabilità, anche se il percorso è ancora lungo. Vogliamo soltanto che si faccia chiarezza sulla morte di un ragazzo che aveva la sola colpa di essere per strada alle tre del mattino". E tutto è finito nel lampo di uno sparo, tra le strade di un quartiere di Napoli, in una notte di fine estate.

 
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