Lunedì 17 Febbraio 2020
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Giustizia: "Italia prima fra i Paesi più multati". Lettera al presidente Sergio Mattarella PDF Stampa
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di Marco Pannella e Maurizio Turco (Radicali Italiani)

 

Il Tempo, 26 settembre 2015

 

Il prossimo 30 settembre l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa discuterà la Risoluzione su "L'attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo". Il Consiglio d'Europa conta 47 membri, ci sono tutti i 28 paesi membri dell'Unione europea e, tra gli altri, la Turchia e la Russia. Il rapporto denuncia che quasi l'80% delle sentenze a cui non si è dato seguito, ovvero non si sono presi i provvedimenti necessari a evitare il ripetersi delle violazioni, riguarda solo 9 paesi. Al primo posto c'è l'Italia seguita da Turchia, Russia, Ucraina, Romania, Grecia, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Ancora una volta l'Italia è al primo posto tra i 7 paesi che totalizzano il maggior numero di denunce ripetitive, ovvero riguardanti le stesse violazioni.

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Giustizia: congresso Ucpi per denunciare il processo tradito e la Costituzione dimenticata PDF Stampa
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di Vincenzo Comi (Componente del consiglio direttivo della Camera Penale di Roma)

 

Il Velino, 26 settembre 2015

 

I penalisti rivendicano da sempre l'essenzialità di recuperare i fondamentali principi costituzionali e i valori che devono contraddistinguere il processo penale. L'obiettivo è assicurare a tutti una difesa effettiva e di qualità in ogni processo e per tutti gli imputati.

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Giustizia: penalisti; forti timori per la riforma della prescrizione do la sentenza Corte Ue PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2015

 

Nel dettaglio, un forte allarme sulla prescrizione e per le modifiche in arrivo sul diritto penale sostanziale. Ma più in generale, a preoccupare le Camere penali, il cui congresso si è aperto ieri con la relazione del presidente Beniamino Migliucci, è un clima generale nel quale emerge ancora una volta la debolezza della politica nella difficoltà ad affrontare il tema delle riforme utili al Paese.

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Giustizia: Orlando "no al carcere per le intercettazioni fraudolente" PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2015

 

Più tempo per portare a termine le indagini sulla corruzione, la possibilità di passare da tre a sei mesi per le altre inchieste e niente carcere per le intercettazioni abusive. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, annuncia, in occasione del suo intervento di ieri al Festival del diritto di Piacenza, che in Senato sarà possibile rivedere alcuni aspetti del disegno di legge sul processo penale. La disponibilità a ritoccare la norma è emersa nel corso di un confronto vivace e costruttivo con il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Maria Sabelli, e con il professor Massimo Brutti.

Per Sabelli è, infatti, una missione impossibile mettere la parola fine alle indagine in tre mesi, quando sul tavolo del magistrato arrivano circa 109 procedimenti al mese e un'udienza può essere fissata anche dopo un anno. Orlando si dice disponibile a introdurre modifiche in Senato che dilatino i tempi a disposizione delle toghe per mettere la parola fine alle inchieste.

Da Palazzo Madama, assicura Orlando, non uscirà una norma che preveda il carcere per le intercettazioni fraudolente: ci sarà un tetto di pena che scongiura il rischio detenzione. Ancora un annuncio di Orlando riguarda un passo avanti verso l'emanazione dei decreti che attuano la depenalizzazione trasformando in illeciti amministrativi quasi tutti i reati puniti oggi con la sola multa, a iniziare dall'omissione dei contributi sotto la soglia dei 10mila euro: la chiave per rendere effettiva la punibilità con la sola sanzione è ora all'esame del ministero dell'Economia e delle finanze. Una volta realmente operativa la norma dovrebbe avere un forte effetto deflattivo.

Ma per Sabelli la giustizia è ancora troppo terreno di scontro tra forze politiche per produrre le riforme efficaci che nascono dal confronto. E sul campo del confronto scende il guardasigilli per chiedere la disponibilità dell'Associazione nazionale magistrati a mettere mano a una riorganizzazione interna, a iniziare dalle funzioni del Csm e dalle specializzazioni. Un fronte, quest'ultimo, sul quale il governo si è mosso con la riforma della geografia giudiziaria.

