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A rischio di incostituzionalità i limiti di pagine per i ricorsi in materia di appalti PDF Stampa
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di Guglielmo Saporito

 

Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2015

 

Consiglio di Stato, decreto 25 maggio 2015.

Massimo 30 pagine, senza barare. Questo è il limite di lunghezza per i ricorsi in materia di appalti deciso dal Consiglio di Stato con la direttiva 25 maggio 2015, di prossima pubblicazione in "Gazzetta Ufficiale". Dal mese successivo a tale pubblicazione, per scrivere fino a 50 pagine servirà un nulla osta dall'organo giudicante, ad esempio per cause su opere strategiche, o di valore superiori a 50 milioni.

La finalità è quella di snellire tempi e procedimenti, e si collega alla possibilità di redigere sentenze brevi (articolo 74 Codice della pubblica amministrazione), di decidere quali motivi esaminare dando precedenza ai motivi immediatamente esaminabili. Le pagine, sono anche definite con specifiche grafiche (corpi e caratteri, interlinee e margini), mentre nulla si dice sull'uso del fronte retro (che pure ridurrebbe pesi e consumi).

Il riordino grafico già riguardava i provvedimenti amministrativi, che possono limitarsi ad allegare (senza trascriverli) altri provvedimenti; nei bandi di gara sono possibili limiti alle descrizioni dei beni e servizi offerti (ad esempio 5 pagine) mentre misure di contenimento sono operanti in Corte di Cassazione (20 pagine più un riassunto di 3 pagine) e nelle Corti europee. Alcuni di questi limiti sono connessi all'uso della telematica, (ma il limite equivale in pdf a molte centinaia di pagine).

L'articolo 40 del decreto legge 90/2014, che consente di imporre limiti quantitativi, sottolinea che il giudice è tenuto ad esaminare le questioni trattate nelle pagine consentite, e quando manca questo esame è possibile impugnare la sentenza. Da ciò si desume che tutto ciò che è scritto nelle pagine eccedenti può essere trascurato dal giudice senza possibilità di appello. Una sanzione del genere è stata ritenuta legittima nelle offerte in gare di appalto (Consiglio di Stato n. 2745/12) ma solo per garantire la par condicio, l'eguale trattamento per tutti i concorrenti.

Se quindi le esigenze di speditezza fanno condividere il limite posto dalla direttiva del Consiglio di Stato, la sanzione dell'omessa considerazione delle pagine eccedenti suscita rilevanti dubbi di costituzionalità.

La difesa in giudizio è garantita dall'articolo 24 della Costituzione, e già la sentenza 345/1987 della Consulta ha esaminato un caso analogo, sul divieto di nominare più consulenti nel processo penale. Nell'attesa di una verifica di costituzionalità, gli studi cercano di correre ai ripari togliendo dai ricorsi tutto ciò che è diversamente documentabile: massime di giurisprudenza, descrizioni tecniche, fotografie, relazioni giurate diventeranno elementi esterni al ricorso e quindi non soggetti al limite di lunghezza.

Stesso incremento avranno i link (ammessi da Tar Cagliari, 91/2012) e i rinvii a Google maps o siti qualificati (Tar Catanzaro 443/2014). E se proprio non si riesce ad essere sintetici, nelle conclusioni potrà parafrasarsi l'espressione di B.Pascal (Lettres provinciales, 16, 1657): "ho scritto un lungo ricorso non avendo il tempo di scriverne uno più breve".

