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Giulio Regeni, se questa è la verità del Cairo risparmiatecela PDF Stampa
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di Antonio Polito

 

Corriere della Sera, 26 marzo 2016

 

Dobbiamo sperare che il governo egiziano abbia un minimo di rispetto prima ancora che del nostro Paese della nostra intelligenza e non insista nel venderci questa versione del delitto Regeni. Il governo italiano torni a chiedere la verità. Perché mai un gruppo di banditi specializzato nel "rapire e derubare stranieri" avrebbe torturato per giorni e giorni il povero Giulio Regeni, prima di far ritrovare il suo cadavere? E come mai una gang di criminali comuni ne avrebbe gelosamente conservato la borsa con il passaporto, la carta di credito, i telefonini e perfino "un pezzetto di materiale marrone che sembra hashish"? Per fornire le prove di essere stati proprio loro a ucciderlo?
Dobbiamo sperare che il governo egiziano abbia un minimo di rispetto prima ancora che del nostro Paese della nostra intelligenza, e non insista nel venderci questa versione del delitto Regeni, avallando un depistaggio così scoperto che sembra uscito da un film sulla mafia, con i finti colpevoli fatti ritrovare tutti morti, cosi da non poter smentire.
La notte scorsa però, il ministero dell'Interno egiziano è sembrato proprio avallarla, dopo che media filo governativi l'avevano spacciata, e ha anzi ha concluso il suo comunicato ringraziando l'Italia "per la cooperazione", quasi a considerare chiuso il caso.
L'Italia invece non può affatto ringraziare l'Egitto per la cooperazione, a ormai due mesi dalla scomparsa del giovane ricercatore. Anzi, il governo dovrebbe farsi sentire forse con più forza e determinazione per ottenere ciò che chiediamo fin dal primo giorno: tutta la verità sulla atroce fine di un nostro connazionale, di un ragazzo pieno di curiosità e animato da impegno civile, di uno studioso che voleva conoscere per giudicare. Qualche giorno fa il dittatore Al Sisi ha promesso ai genitori di Giulio e al nostro governo, in un'intervista a Repubblica: "Avrete la verità su Regeni". Se è questa la verità che intendeva, poteva risparmiarcela.

 
Dal Cairo un'insopportabile provocazione PDF Stampa
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di Patrizio Gonnella (presidente di Antigone e Cild)

 

Il Manifesto, 26 marzo 2016

 

