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Immigrazione. Svezia e Danimarca chiudono le frontiere PDF Stampa
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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 5 gennaio 2016

 

La decisione presa per arginare il flusso di migranti. Silenzio dell'Ue ma Berlino lancia l'allarme: "Schengen in pericolo". Il 2016 comincia con un'Europa che si chiude sempre più al suo interno. Nel tentativo di fermare il flusso di migranti in arrivo dalla vicina Danimarca, ieri la Svezia ha deciso di ripristinare i controlli alla frontiera e chiesto all'Ue l'esenzione temporanea dal trattato di Schengen. Poche ore dopo e, come in una specie di domino, è stata Copenhagen a decretare la chiusura fino al 14 gennaio del confine con la Germania. Una decisone dettata dalla paura di vedere i migranti entrare nel suo territorio e - data l'impossibilità di poter proseguire verso la Svezia - restarci per chissà quanto tempo. Ipotesi vista come il fumo negli occhi dal governo di centrodestra guidato dal premier Lars Lokke Rasmussen e sostenuto esternamente del Partito del Popolo, formazione che deve il suo successo elettorale (il 21% alle passate elezioni di giugno) proprio alle forti posizioni anti-immigrati. Le decisioni assunte dai governi svedese e danese preoccupano Berlino, dove non si manca di sottolineare come il trattato di Schengen sia ormai sempre più in pericolo.

Dopo 55 anni (l'ultima volta accadde negli anni '60) da ieri la libera circolazione tra Svezia e Danimarca è dunque sospesa. Chiunque voglia entrare nel paese scandinavo dovrà mostrare i documenti sia che viaggi in traghetto che in pullman all'entrata del ponte di Oresund che collega Copenaghen con la città svedese di Malmo. Chi viaggia in treno dovrà invece cambiare all'aeroporto di Copenaghen. Chi verrà trovato senza documenti verrà rimandato indietro. A pagare per le conseguenze delle nuove misure restrittive non saranno però solo i migranti, ma anche le migliaia di pendolari che ogni giorno attraversano il confine e che già ieri hanno dovuto attendere fino a 50 minuti prima di poter raggiungere il proprio posto di lavoro.

La decisione della Svezia di chiudere le proprie frontiere è tutt'altro che un fulmine a ciel sereno. Segnali di un imminente giro di vite non sono infatti mancati, termometro tangibile di un Paese che ha messo definitivamente alle spalle l'accoglienza che lo aveva caratterizzato in passato: leggi più severe nei confronti dei richiedenti asilo, controlli dei documenti e sospensione temporanee di Schengen si sono alternate in maniera sempre più frequente negli ultimi mesi. Lo stesso stop delle ultime ore era in qualche modo prevedibile. Proprio ieri, infatti, è entrata in vigore la nuova legge che impone alle società di trasporto svedesi di controllare che tutti i suoi passeggeri siano in possesso di un documento valido, prevedendo multe in caso di inadempienza. Un lavoro enorme, tanto da spingere le Sj, le ferrovie di stato svedesi, a interrompere i collegamenti da e per la Danimarca fino a quando non verrà trovata una soluzione.

Due, principalmente, le cause che hanno spinto Stoccolma a chiudersi: la crisi dei migranti, che nel 2015 ha provocato un'inedita crescita degli arrivi e delle richieste di asilo, salite a 150 mila. E la paura del terrorismo, ulteriormente cresciuta dopo gli attacchi di Parigi ma alimentata anche dalla possibilità che tra i profughi possano nascondersi possibili terroristi e dalla consapevolezza che 300 cittadini svedesi - stando alla cifra fornita a novembre scorso dal premier Stefan Lofven, si sono recati in Siria per combattere con l'Is e di questi 120 hanno fatto rientro nel paese.

