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Infortuni sul lavoro, reato di omessa elaborazione del documento di valutazione dei rischi PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2015

 

Prevenzione degli infortuni sul lavoro - Reato di omessa elaborazione del documento di valutazione dei rischi - Soggetto attivo - Individuazione.

In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, qualora in un medesimo ambiente operino stabilmente più lavoratori, dipendenti da datori di lavoro diversi e non legati tra loro da alcun rapporto di appalto o da altro rapporto giuridicamente rilevante, ciascun datore di lavoro è tenuto alla elaborazione del documento di valutazione dei rischi, ai sensi degli articoli 28 e 29 D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, che contemplano fattispecie di reato le quali si pongono in relazione di continuità normativa con l'ipotesi contravvenzionale prevista dall'articolo 4 D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 24 aprile 2015 n. 17119.

 

Prevenzione degli infortuni sul lavoro - Subappalto - Piano operativo di sicurezza delle imprese subappaltatrici - Trasmissione al coordinatore per l'esecuzione dei lavori - Obbligo - Violazione - Reato di cui agli articoli 97 e 159 D.Lgs. n. 81/2008 - Configurabilità - Esclusione - Illecito amministrativo di cui agli articoli 101 e 159 D.Lgs. n. 81/2008 - Sussistenza.

Il legale rappresentante della società appaltatrice che omette di trasmettere al coordinatore per l'esecuzione dei lavori i piani operativi della sicurezza relativi alle imprese affidatarie delle opere in regime di subappalto, dopo averne verificato la congruenza rispetto al proprio, risponde dell'illecito amministrativo di cui agli articoli 101 e 159, comma II, lett. d), del D.Lgs. n. 81/2008 e non del reato previsto dagli articoli 97 e 159, comma II, lett. c), del citato D.Lgs., atteso che quest'ultimo sanziona la condotta di mancata verifica della congruenza dei piani operativi di sicurezza delle imprese rispetto al proprio, anteriormente alla trasmissione degli stessi, mentre il primo presidia l'inadempimento dell'obbligo meramente esecutivo dell'invio dei documenti.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 4 febbraio 2015 n. 5172.

 

Prevenzione degli infortuni sul lavoro - Documento di valutazione dei rischi - Obbligatorietà - Sussistenza - Modalità di Redazione - Contenuto.

Il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ha l'obbligo giuridico di analizzare e individuare, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all'interno dell'azienda e, all'esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall'articolo 28 del D.Lgs. n. 81/ 2008, all'interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.

• Corte di cassazione, sezioni Unite, sentenza 18 settembre 2014 n. 38343.

 

Lavoro - Prevenzione infortuni - Sul lavoro - Contratti d'appalto o d'opera o di somministrazione - Reati - Omessa elaborazione del documento di valutazione dei rischi - Soggetto attivo - Individuazione.

In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la contravvenzione di omessa elaborazione del documento di valutazione dei rischi in caso di contratto d'appalto, d'opera o di somministrazione - già denominato come piano di sicurezza e coordinamento nel d. lgs. n. 626 del 1994 - deve ritenersi, a seguito della sua riconfigurazione ad opera dell'articolo 26 d. Lgs. n. 81 del 2008, un reato proprio del committente e non può pertanto più essere imputata anche al datore di lavoro appaltatore.

• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 16 gennaio 2013 n. 2285.

 
Lettere: la giustizia non è vendetta, senza misericordia muore PDF Stampa
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di Giuseppe Fiorini Morosini (Vescovo di Reggio Calabria)

 

Il Garantista, 10 luglio 2015

 

Una lettera ai detenuti in occasione del Giubileo sul perdono indetto da Papa Francesco.

Dopo il suicidio del detenuto Giuseppe Panuccio, avvenuto la settimana scorsa nel carcere di Arghillà, Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, Arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, ha deciso di scrivere una lettera indirizzata a tutti i carcerati. Si tratta di una lunga lettera che racchiude un messaggio di speranza, ma anche un invito alla riflessione, all'espiazione, al riconoscimento pubblico della colpa commessa e la richiesta di perdono, alla dissociazione e alla collaborazione con le autorità dello Stato. Qui di seguito il testo integrale della missiva.

