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Lettere: Paese che vai, galera che trovi PDF Stampa
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di Susanna Ripamonti (Direttore di Carte Bollate)

 

Ristretti Orizzonti, 24 maggio 2015

 

Paese che vai, galera che trovi. In questo numero di carte Bollate, il dossier centrale è dedicato a un'inchiesta sulle carceri nel mondo, fatta con i materiali che avevamo a disposizione essendo reclusi, e dunque non avendo accesso a internet, telefoni e archivi: abbiamo intervistato i nostri compagni stranieri o quelli di noi che hanno fatto un po' di turismo carcerario nelle galere di altri Paesi. le informazioni che riportiamo sono quindi parziali, ma di prima mano, perché si basano sulla diretta esperienza di chi, quelle prigioni le ha vissute e per esperienza diretta può raccontarle. In Spagna ad esempio, le carceri non sono un modello invidiabile, ma l'affettività dei detenuti è tutelata e ne kit di ingresso, tra le dotazioni date ai detenuti ci sono anche i preservativi, perché sono ammessi i colloqui intimi con mogli e fidanzate. Avvengono in una stanza uguale alla camera di un hotel, con un letto matrimoniale, due comodini e un bagno e possono durare fino a due ore e mezza.

Questi incontri ravvicinati non sono concessi invece in Inghilterra, dove in compenso è tutto molto efficiente, a partire dalla sanità e dove in cella, una volta condannati in modo definitivo, si può tenere quasi tutto, play station compresa. Un vero inferno invece le carceri del Sud del mondo, dove la regola è pagare, per ottenere anche i servizi essenziali. Un materasso lercio è un privilegio per pochi, gli altri dormono ammassati per terra.

Idem in Marocco e in Pakistan, mentre la situazione è leggermente più tollerabile in Albania, grazie all'indulto che ha svuotato le carceri. Dappertutto però, in questi Paesi, vale la regola della mazzetta: se paghi tutto cambia e un poliziotto solerte ti procura cibo accettabile, spazio in cui vivere e addirittura un telefono cellulare, che naturalmente ha il suo prezzo.

In Romania c'è una norma interessante: la pena viene ridotta se un detenuto lavora, in una misura corrispondente all'impegno profuso. Le immagini che illustrano il dossier sono di Valerio Bispuri, che ha visitato settantaquattro carceri di molti Paesi del Sudamerica, tra i più violenti e inospitali, scattando numerose fotografie raccolte poi nel libro Encerrados, presentato a marzo nella casa di reclusione di Bollate.

Nell'editoriale, firmato dalla Redazione, carte Bollate dà il benvenuto ai visitatori di Jail Expo, rassegna di mostre, spettacoli, incontri che durerà per tutto il tempo della vera Expo, quella che si trova esattamente di fronte al carcere.

Per tutta la durata di expo sarà possibile visitare il carcere ogni venerdì mattina, partecipare ad eventi e ai mercatini che si terranno ogni primo venerdì del mese. Un'occasione di incontro e di confronto con l'esterno importante, ma la redazione si chiede: "Riusciremo a far capire a chi entra qui dentro che Bollate non è il villaggio vacanze del paesaggio penitenziario italiano?

Sapremo trasmettere la consapevolezza che questo è comunque un carcere, ovvero un luogo di privazione della libertà, di allontanamento forzato da tutti gli affetti, di limitazione della possibilità di muoversi, scegliere, decidere? Si tratterà di cercar di creare valore in ogni ambito di questa prova, non deludendo le aspettative di chi, da dentro, non vede l'ora di aprirsi ancora di più e di chi, da fuori, entrerà con stati d'animo di tutti i tipi, dalla compassione alla curiosità, non di rado morbosa, con l'atteggiamento, non sempre consapevole, di chi va allo zoo.

Noi vorremmo che in qualunque modo e con qualunque pensiero o preconcetto gli esterni entreranno, ne uscissero con una visione, un punto di osservazione diverso, nuovo, avendo imparato a vedere le persone invece che i reati".

 
Lettere: è un fottutissimo errore, con la morte di Yara io non c'entro PDF Stampa
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Il Garantista, 24 maggio 2015

 

"Voglio giustizia per i genitori della ragazza, ma non posso pagare le colpe di chi l'ha uccisa".

