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Imperia: Giornata Nazionale del Teatro, detenuti in scena con il nuovo spettacolo PDF Stampa
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sanremonews.it, 26 marzo 2016

 

Ancora una volta l'Istituto ha voluto che i detenuti di cimentassero nel teatro, una disciplina dalla fondamentale vocazione trattamentale ed educativa, importante nel suo percorso didattico e ricreativo sul gruppo e sulla persona al di là di un pur apprezzabile risultato finale, molto gradito dal pubblico, formato dai ristretti e da personale civile. In occasione della 54esima Giornata Mondiale del Teatro, contestualmente alla Terza Giornata Nazionale del Teatro in Carcere, oggi venerdì 25 marzo, alle ore 14 presso l'area trattamentale dell' Istituto si è tenuto lo spettacolo di fine corso della compagnia Teatro Brigante del Carcere di Imperia, dal titolo "Se tu fossi stato me".
I sette detenuti attori, diretti da Davide Barella, hanno messo in scena uno spettacolo da loro scritto e ispirato a una storia vera. Due ragazzi, amici fin da bambini, vivono in ambienti completamente diversi. Uno fatto di agi e privilegi, l' altro di stenti e criminalità. La vita li separa per vie opposte finché non trovano la loro reciproca dimensione; uno intraprende una brillante carriera nel mondo della giurisprudenza, l' altro invece finisce in una spirale criminale. Ma il destino in agguato fa sì che i due si rincontrino in un' aula di tribunale dove l' amicizia lascia il passo al diritto. Senza tuttavia indifferenza. Infatti i due restano in contatto attraverso un fitto scambio epistolare.
Sospeso fra un presente di detenzione e un passato di dolorosi vissuti personali lo spettacolo si è soffermato a fare riflettere lo spettatore sul ruolo dell' ambiente di vita, e sul tipo di impronta a volte indelebile che questo può dare all' esistenza di un individuo. Ancora una volta l'Istituto ha voluto che i detenuti di cimentassero nel teatro, una disciplina dalla fondamentale vocazione trattamentale ed educativa, importante nel suo percorso didattico e ricreativo sul gruppo e sulla persona al di là di un pur apprezzabile risultato finale, molto gradito dal pubblico, formato dai ristretti e da personale civile.

 
Attentati di Bruxelles. Quel no di Renzi e altri leader a un vertice Ue straordinario PDF Stampa
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di Francesco Verderami

 

Corriere della Sera, 26 marzo 2016

 

