Martedì 14 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Ilaria Cucchi: "Mi dispiace per quei messaggi violenti. Ma non sono pentita" PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 5 gennaio 2016

 

"Mi spiace per i messaggi violenti" arrivati dopo il post. "Se ho sbagliato si vedrà, ma non ho paura. Quelle conversazioni telefoniche per me sono prove schiaccianti"

 

Ilaria Cucchi, s'è accorta di aver fatto un autogol, mettendo a rischio la battaglia per la verità sulla morte di suo fratello?

"Io? No, perché?".

 

Perché ha diffuso la foto di uno dei carabinieri inquisiti per il pestaggio di Stefano, esponendolo al pubblico ludibrio, e adesso quel carabiniere sostiene di aver ricevuto addirittura minacce di morte.

"Questo mi rattrista e me ne rammarico, ma io mi sono dissociata appena sono comparsi i primi commenti violenti; così come sei anni fa con i miei genitori scendemmo in strada per prendere le distanze da chi aggrediva le forze dell'ordine e bruciava i cassonetti in nome di mio fratello. Abbiamo sempre detto che vogliamo giustizia, non vendetta".

 

E non le pare esagerato definire un indagato per lesioni "quello che ha ucciso mio fratello", prima di un eventuale processo?

"Le intercettazioni per me sono prove schiaccianti. Tra loro, senza che avessero motivo di mentire, gli inquisiti discutono delle strategie per avere la pena sospesa, usano quattro o cinque telefonini come fanno i banditi, uno insulta la ex moglie che gli ricorda di quando si vantava di aver picchiato Stefano... E in questi sei anni hanno taciuto, lasciando processare persone che sono state dichiarate innocenti".

 

Ecco, anche questo è un problema: nel primo processo sostenevate la colpevolezza degli imputati poi assolti; non sarebbe consigliabile un po' più di prudenza?

"Di certo non avevamo gli elementi di oggi. I nuovi indagati, di fatto, confessano il pestaggio. E chi ha testimoniato al processo ha detto bugie. Il maresciallo Mandolini (inquisito per falsa testimonianza, ndr ), il quale ora si vanta per l'arresto di uno spacciatore che vendeva droga fuori dalle scuole dopo un esposto delle mamme, e di aver taciuto per rispetto ciò che Stefano gli avrebbe confidato sulla nostra famiglia, al processo disse tutt'altro. Perché? Forse pensavano di averla fatta franca, mentre ora si sentono alle corde e si difendono gettando fango su di noi".

 

Questo giustifica la gogna per gli indagati?

"Guardi che la vera gogna l'ha subita mio fratello, dopo essere stato ucciso. Io non ho mai detto che Stefano non aveva colpe, ma doveva essere giudicato ed eventualmente condannato, non pestato e lasciato morire. Scrivendo il messaggio non ho pensato al rischio di fomentare la violenza; volevo solo che l'immagine muscolosa e sorridente di quel carabiniere fosse messa a confronto con quella di Stefano. Era una foto già pubblica, lui l'aveva messa su Facebook e l'ha tolta solo l'altro ieri, non quando s'è saputo che è inquisito per il pestaggio. Il mio è stato uno sfogo contro chi non s'è limitato a picchiare, ma se n'è pure vantato".

 

Quel carabiniere l'ha denunciata.

"Non c'è problema: io non porto divise e mi assumo le mie responsabilità. Ma basta con le ipocrisie, sono stanca: hanno massacrato un ragazzo, poi hanno nascosto le prove arrivando a sbianchettare un registro ufficiale, hanno taciuto e mentito. E adesso querelano? Si vede che non hanno altra strada. Piuttosto mi chiedo come sia possibile che questi carabinieri, tra cui quello che medita di rapinare gli orafi se lo cacciano, siano ancora in servizio; che girino armati con le pistole di ordinanza".

 

Il comandante generale Del Sette ha già definito grave la vicenda e promesso provvedimenti, mettendo però in guardia dal delegittimare l'Arma. Non si fida?