Comunque sia, la decisione di ripristinare i controlli alla frontiere presa da Svezia e Danimarca rappresentano un ulteriore colpo al trattato di Schengen e, di conseguenza, all'Unione europea. Che accusa il colpo e fino a ieri sera evita qualunque commento. Ma la preoccupazione per la sorte di uno dei suoi principi fondativi a 30 anni dalla sua nascita (venne siglato nel 1985 nell'omonima città lussemburghese), resta altissima. Per evitare il peggio da settimane a Bruxelles si lavora a una revisione in senso restrittivo del trattato insieme a possibili iniziative per proteggerlo dagli attacchi dei parti nazionalisti.

La Commissione europea ha esteso il controllo dei documenti anche ai cittadini comunitari in entrata e in uscita dalle frontiere esterne dell'Ue, ed è stata proposta anche l'istituzione di una guardia costiera e di frontiera europea capace di intervenire in aiuto delle polizie nazionali. Ma anche provando a esternalizzare i confini dell'Ue grazie a trattati come quello siglato con la Turchia o con alcuni paesi africani perché impediscano ai profughi di mettersi in viaggio verso l'Europa. L'idea è quella di creare una sorta di "rete di sicurezza", per dirla con le parole usate dal vicepresidente della commissione Ue Frans Timmermans, che metta in salvo Schengen e con esso l'esistenza stessa dell'Unione europea. Fino a quando, però, non si sa.

 
Mondo postamericano, uno scenario nuovo in cui cresce l'instabilità PDF Stampa
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di Paolo Valentino

 

Corriere della Sera, 5 gennaio 2016

 

La diminuzione progressiva del ruolo globale degli Usa potrebbe anche non essere un fatto negativo. Ma per ora domina un caos devastante e carico di presagi sinistri. "Uno dei rischi del mondo postamericano - non si stanca mai di ripetere Fareed Zakaria - è che le potenze regionali diventano più importanti, ma non per questo si comportano in modo più strategico o più saggio".

L'assunto trova plastica e drammatica conferma nello scontro tra Iran e Arabia Saudita, assurto nell'arco di pochi giorni a conflitto geopolitico con una forte componente di settarismo religioso in una delle aree più instabili del pianeta. Il Grande Medio Oriente, quello emerso dal crollo dell'Impero Ottomano e sopravvissuto con qualche scossone per quasi cento anni, è in piena liquefazione. Dopo decenni di stagnazione autoritaria, scandite da fasi di repressione e guerre fra gli Stati della regione, il vecchio ordine è entrato in una fase di cambiamenti tettonici e distruttivi, di cui al momento è impossibile immaginare l'esito. Siria, Libia, Iraq e Yemen sono ormai soltanto campi di battaglia, pozzi di morte e fonti di milioni di profughi.

Il terrore jihadista controlla intere province e manovra da lontano le sue cellule assassine in Occidente. Nessun Paese mediorientale appare immune da una qualche forma virale di instabilità, siano la volatilità dei confini, la crisi dell'autorità statale o lo scontro etnico: non l'Egitto, non la Turchia, il Libano, la Giordania o i ricchi Emirati del Golfo. La doppia lacerazione religiosa, quella sciita-sunnita e quella interna al mondo sunnita tra islamisti e secolaristi, aggiunge due esplosive torsioni settarie, evocando i fantasmi di una guerra di religione, versione levantina della Guerra dei Trent'anni, che vide cattolici e protestanti dilaniarsi per la supremazia in Europa nel Diciassettesimo secolo.

