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"Diritto d'amore" di Stefano Rodotà, il divenire universale dell'autonomia individuale PDF Stampa
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di Roberto Ciccarelli

 

Il Manifesto, 7 gennaio 2016

 

Saggi. "Diritto d'amore" di Stefano Rodotà per Laterza. Dalle unioni civili alla laicità dell'istruzione. Un libro che segnala come la legge non può colonizzare la vita affettiva e la sessualità di uomini e donne. L'amore non rinuncia al diritto. Lo usa come un mezzo per realizzare una sua pienezza. Questo è possibile perché la sua storia è storia politica.

È arduo per un giurista parlare del diritto di amare, dato che la disciplina che rappresenta ha usato l'amore come premessa di un progetto di controllo delle donne, ridotte a proprietà del coniuge, mentre la politica continua a decidere sulla vita di uomini e donne. E tuttavia, scrive Stefano Rodotà nel suo ultimo libro Diritto d'amore (Laterza, pp.151, euro 14), l'amore non rinuncia al diritto. Lo usa come un mezzo per realizzare una sua pienezza. Questo è possibile perché la sua storia è storia politica.

Proprietà, credito e obbedienza: questa è la triade usata dal "terribile diritto", il diritto privato, per assoggettare l'amore - e la vita delle persone - alla razionalità dello Stato e al dominio della legge. Rodotà conduce da sempre una critica instancabile a questo modello. Per lui il diritto d'amore, come tutti i diritti, non nasce dall'arbitrio soggettivo, né da un fondamento naturalistico, ma dal legame tra il diritto e la realizzazione di un progetto di vita. Il diritto è legittimato dalle persone che decidono di riconoscerlo e lo usano per affermare l'autonomia e la libertà di tutti, non solo la propria.

Ciò non toglie che il diritto e l'amore, il desiderio di unirsi a un'altra persona, indipendentemente dal suo sesso, mantengano una distanza irriducibile. Quasi mai, infatti, il diritto è un complice della vita. Anzi, esiste per disciplinare gli affetti e per creare il modello del cittadino laborioso, maschio, proprietario. L'amore, invece, non sopporta regole o norme. Preferisce crearle da sé, nell'esperienza delle relazioni, seguendo un divenire che difficilmente può essere contenuto in un'unica disciplina valida per tutti. Per questa ragione il diritto ha preferito confinare "l'amore senza legge in uno stato di eccezione", come ha scritto un grande giurista francese, Jean Carbonnier.

L'autonomia irrinunciabile. In questo stato di eccezione prevale l'originaria ispirazione del diritto privato - cioè la riduzione della passione a cosa e della persona a proprietà di qualcuno. Orientamenti presenti ancora oggi in alcune sentenza della Corte Costituzionali o in fatali decisioni come quella sulla legge 40 sulla fecondazione assistita approvata dal governo Berlusconi.

A tutela dell'autonomia e della libertà delle persone, Rodotà usa la Costituzione e dai suoi articoli fondamentali traccia un uso alternativo del diritto che distrugge i valori di cui la stessa carta fondamentale è espressione. A questo punto è quasi inevitabile per il giurista raccontare la storia dei movimenti che hanno fatto esplodere il perimetro formalizzato dei poteri e della legge nel secondo Dopoguerra.

Prima il movimento femminista, oggi i movimenti Lgbtq a cui Rodotà dedica un intero capitolo. Il diritto di amare è diventato una questione politica di rilievo perché alimenta la ricerca dell'autonomia delle persone. Il conflitto è emerso, fortissimo, sulle unioni civili come, di recente, hanno dimostrato i movimenti Lgbtq che hanno organizzato una "marcia dei diritti" per criticare l'insufficienza, addirittura le potenziali discriminazioni presenti nel disegno di legge Cirinnà che il governo intende approvare.

Storia di un incontro. In questa partita rientra anche il conflitto sull'educazione alle differenze nelle scuole: da una parte, c'è un movimento vasto che sostiene la laicità dell'istruzione pubblica e la critica dei ruoli sessuali per tutelare la libertà dei bambini e degli insegnanti. Dall'altra parte, c'è una reazione furibonda che attraverso il meme della "ideologia del gender" - una narrazione tossica strumentale e infondata - ha saldato un ampio movimento conservatore con le istanze più reazionarie del cattolicesimo e mira a colpire la laicità dell'istruzione e la libertà nelle scelte d'amore.