Carissimi fratelli, avevo pensato di scrivervi questa lettera in ottobre per annunziarvi le iniziative che con i vostri Cappellani prenderemo per il prossimo Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco e che, per l'appunto, inizierà il prossimo 8 dicembre. La triste vicenda del suicidio, l'altro giorno, nel Carcere di Arghillà, mi ha spinto a farlo subito. Solo qualche commento è stato fatto su quella morte, quasi fosse stata una morte naturale. Dinanzi a quella salma Chiesa e Società abbiamo raccolto un fallimento della nostra azione nelle Carceri. La disperazione ha prevalso sulla certezza della misericordia e del perdono. Vi scrivo, pertanto, per darvi speranza.

Con la celebrazione di questo Giubileo il Papa ha voluto ancora una volta presentare il volto materno della Chiesa, che, a sua volta rivela quello misericordioso di Dio. Scrive Papa Francesco nel documento di indizione del Giubileo: L'architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell'amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia.

So quanto sia difficile aprire con voi e su di voi un discorso sulla misericordia, in un contesto culturale e mediatico esasperato da un concetto di giustizia, che alcune volte ha solo il sapore amaro e sterile della vendetta. È lo stesso Papa che lo afferma citando le parole di S. Giovanni Paolo II: La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l'uomo, il quale, grazie all'enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia.

Ma, a costo di essere frainteso, io voglio farlo, richiamandovi alla mente alcuni valori e impegni cristiani, che dovranno essere vissuti in questo prossimo Giubileo della misericordia.

Lo faccio nella prospettiva di offrire a tutti l'occasione della misericordia, secondo quanto scrive il Papa: La parola del perdono possa giungere a tutti e la chiamata a sperimentare la misericordia non lasci nessuno indifferente. Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita.

1. La misericordia di Dio è speranza che apre alla vita non alla morte.

La rivelazione cristiana di Dio, che mostra la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, vi deve accompagnare sempre, soprattutto nei momenti più difficili della vostra detenzione, durante i quali voi ripensate in modo forse drammatico la vostra vita. Dio vuole il pentimento che redime e dà pace, non il rimorso che distrugge la speranza ed uccide. Il Giubileo della misericordia vuole ricordare anche a voi che c'è misericordia e perdono per ogni colpa, se si torna a Dio veramente pentiti e disposti a cambiare vita.

Non imitate Giuda, ma Pietro, che, dopo aver preso coscienza di averlo tradito, pianse amaramente il suo peccato e chiese perdono a Gesù, che glielo ha concesso.

2. Ma che cosa è il pentimento?

È l'atto con il quale si prende coscienza delle proprie colpe e si decide di cambiare. Ci si accorge, ad esempio, che è stato un errore aver usato violenza fisica o morale ad una persona, o aver danneggiato il bene comune o recato danno in qualsivoglia modo alla società o ai singoli. Chi ha preso coscienza di ciò dice: ho sbagliato; mi pento; riparo.

3. A chi dobbiamo consegnare il nostro pentimento?

A Dio soprattutto, mediante la Chiesa, nel sacramento della confessione. Gesù ci ha lasciato questo sacramento per dirci che nulla è perduto nella vita e sempre si può ricominciare. Basta volerlo; basta decidersi; basta ripartire. Lui è sempre pronto per accoglierci.

E poi ai fratelli. Quando la nostra colpa ha toccato i diritti di un altro, della collettività, dello Stato; quando il nostro peccato è stato causa di scandalo per altri, di paura, di violenza, noi siamo tenuti a riparare nei confronti anche degli altri. Dio ci perdona, ma a noi resta l'obbligo della riparazione ai fratelli. Se abbiamo peccato contro il fratello, dobbiamo consegnare anche a lui la nostra decisione di pentimento.

4. Come dobbiamo riparare?

Qui il discorso diventa più difficile, ma non impossibile, perché ci sono danni arrecati che non sempre possono esser valutati con i beni materiali. Chi può ripagare l'uccisione di una persona? Chi può valutare e pesare il dolore arrecato ad un uomo? Certe ferite sono così profonde che non basta una vita per rimarginarle. Possiamo però tentare qualche cosa, che faccia apparire la nostra buona volontà e il pentimento sopravvenuto.

