Mercoledì 16 Ottobre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Migranti "trattenuti" fino a 12 mesi, così si allontana l'abolizione dei Cie PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Augello

 

Redattore Sociale, 23 maggio 2015

 

Lo schema del decreto accoglienza trasmesso al Parlamento prevede la permanenza estesa a un anno per esaminare i ricorsi sulle richieste di protezione respinte. L'analisi di Savio (Asgi) e del sen. Manconi. "Meno tutela giuridica". "Una forzatura".

Si allontana l'ipotesi di abolizione dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie): se lo schema di decreto legislativo sull'attuazione delle direttive Ue su accoglienza dei richiedenti protezione internazionale trasmesso in questi giorni al Parlamento dal Viminale dovesse passare così com'è, non solo ci sarebbero "nuove motivazioni" per la sopravvivenza dei Cie, ma potrebbero anche essere riaperti quelli attualmente chiusi. A mettere in guardia da un ritorno al passato il parere di Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato e quello di Guido Savio, dell'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi).

A preoccupare è l'articolo 6 che regola il trattenimento nei Cie dei richiedenti protezione internazionale. Articolo che al primo comma chiarisce: "Il richiedente non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda" e che per Savio non introduce grosse novità. Il trattenimento previsto dallo schema, spiega Savio, "scatta sostanzialmente nelle stesse condizioni di oggi, con qualche miglioramento". Secondo quanto riporta la relazione illustrativa del decreto, potrebbe riguardare i "richiedenti che hanno commesso i reati gravi previsti dalla Convenzione di Ginevra, richiedenti che sono pericolosi per la sicurezza nazionale, per l'ordine pubblico o comunque per la pubblica sicurezza perché destinatari di una misura di prevenzione". Si aggiungono gli stranieri "già trattenuti in un Cie ai fini dell'esecuzione di un provvedimento di rimpatrio". In quest'ultimo caso, spiega il testo, il richiedente sarà trattenuto "quando si hanno fondati motivi per ritenere che la domanda sia strumentale e miri ad impedire l'esecuzione del provvedimento di espulsione". A tali casi si aggiunge l'ipotesi in cui il richiedente sia "considerato a rischio di fuga".

Nuova la proposta dei 12 mesi, nonostante la possibilità di andare oltre i 3 mesi previsti dalla legge 161 del 30 ottobre 2014, in alcuni casi ci sia già. I dodici mesi riguardano la "durata massima del trattenimento ai fini dell'esame della domanda di protezione internazionale", spiega la relazione, che per il Viminale è un periodo di tempo "adeguato, tenuto conto dei tempi di esame della domanda da parte della Commissione e dei tempi dell'eventuale ricorso giurisdizionale". Per Savio, però, "vuol dire scoraggiare i ricorsi. Ha una funzione deflattiva della tutela giurisdizionale. In alcune sedi sono abbastanza veloci, ad esempio a Torino in cinque o sei mesi si conclude tutto, ma ci sono anche casi in cui si è arrivati a tre o quattro anni". Ad oggi, infatti, la possibilità di prolungare oltre i tre mesi la permanenza in un Cie, spiega Savio, non va oltre i 4 mesi. Ai novanta giorni, infatti, viene aggiunto un periodo di massimo di 30 giorni per valutare la domanda di protezione.

Il prolungamento del trattenimento fino a 12 mesi, che per Savio potrebbe essere stato pensato per disincentivare gli abusi, tuttavia, rischia di penalizzare chi ha realmente bisogno di protezione. "I dodici mesi sono una novità finalizzata a disincentivare la tutela giurisdizionale. Serve a scoraggiare i ricorsi strumentali, quelli fatti proprio per guadagnare tempo sperando di uscire. Col rischio di stare dentro 12 mesi ci pensi due volte. Il problema dell'abuso c'è, è fisiologico, ma nel mucchio c'è anche una percentuale che potrebbe aver ragione".