Come accade nei suoi libri, Rodotà unisce la storia dei movimenti a quelle della Costituzione italiana e della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea alla quale ha contribuito. L'incontro con i movimenti serve al diritto per "conoscere se stesso, il proprio limite, l'illegittimità di ogni sua pretesa di impadronirsi della vita - scrive Rodotà -. Emerge così uno spazio di non diritto nel quale il diritto non può entrare e di cui deve farsi tutore, non con un ruolo paternalistico, ma con distanza e rispetto". Dal punto di vista dei movimenti, il diritto serve a riconoscere e a coltivare una tensione nel darsi regole che possono cambiare, seguendo una geometria delle passioni interna alle relazioni tra il soggetto e la sua vita.

In questo quadro è fondamentale il ruolo delle minoranze: il movimento omosessuale, insieme a quello femminista, quello Lgbtq, interpretano lo stesso modo di fare politica: per vincere i movimenti si coalizzano con altri soggetti attivi nella società al fine di ottenere un riconoscimento sociale e istituzionale. Le conquiste sulle libertà personali sono valide per tutti, come hanno dimostrato l'aborto e il divorzio. Il diritto d'amore si inserisce in questa nobile vicenda e risponde a un'esigenza che ha dato il titolo a un altro, notevole, libro di Rodotà: il diritto ad avere diritti.

Tensioni singolari. Auspicio, affermazione performativa, atto di cittadinanza: il diritto ad avere diritti è una formula che caratterizza l'azione coordinata delle minoranze e afferma i diritti universali di tutti: il welfare state, l'ambiente, i beni comuni, per esempio. L'universalismo singolare dei diritti si pratica sottraendosi dall'identità maggioritaria fissata per legge (Deleuze la definiva "divenire minoritario") e, allo stesso tempo, nella creazione di un diritto all'esistenza che sfugge ai principi della morale dominante e agli assetti del potere organizzato dal diritto. Questa duplice azione rivela l'esistenza di uno spazio rivoluzionario. Rodotà lavora alla sua riapertura, in un momento non certo felice di arretramento generale.

"Diritto d'amore" è infine un libro che va letto insieme a quello dedicato da Rodotà alla solidarietà. Da tempo il giurista è impegnato in una ricostruzione genealogica delle passioni e delle pratiche volte alla costituzione di una soggettività caratterizzata da un rapporto di reciprocità, irriducibile al narcisismo o alla naturalizzazione dei ruoli. Parla di uguaglianza e ne rintraccia la storia nelle pratiche della solidarietà e nella dignità della persona. In questa fittissima tessitura, l'amore è un "rapporto sociale", mentre la sua tensione singolare "a bassa istituzionalizzazione" spinge a creare mondi nuovi. Questa può essere considerata una risposta all'invocazione di Auden: "La verità, vi prego, sull'amore".

 
Quelle donne libere umiliate a Colonia dal fanatismo PDF Stampa
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di Pierluigi Battista

 

Corriere della Sera, 7 gennaio 2016

 

Gli uomini che a Colonia si sono avventati come animali sulle donne in festa per il Capodanno volevano punire la libertà delle loro vittime. Hanno palpeggiato, molestato, umiliato, violentato, picchiato le donne che osavano andare da sole, che giravano libere di notte, che si abbigliavano senza rispetto per le ingiunzioni e i divieti consacrati dai padroni maschi.

Consideravano prede da disprezzare e da percuotere le donne che facevano pubblicamente uso di una libertà che gli stupratori e gli energumeni di Colonia considerano inconcepibile, peccaminosa, simbolo di perversione, donne che studiano e lavorano. Che sposano chi desiderano e non il marito oppressore che la famiglia, la tradizione, il clan assegnano loro. Che non sono costrette a uscire solo in compagnia dell'uomo prevaricatore.