C'è tutto l'odore del depistaggio nell'ultima versione che arriva dall'Egitto sulla morte tragica di Giulio Regeni. Ma c'è anche un sapore insopportabile di provocazione. La versione è così palesemente inverosimile da poterla ritenere per l'appunto una provocazione verso un paese intero quale l'Italia. Dunque una banda di criminali avrebbe sequestrato il povero Giulio Regeni. Lo avrebbe torturato per giorni fino ad ammazzarlo. Non avrebbe però chiesto riscatto. A due mesi dalla scomparsa di Giulio, quindi giustizia sommaria sarebbe stata fatta. I criminali sarebbero stati tutti ammazzati. E si sarebbe trovato pure traccia di cose appartenenti a Giulio nelle mani della sorella di uno di loro. Dunque in questo modo si spera di mettere la parola fine su questa storia. Tanto nessuno potrà contraddirla visto che i presunti assassini di Regeni sarebbero oramai tutti morti ammazzati.
Solo gli ingenui e i complici possono credere a una ricostruzione di questo tipo. Sin dall'inizio dall'Egitto si è inteso trattare il caso Regeni come un caso di cronaca nera e non di diritti umani violati. La presenza al Cairo del procuratore Pignatone sembrava segnalare una disponibilità alla cooperazione giudiziaria. Invece siamo tornati alla tesi della banda di criminali e a gettare ombre su Giulio.
I segni sul corpo di Regeni sono segni di tortura e la tortura non è mai un fatto di cronaca nera. La tortura è un crimine contro l'umanità che va al cuore del rapporto tra lo Stato e i cittadini. Al pari del genocidio e dei crimini di guerra, non a caso, è tra i delitti che possono essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale nata a Roma nel 1998 e da allora funzionante tra mille ostacoli opposti da Stati refrattari alla giustizia internazionale.
Pochi giorni fa in modo auto-celebrativo e auto-assolutorio Al Sisi in un'intervista rilasciata a la Repubblica si dichiarava pronto ad aiutare la ricerca della verità. Se questa è la verità che lui intendeva, le autorità italiane, giudiziarie e politiche, ben possono ritenersi vergognosamente e spudoratamente prese in giro. Uno Stato democratico è forte, anche nei rapporti commerciali, se non abbassa la testa, se non accetta compromessi sui diritti umani, se alza la voce, se sa tirare la corda.
Tutti noi che ci occupiamo di libertà civili e diritti umani sappiamo che anche in questo campo bisogna lavorare di diplomazia. Ma diplomazia non significa capo chino, sottomissione, posposizione di valori etici e umani a bisogni economici e commerciali. Significa sapersi imporre, urlare se necessario che l'Egitto non sarà mai per Renzi e il governo italiano un alleato (finanziario o militare) affidabile se si può consentirgli di prendere in giro un intero Paese (il nostro) senza troppa cura, esplicitamente e volgarmente. Il tutto sul corpo di un giovane ricercatore universitario.
Noi continueremo nella campagna perché vi sia verità per Giulio Regeni. Abbiamo sufficiente esperienza per sapere che il silenzio porta all'impunità, all'oblio. Che solo una forte pressione dell'opinione pubblica potrà costringere le autorità italiane a reagire di fronte alle bugie e ai depistaggi. Una pressione che deve avvenire nel cuore della società italiana ed internazionale. Chiediamo ai parlamentari italiani ed europei di mobilitarsi e chiedere anche loro verità per Giulio. Ai rettori delle Università di dedicare un'aula di studio a Giulio. A mondo dello sport di farsi sentire. Chiediamo al governo italiano di non abbassare la testa.

 
Dal governo alla procura, nessuno crede alla farsa PDF Stampa
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di Daniela Preziosi

 

Il Manifesto, 26 marzo 2016

 

