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Il patto con la Turchia fallimento d'Europa PDF Stampa
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di Roberto Saviano

 

L'Espresso, 25 marzo 2016

 

L'accordo sui migranti finirà per favorire il traffico di esseri umani. Ma l'Italia dovrebbe, e può, opporsi. Perché l'accoglienza oggi è un dovere. Ad agosto del 2008 fu firmato a Bengasi il trattato tra Italia e Libia e nel 2010 il numero di clandestini che raggiunsero le coste italiane diminuì sensibilmente. Secondo Frontex, dal 2008 a12009 gli sbarchi calarono del 74 per cento.
L'infame accordo tra Gheddafi e Berlusconi chiamato "Trattato di amicizia e cooperazione" prevedeva la costruzione di lager commissionati alla Libia che all'Italia sarebbero costati circa 5 miliardi di dollari in 20 anni, prezzo che fu presentato come risarcimento all'ex colonia. Ora assistiamo a un nuovo accordo a Bruxelles tra capi di Stato e di governo europei e Turchia, che riceverà tre miliardi di euro e alcune concessioni politiche in cambio del blocco dei profughi ai confini con l'Europa. Non solo, anche i profughi sbarcati in Grecia saranno condotti in Turchia. E se l'obiettivo è quello di contrastare il traffico di esseri umani, nella pratica si otterrà l'esatto contrario.
Qualche sera fa ascoltavo "Radio Radicale": la presidente della Camera Laura Boldrini parlava di generazioni e responsabilità. Ha parlato della generazione che ha combattuto l'ultima guerra mondiale, di quella che ha ricostruito materialmente e moralmente l'Italia, di quella che ha lavorato perché si affermassero diritti senza i quali oggi ci sembrerebbe impossibile poter vivere. Ha parlato delle donne che dopo il 1946 hanno smesso di essere madri e mogli e sono diventate cittadine. Ha ricordato che il matrimonio riparatore e il delitto d'onore sono stati aboliti solo nel 1981. E che solo nel 1996 lo stupro è divenuto reato contro la persona e non più contro la morale. Tutto questo ora viene dato per scontato, eppure solo qualche decennio fa un uomo che stuprava una donna, per non essere perseguito, bastava che la sposasse. E un delitto commesso per "vendicare" una relazione extraconiugale poteva godere di sconti di pena.
Alla mia generazione spetta un compito strano, andare indietro nel tempo per recuperare strumenti che ci tornano utili oggi. Spetta dare seguito alla meravigliosa utopia che alcuni visionari antifascisti confinati a Ventotene nel 1941 mettevano per iscritto: l'utopia di poter davvero costruire un'Europa unita, mentre l'Europa era in guerra. Ed è nel rapporto con i flussi migratori la sfida che la mia generazione deve superare.
Sulla stessa linea, il consiglio che Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani, dà a questo governo. Magi sottolinea come, ancora una volta, la logica dell'emergenza abbia prevalso sulla responsabilità e come, di nuovo, si sia appaltato a un paese che non si distingue per democraticità il controllo delle frontiere. Prima alla Libia di Gheddafi, oggi alla Turchia di Erdogan. Non so Renzi dove trovi il coraggio di dichiarare, a difesa dell'accordo, che nel testo c'è un riferimento esplicito "ai diritti umani, alla libertà di stampa, ai valori fondanti dell'Europa".
Magi propone un approccio differente, rispettoso della nostra storia e di quello che abbiamo vissuto come emigranti e come paese che sa accogliere, che ha competenze ma scarsi mezzi. Chi è in Grecia ora, stando all'accordo, dovrà essere condotto in Turchia. Da li cercherà nuove strade per l'Europa, ancora una volta affidandosi a trafficanti di esseri umani. Magi suggerisce di stringere un accordo bilaterale Italia-Grecia per evitare che queste oltre 40mila persone cadano nelle mani dei trafficanti.
Suggerisce di riconoscere, una volta in Italia, ai profughi provenienti dalla Grecia una protezione umanitaria temporanea che "permetterebbe il rilascio immediato di un permesso di soggiorno". Muniti di permesso di soggiorno, i rifugiati potranno viaggiare e sarà impossibile poterli respingere. È questo l'unico mezzo che l'Italia ha per esercitare pressioni sui paesi europei, per portare attenzione sull'ennesimo fallimento e l'ennesima violazione dei diritti umani. Del resto, conclude Magi, "i fondi enormi destinati alla Turchia sarebbero più che sufficienti per finanziare programmi efficaci di reinsediamento e ammissione umanitaria a livello Ue".
Non abbiamo scelta. Non possiamo decidere se essere solidali o non esserlo. Dobbiamo accogliere, ne va del nostro futuro. Quello che sta accadendo in Francia, decine di migliaia di persone d'inverno, chiuse in lager, nel fango e in tende fatiscenti, se ce lo avessero raccontato dieci anni fa avremmo stentato a crederlo. C'è stata un'accelerazione nella storia che ha reso accettabili questi orrori. Noi, come generazione e in quanto italiani potremmo fare la differenza. Basta avere coraggio e guardare oltre.

