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Squadre investigative comuni contro terrorismo e crimine operative da oggi PDF Stampa
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di Alberto Cisterna

 

Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2016

 

Decreto legislativo 15 febbraio 2016 n. 34. Ci sono voluti 14 anni, ma alla fine sono cadute anche le ultime resistenze all'attuazione della decisione quadro 2002/465/GAI del 13 giugno 2002, relativa alle Squadre investigative comuni (Sic). Sarebbe irragionevole negare che settori importanti del law enforcement nazionale si sono strenuamente opposti alla previsione delle Sic le quali una volta ammesse - per i connotati strutturali del nostro codice di rito e per il ruolo che in esso svolge il Pm - non potevano che ricadere sotto il controllo e la direzione dell'autorità giudiziaria. La cooperazione internazionale è stata, per decenni, il terreno d'elezione delle forze di polizia praticamente in tutta Europa e non solo. Interpol, Europol, Dcsa (Direzione centrale dei servizi antidroga), d'intesa con i competenti uffici di cooperazione internazionale del ministero della Giustizia, hanno costituito, per lungo tempo, l'alveo entro cui doveva scorrere necessariamente la joint venture tra le strutture investigative nazionali.

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E adesso, la parola ai giudici PDF Stampa
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di Luigi Ferrarella

 

Sette - Corriere della Sera, 25 marzo 2016

 

Persino gli arbitri di calcio potranno spiegare i motivi delle loro decisioni dopo una partita. Mentre i magistrati continuano a non farlo. Con effetti disastrosi. Spiegare una decisione appena dopo che la si è presa? Persino gli arbitri di calcio ormai si avviano a farlo per favorire "un clima di serenità nel quale si eliminino finalmente le polemiche dal mondo del calcio", i giudici delle sentenze invece ancora no.
A partire dalla prossima stagione, ha prospettato il presidente dell'Associazione italiana arbitri, Marcello Nicchi, anche le giacchette nere alla fine delle partite di pallone forse avranno la possibilità di parlare in tv: "Non ci siamo lontani, è un discorso in via sperimentale ma, se continua, non è escluso, anzi è probabile, che dal prossimo anno due o tre arbitri vengano a parlare dopo la partita".
Trasporre questa prospettiva dal calcio alla giustizia può sembrare una bestemmia o una boutade, e invece sarebbe una rivoluzione di ecologia del dibattito pubblico sui processi. Oggi a trasformarlo in un imbarazzante "bar sport" (peraltro con minore competenza specifica sui processi di quanta ne avessero sul pallone gli ospiti del Processo di Biscardi) è paradossalmente la combinazione tra i meccanismi formali del decidere giudiziario e le mentalità e prassi dei magistrati storicamente indisponibili a spiegarlo.
Così lo schema - disastroso per le ricadute che ha su imputati e vittime, su magistrati e avvocati, sull'opinione pubblica, e in definitiva sulla percezione (che in parte diventa anche "legittimazione") sociale della giustizia - si ripete sempre uguale in quattro atti a metà tra dramma e farsa. Primo atto: il giudice monocratico o il collegio giudicante pronuncia il dispositivo della sentenza, spesso poco comprensibile ai non addetti ai lavori, e fissa il deposito delle motivazioni in genere entro 90 giorni.
Secondo atto: nell'assenza quindi delle motivazioni, si scatenano in tv e sui giornali non solo i tentativi cronachistici in buona fede di ricostruire da pochi dettagli l'iter del ragionamento sfociato in quella decisione, ma anche le interpretazioni più ardite, le letture del verdetto più strampalate, le strumentalizzazioni più incredibili, favorite dal fatto che tanto ciascuno può dire quello che vuole senza essere smentito, sbertucciato o quantomeno contraddetto.
Terzo atto: si apre un surreale dibattito collettivo, nel quale l'opinione pubblica matura e cristallizza le proprie idee sulla base dei ragionamenti campati per aria che le vengono proposti.
Quarto atto: arrivati i tre mesi, i giudici depositano le motivazioni della sentenza e nessuno (tranne qualche cultore della materia) le legge più, giornali e tv colpevolmente le ignorano in quanto ormai "vecchie" e superate, ed è già ora di un altro tema e di un altro processo e di un'altra infornata di commenti a capocchia. lettura del dispositivo.
Eppure basterebbe poco. Basterebbe che i magistrati un po' "parlassero". Invece di parlare come oggi non sempre assennatamente (ad esempio nel chiacchiericcio togato di tante trasmissioni tv sui casi di cronaca nera, nelle interviste e negli interventi su fatti di politica o su questioni non di loro competenza, nelle autobiografie spesso tendenti all'autoesaltazione), basterebbe ribaltare il tabù secondo il quale "il magistrato parla solo con le sentenze" e riscoprirne l'autentico valore: e quindi sperimentare o che i giudici scadenzino e organizzino il proprio lavoro in modo da essere in grado di depositare le motivazioni di una sentenza contestualmente già alla lettura del dispositivo (magari con l'accorgimento di qualche modifica procedurale sui termini per le impugnazioni difensive), o che altrimenti accanto al dispositivo emettano alle parti anche una stringata comunicazione ufficiale contenente una almeno sommaria indicazione degli elementi di fatto fondanti la decisione e dei principi di diritto che l'hanno determinata.
Qualcosa di simile avviene già in Cassazione con lo strumento della "informazione provvisoria" sulle sentenze più importanti delle Sezioni Unite, che già la sera in cui adottano una decisione, in attesa delle motivazioni cesellate poi nel tempo necessario, cominciano a orientare gli operatori sul principio di diritto affermato. Certo è più facile farlo su un principio di diritto (materia delle Sezioni Unite di Cassazione) che su un fatto. Ma è davvero così impossibile trovare un modo anche per le sentenze di merito?