"Certo che mi fido, l'ho sempre fatto e voglio continuare a farlo. Ma per non generalizzare e delegittimare tutti devono garantire fermezza. Non posso pensare che i tanti carabinieri onesti che ho conosciuto abbiano come colleghi persone che evidentemente credevano di godere dell'impunità, si sentivano protetti. Ecco, io temo la protezione, ma spero che non ci sia".

 

Non credevate nemmeno che la Procura potesse arrivare a nuove incriminazioni...

"Quando il procuratore Pignatone mi disse che non poteva promettermi nulla se non il massimo impegno l'ho frainteso, pensavo stesse mettendo le mani avanti. Invece lui e il pm Musarò hanno fatto un lavoro straordinario".

 

Ora però contestate i periti scelti dal giudice per i nuovi accertamenti tecnico-legali. Come se voleste sempre qualcosa in più, o di diverso se non coincide con la vostra tesi.

"L'accertamento sulle connessioni tra le percosse e la morte di Stefano è decisivo. Che posso fare se il mio stesso consulente denuncia il conflitto di interessi per uno dei nominati, già candidato per il partito dell'ex ministro La Russa che da ministro della Difesa assolse subito i carabinieri, e con legami professionali con i periti precedenti? Possibile che non si trovi qualcuno senza rapporti sospetti? Se in Italia non c'è lo andassero a cercare in Svizzera".

 

Nessun pentimento, insomma?

"Sinceramente no. Poi se ho sbagliato si vedrà. Io non ho paura, a differenza di altri".

 
Il diritto di difendersi alza la mira PDF Stampa
Condividi

di Maurizio Tortorella

 

Panorama, 5 gennaio 2016

 

Nel 2015 tre casi hanno riaperto il dibattito sui limiti della legittima difesa davanti a una rapina o a un'aggressione. Nel 2016 i processi arriveranno in aula. E forse una legge. alla Camera.

Il 2015 è stato anno di grandi polemiche sulla legittima difesa. Tre casi, in particolare, hanno agitato le cronache: quello di Graziano Staccino, il benzinaio che il 3 febbraio uccide uno dei due banditi che stanno rapinando la gioielleria che, oltre la strada, fronteggia la sua pompa a Ponte di Nanto (Vicenza); quello del pensionato Francesco Sicignano, che il 20 ottobre a Vaprio d'Adda (Milano) ammazza un albanese di 28 anni che gli era entrato in casa; quello di Rodolfo Corazzo, commerciante di preziosi di Rodano (Milano), che il 24 novembre ferisce mortalmente uno dei tre rapinatori che lo hanno malmenato e stanno minacciando sua moglie e sua figlia.

Tutti e tre, e di qui le polemiche, sono stati indagati per omicidio volontario. Eventuali proscioglimenti o rinvii a giudizio arriveranno nei primi mesi di quest'anno. Ma arriveranno anche nuove polemiche. Forza Italia ha candidato Sicignano per le comunali a Milano, nella primavera 2016. E Nicola Molteni, deputato leghista, in dicembre ha presentato una proposta per modificare in profondità l'articolo 52 del Codice penale e rendere non punibile chi compie "un atto (anche un omicidio, ndr) per respingere l'ingresso di chi, con violenza o minaccia di uso di armi" penetra "in un'abitazione privata o in ogni altro luogo nel quale venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale".

Insomma, si vuole andare ben oltre la riforma varata nel 2006 dal governo Berlusconi, che autorizzava il ricorso a "un'arma legittimamente detenuta o ad altro mezzo idoneo" per la difesa dell'incolumità, della casa e dei beni. La Lega ipotizza un sistema più duro, all'americana per intenderci. E forse anche una decisione del Quirinale segnala che la sensibilità sul tema sta cambiando. Il 13 novembre il capo dello Stato ha graziato Antonio Monella, un imprenditore che a Bergamo aveva ucciso un albanese che gli stava rubando l'auto : era stato condannato a 6 anni e due mesi di reclusione. Proprio per omicidio volontario.

