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Roma: bimbi "detenuti" nelle ville della mafia, confisca per l'emergenza abitativa PDF Stampa
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La Repubblica, 23 maggio 2015

 

Diciassette bambini "carcerati", figli di donne recluse a Rebibbia, saranno ospitati in due strutture all'Eur sequestrate alla criminalità organizzata. L'assessore Danese: "Finalmente parte 'Antimafia Capitale. Il Comune ha chiesto l'assegnazione di un palazzo di via dei Reti 27 destinato famiglie in difficoltà".

Dalle sbarre a una casa "vera", dove poter stare insieme alle loro madri: due ville con giardino in zona Eur. È la possibilità offerta a 17 bambini "carcerati", figli di donne recluse a Rebibbia, da una delibera approvata lo scorso 8 maggio con cui la Giunta capitolina accetta, in comodato d'uso a titolo gratuito, alcuni immobili sequestrati alla criminalità organizzata, come anticipato da Repubblica. In particolare, si tratta di due villini in via Kenia all'Eur: una ospiterà una casa famiglia per le madri detenute di Rebibbia, un'altra sarà riservata, si legge nella delibera, a ragazzi "provenienti dal circuito penale minorile".

"Finalmente parte Antimafia Capitale", commenta soddisfatta Francesca Danese, assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale che, si ricorda nella delibera, "in una nota del 20 aprile 2015, ha manifestato interesse ad utilizzare gli immobili per la realizzazione di una casa famiglia per madri in difficoltà con figli e di una casa famiglia per minori provenienti dal circuito penale minorile". Sottolinea Danese: "Si restituiscono alla collettività beni che provengono da guadagni illeciti, in questo caso dalla criminalità organizzata. Ringrazio davvero il giudice Guglielmo Muntoni, perché con prontezza ha accolto la nostra richiesta".

Muntoni è il magistrato a capo della sezione del Tribunale Ordinario di Roma per l'applicazione delle misure di prevenzione per la sicurezza e pubblica moralità la quale, spiega la delibera, "con Decreto del 27 febbraio 2014, nell'ambito del procedimento n. 29/2014 R. G. M. P., ha disposto, tra l'altro, anche il sequestro di due immobili, ubicati nel comune di Roma, Via Kenya (zona Eur)".

Un procedimento di prevenzione "finalizzato a restituire alla collettività il patrimonio sottoposto a sequestro che sia stato accumulato con proventi illeciti". E proprio Roma Capitale, nel protocollo d'intesa sottoscritto il 10 marzo 2014 con Tribunale di Roma, Corte d'Appello di Roma, Procura della Repubblica di Roma, Regione Lazio, Unindustria, Confcommercio di Roma e Abi, "approvato con deliberazione di Giunta Capitolina n. 47 del 9 marzo 2014", "si è dichiarata disponibile - si legge nella delibera - tra l'altro, a valutare la possibilità di prendere in carico beni immobili - che non siano aziende - sin dalla fase del sequestro, per fini istituzionali ovvero per fini sociali".

Nella delibera inoltre si dispone "di dare mandato al competente Dipartimento patrimonio, sviluppo e valorizzazione di attivare le procedure necessarie per l'immissione in possesso dei beni sopra descritti, previa verifica della legittimità urbanistica e della verifica catastale dei beni per l'utilizzo a cui gli stessi sono destinati", e "di individuare in tale sede gli oneri, e la relativa copertura necessaria al mantenimento in buono stato degli immobili acquisiti in comodato fino a quando i medesimi non saranno assegnati". Conclude Danese: "Ci sono passaggi da fare prima dell'utilizzo effettivo della struttura, però la cosa bella è che i 17 bambini che finora si trovano a Rebibbia, finalmente potranno uscire dal carcere".

Non solo. "Il Comune di Roma ha chiesto l'assegnazione dello stabile confiscato alla mafia di via dei Reti 27: quattro piani per cinque unità abitative nello storico quartiere di San Lorenzo, 13 stanze con bagno indipendente, altri servizi comuni. Uno stabile che verrà destinato a famiglie in emergenza abitativa", ha aggiunto Danese, in merito alla delibera di Giunta approvata oggi, ringraziando il suo collega alla Legalità, Alfredo Sabella, e il lavoro del giudice Guglielmo Muntoni che segue la vicenda dei beni confiscati per conto della Procura.

 
Castrovillari (Cs): Polo "Tra Sybaris e Laos" in carcere con progetto "Le mani in pasta" PDF Stampa
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paese24.it, 23 maggio 2015

 

Anche il carcere può essere una seconda opportunità, diventando una palestra di valori. E lo sanno bene alla Casa circondariale di Castrovillari che ormai da un po' di tempo apre, non di rado, i suoi cancelli al mondo esterno perseguendo un complesso quanto gratificante percorso rieducativo.

