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Giustizia: strategie difensive indebolite sulla prescrizione PDF Stampa
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di Antonio Ciccia

 

Italia Oggi, 6 marzo 2015

 

Il disegno di legge licenziato dalla Commissione Giustizia della Camera di riforma della prescrizione neutralizza il tempo per le perizie e per la ricusazione del giudice e anche per le rogatorie. Si tratta di tempi morti e il ragionamento è che del periodo di attesa non se ne deve avvantaggiare l'imputato.

Il disegno di legge fissa, però, l'inizio e la fine del periodo di sospensione per ciascun caso, anche se non lascia l'imputato in balia di decisioni altrui. Per ogni periodo di sospensione si fissa, infatti, un termine massimo. Per le rogatorie all'estero il tempo della prescrizione si ferma dal provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l'autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria. Per le perizie la sospensione del termine di prescrizione opera solo per quelle che comportano pareri di particolare complessità.

Su questo punto potranno scatenarsi battaglie processuale, perché può essere incerto il grado di complessità del parere. D'altra parte la legge non fissa i parametri per valutare la complessità della perizia (numero quesiti, particolare difficoltà del quesito, o altro). Questo implica che è fortemente in dubbio la predeterminazione del termine necessario a prescrivere, e questo contraddice l'esigenza di calcolo certo del momento in cui si estingue la pretesa punitiva dello stato. Si consideri, infatti, che è rimessa alla discrezionalità del giudice la decisione se ammettere o meno una perizia, ma anche la valutazione della sua complessità ai fini del calcolo della prescrizione.

La legge fissa termine iniziale e termine finale della sospensione: si va dal provvedimento di affidamento dell'incarico sino al deposito della perizia e comunque per un tempo non superiore a tre mesi. Va anche aggiunto, però, che il termine di tre mesi non è congruo rispetto al parametro della particolare complessità. Se la perizia è particolarmente complessa gli accertamenti peritali possono trascinarsi ben oltre il trimestre.

Altro caso di nuova sospensione è rappresentato dalla presentazione di dichiarazione di ricusazione del giudice ai sensi dell'articolo 38 del codice di procedura penale. Qui siamo di fronte alla iniziativa della difesa l'imparzialità dell'organo giudicante. Al fine di scongiurare azioni strumentali, la prescrizione risulterà sospesa dalla data della presentazione della stessa fino a quella della comunicazione al giudice procedente del provvedimento che dichiara l'inammissibilità della medesima. Del tutto originale è, poi, il nuovo istituto che neutralizza un certo periodo di tempo a partire dalla sentenza di condanna tra i vari gradi di giudizio.

Quindi l'avvenuta condanna allungai termini di prescrizione tra i vari gradi di giudizio: in sostanza vi è motivo di ritenere che la pretesa punitiva sia fiondata e non si vuole dare al condannato motivo per sfruttare lungaggini processuali.

Tra il primo e il secondo grado di giudizio la prescrizione si accantona per un biennio, mentre tra appello e sentenza definitiva la sospensione dura un anno. Se però la condanna non viene confermata i periodi di sospensione ritornano a essere conteggiati ai fini della prescrizione: la legge dice, infatti, che i periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computai ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha assolto l'imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all'accertamento di responsabilità.

Altro profilo rilevante della legge è l'aumento del termine di prescrizione dei reati di corruzione. Si prenda per esempio la corruzione per atti di ufficio. Si prevede l'incremento della metà del termine di prescrizione, che passa da sei a nove anni. Inoltre con le sospensioni previste, a partire da quelle descritte in caso di condanna il periodo si allunga ulteriormente.