 
Abruzzo: Rems; la Regione ancora in ritardo, rischia di essere commissariata PDF Stampa
Condividi

abruzzolive.it, 5 gennaio 2016

 

La Regione Abruzzo non solo è inadempiente e in forte ritardo rispetto alla realizzazione della nuova Rems, (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che per legge 81/14 va a sostituire il vecchio ospedale psichiatrico giudiziario (Opg), ma adesso rischia seriamente di essere commissariata".

Questa la denuncia del Presidente della commissione Vigilanza e consigliere regionale di Forza Italia Mauro Febbo. "Nel mese di ottobre - spiega Febbo - avevo già evidenziato attraverso una mia interrogazione come la Regione era ancora totalmente inadempiente ed in confusione nell'individuazione della struttura più idonea, sia quella definitiva sia quella temporanea, per collocare i detenuti con problemi psichiatrici. Ancora più imbarazzante è la delibera n. 2106 del Direttore Generale Giancarlo Silveri del 11 dicembre dove si evince come la Regione Abruzzo al 31.12 ancora non ha una struttura idonea da destinare a Rems. Infatti nel decreto del Direttore sanitario di Avezzano, Sulmona, l'Aquila si individua un immobile presso il Comune di Barete (Aq) che però deve ancora essere messo a norma e adeguato attraverso un preciso progetto con lavori da eseguire.

Questo significa che i tempi di attivazione della struttura sono ancora lunghi e da definire. Pertanto - sottolinea Febbo - chiedo che venga immediatamente calendarizzata la mia interrogazione già dal prossimo Consiglio regionale dove l'assessore alle Politiche sanitarie Silvio Paolucci illustri sia come intenda evitare l'arrivo del Commissario ad Acta e soprattutto spieghi come mai la Regione Abruzzo ha atteso molto tempo nell'individuare la sede temporanea della Rems visto che vi erano già strutture idonee e pronte nella Asl di Chieti come evidenziato nella mia interpellanza. Forse - incalza Febbo - la Regione auspica l'arrivo del Commissario al fine di chiudere anche la vicenda del Garante dei detenuti.

La Regione Abruzzo, che ha diversi suo pazienti in altre strutture fuori Regione adesso dovrà affrontare un costo di circa 150.000 euro di locazione presso la struttura di Barete, in attesa di chiarire dove e come stabilire una Rems definitiva. Un costo che poteva essere evitato visto la precedente programmazione sull'individuazione temporanea presso le strutture ospedalieri di Guardiagrele o Ortona invece dove ospitare detenuti ritenuti socialmente pericolosi. Infine - conclude Mauro Febbo - la Regione deve chiarire su un tema delicato e urgente e soprattutto chiarire il ritardo inspiegabile nel programmare l'avvio della Rems".

 
Campania: l'assessore ai Fondi Europei Angioli in visita al carcere di S.M. Capua Vetere PDF Stampa
Condividi

Ansa, 5 gennaio 2016

 

Visita questa mattina alla Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dell'assessore regionale ai Fondi europei Serena Angioli e della consigliera regionale Pd Antonella Ciaramella. Insieme con la Comunità di Sant'Egidio e una delegazione del partito Radicale. In rappresentanza delle istituzioni regionali e accogliendo l'invito della Comunità di Sant'Egidio, "l'intento è tenere acceso un faro sulla condizione delle carceri della nostra regione in vista di una programmazione inclusiva e di misure attente ad innescare dinamiche migliorative della condizione carceraria", spiega la consigliera regionale Antonella Ciaramella che il 25 dicembre scorso si è già recata con la delegazione dei Radicali in visita al reparto ammalati della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.