 

 
Prescrizione, tutto fermo. Da un anno ostaggio di Ncd PDF Stampa
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di Antonella Mascali

 

Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2016

 

È stata approvata dalla Camera nel marzo del 2015. Poi più nulla: il testo è bloccato in commissione al Senato, dove neanche le nuove poltrone hanno ammorbidito il veto dei centristi. Tutto fermo in commissione Giustizia del Senato.
È passato un anno dall'approvazione alla Camera (era il 24 marzo 2015) ma la riforma della prescrizione è nelle sabbie mobili della maggioranza politica, ostaggio del veto di Ned che i democratici non sono riusciti a scalfire neppure con una girandola di poltrone, compresa quella che ha portato a diventare presidente proprio della commissione Giustizia di Palazzo Madama il falco centrista Nico D'Ascola.
L'unica novità, in ben 12 mesi, è che la modifica della prescrizione sarà inserita in quella del codice penale e del processo penale. La proposta, per uscire dal pantano, è stata avanzata dal relatore Felice Casson, ex magistrato che ha sempre sostenuto con forza la necessità di cambiare la norma che falcidia ogni anno decine di migliaia di processi, sostenuto dal capogruppo in commissione Giuseppe Lumia. D'accordo anche il governo.
La riforma del codice e del processo penale, approvata a Montecitorio a settembre 2015, entrerà nel vivo dopo Pasqua. Sedute incandescenti assicurate: tra modifiche alle intercettazioni con tanta voglia di bavaglio, prescrizione, aumento di pena per il voto di scambio, regole nuove per le impugnazioni e i ricorsi in Cassazione.
Si discuterà anche dell'aumento di pena per i reati legati alla sicurezza, come furti in casa e rapina, e la delicata riforma dell'ordinamento penitenziario. Con quale testo sulla prescrizione si arriverà al voto è il buio assoluto. Sembra irreale l'annuncio, il 30 giugno 2014, del premier Matteo Renzi che in una roboante conferenza stampa, al punto 9 della riforma della Giustizia elencava la nuova prescrizione. Ma da allora ha pesato di più Ncd e sono stati accolti i voti di Ala, capitanata da Denis Verdini.
Sulla prescrizione è stato un continuo muro di gomma contro il quale ha sbattuto il responsabile Giustizia dei democratici David Ermini e pure il ministro Andrea Orlando che, spazientito, il 9 marzo scorso ha dichiarato: "I processi di riforma avrebbero bisogno di coalizioni politiche che le sostengono... la riforma della prescrizione è inchiodata da un anno e mezzo, e non è un caso".
E pensare che la riforma approvata alla Camera non solo, come è ovvio, non è retroattiva, quindi non penalizzerebbe politici indagati o sotto processo attualmente, ma è pure "soft" rispetto alle normative di diversi paesi europei che la bloccano dopo il rinvio a giudizio.
Prevede, infatti, che si congeli dopo una condanna di primo grado, ma a patto che l'appello si concluda entro due anni e che la pronuncia della Cassazione sia emessa entro un anno dal secondo grado. Ma per i centristi è un testo che non va bene soprattutto perché prevede tempi più lunghi di prescrizione per i reati legati alla corruzione. E poiché secondo la legge approvata a maggio scorso c'è stato un aumento delle pene per quei reati, il combinato delle due norme fa arrivare la prescrizione per i reati di corruzione a 21 anni e 9 mesi, compresi i tre di pause giudiziarie. Attualmente, invece, sono 12 anni e mezzo.
Nemmeno presa in considerazione, almeno finora, la proposta sulla prescrizione avanzata dalla commissione guidata da Nicola Gratteri, istituita dal Consiglio dei ministri nel maggio 2014 su "proposte normative in tema di contrasto alla criminalità organizzata" e per una ragionevole durata del processo. Chiede che la prescrizione si blocchi definitivamente con la sentenza di primo grado, ma si prevede per l'imputato condannato un "rimedio compensativo non pecuniario" in caso di "irragionevole durata" di un processo. Cioè ha diritto a uno sconto di pena che deve stabilire il giudice.