 
Brexit e migranti, non lasciamo che vinca l'Isis PDF Stampa
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di Federico Fubini

 

Corriere della Sera, 25 marzo 2016

 

Le stragi di Bruxelles servono per impedire a tutti noi europei di rispondere alle nostre crisi, appoggiandoci su un minimo di solidarietà e di buon senso. I terroristi non avrebbero potuto augurarsi di meglio. L'altra mattina a Bruxelles le salme erano ancora riverse nel metrò quando sono iniziate ad arrivare le prime dichiarazioni dei fautori della Brexit.
Il senso di quelle reazioni da Londra, sempre lo stesso: il Regno Unito non sarà al sicuro finché non riesce ad alzare i ponti levatoi, staccandosi dall'Unione europea. "Bruxelles, capitale di fatto dell'Unione europea, è anche la capitale jihadista d'Europa. E ci vengono a dire che siamo più protetti se restiamo nella Ue!", ha scritto sui social network l'editorialista del Daily Telegraph Allison Pearson.
Non c'è niente di casuale nel momento e nei luoghi scelti dall'Isis per terzo atto di guerra in Europa in poco più di un anno. L'attacco sarà stato precipitato dalla cattura di Salah Abdelslam, l'attentatore di Parigi. Ma il disegno e gli obiettivi nevralgici sembrano pensati direttamente per intossicare l'Unione europea, e impedirle di funzionare. Dalla minaccia di secessione britannica alla gestione dei rifugiati e dei migranti, i nostri nemici vogliono paralizzarci e dividerci grazie alle nostre stesse crisi. Colpiscono nei momenti e luoghi più adatti per impedire a mezzo miliardo di europei di vivere nell'ordine legale e politico costruito in tre generazioni.
Naturalmente il referendum britannico del 23 giugno resta aperto; sarà deciso da vari fattori, molti dei quali interni al Regno. Ma la piega ferocemente pragmatica che ha subito preso la campagna per l'uscita dall'Unione mostra quanto sia lunga la catena del domino che adesso può partire. Alcuni dei pezzi minacciano di cadere nei prossimi mesi anche in Italia.
Il referendum sulla Brexit non è il solo esempio, eppure coinvolge il nostro Paese per una ragione specifica: una vittoria nelle urne del "No" alla Ue, magari favorita dalla tragedia di Bruxelles, diventerebbe un precedente destinato a sollevare domande molto serie anche sul dopo. Se l'Unione europea perde pezzi, gli investitori tornerebbero a chiedersi se anche l'euro non rischi la stessa sorte. Molti si ricorderebbero di colpo che l'Italia, con il suo fragile debito da 2.200 miliardi, resta fra i Paesi più esposti in caso di frammentazione delle istituzioni europee.
Per questo l'agguato a Bruxelles sembra studiato per infliggere il massimo danno politico, quasi che l'Isis cerchi di risvegliare i peggiori riflessi del continente. Basta rileggere le frasi pronunciate mercoledì da Beata Szydlo, premier della nuova Polonia nazionalista e euroscettica: "Noi leader europei credevamo di aver trovato un buon compromesso, una soluzione alla crisi dei rifugiati, perché eravamo riusciti a concludere un accordo con la Turchia", ha detto. "Ma è passato qualche giorno e improvvisamente i terroristi hanno ridicolizzato il nostro accordo, hanno mostrato all'Europa che nuove dichiarazioni, nuovi documenti, nuove trattative di ore e ore non significano molto".
Anche in questo caso, l'Isis non poteva centrare meglio i suoi obiettivi politici. Bruxelles piange le sue vittime e la Polonia fa sapere, per prima, che si sfila dall'accordo sulla gestione dei rifugiati sottoscritto otto giorni fa a duecento metri da quella fermata del metrò ormai devastata. Varsavia non farà la sua parte, non accoglierà più la sua quota di 7.000 rifugiati siriani. È noto che, per quanto discutibile, il compromesso di Bruxelles si centra su un equilibrio preciso: la Turchia accetta di riprendere chiunque sbarchi senza i documenti in regola sulle isole greche, a patto che poi i profughi siriani vengano trasferiti nei Paesi europei in base a un sistema di quote.
A ciascuno la sua parte di rifugiati, in proporzione. Se questo o quel governo iniziano a sottrarsi, perché considerano qualunque rifugiato siriano un potenziale terrorista, allora anche gli altri governi rischiano di voltare le spalle al compromesso per non doverne accogliere di più. Rischia di saltare l'intero compromesso, il primo in Europa sul tema dei rifugiati, dopo le stragi del 22 marzo. Ma senza accordo diventa impossibile tornare a un'apparenza di normalità e alla riapertura delle frontiere interne dell'Europa.
Non poteva crearsi un terreno peggiore per le prossime decisioni, che servono tutte e urgentemente. Stima Federica Mogherini, alto rappresentante Ue della politica estera, che in Libia rimangono 450 mila persone in attesa di imbarcarsi per l'Italia. In gran parte sono migranti economici, non profughi. Significa che i tre miliardi di euro di aiuti promessi nel 2016 alla Turchia per collaborare in teoria andrebbero almeno triplicati, ogni anno, per poter cooperare con i Paesi limitrofi e poter contenere i flussi. Anche le regole sull'accoglienza e il diritto d'asilo vanno riviste al più presto, in modo da non scaricare tutti gli oneri sui Paesi mediterranei degli sbarchi ed evitare che gli altri chiudano i confini. Inutile girarci intorno: in gioco c'è (anche) l'accesso futuro dell'Italia all'area di libera circolazione di Schengen.
Così le stragi dell'Isis a Bruxelles servono per impedire a tutti noi europei di rispondere alle nostre crisi, appoggiandoci su un minimo di solidarietà e di buon senso. Anche per questo è imperativo reagire per non consegnare ai nostri nemici questa indegna vittoria. La meritiamo noi.