 
Giustizia: processo su trattativa Stato-mafia. Cirignotta "Sul Dap comandava Di Maggio" PDF Stampa
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di Sandra Rizza

 

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015

 

Un ex funzionario spiega il ruolo dell'uomo voluto da Scalfaro. Adalberto Capriotti era un'animella, non contava nulla. A comandare era Di Maggio". Parola di Salvatore Cirignotta, nel 1994 dirigente dell'ufficio detenuti del Dap, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, oggi manager della Asp di Palermo, che ieri ha deposto nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Rispondendo alle domande del pm Nino di Matteo, il manager ha confermato in aula che a volere Di Maggio nel ruolo di vice-direttore del Dap era stato nel 1993 l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro: "Di Maggio lo diceva apertamente: mi devono sopportare - ha spiegato Cirignotta - perché sono stato messo qui da Scalfaro e per tutti i sette anni del suo mandato non mi possono fare niente".

Il testimone ha poi parlato della fuga di Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, evaso dal carcere di Padova nel 1994. Sottolineando i rapporti stretti tra Di Maggio e il colonnello Enrico Ragosa, che proveniva dai servizi segreti e poi divenne responsabile della segreteria di sicurezza del Dap, ha detto: "Ragosa mi chiese il fascicolo di Maniero. È una mia congettura, ma penso che i servizi potrebbero avere contribuito all'evasione".

Recentemente rinviato a giudizio per una fornitura milionaria di pannoloni alla Asp di Palermo, Cirignotta ha infine raccontato che Di Maggio a Roma "abitava nella stessa casa del colonnello Umberto Bonaventura", in servizio al Sismi, e che quest'ultimo gli era stato presentato come "un collaboratore del generale Mori". Dulcis in fundo: "Dopo l'inchiesta Mani Pulite, Scalfaro e il capo della Polizia Parisi erano convinti della necessità di far entrare il Viminale nell'amministrazione delle carceri, a tutela della classe politica.

La gestione dei pentiti era considerata importante, c'era un interesse a tenerli sotto controllo per quello che potevano dire dei politici. Nicolò Amato, l'ex capo del Dap, non avrebbe mai acconsentito ad una cosa del genere". Poi il manager ha ritenuto di precisare: "Sto parlando di sensazioni". Il pm Di Matteo, infine, ha chiesto di citare in aula i pentiti Vito Galatolo e Carmelo D'Amico.

 
Giustizia: processo per irregolarità in appalti Dap, cadono accuse a ex direttore Ragosa PDF Stampa
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Askanews, 6 marzo 2015

 

Non fu commesso alcun reato di turbativa d'asta o abuso d'ufficio nel centro amministrativo Giuseppe Altavista del Dap, all'epoca in cui Enrico Ragosa era direttore generale risorse materiali, beni e servizi del Dipartimento amministrazione penitenziaria.

Il Gup del tribunale di Roma, Maria Grazia Giammarinaro, in particolare, ha fatto cadere tutte le contestazioni. Nei confronti di Ragosa, assistito dall'avvocato Marco Franco, è stato dichiarata una sentenza di non luogo a procedere "perché il fatto non sussiste", come sottolinea il suo difensore che si dice "soddisfatto per la decisione odierna, ma dispiaciuto nel dover constatare che si è dovuti arrivare fino all'udienza preliminare, quando c'erano a nostro parere tutti gli elementi per una sollecita archiviazione".

Il caso che ha coinvolto Ragosa, chiamava in causa anche altri tre funzionari del Dap ed un imprenditore. In particolare, in base alla ricostruzione del pubblico ministero, si faceva riferimento all'acquisto di apparecchi radio da collocare sulle auto di servizio. Dopo una ispezione ministeriale erano state riscontrate alcune improprietà e di lì era stata avviata in breve una indagine. Ragosa è stato una vita nell'antimafia, anche al fianco di Giovanni Falcone.

Il generale, carriera di grande merito nell'esercito, vanta un curriculum di tutto rispetto. Dopo gli incarichi al Sismi c'è stato il lavoro nel settore delle carceri e la fondazione del Gom (Gruppo operativo mobile), fiore all'occhiello della penitenziaria. Nel procedimento concluso oggi era stata coinvolta anche Claudia Greco, la donna che per oltre trent'anni aveva ricoperto il ruolo di direttrice del centro Altavista. Anche per lei è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere.