Le reazioni italiane. In parlamento è rivolta bipartisan: ricostruzione oltraggiosa. Letta: "Mi spiace, non ci credo". Gentiloni: "Vogliamo la verità" Renzi beffato dalle parole del dittatore.
Nel tardo pomeriggio, quando ormai la rivolta contro le insultanti "verità" del Cairo sulla morte di Giulio Regeni monta come un'onda per tutto il paese, è il procuratore Giuseppe Pignatone a pronunciare parole ufficiali, pesanti come macigni: "La Procura di Roma ritiene che gli elementi finora comunicati dalla Procura egiziana al team di investigatori italiani presenti al Cairo non siano idonei per fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni e per identificare i responsabili dell'omicidio", scrive nero su bianco in un comunicato.
È l'intimazione dello stop alla macabra messa in scena di una storia improbabile, la scoperta della colpevolezza di una banda di cinque sequestratori, ovviamente già morti. I magistrati italiani non entrano neanche nel merito: "È necessario che le indagini proseguano". Del resto a quell'ora del pomeriggio anche il ministero dell'interno egiziano si è arreso all'evidenza ed ha promesso che "le indagini andranno avanti".
La procura di Roma è ancora in attesa che il Cairo "trasmetta le informazioni e gli atti, da tempo richiesti e sollecitati, e altri che verranno richiesti al più presto in relazione a quanto prospettato ai nostri investigatori". Le parole di Pignatone rivelano che la collaborazione fra inquirenti non c'è mai stata. Oggi le "prove" del Cairo non convincono nessuno. E la foto dei documenti del ricercatore - lindi, puliti, perfetti - adagiati su un piatto d'argento aggiungono beffa a una menzogna già così grossolana.
Il governo alla fine deve rispondere alla famiglia - Palazzo Chigi per tutta la giornata prova a cavarsela facendo sapere che Renzi è determinato a ottenere "piena, totale luce, senza ombre o aloni sulla morte" del ricercatore italiano, che non si accontenterà "di niente di meno che la verità". Ma lo smacco è evidente. Dopo la chilometrica intervista al dittatore al Sisi pubblicata in due puntate dal quotidiano La Repubblica a metà marzo, dove il generale golpista aveva assicurato "da padre" la verità sull'omicidio Regeni, il presidente Renzi, (definito ostentatamente "un vero amico mio e dell'Egitto") aveva parlato di "evidenti e significativi passi avanti".
La risposta, la verità-farsa, è uno sberleffo all'Italia che fa il giro del mondo. Mentre nel paese monta l'indignazione, Renzi è nell'isola di Lampedusa. Il suo portavoce Filippo Sensi diffonde belle foto cariche di pathos, mani strette a bambini migranti, grande empatia con l'eroica sindaca Giusy Nicolini. La beffa del Cairo rovina l'atmosfera. In Italia la rivolta è bipartisan e va da Sinistra Italiana a Forza Italia passando per l'ex presidente Enrico Letta all'ex ministra Emma Bonino. Siamo a due mesi esatti dal rapimento di Giulio. Sua sorella Irene posta su facebook una foto con i genitori Paola e Claudio.
I tre tengono lo striscione giallo "Verità per Giulio" della campagna di Amnesty International. Poi la famiglia diffonde un comunicato. I genitori si descrivono come "feriti ed amareggiati dall'ennesimo tentativo di depistaggio da parte delle autorità egiziane sulla barbara uccisione di nostro figlio" ma anche "certi della fermezza con la quale saprà reagire il nostro governo a questa oltraggiosa messa in scena che peraltro è costata la vita a cinque persone". La verità, concludono, si deve "non solo a Giulio ma alla dignità di questo paese". A questo punto, ma solo a questo punto, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni rassicura che "l'Italia insiste: vogliamo la verità"; con un tweet.
Enrico Letta: mi dispiace, #iononcicredo. Rivolta social - Ma le parole del ministro arrivano alla fine di una lunga giornata infiammata dalla rabbia per l'ennesima presa in giro egiziana. Fra i primi a reagire è l'ex presidente del consiglio Letta che twitta: "Mi dispiace,#iononcicredo. Non fermarsi a chiedere #veritàpergiulioregeni".
La rete si inzeppa di messaggi dello stesso tenore. Per l'ex ministra Emma Bonino, intervistata da SkyTg24, "siamo di fronte a un'ennesima fabbricazione". A sinistra la parola chiave è "oltraggio". Per Francesco Ferrara (Si), componente del Copasir "se lo scopo del sequestro era ottenere un riscatto perché avrebbero seviziato per giorni Giulio? E perché avrebbero tenuto con sé i suoi documenti del ragazzo?".
Il presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini si dice "molto perplesso" e cita Andreotti "a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca". Mezza Forza Italia interviene a chiedere che il governo faccia la sua parte: "Basta con le ricostruzioni false e ignobili, è come se il nostro connazionale venisse nuovamente ucciso", dichiara Mara Carfagna.
Sono le stesse parole, o quasi, con cui invece i Cinque Stelle attaccano Renzi. Il clima da unità nazionale che si era materializzato negli scorsi giorni sul terrorismo jihadista svanisce di colpo. Lo stesso Alessandro Di Battista che aveva fatto i complimenti al premier per la sua "resistenza" alle pressioni interventiste sulla Libia, stavolta non fa sconti: "Forse l'interesse del governo verso gas e petrolio è più importante di un nostro cittadino barbaramente ucciso? Gentiloni venga a fare chiarezza in Parlamento, siamo stanchi dell'immobilismo del nostro governo di fronte alla totale mancanza di collaborazione da parte dell'Egitto".
La sinistra chiede il ritiro dell'ambasciatori - Ma la richiesta più impegnativa è quella di Sinistra Italiana. La versione del Cairo è "ridicola e offensiva", dice Nicola Fratoianni, che un mese ha accompagnato i legali della famiglia Regeni dall'ambasciatore egiziano a Roma. "Adesso basta. Da settimane chiediamo al governo azioni forti, fino al ritiro dell'ambasciatore italiano e alla sospensione delle relazioni commerciali con l'Egitto. È il momento di farlo".