 
Papa Francesco lava i piedi ai migranti: "fratellanza è la risposta ai terroristi" PDF Stampa
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La Repubblica, 25 marzo 2016

 

La risposta agli attentati di Bruxelles, papa Francesco la fa arrivare da Castelnuovo di Porto, dal centro di accoglienza per immigrati nei pressi di Roma. Ed è una risposta eloquente nei segni e nelle parole. Il pontefice si inchina davanti ai migranti, lava e bacia i piedi anche ai musulmani e a un indù. E nell'omelia afferma: "Tre giorni fa c'è stato un gesto di guerra, di distruzione. Noi qui abbiamo diverse religioni e culture, ma con questo gesto diciamo che siamo fratelli e vogliamo vivere in pace".
Nel calendario cattolico è il Giovedì Santo, l'inizio del triduo che porta alla Pasqua e che vedrà il pontefice venerdì alle 21 presiedere la Via Crucis al Colosseo. Per le messa 'in Coena dominì, con il rito della lavanda dei piedi, Francesco - che negli anni passati era andato in un carcere minorile, in un centro per disabili e anziani e nel penitenziario di Rebibbia - ha scelto stavolta di raggiungere la struttura gestita dalla cooperativa sociale Auxilium, nella quale trovano ospitalità quasi 900 profughi. Il Papa non ha un testo scritto per l'omelia e le sue riflessioni partono dal racconto evangelico di Gesù che nell'ultima cena lava i piedi ai suoi discepoli, poco prima che Giuda vada a prendere il denaro per il quale lo ha tradito. Sono questi i due gesti contrapposti che Bergoglio associa all'attualità: come dietro Giuda ci sono quelli che hanno dato il denaro, dice, dietro i terroristi di oggi "ci sono i trafficanti di armi che vogliono il sangue e non la pace, la guerra e non la fratellanza".
E come dal cenacolo di Gerusalemme, il messaggio contrario che parte da Castelnuovo è nell'umile segno che il pontefice compie piegandosi a fatica sulle ginocchia doloranti per dodici volte davanti ai giovani, una volontaria italiana cattolica e 11 migranti: 4 nigeriani cattolici, 3 donne eritree cristiano copte, 3 musulmani (un siriano, un pakistano e un maliano), un indiano di religione indù. Molti di loro hanno il volto rigato dalle lacrime mentre vedono Francesco baciare i piedi con i quali hanno affrontato i viaggi della speranza.
Il Papa invita ciascuno a pregare "nella propria lingua religiosa" perché "questa fratellanza si contagi nel mondo, perché non ci siano le trenta monete per uccidere il fratello". Alla fine della messa, regala una somma di denaro ad ognuno degli 892 ospiti del centro. Arrivano anche 200 uova di Pasqua e i palloni da calcio e le palline da tennis autografati dai campioni, che li avevano donati a Bergoglio. Papa Francesco lava i loro piedi, la commozione dei migranti Condividi Il pontefice si ferma poi a lungo a salutare e stringere mani.
Parla - facendosi aiutare da un interprete afghano, da un maliano e un eritreo - con la gente arrivata da 25 diverse nazioni. In mattinata, nella messa solenne in San Pietro durante la quale aveva benedetto l'olio del crisma usato durante l'anno per i sacramenti, aveva pronunciato proprio un appello perché i sacerdoti si identifichino "con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono".
Tante volte, aveva aggiunto, "siamo ciechi non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate". E aveva messo in guardia da "un eccesso di spiritualità frizzanti, di spiritualità light".

