Sabato 21 Settembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Giustizia: l'arresto e la gogna sul web, ecco perché mio padre ha deciso di farla finita PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe Filetto

 

La Repubblica, 29 aprile 2015

 

"Non collego il suicidio di mio padre al mio arresto, e sono convinto che i giudici svolgeranno il loro lavoro - dice Marco Ballario Menetto, il figlio arrestato di Francesco, il pediatra che non ha retto alla vergogna e si è gettato dal Ponte Monumentale di via XX Settembre, a Genova.

Leggi tutto...
 
Giustizia: noi magistrati nel mirino, chiedo scusa alla famiglia ma non rinnego quella frase PDF Stampa
Condividi

di Piero Colaprico

 

La Repubblica, 29 aprile 2015

 

La foto ufficiale del presidente della Repubblica è ancora quella di Carlo Azeglio Ciampi, le nuove non sono mai arrivate. A sinistra della scrivania ci sono quelle di tre papi, Wojtyla, Giovanni XXIII e Francesco. Manca Benedetto XVI.

Sulla scrivania, pile di fascicoli, e altri, con "firma urgente", ne porterà poco dopo un cancelliere: "Qui - dice Corrado Carnevali, procuratore capo di Monza - ogni anno apriamo 17mila fascicoli per quindici sostituti procuratori, uno ogni 70mila abitanti circa, ma lei non è qui per questo record negativo, immagino".

 

Il caso è ormai noto, dottor Carnevali. Un genitore di 65 anni si suicida a Genova, dopo che su richiesta di questa procura il figlio farmacista viene messo agli arresti domiciliari. Prima di buttarsi da un ponte, il padre lascia scritto "Magistratura miope a volte uccide", e lei risponde "Ormai dicono tutti così". È una frase che rinnega?

"Non la rinnego, ma il fatto è che ho risposto al telefono a una giornalista, ho fatto un lungo discorso che cominciava con il cordoglio, com'è comprensibile. Poi ho detto quello che pensavo, e sono le stesse cose che ha detto più autorevolmente il presidente della Repubblica Mattarella convocando il Csm dopo i tre omicidi dentro il palazzo di giustizia di Milano, e cioè che "i magistrati sono sempre in prima linea e ciò li rende particolarmente esposti, e anche per questo va respinta con chiarezza ogni forma di discredito nei loro confronti".

In più, conosco le carte, sono convinto che il mio sostituto, che ha chiesto l'arresto del farmacista genovese, e che per esempio ha scoperto chi stava dietro il cosiddetto "caso Boffo", stia svolgendo un'inchiesta accurata, quindi perché "magistratura miope"? Gli avvocati dell'arrestato hanno fatto ricorso, gli arresti sono stati confermati, perché accusarci così? Noi ci occupiamo di reati, dobbiamo smettere forse d'indagare? Che cosa si vuole da noi delle procure?"

 

È comunque il biglietto di un suicida.

"Lo so e in 47 anni di magistratura mai m'è successo né di entrare in polemica né di essere travisato. Forse è un segno dei tempi che sono cambiati e quest'anno vado in pensione".

 

Tempi cambiati come?

"C'è un clima impensabile negli anni in cui mi sono occupato di terrorismo, quando sono stato in Corte d'appello durante Tangentopoli. Comunque, sappia che tutto volevo fare meno che offendere una persona che s'è tolta la vita, o i suoi familiari. È successo qualcosa andato ben al di là della mia intenzione".

 

Ma il montare delle polemiche non l'ha colpita?

"La verità? Mi ha chiamato mia figlia, in serata, ma insomma, mi sembrava esagerata, convinto com'ero di non aver detto niente di male. Non ho visto la tv, stamani non sono ancora riuscito a leggere i giornali perché s'è tenuta una riunione sulla manutenzione del Palazzo di giustizia e ho saputo in ritardo, e con sorpresa, che anche il viceministro alla giustizia Costa mi ha criticato. Se mi avesse fatto una telefonata, avrei detto subito che è stata estrapolata una piccola frase da un contesto più vasto in cui prevaleva il cordoglio. E se c'è da chiedere scusa chiedo scusa, ci mancherebbe. Ma in piena coscienza a tutto pensavo meno di poter aggiungere dolore a dolore, però...".

 

Però?

"Oggi vedo ribaltarsi il concetto stesso di giustizia. Come se fosse in atto una sorta di rivoluzione copernicana, per cui l'illegalità è sempre più diffusa, l'impunità sembra una regola e poi... ascolti, c'è una lettera, mandata qualche giorno fa in carcere all'uomo che ha sparato nel tribunale di Milano, che mi ha particolarmente colpito".

 

Una lettera a Claudio Giardiello?

"Sì, lettera anonima, il carcere ce l'ha mandata per competenza. Scritta da uno che gli dice che "almeno l'80% della gente è con te". E si congratula con questa frase: "Un magistrato in meno, qualcuno gli ha fatto capire come gira il mondo". Insomma, secondo l'anonimo i cittadini "sono esasperati" contro i magistrati che "non sono stati eletti dal popolo" e che "liberano i criminali e non arrestano gli zingari e i ladri di rame". La conclusione è: "Temete l'ira dei mansueti". Non credo che l'80% degli italiani stia con l'indagato detenuto nel carcere di Monza, sia chiaro, però...".

