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Roma: il suicidio del killer del gioielliere e i buchi della sorveglianza in cella PDF Stampa
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di Fiorenza Sarzanini

 

Corriere della Sera, 21 luglio 2015

 

Domenica mattina la psicologa del carcere aveva raccomandato una visita psichiatrica e il regime di "grande sorveglianza". Eppure poche ore dopo Ludovico Caiazza, 32 anni, è riuscito a creare un cappio con le lenzuola, l'ha attaccato alle sbarre della cella e si è impiccato. È il ventiquattresimo detenuto che si suicida dall'inizio dell'anno.

E adesso i magistrati e il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, dovranno accertare che cosa davvero sia accaduto dal momento dell'ingresso dell'uomo nel reparto "Nuovi Giunti" sino all'arrivo dei soccorsi all'uomo accusato di aver aggredito e ucciso il gioielliere Giancarlo Nocchia, nel suo negozio al quartiere Prati a Roma.

E per farlo stanno ricostruendo orari e circostanze, in modo da verificare se ci siano state omissioni da parte di chi aveva il compito di vigilare. Tenendo conto che proprio di fronte alla psicologa Caiazza si era mostrato sconvolto, sostenendo di aver saputo che l'orafo era morto solo dopo essere fuggito, e aveva detto: "Adesso chiudete la porta e buttate la chiave".

Ma soprattutto anche perché ieri sera si è ucciso nello stessa reparto un ragazzo rumeno di 18 anni, Eduard Theodor Brehuescu accusato di aver assassinato lo scorso aprile il truccatore delle dive Mario Pegoretti.

L'arrivo di notte. I carabinieri del Reparto operativo di Roma che lo hanno arrestato su un treno lo accompagnano nel penitenziario alle 3,15 di domenica. L'uomo è in preda a una crisi di astinenza: lo sottopongono alle visite mediche e gli somministrano il metadone. Poi c'è l'incontro con la specialista che deve giudicare le sue condizioni mentali.

I tre parametri di pericolosità sono "medio, minimo e basso", ma la raccomandazione è di tenerlo sotto controllo. Alle 10,50 Caiazza incontra l'avvocato d'ufficio. Il colloquio dura fino alle 12,20. E forse solo in quel momento l'indagato si rende conto delle conseguenze di ciò che ha fatto, del rischio che buttino la chiave, soprattutto tenendo conto dei precedenti penali, come lui stesso aveva auspicato.

Il rientro in cella. Alle 12,30 Caiazza torna in cella. Le disposizioni concordate dalla polizia penitenziaria con la direttrice del carcere Silvana Sergi sono di controllarlo ogni 30 minuti, "ma in realtà il passaggio è stato effettuato ogni quarto d'ora", spiega la stessa Sergi. Nel reparto ci sono 109 reclusi "governati" da due sorveglianti, un agente di piano e uno preposto. Secondo le relazioni di servizio compilate dopo il decesso, alle 22,45 l'agente vede il corpo che penzola accanto alla finestra. Fa scattare l'allarme, chiama i soccorsi, arrivano gli altri agenti che lo tengono per le gambe e tagliano il lenzuolo. Dieci minuti dopo intervengono i medici del 118. Provano a rianimarlo, utilizzano anche un defribillatore. Non c'è nulla da fare. Alle 23,25 Caiazza risulta "deceduto". I sorveglianti verbalizzano, come sottolinea la direttrice, "che in realtà quando si è scoperto che si era impiccato erano trascorsi solo 7 minuti dall'ultimo controllo".

L'autolesionismo. Saranno i magistrati a dover stabilire come mai, nonostante le condizioni del recluso fossero ritenute a rischio, non si sia deciso di sorvegliarlo "a vista". E dunque a chiarire se sia stata seguita la procedura prevista in questi casi, ma anche se fosse sufficiente il numero di agenti in servizio.

Certamente il suicidio di Caiazza riporta in primo piano un'emergenza che il Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria, ma anche Radicali e associazioni che operano all'interno dei penitenziari denunciano da anni e che riguarda proprio le condizioni di vivibilità in alcuni casi disumane, dovute anche alle carenze di investimenti. Nel 2014 ci sono stati "43 suicidi, 6.919 atti di autolesionismo, 966 i ferimenti e 3.575 le colluttazioni". A volte, denuncia il segretario del Sappe Donato Capece, "basterebbe davvero poco, come usare lenzuola di carta per chi arriva in condizioni alterate".