 
Il "piano segreto" della Ue: rimpatri in vista per 80 mila afghani PDF Stampa
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di Emanuele Giordana

 

Il Manifesto, 25 marzo 2016

 

Allo studio anche incentivi economici per il paese che dopo la Siria "esporta" in Europa il maggior numero di persone. È un'Europa poco unita, molto spaventata e molto preoccupata quella che, agli inizi di marzo - due settimane prima del famigerato accordo sui migranti illegali firmato con Ankara - si trova attorno a un tavolo a Bruxelles per cercare di porre rimedio a "un'invasione" dall'Afghanistan, il primo Paese al mondo produttore di profughi, con oltre cinque milioni di persone fuori dai suoi confini e un milione di soli sfollati interni. È un'"invasione" che nel 2015 ha messo a bilancio numeri senza precedenti dal Paese dell'Hindukush. Che ha visto cercare la via dell'Europa a oltre 213mila clandestini afgani e ha contato 176.900 richieste di asilo politico. Numeri ritenuti troppo alti. Tanto che per 80mila fra loro la Ue paventa il ritorno a casa. Che lo vogliano o no.
È questo il quadro che emerge da un documento confidenziale discusso a Bruxelles il 3 marzo scorso e reso pubblico da Statewatch, organizzazione di monitoraggio delle libertà civili in Europa. Il Paese della guerra infinita, che conta 2,5 milioni di rifugiati in Iran e 2,9 in Pakistan e che in casa deve gestire un milione di senza casa, ora presenta il conto anche a noi.
Il documento delinea quello che la Ue avrebbe in mente per fermare chi bussa alle sue frontiere. E gli afgani sono una fetta rilevante: secondi solo ai siriani ma più numerosi degli iracheni. Il documento, che paventa "l'alto rischio di una nuova ondata migratoria" tenta di chiarire attraverso quale strada sia possibile impedire che il flusso di afgani in Medio oriente continui la sua marcia oltre la Turchia (dove già se ne trovano 100 mila, 80mila dei quali "documentati") per poi raggiungere la Grecia e da lì l'Europa: attraverso la via balcanica di terra o, come avvenuto per anni, sulle navi che attraccano in Italia. Ma come fermare il flusso degli afgani da un Paese che 15 anni di guerra ai talebani non sono riusciti a pacificare? Soldi. Tanti soldi. E accordi col governo afgano, in parte già negoziati in ordine sparso da alcuni stati membri anche con la mediazione dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (con cui ora però, dopo l'accordo con Ankara, i ferri si son fatti corti).
Il documento confidenziale indica negli incentivi economici la strada maestra di un accordo negoziato per trovare la "strada giusta" (Joint Way Forward) per far restare gli afgani a casa loro. Il governo è sensibile e il dialogo è già iniziato: il 40% del prodotto nazionale lordo afgano - dice il documento - dipende dall'aiuto internazionale (c'è chi sostiene sia molto di più ndr) anche perché i 2/3 della spesa del budget nazionale vanno nel capitolo "sicurezza", nella guerra in una parola. E interrompere o ridurre il flusso di aiuti, avverte Bruxelles, significherebbe far crollare la faticosa costruzione istituzionale messa in piedi a partire del 2001 dopo la rotta dell'emirato talebano.