Per Manconi, la permanenza di 12 mesi andrebbe valutata attraverso il "criterio dell'efficacia". "Servono 12 mesi per rispondere al ricorso? Dodici mesi in un Cie equivalgono ad un trattenimento estremamente pesante. Sembra una sanzione piuttosto che una misura utile per aspettare la risposta delle commissioni. Bisogna accelerare i tempi dei ricorsi e delle domande, non protrarre all'infinito l'attesa". Secondo il senatore, però, a preoccupare non sono solo i 12 mesi. C'è anche l'ampliamento dei possibili destinatari della misura "attraverso l'indicazione di un criterio di pericolosità che formulerebbe il questore sulla base di alcuni indicatori che un tribunale dovrebbe confermare - spiega Manconi. Non bastavano forse le categorie già definite fino ad adesso? Si rischia che quella definizione di pericolosità sia affidata a valutazioni molto opinabili, discrezionali e scarsamente fondate. Queste perplessità mi indicono a dire che sarebbe meglio non introdurre questa nuova previsione".

Dopo la chiusura di oltre la metà dei Cie esistenti sul territorio nazionale, attualmente sono cinque quelli ancora aperti: Torino, Roma, Bari, Trapani e Caltanissetta. L'aumento dei possibili destinatari della misura e il previsto prolungamento dei tempi di trattenimento, tuttavia, potrebbe cambiare nuovamente lo scenario. Stavolta in modo inaspettato. "La prospettiva di abolire i Cie, perché in primo luogo superflui, diventa più difficile - spiega Manconi. È come se il ministro dell'Interno e il governo avessero elaborato una nuova motivazione per la loro sopravvivenza che, però, cozza con quello che era la ragione istitutiva dei Cie, a partire dal nome, centri di identificazione ed espulsione, cosa diversa da luogo per richiedenti asilo. Ancora una volta c'è una forzatura giuridica rispetto alla fisionomia di questi centri".

Questione Cie che arriva, secondo Savio, proprio negli anni dell'emergenza richiedenti. "L'affare Cie si sta sgonfiando da solo, è inutile, se ne sono convinti tutti - spiega Savio. Ma nel momento in cui c'è l'emergenza rifugiati, ecco che guarda caso il Cie ritorna utile non per le sue funzioni originarie, ma per trattenere il richiedente asilo che potrebbe non avere questo diritto. Diventa di nuovo uno strumento di controllo di una immigrazione che si presume irregolare anche se finalizzata alla domanda di asilo". E dall'allontanare la chiusura di ulteriori Cie alla riapertura di quelli già chiusi il passo è breve. "O questo decreto rimane una lettera morta - conclude Savio -, oppure, se vuoi tenere tutte queste persone, devi ripristinare i Cie che sono stati chiusi. Se il testo dovesse passare così o riaprono oppure finisce all'italiana, si urla e si strilla e basta".

 
Richiedenti asilo nei Cie fino a 12 mesi. LasciateCIEntrare: "Stupefatti" PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Augello

 

Redattore Sociale, 23 maggio 2015

 

Il commento della portavoce della Campagna contro la detenzione amministrativa dei migranti, Gabriella Guido, all'ipotesi avanzata dallo schema del decreto accoglienza. "Così si torna indietro e si allontana la chiusura".

"Stupefatti" dalla proposta di prolungare la permanenza nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione, fino a 12 mesi per i richiedenti asilo. Così Gabriella Guido, portavoce della Campagna contro la detenzione amministrativa dei migranti "LasciateCIEntrare", su quanto chiede di introdurre lo schema di decreto legislativo in merito all'attuazione delle direttive europee su accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e del riconoscimento dello status trasmesso in questi giorni dal Viminale al Parlamento. Il testo, infatti, prevede un prolungamento dei tempi di permanenza nei Cie oltre quanto stabilito dalla legge 161 del 30 ottobre 2014 (massimo 90 giorni) per coloro che abbiano presentato ricorso contro un diniego della domanda di asilo. Un tempo che, secondo l'Asgi, andrebbe oltre quanto previsto anche dalle attuali normative che in alcuni casi prevedono un periodo di trattenimento superiore a 3 mesi.

