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Giustizia: incidente mortale, 17enne in carcere, caccia a due ragazzi rom PDF Stampa
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di Rinaldo Frignani

 

Corriere della Sera, 29 maggio 2015

 

Un gruppo di rom a bordo dell'auto pirata che a Roma ha ucciso una donna e ferito 8 persone.

Diciassettenne arrestata, è indagata per omicidio volontario. Si cerca il marito, anche lui minore

Il padre Bathu ha cercato fino all'ultimo di difenderlo addossandosi ogni colpa.

La polizia non gli ha creduto e lo ha rilasciato. Ma lo stesso non ha fatto con la giovanissima moglie di Antony H., il sedicenne rom bosniaco ricercato da mercoledì sera in tutti i campi nomadi della Capitale - ma anche in quelli del Lazio e del Centro Italia - per l'incidente in via Mattia Battistini, fra Boccea e Primavalle, dove la colf filippina Corazon "Corie" Peres Abordo, 44 anni, è morta sul colpo e altre otto persone sono rimaste ferite, quattro delle quali in modo grave.

Maddalena, 17 anni, si trova infatti nel carcere minorile di Casal del Marmo accusata di concorso in omicidio volontario, lesioni gravissime e omissione di soccorso. È stata interrogata dagli investigatori della Squadra mobile, diretti da Luigi Silipo, ai quali avrebbe fornito versioni ora al vaglio. Come quella data dal suocero che nel pomeriggio è tornato nel campo in via della Monachina, sul viadotto dell'Aurelia.

"Guidavo io, lo giuro, ma ero ubriaco. Mio figlio nemmeno c'era. Dovevo andare dal medico, perché ho il pacemaker, ma quando ho visto che la polizia mi inseguiva sono fuggito: mi hanno ritirato la patente proprio per ubriachezza", ha raccontato il cinquantenne alla polizia. Gli altri del campo hanno chiesto perdono. Per chi è ancora da vedere. "Chi ha sbagliato è giusto che paghi, ma non attaccate tutti per gli errori commessi da altri", spiegano i parenti di Antony e Maddalena, che hanno una bimba di 10 mesi. La nonna racconta che la coppia "di solito fa qualche passeggiata e ogni tanto va in discoteca. Lei studia dalle suore per terminare la terza media, lui si arrabatta ai mercati generali e cerca ferro nei cassonetti".

La sorella di "Tony" ha anche lanciato un appello al ricercato, smentendo di fatto il padre - "Torna e andiamo dal pm, spiegheremo tutto" -, ma ora alla Monachina i rom hanno paura di ritorsioni. Stessi timori negli altri insediamenti della Capitale dove già da mercoledì sera è stata intensificata la vigilanza esterna. Ma le indagini della Mobile riguardano proprio le altre strutture dove vivono circa 7 mila rom: in particolare quello in via Cesare Lombroso, nella zona di Monte Mario Alto, ben conosciuta dalle forze dell'ordine che hanno compiuto diverse operazioni anticrimine. Antony non è infatti l'unico ricercato.

Con lui e Maddalena c'era un altro rom, un ragazzo più grande, scomparso nel nulla con il sedicenne. E c'è il sospetto che il misterioso personaggio provenga proprio dal secondo insediamento. Ieri in Questura sono stati ascoltati molti rom, almeno una ventina. In serata sono stati tutti rilasciati. "Lavoriamo senza sosta. Stiamo facendo il massimo dello sforzo per assicurare i due fuggiaschi alla giustizia. Battute e ricerche sono ancora in corso a Roma e provincia per prenderli al più presto", assicura il questore Nicolò D'Angelo.

La polizia scientifica ha analizzato la Lybra da cima a fondo alla ricerca di impronte digitali - soprattutto quelle sul volante per scoprire subito chi guidava al momento dell'incidente in via Battistini, ma accertamenti sono in corso anche sui tabulati telefonici dell'apparecchio che sarebbe stato trovato nella station wagon: non si esclude che prima di schiantarsi contro una Cinquecento e abbandonare la vettura (oltre che la moglie) fra Torrevecchia e Montespaccato, Antony e il complice abbiano chiamato qualcuno per chiedere aiuto.