5. Riconoscere pubblicamente la colpa commessa e chiedere perdono

È il primo passo verso la riparazione. Bisogna avere il coraggio di arrivare a fare anche una pubblica dichiarazione, se è necessario ed educativo per gli altri, per riconoscere i propri errori, per dissociarsi da associazioni malavitose. Oppure si può scrivere una pubblica lettera alla famiglia che è stata oltraggiata e dire: riconosco di avere sbagliato, chiedo perdono, voglio riparare. È un segnale forte inviato alla famiglia offesa e alla società intera, educativo anche per i giovani. soprattutto per quelli caduti già nelle maglie della delinquenza.

6. La restituzione

Bisogna restituire tutto ciò di cui ci si è ingiustamente impossessati, con la violenza, con lo spaccio di droga, con le tangenti, con le intimidazioni, con la truffa e la corruzione. Zaccheo nel Vangelo si è convertito ed ha restituito i soldi presi ingiustamente, lo ha fatto addirittura in maniera sovrabbondante.

7. La dissociazione

Questo passo deve essere compiuto da chi è coinvolto in associazioni delinquenziali, come la 'ndrangheta e in genere la mafia; da chi ha partecipato a strutture politiche affaristiche. Quando si è consapevoli di aver fatto passi sbagliati, che hanno inciso negativamente sulla società, bisogna manifestare pubblicamente, soprattutto con la testimonianza della vita, la propria dissociazione da ogni aggregazione illegale. Bisogna manifestare la propria volontà di riconquistare la dignità di uomo. Fare tutto questo è di esempio per i vostri figli e può spingere anche altri a compiere lo stesso gesto. Saranno gli stessi vostri figli a beneficiare della vostra dissociazione e a sentirsi liberi da un peso gravoso, qual è il disonore.

8. La collaborazione con lo Stato

È un impegno morale auspicabile, ricordando che nessuno è tenuto ad accusare se stesso o gli altri. Occorre, però, tener presente che la propria coscienza deve spingere a questa collaborazione quando si è certi che la criminalità può colpire ancora, quando un innocente paga ingiustamente colpe che altri hanno commesso, quando bisogna garantire la vita ad altre persone. In questi casi è molto importante il dialogo spirituale con il sacerdote.

9. Esortazione a parenti ed amici

Un grande segno di conversione è quello di scrivere ai propri parenti (figli, genitori, zii, nipoti ecc.) che sono fuori dal carcere e che sono finiti anch'essi nella rete della criminalità organizzata o vivono nell'illegalità, senza aver avuto ancora problemi con la giustizia: bisogna invitarli a correggere la loro vita per non finire anch'essi nel vicolo cieco del peccato, che spegne la vita. Anche per loro è scoccata l'ora della misericordia. Esortateli ad approfittarne.

10. La dialettica tra giustizia e misericordia

La misericordia di Dio, espressa con il perdono sacramentale, non ha nulla a che fare con la giustizia dello Stato e dei tribunali. La misericordia di Dio elargita dalla Chiesa attraverso il sacramento della riconciliazione non cancella la pena da scontare per le colpe commesse. Anzi, la paziente accettazione della punizione inflitta dallo Stato, che ha il fine della rieducazione, è uno dei segni della vera conversione.

11. La misericordia nella prospettiva anche della giustizia terrena

Quanto sia difficile questo tema, anche nell'amministrazione della giustizia terrena, a nessuno sfugge. Fin dove può estendersi la misericordia senza ledere la giustizia? Fino a quando la giustizia deve essere certa senza mancare di misericordia? S. Francesco di Paola dava queste indicazioni ai superiori della sua famiglia religiosa: Correggete le colpe commesse con vera giustizia sì da non dividere da essa la misericordia, ed esercitate la misericordia sì da non separare da essa la giustizia. Il criterio, che si deduce dai suoi scritti e dal suo comportamento, è quello del bene della persona; per cui, con uno è meglio insistere sulla misericordia, se la ferrea giustizia lo può portare alla disperazione; e con un altro, invece, occorre tenere duro sulla giustizia, se l'eccessiva misericordia può condurlo ad un comportamento irresponsabile e recidivo.