 
Giustizia: il teatro-carcere torna protagonista per la giornata nazionale a fine marzo PDF Stampa
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Adnkronos, 6 marzo 2015

 

Al via, il 27 marzo 2015, la seconda Giornata nazionale del teatro in carcere. L'iniziativa, istituita solo lo scorso anno, si celebra in concomitanza con la 53a Giornata mondiale del Teatro (World Theatre Day) indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro presso la sede Unesco di Parigi. Nei primi giorni di marzo sarà reso noto il nome della personalità alla quale la Comunità internazionale del Teatro affiderà la composizione del messaggio per il World Theatre Day che sarà, come di consueto, tradotto in oltre 35 lingue e letto in tutte le sedi nelle quali si svolgeranno le celebrazioni.

Alla passata edizione hanno aderito 44 istituti penitenziari con 60 iniziative in 17 regioni italiane: uno scambio tra dentro e fuori che evidenzia l'importanza di costruire ponti tra il carcere e il proprio territorio, utilizzando proprio l'arte del teatro. Quest'anno si prevede un ulteriore incremento delle iniziative e dei contesti coinvolti (il programma sarà costantemente aggiornato sul Sito del Coordinamento nazionale Teatro in carcere (www.teatrocarcere.it).

Le attività teatrali costituiscono un elemento fondamentale per una reale crescita del percorso di risocializzazione delle persone detenute: questo è il punto di partenza che ha indotto il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) a sottoscrivere, il 18 settembre 2013, il protocollo d'intesa per una maggiore promozione del Teatro in Carcere in Italia.

L'obiettivo è di realizzare in ogni regione una Scuola di formazione professionale di arti e mestieri collegati al teatro, al cinema, all'arte e alla cultura in generale. Il 23 luglio 2014 il protocollo viene esteso alla partecipazione dell'Università Roma Tre al fine di collaborare in modo non episodico per la promozione di iniziative di studio e ricerca. In funzione di tale intesa sarà celebrata la seconda Giornata nazionale del Teatro in Carcere. Il teatro è presente in oltre cento carceri italiane e non c'è altra nazione al mondo con un'esperienza così diffusa e qualificata sia dal punto di vista artistico che educativo.

 
Giustizia: Mario Rossetti "Credo nella giustizia dei tribunali, non in quella delle carceri" PDF Stampa
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intervista di Vittorio Zincone

 

Sette-Corriere della Sera, 6 marzo 2015

 

L'ex direttore finanziario di Fastweb, arrestato nel 2010, è stato a San Vittore, Rebibbia e poi ai domiciliari. Assolto in primo grado, ha scritto un libro: "Le celle educano solo a delinquere, costano 3 miliardi all'anno e tanti suicidi".

Sei finanzieri che arrivano all'alba, lo ammanettano e portano via pure le catenine d'oro dei figli con incise le dediche dei nonni. Il sequestro di tutti i beni. Anche di quelli della moglie. L'accusa infamante di associazione a delinquere transnazionale. L'immersione nel gorgo kafkiano delle carceri italiane. L'assoluzione, nel silenzio imbarazzato di chi lo aveva sbattuto in prima pagina. Quella di Mario Rossetti, 51 anni, ex direttore finanziario di Fastweb, è una storia da film. Lui ci ha scritto un libro: "Io non avevo l'avvocato" (Mondadori)

Rossetti entra a San Vittore il 23 febbraio 2010. È accusato di aver partecipato a un carosello di false fatturazioni milionarie nel caso Fastweb-Telecom Italia Sparkle. Poi viene trasferito a Rebibbia. Si fa otto mesi di domiciliari, il 17 ottobre 2013 arriva la sentenza di primo grado: assolto. L'intervista si svolge nella sua casa meneghina. Il terrazzo si affaccia (beffardamente?) sulla sede del Tribunale di Milano, il manager legge e traduce la frase di Cicerone incisa sulla facciata: "Sumus ad iustitiam nati... Siamo chiamati alla giustizia sin da quando siamo nati...".