Ora, che all'origine di questo impazzimento ci sia o meno l'intervento americano in Iraq nel 2003, come alcuni sostengono, è in fondo di relativa importanza. È di una certa efficacia in proposito, il sillogismo di un ex sottosegretario di Stato dell'Amministrazione Obama, Philip Gordon, quando ricorda: "In Iraq siamo intervenuti e abbiamo occupato e il risultato fu un costoso disastro; in Libia siamo intervenuti ma non abbiamo occupato e il risultato è stato un costoso disastro; in Siria non siamo intervenuti e non abbiamo occupato e il risultato è un costoso disastro". Certo, non è detto che la crisi libica e quella siriana si sarebbero prodotte, in assenza del "peccato originale" iracheno. Ma il punto di Gordon è che gli Stati Uniti non possono essere ritenuti i principali, men che meno i soli responsabili dell'attuale caos mediorientale e soprattutto non posseggono più tutte le leve strategiche per risolvere da soli le emergenze della regione. È sicuramente improprio parlare di assenza americana dal Medio Oriente. Dall'accordo nucleare con l'Iran, ai tavoli negoziali avviati per Siria e Libia, dai raid aerei contro Isis-Daesh agli attacchi mirati con i droni antiterrorismo, gli Stati Uniti sono ancora protagonisti a tutto campo. Ciò che è cambiato è l'approccio: l'Amministrazione ha scelto di fare il cosiddetto "offshore balancing", l'equilibrio da lontano, escludendo operazioni di terra e ricostruzione di nazioni e cercando di coinvolgere maggiormente gli attori regionali.

Ma come spiega Zakaria, potenze regionali più attive non significa necessariamente più responsabili, anzi. Inoltre ha comportato un prezzo l'aver escluso, fosse pure solo come deterrenza, la piena opzione militare. Tanto più se, in corso d'opera, la Casa Bianca ha commesso errori gravi di applicazione, come quando nell'estate 2013 il presidente Obama tracciò l'infausta linea rossa contro Assad, minacciando di intervenire se avesse usato le armi chimiche, salvo poi ignorarla e farsi salvare in corner dall'interessata mediazione russa.

È in primo luogo una questione di percezione: avvertendo distante o distratta la Superpotenza amica, il turco Erdogan autorizza la stolta bravata di far abbattere un caccia russo. E oggi, vedendo un'America meno determinata o addirittura più vicina verso Teheran in virtù dell'intesa nucleare, l'Arabia Saudita si consente un gesto incendiario come la pubblica esecuzione di un imam sciita e addirittura la rottura delle relazioni diplomatiche di fronte alle proteste iraniane. A venir progressivamente meno è cioè il ruolo globale degli Stati Uniti. In teoria potrebbe anche non essere negativo, se ci fosse una vera e robusta governance multilaterale, specie in una regione così volatile come il Medio Oriente. Ma non siamo, o non siamo ancora, a questo. Nel mondo postamericano, per adesso, domina un caos devastante e carico di sinistri presagi.

 
L'assalto a Charlie Hebdo e la minaccia permanente PDF Stampa
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di Marco Imarisio

 

Corriere della Sera, 5 gennaio 2016

 

Quella mattina nessuno sapeva bene dove fosse la redazione del giornale. Nel gennaio del 2015 Charlie Hebdo rischiava di chiudere nell'indifferenza generale. Il suo nome era ormai considerato sinonimo di una stagione e di polemiche ingombranti, che non avevano quasi più ragion d'essere.

Le vignette cosiddette blasfeme su Maometto, le polemiche e le minacce erano state derubricate a vicenda unica e particolare, opera di eterni bambini, considerati da molto tempo provocatori di professione e come tali tollerati. Così, quando accadde, lo sbigottimento si mischiò ben presto all'illusione che la strage del 7 gennaio, e quella troppo spesso dimenticata di due giorni dopo in un negozio di alimentari gestito e frequentato da ebrei, fossero le conseguenza di un passato recente, episodi a loro modo circoscritti che facevano parte comunque della nostra epoca, di qualcosa che avevamo già visto e conoscevamo. Il tormentone solidale di Je suis Charlie, la bellissima marcia repubblicana della domenica seguente, il dibattito che si aprì sulla libertà d'espressione senza che però nessuno trovasse la forza di ripubblicare e rimostrare le vignette che erano costate la vita ai loro autori, furono reazioni che si inserivano in un percorso noto, su una strada che sembrava già battuta e preludeva al ritrovamento di una normalità mai, neppure per un istante, messa in discussione.