"Siamo stupefatti di quanto sta pensando di fare il ministero dell'Interno - spiega Guido -. I Cie sono luoghi privi della garanzia della tutela dei diritti umani. Sono diventati solo cinque e il tempo di trattenimento è passato da 18 mesi a tre mesi, con un alleggerimento di questi centri che molti prefetti hanno condiviso, proprio perché all'interno dei Cie la popolazione migrante è spesso trattenuta con provvedimenti illegittimi. Ipotizzare che dei richiedenti asilo, titolari di elementi che configurano una protezione da parte di un governo, possano entrare in questi centri è tornare indietro e soprattutto negare una realtà che è stata evidentemente dimostrata".

Per Guido, ad aver innescato un possibile ritorno al passato è il "clima" politico di questi giorni, "come al solito di emergenzialità", spiega, "ma le risposte non possono essere date senza criteri di valutazione effettivi". E i dati sulle presenze nei Cie parlano chiaro. "Le stime fatte a febbraio 2015 da parte della Commissione per i diritti umani del Senato parlano di una popolazione di circa 280 migranti trattenuti nei Cie in tutta Italia e questo dimostra che i centri non servono al controllo e alla gestione dell'immigrazione irregolare". A preoccupare, però, non sono soltanto i tempi di trattenimento, quanto la realtà dei Cie che con questo decreto, se dovesse passare così com'è, potrebbero tornare in auge. "Chi è riuscito a vedere questi centri sa che sono subumani, militarizzati e totalmente inefficaci - spiega Guido -. Varrebbe la pena riflettere, invece, su dei processi di identificazione, tutela ed esame delle procedure di ammissione alla protezione di altro tipo, non continuando a pensare alla criminalizzazione del migrante. I Cie sono luoghi che simbolicamente e architettonicamente portano alla criminalizzazione di un essere umano. I Cie non possono assolutamente essere equiparati a dei centri dove possono stare i richiedenti asilo, anche se sono nella condizione di fare un ricorso".

Le ipotesi contenute nello schema del decreto potrebbero allontanare la chiusura dei centri, quando invece le stesse strutture potrebbero essere convertite in centri di accoglienza. Come già accaduto in alcune parti d'Italia. "La chiusura si allontana se si dovesse accettare questo decreto - spiega Guido. I Cie di Gradisca e di Bologna sono stati trasformati in centri di accoglienza, perché mancano i posti letto. Sarebbe più logico che questi Cie venissero riconvertiti in centri di accoglienza, dove i migranti possono attendere le valutazioni delle commissioni. La detenzione amministrativa, inoltre, non dovrebbe passare attraverso ad una vera e propria limitazione della libertà personale ma per misure alternative, come l'obbligo di firma. Stiamo parlando di circa 300 persone su tutto il territorio nazionale non mi sembrano numeri apocalittici".

 
Cie, ritardi e prassi illegittime: per i richiedenti asilo la giustizia è di serie B PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Augello

 

Redattore Sociale, 23 maggio 2015

 

È una giustizia discrezionale e lenta quella che si occupa dei diritti dei richiedenti asilo e rifugiati a Roma. Lo evidenzia il rapporto "Chi fa la legge? Pubblica amministrazione e diritto d'asilo", realizzato da Asgi, Senza Confine e Laboratorio 53, con il sostegno di Open Society.

Richiedenti asilo portati direttamente nel Cie senza la possibilità di fare richiesta d'asilo, ritardi ingiustificati nel rilascio dei permessi di soggiorno, sistematici rigetti nelle istanze di rilascio dei titoli di viaggio per gli stranieri titolari di protezione umanitaria o sussidiaria, diniego del rilascio del permesso di soggiorno a soggetti di fatto inespellibili e una generale carenza di motivazione dei provvedimenti della Questura.