 
Giustizia: il suicidio e la polemica... e se i magistrati la piantassero di commentare? PDF Stampa
Condividi

di Filippo Facci

 

Libero, 29 aprile 2015

 

No, non dovete smettere di indagare, forse dovete solo star zitti. Forse dovete piantarla, cioè, di rinfocolare polemiche inutili e di metterla ogni volta in termini semplicistici: come a dire che al mondo esista un solo modo di indagare e di procedere, il vostro. Un medico genovese si è suicidato perché il figlio era finito agli arresti per un'inchiesta della procura di Monza: e c'è il morto, c'è il suicidio, si sconfina nell'insondabile, c'è un ultimo biglietto che non dice neanche granché: "La magistratura miope a volte uccide".

A parte che è vero, sono le parole di un disperato che sta per buttarsi da un ponte: a che serve commentare, se non a evidenziare che si è accusato il colpo? A che serve dichiarare a caldo che "dicono tutti così"? E a che serve dichiarare a freddo il giorno dopo - come ha fatto il capo della procura monzese - che "attaccare i magistrati ormai è diventato l'alibi di chi ha qualche altarino"? Che ce ne facciamo, di un alto togato che mette in alternativa secca che "i giudici facciano il proprio mestiere" oppure "liberi tutti", come a dire: prendere o lasciare?

Fosse almeno una polemica nuova, beh, allora parleremmo di arroganza e di certa magistratura. Ma non è neanche così: di suicidi giudiziari ne abbiamo visti troppi. È debolezza. È cedimento. È incapacità di un saper tacere che dovrebbe rientrare tra i doveri più sensibili e solenni: solo così si evitano o minimizzano le strumentalizzazioni, solo così si evita che lo stolto getti il cadavere del suicida ai tuoi piedi, puntando il dito in un periodo in cui tutti puntano il dito su tutti. Anche perché la stampa, su queste cose, ci marcia: è prontissima ad attribuire un suicidio a precisi generi di causalità (tipo la crisi economica) facendo forzature immonde e dimenticando gli unici suicidi in sicuro aumento, in Italia, sono quelli in carcere.

La stampa, come certi magistrati, è così: è pronta a incolpare o discolpare senza nessuna sfumatura. Prendete Mani pulite, visto che, tra una fiction e l'altra, è tornata di moda: dal 1992 al 1998 i suicidi "giudiziari" sparsi in giro per l'Italia furono 45, cifra tutt'altro che fisiologica: e ben 32 furono addensati dal 1992 al 1994, nel periodo in cui impazzava la carcerazione preventiva. Credete che la cosa fece in qualche modo riflettere?

Era solo una gara a chi la sparava più grossa. Quando un dirigente politico di Lodi si uccise, a inizio inchiesta, la procura di Milano precisò che era "una delle tante persone ascoltate nell'ambito dell'inchiesta" e "non era inquisito". Poi però i giornali scrissero il contrario, perché c'era da tenere viva l'inchiesta e dire che sì, insomma, però il suicida era colpevole. Quando si sparò una fucilata il parlamentare Sergio Moroni, ricorderete, l'allora procuratore aggiunto milanese disse "c'è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida", lasciando i cronisti esterrefatti. Quando ci furono i suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini, poi, il vicepresidente del Csm intervenne per dire "la custodia cautelare non si tocca" (anche se oggi i più convengono che in quel periodo se ne abusò) perché c'era da difendere una posizione politica: tanto che, secondo un sondaggio elaborato subito dopo i suicidi eccellenti, il 60 per cento degli italiani riteneva che l'uso della carcerazione andasse bene così.

Siamo abituati a che tutto si tiene, anche un suicidio: può servire per dire che la magistratura è cattiva o può servire per dire che la magistratura aveva ragione. Un gioco stupido che avrebbe una soluzione: non giocare, non partecipare, non cedere, non prestarsi all'intervistina che prenderà le tue parole di magistrato e le stiracchierà sino a farne un titolo. C'è da tacere, cioè. C'è da esserne capaci.

 
Giustizia: mostrare le immagini di Massimo Bossetti in manette, una inutile umiliazione PDF Stampa
Condividi

di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 29 aprile 2015

 

Per una volta, partiamo dalla presunzione di colpevolezza. Proviamo a immaginare qui e ora, contro le garanzie costituzionali dovute a qualsiasi imputato sino a sentenza definitiva, che Massimo Giuseppe Bossetti sia senz'altro l'assassino di Yara Gambirasio. È del resto opinione condivisa. Alzi la mano chi pensa che il muratore di Mapello, incastrato dal Dna (solo nucleare) e appena rinviato a giudizio, non abbia ammazzato la piccola ginnasta di Brembate.