Lotterò fino alla fine contro questo fottutissimo errore giudiziario". Torna ad alzare la voce Massimo Giuseppe Bossetti, che dal carcere ha scritto di suo pugno per spiegare la sua versione dei fatti a proposito dell'omicidio di Yara Gambirasio di cui è accusato.

Nella lettera mostrata dalla trasmissione Quarto Grado il muratore di Mapello ha ringraziato i suoi legali Claudio Salvagni e Paolo Camporini insieme a tutto "il team che non ho mai avuto l'occasione di conoscere di persona, eccetto il Signor Ezio Denti".

"Volevo congratularmi almeno con lo scritto - scrive Bossetti - dicendovi grazie per tutto il grandissimo lavoro che state facendo, grazie per tutto il tempo che state dedicando su questo difficile, drammatico lavoro, privandovi quasi del tutto della vostra vita famigliare, volevo farvi notare che apprezzo moltissimo tutti ì vostri sforzi, talmente faticosi in questo terribile caso caduto ingiustamente nei miei confronti, e soprattutto per dire a tutti voi, che ho estremamente fiducia al 100% per il grandissimo, faticoso lavoro che state facendo". "Credetemi - prosegue l'uomo atteso dal processo in Corte d'assise il prossimo 3 luglio - state facendo un magnifico lavoro di squadra da parte mia e sono sicuro che prima o poi riuscite a ottenere una valida risposta e per mettere fine una volta per tutte su questa mia dannata detenzione".

"Credetemi - continua - non so chi fosse Yara, non ho mai conosciuto Yara e non riesco a darvi una spiegazione perché io mi trovo in questo schifo, ma una cosa voglio farvi capire e lo griderò sempre da queste fottutissime sbarre e mura, che mi circondano, io in tutto questo non c'entro assolutamente niente, io sono del tutto estraneo a questo maledettissimo omicidio, io non avrei mai potuto commettere una cosa così talmente atroce, infamante nei miei confronti".

"Assolutamente non è da me - insiste Bossetti nella lettera - la mia verità in tutto questo è sempre stata la mia più assoluta innocenza di sempre e non è un giorno che la grido ma da ben 313 giorni, e non intendo smettere. La mia coscienza è pulitissima, e sono stato incastrato da prove che per me ancora oggi sono altamente surreali e per questo vi chiedo gentilmente di non tralasciare proprio niente, perché anch'io chiedo giustizia come i genitori della povera Yara e dunque non è giusto pagare per qualcuno che in verità ha commesso questo tragico delitto, facendola franca".

Bossetti si rivolge poi alla sua famiglia, e proclama ancora una volta la propria innocenza: "Soffro tantissimo, sto soffrendo perché tutto mi è stato portato via senza potermi rendere conto di niente e soprattutto soffro per tutta questa maledettissima lontananza da mia moglie Marita e i miei stupendi figli che tantissimo mi mancano, credetemi sto vivendo solo per loro e basta! Non sapete quanto mi mancano i miei amori, da morire mi mancano. So, avvocati e tutto il team, che è dura e faticosa anche per voi riuscire ad arrivare a un lieto fine, ma voglio incoraggiarvi, so che riuscirete ad arrivare alla verità, la mia verità perché ci tengo a farvi sapere che io sono molto fiducioso in tutti voi, e allora forza e coraggio come state facendo e come sempre avete fatto".

"Anch'io - conclude Massimo Bossetti - chiedo Giustizia come i genitori della povera Yara e dunque non è giusto pagare per qualcuno che in verità ha commesso questo tragico delitto, facendola franca".

 
Alessandria: Sappe; detenuto tenta il suicidio, il secondo caso in pochi giorni in Regione PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 24 maggio 2015

 

A pochi giorni dal tentato suicidio di un detenuto nel carcere di Alba, un altro ristretto ha tentato di togliersi la vita da un Istituto di pena del Piemonte, anche in questo caso salvato in tempo dal personale della Polizia Penitenziaria. È accaduto ieri ad Alessandria e a darne notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Sabato pomeriggio verso le ore 15:10 circa, un detenuto appena giunto nel carcere S. Michele di Alessandria proveniente dal penitenziario di Torino, di origine Nordafricana, ha tentato il suicidio in cella legando una coperta alle sbarre e avvolgendola al collo. Tempestivo l'intervento di un Agente di Polizia Penitenziaria che gli ha salvato la vita al detenuto", spiega il Segretario Generale del Sappe Donato Capece.