Quando il confronto si sposta sull'incisività degli interventi, a cominciare dalla norma sulle pene alternative, Orlando ammette che è stato necessario tenere conto "del senso comune alimentato dagli imprenditori della paura", ma si dice certo che alla fine anche in Italia "avremo un sistema penale più simile a quello di altri Paesi". L'Italia ha ancora la maglia nera della recidiva più alta, frutto di un ricorso al carcere ancora eccessivo, mentre per il guardasigilli la strada sta "nell'uscire dalla logica del dentro o fuori".

Sabelli prende atto del populismo e invita a combatterlo rendendo più efficiente il processo e l'appello e, sul punto, il ministro della Giustizia è pronto. "La prima delega che attueremo - spiega Orlando - sarà quella sulle impugnazioni e il primo gruppo di lavoro sarà sull'appello". Per Orlando "c'è molta carne al fuoco ma va a cottura solo se la magistratura è disponibile a mettere mano per cambiare prassi consolidate" e sgombrare il campo dall'impressione "che meno si cambia meglio si sta".

Da Massimo Brutti arriva l'invito a "coinvolgere nei tavoli di lavori gli intellettuali che non fanno propaganda". E anche qui Orlando ricorda che per l'esecuzione della pena i tavoli di lavoro sono stati 18 per un lavoro svolto ad ampio raggio con la collaborazione di magistrati e giornalisti. Il ministro, inserendosi nel dibattito sui rapporti tra giustizia ed economia, sottolinea che il ruolo della giurisdizione non è quello di far funzionare l'economia.

Sollecitato dalla coordinatrice del dibattito Donatella Stasio a confermare le voci su un coinvolgimento del professor Stefano Rodotà nella Commissione sulle intercettazioni il ministro non dà conferme e dichiara di non avere deciso. Dopo l'uscita del ministro arriva però il diretto interessato e alla domanda girata a lui, Rodotà esclude di voler ricoprire l'incarico, anzi ricorda che "non si possono affidare diritti fondamentali a una legge delega".

 
Giustizia: intercettazioni, il parlamento espropriato PDF Stampa
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di Stefano Rodotà

 

La Repubblica, 26 settembre 2015

 

Vi è un filo tenace che lega le norme già approvate sui controlli a distanza dei lavoratori e quelle che si annunciano sulle intercettazioni telefoniche. In entrambi i casi siamo di fronte ad interventi che incidono su diritti fondamentali delle persone. In entrambi i casi è il governo che ha il potere finale di decidere in materie così delicate. Bisogna seguire con attenzione vicende come queste per comprendere come stiano cambiando le nostre istituzioni. E non farsi soltanto fuorviare dalle non edificanti schermaglie intorno alle modalità di elezioni del Senato.

Il meccanismo messo a punto è molto semplice. Il Governo chiede ed ottiene dal Parlamento una delega per regolare questioni della massima importanza, che riguardano la vita delle persone e i caratteri che viene assumendo la stessa democrazia. Le apparenze sono quelle di un pieno rispetto della legalità costituzionale. La sostanza è quella di un suo non indifferente svuotamento. La Costituzione, infatti, prevede che il Parlamento possa delegare al Governo potere normativo, in base però a precisi principi e criteri direttivi che esso stesso individua. La voce del Parlamento torna poi a farsi sentire quando è chiamato ad esprimere un parere, sia pure non vincolante, sui decreti predisposti dal Governo.

Ma che cosa accade quando la delega è sostanzialmente in bianco, o tale da attribuiti una larghissima discrezionalità, e il parere parlamentare viene considerato del tutto ininfluente? Si determinano una espropriazione del Parlamento e un trasferimento al Governo della parola ultima e definitiva addirittura in materia di diritti fondamentali. Un corto circuito che svuota di senso la garanzia costituzionale, fa nascere un problema di legittimità di questo modo di legiferare e chiamerà in causa la Corte costituzionale.

Non dimentichiamo che i temi dei controlli a distanza e delle intercettazioni erano stati finora affidati a norme di leggi la cui approvazione aveva visto il Parlamento come unico protagonista. Ora assistiamo ad un ulteriore accentramento di poteri nelle mani del Governo, che così si libera del Parlamento di cui viene certificata l'irrilevanza. E tutto questo avviene all'insegna di una forte perdita di trasparenza del processo legislativo nel suo insieme con il passaggio dalla sede parlamentare, sempre controllabile dall'opinione pubblica, alle opache stanze del governo.