 
Giustizia: i razzisti, i negazionisti e la legalità PDF Stampa
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di Michele Brambilla

 

La Stampa, 29 maggio 2015

 

"Rom", ecco una delle poche parole che possono ancora scaldare gli animi in un Paese che pare aver digerito tutto. Non ci si divide più per destra e sinistra, Berlusconi viene applaudito da Fazio e si vota tranquillamente un condannato. Ma su quelle tre lettere c'è la guerra.

Guerra come la si intende da noi, ovviamente. Cioè a suon di accuse e di insulti vicendevolmente scambiati tra due categorie di estremisti, che per comodità chiameremo razzisti da una parte e negazionisti dall'altra.

Il razzista è un tipo umano che solitamente fa cominciare le proprie argomentazioni con una premessa - "io non sono razzista" - e le fa proseguire con un "però". Io non sono razzista però questi rom qua rubano sporcano e campano a spese nostre, poi so per certo che l'altro giorno al supermercato una delle loro donne ha rapito un bambino dei nostri strappandolo dal passeggino.

Il razzista, quando c'è una tragedia come quella dell'altro ieri a Roma, non prende neppure in considerazione il fatto che, a volte, i pirati della strada o i delinquenti che non si fermano ai posti di blocco possono essere anche italiani. In qualche caso perfino del Nord.

Il razzista, quando c'è una tragedia come quella dell'altro ieri a Roma, considera stranieri solo gli investitori, e non gli investiti (la donna morta è filippina, come un'altra gravemente ferita; e sull'asfalto è rimasta pure una francese). Il razzista fa una certa fatica a distinguere tra stranieri e stranieri, figuriamoci tra nomadi e nomadi. Troppo complicato mettersi lì a disquisire sulle varie provenienze, religioni e culture. Non è più comodo chiamarli tutti zingari?

Il razzista fa le fiaccolate solo quando i responsabili di un'aggressione, di uno stupro o di un incidente stradale sono rom, non certo quando sono, ad esempio, camorristi: anzi qualche anno fa a Napoli fu la camorra a gestire una marcia contro i campi rom, risolvendo il problema. Il razzista non arriva certo a dire che la "soluzione" debba essere affidata appunto alla criminalità organizzata: bastano le ruspe, come ha chiesto il leader politico di riferimento.

Anche il negazionista è un curioso tipo umano. Pure lui, infatti, pare aver voglia di vedere solo ciò che vuol vedere. Vede benissimo, ad esempio, le misere condizioni igieniche in cui vivono i bambini dei campi rom: a volte in mezzo ai topi. Molto meno riesce tuttavia a vedere le responsabilità dei loro genitori.

Il negazionista è molto informato sulle ormai famose leggende nere che avvolgono il mondo dei rom. E non ha torto, perché in effetti circolano molte calunnie. Tuttavia accanto alle leggende nere ci sono le storie vere. Sono stati celebrati, in Italia, alcuni processi per "riduzione in schiavitù", perché ci sono nomadi che costringono i bambini (quasi mai figli loro) a rubare fino a quando compiono 14 anni, cioè fino a quando non sono punibili per legge e la polizia, subito dopo l'arresto, li deve rilasciare. Ma ricordarlo, per il negazionista, è "speculazione politica". Come è "speculazione politica" parlare del disagio dei cittadini italiani che vivono vicini ai campi rom subendo furti e trovandosi la spazzatura sotto casa. D'altra parte il negazionista abita in centro.

Morale. La questione dei rom potrà essere risolta solo quando verrà sfilata agli estremisti di cui sopra e presa in carico da coloro che avrebbero, per ruolo istituzionale, l'elementare compito di ripristinare la legalità. Il che vuol dire no alle ruspe, no a cacciare dall'Italia i nomadi e sì all'accoglienza. A patto, però, che gli accolti rispettino la legge, paghino i servizi e non vadano a rubare. Perché i rom non devono vivere fra i topi, ma non devono neppure fare i topi d'appartamento.

 
Giustizia: esiste una alternativa al razzismo? PDF Stampa
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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 29 maggio 2015

 

Una terrificante sciagura stradale ha dato il via libera a una furibonda polemica politica. Non solo Salvini ma vari leader impegnati nella campagna elettorale, e molti giornali, hanno pensato di poter trasformare il dolore di tutti nell'innesco di una ondata razzista e "rastrella voti". Naturalmente contro i rem. I quali, oggi, già sono nel mirino, e contro i quali, da un po' di tempo (sette o otto anni) è iniziata una campagna di criminalizzazione guidata da tutte le forze politiche. Le giunte di sinistra, nel 2008, raderò al suolo molti campi. Col risultato di disperdere migliaia di rom, di rendere disperate le loro condizioni di vita e anche pericolose, per se e per gli altri, le loro esistenze.