 
Lettere: riflessioni sulla Circolare Dap relativa alle Sezioni per "detenuti violenti" PDF Stampa
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di Laura Baccaro (Psicologa e criminologa)

 

Ristretti Orizzonti, 29 maggio 2015

 

La Circolare GDAP-0186697-2015, del 26 maggio 2015: "Eventi critici" sembra voler distinguere i detenuti "violenti" dagli "altri", chiedendo ai Provveditori di individuare "non necessariamente in tutti gli Istituti e secondo le specifiche esigenze ricettive - alcune Sezioni, appositamente dedicate, ove allocare quei detenuti non ancora pronti al regime aperto ovvero che si siano dimostrati incompatibili con lo stesso: e, questo, non in una logica di "isolamento" o punizione, ma di idonea attività trattamentale che miri ad agevolare, per questi soggetti, il ritorno al regime comune "aperto" e nel contempo, a salvaguardare detto regime da attività negative di prevaricazione e violenza."

 

Mi chiedo come ciò si può configurare nel mantenimento degli "spazi vitali", proprio a partire dalla cd sentenza Torreggiani citata nella Circolare stessa. Ovvero la detenzione in cattività e spazi non adeguati non può essere una delle cause che determinano questi comportamenti nei detenuti? Ma questa è una riflessione che induce a cercare di capire cosa si intende per "violenza".

 

Cosa significa violenza e aggressività

 

Innanzitutto la violenza è un concetto molto complesso e di difficile definizione, in quanto, come tanti altri concetti, da un lato si manifesta con fenomenologie differenti (quindi implica significati, attori, contesti, linguaggi usati per descriverle molto diversi); dall'altro lato rappresenta un concetto che va sempre storicizzato, ovvero che risente inevitabilmente del contesto sociale e storico-culturale in cui nasce e vivifica, traendone da esso legittimità oppure ricevendone una condanna. Di conseguenza la violenza, anzi le violenze, possono trasmettersi di generazione in generazione pressoché immutate, oppure possono mutare e mutano tuttora nel corso del tempo e dello spazio.

Sottolineo che violenza è spesso confusa, semanticamente, con i concetti di forza, potere, devianza, criminalità, aggressività, crudeltà, etc. Nel tempo si è costituita una connessione tra violenza e forza, quasi che la violenza sia un modo o una qualità della forza così da caratterizzarsi come la capacità d'imporsi contro la volontà di un altro, il più debole.

Ad oggi, non c'è accordo tra gli studiosi sulle cause della violenza, per non parlare poi di cosa fare a tal proposito. In letteratura, gli autori hanno individuato e analizzato diversi fattori, biologici, psicologici, socio-culturali, che rispecchiano visioni antropologiche differenti, se non addirittura antitetiche, che rivelano come il tema della violenza appartenga ad una sfera interdisciplinare, alla cui comprensione concorrono contributi di biologia, genetica, psicologia, filosofia, sociologia, ecc. Di conseguenza, non esiste una sintetica ed esaustiva teoria generale della violenza in grado di integrare le diverse interpretazioni teoriche del comportamento violento e sugli interventi possibili.

Va chiarito che aggressività e violenza non sono sinonimi. Basti pensare che nella maggior parte dei comportamenti aggressivi (ad esempio competitività commerciale, giochi, sport, rivalità interindividuale in rapporto alla competizione sessuale, ecc.), non è riconoscibile alcun carattere di violenza; anzi, se si pensa all'aggressività ritualizzata tipica di moltissime situazioni competitive, oltre a non esserci nessuna coercizione fisica o psicologica, l'aggressività che entra in gioco è parte delle regole concordate e come tale non si traduce in un'intrusione prevaricante. Inoltre, a livello antropologico a seconda delle culture, o persino nell'ambito di una stessa cultura, l'aggressività di un individuo o di una collettività viene valutata in termini diversi. In psicologia la violenza viene spesso presentata e spiegata come un comportamento di tipo aggressivo. Ad oggi però non esiste una definizione chiara e universalmente accettata di aggressività: nella revisione della letteratura, infatti, i vari autori, esponenti di impostazioni teoriche diverse, hanno affrontato il problema da diverse angolature che a loro volta rinviano a punti di vista spesso divergenti.