 
Stock Island e l'isola carcere di Gorgona: modelli di convivenza tra uomini e animali PDF Stampa
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di Tamara Mastroiaco

 

italiachecambia.org, 26 marzo 2016

 

Isole, carceri e rifugi per animali: sono i principali punti in comune tra Stock Island e Gorgona. L'unica sostanziale differenza? Il destino dei due progetti: mentre la prima spicca il volo, la seconda rischia di essere affossata dall'Amministrazione penitenziaria. Stock Island Detention Center, in Florida, è un carcere noto tra gli abitanti per avere una doppia valenza sociale: oltre ad essere un centro di riabilitazione per le persone, è diventato, negli anni, anche un santuario per animali di allevamento, esotici e domestici, trascurati oppure sequestrati a persone che li maltrattavano o abusavano di essi.
Il rifugio, fondato nel 1994, è nato inizialmente con la costruzione di un piccolo stagno per salvare le anatre che spesso venivano ferite o uccise dalle automobili di passaggio sulla strada che costeggia la struttura penitenziaria. Quando si è sparsa la voce che il carcere accoglieva animali bisognosi, il piccolo rifugio si è trasformato in un santuario vero e proprio destinato a tutti gli animali di tutte le specie, anche quelle selvatiche, sequestrate al commercio di animali esotici. Tra i residenti più noti c'è Mo, un bradipo, diventato una sorta di "mascotte" dell'istituto.
La struttura ospita circa 150 animali, tra i quali un alligatore acquistato dai precedenti "proprietari" per essere allevato come animale domestico e poi consegnato al santuario, Albert, una tartaruga ceduta perché diventata tanto grande da non riuscire più a gestirla e un cavallo di nome Angelo, quasi cieco. Cinque dei 596 detenuti del carcere si prendono cura degli animali, seguiti da un veterinario e dalla custode della struttura, Jeanne Selander, che ha una solida preparazione in biologia marina.
Per i detenuti, nutrire, curare, pulire gli animali non rappresenta solo una "pausa" giornaliera dalla routine della prigione, ma un momento da dedicare a qualcuno, a esseri che hanno bisogno di compassione, di attenzione, proprio come loro, e l'esperienza di aiutarli non può che essere significativamente positiva nel loro percorso di riabilitazione.
Gli animali, invece, trovano in Stock Island Detention Center una casa per sempre, dove non saranno più maltrattati o abusati dagli esseri umani. Il santuario è aperto al pubblico due volte al mese, con l'obiettivo di insegnare ai visitatori, bambini inclusi, il rispetto verso gli animali e, soprattutto, il messaggio che gli animali selvatici non sono animali domestici, non importa quanto essi siano carini. Gli animali non sono costretti a interagire con il pubblico; alcuni mostrano curiosità e attenzione verso le persone, altri no, ma a nessuno è permesso di avvicinarsi a loro.
