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Giustizia: fin dove si può spingere un tribunale amministrativo? l'invasione dei Tar PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 23 maggio 2015

 

Separazione dei poteri, discrezionalità dei magistrati, procura di Palermo, il caso Lo Voi, Di Matteo e il ruolo del Csm. Chiacchierata con Giovanni Legnini.

"Il problema è il perimetro, il problema è la discrezionalità". Sono le tredici e trenta, siamo a Roma, piazza Indipendenza, civico numero sei, sede del Consiglio superiore della magistratura, e il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ci riceve al primo piano di Palazzo dei Marescialli per provare a mettere a fuoco con il Foglio quali saranno le conseguenze della sentenza con cui il Tar del Lazio, giovedì scorso, ha annullato, per la gioia dei gazzettieri delle procure, la nomina di Francesco Lo Voi a procuratore di Palermo.

La storia la conoscete tutti: due giorni fa il Tar ha accolto i ricorsi proposti dai procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e di Messina Guido Lo Forte, condannato il Csm a pagare le spese di giudizio per 3.000 euro complessivi, e ha ritenuto che il Csm avesse "l'onere della motivazione rafforzata" riguardo la scelta di Francesco Lo Voi a capo della procura di Palermo.

La "delibera di nomina - ha scritto il Tar - non supera il vaglio di legittimità apparendo la motivazione del giudizio di prevalenza di Lo Voi non coerente rispetto agli indici di valutazione del parametro attitudinale". Il problema dunque è più che evidente: fino a dove può arrivare il potere di un tribunale amministrativo?

Legnini dice che il Csm ricorrerà al Consiglio di stato, ovviamente, ma non lo farà solo nella forma dell'atto dovuto lo farà per rivendicare anche un principio preciso che Legnini sintetizza così: "Io ho rispetto per le decisioni del Tar, ci mancherebbe, ma credo che in questa fase storica sia importante che la giurisdizione presti particolare attenzione a un principio che credo sia vitale per tutti: salvaguardare le prerogative costituzionali di ciascuno e quindi il cuore del corretto esercizio della discrezionalità. E, a proposito di discrezionalità, una scelta assunta con ampia motivazione e con un voto largamente maggioritario, in modo trasparente da un organo come il Csm, va valutata sulla base delle prerogative e dei valori costituzionali.

La scelta di un procuratore non può essere valutata come un atto amministrativo qualunque, e non lo dico io ma lo dice la Costituzione. Per questo abbiamo il dovere di difendere la scelta davanti al Consiglio di stato". Il tema del regime del Tar, se così si può definire, è diventato un problema ricorrente non solo per il Csm ma anche per il mondo della politica e dell'imprenditoria.

E per questo è comprensibile che in molti oggi (non solo a Palazzo dei Marescialli) si augurino che il governo Renzi tiri fuori dal cassetto quella norma già inserita tempo fa in un decreto legge che delimitava le competenze del Tar, modificando il sistema per i ricorsi e abolendo la sentenza di sospensiva, per evitare di dare a questo soggetto giuridico un eccesso di potere. Succo del ragionamento di Legnini: il principio della separazione dei poteri di Montesquieu non vale solo tra diversi organi costituzionali, ma vale anche all'interno degli stessi organi costituzionali. Il Foglio prende spunto dall'argomento per ricordare a Legnini che a Palermo c'è un altro magistrato che ha scelto di ricorrere al Tar del Lazio per veder affermato, dice lui, "un suo diritto". Quel magistrato, erede di Antonio Ingroia a Palermo, è Antonino Di Matteo, che una volta escluso dalla nomina nell'Antimafia anche lui - tac - ha fatto ricorso al Tar.

"Il dottor Di Matteo - dice Legnini - ha tutto il diritto di ricorrere ma anche qui la scelta, del Csm, è frutto di un'ampia e dettagliata motivazione, peraltro assunta con l'unanimità dei membri togati del Consiglio superiore". In questa fase della vita del Consiglio superiore della magistratura, l'unanimità dei membri togati del Csm è un tema che merita di essere approfondito, perché è ormai un fenomeno usuale che siano i membri laici, ovvero i non magistrati, ad avere spesso meno difficoltà dei togati a mettersi d'accordo tra loro e a prendere le decisioni importanti: è successo sia per le nomine di Palermo sia per quelle di Bari.