Se viene accettata una visione di giustizia all'interno della quale prevale la vendetta, non capiremo mai l'esigenza evangelica ed umana della misericordia. Non dimentichiamo che anche la Costituzione Italiana stabilisce la pena come via alla riabilitazione del colpevole.

12. L'accompagnamento della Chiesa

La Chiesa non lascia solo chi sbaglia, e lo riafferma soprattutto con l'indizione di questo Anno Giubilare. Nelle carceri ci sono i cappellani, che vi seguono, vi ascoltano, celebrano la messa per voi, vi fanno pregare, vi parlano di Dio, vi confessano, vi danno la comunione, anche se non sempre ci sono risposte chiare di conversione da parte vostra. Ma la Chiesa sa attendere, come Dio, che rispetta la libertà dell'uomo, che si allontana da lui. Ne rispetta i ritmi di crescita. La parabola del Figliol prodigo ci insegna che Dio sa attendere.

13. La fiducia nella Chiesa

Della Chiesa potete fidarvi. Sul sacerdote che ascolta le vostre confidenze e i vostri problemi, che raccoglie la vostra confessione sacramentale, potete scommettere. Il Ministro sacro ha il dovere di mantenere il segreto della confessione a costo anche della vita, come ci hanno insegnato tanti santi sacerdoti, che sono stati uccisi per non aver svelato il segreto confessionale.

Se il cappellano nulla può fare nei processi di giustizia, tutto gli è possibile per darvi la misericordia di Dio.

14. Gradualità del cammino di conversione e sacramenti

Tanti oggi, condizionati dalla cultura dominante nella società, vorrebbero che la Chiesa vi concedesse i sacramenti solo dopo una vostra dichiarata conversione, richiesta di perdono, riparazione effettuata. Ma lo Stato e la Chiesa hanno compiti diversi. La Chiesa sa che Dio le ha affidato il ministero della riconciliazione e del perdono, che essa deve esercitare come lo ha esercitato Gesù: con la pazienza, l'accompagnamento, l'attesa. Ricordate la parabola del buon seme e della zizzania: Gesù dice che il padrone del campo fa crescere insieme grano e zizzania, sino al momento della mietitura. Poi, a tempo debito, ha fatto giustizia: il grano nei granai e la zizzania al fuoco.

Miei cari, ricordate che l'attesa non può essere infinita: se non ci sono segni di conversione il sacerdote può arrivare anche a negare i sacramenti. Gesù ha accompagnato Giuda, che si andava allontanando gradualmente da lui. Gli ha dato continuamente la possibilità di ravvedersi, senza mai scacciarlo. Ha sperato sempre in suo ravvedimento, senza mai isolarlo dagli altri apostoli. Ma alla fine la separazione c'è stata, anche se è stato lui a voltargli le spalle, tradendolo. La notte del Giovedì Santo Giuda scelse l'oscurità della notte alla luce del giorno che Gesù voleva dargli.

La Chiesa seguita ad accompagnarvi e a non privarvi dei sacramenti, perché sa che i sacramenti danno forza nel cammino verso la conversione, la richiesta di perdono, la riparazione. Ma arriverà il momento in cui bisognerà pur dirvi: o con Gesù o contro di lui, perché con Gesù si può stare solo come lui vuole, osservando la sua legge. Non è possibile illuderci che possiamo crearci una fede su nostra misura.

15. Il reinserimento nella società

Il reinserimento nella società è il momento più delicato del vostro cammino di conversione. Sappiamo le difficoltà oggettive: i preconcetti, la mancanza di lavoro, la riconciliazione dei cuori. Anche in questa fase la Chiesa vi accompagna, pur non nascondendosi le difficoltà, soprattutto in riferimento alla garanzia del lavoro. Sono numerose le iniziative in tal senso, soprattutto da parte delle Caritas diocesane e parrocchiali. Ci auguriamo che tutta la società civile senta vivo questo problema e che la politica si impegni realmente in tal senso.