Che bevono e mangiano in libertà, entrano nei locali, fanno l'amore quando scelgono di farlo, brindano a mezzanotte, indossano jeans e magliette, flirtano, fanno sport e si scoprono per praticarlo, hanno la sfrontatezza di festeggiare il Capodanno con i loro amici maschi. Per chi considera la libertà delle donne un peccato da estirpare, le donne libere sono delle poco di buono da umiliare, da riempire di lividi sul seno e sulle cosce aspettandole all'uscita della metropolitana e con la polizia impotente e immobilizzata. Come si fa con gli esseri considerati inferiori.

Come è accaduto a Colonia in una tragica e sconvolgente prima volta nella storia dell'Europa contemporanea in tempo di pace. È stato un rito di umiliazione organizzato, coordinato, diretto a colpire quello che oramai comunemente viene definito uno "stile di vita". Nonostante i retaggi del passato, nonostante le tenebre oscurantiste che ancora avvolgono come fumo di un passato ostinato le città e persino le famiglie dell'Europa figlia dell'Illuminismo, malgrado i branchi di lupi che infestano i nostri Paesi e fanno morire di paura le donne che si avventurano sole, le ragazze indifese di fronte al bullismo e al teppismo, malgrado tutto questo, la libertà della donna resta pur sempre un principio e una pratica di vita inimmaginabile in altri contesti culturali, in altri sistemi di valori.

Ed è l'incompatibilità valoriale con questo spirito di libertà che le bande di Capodanno hanno voluto manifestare contro le donne che andavano a ballare, a bere, a baciare anche. Non capire il senso di "prima volta" che gli agguati di Colonia portano con sé è un modo per restare ciechi, per non capire, per farsi imprigionare dalla paura e dall'afasia.

Così come non abbiamo voluto vedere, abbiamo fatto finta di niente, siamo restati volontariamente ciechi quando al Cairo, nella leggendaria piazza Tahrir, la "primavera araba" diventò cupa e le donne a decine cominciarono in nome dell'Islam ad essere aggredite, molestate, violentate dai super-fanatici del fondamentalismo misogino. Ora dovremmo cercare di capire che nelle gesta di prevaricazione degli uomini che odiano le donne libere si riflette un gesto di aggressività valoriale di stampo irriducibilmente sessista e non lo sfogo barbarico di un primitivismo pulsionale. Un atto di sopraffazione culturale, non di ferocia animalesca e irriflessa.

Con tutte le cautele e il senso di responsabilità che si deve in questo genere di problemi, Colonia ha lo stesso significato di aggressione simbolica dell'irruzione fanatica nella redazione di Charlie Hebdo : lì veniva scatenata un'offensiva mortale contro la libertà d'espressione, considerata un peccato scaturito nel cuore del mondo infedele; qui contro la libertà della donna, la sua emancipazione impossibile e temuta in contesti culturali che danno legittimazione ideale e persino religiosa al predominio e alla sopraffazione del maschio.

Certo, è diverso lo sterminio dei vignettisti dalle botte umilianti di Colonia. Ma c'è un comune sostrato punitivo, l'identificazione di un simbolo culturalmente indigeribile che stabilisce una distanza abissale tra uno "stile di vita" libero e una mentalità che bolla la libertà delle persone, uomini e donne allo stesso modo, come una turpitudine, un'offesa, un peccato, un oltraggio.

Rubricare invece le violenze di Colonia come una delle tante, tristissime manifestazioni di aggressione contro le donne che infestano la vita delle città europee significa smarrirne la specificità, la novità, il senso stesso della sua dinamica. Significa non capire cosa ha mosso gli aggressori, il fatto che fossero centinaia e centinaia in un abuso di massa del corpo e della libertà delle donne come non si era mai visto. Loro, gli aggressori, possono dire che le donne colpite e umiliate "se la sono cercata" semplicemente perché hanno scelto un modo di vivere inammissibile e peccaminoso. A noi il compito di difenderlo, questo modo di vivere, e di considerare inviolabili le donne, e la loro libertà.

 
Ue, vacilla il sistema Schengen e la Germania passa all'attacco PDF Stampa
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di Francesca Basso

 

Corriere della Sera, 7 gennaio 2016

 

L'incontro di ieri a Bruxelles convocato dopo le iniziative di Svezia e Danimarca. La Commissione di Bruxelles chiede di salvaguardare il Trattato. "Siamo d'accordo sul fatto che Schengen e il libero movimento debbano essere salvaguardati, sia per i cittadini, sia per l'economia. Misure eccezionali sono state prese e abbiamo concordato di mantenerle al minimo necessario, per tornare alla normalità il prima possibile".