"È vero", riconosce Legnini, "spesso, per le nomine, le scelte dei membri laici sono state decisive e credo che questo sia un fatto importante per il Csm. In questa fase quella componente ha un ruolo importante, di vero equilibrio e ciò aiuta a inverare l'intuizione dei costituenti nella composizione del Consiglio". Il passaggio successivo a questo ragionamento presupporrebbe un tentativo del Csm di dare meno peso al ruolo delle correnti anche nei suoi organi di rappresentanza e Legnini sembra essere d'accordo: "Stiamo già lavorando all'autoriforma del Consiglio e a giugno daremo un forte impulso a partire dalla riforma del testo unico per gli incarichi direttivi e del regolamento interno, nel segno dell'efficienza, della trasparenza e dell'autorevolezza del Consiglio e dell'ordine giudiziario".

Il Foglio ricorda che il modo migliore, forse l'unico, per evitare che le correnti possano avere un peso nel Csm è la modalità del sorteggio. Legnini dice di non essere d'accordo, ma altri sistemi elettorali per attenuare il peso delle correnti sono possibili. A proposito dell'espressione dei pareri, Legnini rivendica tale prerogativa ma essa, ragiona il vicepresidente, deve essere esercitata in modo appropriato attenendosi alle ricadute, all'impatto delle riforme e non già alle diverse opzioni politiche riservate al Parlamento. "Il principio della separazione dei poteri deve valere per tutti. La magistratura e il suo autogoverno devono difendere fino in fondo i princìpi dell'autonomia e dell'indipendenza ma a ciò deve corrispondere il rispetto per le prerogative degli altri poteri".

 
Giustizia: la prescrizione "lievita" ma ancora non decolla PDF Stampa
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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2015

 

La partita sull'anticorruzione ora si sposta al Senato, sulla riforma della prescrizione, da anni invocata anche dagli organismi internazionali per rendere più efficace la repressione penale delle tangenti, ma finora politicamente indigesta. Tuttavia, in attesa della riforma, alcuni reati contro la Pubblica amministrazione avranno qualche spicciolo di prescrizione in più, per effetto dell'aumento delle relative pene, previsto dalla legge Grasso approvata giovedì scorso.

Con la sua entrata in vigore, la corruzione propria (articolo 319) si prescriverà in 12 anni, invece che in 10, la corruzione giudiziaria (quella più diffusa delle tre ipotesi previste dal Codice) in 15 anni anziché in 12 e mezzo, il peculato in 13 invece che in 12 e mezzo e l'induzione indebita (la vecchia concussione per induzione) guadagnerà tre anni rispetto ai 10 attuali.

Così come aveva fatto il governo Monti con la legge Severino del 2012, il governo Renzi spenderà sicuramente questi modesti aumenti della prescrizione anche nelle sedi internazionali. Ma la "scorciatoia" di allungare i termini attraverso l'aumento delle pene lascia irrisolto il problema di una riforma strutturale della prescrizione, in generale e per alcuni reati in particolare, come quelli contro la Pa. Che restano spesso impuniti perché si scoprono molto tempo dopo essere stati commessi, sia per l'oggettiva difficoltà di portarli alla luce sia per la volontà di corrotti e corruttori di occultarli. Non a caso il maggior numero di prescrizioni scatta in primo grado e soprattutto in appello.

Con la riforma ora all'esame del Senato, governo e maggioranza si sono fatti carico parzialmente della specificità dei reati di corruzione. La Camera ha infatti approvato un quasi raddoppio dei termini attuali, ma soltanto per la corruzione propria (18 anni invece dei 10 attuali) e per quella giudiziaria (22 invece di 12).

Il risultato è frutto di una modifica dell'articolo 157 del Codice penale, che stabilisce che per questi reati, e per la corruzione impropria, il termine iniziale sia aumentato della metà. Aggiungendo a questa nuova base l'aumento di un quarto previsto dall'articolo 161 quando iniziano le indagini, si ottine il quasi raddoppio. Inspiegabilmente restano fuori dall'aumento della metà del termine iniziale reati gravi come l'induzione indebita e il peculato.

Nel calcolo del termine massimo di prescrizione non si tiene conto delle sospensioni (che hanno varie cause). Perciò non vanno sommati i tre anni di sospensione previsti dal ddl di riforma dopo la condanna di primo grado (2 anni) e dopo l'appello (1 anno) e quindi è sbagliato sostenere che la corruzione propria si prescriverebbe in 21 anni, il "doppio" del termine vigente. Eppure l'argomento è stato usato da Ap-Ncd per pretendere (in cambio del sì alla legge anticorruzione) la promessa di una modifica del ddl Ferranti sulla prescrizione. Promessa assunta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Si va dunque verso una "rimodulazione" dei termini, al ribasso. Ncd propone di cancellare dall'articolo 157 l'aumento della metà e di spostarlo nell'articolo 161 al posto dell'aumento di un quarto per le interruzioni. Con il risultato - rimanendo alla corruzione propria - che la prescrizione scenderebbe da 18 anni e 3 mesi a 15 anni.