Sorride amaro. Appena ci sediamo confesso: "Di lei e di Silvio Scaglia, l'ex amministratore delegato di Fastweb, anche lui accusato, incarcerato e poi assolto, ho sempre pensato: se sono finiti in prigione un motivo ci sarà". Replica: "In Italia sembra naturale diffidare di chi ha successo professionale. E ipotizzare che uno possa essere bravo e innocente è troppo banale".

Io: "È difficile immaginare che nel 2015 si possa finire nelle patrie galere senza aver fatto nulla e senza aver nulla da rimproverarsi". Lui: "Se così non fosse non avrei avuto il coraggio di scrivere questo libro". Chiedo: "Non lo ha scritto per influenzare il processo d'appello?". Risponde: "No. Gli avvocati me lo hanno addirittura sconsigliato. L'ho scritto per tre motivi: i miei figli, l'utilizzo violento della custodia cautelare e l'inutilità del carcere".

 

Partiamo dalla custodia cautelare.

"Io sono figlio di un carabiniere. Credo nella giustizia e ho avuto giustizia in un'aula di tribunale. Ma perché in Italia si nega così facilmente la libertà a un indagato? Se anche fossi stato colpevole io non avrei potuto reiterare il reato né inquinare le prove perché nel 2010 avevo lasciato il mio ruolo operativo in Fastweb da 5

anni. E non c'era nessun pericolo di fuga. Sa qual è la verità?".

 

Quale?

"Gli stessi magistrati hanno talmente poca fiducia nel sistema giudiziario che intanto ti fanno scontare la pena preventivamente. Mentre parliamo ci sono circa diecimila persone in carcere senza aver subito neanche il processo di primo grado. Nel mio caso c'è stato anche lo sputtanamento mediatico gratuito, che ha avuto un ruolo importante nel procedimento".

 

Perché?

"Inserire tra gli accusati i vertici di una società telefonica ha dato visibilità a un'inchiesta che altrimenti sarebbe stata una semplice storiacela di malavita".

 

Mentre era in carcere ha mai pensato di confessare qualcosa pur di uscire?

"Se avessi avuto qualcosa da confessare lo avrei fatto dopo 30 secondi. I pm mi hanno accusato seguendo il principio per cui una persona con la mia competenza non poteva non capire che era in corso una truffa miliardaria con la complicità di due dipendenti Fastweb".

 

Lei crede nella giustizia, ma non ama i pm. Le piace la "riforma Orlando" che prevede la responsabilità civile dei magistrati?

"Mi pare che vada nella giusta direzione. Se un chirurgo perde sotto i ferri cinque pazienti il sesto lo si fa curare a qualcun altro. Se su dieci persone che un pm sbatte in galera poi nove risultano innocenti gli si può consigliare di fare un altro mestiere? Lo sa ogni anno quante persone finiscono in carcere e poi risultano innocenti?".

 

No.

"Nemmeno io. Ho chiesto il dato a ministeri, tribunali, giornali, radio... Ma niente. È un mistero. Le pare normale? Ecco, senza modificare le prerogative dei pm e magari affidandone a loro la gestione, sarebbe bello che nei nostri tribunali ci fosse più trasparenza e accountability".

 

E carcere.

"Non rieduca. Educa... a delinquere. Sono uscito con una cultura approfondita sullo spaccio e le rapine".

 

Non esageri.

"Bisognerebbe fare una riflessione seria e culturalmente alta su che cosa vogliamo che sia il carcere in Italia. Invece gli unici a parlarne sono i radicali".

 

Lei si è fatto un'idea?