Il Polo Tecnico Professionale "Tra Sybaris e Laos" ha saputo intercettare questa capacità proponendo alla struttura penitenziaria un corso sulla preparazione della pizza ed un altro sulla lavorazione della ceramica. I corsi sono rientrati nel paniere formativo che il Polo porterà avanti sino a tutto il 2016, coinvolgendo scuole e partner esterni. Per quanto riguardo quello sulla ceramica, i prodotti realizzati dai detenuti saranno disponibili presso il Parco Archeologico di Francavilla.

"Le mani in pasta", il corso di base sulla preparazione della pizza, il primo svolto nel carcere di Castrovillari, ha coinvolto una decina di giovani detenuti che seguendo gli esperti consigli del maestro Francesco Ricca, coadiuvato dalla docente di cucina, Rosetta Maiorana, si sono cimentati con la preparazione della pasta, il condimento e la cottura di una pizza.

In virtù dei soddisfacenti risultati raggiunti gli speciali pizzaioli sono stati coinvolti in vera gara, un MasterChef della pizza che si è tenuto, ovviamente, in una sala della Casa Circondariale alla presenza della direttrice del carcere, Maria Luisa Mendicino; della responsabile Area Trattamentale, Maria Pia Barbaro; del presidente dell'Associazione Pizzerie Italiane, Francesco Matellicani; del presidente del Polo "Tra Sybaris e Laos", Maria Franca D'Amico (dirigente scolastico dell'Alberghiero di Castrovillari che ha una sua sezione nella scuola carceraria); del direttore del Polo "Tra Sybaris e Laos" Paolo Gallo; dell'assessore al Turismo del Comune di Francavilla, Luigi Cassano; delle volontarie esterne assegnate all'Area Trattamentale, Carmela Rosato, Filomena Ioele e Carmen Bevacqua e di altri docenti e operatori della scuola carceraria, delle guardie e di pochi altri invitati, vista la particolarità dell'appuntamento.

Ogni pizza preparata dai giovani detenuti aveva il profumo della passione e della voglia di riscatto. Ma soprattutto di quella consapevolezza di saper fare qualcosa, di saper raggiungere un risultato sano, pulito, con impegno e dedizione. La gara, è stata avvincente, con una vera giuria che ogni qual volta una pizza veniva sfornata era pronta ad assaggiare e giudicare. Ogni detenuto ha inventato la pizza che poi ha realizzato: da quelle patriottiche: Sapori del Sud, Tricolore, Pugliese, Vulcano (per richiamare il Vesuvio, con salsiccia piccante ovviamente) alle "evergreen" Rustica, Del Contadino. Sino ad alcune più particolari, come la Zodiaco, la Panzetta, la 4 bis e la Dessert conclusiva con fragole e nutella.

Al termine della gara sono state scelte le tre pizze migliori, ma giusto per dare un senso alla competizione, dove ogni detenuto ha ingaggiato, più che altro, una sfida con sé stesso, per dimostrare, anzi dimostrarsi, di poter realizzare qualcosa, che tra quelle quattro mura di prigionia, assume un significato considerevole. Per la cronaca le pizze Pugliese, Vulcano e Dessert sono salite sul podio. Così come sul podio sono saliti tutti i ragazzi detenuti che hanno partecipato, con la consapevolezza che al di là di quei cancelli c'è un mondo dove ancora potranno essere protagonisti in positivo.

 
Milano: "Sigillo", i prodotti delle detenute in mostra al Fair & Ethical fashion show PDF Stampa
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Redattore Sociale, 23 maggio 2015

 

T-shirt, felpe, cappellini, maglioni, tovaglie, borse realizzate in 16 carceri. Esposizione visitabile fino al 24 maggio negli spazi dell'ex Ansaldo a Milano. Tra i 32 stand della fiera sono numerosi gli espositori che propongono una moda legata a progetti sociali.

È un marchio di qualità, ma ha un valore aggiunto: è anche solidale. "Sigillo" è infatti il marchio dei prodotti realizzati da una cinquantina di detenute in 16 carceri italiane. T-shirt, felpe, cappellini, maglioni, tovaglie, borse: "Il carcere ha stoffa da vendere", recita lo slogan che accompagna il marchio. "Il progetto è nato cinque anni fa da tre cooperative carcerarie, ora siamo quindici e abbiamo commesse importanti anche da grandi aziende", racconta Silvia Della Morte, presidente della cooperativa Alice che dà lavoro alle detenute di San Vittore e Bollate.

L'ultimo ordine arrivato è stato quello di Conad: 400 mila braccialetti per la festa della donna.

"Una sola cooperativa non ce l'avrebbe mai fatta. Insieme ci riusciamo", aggiunge Silvia. Le cooperative di Sigillo espongono i loro prodotti da oggi al Fair & Ethical fashion show, evento dedicato alla scoperta del volto etico e solidale della moda, visitabile fino al 24 maggio negli spazi dell'ex Ansaldo (entrata da via Bergognone 34). L'evento è organizzato da Equo Garantito, World fair trade organization insieme all'assessorato alle Politiche del lavoro del Comune di Milano.