Quale sarà il prodotto finale, si vedrà. Certo è che governo e maggioranza non hanno voluto seguire l'esempio francese di far decorrere i termini, per i delitti di più difficile emersione, da quando i magistrati li hanno scoperti e, quindi, sono in grado di attivarsi. Né hanno voluto seguire l'esempio di altri Paesi europei, dove la prescrizione si blocca dopo la condanna di primo grado, se non prima, con l'esercizio dell'azione penale (prevedendo come in Germania, sconti di pena se il processo si allunga troppo). Eppure, qualcosa di analogo c'è persino già in Italia: nel processo civile, dove spesso gli interessi in gioco sono molto rilevanti sul piano economico, sociale, umano, la prescrizione si blocca con l'attivazione del giudizio e fino alla sentenza definitiva.

 
Giustizia: i reati prescritti a quota 120mila, sono dimezzati in 10 anni, 1.490 contro la Pa PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2015

 

Quelli contro la Pubblica amministrazione sono 1.490. Le prescrizioni diminuiscono, ma restano sempre troppe. Quasi 120.000. E sul versante dei principali reati contro la pubblica amministrazione, sono in tutto 1.490. Un quadro complessivo, con focus su tutti reati contro la Pa, è stato fornito alla commissione Giustizia del Senato da parte della Direzione statistiche di via Arenula. Una base di partenza per affrontare poi, numeri alla mano, il progetto di riforma dei termini che ha già ricevuto il via libera della Camera, ma che sarà sicuramente modificato almeno sul versante della corruzione.

A ribadirlo il viceministro della Giustizia, Enrico Costa, di Area Popolare: "i dati sono stati sollecitati dalla stessa commissione nell'ambito dell'iter istruttorio sul testo del provvedimento in tema di prescrizione dei reati. È necessario un approccio equilibrato che affronti la durata della prescrizione e la ragionevole durata dei processo".

Nel decennio 2004- 2013 l'incidenza delle prescrizioni sul totale dei procedimenti definiti (che sono passati da 1.455.704 a 1.500.703) è passata dal 14,5% al 7,9%, con una diminuzione dalle 213.745 del 2004 alle 119.075 del 2013. Il report fornito nei giorni scorsi in commissione indica che nella fase di indagini preliminari, l'impatto della prescrizione nel 2013 è stato del 12,1 per cento. "Il trend storico di prescrizioni in questa fase - si legge nel documento - è in decrescita costante dal 2004 quando l'incidenza era del 25,7%".

In primo grado il dato 2013 è del 5,4%, con variazioni meno significative nel tempo. In appello invece "si registra un tasso dell'11,7% nel 2004" che ha "toccato quota 21,5% nel 2013". In Cassazione, infine, tasso tendenzialmente stabile tra lo 0,4% e lo 0,8 per cento. Questo in termini generali. Ma significativo, tanto più in questo passaggio di messa a fuoco dei futuri interventi sulla prescrizione e della risposta da dare sul fronte della corruzione, sono i dati relativi ai reati contro la pubblica amministrazione.

Nella tabella pubblicata un panorama generale sul primo grado, relativo all'ultimo anno disponibile, il 2012, con la somma delle prescrizioni che si attesta intorno a quota 1.500.

Tuttavia, rispondendo a una domanda avanzata dalla stessa commissione Giustizia, il ministero restringe l'attenzione a 4 dei reati principali (corruzione per atto d'ufficio, articolo 318 del Codice penale; corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, articolo 319 bis; corruzione in atti giudiziari, articolo 319 ter e corruzione di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, articolo 321).

Per questi 4 delitti le prescrizioni diminuiscono in valori assoluti mentre crescono in percentuale per effetto del rapporto con i procedimenti invece arrivati a definizione. Numeri alla mano, allora, le prescrizioni diminuiscono, da 142 nel 2010 a 132 nel 2012 con un tasso di incidenza che passa dall'8,4% al 10,5% dei definiti (che passano da 1.683 a 1.254). Su tutti i reati contro la Pa, il tasso di incidenza passa dal 9% del 2010 al 7% del 2012.