16. Il Crocifisso è il volto della misericordia di Dio

In questo Anno Giubilare dobbiamo guardare al Crocifisso con occhi di fede, perché lì noi incontriamo il volto misericordioso di Dio, che ci apre le braccia e ci invita ad avere speranza. Al Crocifisso guardi soprattutto chi soffre una pena ingiusta. Anche per lui si apre il Giubileo della misericordia, che egli vivrà nel segno della fede, della conversione e del perdono. Nel Crocifisso, il giusto per eccellenza ingiustamente condannato, ogni uomo incontra le proprie sofferenze. In lui troverà la forza e il coraggio della sopportazione, attendendo il compiersi della volontà di Dio.

Nel Vangelo di S. Giovanni leggiamo: Guarderanno a colui che hanno trafitto. Sia per tutti voi uno sguardo di fiducia e di speranza. Dio è amore, è misericordia, è perdono. Dipende da noi accoglierlo.

Carissimi, non lasciate passare invano questo tempo di grazia. Ve lo chiede anche il Papa. Vi riporto ancora un altro brano di quanto egli ha scritto indicendo il Giubileo: Penso in modo particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il vostro bene, vi chiedo di cambiare vita. Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. Non cadete nella terribile trappola di pensare che la vita dipende dal denaro e che di fronte ad esso tutto il resto diventa privo di valore e di dignità. È solo un'illusione. Non portiamo il denaro con noi nell'al di là. Il denaro non ci dà la vera felicità. La violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti, presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui Lo stesso invito giunga anche alle persone fautrici o nessuno potrà sfuggire. complici di corruzione. Questa piaga putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la vita personale e sociale. La corruzione impedisce di guardare al futuro con speranza, perché con la sua prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri. È un male che si annida nei gesti quotidiani per estendersi poi negli scandali pubblici. La corruzione è un accanimento nel peccato, che intende sostituire Dio con l'illusione del denaro come forma di potenza. È un'opera delle tenebre, sostenuta dal sospetto e dall'intrigo.

Questo è il momento favorevole per cambiare vita! Questo è il tempo di lasciarsi toccare il cuore. Davanti al male commesso, anche a crimini gravi, è il momento di ascoltare il pianto delle persone innocenti depredate dei beni, della dignità, degli affetti, della stessa vita. Rimanere sulla via del male è solo fonte di illusione e di tristezza. La vera vita è ben altro. Dio non si stanca di tendere la mano. È sempre disposto ad ascoltare, e anch'io lo sono, come i miei fratelli vescovi e sacerdoti. È sufficiente solo accogliere l'invito alla conversione e sottoporsi alla giustizia, mentre la Chiesa offre la misericordia.

Carissimi, se mi sarà concesso dalle autorità, durante questo Anno Giubilare della Misericordia, verrò a visitarvi nelle carceri, a confessarvi io stesso, almeno alcuni di voi. Sogno, lo spero, e per questo prego, che in questo anno nella nostra Diocesi di Reggio Calabria-Bova ci sia qualche segnale forte di dissociazione dalla 'Ndrangheta. Siate coraggiosi! Fatelo! Ciò significa essere uomini coraggiosi e veri cristiani. Sarà il primo di tanti altri passi, che cambieranno la nostra Città e la nostra Regione. Lo spero e prego per tutti voi, mentre vi benedico di cuore.

 
Lettere: Roma e la finzione di House of Mafia PDF Stampa
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di Giuliano Ferrara

 

Il Foglio, 10 luglio 2015

 

Se un pm fa lo sceneggiatore l'inchiesta non può che diventare una fiction. Vorrei aggiungere un mio mattoncino alla bella rubrica di Mariarosa Mancuso, che tutte le settimane mi spiega l'importanza delle fiction seriali, da me trascurate. Sarà presto una fiction, prodotta da Cattleya, la storia o story di Mafia Capitale.