Tra i 32 stand della fiera sono numerosi gli espositori che propongono una moda legata a progetti sociali. Come Arte Fatto, onlus milanese presente in Marocco, Senegal e Afghanistan, oppure la Bottega delle arti e dei mestieri di Bologna che ha progetti di educazione al lavoro in Etiopia. C'è poi Sapia, piccola azienda colombiana, attiva sul mercato equo e solidale con oggetti prodotti con la buccia di banana, le foglie e la pasta di mais, il cotone o la lana.

Sempre dalla Colombia, arriva Mas+Diseno con i suoi prodotti e accessori di moda confezionati in collaborazione con i gruppi indigeni. È possibile inoltre trovare gli eleganti e colorati capi di Zarif Design, fondata dall'ex profuga afgana Zolaykha, che oggi dà lavoro a 52 artigiani a Kabul.

Oppure See me, che impiega donne vittime di violenza inserite in programmi di educazione in case rifugio dell'Amal association di Tunisi e della Keid association di Ankara. Al Fair & ethical fashion show c'è anche un ricco calendario di incontri. Segnaliamo, in particolare, il 23 maggio, alle ore 18 al vicino Cinema Mexico (via Savona 57) la premiere italiana di "The true cost", il docufilm di Andrew Morgan: un viaggio nei luoghi sconosciuti del mondo in cui produrre moda significa accettare costi umani e ambientali pesanti.

 
Firenze: gli agenti di Sollicciano "troppi aperitivi e spettacolini, qui serve sicurezza" PDF Stampa
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Redattore Sociale, 23 maggio 2015

 

Dura nota critica dei sindacati della polizia penitenziaria nei confronti della direttrice Giampiccolo: "Attenzione troppo sbilanciata verso apericena e notti bianche, mentre proseguono decessi e aggressioni". "L'attenzione del direttore è fortemente sbilanciata verso l'organizzazione di eventi come gli apericena, le notti bianche e spettacolini vari, eventi che si teme possano sottrarre al dirigente le risorse da poter dedicare alle esigenze lavorative dei propri uomini e donne in divisa". È quanto scrivono in una nota i sindacati degli agenti penitenziari del carcere fiorentino di Sollicciano, nello specifico le OO.SS. Osapp (Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria), Sinapp (sindacato nazionale autonomo polizia penitenziaria) e Ugl Polizia Penitenziaria. Una denuncia che arriva dopo undici mesi di direzione della dottoressa Giampiccolo.

"Riteniamo - prosegue la nota - che certi sistemi di gestione, applicabili in istituti più piccoli, non sono altrettanto applicabili nell'istituto più grande della regione, che per le sue complessità e le annose problematiche meritava che l'impegno e l'attenzione del direttore fossero in primis rivolte verso queste ultime", tra cui "numerosi decessi di detenuti, molteplici aggressioni al personale". Pertanto, conclude la nota, "ribadiamo il nostro no ad un modello di gestione penitenziario che non abbia come priorità la sicurezza e la tutela dei diritti dei dipendenti senza le quali il trattamento rieducativo è solo utopia".

 
Nuoro: il boss Leoluca Bagarella deve lasciare il carcere di Badu e Carros PDF Stampa
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La Nuova Sardegna, 23 maggio 2015

 

Lo ha deciso il Tribunale di sorveglianza di Sassari. Le condizioni carcerarie alle quali è sottoposto il boss mafioso detenuto nel carcere di Nuoro sarebbero troppo dure. Leoluca Bagarella deve essere trasferito dal carcere di Badu e Carros in un altro carcere dove la struttura riservata ai detenuti con il duro regime del 41 bis sia vivibile. Questo in sintesi il parere dei giudici del tribunale di sorveglianza di Sassari che ha respinto il ricorso presentato dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Nuoro che aveva imposto il trasferimento del detenuto poiché non venivano rispettati i requisiti minimi per una carcerazione dignitosa.

Le avvocatesse Antonella Cuccureddu e Fabiana Gubitoso, che assistono Leoluca Bagarella, mafioso di Corleone, cognato del boss dei boss Totò Riina, avevano presentato un articolato esposto sostenendo che la sua detenzione era ai limiti della sopportazione umana per quanto riguarda i controlli 24 ore su 24 dei suoi movimenti nella cella con le telecamere e l'assenza di protezione per la "turca", il water sistemato al centro della gabbia proprio accanto al letto.

Leoluca Bagarella è ritenuto il responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa Nostra, tra i quali la strage di Capaci avvenuta il 23 maggio nel 1992. Nell'attentato morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Oggi 23 maggio ricorre il ventitreesimo anniversario della strage di Capaci.

 
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