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Giustizia: l'interesse pubblico della notizia PDF Stampa
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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2015

 

Non si legifera sull'onda dell'emozione. Dovrebbe essere una regola aurea della buona politica, spesso, però, dimenticata. Di riforma delle intercettazioni si parla ormai da oltre vent'anni, e tuttavia, l'approccio politico continua ad essere più emotivo che ponderato e razionale; meno che mai condiviso, spesso pasticciato.

Troppi i nervi scoperti per una materia che è carne viva della democrazia. Anche stavolta, le premesse non depongono per una riforma "a mente fredda" e l'emendamento Ncd approvato in commissione giustizia all'ultimo momento ne è una spia, non fosse altro perché governo e maggioranza (che lo hanno votato) già ne ammettono l'ambiguità e preannunciano aggiustamenti in Aula.

Tanto basterebbe a suggerire un supplemento di riflessione: gli interessi in gioco - libertà di informazione, riservatezza, accertamento giudiziario delle responsabilità - sono troppo importanti per consentire a un legislatore forse anche confuso da Caronte di licenziare un testo con l'ambizione di bilanciare quegli interessi costituzionali, senza sacrificarli.

L'obiettivo dichiarato è limitare i "danni" derivanti dalla pubblicazione di intercettazioni "non rilevanti penalmente", soprattutto se riguardano persone estranee alle indagini. Ma per raggiungerlo, c'è il rischio che il diritto di cronaca paghi un prezzo troppo alto, al netto delle responsabilità dei media. Che, va detto subito, non sono senza peccato.

Non finché sarà "il mercato" a stabilire quali e quante intercettazioni pubblicare (per ragioni di concorrenza) invece della rilevanza pubblica che esse rivestono. È un'autocritica che la stampa deve fare, senza alibi: troppo spesso si è privilegiata la quantità di intercettazioni da pubblicare piuttosto che la qualità, con danni gravi alle persone e alla corretta informazione. Detto questo, il discrimine, per i media, non è la "rilevanza penale": non è questo il perimetro del diritto/dovere di informare, ma quello della "rilevanza pubblica" dell'intercettazione.

Che, quindi, va pubblicata anche se il magistrato la considera solo "di contesto". In sostanza, e giocando un po' con le parole: non tutto ciò che non è pubblico in un processo non è pubblicabile, se riveste un interesse pubblico. Giornalisti e magistrati fanno mestieri diversi e, dunque, valutazioni diverse. È impensabile che il legislatore possa sindacare o sostituirsi alla discrezionalità insita nelle loro valutazioni, rispettivamente, sulla rilevanza penale e pubblica di un'intercettazione. Ma ciò impone a entrambi rigore e professionalità.

Peraltro, sarebbe anche sbagliato ampliare per legge l'area del segreto, per di più con la minaccia di sanzioni detentive in caso di violazione: ci riporterebbe a un processo inquisitorio e a una forma di censura (altro che bavaglio!) incostituzionale e illiberale. Eppure, il vizio di ricorrere al carcere è sempre in agguato, come dimostra l'emendamento Ncd sulle intercettazioni private, peraltro in un provvedimento che, oltre alla delega su intercettazioni e processo penale, contiene anche quella per riformare l'ordinamento penitenziario all'insegna della decarcerizzazione.

Una schizofrenia bella e buona, che getta un'ombra sulla credibilità di questa politica. E che fa il paio con l'aumento delle pene per furti, scippi e rapine inserito sempre nello stesso provvedimento, cavalcando, appunto, l'emozione. Tutto ciò mentre sono in corso gli Stati generali dell'esecuzione penale che, tra l'altro, dovrebbero sensibilizzare l'opinione pubblica sull'inutilità del carcere (per certi reati). Sì, sulle intercettazioni, e non solo, forse occorre proprio una pausa di riflessione per riordinare le idee.

 
Giustizia: le perplessità di Cantone "tanti criminali scoperti con i registratori nascosti" PDF Stampa
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di Fabrizio Caccia

 

Corriere della Sera, 26 luglio 2015

 

Il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, vorrebbe tanto tenersi fuori dal putiferio che si è scatenato sull'ultimo emendamento alla legge di riforma delle intercettazioni - "non ho visto la norma", "non conosco il testo", premette con onestà - ma la sua esperienza di magistrato per quasi un decennio alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli lo spinge ugualmente ad alcune urgentissime riflessioni.