L'aggressività una "parola valigia", in quanto porta dentro di sé significati molto diversi e non distinguibili, ad esempio tra un comportamento e un atteggiamento, un'emozione aggressiva giustificata o ingiustificata, una legittima competizione in ambito professionale, un atteggiamento mentale, un conflitto internazionale, e così via. Molto spesso quindi è un termine che crea ambiguità ed equivoca sul vero significato che vogliamo esprimere.

Per concludere queste riflessioni sembra che il ricordo del significato etimologico del termine aggressività, cioè "andare verso", o anche "superare", stia proprio ad indicare questo concetto di assertività o di potenzialità adattiva non distruttrice.

In generale, in psicologia il termine aggressività è solitamente usato nell'accezione negativa, ovvero si riferisce ad una serie di comportamenti intenzionali che possono causare danni sia fisici che psicologici a se stessi, ad altri o ad oggetti nell'ambiente. Se si adotta la metafora dello spazio territoriale personale, la violenza può essere intesa come una forma di aggressività fisica/psicologica che implica l'uso della forza.

Le forme di aggressione possono essere molto diverse e interrelate tra di loro. In tutti i casi, l'aggressività si esprime con manifestazioni cognitive, emotive e comportamentali che devono essere sempre presenti e che la caratterizzano.

Nel corso del tempo sono state formulate diverse e numerose ipotesi sull'aggressività. Sappiamo per certo che il dolore e il disagio aumentano le risposte aggressive. La frustrazione è un'altra delle principali cause di aggressione. La teoria aggressività-frustrazione afferma che, l'aggressività aumenta se una persona sente che è stata bloccata nel raggiungimento di un obiettivo, se è inaspettata, se ci sono oggetti o situazioni che possono fungere da stimolo che attiva la rete semantica.

 

Si rischia che la violenza istituzionale diventi ancor più strutturale

 

Poiché, come abbiamo visto gli studi scientifici non offrono strumenti per individuare trattamenti e gli operatori non sembrano essere stati "formati" la circolare esplicita che "la doverosa risposta dell'Amministrazione deve essere immediata", ovvero cosa devono fare gli operatori? Quale intervento devono mettere in atto? La circolare dice che gli interventi vanno effettuati "sia sul versante disciplinare attraverso la tempestiva convocazione del consiglio di disciplina, sia sul versante penale, qualora il fatto integri gli estremi di reato, mediante comunicazione all'autorità giudiziaria".

Ecco qua il trattamento per non uscire dal carcere. La repressione che alimenta la violenza perché il confine tra violenza e potere è assai permeabile e indefinito, anche se la violenza si differenzia dal potere per la sua volontà di nuocere, ma è comunque apparentata alla forma relazionale del potere e ne rappresenta, in un certo senso, una sua degenerazione o estremizzazione. Sottolineo che la violenza è una forma di relazione con poteri sbilanciati, e in questo sta il suo senso più vero. Questo significa che i persecutori e le vittime si riconoscono vicendevolmente.

Alcuni Autori hanno studiato varie forme di violenza e mi interessa soffermarmi velocemente sui concetti di violenza culturale e strutturale. Intendo come violenza culturale la "cultura penitenziaria" usata per giustificare e legittimare le altre forme di violenza che, poiché, ritenuta espressione del potere istituzionale viene data come scontata, cioè giusta e necessaria. E la violenza strutturale è violenza in se stessa, che non è provocata da atti di commissione intenzionali, ma da continui atti di omissione e di esclusione di persone. È quella che serpeggia insidiosamente nelle nostre istituzioni, mutevole, che assume le forme delle gerarchie, delle necessità, dell'organizzazione, delle leggi e delle circolari, etc.

È la legge o la circolare che ci legittima ad escludere dall'accesso al trattamento dei detenuti in virtù della supposizione che sono "violenti". È l'istituzione che mostra la sua faccia violenta nella sua necessità di continuare a confermare delle pratiche di esclusione, quasi la necessità di creare un capro espiatorio "interno" agli esclusi.