"Qui a Santa Maria Capua Vetere, in particolare nella sezione femminile - continua - abbiamo accolto più volte segnalazioni di disfunzioni sia sul versante strutturale sia su quello funzionale rispetto ai nuovi standard a cui devono uniformarsi le case di detenzione e pena. Abbiamo dunque aderito con favore e spirito di collaborazione con l'assessore regionale ai Fondi Europei Serena Angioli all'invito della Comunità di Sant'Egidio che è presente, in particolare nei giorni delle feste di Natale proprio nelle situazioni di maggiore marginalità".

"Sempre di più, il carcere è utilizzato come discarica sociale - conclude Ciaramella - dove finiscono vecchi problemi irrisolti ed emergenze sociali. In Europa, l'Italia è "maglia nera" per diversi aspetti, come denuncia il Rapporto "L'Europa ci guarda", nel 2014 dall' associazione "Antigone": il più alto tasso di detenuti in attesa di giudizio, di sovraffollamento, di suicidi in carcere".

 
Roma: "Vale la pena", il birrificio ideato a Regina Coeli che ora la Ue prende a modello PDF Stampa
Condividi

Vita, 5 gennaio 2016

 

È iniziata come una scommessa: si riesce a fare una birra artigianale di qualità dando lavoro a persone detenute nel carcere di Regina Coeli a Roma? Era il 2011, il sovraffollamento al massimo e le condizioni detentive molto dure. "Ma la scommessa è stata vinta: oggi il birrificio Vale la pena abbatte la recidiva, perché dà lavoro fisso a un coordinatore e una collaborazione a nove detenuti", che di giorno escono per lavorare grazie all'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario.

"Con 12 tipi di birra all'attivo, i giudizi talmente lusinghieri porteranno Vale la pena a presentarle a gennaio 2016 al prestigioso concorso Birra dell'anno", il top della categoria, spiega Paolo Strano, fisioterapista che da quando, quattro anni fa, si è recato per l'Asl a realizzare visite mediche carcerarie ha deciso che lì avrebbe dedicato le proprie ore di volontariato. Strano è ovviamente soddisfatto di quanto ha ideato assieme all'associazione Semi di libertà, di cui è presidente.

"Da subito abbiamo notato l'interesse di tutti gli attori in gioco verso il progetto: abbiamo iniziato grazie a 108mila euro di fondi del ministero della Giustizia legati alla formazione dei detenuti e alla Scuola agraria Sereni che ha comprato l'impianto, costato 120mila euro". Nelle ultime settimane l'ulteriore salto di qualità, in particolare grazie ai 50mila euro arrivati, come finanziamento a tasso agevolato, dalla vittoria nel contest per start up Coltiva l'idea giusta, promosso da Make a Change e Ubi Banca.

Con un nuovo, grande obiettivo: "lavorare sull'intera filiera della birra", specifica Strano, "partendo dalla coltivazione di luppolo e orzo, passando poi al processo di maltazione, birrificazione e infine alla mescita". Il tutto in cinque anni di business plan che prevede una specifica unità per passaggio di lavorazione: "in particolare, per la coltivazione, cerchiamo terreni pubblici da utilizzare anche in comodato, nel frattempo le materie prime le procuriamo da cooperative sociali che includono detenuti e da quelle del circuito di Libera".

Le ultime intense settimane hanno portato anche alla nuova creazione birraria di Vale la pena (qui la pagina facebook del birrificio), lanciata sotto Natale: "Si chiama Sèntite Libbero, alla romana, la materia prima viene da una condotta di slow food con cicorie spontanee, una birra come si faceva quando il luppolo non veniva ancora utilizzata". Sotto le feste, infine, l'annuncio di una lieta novità: "siamo tra i 20 innovatori sociali chiamati alla Commissione europea a Bruxelles a raccontare la propria esperienza e proporre un modello scalabile, il 4 febbraio 2016 nell'evento Transition", sottolinea Strano.

 
<< Inizio < Prec. 8851 8852 8853 8854 8855 8856 8857 8858 8859 8860 Succ. > Fine >>

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it