Si ricordi che la caduta della " legge bavaglio" sulle intercettazioni, di cui questo giornale fu protagonista, fu resa possibile proprio dall'esistenza di una situazione istituzionale che consentiva di intervenire e mobilitare l'opinione pubblica mentre l'iter parlamentare di quella legge era ancora in corso. Inoltre, i due casi qui discussi mostrano che si stanno mettendo le mani sulla prima parte della Costituzione quella dei principi e dei diritti, di cui a parole viene dichiarata l'intoccabilità. Si possono accettare questi slittamenti progressivi, questa strisciante erosione delle garanzie?

Controlli a distanza e intercettazioni riguardano la stessa materia, quella della tutela della sfera privata. Vale la pena di ricordare, allora, che la norma sui controlli a distanza si trovava nello Statuto dei lavoratori e che - insieme a quelle sulle informazioni relative alle opinioni, sulle informazioni e i controlli medici - aveva creato la prima disciplina sulla sfera privata delle persone. Storicamente considerata come un diritto dell'"età dell'oro della borghesia", il diritto alla privacy entra nel sistema italiano attraverso i diritti dei lavoratori, ventisette anni prima del riconoscimento per tutti della tutela dei dati personali.

Aggiornarla per effetto dell'incidenza delle nuove tecnologie? Certo, ma non come ha fatto il Governo, che la ha mantenuta per i controlli con telecamere, mentre la ha sostanzialmente cancellata per i controlli sui lavoratori effettuati raccogliendo i dati relativi all'uso di computer, telefoni cellulari, iPhone, iPad. La logica avrebbe voluto che le antiche garanzie fossero estese alle nuove tecnologie, assai più invasive di quelle passate perché consentono una sorveglianza continua su ogni mossa del singolo lavoratore, così legato da una sorta di guinzaglio elettronico a chi vuole controllarlo.

Con una singolare, e rivelatrice, schizofrenia istituzionale, mentre la sfera personale dei lavoratori viene assoggettata ad una assoluta trasparenza, si vuol far diventare opaca la sfera personale delle persone intercettate. Intendiamoci. La tutela di persone estranee all'oggetto delle intercettazioni merita d'essere tutelata, a condizione però che tutto questo non determini una compressione del diritto costituzionale all'informazione sul suo duplice versante, quello di chi informa e quello di chi deve essere informato.

Non dimentichiamo che il codice sull'attività giornalistica, a suo tempo approvato dal Garante per la privacy, prevede che le informazioni riguardanti le figure pubbliche sono tutelate solo se non hanno "alcun rilievo" per l'informazione dei cittadini. Questo è un criterio di carattere generale, che ha come fine la possibilità di esercitare un controllo diffuso sia su chi ha responsabilità e ruoli pubblici, e per ciò non può pretendere coperture di segretezza, sia su chi è chiamato a dare un seguito alle informazioni raccolte, magistrati compresi. Inoltre, le modalità di selezione delle informazioni prodotte possono incidere sul diritto di difesa, precludendo l'accesso a materiali che le parti potrebbero ritenere necessari appunto per le strategie difensive.

La garanzia di tutti questi diritti fondamentali viene sottratta non solo alla competenza diretta del parlamento ma, chiusa come sarà in una commissione ministeriale, pure allo sguardo dell'opinione pubblica, alla quale viene sottratta la possibilità di seguire il modo in cui si inciderà su quei diritti e di contribuire beneficamente ad una migliore disciplina. Si deve poi aggiungere che, come molti hanno sottolineato, la delega presenta oscurità e lacune tali da configurare, dietro l'apparenza delle precisazioni, un'attribuzione di larga discrezionalità a chi dovrà attuarla.

Saggezza vorrebbe che si interrompesse un procedimento legislativo così contorto e pericoloso. Si stralci al Senato la parte sulle intercettazioni e si restituisca al Parlamento il pieno potere di legiferare e all'opinione pubblica quello di far sentire la sua voce.

 
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