È una giustizia discrezionale, lenta e di serie B quella che si occupa dei diritti dei richiedenti asilo e rifugiati a Roma. Lo evidenzia il rapporto "Chi fa la legge? Pubblica amministrazione e diritto d'asilo", realizzato da Asgi, Senza Confine e Laboratorio 53, con il sostegno di Open Society e che sarà presentato questa sera alle 18 a Roma presso il nuovo Cinema Palazzo. L'analisi prende il via dal progetto del Centro operativo per il diritto d'asilo, che da ottobre 2013 ha monitorato regolarmente le procedure e le prassi delle pubbliche amministrazioni romane. In particolare tra ottobre 2013 e settembre 2014 le operatrici del Centro Operativo hanno assistito più di 90 persone, accompagnandole presso gli uffici pubblici competenti nel corso delle diverse fasi della procedura.

Oltre agli accompagnamenti, le operatrici hanno anche partecipato, una volta a settimana, ad incontri con la dirigenza dell'ufficio immigrazione della Questura di Roma, per proporre soluzioni e rendere più rapida la risoluzione dei problemi riguardanti i singoli richiedenti asilo la cui pratica era sospesa o di particolare complessità. A essere analizzati, sono stati in particolare, i trattenimenti dei richiedenti asilo presso il Cie di Ponte Galeria, dove la maggior parte delle persone assistite dal Centro erano state rinvenute in mare dalle imbarcazioni della Marina Militare impegnate nell'operazione "Mare Nostrum" tra febbraio e maggio 2014.

Rifugiati nei Cie, migranti espulsi ingiustamente dal Cara. "Molte di queste persone, richiedenti asilo di origine nigeriana, sono state condotte dopo lo sbarco in Sicilia, direttamente nel Cie di Ponte Galeria, senza che gli fosse consentito di formalizzare la propria domanda d'asilo; anzi, a tutte era stato in precedenza notificato un decreto di "respingimento differito", istituto della cui costituzionalità è lecito dubitare", si legge nel rapporto. Ma il rapporto denuncia anche "ingiustificati ritardi nella formalizzazione delle richieste di asilo, violazione del diritto al contraddittorio in sede di udienza di convalida e proroga del trattenimento, violazione del diritto alla difesa dei trattenuti, i cui legali di fiducia vengono ostacolati nello svolgimento delle più banali attività di difesa (in primis nella comunicazione con i propri assistiti), errata applicazione delle norme sulla competenza - del Giudice di Pace o del Tribunale - circa la convalida e proroga del trattenimento dei richiedenti asilo, convalida del trattenimento di richiedenti asilo minorenni".

Proprio per questo il centro ha avviato 8 cause pilota presentate innanzi alla Corte di Cassazione tra la primavera e l'autunno del 2014. Tra gli episodi su cui si è pensato di intervenire quello dell'illegittima espulsione dal Cara di Castelnuovo di Porto di alcuni ospiti in seguito della partecipazione a proteste pacifiche "Nel giugno 2014 la Prefettura di Roma ha ingiustamente proceduto ad espellere dal Cara molti dei richiedenti asilo che riteneva avessero partecipato a proteste - spiega il rapporto.

Ad ottobre sono stati iscritti due ricorsi presso il Tar Lazio al fine di sospendere ed infine annullare due provvedimenti prefettizi che indicavano in maniera del tutto generica i richiedenti asilo in oggetto come partecipanti a proteste e di conseguenza li escludevano dal sistema dell'accoglienza".

Le prassi illegittime dello Sportello Profughi della Questura di Roma. L'analisi ha riguardato per 11 mesi anche il monitoraggio dell'Ufficio Immigrazione della Questura di Roma, dove avviene la maggior parte delle fasi della procedura per la domanda e il riconoscimento della protezione internazionale e di quelle successive a tale riconoscimento. "Il dato più rilevante riscontrato dalle operatrici del Centro operativo è quello dell'estrema discrezionalità con cui opera lo Sportello Profughi - spiega ancora il rapporto.