Dunque abbiamo un mostro (non presunto, ricordate? Qui anzi ne presumiamo la colpevolezza) che s'è macchiato del reato più infame, contro una bambina. Un dissimulatore che possiamo perfino detestare. E, tuttavia, le immagini diffuse in tv l'altro giorno sul suo arresto nel cantiere di Seriate a giugno 2014 toccano dentro di noi una corda, lo vogliamo o no.

Quell'uomo (un uomo, sì) fatto inginocchiare e ammanettato su un ponteggio braccia dietro la schiena, l'uomo cui sfilano gli stivali e che chiede "un po' d'acqua per favore", si riappropria, ci piaccia o meno, della sua umanità, un po' come accade in scala ben maggiore ai tiranni caduti. E ci mette in crisi. Non solo perché - come ricordano le Camere penali - la legge prescrive il rispetto della dignità degli arrestati (mostri compresi) almeno dall'immagine infame degli schiavettoni a Enzo Carra in avanti. Ma perché l'umiliazione del reo umilia il processo in sé, lo riduce a rito tribale, è un affronto alle stesse vittime e parti lese.

Quelle immagini, divulgate da qualche investigatore ma pubblicate da giornalisti (con la stessa disinvoltura con cui si pubblicano intercettazioni privatissime aprendo così una disputa politica dove basterebbe un po' di sana deontologia), ci costringono a un'empatia che non vorremmo. E, ahinoi, ci insinuano persino una questione più subdola. Provate a rovesciare lo schema dialettico di queste righe. E a supporre, solo per un attimo e per amor di Costituzione, che quel colpevole da zoo possa essere, addirittura, innocente.

 
Giustizia: 2.650 lavoratori "tirocinanti" a rischio. Il ministro Orlando: soluzione per tutti PDF Stampa
Condividi

Il Manifesto, 29 aprile 2015

 

Per 2.650 lavoratori il rischio di essere licenziati dal primo maggio. Ma la protesta paga. Orlando li incontra e promette di salvarli.

Per loro il primo maggio rischia di essere il giorno del licenziamento. Non la festa del lavoro. Dopo anni di lavoro passati a tenere in piedi i tribunali di mezza Italia e la disastrata giustizia italiana. Sono i tirocinanti della giustizia: 2.650 lavoratori impegnati da cinque anni in "tirocini formativi" negli uffici giudiziari della penisola. Pagati con rimborsi da fame: circa 300 euro al mese. Quando arrivavano.

Ieri hanno deciso di far sentire la loro voce: alla mattina di fianco al ministero della Giustizia (a via Arenula) e il pomeriggio di fronte a Montecitorio (impegnato in tutt'altro), in entrambi casi sotto la pioggia. Una protesta che ha già dato i suoi frutti: il ministro Andrea Orlando li ha ricevuti e preso l'impegno di trovare "una soluzione per tutti".

Con una bara di cartone con su scritto "giustizia", passata di braccia in braccia, i tirocinanti dei tribunali erano arrivati da tutta Italia. Lavoratori di tutte le età, dai 30 ai 60 anni, che chiedono di restare al loro posto, perché ciascuno di loro rischia di andare a casa.

"Siamo entrati nei Palazzi di Giustizia - spiega Felice Pizzuti, tirocinante al Tribunale civile di Roma - con un progetto per cassaintegrati. Impiegati nei tribunali con un rimborso spese. Io, ad esempio, percepivo 10 euro al giorno per 36 ore settimanali". "Ma la speranza, per ciascuno di noi - prosegue Pizzuti - era quella di un'opportunità, uno spiraglio, una volta terminata la cassa integrazione. Anche perché se ci hanno impiegato è perché ce n'era effettivamente bisogno. E invece, finito l'ammortizzatore sociale si torna a casa. E di questi tempi, con questa crisi senza precedenti, non è semplice".

Sono i cosiddetti lavoratori svantaggiati, ex cassintegrati, lavoratori in mobilità e disoccupati, "utilizzati" con la forma del tirocinio ma in modo improprio, "per non dire vero e proprio lavoro nero", mascherando veri e propri rapporti di lavoro subordinato. "Fino ad oggi gli interventi fatti sono stati insufficienti - afferma Nicoletta Grieco della Fp Cgil, volti a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, e non funzionali a mandare avanti la macchina della giustizia".

Il presidio aveva come scopo quello di chiedere al governo e al ministro Andrea Orlando "investimenti sul personale che comprenda la contrattualizzazione dei precari e la riqualificazione del personale giudiziario - continua Grieco - non si può disperdere un personale formato e qualificato, eppure utilizzato sotto forma di lavoro nero e mal pagato. Così come non è possibile privilegiare alcune categorie, rispetto ad altre, visto che stiamo parlando per la gran parte di lavoratori svantaggiati. E la risposta del ministro pare incoraggiante. "Il ministro Orlando ha incontrato una delegazione dei precari della giustizia - riferiscono i sindacati - e ha assicurato loro che non verrà lasciato indietro nessuno. Si partirà quindi dai primi mille da impiegare negli uffici dei processi per poi coinvolgere anche le regioni per la restante parte e garantire una soluzione per tutti".

 
<< Inizio < Prec. 8541 8542 8543 8544 8545 8546 8547 8548 8549 8550 Succ. > Fine >>

 

06

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it