Da allora la maledizione non si è fermata. Nessuno ha provato a op-porvisi, salvo qualche pezzetto di mondo cattolico. E nell'opinione pubblica si è ben radicata l'idea che i rom sono un popolo criminale. Così come è già avvenuto tante volte nella storia. C'è una via d'uscita, da questo cortocircuito, che non sia il razzismo? Occorrerebbero due cose: una politica della sicurezza moderna, tecnologicamente avanzata ma non forcaiola. E una intellettualità capace di essere intellettualità. Al momento, queste due cose, mancano.

 
In vigore la riforma dei reati ambientali: 5 nuovi delitti con chance di ravvedimento PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2015

 

Legge n. 68 del 2015, operative da oggi le nuove norme sui reati ambientali.

È di ieri, infatti, l'approdo in Gazzetta (G.u n.122 di) della legge 68/2015 che interviene sugli eco reati a tutto campo. La norma introduce nel codice penale cinque nuovi delitti e allunga i termini di prescrizione per perseguire i delitti con meno affanno, aumenta le pene ma concede la possibilità di "pentirsi": con il ravvedimento operoso è assicurato lo sconto di pena dalla metà a due terzi. Nel testo anche l'aggravante mafiosa e la confisca preventiva.

Nel nuovo titolo del codice penale "delitti contro l'ambiente" fanno ingresso: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo, impedimento di controllo e omessa bonifica. La norma, inasprisce le sanzioni e coinvolge nella responsabilità anche la persona giuridica per i reati commessi nel suo interesse.

Il delitto di inquinamento ambientale è punito con la reclusione da 2 a 6 anni e con multe che vanno da 10 mila a 100 mila euro, ma il suo perfezionamento richiede una duplice condizione: l'esistenza di un danno ambientale e di una condotta abusiva. Le aggravanti scattano se ad essere danneggiata è un'area protetta o l'azione ha causato il ferimento o la morte di persone.

L'elemento dell'abusivismo è presente anche nel disastro ambientale, che può costare fino a 15 anni di reclusione. Per parlare di disastro ambientale è necessario che si verifichino, alternativamente, alcune condizioni che riguardano un'alterazione senza ritorno dell'equilibrio dell'ecosistema, la possibilità di eliminare le conseguenze solo con mezzi particolarmente onerosi e provvedimenti eccezionali e un'offesa all'incolumità pubblica rilevante per il numero di persone coinvolte.

Il traffico e l'abbandono di materiale radioattivo è punito con la reclusione da due a sei anni, con relative aggravanti in caso di danni all'ambiente o alle persone.

Si paga con il carcere, da 6 mesi a 3 anni, il tentativo di depistare o compromettere le indagini mettendo off-limit i luoghi oggetto di controllo. La legge 68 prevede anche l'invocata aggravante dell'associazione mafiosa per i sodalizi dediti al "business ambientale", mentre ancora un inasprimento di pena è previsto per i pubblici ufficiali che entrano nel "giro". Via libera alla confisca, compresa quella per equivalente, applicata anche al traffico illecito di rifiuti. Una misura però esclusa se l'imputato mette i luoghi in sicurezza o li ripristina. Possibile anche la confisca preventiva sui valori ingiustificati rispetto al reddito, in caso di disastro ambientale , traffico di rifiuti e associazione a delinquere. Con il ravvedimento operoso, attraverso lo sconto di pena si punta a ottenere la collaborazione per evitare che i reati producano conseguenze ulteriori o per scoprire i colpevoli. Niente sconto ma pena accessoria del divieto di contrattare con la Pa, nelle ipotesi di inquinamento ambientale, disastro, traffico di materiale radiaottivo, impedito controllo e traffico illecito di rifiuti.

Mano più pesante anche sulla prescrizione che si allunga in maniera direttamente proporzionale alla gravità del reato. Per la responsabilità degli enti ci sono le sanzioni pecuniarie tarate sulle quote fino a un massimo di 1.000 per l'associazione mafiosa. La norma entra in vigore proprio in vista della scadenza del 2 giugno, termine entro il quale la Commissione Europea chiede alle regioni di scoprire le carte sugli interventi fatti per mettersi in regola con le discariche.