Non esistono infatti prassi certe, durature nel tempo e attuate con la stessa modalità da tutti i funzionari dell'ufficio stesso". Fra le principali criticità: l'ingiustificato ritardo nel rilascio del permesso di soggiorno; il sistematico rigetto delle istanze di rilascio del titolo di viaggio per stranieri ai titolari di protezione umanitaria e talvolta sussidiaria; il diniego del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari in capo a soggetti "inespellibili" e in generale la carenza di motivazione dei provvedimenti della Questura. Anche in questo caso sono state avviate 5 azioni strategiche di tipo sperimentale innanzi al Tribunale Civile di Roma e innanzi al Tar Lazio. Moltissime sono state inoltre le azioni stragiudiziali portate avanti dal Centro Operativo nei confronti della Questura di Roma.

Il difficile accesso alla giustizia per i richiedenti asilo. Il rapporto evidenzia, inoltre, che il consiglio dell'ordine degli Avvocati di Roma rigetta sistematicamente, da oltre due anni, le istanze dei richiedenti asilo a causa dell'asserita mancanza della certificazione consolare sui redditi nel paese d'origine anche se i richiedenti asilo non possono avere alcun contatto con le autorità consolari del proprio paese d'origine, cosi come del resto stabilito dalla normativa internazionale, europea e nazionale. "Un elevato numero di ricorsi è stato presentato dal Centro Operativo, attraverso i propri legali di riferimento, avverso il diniego reiterato dal giudice di primo grado dell'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato - spiega il rapporto.

Lo stesso genere di problematica è stata riscontrata anche nell'ambito della giustizia penale. 3 ricorsi sono stati presentati, e sono stati vinti, innanzi al Tribunale Penale di Roma".

"Basta discrezionalità, servono regole certe". "La discrezionalità delle pubbliche amministrazioni è un fenomeno al quale si può e si deve opporre un freno, pena l'incertezza della condizione giuridica della persona che non può contare su regole certe per quanto riguarda la sua posizione sul territorio, e di conseguenza il godimento dei diritti riconosciuti - conclude il rapporto. Approvare leggi e regolamenti chiari, aderenti alla realtà, e non "punitivi" nei confronti di cittadini che spesso hanno dovuto lasciare il loro paese a causa di guerre e persecuzioni, nonché per necessità economiche, è un dovere che può portare unicamente beneficio non solo al cittadino straniero, ma a tutta la collettività, incluse le stesse pubbliche amministrazioni".

 
Droghe: oggi a Pisa la 15esima edizione di "Canapisa", street parade antiproibizionista PDF Stampa
Condividi

di Alessandro De Pascale

 

Il Manifesto, 23 maggio 2015

 

Si terrà oggi a Pisa la 15esima edizione di Canapisa, la street parade antiproibizionista che ogni anno porta a manifestare in città a ritmo di musica migliaia di persone. L'edizione di quest'anno non è stata esente da polemiche politiche e prescrizioni da parte delle istituzioni. Anche a causa delle elezioni del prossimo fine settimana.

Il 19 maggio mentre nel centro città venivano raccolte le firme contro la manifestazione, in parlamento il vicepresidente del senato, il forzista Maurizio Gasparri, presentava un'interrogazione al ministro dell'interno, Angelino Alfano, per chiedergli "le ragioni per cui sia stata autorizzata" ma anche "se sia a conoscenza di quali siano le generalità, quantomeno degli organizzatori e dei finanziatori della manifestazione, nonché, ove possibile, dei partecipanti, con particolare riguardo a quanti abbiano già riportato condanne per reati connessi all'uso o allo spaccio di sostanze stupefacenti".

In pratica, una richiesta al Viminale di informarsi presso la Questura di Pisa su chi siano gli organizzatori e una velata richiesta di istituire posti di blocco per controllare i manifestanti. Proprio in Questura, giovedì, agli organizzatori sono state quest'anno imposte tutta una serie di prescrizioni: dalle variazioni di percorso al divieto di somministrazione, anche a titolo gratuito, di bevande alcoliche.