 
Perché dobbiamo dire grazie a Pannella PDF Stampa
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di Piero Ignazi

 

L'Espresso, 25 marzo 2016

 

Con un piccolo gruppo di Radicali ha cambiato la politica italiana. Imponendo il tema dei diritti civili negati. E purtroppo non si vedono eredi. A rischio dell'iperbole, la vicenda radicale richiama alla mente la celebre frase di Winston Churchill dopo la Battaglia d' Inghilterra: "Tanto è dovuto da tanti a così pochi".
Del resto, la storia d'Italia è intessuta, nei suoi momenti migliori, di minoranze eroiche. Risorgimento e resistenza rappresentano i due momenti topici: piccoli gruppi, animati da ideali e convinzioni fermissime, misero in gioco tutto per un obiettivo collettivo. Quelle minoranze non si ponevano il problema della rappresentanza numerica. Bastava loro l'etica della convinzione. Di questa etica ha vissuto il partito radicale di Marco Pannella.
Pur partendo da posizioni di estrema minoranza, i radicali hanno avuto un ruolo determinate nella storia d'Italia. Di fronte ai milioni di iscritti ai partiti tradizionali i radicali ne hanno raccolto, salvo casi sporadici, qualche migliaio, non di più. Un numero risibile, ma con un impatto moltiplicato esponenzialmente dalla leadership. Marco Pannella, ora gravemente malato, ha incarnato a tutto tondo la weberiana personalità carismatica. Stravolgeva consuetudini, certezze, visioni consolidate: laddove "era scritto", lui "diceva".
Così, negli anni Settanta, a dispetto di tutti, ha cambiato la politica italiana. Pannella comprese che il punto di frattura del compact partitocratico erano i diritti civili. Mentre nel post-68 migliaia di giovani cianciavano di rivoluzione, i più maturi radicali, animati da una cultura pragmatica di derivazione anglosassone, puntavano ad ottenere leggi che garantissero i diritti negati. E contrapponevano all'esaltazione della violenza rivoluzionaria e delle P38 la non-violenza ghandiana, praticata con le azioni dirette e la disubbidienza civile. Insomma un altro mondo rispetto a quello vociante nelle piazze e prevalente nella intellighenzia paleo e neo-marxista. Alla fine, hanno vinto quei quattro gatti di radicali perché interpretavano domande ben presenti - e pressanti - nell'opinione pubblica.
Domande che erano rimaste sepolte dalle fumisterie del post '68 e dal ritardo dei grandi partiti di massa. Per ottenere questo, Pannella, per primo, "ha dato corpo" alla politica. Come scrisse Umberto Eco in un epocale articolo proprio su questo settimanale, il leader radicale riuscì a "bucare lo schermo" con il suo corpo smagrito dai digiuni, con il suo silenzio imbavagliato di fronte alle telecamere, con le sue grida contro il conformismo dei costumi e della politica. Poi il Pr entrò nel palazzo. Bastarono quattro deputati a creare scompiglio in quelle aule. L'irritazione arrivò fino all'astio e alla scomunica da parte di tutti i partiti, con la parziale eccezione per alcune frange dei partiti laici. Con Pci e Dc (apostrofata "già-Pnf"), fu guerra aperta.
Il referendum sul divorzio costituisce a tutt'oggi il punto di svolta della politica italiana del dopoguerra perché attesta la fine dell'egemonia culturale - a livello di massa - del cattolicesimo e del suo partito di riferimento. Una evidenza ulteriormente rafforzata dalla successiva approvazione della legge sull'aborto e dalla schiacciante vittoria nel referendum sull'aborto. Quello è il momento più alto della vicenda radicale. Quello per cui vale la massima di Churchill. Poi la strada dei diritti civili e della non violenza si è inerpicata su strade impervie, uscendo dai confini nazionali, come la lotta alla fame nel mondo.
Certo il Pr fece aumentare vertiginosamente negli anni Ottanta i fondi alla cooperazione allo sviluppo, solo che lí gestirono i socialisti... Ad ogni modo, erano salite troppo ripide anche per Pannella. L'ultima finestra di opportunità per un ruolo centrale dei radicali si è presentata al momento di Tangentopoli quando la loro onestà cristallina li candidava a guidare una "potenziale alternativa ai partiti tradizionali. Ma quell'occasione sfumò e da allora il Pr ha giocato sempre nelle retrovie. Nemmeno il buon risultato della lista Bonino alle europee del 1999 ha avuto un seguito.
Cosa rimane di quella storia? Che eredità lascia? E soprattutto c'è qualcuno che ne ha raccolto il testimone? Rispondiamo con ulteriori domande: chi oggi usa la maschera del buffone tante volte coscientemente indossata da Pannella per scuotere e catturare l'attenzione? Chi si pone fuori dal "regime" attaccando tutto e tutti? Chi propone obiettivi minimi e praticabili insieme a visioni originali e alternative ? Chi, con quattro gatti e due lire, esprime i sentimenti di tanti?