Ci sono voluti undici mesi per capire che non è stata solo una illusione ma anche un errore. Gli attacchi del 13 novembre, la mattanza al Bataclan e nei ristoranti dell'undicesimo arrondissement, hanno reso evidente il fatto che la strage di Charlie Hebdo non era uno scampolo di passato ma di futuro, l'anticipo di un mondo nuovo nel quale per forza di cose siamo impreparati a vivere, dove non sappiamo come reagire agli eventi e soprattutto non abbiamo idea di come difenderci. I segni erano evidenti, anche quelli della nostra inadeguatezza, a cominciare dalla scoperta che i servizi di sicurezza, francesi e non solo, erano vasi non comunicanti, che tenevano per sé informazioni sensibili, senza condividerle con i colleghi stranieri e al loro interno, non sappia la mano destra cosa fa la sinistra, e viceversa.

L'onda emotiva fu imponente ma tutto sommato di breve durata, si trasformò presto in risacca. La paventata adozione di una specie di Patrioct act alla francese destò reazioni sdegnate e unanimi sui media e venne subito rimandata a data da destinarsi nella soddisfazione generale. Il riflesso pavloviano di attribuire tendenze fasciste e islamofobe a chi contestava un rapido ritorno al politicamente corretto riprese ben presto piede. E la generale voglia di rimozione portò a non dare il giusto peso alla replica in minore di Charlie Hebdo avvenuta a Copenaghen il febbraio seguente, al rosario di attentati falliti o sventati che continuavano a moltiplicarsi in giro per l'Europa, persino ai rari e sparuti allarmi che giungevano dai servizi segreti del Belgio, non proprio un modello di efficienza.

Gli indizi di un nuovo e più invasivo terrorismo erano ben disposti sul nostro tavolo, mancava però la voglia di vederli. C'era anche l'alibi, in fondo è stato più facile pensare che il fulmine aveva colpito laddove ci si aspettava che colpisse, tra quei "masochisti" un po' blasfemi di Charlie Hebdo, la definizione tra virgolette è di Daniel Cohn-Bendit, ma si tratta solo di una tra le tante. I mesi seguenti alla strage del 7 gennaio hanno rappresentato la conferma della nostra incapacità di convivere con il pensiero fisso di una minaccia che non da oggi si è rivelata permanente. Certo, con il senno di poi si può sempre dire tutto. Forse non sarebbe cambiato nulla, forse ci saremmo dentro ugualmente, come poi è avvenuto. Ma Charlie Hebdo non è stata soltanto una strage. È stata anche una occasione perduta.

 
Stati Uniti: più controlli e agenti, stretta di Obama sulle armi PDF Stampa
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di Francesco Semprini

 

La Stampa, 5 gennaio 2016

 

Il piano in 10 punti contro le pistole facili: i venditori dovranno avere un'apposita licenza (anche per l'attività online) e condurre controlli sugli acquirenti. Detto fatto. Barack Obama non perde tempo e da seguito a quanto promesso il primo giorno dell'anno avviando da subito il giro di consultazioni per porre limiti severi alla vendita di armi da fuoco negli Stati Uniti.

L'ultima crociata del presidente contro la circolazione selvaggia di fucili e pistole ha avuto inizio in un incontro con il ministro della Giustizia, la vice Sally Yates, il direttore dell'Fbi, James Comey, e il numero due del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives Deputy Director Thomas E. Brandon. La riunione degli stati generali è avvenuta ieri alla Casa Bianca, e secondo programma l'annuncio ufficiale arriverà alle 11.40 le (17 e 40 in Italia) dalla East room di Pennsylvania Avenue. Il presidente poi interverrà giovedì sera in diretta tv a un dibattito dedicato proprio al controllo delle armi, in coincidenza del secondo anniversario dell'attentato alla deputata Gabrielle Giffords.