Il resoconto del commissario all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos, al termine dell'incontro d'urgenza con i rappresentanti di Svezia, Danimarca e Germania dopo la decisione di Stoccolma di reintrodurre i controlli al confine con Copenaghen, che a cascata li ha ripristinati con la Germania, mostra lo stallo della politica europea per fronteggiare l'emergenza immigrazione.

Tutti concordano sull'importanza di Schengen, ma è il segretario di Stato tedesco all'Immigrazione, Ole Schröder ad andare dritto al problema: la Ue non ha un efficace sistema di controllo delle frontiere esterne, in particolare tra Grecia e Turchia, e il sistema del ricollocamento dei richiedenti asilo "non sta funzionando". I numeri gli danno ragione: secondo gli ultimi dati, solo 272 rifugiati sono stati ricollocati da Italia (190) e Grecia (82) su un totale di 160 mila previsto dal piano di Bruxelles. "Sino a quando non avremo una soluzione europea - ha concluso Schröder - saranno necessarie misure da parte dei singoli Stati membri". La Svezia ha dovuto affrontare solo in autunno un'ondata senza precedenti: negli ultimi quattro mesi ha aperto le porte a 115 mila richiedenti asilo. Il ministro della Giustizia e dell'Immigrazione svedese Morgan Johansson ha spiegato che i controlli ai confini imposti a novembre e la verifica dei documenti dalla mezzanotte di domenica sono "necessari per controllare la situazione, cominciamo ad avere problemi nella gestione dei flussi, per questo è necessaria una politica europea di condivisione delle responsabilità".

Ma così si crea un effetto domino e la Danimarca "non vuole essere la destinazione finale per migliaia e migliaia di richiedenti asilo" ha detto in modo inequivocabile la ministra all'Immigrazione e integrazione danese Inger Stojberg: servono "soluzioni europee". Le chiedono i Paesi del nord Europa dove i rifugiati vogliono fare domanda di asilo, le chiedono i Paesi del sud, con Italia e Grecia in testa, dove i migranti approdano al termine di viaggi tragici. Ma la situazione non si sblocca. "I flussi devono essere rallentati.

L'unica via sono le soluzioni europee con tutti i 28 Stati membri", ha ribadito Avramopoulos in conferenza stampa e al termine ha ripetuto le linee da seguire: "Difendere meglio i confini dell'Europa, far funzionare il ricollocamento dei rifugiati, rispettare le regole". Ovvero identificare i migranti che arrivano. Ma anche su questo i dati non sono confortanti. Dei sei hotspot previsti in Italia quelli attivi sono due, Lampedusa e Trapani, mentre dei cinque previsti in Grecia uno solo è operativo, ha elencato Tove Ernst, una dei portavoce della Commissione Ue per l'Immigrazione.

La riunione d'urgenza si è conclusa in un reciproco impegno di collaborazione, ma resta il fatto che uno dei pilastri fondamentali dell'Unione Europea, la libera circolazione delle persone, stia subendo duri attacchi. Tutti ribadiscono l'eccezionalità delle misure e la temporaneità.

Ma intanto in sei Paesi sono sospese le regole di Schengen: la Norvegia, che non fa parte della Ue, la Svezia, la Danimarca, l'Austria, la Germania, che vi ha fatto ricorso a settembre, e la Francia, dopo gli attentati terroristici del 13 novembre. L'Italia non ha intenzione di ripristinare i controlli ai confini. Lo ha assicurato nei giorni scorsi il ministro dell'Interno Angelino Alfano: "A Nord-Est non chiuderemo le frontiere, ma abbiamo già inviato, e continueremo a farlo, numerosi uomini e mezzi antiterrorismo".

