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Lettere: il conto salato della mala-giustizia italiana PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

Notizie Radicali, 5 marzo 2015

 

Vale la pena, letterale, di sfogliare la relazione annuale presentata dalla Direzione Generale del ministero della Giustizia per il contenzioso e per i diritti umani si evince che "la materia dei ritardi della giustizia ordinaria costituisce la gran parte del contenzioso seguito. Per altro il numero e l'entità delle condanne rappresentano annualmente una voce importante del passivo del bilancio della Giustizia, voce la cui eliminazione dovrebbe porsi come prioritario obiettivo dell'amministrazione".

In soldoni: irragionevole durata dei processi, più volte denunciata dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano; denuncia che Marco Pannella e i radicali hanno trasformato in vero e proprio programma politico. In soldoni, s'è detto, perché concretamente di soldi si tratta, anche: la relazione quantifica una cifra che, puntualmente, di anno in anno diventa sempre più ingente. Solo per i risarcimenti legati alla ragionevole durata dei processi, lo Stato italiano ha "un debito che a metà del 2014 ammontava ad oltre 400 milioni di euro". Una cifra a cui vanno ulteriormente aggiunti vari milioni di euro di risarcimento per altri danni causati dalla magistratura italiana ai cittadini, tra cui l'ingiusta detenzione o l'errore giudiziario.

Oltre all'ammontare del debito dovuto dallo Stato per i processi lumaca, nel solo 2014 a questa cifra si sono aggiunti "mille ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo per lamentare il pagamento ritardato degli indennizzi" già fissati per i cittadini che hanno subito un danno per l'eccessivo ritardo dei processi. Pur non quantificando gli eventuali risarcimenti dovuti né la loro conclusione, la relazione certifica che nel 2014 sono stati presentati 37 nuovi ricorsi per la responsabilità civile dei magistrati (ancora regolamentati dalla vecchia legge). Questi ricorsi vanno a sommarsi agli oltre tremila ricorsi presentati tra il 1989 e il 2012.

Bisogna passare ad un'altra relazione di un'altra direzione generale, quella dei servizi del Tesoro che si occupa materialmente di liquidare i risarcimenti pecuniari, per comprendere quanto sia enorme la piaga degli errori giudiziari in Italia. Nel 2014 si è registrato per gli indennizzi di questi casi un vero e proprio record: dai 4mila euro del 2013 per 4 casi di errore agli 1,6 milioni di euro per i 17 nuovi errori giudiziari. Di questi indennizzi, in particolare, 1 milione è stato disposto come risarcimento per la vittima di un errore a Catania, mentre gli altri 600 mila euro sono andati a 12 persone di Brescia, due di Perugia, una di Milano, una di Catanzaro. Dal 1991, quando con la legge Vassalli sono stati erogati i primi risarcimenti, fino al 2012 lo Stato ha pagato 575 milioni 698 mila euro per i casi di malagiustizia. Nel solo 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012 lo Stato per questo motivo ha speso 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente sbattuti dietro le sbarre negli ultimi 15 anni.

 
Lettere: io, in cella 22 anni da innocente, non sono fiducioso sulla responsabilità civile PDF Stampa
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di Giuseppe Gulotta (arrestato nel 1976 per un duplice omicidio non commesso)

 

Panorama, 5 marzo 2015

 

Sono 39 anni che lo Stato Italiano mi ha distrutto e cancellato, me e la mia famiglia, con un'accusa falsa e infamante. Non avevo fatto niente e mi hanno rinchiuso in galera per 22 anni, e nel frattempo mi hanno portato via mio figlio che non ho visto crescere: non l'ho potuto rincuorare nei momenti difficili della sua vita, non l'ho potuto accompagnare a scuola, sostenere mentre la gente lo additava come figlio di un assassino; ogni volta che lo guardo negli occhi piango un dolore immenso che non si può raccontare.

Mi sembra tutto così grave, eppure a distanza di tre anni dalla mia assoluzione definitiva, altri anni persi, sono ancora una volta davanti ad altri giudici, affidato all'ennesima valutazione (questa volta devono decidere quanto vate la mia vita spezzata) e mi domando quando finirà il mio calvario, Nel mentre, ho letto della riforma della legge sulla responsabilità civile dei giudici, ferma però, mi par di capire, la responsabilità indiretta.