Leggendo questa storia, inevitabilmente, il mio pensiero va a Gorgona, l'ultima isola-carcere italiana, situata nell'arcipelago toscano, nota soprattutto per la convivenza tra uomini e animali; lì sono nate straordinarie relazioni interspecifiche, che hanno dato vita a alleanze e amicizie tra i detenuti, protagonisti di un percorso rieducativo, e gli animali salvati dall'industria zootecnica. "Gli animali non sono cose, né macchine" cita l'art.1 di "Ogni specie di libertà. Carta dei Diritti degli Animali di Gorgona", un patto composto da 36 articoli, sancito dal medico veterinario Marco Verdone, che, a Gorgona, ha lavorato per 25 anni.
La Carta, infatti, è un'alleanza speciale nata tra detenuti e animali sull'isola-carcere, dove l'uomo ha scelto di non uccidere più i suoi "compagni di viaggio", sognando un mondo senza gabbie e prigioni. Un altro passaggio significativo in questo percorso di riconoscimento dei diritti agli altri animali, oltre alla Carta, è il Decreto di Grazia dato dall'ex Direttore del carcere, Carlo Mazzerbo, che ha concesso e garantito a diversi animali tra cui una mucca e a un maiale, lo "status di animali rifugiati e cooperatori del trattamento" presso la Casa di Reclusione.
Oggi, il "Progetto Gorgona" è in pericolo perché l'Amministrazione penitenziaria ha deciso di affidare a un soggetto privato la gestione delle attività produttive, animali sull'isola compresi. A muoversi per salvare l'isola modello, persone di ogni estrazione culturale e operanti in diversi ambiti professionali.
La petizione, lanciata dalla Lega Antivivisezione, Essere Animali e Ippoasi, è stata firmata da migliaia di cittadini e a maggio 2015 è stata approvata in Senato una mozione, che impegna il Governo a "valorizzare e promuovere buone pratiche come l'esperienza di reinserimento e recupero dei detenuti del carcere dell'isola di Gorgona attraverso attività con animali domestici". Dopo la petizione e la mozione, diversi personaggi della cultura e dello spettacolo hanno firmato un documento dal titolo inequivocabile: "Appello per Gorgona: l'isola delle buone pratiche nella relazione umano-animale".
"Una vasta comunità di persone, di ogni parte d'Italia e non solo, sostiene il progetto di pace, "Gorgona", l'isola che c'è". Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha incontrato una rappresentanza di soggetti ai quali ha assicurato la piena disponibilità a fare dell'isola di Gorgona un esempio unico al mondo. Un carcere senza sfruttamenti e violenze tra umani e altri animali. Un'isola che, tra le tante cose che ha da offrire, presenta un'esperienza originale, una risorsa culturale ed etica "rinnovabile".
Un luogo che cerca di garantire i diritti fondamentali a tutti e dove sia pienamente soddisfatto il dettato Costituzionale espresso nel noto art. 27 che chiaramente non si può realizzare uccidendo "qualcun altro" dichiara Marco Verdone. [Cost. Italiana art. 27: (...) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato]. Mentre è straziante veder morire un progetto eccezionale come quello di Gorgona è allo stesso tempo toccante veder fiorire a più di 8.000 chilometri di distanza l'isola-carcere "gemella", dove il percorso rieducativo dei detenuti si intreccia al percorso di tutela degli animali.