"Come ogni anno, tutti e 7 i carri musicali regaleranno l'acqua, faremo una chill out e ci saranno due mezzi con operatori che si occupano della riduzione del danno visto che noi siamo antiproibizionisti su tutte le sostanze", commentano gli organizzatori.

L'appuntamento è per le 16 nel piazzale della stazione con arrivo in un altro luogo simbolo, una piazza di fianco al carcere cittadino "don Bosco", in sostegno al 40% dei detenuti e alla metà degli stranieri finiti dietro le sbarre per reati connessi agli stupefacenti.

 
Guinea Equatoriale: l'infermo di Roberto Berardi, da due anni recluso e torturato PDF Stampa
Condividi

di Andrea Spinelli Barrile

 

L'Espresso, 23 maggio 2015

 

L'imprenditore italiano doveva essere rilasciato in questi giorni dopo aver scontato 2 anni e 4 mesi. Ma dovrà attendere fino a luglio per riavere la libertà. Ed è solo l'ultimo sopruso che si aggiunge a una storia di violenze e ingiustizie. Un giornalista che sta collaborando con la sua famiglia ricostruisce qui la sua vicenda.

Martedì 19 maggio sarebbe dovuta finire la pena detentiva di Roberto Berardi, un imprenditore di Latina detenuto nel carcere di Bata Central, in Guinea Equatoriale, piccolo ma ricchissimo paese dell'Africa subsahariana. Ciononostante Berardi, condannato a 2 anni e 4 mesi di carcere in seguito ad una diatriba con il socio africano, il secondo vice-presidente Teodorin Nguema Obiang Mangue, 40enne figlio del presidente e dittatore Teodoro Obiang, non è stato liberato.

Arrestato il 18 gennaio 2013 a Bata Roberto Berardi è stato inizialmente detenuto per 23 giorni in una putrida cella di isolamento nel commissariato della città africana, trasferito agli arresti domiciliari dal 24esimo giorno e infine in carcere, dietro ordine del Tribunale, dal 7 marzo 2013. Questa iniziale custodia cautelare, interamente eseguita in stato di fermo di Polizia -che secondo le leggi della Guinea Equatoriale può protrarsi al massimo per 72 ore- non è stato conteggiato dall'autorità giudiziaria nel computo dei giorni di pena sin qui scontati.

Il risultato è che la piccola delegazione diplomatica inviata dall'ambasciata italiana a Yaoundè, in Camerun, composta dai consoli Roberto Semprini e Massimo Spano ha dovuto fare mesto ritorno a casa: secondo quanto comunicato, solo verbalmente, da un segretario della Cancelleria del Tribunale di Bata la pena di Berardi verrà considerata estinta solo il prossimo 7 luglio.

Berardi è stato condannato per appropriazione indebita il 16 luglio 2013 a 2 anni e 4 mesi di carcere, 1,4 milioni di euro di risarcimento all'ex socio e la sua detenzione è stata caratterizzata da abusi e soprusi di ogni tipo: oltre al fermo di polizia protrattosi ben oltre i termini da quando è in carcere Berardi ha perso tra i 30 e i 40 chili, soffre di enfisema polmonare ed ha contratto la malaria, manifestatasi in modo particolarmente violento nelle ultime ore per via del carico di stress emotivo cui il connazionale è stato sottoposto, e la febbre tifoide. Questo quadro clinico estremamente precario è aggravato da condizioni detentive inumane e degradanti: Berardi è stato picchiato e torturato in almeno due occasioni certificate e verificate ed è costretto quotidianamente a subire le angherie dei suoi carcerieri, che sono militari e rispondono direttamente al suo ex-socio Teodorin Nguema.