L'Italia era stata condannata dalla Corte di Giustizia (C-333/13 e C-196/13 ) a pagare una sanzione forfettaria di 40 milioni di euro e 42,8 per ogni semestre di ritardo nell'adeguarsi alla sentenza del 2007.

 
Risarcimento Contrada, reato di concorso esterno all'epoca non chiaro PDF Stampa
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di Giovanni Tartaglia Polcini

 

Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2015

 

Cedu - Sezione IV - Sentenza 14 aprile 2015 - Ricorso n. 66655/13.

La decisione della Cedu (Sentenza 14 aprile 2015) sul caso Contrada è destinata certamente ad immettersi nell'alveo delle principali questioni speculative future in materia di diritto penale, scardinando alcune certezze in tema di principio di legalità e di distinzione tra famiglie di ordinamenti giuridici. L'articolo 7 della Convenzione recita: "1. Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al tempo in cui il reato è stato commesso. 2. Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un crimine secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili".

Violazione del principio di irretroattività - La Corte, dunque, limitandosi a valutare la sussistenza della violazione dei principi enucleati nell'articolo 7 della Convenzione EDU, ha statuito che - nel caso di cui trattasi - la fattispecie incriminatrice applicata non era, al momento della commissione dei fatti-reato da parte del Contrada, sufficientemente chiara e conoscibile e prevedibile dallo stesso per poterne rispondere penalmente in base al Principio di legalità. Conseguentemente, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto essersi verificata una violazione del principio di irretroattività della norma penale quale corollario del principio nulla poena sine lege. La Corte, infine, ha evidenziato che la questione della conoscibilità e prevedibilità (al momento della commissione di fatti) della fattispecie incriminatrice contestata al Contrada non è stata affrontata e valutata dalle Autorità Giudiziarie italiane nel corso del processo nazionale, benché il ricorrente Contrada ne avesse fatto specifico motivo di doglianza nelle diverse fasi di impugnazione.

Dove si ferma la sentenza - Occorre sottolineare che la Corte Edu non si è pronunciata sulla fondatezza o meno della configurabilità del reato di concorso esterno nel reato associativo mafioso quale fattispecie incriminatrice generale. La Corte ha unicamente stabilito - relativamente a questo caso specifico - che, all'epoca della commissione dei reati per cui il Contrada è stato condannato, l'elaborazione giurisprudenziale di tale figura criminosa non era sufficientemente consolidata e, quindi, dotata dei requisiti di "chiarezza e certezza" necessari al fine di consentirne la sufficiente "conoscibilità e prevedibilità" da parte dell'autore del reato.

La sentenza Cedu, pertanto, non entra affatto nel merito della questione giuridica della configurabilità o non del reato di concorso esterno nel reato di associazione mafiosa, così come risolto nella giurisprudenza delle SS. UU della Corte di Cassazione sopramenzionata.

Applicazione dei principi suddetti al caso di specie

Il punto nodale - La questione che si poneva era quella di stabilire se, all'epoca dei fatti ascritti al ricorrente, la legge applicabile definisse chiaramente il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. In queste circostanze, la Corte constata che il reato in questione è stato il risultato di una evoluzione giurisprudenziale iniziata verso la fine degli anni ottanta del secolo scorso e consolidatasi nel 1994 con la sentenza Demitry.

Perciò, all'epoca in cui sono stati commessi i fatti ascritti al ricorrente (1979-1988), il reato in questione non era sufficientemente chiaro e prevedibile per quest'ultimo. Il ricorrente non poteva dunque conoscere nella fattispecie la pena in cui incorreva per la responsabilità penale derivante dagli atti da lui compiuti (Del Rio Prada [GC], sopra citata, §§ 79 e 111-118, a contrario, Ashlarba c. Georgia, n. 45554/08, §§ 35-41, 15 luglio 2014, a contrario, Rohlena, § 50, sopra citata e, mutatis mutandis, Alimuçaj c. Albania, n. 20134/05, §§ 154-162, 7 febbraio 2012).

La Corte ha ritenuto che questi elementi fossero sufficienti per concludere che vi è stata violazione dell'articolo 7 della Convenzione con conseguente obbligo dello Stato italiano a risarcire il danno. (Estratto dell'articolo uscito su Guida al Diritto del 6 giugno 2015 n. 24)

 
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