Un piano in dieci punti quello di Obama incentrato sul potenziamento dei "background check", i controlli preventivi estesi a tutti, affiancati da un impegno consistente per affrontare il problema anche in tema di salute mentale. Il focus è sui rivenditori di armi da fuoco: che operino online, al dettaglio o nelle molto frequentate fiere di settore, saranno tutti obbligati a detenere un'apposita licenza per la vendita e a condurre accurati controlli e verifiche su tutti gli acquirenti. Il presidente dispone inoltre che l'Fbi incrementi del 50% il suo personale dedicato a condurre tali verifiche, con l'assunzione di oltre 230 nuovi esaminatori. Obama chiede al Congresso di disporre un finanziamento pari a 500 milioni di dollari per affrontare il problema anche sul piano della salute mentale. Un piano che, nelle parole di Obama, potrebbe "salvare vite", anche se non elimina del tutto il problema dei crimini violenti in America.

La sfida alle armi core anche sui social. La Casa Bianca lancia l'hashtag #stopgunviolence per supportare l'iniziativa di Obama. "La lobby delle armi può tenere in ostaggio il Congresso, ma non può tenere in ostaggio l'America. Non possiamo accettare questa carneficina nelle nostre comunità", scrive il presidente.

 
Obama, al via la stretta sulle armi in Usa: oggi i primi provvedimenti PDF Stampa
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La Repubblica, 5 gennaio 2016

 

Duecento nuovi agenti dell'ATF, l'agenzia preposta al controllo delle armi, 500 milioni di dollari per i controlli sulla salute mentale degli acquirenti, verifiche obbligatorie preventive su precedenti penali e sanità psico-fisica di chi acquisterà armi e dei venditori, estensione di tali verifiche anche agli acquisti on line e ai commercianti sul Web. Casa Bianca lancia hashtag: #stopgunviolence.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annuncerà oggi dalla East Room della Casa Bianca i dettagli di quella stretta sulle armi che è determinato a realizzare, scavalcando il Congresso, che accusa di inerzia, e usando i suoi poteri esecutivi. La conferma giunge dalla stessa Casa Bianca, insieme con i primi dettagli sul piano messo a punto dall'amministrazione. E dopo mesi in cui il presidente Usa non ha mai mancato di sottolineare, all'indomani di stragi come quelle di San Bernardino e nei campus universitari, l'esigenza di modificare le normative sulla detenzione delle armi in Usa, Obama passa all'attacco. "La lobby delle armi può forse tenere in ostaggio il Congresso, ma non può tenere in ostaggio l'America. Non possiamo accettare queste carneficine nelle nostre comunità", ha twittato il presidente.

Il piano in 10 punti per il controllo delle armi da fuoco negli Stati Uniti potrebbe "salvare vite", dice il presidente. Dopo un lungo braccio di ferro con il Congresso rimasto immobile, il presidente ha deciso di scavalcarlo, facendo ricorso a quei poteri esecutivi che sono sua prerogativa, inaugurando così l'ultimo anno del suo mandato. La Casa Bianca conferma per oggi, martedì, l'annuncio dalla East Room della residenza presidenziale, e rivela i dettagli fondamentali del provvedimento, incentrato sul potenziamento dei controlli cosiddetti di 'background', affiancati da un impegno consistente per affrontare il problema anche in tema di salute mentale. Un piano che, nelle parole di Obama, potrebbe "salvare vite", anche se non eliminare del tutto il problema dei crimini violenti in America.

Il focus è sui rivenditori di armi da fuoco: che operino online, al dettaglio o nelle molto frequentate fiere di settore, saranno tutti obbligati a detenere un'apposita licenza per la vendita e a condurre accurati controlli e verifiche sugli acquirenti ("background check"). Il presidente dispone inoltre che l'Fbi incrementi del 50% il suo personale dedicato a condurre tali verifiche, con l'assunzione di oltre 230 nuovi esaminatori. Obama chiede al Congresso di disporre un finanziamento pari a 500 milioni di dollari per affrontare il problema anche sul piano della salute mentale. Sembra una risposta a chi sottolinea come in gran parte delle numerose stragi americane le armi vengano usate da persone affette da disturbi mentali.