Per la corruzione propria, quella per atto contrario ai doveri d'ufficio, l'incidenza è variata tra l"8,8% e l'8,6%, ma rispetto a un numero di procedimenti definiti passato da 889 a 662. La quota di processi per corruzione in atti giudiziari andati prescritti, è salita invece dal 5,9% all'11,9%, ma su un totale di definiti passato da 51 a 42: il documento riporta 3 prescrizioni nel 2010; 4 nel 2011 e 5 nel 2012. Nel triennio, la corruzione per atto d'ufficio ha visto salire le prescrizioni da 9 (l'8,8% dei 102 processi definiti) a 18 (22.8% su 79).

 
Giustizia: perché così pochi?, gli anni di carcere per la corruzione arrivino a "quota 50" PDF Stampa
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di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 23 maggio 2015

 

Fatta la riforma dei reati di corruzione e societari, mi sia lecito avanzare una proposta che può apparire provocatoria, anche se fino a un certo punto. Propongo dì stabilire - attraverso una conveniente e subitanea correzione alla neonata riforma - una pena edittale obbligatoria, vale a dire priva di un minimo e un massimo, di trent'anni per ogni reato di corruzione e di fissarne la prescrizione in cinquant'anni. Invece, il falso in bilancio, per le società quotate in borsa, potrà essere punito con quarant'anni di reclusione, per quelle non quotate con trentanove anni.

Ma sia in un caso sia nell'altro, la prescrizione dei reati non scatterà prima dei sessant'anni. Pensate che Travaglio, Di Pietro, Caselli, Fabio Fazio, Gramellini, Santoro, Scalfari, il dottor Sabella e l'Associazione magistrati tutta potrebbero esserne soddisfatti? Forse sì, ma forse no: in effetti, si potrebbe fare meglio e di più. Allora, facciamo così, anche per evitare equivoci e sterili polemiche: si stabilisca una volta per tutte la pena edittale di cinquant'anni di reclusione, in modo fisso e non valutabile, per tutti tali reati e per i loro assimilati e se ne preveda la prescrizione in un secolo.

Così potrà bastare? Me lo auguro. Certo, al meglio - come al peggio - non c'è limite, ma accontentiamoci di ciò che passa il convento... Tuttavia, una riflessione s'impone. C'è qualcuno che davvero creda che aumentare le pene previste per certi reati serva a limitarne la diffusione? C'è davvero qualcuno che abbia potuto osservare un tale fenomeno nell'ultimo secolo di storia? Se ci fosse, fermatelo prima che vada a sbattere, perché di sicuro ha le traveggole. In realtà, aumentare le pene previste dal codice penale serve a tre scopi fra loro complementari, ma che nulla hanno a che vedere con il diritto penale e con una seria ed avveduta politica criminale.

Il primo scopo è soddisfare l'opinione pubblica meno avveduta, solleticando gli istinti primordiali alla vendetta ed al sangue che covano - il più delle volte silenziosi e pudicamente occultati - dentro ciascuno di noi. Il secondo scopo è consentire ai politici e ai governanti di fare "bella figura" davanti alla medesima opinione pubblica.

Mi si permetta tuttavia, su questo punto, di notare una differenza di non poco conto fra i politici. C'è chi - come Renzi - trionfalisticamente, ma ingenuamente, canta vittoria sul malaffare; c'è invece chi - come il ministro della Giustizia Orlando - con maggiore capacità critica evita simili trionfalismi fuori luogo, consapevole dei limiti della riforma.

Il terzo scopo è arginare e in parte soddisfare l'inestinguibile sete giustizialista di tanti commentatori, intellettuali, giornalisti, politici, permettendo loro di lodare il governo che ha saputo fare ciò che ha fatto. Ma se questi sono gli scopi della riforma, quali ne sono gli effetti? Il primo è che inevitabilmente il prezzo della corruzione e del falso in bilancio lieviterà di parecchio. Infatti, siccome si rischia di più, il corrompibile chiederà una tangente ben più elevata di prima, mentre l'altra parte sarà ben disposta a concederla, consapevole di quei rischi.

Il secondo effetto è che i processi per tali reati potranno diventare quasi eterni, senza limiti, permettendo ai pubblici ministeri di indagare per anni ed anni e consentendo a Renzi di gridare gioiosamente che nessun processo potrà più concludersi per prescrizione.