La colpa poi è data ai detenuti, ovviamente, che "si siano dimostrati incompatibili" con il regime aperto. Mi chiedo quali siano gli "eventi critici"? Le aggressioni agli agenti? Qualche denuncia che il personale ha fatto all'Amministrazione penitenziaria? Qualche furto avvenuto in cella? Il fatto che lascio tutti i detenuti in un "gabbione aperto" e si arrangiano tra di loro? Che come agente sto fuori dalla sezione e non guardo cosa succede? Oppure gli eventi critici sono quei detenuti che non vogliono uscire dalle loro celle, che temono di essere derubati delle loro cose, che si annoiano a ciondolare senza senso in corridoio, senza nulla da fare e con niente da dire. Detenuti che sottolineano le criticità del "regime aperto" fatto solo velocemente per rispondere alla sentenza Torreggiani, regime spesso non capito dal personale stesso e imposto per evitare sanzioni e rischiami dall'Europa. Regime che "butta fuori" dalle celle e non offre altre alternative ai detenuti se non di annoiarsi ancor di più che davanti alla televisione!

Un regime di cattività che non potrà che inasprire e legittimare quasi qualsiasi trattamento anche "inumano e degradante" che i tutori dell'istituzione sono chiamati a mettere in atto, cioè legittimati e deresponsabilizzati dei loro atti. Si rischia così che la violenza istituzionale diventi ancor più strutturale, o meglio, necessaria agli operatori per dare un senso al loro lavoro.

Ricordo che in Italia manca il reato di tortura, inoltre il limite con i "trattamenti inumani e degradanti" viene ben superato da questa circolare che sembra voler riprendere l'organizzazione degli ospedali psichiatrici e creare le sezioni degli "agitati" o dei "violenti", chissà se anche dei "luridi".

Attenzione che inoltre l'attività trattamentale di prevenzione alla violenza non è rivolta agli autori di reato che all'uscita del carcere possono ricommettere reati violenti, es. reati di violenza in famiglia o per i sex offenders per i quali sarebbe previsto dalla normativa vigente un trattamento idoneo, ma bensì un trattamento per "stare in carcere". Nel nome del trattamento viene praticata, dal punto di vista organizzativo, una esclusione dentro all'esclusione, non finalizzata al reinserimento sociale ma bensì all'inserimento interno al carcere stesso.

Chiudo con la frase di Bertolt Brecht: "tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo contengono".

 
Umbria: diritto allo studio per i detenuti, firmato accordo tra Università e Prap PDF Stampa
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Ansa, 29 maggio 2015

 

Firmato, a palazzo Murena, sede del rettorato dell'Università degli studi di Perugia, un protocollo d'intesa per l'istituzione del Polo universitario penitenziario dell'Umbria. L'accordo, di durata triennale, con contenuti e finalità innovative, intende favorire il diritto allo studio e, in particolare, l'accesso agli studi universitari dei detenuti ospitati negli istituti penitenziari dell'Umbria, garantendo la qualità dell'apprendimento, la coerenza con il programma individualizzato di trattamento redatto per i condannati e contribuendo al mantenimento di condizioni di detenzione dignitose.

L'intesa - riferisce una nota dell'ateneo - coinvolge l'Università, il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per l'Umbria, l'Agenzia per il diritto allo studio universitario dell'Umbria e il Garante delle persone sottoposte alle misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Umbria.

"È frutto di dieci mesi di lavoro - ha spiegato il prof. Carlo Fiorio - e, per diventare operativo, dovrà essere regolato da accordi esecutivi. La situazione dell'istruzione universitaria negli istituti penitenziari italiani è di 413 detenuti iscritti all'Università e, nell'anno 2013-2014, di 72 laureati. L'intesa odierna potrà contribuire a migliorare l'istruzione universitaria e la formazione dei detenuti, grazie alla disponibilità dell'Ateneo di Perugia e dell'Adisu, con l'obiettivo di avvicinare la loro condizione a quella degli studenti liberi".