La linea del premier: non metto la faccia sull'indecisionismo. Intanto per 48 ore l'Europa è stata sul punto di lasciare Bruxelles e palazzo Lipsius per mancanza di sicurezza.
Per quarantotto ore l'Europa è rimasta senza tetto. Spogliata dei suoi averi e dei suoi simboli dal terrorismo jihadista, è stata sul punto di lasciare Bruxelles, come un governo in esilio vittima di un'occupazione nemica. Per due giorni l'Europa è stata homeless in casa propria, sfrattata da palazzo Lipsius, lì dove si riuniscono i capi di stato e di governo, e dove il Belgio - sotto attacco - non riusciva a dare garanzie di sicurezza. Senza fissa dimora, nelle ore più drammatiche della sua storia, martedì scorso l'Unione aveva addirittura preso in considerazione l'offerta dell'Olanda, che da presidente di turno della Comunità si era proposta di ospitare ad Amsterdam il vertice d'emergenza sollecitato da Juncker.
Sarebbe stata una sensazionale vittoria per il Califfo - Se così fosse stato, l'Europa avrebbe consegnato al Califfo una sensazionale vittoria, ammettendo di fatto la propria debolezza se non la propria impotenza. Perciò da martedì mattina si è deciso di attendere fino a giovedì pomeriggio, fino cioè alla riconquista di Bruxelles, che comunque non si può certo dire liberata. Quantomeno si è evitata l'umiliazione. E insieme alla solidarietà verso i belgi, si è offerta una parvenza di solidità della cittadella europea. Anche se quelle macerie e quei soldati tutto intorno danno oggi l'idea del fallimento che si celebra vertice dopo vertice.
Renzi. "Non è il caso di organizzare un altro vertice straordinario" - Ecco il motivo per cui la riunione ai massimi livelli - immaginata dal presidente della Commissione - è stata derubricata a incontro tra ministri dell'Interno e della Giustizia. Quando Juncker ha svolto il solito giro di telefonate ai capi di Stato e di governo europei, si è sentito respingere la proposta. È complicato stabilire la primogenitura del diniego, è certo che Renzi si era già attivato con gli altri partner per evitare la ripetizione di un rito ormai svuotato di ogni significato: "Non è proprio il caso di organizzare un altro vertice straordinario".
"In Europa non siamo nemmeno riusciti a far applicare una direttiva" - Dopo le matite spezzate di Charlie Hebdo, un anno fa, l'Occidente aveva marciato a braccetto per le strade di Parigi. Dopo le raffiche al Bataclan, dieci mesi più tardi, la Comunità si era subito incontrata a Bruxelles per far capire che l'Unione ha la forza. Ancora quattro mesi e in Belgio si è riproposta la stessa tragica storia. E il punto non è la contabilità del terrore, il fatto è che "loro hanno portato a compimento tre attentati e intanto in Europa non siamo nemmeno riusciti a far applicare una direttiva", ha commentato il presidente del Consiglio italiano: "Come non capire che le nostre opinioni pubbliche, in assenza di decisioni, passeranno presto dalla compassione alla contestazione?".
L'euroindecisionismo - Le considerazioni di Renzi, riservate agli interlocutori europei, rimandano a una serie di impegni inapplicati, a dossier che offrono spunti di dibattito in punta di diritto tra burocrati e diplomatici di rango e poi - dopo un buon cocktail - sfociano nel nulla, accreditando l'immagine dell'euroindecisionismo: "E io, scusatemi, non accetto di mettere la faccia sull'indecisionismo europeo". Il premier aveva già dato segnali d'impazienza davanti a clamorosi casi di impotenza. Sull'immigrazione, per esempio, poche settimane fa si era pubblicamente esposto: "Non si può fare un vertice straordinario ogni due settimane".
Gli altri premier nelle condizioni di Renzi - Stavolta, per evitare di infierire su un'Europa che in quelle ore subiva l'onta dello sfratto jihadista, si è limitato a declinare l'invito, sollecitando gli altri partner alla stessa linea. Chiunque abbia avuto questa idea ha avuto gioco facile a imporla. Perché in fondo (quasi) tutti stanno nelle stesse condizioni di Renzi, che in Italia non vuol fare la parte di Salvini ma nemmeno - come dice - quella di Letta. Tuttavia si ritrova schiacciato tra l'euroagnosticismo di chi non ha mai creduto nell'Unione e scommette sul suo tramonto, e l'eurofideismo di chi ha smarrito la concezione del tempo e della storia, e invoca una Comunità che non c'è più.
"Non possiamo considerare che tutto sia come prima" - "Non possiamo considerare che tutto sia come prima", ha detto - e non a caso - il ministro dell'Interno italiano ai colleghi europei durante l'incontro a Bruxelles, due giorni fa: "Avevamo preso delle decisioni che non sono state poi ratificate. Così stiamo facendo un regalo ai terroristi e a chi punta al fallimento dell'Unione". L'eurodisfattismo non può essere infatti attribuito agli euroscettici, semmai al gioco di potere che a Bruxelles divide chi dovrebbe stare unito. E un conto sono le differenze sui temi economici, che richiamano a interessi nazionali, altra cosa le divergenze sulla sicurezza che espongono l'Europa intera alle scorribande terroriste. Così l'Unione è rimasta senza tetto per due giorni. Stavolta.

 
Il Papa: "vediamo la Croce nei profughi e nelle vittime del terrorismo che profana Dio" PDF Stampa
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di Tiziana Testa

 

La Repubblica, 26 marzo 2016

 