Il che è appunto una solenne assurdità, proprio perché - come dice ancora Renzi - "l'Italia è ormai la patria della legalità". E infatti ovvio anche per i bambini che la vera legalità non rende eterni i processi, sottraendoli alla prescrizione, ma, al contrario, rende brevi i processi, senza allungare la prescrizione. Insomma, la legalità giusta è l'esatto contrario di ciò che ha fatto il governo.

Che farcene allora di una legalità che fa a pugni con la giustizia? Aumenterà forse il benessere sociale? La sicurezza dei cittadini? O forse garantirà la efficienza e la trasparenza della pubblica amministrazione? Ovviamente, nulla di tutto questo. Questa prodotta dal governo Renzi è solo una contraffazione della legalità, una sua sterile e raccapricciante controfigura. Non solo. Essa camuffa il vero e dolente problema che il governo non affronta: il pessimo funzionamento della macchina amministrativa, che costituisce la vera genesi del malaffare e della corruzione.

Insomma, il governo crea la burocrazia e poi riforma i reati di corruzione in questo modo: tanto vale dire che esso prima produce la corruzione e poi finge di volerla debellare. E questo di cui abbiamo bisogno?

 
Giustizia: crisi, eco-reati e falso in bilancio, quel senso di accerchiamento degli industriali PDF Stampa
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di Rita Querzé

 

Corriere della Sera, 23 maggio 2015

 

Da una parte il pregiudizio (del governo). O almeno quello che larga parte degli imprenditori ritiene tale. "Falso in bilancio, eco-reati. In pochi giorni sono state varate due norme basate sull'idea che noi imprenditori siamo soggetti da cui difendersi". Dall'altra l'orgoglio (degli imprenditori stessi).

Che rivendicano: "In questo momento l'impresa dovrebbe essere considerata l'Opportunità. Il governo dovrebbe stringersi attorno alle sue imprese per permettere al Paese di agganciare la ripresa". È questo il sentire diffuso in molte territoriali di Confindustria in giro per l'Italia. Ma non ci sono solo le nuove norme su falso in bilancio ed eco-reati ad alzare la tensione. Due giorni fa, rispetto alla gestione del caso Ilva, il presidente Giorgio Squinzi ha parlato di "esproprio della magistratura". Il tutto avviene mentre i segnali di ripresa ci sono, sì. Ma tiepidi.

Dati Istat diffusi ieri dicono che il fatturato dell'industria a marzo è aumentato dello 0,9%. Ma nello stesso tempo gli ordinativi hanno registrato una flessione, seppur minima, dello 0,3%. "In materia di eco-reati e falso in bilancio è come se il governo fosse prevenuto nei nostri confronti - dice tra gli altri Andrea Dell'Orto, presidente degli industriali di Monza e Brianza. Pochi sbagliano ma tutti pagano. E questo non è giusto".

D'altra parte, è vero che il Jobs act è stato accolto in modo positivo. Ma le imprese sentono l'attesa rispetto ai posti in più che non si vedono. "Molte aziende stanno facendo ripartire gli investimenti. Per vedere anche le assunzioni, però, bisognerà aspettare almeno sei mesi" prevede Dell'Orto. Se la congiuntura migliora secondo le imprese per il momento è più merito di Draghi che di Renzi. Dell'iniezione di liquidità della Bce, del cambio euro-dollaro, del prezzo del petrolio che scende. "Ora tocca all'Italia fare la sua parte - incita il presidente di Confindustria Venezia, Matteo Zoppas.

Da noi per un permesso a costruire servono 240 giorni. Nei Paesi a noi vicini ne bastano 15. Con questa zavorra non si può che fare l'elogio delle imprese che restano sui mercati internazionali". E le nuove regole su falso in bilancio ed eco-reati? "Sia chiaro: noi siamo sempre dalla parte della legalità e della trasparenza. Detto questo, attenzione a non aumentare il peso della burocrazia".

"Le nuove norme sul falso in bilancio come quelle sugli eco-reati sembrano fatte apposta per mettere in difficoltà soprattutto i piccoli imprenditori che spesso sono costretti a caricarsi in prima persona di questi adempimenti" aggiunge Michelangelo Agrusti, presidente di Unindustria Pordenone. Al fondo di tutto resta sempre un timore: non reggere il ritmo della competizione internazionale. "Noi esportiamo l'80% della produzione - spiega Vittorio Borelli, presidente di Confindustria Ceramica, settore emiliano per eccellenza. Stiamo vedendo il treno della ripresa passarci davanti. Ma se non si interviene su fisco e burocrazia non avremo la forza di balzarci sopra".

 
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