 
Fallito il vertice per salvare il Trattato di Schengen, Danimarca e Svezia fanno da sole PDF Stampa
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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 7 gennaio 2016

 

Un fallimento. Convocato d'urgenza per chiedere a Svezia e Danimarca spiegazioni sulla decisione di ripristinare i controlli alle frontiere, il vertice straordinario voluto dal commissario Ue all'Immigrazione Dimitri Avramopoulos si è concluso con un niente di fatto. O meglio, con la certezza che i due paesi del nord Europa - che hanno deciso la sospensione di Schengen per arginare gli arrivi dei profughi - continueranno a fare quello che vogliono.

"Le misure messe in atto saranno mantenute per lo stretto necessario", vale a dire "fino a quando ci sarà una riduzione dei flussi", ha spiegato al termine dell'incontro Avramopoulos. Il che, vista l'inutilità di tutti i tentativi messi in atto finora dall'Europa per trovare una soluzione alla crisi dei migranti, equivale a dire che almeno per quanto riguarda Svezia e Danimarca Schengen si potrebbe anche considerare finito.

Se le cose stanno così, c'è il rischio che a pagare le conseguenze di questa nuova dimostrazione di impotenza dell'Ue saranno le migliaia di uomini, donne e bambini che, chiusi in trappola tra un nord sempre più ostile e i paesi balcanici restii a organizzare la loro accoglienza, rischiano di restare intrappolati nella neve. Come purtroppo già avviene.

Difficile dire quali argomenti abbiano utilizzato i ministri dell'immigrazione svedese e danese, Morgan Jahansson e Inger Stojberg, per rassicurare un'Europa fino a due giorni fa terrorizzata dall'idea di vedere andare in frantumi uno dei trattati su cui è basata a sua stessa sopravvivenza. Fatto sta che dopo due ore di colloqui, ai quali ha partecipato anche il segretario di Stato tedesco Ole Schroeder, gli unici soddisfatti erano proprio loro: "È stato un incontro costruttivo", hanno spiegato in una conferenza stampa nella quale non è stato possibile rivolgere domande. Nessuna traccia, invece, delle misure che pure Bruxelles aveva annunciato di voler discutere per mettere in sicurezza la libera circolazione in Europa. Anzi.

Al momento sono sei i paesi che hanno sospeso Schengen (oltre a Svezia, Danimarca e Germania, anche Francia, Norvegia e Austria) e c'è da sperare che non aumentino nelle prossime settimane. Il vertice di ieri infatti è come se avesse ufficializzato una sorta di via libera per chiunque deciderà di seguire l'esempio svedese. L'indicazione è arrivata dallo stesso Schroeder, per il quale finché non verranno rispettate le regole europee sull'asilo, gli Stati daranno risposte singole. Insomma: facciamo da soli, e Bruxelles è avvertita. Più esplicita la rappresentante del governo danese: "Non vogliamo essere la destinazione finale di migliaia e migliaia di richiedenti asilo", ha spiegato, aggiungendo di non escludere la possibilità ce come già accade in Svezia, anche Copenhagen decida di imporre alle compagnie di trasporto di controllare i documenti dei viaggiatori.

Il problema rischia adesso di rovesciarsi sull'anello più debole della catena, perché primo nel fronteggiare l'impatto dei migranti, vale a dire il fronte sud dell'Europa. Svezia, Danimarca e Germania hanno infatti puntato il dito sulla mancanza di controllo delle frontiere: "Non funzionano, in particolare tra Grecia e Turchia", ha accusato Schroeder. "Le registrazioni non vengono fatte. Eurodac non viene applicato, i ricollocamenti non vanno avanti". Da parte sua lo svedese Morgan Jahanson ha chiesto invece l'applicazione "del principio di Dublino" (lo stesso che l'Italia chiede invece da tempo di poter modificare) e "misure per rallentare il flusso" sulla rotta dei Balcani, che il ministro definisce "un'autostrada" per i migranti. Senza risparmiare l'Italia, come ha fatto la portavoce della Commissione europea Tove Ernest ricordando come dei sei hotspot previsti ne siano attivi solo due. "E in Grecia su cinque è operativo uno".

Parole che non devono aver fatto piacere a palazzo Chigi, dove Renzi si prepara a incontrare nel giro di qualche settimana sia il presidente della Commisione Ue Juncker che la cancelliera Merkel. Nella consapevolezza che, a meno di un repentino cambio di rotta, a decidere cosa fare nella sempre più drammatica crisi dei migranti presto potrebbe non essere più l'Unione europea ma i singoli Stati.