Il magistrato comincia come romanziere (Romanzo criminale, opera del pm Giancarlo De Cataldo), procede come consulente cinematografico e di serial (film di Michele Placido e serie di Sky), va avanti come automa dell'azione penale obbligatoria, origliatore, trascrittore di codici telefonici di comunicazione, reporter con manette e ampio corteggio di media-system (le "inchieste reportage" di cui parla Piero Tony nel suo pamphlet), infine mette un bel titolo utile alla bisogna (Mafia Capitale) ed ecco lo sceneggiatore. Sono i pm che fanno male alle fiction o sono le fiction che danno alla testa ai pm?

Sbaraccare identità e dubbia dignità di una città da sempre affetta da corruttela, mutando la corruzione di parte del suo personale amministrativo in articolo 416bis o associazione di stampo mafioso, è tipica operazione fictional, è opera aperta, è work in progress, è serialità televisiva. Basta imbolsire la testa dei cittadini con palle colossali ma ben raccontate, e qui è il momento dello storytelling; farlo a ritmi incalzanti, trasformando i cravattari che si riuniscono presso una pompa di benzina di Roma Nord in padrini di Corleone, coltellini giapponesi per tagliare il pesce crudo in arsenale, avidità di potere di cooperatori redenti già ergastolani e di vecchie e onorate figure che hanno allignato nella criminalità comune in gente di Cosa Nostra o famiglie dell'onorata società.

Il gioco del pm produttore, incrocio tra Tonino Di Pietro e Samuel Goldwyn, è fatto: Mafia Capitale, che storia per la televisione. È il modello Gomorra, tristemente noto per la santificazione in vita del suo banalissimo inventore fictional, un ragazzotto rovinato da giornali, retorica, scorte e politica. Il modello è anch'esso seriale e si fonda sullo scambio dei ruoli, il pm fa storytelling, gli autori rifanno l'inchiesta per il palato fine o grossolano (la serie dobbiamo ancora vederla) dello spettatore auditel. Lo streaming criminale non basta.

La ovvia sicurezza che ci sia stata corruzione nelle coop, nelle municipalizzate, nell'apparato municipale, in certi bei quartierini dell'assistenzialismo democratico e solidale e in certi ufficietti della sotto politica, non basta. Ce vò la Mafia. Che genera l'antipolitica, lo strepito plebeo, il qualunquismo, il seguito giornalistico e televisivo capace di creare l'evento e la sua riproducibilità tecnica in serie. Con la complicità beota della politica e degli amministratori, dei partiti e delle associazioni che fino al giorno prima stavano con il muso nella greppia mafio-romanesca.

Roma mafiosa è meglio di Roma ladrona, permette allo sceneggiatore capo, il molto insigne dottore Giuseppe Pignatone, di annunciare la serie a un convegno del Pd, prima che scattino gli arresti, e consente agli arrestati e ai loro ex manutengoli o agli amministratori solidali di destra e di sinistra di sperare, dopo la giusta punizione in carceri speciali, in un riscatto almeno cinematografico o da piccolo schermo.

Ecco, Mariarosa, la fase suprema della serialità televisiva, House of Mafia, si spalma in attesa di Netflix sulle nostre vite e sulla fruizione artistica della realtà. Con qualche conseguenza quanto alla credibilità della giustizia penale, subito compensata dalla finzione che la imita. Mentre il prefetto non scioglie il comune di Roma ma quello di Ostia per infiltrazioni mafiose: Mafia Balneare. Buona visione e complimenti per la trasmissione.

 
Sardegna: il Provveditore De Gesu lascia l'isola "i detenuti in 41bis non portano la mafia" PDF Stampa
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di Alessandra Sallemi

 

La Nuova Sardegna, 10 luglio 2015

 

Il provveditore dei penitenziari sardi si trasferisce a Roma dove è a capo di una delle direzioni del ministero della Giustizia. Sul nuovo istituto di Uta: "Bisogna fare in modo che la distanza dal capoluogo non scoraggi le forze sociali a contribuire ai programmi di rieducazione".

I mafiosi nelle carceri sarde non vengono per scelta dell'amministrazione penitenziaria ma per un comma del secondo pacchetto sicurezza del governo Berlusconi (2009) che indica la necessità di inviare i detenuti del 41 bis "preferibilmente in aree insulari".