In sostanza, paga lo Stato in caso di errore. Per il cittadino sarà impossibile rivalersi direttamente sul giudice ritenuto responsabile di un errore di giudizio anche gravissimo: dovrà sempre ricorrere allo Stato. Lo Stato poi in presenza di determinati presupposti potrà rivalersi col giudice stesso. Di buono c'è che, rispetto al passato, dicono che le possibilità di presentare ricorso per il cittadino siano più ampie. Chissà. Spero non mi biasimerete, però, se non sono fiducioso.

 
Lettere: una legge contro il traffico di organi umani PDF Stampa
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di Sergio Lo Giudice (Senatore Pd)

 

www.huffingtonpost.it, 5 marzo 2015

 

Il disegno di legge che inasprisce le pene per il traffico di organi approvato oggi in Senato ci dota di uno strumento normativo in più per affrontare un problema che non possiamo più pensare che non ci riguardi.

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità tra i 63.000 reni trapiantati ogni anno, quasi il 10% viene procurato in modo illegale nei paesi poveri. Da quando le nuove terapie anti rigetto hanno reso più facili i trapianti, soprattutto di reni, si è sviluppato, a partire dall'India, un mercato illegale di organi che sfrutta la miseria dei donatori. Da allora altri paesi con forti sacche di povertà, dal Sudafrica al Brasile, sono stati investiti da questo osceno fenomeno.

Il caso della Cina è quello più inquietante. Dal 1984, la legge sull'espianto coatto di organi dai detenuti giustiziati - che dovrebbe avere cessato i suoi effetti con l'inizio del 2015 - ha tenuto elevatissimo il numero dei trapianti, più di 10.000 l'anno, con il fondato sospetto che la possibilità di rivenderne gli organi tenesse a sua volta più elevato il numero dei condannati a morte. Ma questo numero era rimasto abnorme rispetto agli standard degli altri paesi anche a fronte di una diminuzione accertata delle esecuzioni. Solo dal 2006 é nato il sospetto che in Cina potesse accadere qualcosa di ancor più terribile.

Già dal 1999, il presidente della Repubblica Popolare Cinese Jiang Zemin aveva dato avvio ad una violenta campagna di sradicamento del Falun Gong, una pratica spirituale tradizionale molto popolare, con arresti di massa degli aderenti. Il sospetto che le persone arrestate potessero essere sottoposte ad espianto del rene da vivi o essere uccise per poterne trapiantare gli organi si è trasformato in un serio allarme internazionale tanto da provocare la presa di posizione dell'Onu. La Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le accuse di espianto coatto di organi dai detenuti e ha invitato il governo della Repubblica popolare cinese ad aumentare il livello di rendicontabilità e trasparenza del sistema di trapianto di organi.

La persecuzione dei membri del Falun Gong è stato oggetto di una discussione in Commissione diritti umani del Senato il 19 dicembre 2013 alla presenza di David Matas, candidato al premio Nobel per la pace nel 2010, e di rappresentanti dell'associazione italiana Falun Dafa. Pochi giorni prima , il 12 dicembre il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione di denuncia e condanna della pratica di espianto da prigionieri di coscienza non consenzienti. La Commissione diritti umani del Senato ha approvato a sua volta, il 5 marzo 2014, una risoluzione sull'espianto di organi da detenuti in Cina.

Ma oggi è un'altra e più vicina la geografia dell'orrore. Il Mediterraneo, a partire dall'Egitto, sembra essere diventato il centro globale del traffico di organi. I profughi che si muovono spinti dalla disperazione da Eritrea, Sudan, Somalia e Mali pagano a volte con l'espianto di un rene il costo della migrazione verso l'Europa o verso Israele ai trafficanti sudanesi.

Giappone, Israele, Canada, Taiwan, Stati Uniti Arabia Saudita ed anche l'Italia sono i paesi da cui arriva la richiesta. Le indagini sugli sbarchi di Lampedusa hanno portato all'arresto di cinque cittadini eritrei a Roma. La magistratura italiana sta indagando su un traffico di migranti a cui sarebbero stati chiesti gli organi per coprire i costi del viaggio. Nel giugno 2013 Tauber Gedalya, un israeliano su cui pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dal Brasile per traffico di organi umani, è stato arrestato all'aeroporto di Fiumicino.