 
Roma: i colleghi del gioielliere ucciso "meglio così, l'avrebbero liberato subito" PDF Stampa
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di Erica Dellapasqua

 

Corriere di Roma, 21 luglio 2015

 

"Ma la foto ancora non c'è, di lui o della ragazza?". I colleghi e gli amici di Giancarlo Nocchia vorrebbero capire se gli è mai passato davanti il killer "che non ha neanche avuto il coraggio di farsi processare, codardo, una fine troppo veloce". Perché "ps - ha aggiunto qualcuno sul bigliettino di ringraziamento ai carabinieri che l'avevano arrestato - si è appeso in cella ieri!".

Prati è un quartiere "chiuso" per lutto che non si rimangia niente delle dichiarazioni sul rapinatore "solo perché adesso è morto anche lui - dicono dal negozio Esoterica a Cola di Rienzo - aveva già fatto del male, violenza sessuale, rapina, ora se la vedranno lassù, forse meglio così, che tanto tra rito abbreviato e sconti di pena magari tornava fuori dopo un anno".

Allora, due morti e un solo lutto: "Quanto accaduto al signor Nocchia non può passare inosservato - si legge sul volantino circolato tra i commercianti ieri - abbiamo pensato di lavorare con le serrande abbassate, una dimostrazione di cordoglio civile e solidale ma anche un modo per ricordare alle istituzioni che siamo commercianti e cittadini che pagano le tasse per ricevere in cambio servizi carenti sotto ogni punto di vista assistendo a cadenza ciclica a rapine, stupri ed omicidi".

Si parla di una petizione, da consegnare forse al municipio forse al sindaco Marino. Ma intanto c'è paura: "Lunedì, due giorni prima della rapina a Nocchia, sempre un tossico voleva rubare alla profumeria qui davanti - raccontano le commesse di Stefanel in via Cola di Rienzo - siamo tornati in un clima da anni 80. I turisti stanno cominciando ad aumentare, quando inizierà il Giubileo non so come faremo, anche l'altro giorno un carabiniere in borghese ci ha riportato un vestito che si erano rubati".

Serrande a metà anche in via dei Gracchi: "Il supermercato Pam, noi e poi Giancarlo - ricordano dal negozio di scarpe attaccato alla gioielleria - nel giro di pochi mesi ci hanno fatti tutti, in fila. Quando a novembre ci rubarono tutte le scarpe fu proprio Giancarlo a dirci di mettere l'antifurto e di fare un'assicurazione".

E sul suicidio "non saprei, così sembra davvero tutto più inutile, Giancarlo è morto, l'assassino è morto, i carabinieri hanno ritrovato i gioielli, davvero tutto inutile: viaggiava con due pistole, forse se avesse voluto ucciderlo gli avrebbe sparato sul colpo". Poche scuse, invece, per i colleghi dell'autoscuola Flaminia: "Prendeva il metadone, non era un tossico che ha agito in preda al delirio, e comunque anche se sei disperato non arrivi a uccidere perché non ti viene aperta la cassaforte, punto".

 
Roma: un altro dramma nello stesso "braccio" di Regina Coeli, 18enne si toglie la vita PDF Stampa
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di Lorenzo De Cicco e Adelaide Pierucci

 

Il Messaggero, 21 luglio 2015

 

A meno di 24 ore dal suicidio del killer di Prati, un altro detenuto è stato trovato morto nella sua cella a Roma. Stesso carcere di Ludovico Caiazza, Regina Coeli, stesso "braccio": la settima sezione.

La vittima stavolta è Theodor Eduard Brehuescu, 18 anni, uno dei due giovani romeni che, ad aprile, ha ucciso Mario Pegoretti, il parrucchiere dei vip, ammazzato a colpi di pietra nella Pineta Sacchetti dopo un litigio per il pagamento di un rapporto sessuale. Dalle prime ricostruzioni sembra che il giovanissimo ragazzo di vita si sia tolto la vita. A darne l'annuncio ieri è stata la Fns Cisl, che ora, con il segretario Costantino Massimo, chiede di "chiarire la dinamica dell'accaduto".