La prima è questa: "Molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire di conseguenza la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma...".

E già, perché l'emendamento incriminato (presentato dal deputato ncd Alessandro Pagano) recita così: "Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all'immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni".

Carcere, dunque, per i "colloqui rubati". Ma il presidente dell'Anticorruzione, pur cauto, conosce benissimo l'argomento: "Il tema dei colloqui rubati impatta certamente sulla privacy delle persone ed anch'io trovo giusto che ci siano limiti alla divulgabilità delle intercettazioni. Ma...".

L'esperienza le suggerisce tutt'altro, non è vero? "Certo! Quante volte i soggetti, vittime di estorsioni, penso a tanti imprenditori, sono andati all'appuntamento coi loro aguzzini con un registratore nascosto, una trasmittente. È proprio grazie a quei colloqui rubati che è stato possibile inferire dei colpi seri alla criminalità organizzata.

Ho capito: il registratore nascosto è uno strumento invasivo, può danneggiare immagini e reputazioni... Sì ma intanto l'estorsore è finito in cella". Cantone ora è anche piuttosto scosso, perché giusto giovedì sera si trovava a Sessa Aurunca (Caserta) per una delle tappe del "Festival dell'impegno civile" promosso dal comitato "Don Diana" e dall'associazione "Libera". Era lì per ricordare la figura di Alberto Varone - un imprenditore che distribuiva giornali ucciso 24 anni fa dalla camorra per il suo rifiuto di pagare il pizzo - e sedeva al fianco di Antonio Picascia, titolare di un'azienda che produce detersivi (la Cleprin) e che proprio come Varone non si è mai voluto inchinare al racket.

"Scarafaggi", così l'altra sera Picascia, coram populo, aveva ribattezzato i camorristi. Poche ore dopo la fine del convegno, però, la sua azienda è andata completamente distrutta dal fuoco. Incendio doloso, secondo i primi riscontri dei carabinieri. Mentre a Roma si discute, Cantone, la camorra rialza la testa. "Per questo è necessario assolutamente che quest'episodio non passi inosservato. Sarebbe un grande regalo alla criminalità organizzata.

Le mafie vivono di simboli e quella dell'altra sera è stata una prova di forza della camorra, un pugno in faccia dato ai cittadini e alle istituzioni. Un minimo di cautela è d'obbligo, ma se la matrice dolosa dell'incendio sarà confermata è inevitabile pensare che sia stata opera dei clan. E il messaggio ai cittadini è chiaro: noi siamo ancora qui, abbiamo subìto dei colpi letali ma ci stiamo riorganizzando, non crediate che non ci siamo più... Quel fuoco è stato una riaffermazione di potere".

Altro che il carcere per i colloqui rubati, dunque. Gli imprenditori come Picascia non vanno lasciati soli. Non è così? "Guai se restasse isolato, per fortuna so di tanti imprenditori anche del Nord che gli hanno subito espresso grande solidarietà. Le istituzioni dovranno stargli vicino, altrimenti il messaggio sarà devastante: i cittadini penseranno "ecco il prezzo che si paga per denunciare". Picascia è un uomo di grande coraggio. Lo conobbi già nel 2007 quando ero alla Dda di Napoli. All'epoca ci fece arrestare per tentata estorsione, con le sue denunce, due soggetti del clan Esposito: uno era un semplice manovale ma l'altro era un colletto bianco, un funzionario comunale di Sessa Aurunca che faceva da tramite con il clan. Fu un processo velocissimo e subito arrivarono le condanne". E il colletto bianco oggi che fine ha fatto? "Credo sia uscito di prigione".

 
Giustizia: all'estero via libera ai microfoni nascosti se svelano notizie di interesse pubblico PDF Stampa
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di Antonio Pitoni

 

La Stampa, 26 luglio 2015

 

Il tema è delicato e, al netto delle polemiche e delle possibili retromarce peraltro già annunciate, non solo italiano. Certo, la norma partorita alla Camera che prevede il carcere da 6 mesi a 4 anni per "chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all'immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate", fa discutere. Ma cosa succede fuori dall'Italia?