Il presidente chiede anche ai dipartimenti di Difesa, Giustizia e Sicurezza Interna di condurre, sostenere e sponsorizzare la ricerca in ambito di tecnologia per la sicurezza delle armi. Sono passi "ragionevoli", ribadisce la Casa Bianca, dopo che lo stesso Obama ha sottolineato che le sue decisioni "sono pienamente nell'ambito dei miei poteri e coerenti e in linea con il secondo emendamento della Costituzione Usa, sulla libertà di portare armi".

Tra i primi provvedimenti che il presidente degli Stati Uniti annuncerà, scavalcando anche l'opposizione trasversale di Repubblicani e Democratici, ci sono l'assunzione di 200 nuovi agenti dell'ATF, la branca specializzata nella lotta alla diffusione delle armi, il rafforzamento delle indagini preliminari (che diventeranno obbligatorie) prima di permettere ad un cittadino americano di acquistare armi, l'estensione di tali accertamenti anche per gli acquisti fatti sul Web e corsi di formazione per gli agenti di polizia che sono chiamati spesso ad intervenire per dispute familiari o violenze domestiche. Saranno anche estesi i controlli per la cessione di armi tra familiari: in pratica, l'acquisto di un'arma da parte di un genitore sarà subordinata alla non cessione di essa ai figli o ad altri parenti, se non previo accertamento dei requisiti mentali e legali della persona a cui sarà data.

Circa 30.000 persone vengono uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti ogni anno. La generalizzazione del controllo sulla storia giudiziaria e psichiatrica prima di acquistare un'arma è il cuore della gamma di misure che l'esecutivo ha svelato nelle sue linee principali lunedi sera. Secondo Obama, "questo non impedirà tutti i crimini violenti, sparatorie, ma potenzialmente permetterà di salvare vite umane in questo paese". Dopo sette anni in cui il presidente Usa non ha potuto che esprimere la sua frustrazione dopo le stragi avvenute, Obama ha deciso di agire da solo contro un Congresso dominato dai repubblicani. In tal modo, ha posto questo dibattito al centro della campagna presidenziale in corso. Ma si è esposto anche alle critiche al suo modo di esercitare il potere, come denunciano gli oppositori.

L'Esecutivo intende in particolare tappare falle nel sistema attuale chiarendo la definizione di un trafficante d'armi. Nel viaggiare per fiere, ma anche su internet, è davvero facile oggi negli Stati Uniti acquisire una arma senza i controlli richiesti invece dagli armaioli approvati dalle autorità federali. "Ogni persona coinvolta nella vendita di armi che utilizza per questo Internet o altre tecnologie deve avere una licenza esattamente uguale a quella di un negozio tradizionale", sottolinea in particolare il presidente Usa. La Casa Bianca ha rilevato che, nonostante i difetti esistenti, l'attuale sistema di controllo dei precedenti ha contribuito, nel corso degli ultimi 15 anni, a bloccare la vendita di circa due milioni di armi da fuoco che potevani cadere in "cattive mani". E ritiene pertanto coerente rafforzare tali sistemi di controllo.

La prima reazione alla decisione del presidente Usa di intervenire autonomamente sulla vicenda delle troppe armi circolanti negli Stati Uniti viene dalla candidata alle presidenziali del 2016, Hillary Clinton: "Orgogliosa del piano Obama". "Le decisioni del presidente sulle armi rappresentano una vittoria importante per la sicurezza pubblica", ha aggiunto su Twitter l'ex sindaco di New York Michael Bloomberg, da lungo tempo impegnato in questa lotta.

 
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