Nelle meditazioni scritte dal cardinale Bassetti, anche un pensiero agli abusati. Padre Raniero Cantalamessa durante la cerimonia della Passione in San Pietro: "Bruxelles, no a desiderio di vendetta". Parla delle due tragedie dei nostri giorni Papa Francesco, nella via Crucis al Colosseo: il terrorismo e la crisi dei migranti. Oggi la Croce di Cristo la "vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco", ha detto al termine della cerimonia. La vediamo "nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze". E anche "nei perseguitati per la loro fede".
Poi rivolge il pensiero ai migranti, dopo l'omaggio del giovedì santo, con la lavanda dei piedi ai profughi: "Ancora oggi la Croce di Cristo la vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate. La vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata". Il Papa, come già tante volte in passato, si scaglia contro mercanti di armi e corrotti: "Ancora oggi la Croce di Cristo la vediamo nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato. La vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l'etica si vendono nel misero mercato dell'immoralità". E anche "nei distruttori della nostra casa comune che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni".
Temi che erano risuonati anche nella lettura delle meditazioni della via Crucis scritte quest'anno dal cardinale di Perugia, Gualtiero Bassetti: "Abbiamo paura del diverso, dello straniero, del migrante. Forse anche di Dio". Frasi scritte prima degli attacchi di Bruxelles, ma che i fatti dell'ultima settimana hanno reso drammaticamente attuali. "Il tuo volto, Signore, io cerco!", invoca il Salmo 27 che Bassetti prende come punto di partenza.
"Aiutami - hanno pregato il Papa e i fedeli al Colosseo - a trovarlo nei fratelli che percorrono la strada del dolore e dell'umiliazione. Fà che dietro ciascun volto, anche quello dell'uomo più abbandonato, io possa scorgere il tuo volto di bellezza infinita". "Dove è Dio mentre affondano le carrette cariche di migranti nel Mediterraneo?". Ma Bassetti non dimentica i mali della Chiesa: "Gesù privato delle vesti" evoca i "bambini profanati nella loro intimità", chi ha subito abusi o "non è rispettato nella propria dignità". Le vittime dei preti pedofili tornano dunque nel cuore della via Crucis, 11 anni dopo la svolta nella lotta agli abusi sui minori. Nel Venerdì Santo del 2005 furono le meditazioni allora preparate dal cardinale Joseph Ratzinger a denunciare: "Quanta sporcizia nella Chiesa".
Nelle 14 stazioni, la croce è portata dal cardinale Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, da famiglie, disabili, allievi di istituti cattolici, dai frati di Terra Santa e da persone di varie nazionalità: tra gli altri, provenienti dalla Cina, dalla Russia, dalla Siria, dal Centrafrica. Tutti Paesi chiave nella geopolitica vaticana. Alla cerimonia anche gli ex reali del Belgio, Alberto II e Paola Ruffo di Calabria, genitori dell'attuale sovrano Filippo. Ma soprattutto, a spiccare tra i fedeli, le tante forze dell'ordine. Per una via Crucis mai così blindata.
Nel pomeriggio aveva parlato dei fatti drammatici dell'ultima settimana di terrore anche il predicatore del Papa. Per frenare il desiderio di vendetta. E per chiedere il pentimento dei responsabili. "L'odio e la ferocia degli attentati terroristici di questa settimana a Bruxelles ci aiutano a capire la forza divina racchiusa in quelle ultime parole di Cristo: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Così il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, nell'omelia per la celebrazione della Passione presieduta dal Papa in San Pietro.
"L'opposto della misericordia - ha detto Cantalamessa - non è la giustizia, ma la vendetta. Gesù non ha opposto la misericordia alla giustizia, ma alla legge del taglione: "Occhio per occhio, dente per dente". Perdonando i peccati, Dio non rinuncia alla giustizia, rinuncia alla vendetta; non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Gesù sulla croce non ha chiesto al Padre di vendicare la sua causa".

 
Idomeni: picchiati, rapinati e respinti, le denunce dei richiedenti asilo PDF Stampa
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di Simone Sarchi

 

Il Manifesto, 26 marzo 2016

 