Francia. Oltralpe il faro è quello dell'interesse pubblico. Utilizzare lo strumento della registrazione, audio o video, realizzata all'insaputa dell'interlocutore non è la regola ma l'eccezione. Ma la sua divulgazione è consentita se la notizia ottenuta attraverso a registrazione fatta di nascosto non può essere reperita in altro modo. Così come, d'altra parte, molto più di rado rispetto all'Italia finiscono sui giornali i contenuti delle intercettazioni disposte dalla magistratura che da noi sono molto più frequenti per non dire la regola.

Olanda. Da sempre ai primi posti in tutte le classifiche internazionali sulla libertà di stampa, anche in Olanda le registrazioni con microfoni e telecamere nascoste sono consentite purché, fermo restando l'interesse pubblico, la notizia non poteva essere scoperta in altra maniera. E per i politici, anche gli "inganni" dei giornalisti possono costare caro. "Ricordo il caso di un collega che aveva inventato di sana pianta un personaggio inesistente, arrestato per reati gravi. Un parlamentare abboccò e iniziò a commentare il caso come se fosse vero. Una figuraccia che lo spinse alle dimissioni", racconta Marteen van Aalderen ex presidente dell'Associazione Stampa Estera.

Stati Uniti. Le comunicazioni tra privati sono regolate da una legislazione federale e da quelle dei singoli Stati. In molti dei quali è consentito a chi intrattiene una conversazione registrarla purché sia parte della conversazione stessa. In ambito giornalistico, tutto ciò che riguarda un personaggio pubblico è divulgabile: anche una semplice battuta carpita. Per l'uso delle telecamere nascoste si segue un principio deontologico: la notizia svelata deve essere di rilevanza tale da giustificare l'eventuale danno arrecato alle singole persone.

Gran Bretagna. Anche nel Regno Unito, le telecamere nascoste possono essere essenziali per la riuscita di un'inchiesta giornalistica. Come quella dello scorso marzo realizzata da Channel 4 che è riuscita a denunciare maltrattamenti e umiliazioni nel centro di detenzione di Yarl's Wood, a Nord di Londra, dove erano ospitati circa 400 profughi. Un'inchiesta dalla quale emerge l'indiscusso interesse oltre che la rilevanza pubblica della notizia. Come dire: il fine giustifica i mezzi.

 
Lettere: strage di Brescia, la giustizia e gli strappi PDF Stampa
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di Benedetta Tobagi

 

La Repubblica, 26 luglio 2015

 

Anche serve una sentenza di condanna 41 anni dopo il fatto? È davvero giustizia? Domande come queste serpeggiano insistenti nell'opinione pubblica dopo la condanna dei due neofascisti Maggi e Tramonte per la strage di piazza della Loggia, lo scorso 22 luglio.

Un verdetto così tardivo, infatti, agli occhi di molti ha quasi il sapore di una beffa, l'ultimo scherzo maligno di uno Stato colluso e traditore. La giustizia, per esser tale, deve giungere tempestiva a riparare i torti e ristabilire l'ordine spezzato da un reato.

Quanto alla funzione di simili giudizi, poi, non si può certo invocare l'effetto di deterrenza: la prospettiva di decenni d'impunità non potrebbe che rassicurare, al contrario, qualunque aspirante criminale. Non regge la logica retributiva; della prospettiva costituzionale della rieducazione del detenuto, infine, neanche parlarne. Perché, allora, i mezzi d'informazione stanno dando tanta attenzione a questi due ergastoli fuori tempo massimo?

Credo si possano fare due ordini di considerazioni. In primo luogo, il significato e il valore di questa sentenza non possono prescindere dalla natura particolarissima del reato. Il massacro di piazza della Loggia s'iscrive a pieno titolo nella strategia della tensione. Tra il 1969 e il 1974, anni di Guerra Fredda, anche per effetto del fortissimo vincolo di fedeltà atlantico, pezzi importanti degli apparati dello Stato non obbedivano alla Costituzione, ma piuttosto operavano secondo la logica di una costituzione materiale anticomunista, in nome della quale, pur di arginare lo scivolamento a sinistra dell'asse politico e l'ascesa elettorale del Partito comunista, pareva legittimo coprire e proteggere, anziché i cittadini inermi colpiti dalle bombe, i terroristi che organizzavano e compirono attentati che avevano la funesta finalità di "destabilizzare per stabilizzare".