 
Un anno dopo Charlie Hebdo, il mondo è meno libero e più insanguinato PDF Stampa
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di Gianni Rossi

 

huffingtonpost.it, 7 gennaio 2016

 

Un anno dopo le stragi di Parigi al settimanale satirico Charlie Hebdo e all'Hyper Casher con 16 morti, la Francia è meno sicura di prima. La furia fondamentalista, appena 10 mesi dopo, ha alzato il tono della sua strategia sanguinaria, massacrando altre 130 persone e ferendone 352, in gran parte mutilate per sempre.

La Francia è anche meno libera per uno stato d'emergenza perenne, con controlli invasivi sulle comunicazioni via Internet e progetti di leggi voluti dal Presidente socialista Hollande che contengono, tra l'altro: la revoca della doppia cittadinanza; la facoltà dei prefetti di far effettuare perquisizioni notturne, senza l'autorizzazione dei magistrati; la polizia potrà fermare e perquisire bagagli, auto, controllare l'identità di chiunque possa essere "sospettato" e fermarlo per quattro ore, interrogandolo senza avvocato; le forze dell'ordine potranno sparare, anche oltre la "legittima difesa", basta solo il sospetto che qualcuno stia per compiere un atto criminale. Durante la sua campagna per le presidenziali, Hollande si era battuto contro queste misure, definite "liberticide", che invece la destra estrema della Le Pen propugnava a gran voce e l'ex-presidente Sarkozy, se rieletto, si proponeva di promulgare.

Cosa è cambiato da un anno a questa parte? Non solo gli orientamenti dell'opinione pubblica, martellata dalle stragi, dagli annunci sanguinari del Daesh e dai grandi mezzi di comunicazione, che intensificano la loro campagna di "terrorismo mediatico", instillando nelle coscienze la paura e il senso di isolamento, mettendo in secondo piano i fallimenti della politica governativa per tentare di risanare la crisi economica. Si è modificato lo scenario internazionale e sociale: il fenomeno di radicalizzazione islamica ha attecchito nelle fasce emarginate della popolazione musulmana in Europa e in Oriente, ampliandone le complicità e incrementando i seguaci, che a migliaia si sono "arruolati" nell'esercito dell'Isis. Si è stravolta l'essenza stessa, i principi laici e liberali, che sono alle fondamenta della costituzione dell'Unione Europea, mettendo anche a rischio il concetto di libera circolazione, riducendo drasticamente il Trattato di Schengen.

Dopo la strage a Charlie Hebdo, si riversarono spontaneamente per le strade di Parigi, di tutta la Francia, in gran parte d'Europa e nel mondo milioni e milioni di persone per testimoniare la solidarietà con le vittime e a difesa di tutte le libertà, a partire da quelle d'opinione e stampa. Dopo le stragi e la mattanza al teatro Bataclan del 13 Novembre scorso, a Parigi, sono state invece vietate le manifestazioni. Solo colonne di persone in mesto pellegrinaggio sui luoghi della tragedia per commemorare i morti con fiori, lettere, foto, disegni, peluche, lumini.

Una teoria di gente comune che ha testimoniato in silenzio e come fosse un lutto personale un evento che invece era pubblico, di portata mondiale, che avrebbe avuto bisogno di altre manifestazioni di orgoglio democratico collettivo. Non bastano le attestazioni di cordoglio ufficiali dei governanti e di quanti si sono identificati di volta in volta con gli slogan "Je suis Charlie" e "Nous sommes tous parisiens", per rafforzare lo spirito fiaccato delle popolazioni.

Le svolte politiche reazionarie e xenofobe che si stanno affermando in molti paesi dell'Unione sono la meccanica conseguenza degli attacchi terroristici. I partiti della "sinistra storica" non riescono a proporre modelli e leggi se non liberticide, la censura compie i suoi passi da gigante un po' dovunque, i servizi pubblici radiotelevisivi vengono riportati sotto il controllo asfissiante degli esecutivi.