"Ogni giorno nelle carceri piemontesi un detenuto si lesiona il corpo ingerendo chiodi, pile, lamette, o procurandosi tagli sul corpo. E, ogni settimana, un ristretto del Piemonte tenta il suicidio, salvato in tempo dal tempestivo intervento delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria. Nei dodici mesi del 2014, tanto per dare qualche numero, in Piemonte abbiamo contato 58 tentati suicidi, 423 episodi di autolesionismo, 183 colluttazioni e 31 ferimenti".

Aggiunge Vicente Santilli, segretario regionale Sappe del Piemonte: "Vercelli, Asti e Biella sono le tre prigioni con il maggior numero di episodi di autolesionismo quando un detenuto si lesiona il corpo ingerendo chiodi, pile, lamette, o procurandosi tagli sul corpo): 65, 65 e 62.

È a Torino invece che ci sono stati più tentati suicidi sventati dai poliziotti, 17 seguito dai penitenziari di Ivrea (9), Asti e Biella (6). 43 le colluttazioni a Ivrea, 34 a Vercelli e 25 a Saluzzo. 8 i ferimenti al Lorusso-Cutugno di Torino. La situazione nelle carceri resta insomma sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato, in Piemonte, di oltre cinquecento venti unità: dai 4.155 del 30 aprile 2014 si è infatti passati agli attuali 3.631".

"Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio nelle carceri del Piemonte e dell'intero Paese con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici", conclude il leader nazionale del Sappe, Capece. "Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri piemontesi e del Paese tutto".

 
Lecce: chef anche in carcere, a Borgo San Nicola il design sposa la cucina PDF Stampa
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leccesette.it, 24 maggio 2015

 

Una cucina per la sezione maschile del Carcere di Lecce. La novità assoluta è il nuovo tassello del "Giardino radicale", progetto di design in carcere finanziato dalla Fondazione con il sud nella struttura leccese di Borgo San Nicola. Lontani da casa potranno preparare i pasti comuni per il giorni di festa e scambiarsi esperienze, anche a tavola.

Per la popolazione detenuta si tratta di una novità assoluta, una sorta di chimera della quotidianità negata dalla detenzione. In quest'ottica è nato l'ultimo tassello di "Giardino Radicale", progetto di design partecipato all'interno della casa circondariale di Borgo San Nicola (Lecce). L'inaugurazione, oggi alle 13, con un simbolico pranzo di benvenuto insieme alle autorità della struttura, sarà l'occasione per presentare al pubblico il nuovo volto della sezione maschile interessata dal progetto.

Grazie a "Gap, il territorio come galleria d'arte partecipata", finanziato da Fondazione con il Sud, nella casa circondariale leccese si è infatti avviata da oltre un anno la trasformazione dello spazio vitale di un'intera sezione del settore maschile R2, attraverso il coinvolgimento della popolazione detenuta, chiamata ad una rivoluzionaria appropriazione dello spazio detentivo.

Nella prima fase del laboratorio di design, che si è tenuta nella primavera dello scorso anno, i circa 40 detenuti che hanno preso parte al progetto, ideato da Francesca Marconi, coordinatrice artistica di Gap, in collaborazione con la regista teatrale Paola Leone, che da anni lavora all'interno della struttura detentiva leccese, hanno lavorato al fianco dei designer Maurizio Buttazzo e Roberto Dell'Orco, ripensando gli spazi comuni, progettandoli e lavorando attivamente al loro restyling. Attraverso interventi murali, rivisitazione della pavimentazione e creazione di complementi di arredo: tavoli, sedute, librerie, sono nate così una "Sala comune", una "Barberia", la "Sala telefono" e la "Sala ginnastica". Nella sua seconda fase il progetto ha invece riguardato il rapporto con il cibo e quindi con la cucina, sia in senso materiale che astratto.

La cucina è il luogo della socialità, dove si sta insieme e ci si racconta anche attraverso quei gesti quotidiani normalmente negati dalla reclusione. Attraverso la realizzazione di una cucina i detenuti della sezione r2 avranno la possibilità di preparare i pasti da consumare insieme nei giorni di festa. Una possibilità di socializzare e condividere ma anche di non riscoprire la gioia di profumi e ricordi. Non a caso, alla realizzazione delle cucine è stata affiancata anche la creazione di un ricettario video. Una raccolta di ricette che diventano il pretesto per ricordare e raccontare se stessi.