C'è poi un altro luogo a noi vicino in questa mappa dell'orrore. A Danfuss, nell'est Ucraina, sono stati trovati in fosse comuni cadaveri privi di organi interni. Si ripete forse quello che era accaduto già nell'ex Jugoslavia, in particolare nel conflitto in Kossovo, dove, a quanto risulta, é accaduto che albanesi prelevassero ai prigionieri serbi gli organi interni per rivenderli in Europa.

Il disegno di legge, che adesso passerà alla Camera per la seconda lettura, fornirà alla nostra magistratura un nuovo strumento per aggredire il fenomeno. Speriamo che serva anche a tenere alta l'attenzione pubblica su una pratica meno lontana di quel che si pensava.

 
Sicilia: rientra l'emergenza-carceri, restano criticità. Carica Garante vacante da 18 mesi PDF Stampa
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di Patrizia Penna

 

Quotidiano di Sicilia, 5 marzo 2015

 

Al 31 gennaio 2015 gli istituti penitenziari siciliani contano 5.919 detenuti (dati ministero Giustizia). Salvo Fleres, già Garante dei Detenuti: "Con i numeri ufficiali bisogna essere cauti". In Italia, dopo il diritto all'equo processo, è la seconda motivazione più ricorrente dei ricorsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo: stiamo parlando del sovraffollamento delle carceri, un problema particolarmente sentito dal Quotidiano di Sicilia che ha affrontato spesso l'argomento, denunciando puntualmente i casi più gravi in cui la violazione dei più elementari diritti dei detenuti è sfociata nel dramma. Oggi, al netto di qualche episodio più o meno sporadico, lo scenario sembra profondamente mutato e a dircelo sono i numeri del ministero della Giustizia che fotografa lo stato degli istituti penitenziari del nostro paese al 31 gennaio 2015. Un'emergenza che sembra rientrata e che sembra essere stata scongiurata dal tanto discusso decreto svuota-carceri che l'allora ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, definì "uno strumento di grande civiltà giuridica" e che ha scongiurato il rischio per il nostro Paese di vedere accolti proprio dalla Corte di Strasburgo una pioggia di ricorsi a suo carico.

Nel caso specifico della nostra Isola, il numero dei detenuti è attualmente di 5.919 (di cui 126 donne e 1.150 stranieri). Si tratta di cifre che rientrano perfettamente nella capienza regolamentare che per i 23 istituti penitenziari isolani, si attesta a 5.927. Ben altri erano i contorni del dramma sovraffollamento nel marzo 2013, ad esempio, quando i detenuti "di troppo" erano ben 1.522. I numeri sembrano confermare che il provvedimento legislativo in questione si sia rivelato efficace. È così? Lo abbiamo chiesto a Salvo Fleres, già Garante dei diritti dei Detenuti per la Sicilia.

"La favola della capienza regolamentare e della capienza effettiva è nota da tempo e ormai non ci crede neppure chi la racconta. Il Dap fornisce dati "accomodati" che spesso non tengono conto di reparti chiusi o inagibili. E poi, il problema del sovraffollamento è solo uno dei tanti, forse persino il meno grave. La verità si può desumere soltanto se si prende in considerazione il numero delle celle effettive ed il numero dei reclusi per ciascuna cella.

Dunque, sulle cifre ufficiali ci andrei molto cauto. Così come sarei cauto sul reale rispetto dell'articolo 27 della Costituzione in tema di recupero e reinserimento. La verità è che in Sicilia non c'è il Garante e non c'è proprio perché diceva queste cose, denunciava le direzioni delle carceri che violavano la legge, gli ospedali che non facevano il loro dovere e persino i magistrati, troppo frettolosi nell'archiviazione dei casi di violenza o di suicidio dietro le sbarre. Insomma ero e sarei molto scomodo, soprattutto per chi è abituato alla vita comoda.

Chi non ha provveduto a rinnovare il Garante, o a nominarne un altro con altrettanta indipendenza e anche con un poco di coraggio, dati i potenti ed intoccabili interlocutori istituzionali, ha la responsabilità morale e politica del disastro della vita nelle carceri dell'Isola, delle inadempienze, delle violenze e dei suicidi ma ha la responsabilità, soprattutto, di aver rimesso i reclusi nelle mani della criminalità organizzata, unico loro interlocutore, dato che le istituzioni si sono dati, è il caso di dirlo, alla latitanza".