Il cibo spesso non viene consegnato e quando ciò accade spesso è vecchio o scaduto. Non riceve cure mediche adeguate - ha trascorso, in totale, appena 30 ore non continuative ricoverato nella clinica La Paz di Bata - e ha a disposizione solo qualche aspirina che utilizza per abbassare la febbre. Non riceve visite in carcere, il console quando lo incontra riesce a parlargli solo tramite un portone tenuto semi-aperto dai militari di guardia e mai nella sezione del carcere in cui si trova detenuto, ha trascorso la maggior parte della sua permanenza in isolamento e spesso privato di luce elettrica. All'ambasciatrice italiana Samuela Isopi, non senza forti prese di posizione, è stato permesso di incontrarlo in ambiente controllato.

Secondo il legale equatoguineano di Berardi, Ponciano Mbomio Nvò, quello di martedì è l'ennesimo abuso commesso dalla giustizia nguemista: secondo il codice di procedura penale adottato dal piccolo paese africano infatti l'amministrazione giudiziaria è tenuta a prendere in considerazione anche i giorni trascorsi in custodia cautelare in stato di fermo.

"Non riconosciamo in alcun modo la data del 7 luglio come fine pena legale per la detenzione di mio fratello: riteniamo ogni giorno di carcere in più un abuso commesso dalla giustizia e dal governo della Guinea Equatoriale. Per noi la condanna terminava il 19 maggio 2015 e non c'è ragione giuridica o umanitaria che non sia così. Roberto è il prigioniero personale del vice-presidente Teodorin" dice il fratello di Roberto Berardi, Stefano. A rendere oltremodo grottesca la vicenda della mancata scarcerazione c'è anche un'implicita ammissione dello stesso Tribunale sull'abuso subito da Berardi con il fermo prolungato perché, ha spiegato la Cancelleria alla delegazione italiana recatasi a Bata, lo stesso Tribunale non intende "rispondere degli abusi commessi dalla Polizia".

I recenti eventi si inseriscono inoltre in un quadro giudiziario piuttosto controverso: Berardi è stato accusato dal suo ex-socio di aver distratto alcuni fondi dai conti correnti della società edile di cui erano titolari, la Eloba Construction SA, accuse mai dimostrate nelle carte processuali. A questo si unisce un patteggiamento, nel novembre scorso, dello stesso Teodorin Nguema negli Stati Uniti. Dalle carte del processo americano emerge infatti come i fondi di Eloba siano stati trasferiti in Nord America su conti correnti direttamente collegati all'ex-socio di Berardi, che quindi sembra essere stato il frodatore di se stesso. Il vice capo di Stato africano è inoltre rincorso da mesi da un mandato di cattura spiccato dalla magistratura francese per corruzione e riciclaggio internazionale.

In tutto questo, da martedì la Farnesina non ha ancora contattato la famiglia Berardi per informarla della mancata scarcerazione del congiunto e per spiegare cosa sia andato storto. Lo stesso Roberto Berardi non è stato in alcun modo avvisato, apprendendo la notizia semplicemente attendendo il tramonto, privato della razione di cibo. E poi la notte. Amnesty International, che sulla vicenda di Berardi è attiva da tempo, come anche il Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi, in un comunicato stampa del 20 maggio ha invocato un intervento concreto del governo italiano, che nei fatti ad oggi ha fatto ben poco per tutelare la sicurezza e i diritti del connazionale detenuto in Guinea Equatoriale.

Circa un mese fa il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva inviato una lettera alla famiglia nella quale assicurava ogni assistenza e tutela dell'incolumità di Berardi e lo stesso aveva fatto l'Alto commissario Ue Federica Mogherini. Il 5 maggio era stato il viceministro Lapo Pistelli, in Commissione Esteri alla Camera, a ribadire l'impegno della Farnesina già manifestato dal ministro. Tuttavia dell'"impegno profuso sin da subito" che il viceministro ha sommariamente descritto alla Commissione nei fatti non c'è alcuna traccia tangibile: Roberto Berardi, se mai uscirà dalla galera di Bata, lo dovrà unicamente a se stesso ed agli sforzi della sua famiglia, mai veramente assistita dal Ministero degli Esteri.

 
<< Inizio < Prec. 8541 8542 8543 8544 8545 8546 8547 8548 8549 8550 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it