"So che non dovrebbe essere come è. In questo momento ci sono circa 50 mila persone che poltriscono dentro strutture antiquate e inadeguate a qualsiasi intento rieducativo. Il sistema carcerario costa circa 3 miliardi di euro all'anno. Tre miliardi per mantenere luoghi in cui ci si animala e si muore. L'anno scorso ci sono stati 43 suicidi tra i detenuti e una dozzina tra le guardie carcerarie. Lì dentro si vive nell'illegalità e nel disagio".

 

Il suo disagio.

"Oltre alla claustrofobia di cui nessuno ha tenuto conto? L'impossibilità di provvedere alla tranquillità della mia famiglia, dei miei figli. Al momento dell'arresto erano troppo piccoli per capire che cosa stesse succedendo, ma abbastanza grandi da ricordarsi il padre in manette. La violenza principale i pm l'hanno usata contro di loro, E contro mia moglie Sophie, lasciata con tre figli senza i soldi per pagare le bollette".

 

I magistrati pensavano che i suoi beni fossero frutto di illeciti.

"Neanche i figli minorenni di Totò Riina andrebbero lasciati senza i soldi per mangiare e sopravvivere".

 

Dopo il carcere e gli arresti domiciliari lei ha ripreso a lavorare?

"Sì, faccio soprattutto consulenze. Quando ho lasciato Fastweb, nel 2005, mi sono iscritto a un master triennale per imprenditori ad Harvard. Ogni volta che tornavo in Italia pensavo con tristezza alle differenze tra il modo di fare business negli Stati Uniti e in Italia. Se potessi vorrei spiegare ai pm che mi hanno fatto arrestare che cosa vuol dire fare impresa nel nostro Paese".

 

A cena col nemico?

"Con Piero Grasso".

 

Il presidente del Senato?

"Sì. Nel 2010 era procuratore nazionale antimafia. Il giorno del mio arresto commentò soddisfatto che quello che emergeva dalle indagini era una "strage di legalità". Ora, un magistrato non può e non deve scusarsi, ma la seconda carica dello Stato, forse qualche parola sul nostro caso potrebbe spenderla".

 

Nel suo libro lei racconta che al momento dell'arresto chiamò Lucio, un amico avvocato. Perché allora ha intitolato il volume "Io non avevo l'avvocato?".

"Il titolo me l'ha suggerito l'attore Antonio Albanese, a cui una sera ho raccontato la mia storia. Il senso è che non essendo io un delinquente al momento dell'arresto non avevo un avvocato pronto a intervenire. Chiamai Lucio perché con lui corro spesso all'alba e ho immaginato che fosse sveglio". Corre ancora?

"Quattro volte a settimana. Con un gruppo di amici. Ci chiamiamo i Turbolenti. La corsa è uno dei segreti della mia sopravvivenza". Il suo libro diventerà un film? "Non lo so. Non credo".

 

Il suo film preferito?

"Dovrei dire Train de vie perché è il film mio e di mia moglie. Ma ho amato molto anche La versione di Barney".

 

La trasmissione tv?

"Master Chef è un must per i miei figli. Lo vedo con loro".

 

La musica?

"The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd".

 

Il libro?

"La linea d'ombra di Joseph Conrad".

 

Ha letto molto in carcere?

"Sì, ma cose leggere, soprattutto gialli, Camilleri...".

 

Pensavo che mi dicesse che ha studiato a memoria "Il conte di Montecristo": storia di una carcerazione ingiusta e di una vendetta feroce.

"Non credo che la vendetta ti possa restituire nulla. E mi creda quando le dico che non ho scritto il libro per un interesse personale. L'ho scritto per chi non può reagire. Io, a differenza di migliaia di persone che subiscono ingiustizie, ho la fortuna di avere una voce e, paradossalmente, ho avuto la fortuna di essere stato costretto dalla sfortuna ad andare oltre".

 

La fortuna della sfortuna?

"È un paradosso. La sfortuna è stata la malattia che si è portata via il mio figlio più piccolo, Leone, nel febbraio 2014. Aveva cinque anni. Da quel momento la prospettiva della mia vita è cambiata. E i miei guai giudiziari sono andati sullo sfondo".

 
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