Gli afghani per altro, col governo amico di Ashraf Ghani, hanno già predisposto un piano per contenere un'emorragia di persone in continuo aumento (un sondaggio Gallup di ieri sosteneva che solo il 4% degli afgani ritiene che le cose stiano migliorando). È un piano che prevede investimenti nel settore dell'edilizia popolare, nella creazione di posti di lavoro e nella possibilità di negoziare flussi di lavoratori coi Paesi del Golfo (noti recettori di manodopera a basso costo e priva delle minime garanzie). Si tratta di sostenere lo sforzo. Dal punto di vista finanziario la Ue ha già messo sul piatto 1,4 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 - l'impegno più alto in assoluto di un singolo donatore in Afghanistan - ma conta di aggiungere subito altri 300 milioni e di accelerare le erogazioni del piano quinquennale.
L'enfasi però, che inizialmente era su quattro settori chiave (agricoltura, salute, giustizia, governance), tende a spostarsi anche sul "restare a casa" o a favorire il quadro per ritornarci il prima possibile. Con pacchetti incentivo ad hoc sia per i rientri volontari, sia per quelli forzati ma stando attenti a "che ciò non attragga invece nuovi migranti".
Un accento che si dovrebbe riflettere sulla Conferenza di Bruxelles sull'Afghanistan che la Ue sta preparando per il prossimo ottobre e dove bisognerà convincere gli Stati membri a non mollare l'impegno. C'è fretta dunque e le cose andranno ben preparate entro l'inizio dell'estate. Puntando soprattutto più sull'aspetto degli incentivi "in positivo" - uniti al controllo dei migranti, alla sensibilizzazione sui rischi della corsa all'oro in Europa, all'istituzione di centri di documentazione e monitoraggio - che non sulla leva brutale del rimpatrio forzato. Che pure, avverte il documento, rischia di vedere 80mila afgani fare a breve ritorno a casa contro la loro volontà. La strada di un concordato tra Stati resta infatti in salita. E in salita è anche la strada che porta a Kabul.
Il documento avverte che se il presidente Ashraf Ghani è sensibile al tema, molti altri componenti del suo governo fanno orecchie da mercante, evidenziando la dicotomia di un esecutivo a due teste (Ghani presidente e Abdullah a capo dell'esecutivo) che in questi mesi ha elargito all'opinione pubblica continue battaglie interne, dalla scelta dei governatori all'atteggiamento verso il processo di pace (vedi articolo a fianco). In questi giorni una mano arriva anche dal Giappone che ha reso noto di aver aumentato la quota di aiuto al Paese per 80 milioni di dollari. Con la differenza che nessuno bussa (o riesce a bussare) ai cancelli del Sol Levante.
L'appuntamento dunque è per ora fissato a Bruxelles per il 4 e 5 ottobre, appuntamento che dovrebbe seguire un'interministeriale sempre in Belgio in estate. L'idea è arrivare alla Conferenza (seguito ideale a Bonn 2011, Tokyo 2012 e Londra 2014) in un clima di reciproca fiducia tra gli Stati membri della Ue e un'Afghanistan nel ruolo del partner affidabile. Preparando il terreno per tempo per fare in modo che gli effetti della guerra infinita non arrivino sempre più numerosi fino alle nostre frontiere.

 
Save the Children: "negli hotspot in Grecia bambini detenuti illegalmente" PDF Stampa
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Vita, 25 marzo 2016

 