Autolesionismo. La Procura di Roma ha già aperto un secondo fascicolo. Se ne occupa il pm Luca Tescaroli che per ora procede contro ignoti e in nottata ha fatto un sopralluogo in carcere. Un mese fa anche l'altro ragazzo arrestato per l'omicidio di Pegoretti, Florin Liviu Vlad Axente, 21 anni, aveva compiuto un episodio di autolesionismo. "Si è ferito alla braccia", ha spiegato l'avvocato Marco Casalini.

"Ci danno trentanni". Theodor Eduard Brehuescu era stato arrestato insieme all'amico Florin Liviu il 30 aprile scorso, pochi giorni dopo la morte di Pegoretti. Per entrambi l'accusa era di omicidio volontario a scopo di rapina. Pegoretti, 61 anni, parrucchiere di tanti personaggi del mondo dello spettacolo, era stato ritrovato senza vita in fondo a una piccola scarpata nel parco della Pineta Sacchetti, periferia Nord di Roma, senza né scarpe né pantaloni. Picchiato selvaggiamente e ucciso a colpi di pietre.

"Ma mica sono pentito per quello che abbiamo fatto. Solo un rimprovero, non essere scappato subito. Ora che ci hanno preso ci danno trent'anni. O forse venti". Queste le frasi choc dei due giovani romeni intercettate dai carabinieri in caserma subito dopo l'arresto. Brehuescu era un fiume in piena. Si lamentava con Florin.

Cercava di preparare una linea difensiva, che poi però avrebbe cercato di ribaltare davanti agli inquirenti, provando a scaricare tutte le colpe sull'altro. "Diciamo che siamo entrati nel parco - era la linea abbozzata dai due - che quello voleva fare sesso, che noi eravamo ubriachi, che quello ha provato a saltarci addosso, che la vittima è caduta e che noi abbiamo cominciato a tirargli calci, che abbiamo preso una pietra e lo abbiamo colpito ripetutamente alla testa e che siamo andati via". I due avevano parlato della vittima dicendo che gli avevano tirato dei calci al basso ventre e di non sentirsi colpevoli perché "voleva fare sesso" con loro. È allora che Theodor ha voluto sottolineare di "non sentirsi in colpa" per quanto accaduto.

La tentata evasione. Prima dell'interrogatorio in caserma, Florin aveva anche fatto un'ultima proposta al complice: "Scappiamo ora". "Con le manette ai polsi?", gli aveva risposto l'altro. Florin aveva poi rivelato un particolare agli inquirenti: il "vecchio" al momento dell'aggressione aveva solo un euro in tasca. "È per questo che ho voluto rubargli l'orologio", aveva spiegato. Un orologio falso Armani, che Theodor la sera stessa avrebbe regalato alla fidanzata, una studentessa romana. Ed è proprio in casa di lei che i carabinieri lo hanno recuperato.

 
Firenze: detenuto 45enne muore dopo essere stato al campo sportivo. Osapp: colpa caldo PDF Stampa
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Ansa, 21 luglio 2015

 

Un detenuto di 45 anni, di origine albanese e con fine pena nel 2017, è morto nel carcere fiorentino di Sollicciano dopo essere stato al campo sportivo. La causa della morte sarebbe infarto. "Ci domandiamo - scrive il Sindacato di polizia penitenziaria Osapp - se sia il caso, secondo noi sì, di sospendere l'attività sportiva all'aperto nelle ore pomeridiane quando il caldo si fa opprimente". Per l'Osapp "appare evidente la necessità di evitare tali rischi soprattutto per quei detenuti che non hanno un'attestazione medica di idoneità" allo sport.

 
Parma: il Garante; bancomat rotto, i familiari possono versare i soldi all'ufficio colloqui PDF Stampa
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parmatoday.it, 21 luglio 2015

 

Dopo la pubblicazione dell'articolo sulla rottura del bancomat che permette ai famigliari dei detenuti di versargli i soldi sul conto interno del carcere di via Burla a Parma il Garante per i Detenuti del Comune di Parma ci ha risposto, comunicando che i famigliari potranno versare i soldi direttamente presso l'Ufficio rilascio colloquio nelle giornate di visita ai detenuti. "Successivamente alla notizia -si scrive il Garante- da voi diffusa e una verifica fatta nella giornata di ieri presso il carcere comunico che il servizio di versamento dei soldi per il mantenimento dei familiari detenuti è attivo. In attesa che il bancomat venga riparato i familiari potranno versare i soldi direttamente presso l'Ufficio rilascio colloquio nelle giornate di visita ai detenuti.

 
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