"Macedonia! Macedonia!" Sono queste le esclamazioni ricorrenti nel campo improvvisato di Idomeni da alcuni giorni. E mentre parlano mostrano i lividi sul corpo, le fasciature alle mani e sulle gambe: i segni lasciati dalla polizia macedone su alcuni dei 2 mila migranti che sono riusciti ad attraversare il confine greco-macedone guadando il fiume Suva Reka il 14 marzo.
Mohanad, 23 anni siriano, era tra di loro. "Pensavamo di avercela fatta. Ma improvvisamente siamo stati circondati dalla polizia macedone che ha cominciato a malmenarci. Ci hanno preso a calci e ci hanno picchiato con i bastoni elettrici", dice con la rabbia negli occhi e la voce spezzata. Ha due costole rotte e fa fatica a respirare senza provare dolore. Oltre alle costole rotte ha riportato contusioni sulle gambe e ha una mano fasciata a seguito delle ferite riportate. Liam, 24 anni, anche lui siriano, ha riportato ferite più gravi. La polizia gli avrebbe completamente sfondato lo sterno a calci. Dopo essere stato riportato a Idomeni è stato trasportato all'ospedale di Salonicco dove è stato ricoverato per sei giorni. "Ovviamente noi non abbiamo visto le violenze, ma abbiamo sicuramente visto le ferite, i lividi" afferma Jonas Hagens, portavoce di Medici Senza Frontiere (Msf).
Secondo la ricostruzione di Jonas e dell'infermiera italiana Daniela Uberti, anche lei a Idomeni assieme a Msf, nella notte tra venerdì e sabato 13 persone sono arrivate alla clinica del campo per essere curati. Hanno raccontato di aver attraversato il confine e di essere stati catturati dalla polizia macedone. Questa li avrebbe prima derubati e, dopo averli pestati, li avrebbe riportati in Grecia. La scena si è ripetuta la notte seguente quando altre 35 persone sono state curate dai medici e dagli infermieri di Msf tra cui Daniela. Nelle due notti, 6 persone sono state portate in ospedale per "sospette fratture".
"Ci hanno detto di aver ricevuto delle bastonate a livello delle braccia e delle gambe, presentavano dei tagli a livello delle mani perché dicevano di essere stati spinti sul filo spinato e avevano anche segni di morsi perché gli hanno aizzato i cani contro", spiega Daniela. "Sembra di essere in un ambulatorio vicino ad un fronte. Non mi era mai capitato di ricevere così tanti feriti tutti insieme. Siamo in un Paese dove non ci sono bombe, non ci sono guerre. Eppure tutto questo disastro umanitario è semplicemente causato da un muro che è chiuso" continua l'infermiera italiana.
La violenza della polizia macedone contro i migranti è ben conosciuta alle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e avveniva anche prima del 9 marzo 2016 quando le autorità di Skopje hanno deciso la chiusura definitiva della frontiera. In un report di Amnesty International pubblicato la scorsa estate si legge: "Al confine della Macedonia con la Grecia, i rifugiati sono regolarmente soggetti a respingimenti illegali e maltrattamenti ad opera della polizia di frontiera". Nelle 72 pagine del documento si fa menzione alle detenzioni arbitrarie di migranti, all'estorsione di denaro, ai pestaggi e ai respingimenti forzati senza avere la possibilità di fare richiesta d'asilo. Tutte azioni illegali secondo le leggi internazionali sancite dalla Convenzione sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967.
In particolare, un rifugiato afghano ha raccontato ad Amnesty International di aver visto persone picchiate selvaggiamente dalla polizia. Anche a Idomeni si trovano migranti che portano i segni delle percosse avvenute mesi fa, quindi prima della chiusura totale della frontiera greco-macedone. Tre ragazzi marocchini dicono di essere arrivati in Serbia pochi giorni prima che l'Ungheria cominciasse i lavori per la costruzione di un muro di filo spinato sul confine con la Serbia nel luglio dello scorso anno. Sul treno sono stati catturati dalla polizia Serba che li ha riportati in Macedonia. Lì, sono stati tenuti diversi giorni in prigione dove sono stati picchiati e derubati. Ora si trovano lungo i binari del treno ai confini del campo di Idomeni. Sanno che non hanno alcuna possibilità di richiedere la protezione internazionale, ma non si arrendo: "Troveremo altre vie, magari dall'Albania" conferma Mohamed, 27 anni di Marrakech.

 
Regeni, dalla data della morte alle torture: tutti i buchi nella nuova versione egiziana PDF Stampa
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di Giuliano Foschini

 

La Repubblica, 26 marzo 2016

 