Sempre più drammatica la situazione dopo l'entrata in vigore dell'accordo di respingimenti e ricollocamenti tra Unione europea e Turchia: "È inammissibile tenere richiedenti asilo in detenzione", sottolinea Valerio Neri, direttore dell'ong, nell'annunciare lo stop alla collaborazione con i centri delle isole chiusi all'esterno, seguendo quanto deciso da Msf e Unhcr nelle scorse ore
Dopo l'annuncio dell'interruzione in Grecia delle attività nei centri di fatto divenuti di detenzione, a seguito dell'implementazione dell'accordo UE-Turchia entrato in vigore il 20 marzo 2016, Save the Children torna ad esprimere profonda preoccupazione per i bambini vulnerabili appena arrivati e le loro famiglie, che saranno sottoposti a una detenzione illegale e ingiustificata per lunghi periodi di tempo.
Attualmente, tutti i richiedenti asilo e i migranti arrivati sulle isole dopo lunedì, a prescindere dal loro status, vengono rinchiusi nei centri di detenzione di nuova designazione fino a quando, in seguito ai loro colloqui individuali, viene emessa una valutazione sulla loro ammissibilità. "Le domande di asilo, i colloqui e le valutazioni possono durare settimane o addirittura mesi. Di conseguenza, i richiedenti asilo sono e saranno sottoposti a una detenzione illegale e contraria al diritto internazionale ed europeo in materia di diritti umani", dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, l'Organizzazione dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e tutelarne i diritti.
Nonostante la Commissione Europea abbia chiarito che "i migranti irregolari potranno essere trattenuti all'interno di centri di ricezione chiusi sulle isole greche, mentre i richiedenti asilo verranno alloggiati in centri di ricezione aperti", secondo quanto osservato dai team di Save the Children sul campo, allo stato attuale ciò non sembra corrispondere alla realtà. "Non è assolutamente possibile trasformare da un giorno all'altro gli hotspot di ricezione in centri di detenzione rispettando i requisiti legali internazionali ed europei.
A fare le spese di questa scelta saranno soprattutto i bambini. Sappiamo già che tra coloro che verranno sottoposti a detenzione ci saranno i minori non accompagnati, soggetti particolarmente vulnerabili che richiedono un sostegno specializzato e una protezione che non possono ricevere in questi ambienti. Ricordiamo alle autorità che la detenzione dei bambini è illegale e non avviene mai nel loro superiore interesse", prosegue Neri. "Inoltre, il mantenimento dell'unità famigliare non deve mai essere usato per giustificare la detenzione dei minori. I bambini e le loro famiglie dovrebbero sempre ricevere adeguata accoglienza nel superiore interesse dei minori. La risposta ai bisogni umanitari e di protezione esistenti dev'essere una priorità assoluta, soprattutto ora che la situazione in Grecia peggiora di giorno in giorno."
Save the Children ha sospeso fino a ulteriore comunicazione tutte le attività di supporto ai servizi di base nei centri detentivi a Lesbo, Chios, Samos, Los e Leros, incluso la fornitura di trasporto su autobus verso i centri a Lesbo, la distribuzione di utensili per la cucina, materiali per allestire i rifugi e abiti invernali e la distribuzione di cibo nel campo di Moria a Lesbo, che viene ora gestita dalle forze armate greche. "Manterremo invece la distribuzione di cibo in collaborazione con Oxfam esclusivamente nel campo di Kara Tepe, che è gestita dall'amministrazione locale e rimane una struttura aperta, così come manterremo alcune attività di protezione dei minori in tutti i centri chiusi, perché siamo molto preoccupati dalle condizioni di vita dei bambini che vivono al loro interno," afferma Neri. Save the Children considera allarmante la misura relativa ai rinvii forzati verso la Turchia, in particolare la possibilità che le domande di asilo possano essere rifiutate in Grecia senza un attento esame e senza garantire il diritto d'appello dei richiedenti asilo, a causa dell'attuale scarsa capacità del Paese.
L'Organizzazione ribadisce la sua preoccupazione circa il piano che prevede che per ogni migrante rinviato in Turchia, un siriano sia ricollocato in Europa. "È vergognoso che l'Europa stia trovando il modo di fare retromarcia su impegni già presi, come quello di offrire opzioni sicure e legali di accesso ai rifugiati vulnerabili. Ogni giorno che passa il numero di queste opzioni sta diminuendo e il più delle volte si riduca alla necessità per i profughi di intraprendere viaggi pericolosissimi e rischiare la vita in mare", avverte Neri.
"Appare evidente ed è per noi inaccettabile che il fulcro dell'accordo UE-Turchia sia la protezione dei confini, abdicando alla protezione e al salvataggio di migliaia di vite". Intanto nel campo di Idomeni le condizioni sono terribili: più di 10mila migranti, di cui oltre un terzo sono bambini, anche molto piccoli, continuano a vivere in condizioni inaccettabili, sotto la pioggia, in mezzo al fango e al freddo. Nonostante la tensione crescente nel campo, Save the Children sta continuando tutte le attività di distribuzione di abiti e cibo per le persone più vulnerabili, le attività di protezione per i minori non accompagnati e ha lanciato oggi un programma di nutrizione specifico per i neonati.

 
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