 

Garante detenuti: vacatio ingiustificata e paradossale

 

La Carta di Milano, uno dei documenti di deontologia giornalistica più recenti, ne fa il punto di riferimento irrinunciabile nel rapporto tra informazione e mondo delle carceri: parliamo del Garante dei Detenuti, una figura di tutela e garanzia dei diritti fondamentali dei detenuti, i quali prima ancora che autori di reati, devono essere visti come persone da salvaguardare poiché si trovano in una difficile fase che è quella del progressivo reinserimento nella società.

La Sicilia, che è stata tra le prime regioni d'Italia ad introdurre tale figura, oggi ne è sprovvista. La vacatio si registra dall'agosto 2013, ovvero da quando è scaduto il mandato di Salvo Fleres. La nomina, sulla base della legge regionale n. 5/2005, spetta al presidente della Regione, Rosario Crocetta, ma al momento tutto tace. Pur avendo confermato la sua disponibilità a proseguire l'incarico, Fleres non è mai riuscito ad aprire un dialogo con il governatore Crocetta. Oltre che un passo indietro nella tutela della dignità umana dei reclusi, questo silenzio disattende il decreto svuota-carceri (convertito in L. n. 10/2014) che all'art. 37 istituisce la figura del Garante nazionale il cui compito è quello di dialogare con quelli territoriali.

 
Milano: Tribunale Sorveglianza; detenuti malati restano in cella perché mancano strutture PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 5 marzo 2015

 

Troppi detenuti non vengono scarcerati per motivi di salute e non hanno delle strutture idonee. A denunciare questo problema non sono le solite associazioni che si occupano dei diritti, ma la giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Beatrice Crosti.

"È capitato spesso di dover tenere persone in carcere perché non si sapeva dove mandarle. Oppure di ritardare scarcerazioni per riuscire a trovare una soluzione", così la giudice Beatrice Crosti ha sintetizzato il più grosso problema del sistema penitenziario di Milano. Mancano le strutture adeguate per detenuti che hanno bisogno di un ospedalizzazione una volta usciti dal carcere, così capita che alcuni di loro, i più gravi, restino in infermeria nel penitenziario nell'attesa che si liberi un posto in qualche hospice.

È la denuncia che emerge dall'incontro "Il carcere e la città. Promuovere buoni processi di inclusione sociale e di sostegno all'autonomia", nell'ambito del Forum delle Politiche sociali del Comune di Milano. Il Tribunale dei Sorveglianza - secondo l'agenzia Redattore Sociale - fa quanto può per alleggerire con pene alternative da scontare fuori dal carcere.

E, sempre secondo la testata giornalistica sui temi sociali, i risultati sono apprezzabili: nel 2013 le richieste accolte di affidamento ai servizi sociali sono state 1.116 e 111 le respinte. Nel 2014 1.463 accolte e 100 respinte e nei primi due mesi del 2015 le richieste accolte sono state 184 e 12 respinte. Gli ultimi numeri dell'Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) di Milano indicano che i casi di affidamento sono stati 1.423, altri 820 i casi di detenzione domiciliare e 190 quelli in libertà vigilata. Numeri che evidenziano l'impegno della magistratura milanese a tenere, chi può, fuori dal carcere. Almeno quando ci sono le condizioni. I problemi sorgono anche nei confronti dei detenuti ai domiciliari: capita spesso che il ristretto a fine pena o che deve espiare a casa sua non possa rientrare nella sua vecchia abitazione perché inquilino abusivo.

E cosa accade? A spiegarlo è Alessandra Naldi, la garante dei detenuti di Milano: "Il più delle volte gli ex detenuti tornano a casa dai loro familiari, evento che spesso crea nuovi conflitti in famiglia". Per questo la giudice Crosti propone di creare "un centro di smistamento di chi va preso in carico fuori dal carcere, per evitare che si debba ricorrere sempre alla buona volontà di qualcuno o ai propri contatti". Una proposta accolta anche dalla Garante dei detenuti.

Sempre secondo i dati snocciolati da Redattore Sociale, ci sono notizie migliori invece per quanto riguarda il sovraffollamento delle carceri: "In tutte le strutture milanesi - ha spiegato il provveditore lombardo Aldo Fabozzi - sono garantiti i tre metri quadri a detenuto, in alcuni casi si arriva anche a quattro". La situazione migliorerà ulteriormente con l'aggiunta di 75 posti nel carcere di Busto Arsizio e un altro reparto a Cremona.

 
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