Giulio è stato ucciso sette giorni dopo la sua scomparsa, era senza denaro ma dal bancomat non è stato prelevato nulla. E gli oggetti mostrati dalle autorità del Cairo non sono suoi. Ecco perché la ricostruzione ufficiale non convince. Ci sono una rapina senza il denaro, una tortura senza torturatori, cinque presunti assassini morti, e dunque muti per sempre, in questo disperato, e scalcagnato, tentativo egiziano di offrire una verità sull'omicidio di Giulio Regeni. Una ricostruzione - quella offerta tra ieri e giovedì dal ministero degli Interni del Cairo - che non può però reggere alcuna prova di verità per almeno quattro, incontrovertibili, motivi.
I movimenti di denaro - La banda di quattro gangster uccisa nel conflitto a fuoco (non è chiaro chi sia la quinta vittima: un passante morto per caso o addirittura un cadavere che trasportava la gang) era "specializzata - dicono gli egiziani - nel camuffarsi da agenti di polizia e sequestrare stranieri per rapinarli". Dunque, potrebbero averlo fatto anche con Giulio. Ora al di là della bizzarra circostanza della specializzazione ("strano che non abbiano detto che fossero esperti nel rapinare i ricercatori con i capelli castani...", ironizza un investigatore italiano), peccato che questi signori non avessero nulla da rapinare: Giulio non aveva soldi in tasca. Se non quel bancomat nero, mostrato dalla polizia come uno dei reperti, che però non ha registrato alcun movimento: 800 euro erano depositati al 25 gennaio, giorno della sua scomparsa, e 800 euro ci sono ora. Non solo: i genitori hanno ritrovato anche in casa i 300 euro che il ricercatore italiano teneva per le emergenze. Intatti. Così come a casa, nel solito cassetto, c'era il computer di Giulio, l'oggetto più di valore che possedeva. Cosa avevano da rapinare quindi i rapinatori?
Le sevizie - La seconda, grande, incongruenza, riguarda la data della morte. Hanno raccontato la sorella e la madre di uno degli egiziani uccisi che Giulio avrebbe reagito alla rapina e per questo sarebbe stato assassinato. Ma l'autopsia italiana non lascia spazi ai dubbi: Giulio è morto almeno sette giorni dopo la sua scomparsa. Non solo. Il suo corpo mostra segni incontrovertibili delle torture: sono circa 20 le fratture in tutto il corpo, soprattutto alle gambe e alle braccia; ci sono segni di bruciatura all'altezza della scapola sinistra, tagli che sembrano essere stati fatti a distanza di giorni, nessuna lesione interna a conferma che chi picchiava era un professionista. Così come da boia era la manovra che ha portato alla frattura della vertebra cervicale, che ha causato la morte di Giulio. Per una reazione scomposta a una rapina si può ridurre in questa maniera un ragazzo?
Il falso agente - Ancora: se è stata una rapina, e dunque un caso, chi erano quei poliziotti che a dicembre sono stati nel palazzo di Giulio per chiedere documenti? E chi era quell'agente della National security army che il giorno prima che il ricercatore sparisse aveva chiesto di lui ad amici e conoscenti? Lo stesso che poi tornerà a fare le stesse domande dopo la scomparsa? Tarek Saad Abdel Fatah, il capo della banda assassinata, al quale hanno trovato il falso tesserino, aveva 52 anni. Mentre due diverse fonti dicono a Repubblica che chi cercava Giulio era "un giovane agente". E, poi, se così fosse, perché tornare a casa dopo il "rapimento a scopo di rapina" e non prendere il pc portatile, il bene più prezioso? Infine, ma non per ultimo: chi era la ragazza che ha fotografato Giulio nell'assemblea sindacale il 13 dicembre? Un'innamorata o un'infiltrata degli apparati di sicurezza?
I depistaggi - Marchiano è poi il depistaggio messo in scena ieri sera. In quelle foto, con gli effetti personali, diffuse dal ministero degli Interni, solo i documenti sono di Giulio. Non è suo quel borsone con lo stemma dell'Italia, non sono suoi i telefonini e gli occhiali da sole. Non è suo l'hashish: come dimostrano gli esami tossicologici, Regeni non fumava. "Oscuro - ragiona un investigatore italiano - è il motivo per cui i presunti assassini abbiano deciso di conservare il passaporto di Giulio, un "morto così celebre"". Su questo assassinio, oltre all'Italia, si è mossa l'intera comunità internazionale, a partire da Barack Obama. E il presidente egiziano, Al Sisi, ha dovuto prendere una posizione ufficiale nella sua intervista a Repubblica promettendo "verità". "Quale assassino conserva in casa la prova regina di questo crimine?".
La seconda pista - Gli investigatori italiani stanno comunque cercando risposte a tutte queste domande. Per questo, non stanno trascurando alcuna ipotesi, anche le più suggestive. Tutto si muove attorno alla reale identità di questi cinque balordi. E a quel tesserino da falso agente: potrebbe essere, com'è assai probabile, soltanto un depistaggio. Ma anche altro. I servizi egiziani usano, questa è da tempo la denuncia delle Ong e degli attivisti politici, squadracce abusive per i lavori sporchi. Giulio non è scomparso in un giorno qualsiasi: era l'anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Il governo aveva imposto il coprifuoco. Uno studente italiano, comunista, amico dei sindacati tanto da aver proposto loro un finanziamento (poi sfumato) rappresentava, in una giornata come quella, il perfetto nemico del regime. Il 25 gennaio non avrebbero mai potuto circolare bande di rapinatori, troppa polizia. Ma squadracce pronte a impedire manifestazioni sì. Che quella sparatoria di mercoledì possa aver messo a tacere una verità indicibile è soltanto, oggi, una suggestione. In una storia, d'altronde, che però non ha ancora alcuna verità.

 
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