"Il carcere come luogo di possibilità mancate, di mondi inesplorati, mondi immaginari che prendono vita e diventano abitabili nella vita concreta, questo è stato per me il lavoro sulle ricette. Un lavoro fatto insieme a circa 12 detenuti, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il possibile per fare nel poco tempo a disposizione del nostro meglio, per cercare qualcosa di noi, dentro una cucina appena costruita ma le nostre tutte evocate, non ci importava far venire fuori la ricetta, ma ci importava venisse fuori qualcosa che ci appartenesse", spiega Paola Leone, che ha curato la raccolta di racconti legati a un ricettario personale insieme al fotografo Yacine Benseddik.

"Qualcosa che ci appartenesse prima della situazione in cui i protagonisti di questi video sono adesso. Qualcosa prima della detenzione, che durante questo periodo si è sfocata o assolutamente mantenuta intatta, qualcosa che appartenesse all'uomo in quanto tale, spogliato dal fare e abitato dall'essere. Ci siamo addentrati nei piccoli ricordi, nelle passioni che animavano le loro vite, è bastato questo perché si aprissero davanti ai nostri occhi degli scenari, ecco comparire un paio di pattini, l'amore per il canto, la fede, la cura, la passione calcistica ecc.".

Il progetto Gap è un esteso laboratorio territoriale di sperimentazione e contaminazione dei linguaggi contemporanei dell'arte nel dialogo con il tessuto sociale e geografico di confine e si realizza attraverso il coinvolgimento della comunità come risorsa necessaria per la progettazione e creazione di servizi e sistemi fruibili da parte di persone con esigenze, abilità, culture e bisogni diversificati. I laboratori si concretizzano attraverso diverse azioni di riqualificazione del territorio e di risposta alla scarsa valorizzazione dei luoghi di aggregazione informale, in particolare degli spazi all'aperto, affidate alle associazioni Sud Est, Ramdom, Pepe Nero, di cui è capofila l'associazione Lua (Laboratorio Urbano Aperto). Gap è realizzato con il sostegno della Fondazione Con Il Sud Progetti Speciali e Innovativi 2010 e con il contributo della Regione Puglia.

 
Augusta (Sr): progetto "Read and fly", i detenuti mettono in scena lo spettacolo "Effatà" PDF Stampa
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siracusanews.it, 24 maggio 2015

 

Mentre all'interno dalla Casa di Reclusione di Augusta i detenuti continuano a provare i propri ruoli sul palco, è stata definita la data dello spettacolo dedicato ad Effatà, l'ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, che si svolgerà sabato 13 giugno alle 18 all'interno del teatro del carcere.

Qui gli 11 partecipanti del progetto "Read and fly" hanno prima letto, poi studiato la sceneggiatura e infine affrontato il palcoscenico, mettendo in scena la storia ideata dalla scrittrice e magistrato siracusana, dedicata a due bimbi sordomuti, uniti da un fil rouge che riconduce alla terribile storia dell'Olocausto.

Lo spettacolo, gratuito e aperto al pubblico darà la possibilità a chi lo desideri di contribuire con un'offerta libera che servirà all'acquisto di giochi da giardino per allestire un'area verde a beneficio dei figli dei detenuti, che ne fruiranno durante le ore di colloquio.

Il laboratorio teatrale è stato ideato da Michela Italia e si è svolto con la collaborazione di Domenica Passanisi e dell'educatrice Franca Nicolosi su sceneggiatura e narrazione di Simona Lo Iacono, e musiche del Maestro Salvino Strano.

A mettere in scena Effatà: saranno i detenuti: Mirko Musumeci, Massimo Schiavone, Miodrag Arbutina, Francesco Bellingheri, Antonino Malfitano, Mirko Nigido, Carmelo Caggegi, Domenico Battaglia, Angelo Viglianesi, Spartak Osmenaj, Vito Salvatore Piacente. Per partecipare allo spettacolo è necessario prenotarsi entro il 6 giugno. I magistrati e gli avvocati che volessero partecipare sono invitati a indicare la qualifica professionale rivestita, così come gli spettatori che siano già stati ospiti del carcere in altre occasioni (teatrali, ricreative, ecc.) sono invitati a segnalare tale circostanza, per abbreviare le operazioni di autorizzazione e accertamento.

 
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