Solo dove è più sentita l'emergenza economica e dove la presenza islamica è minore, come in Portogallo, Grecia e Spagna, si sono affermati movimenti e partiti di una "nuova sinistra", che parla e agisce con strategie nuove. Nel resto d'Europa si respira un'aria di restaurazione, di limitazione dei diritti fondamentali in nome di una lotta al terrorismo fondamentalista, che però dalle prime stragi di Parigi, non ha prodotto nessun risultato efficace; anzi, sono aumentate le falle nei sistemi di controllo e informazione; le polizie e i servizi segreti dell'Unione continuano a sospettarsi vicendevolmente. Nelle maglie larghe dell'antiterrorismo sono fuggite decine e decine di sospettati. I morti sono aumentati. La paura e la xenofobia si sono estese anche alle fasce sociali più sensibili e illuminate.

La lotta al terrorismo del Daesh si sta trasformando in un braccio di ferro tra nazioni frontaliere: la Turchia contro la Russia, la Siria contro l'Arabia Saudita, questa contro lo Yemen, i paesi petroliferi del Golfo contro il nuovo gigante regionale, quell'Iran sciita che prima alimentava il terrorismo jihadista antiisraeliano ed oggi si trova a fare i conti con la "Santa alleanza" sunnita, capitanata proprio dai sauditi e spalleggiata dalla Turchia, a sua volta in guerra anche contro i Curdi e l'Iraq. Il vaso di Pandora si è ormai rotto e gran parte di questa colpa ricade sulle potenze occidentali, in primis nella politica scellerata, dei "due forni", sia dell'amministrazione democratica di Obama, sia di quella precedente repubblicana del "guerrafondaio" Bush junior.

Entrambi non hanno mai "rotto" con l'ambigua regia finanziaria e politico-regionale della corte sunnita di Riad. Anche perché gran parte dei Treasury bonds degli Stati Uniti sono proprio in mano a re, principi e califfi del Golfo. Il potere di ricatto energetico e finanziario detenuto dai sunniti del Golfo è enorme e devastante. E così gli Stati Uniti sembrano per la prima volta annaspare anche nell'arte nella quale primeggiano dalla Seconda guerra mondiale in poi: lo spionaggio e il controspionaggio. Oggi sembrano invece dei gatti sordi e ciechi, nonostante il più grande apparato di controllo delle comunicazioni, il Sigint, nato dall'accordo tra i "Cinque occhi", stretto tra i cinque stati anglofoni, riuniti grazie alla tecnologia del superveloce sistema di intercettazioni Echelon, che dipende dall'Ukusa Agreement: Australia (Defence Signals Directorate), Canada (Communications Security Establishment), Nuova Zelanda (Government Communications Security Bureau), Gran Bretagna (Government Communications Headquarters, Gchq), Stati Uniti (National Security Agency Nsa). La potenza di fuoco impressionante di questa Super Intelligence mondiale è sembrata annaspare contro il sistema quasi amatoriale di comunicazioni telematiche usate dai terroristi del Daesh, che hanno seminato morti e terrore in Europa e nel Medio Oriente.

Un anno dopo la strage a Charlie, il settimanale satirico colpisce ancora nell'immaginario collettivo e agita le coscienze dei benpensanti e delle élite conservatrici e tradizionaliste, rappresentando in copertina stavolta un Dio che fugge con un kalashnikov a tracolla. Nessuno sa dove si cela né dove colpirà di nuovo. Ma si capisce che il richiamo ad un generico Dio "vendicativo" e sanguinario è solo una copertura ideologica di quel mondo arabo islamico che deve ancora fare i conti col proprio passato, con le divisioni dottrinali tra sunniti e sciiti, con gli interessi finanziari ed energetici che hanno sempre mosso le loro azioni nel sottobosco del Big Game, del potere "assoluto".

Charlie e suoi giornalisti/vignettisti ci hanno testimoniato con il loro sacrificio e con l'impegno artistico, che li contraddistingue tuttora, che un pericolo del genere si può sconfiggere con la difesa dei diritti e delle libertà, della separazione dei poteri, della laicità dello stato e del rispetto della privacy, di qualsiasi fede religiosa, credo politico e comportamento sociale, dell'affermazione della laicità dello stato e del rispetto della privacy. E che grazie alla satira irriverente, una "risata vi seppellirà": specie tutti quelli che usano il potere con la violenza e il terrorismo.

 
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