Il protocollo - prosegue la nota - è propedeutico ad alcuni obiettivi come il reperimento di spazi adeguati negli istituti penitenziari per attività didattica; con lezioni frontali, ma anche mediante e-learning, creando un sistema di Intranet che, coinvolgendo penitenziari e università, abbia caratteristiche di sicurezza e di erogazione di strumenti didattici di cui i detenuti-studenti possano effettivamente beneficiare. "Sono grato al professor Fiorio e a quanti hanno collaborato con lui per arrivare alla stesura dell'intesa firmata oggi - ha detto il rettore Franco Moriconi.

Il nostro ateneo è interessato a dare il suo apporto per migliorare il livello di formazione di tutti. Questo protocollo, che segna un importante punto di partenza, si affianca al lavoro dei dipartimenti di Agraria e Veterinaria, entrambi impegnati in attività di collaborazione con detenuti". "Il protocollo dà attuazione a una previsione dell'ordinamento penitenziario che pone l'istruzione, e quindi la formazione e la cultura, come uno dei principali elementi del trattamento penitenziario - ha sottolineato Ilse Runsteni, provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per l'Umbria. La convenzione con l'Università di Perugia dà opportunità, a tutti i detenuti dei quattro istituti della regione, di usufruire e beneficiare dei percorsi formativi proposti dall'Università di Perugia".

 
Toscana: assistenza psicologica in carcere, dalla Regione finanziamento di 300mila euro PDF Stampa
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Italpress, 29 maggio 2015

 

Prosegue anche per il 2015 e 2016 il sostegno della Regione Toscana per l'assistenza psicologica in carcere. Nella sua ultima seduta la giunta regionale ha deliberato, per il biennio 2015-2016, un finanziamento di 300.000 euro, che verranno distribuiti tra tutte le aziende sanitarie toscane in cui sono presenti istituti di detenzione (tutte le Asl, tranne la 12 di Viareggio): in Toscana ci sono 18 istituti per adulti e 2 per minori.

Ogni Asl sede di istituto penitenziario dovrà presentare un progetto specifico per aumentare le ore complessive di assistenza psicologica assicurate nell'istituto penitenziario di competenza, per contrastare, con azioni mirate anche in relazione alla tipologia di detenuti presenti, il disagio psicologico indotto dalla detenzione. Sia nel biennio 2011-2012 che nel 2013-2014 sono stati finanziati progetti di assistenza psicologica in carcere, che hanno avuto ricadute positive sullo stato di salute della popolazione detenuta. Per questo la Regione ha deciso di continuare a sostenere progetti specifici di assistenza psicologica.

 
Piemonte: il Garante dei detenuti "verso rete museale sulla storia della penalità" PDF Stampa
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Ansa, 29 maggio 2015

 

Una rete museale sulla storia della penalità in Piemonte: è il titolo, ma anche il programma di lavoro, che è stato affrontato oggi da un seminario introdotto dal Garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e al quale hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Commissione Cultura Daniele Valle e l'assessore alla Cultura Antonella Parigi.

"Nella nostra regione - ha detto Mellano - esiste un significativo patrimonio storico e culturale costituito dagli edifici che sono stati in passato sedi di carcere o luoghi di detenzione. Realtà diverse, a volte valorizzate e adibite ad altri usi, a volte dimenticate o trascurate. Testimonianze della storia che non merita di andare perduta".

Valle e Parigi hanno sottolineato la necessità di lavorare in rete per uscire dall'ottica della valorizzazione di singole strutture e creare un sistema capace di promuovere il patrimonio carcerario presente sull'intero Piemonte. I professori dell'Università di Torino Claudio Sarzotti, curatore scientifico del Museo della memoria carceraria della Castiglia di Saluzzo e Laura Scomparin, direttore del dipartimento di Giurisprudenza, hanno manifestato l'interesse degli atenei torinese e del Piemonte orientale all'iniziativa.

 
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