 
Caso Cucchi. Ilaria: "il perito di centrodestra è contro di noi" PDF Stampa
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Il Manifesto, 25 marzo 2016

 

È iniziato ieri a Bari l'incidente probatorio per accertare la natura e la portata delle lesioni subite da Stefano Cucchi, che fa parte dell'inchiesta bis aperta dalla Procura di Roma sulla morte del geometra romano. La sorella di Stefano, Ilaria, ha rinnovato ieri la propria opposizione alla nomina del prof. Francesco Introna, docente di Medicina legale all'Università di Bari, che il Gip Elvira Tamburelli ha voluto a capo del team che dovrà eseguire la perizia. "Posso già prevedere quale sarà l'esito di questa perizia: mio fratello sarà morto di suo - ha spiegato Ilaria Cucchi.
Da cittadina mi chiedo per quale motivo la perizia debba essere eseguita da una persona che politicamente è legata a quello schieramento politico che da sempre attacca mio fratello e la nostra famiglia". Ilaria ricorda che il professore "anni fa si candidò come capolista nel Pdl. Sappiamo che il processo sulla morte di mio fratello è un processo politico, ma nel senso positivo del termine. E sappiamo anche come quella parte di politica si è sempre espressa nei confronti di questa vicenda.
Sappiamo che in qualche maniera si è cercato anche di influenzare l'andamento del processo. Temo che una perizia fatta da lui possa rischiare di vanificare il lavoro enorme della Procura di Roma e riportarci agli stessi risultati di quando fu dato incarico ai periti milanesi". Una nomina non gradita neppure dal professore Vittorio Fineschi, lo stesso cattedratico scelto dalla procura di Roma per eseguire l'autopsia di Giulio Regeni, che infatti aveva rinunciato all'incarico di perito di parte della famiglia Cucchi.

 
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