Con un passato del genere alle spalle, il fatto che oggi gli anticorpi democratici della Repubblica riescano a ottenere un po' di giustizia contro quell'antica perversione del potere, è un risultato di grande significato politico e simbolico. Lo dobbiamo a chi è sempre rimasto fedele alla Costituzione contro la logica feroce della ragion di Stato.

La durata abnorme di processi come quelli per le grandi stragi politiche o mafiose è dovuta ai reiterati depistaggi, non a inefficienze burocratiche. La giustizia, attraverso la parte sana della magistratura e delle forze di sicurezza, ha dovuto operare in un contesto a tal punto ostile e alterato che il fattore-tempo non deve far sminuire il valore di aver fatto prevalere un altro pezzetto di legalità costituzionale.

Ma la pur tardiva sentenza sulla strage di Brescia è preziosa anche in un'altra prospettiva. Possiamo immaginare la convivenza civile nella società come una preziosa seta multicolore, intessuta di molti fili, le vite dei cittadini. Alcuni crimini hanno un impatto diretto e profondo sulla collettività, non solo sulle vittime dirette: stragi, terrorismo, delitti di mafia producono lacerazioni profonde in questo tessuto delicato.

Meno drammatica, ma profondamente logorante, la corruzione onnipervasiva lascia una miriade di strappi che lo indeboliscono. Ottenere giustizia per un attentato che mirava a sovvertire la democrazia come fu la bomba di piazza della Loggia vuol dire operare nel solco di una "giustizia riparativa" in senso lato: una giustizia che cerca di riparare i danni inflitti al rapporto di fiducia tra cittadini e Stato. Visto che il tessuto della società non è mai al riparo dal logoramento, e in Italia, in particolare, la seta è stata brutalmente stracciata in più punti, non è mai troppo tardi per provare a ridurre, se non riparare, qualcuno di quei vecchi strappi con una parola di giustizia. Non lo dobbiamo solo alle vittime della violenza del passato. È un investimento per il futuro.

 
Giustizia: strage di Brescia, una sentenza che ci parla di democrazia PDF Stampa
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di Agnese Moro

 

La Stampa, 26 luglio 2015

 

È di questi giorni la sentenza della Corte d'appello di Milano che condanna all'ergastolo Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi per la strage di piazza della Loggia a Brescia avvenuta il 28 maggio 1974. Condanne che significano anche dire con chiarezza che quella fu una strage di destra, voluta da Ordine Nuovo; che ci sono state coperture e depistaggi; che è dimostrato il legame di continuità con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano. C'è un grande lavoro dietro a questo risultato.

Il lavoro di un bellissimo gruppo di avvocati di parte civile, che hanno saputo unire capacità tecnica, professionalità, passione e impegno. Un gruppo che si è speso nelle aule di tribunale e nelle piazze, nelle scuole, tra la gente per far capire quello che era successo e il perché. Dietro il risultato di questi giorni c'è anche e soprattutto l'intelligenza e la determinazione dei familiari delle vittime che, con Manlio Milani, per 41 anni - un tempo immenso - non si sono arresi allo scoraggiamento e ai muri di gomma.

Un impegno probabilmente inevitabile, ma che costa tanto, e forse troppo, a loro, i sopravvissuti, ma anche a tutti coloro che, uniti a loro da vincoli di sangue o di elezione, condividono il peso multiforme e invasivo del "dopo". L'impegno di tutti costoro ha aiutato la città a non dimenticare e, soprattutto, a cercare di capire.

Non per coltivare e trasmettere un rancore nei confronti dei colpevoli, evidenti o celati nell'ombra che siano, ma per amare coloro che morirono o restarono feriti e per imparare che la democrazia dell'inclusione, della responsabilità e della sovranità dei cittadini comuni costa, e non tutti la amano.

Per insegnare che siamo immersi in una storia di umanizzazione e di liberazione, spesso osteggiata con ferocia, ma che è troppo bella e importante per essere abbandonata. Hanno pensato tanto ai giovani, curandoli in maniera particolare, e trasmettendo loro in modo rinnovato il sogno a cui altri giovani prima di loro, e coloro che manifestavano in piazza quel 28 maggio, diedero il nome di "antifascismo"; volendo intendere con questo l'impegno per un mondo in cui non ci siano signorotti e sudditi, chi vale e chi no, ma persone, tutte con pari dignità, libere di scegliere il proprio destino e di contribuire a costruire un "noi" che sia di tutti e che non preveda esclusi e dimenticati.

 
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