 
Bosnia: la fine di Karadzic sarà l'inizio di una nuova era giuridica? PDF Stampa
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di Daniele Archibugi

 

Il Manifesto, 26 marzo 2016

 

Diritto internazionale. Bene, la condanna. Ma la Bosnia è divisa e gli altri criminali di guerra non pagheranno. Lunedì scorso il Presidente della piccola e costituzionalmente ancora incerta Republika Srpska, Milorad Dodik, ha inaugurato un dormitorio studentesco nella cittadina di Pale, assurta a notorietà internazionale più di vent'anni fa quando divenne la capitale della auto-proclamata Repubblica Serbo-bosniaca. La notizia sarebbe stata inosservata se non perché il dormitorio è stato intitolato a Radovan Karadzic. Dodik, accompagnato dalla signora Ljiljana Karadzic e dalla figlia Sonja, ha rammentato che Karadzic è stato il fondatore e primo presidente della repubblica, il vero padre della patria.
E, nel bene ma soprattutto nel male, ha perfettamente ragione. Mancava solo Karadzic alla cerimonia. E avrebbe certamente partecipato se l'arresto e la detenzione presso il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia non glielo avessero impedito. Giovedì scorso, dopo quasi otto anni di prigionia e cinque di processo, il Tribunale ha finalmente espresso il suo verdetto, e Karadzic è stato condannato a 40 anni di reclusione per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l'umanità commessi in Bosnia durante la guerra civile 1992-1995.
Possiamo scommettere che nella piccola Repubblica Srpska altre piazze, scuole e giardinetti saranno a lui dedicati. E possiamo essere ugualmente certi che, solamente di là di un labile confine, l'etnia musulmana continuerà a ricordare Karadzic come il più efferato criminale. I musulmani bosniaci, che ieri si affollati di fronte alla sede della corte dell'Aia, non sono soli: al di fuori della grande Serbia, Karadzic è considerato il più malvagio delinquente del XX secolo.
Per quanto ricorrerà in appello, possiamo essere certo che Karadzic finirà i suoi giorni in prigione. Come nel caso di Charles Taylor, il famigerato Presidente della Liberia, il fatto che abbia agito per nome e per conto di un governo non gli ha garantito l'impunità. Lo possiamo considerare come passo in avanti verso il compimento dei Principi di Norimberga, sanciti dalla Commissione per il diritto internazionale delle Nazioni Unite nel lontano 1949, e ancora così spesso disattesi.
Eppure, c'è ben poco di cui gioire. Condannato dalla storia e dal tribunale ad hoc, Karadzic ha vinto sul campo di battaglia perché ancora oggi la Bosnia è inesorabilmente divisa, con la comunità musulmana (e croata) e quella serba senza alcuna vita civile comune. Era questo l'obiettivo centrale della guerra civile, e lui l'ha ottenuto. Era una prospettiva che la comunità internazionale voleva scongiurare, fallendo miseramente. Le condanne del tribunale istituito dal Consiglio di Sicurezza sono dunque essere le lacrime di coccodrillo per l'incapacità di intervenire tempestivamente ed efficacemente per impedire il divampare della guerra. Finanche il luogo martire per eccellenza, la Srebrenica del più grande massacro in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, è nelle mani del vincitore. Il mausoleo per commemorare le vittime è periodicamente infestato e deturpato da fanatici serbo-bosniaci che ancora oggi indossano le divise delle truppe che commisero il massacro. Un po' come quando i neo-nazisti profanano i cimiteri ebraici, con la sola differenza che i loro comportamenti sono impuniti. La giustizia penale internazionale non ha contribuito alla pacificazione locale, e viene addirittura il sospetto che abbia ancor di più esacerbato i rancori. C'è da chiedersi quali altri strumenti erano a disposizione: forse avrebbero aiutato delle capillari commissioni per la verità e la riconciliazione, analoghe a quelle istituite, proprio negli stessi anni in cui divampava il conflitto in Jugoslavia, nel Sudafrica di Nelson Mandela. Senza di ciò i pochi imputati che finiscono di fronte ad una corte sono agnelli sacrificali.
Aggiunge sconcerto il fatto che la spada della giustizia penale internazionale continui ancora oggi ad essere così selettiva. Chi ha sperato che i tribunali internazionali ad hoc aprissero una nuova stagione dove tutti i potenti fossero rendicontabili per gli abusi sono purtroppo rimasti delusi. Sia di fronte alla Corte penale internazionale come nel Tribunale ad hoc per l'ex Jugoslavia, gli imputati non sono tanto criminali acclarati, sono anche quelli perdenti. Lo stesso tribunale per l'ex Jugoslavia è stato incapace di indagare sull'uso delle bombe a grappolo e ad uranio impoverito, entrambe proibite dal diritto internazionale, da parte della Nato durante la guerra del Kosovo del 1999. Alla fine, il problema è stato archiviato senza alcuna incriminazione.
La condanna di un criminale di guerra era un atto dovuto alle vittime e ai loro cari. Si è detto per i criminali nazisti che non poterli condannare tutti non è una ragione per proscioglierne uno. Ma molte altre vittime - in Iraq e in Siria, in Libia e in Ucraina e in tante altre parti del mondo - attendono ancora che qualche toga si ricordi di loro.

 
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