Quella legge fu firmata anche da parlamentari che, adesso, protestano a ogni arrivo di malavitosi da regime di alta sicurezza. Lo dice in chiaro Gianfranco De Gesu nel lasciare l'incarico di provveditore dell'amministrazione penitenziaria a Enrico Sbriglia, che viene dal Triveneto e sarà reggente.

Ieri De Gesu ha accettato di fare un bilancio di quattro anni in Sardegna, dove ha chiuso vecchi istituti (San Sebastiano a Sassari e Buoncammino a Cagliari) per aprirne di nuovi (Bancali e Uta) oppure ha chiuso non senza sofferenza istituti che non reggevano alle nuove necessità del risparmio amministrativo (Macomer e Iglesias).

Nel suo curriculum ci sono anche la direzione di Palmi e dell'Ucciardone. Sulla mafia, insomma, non improvvisa: "La mafia va dove ci sono soldi, non le carceri. I mafiosi bisogna allontanarli dalle zone dove esercitano la loro influenza. In Sardegna ce ne sono da anni e non c'è riscontro a ciò che qualcuno teme, vale a dire che le famiglie si spostino dove ci sono le carceri del 41 bis".

A proposito di spostamenti De Gesu, chiamato a una delle direzioni generali del ministero della Giustizia (edilizia penitenziaria e approvvigionamenti di beni materiali), segnala il problema Uta: "La legge italiana affida la rieducazione anche alle forze sane della società, non vorrei che la distanza (20 chilometri) fosse una scusante per non fare.

La direzione di Uta compie ogni sforzo per garantire le attività, pochi sanno che ogni giorno alcuni detenuti raggiungono la Procura per il progetto sulla digitalizzazione degli uffici". C'è un'idea da sviluppare: "A chi chiederà spazi a Buoncammino per attività culturali, si può proporre di replicare l'iniziativa a Uta".

Nell'ora del congedo, al dirigente piace sottolineare che uno studio universitario sulle recidive dopo la detenzione dimostra che in Sardegna sono la metà rispetto al resto d'Italia, segno anche, secondo De Gesu, di quel che fanno ogni giorno volontari e dipendenti dell'amministrazione. Le colonie penali (Is Arenas, Mamone, Isili) hanno una produzione agricola da migliaia di euro l'anno che contribuisce a finanziare progetti di reinserimento in tutta Italia. Sulle colonie penali, che esistono solo qui: "Richiedono una gestione accurata, abbiamo scelto di specializzare gli istituti e di non accettare arrivi indiscriminati: chi arriva in Sardegna - dice De Gesu - è già destinatario di un progetto trattamentale.

Ottenerlo è stato un successo, possibile anche grazie ai sindacati". Non è lontano il ricordo dell'omicidio avvenuto a Is Arenas dopo l'arrivo di cento detenuti inviati solo per alleggerire un carcere della penisola. Non è la nazionalità il problema, si è arrivati ad averne anche 90 diverse. È spagnolo il detenuto che, tornato a casa, ha avviato un'azienda con l'apicoltura imparata in Sardegna. Infine una parola sul personale: 600 agenti sardi sono tornati, ma, dice De Gesu: "l'organico è ancora sottodimensionato, avrei voluto farne rientrare di più. E poi avrei voluto lasciare un direttore per ogni struttura invece ce ne sono sei e gli istituti sono dieci".

 
Sardegna: Sdr; Enrico Sbriglia provveditore reggente dell'Amministrazione Penitenziaria PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 10 luglio 2015

 

"Enrico Sbriglia è il nuovo Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria della Sardegna. Lo ha nominato il Ministro della Giustizia con apposito decreto. Sostituisce nell'incarico Gianfranco De Gesu, che ha guidato il Prap isolano negli ultimi 4 anni.

Nel formulare gli auguri di buon lavoro per l'incarico non si può non rilevare che si tratta purtroppo di una reggenza. Il dott. Sbriglia infatti continua a gestire il Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige) e verrà nell'isola in missione. La nostra regione avrebbe meritato una maggiore attenzione trattandosi di un territorio con particolari condizioni geografiche e ambientali". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", con riferimento alla decisione del Ministero di non assegnare alla Sardegna un Provveditore regionale stabile.

"Non sono in dubbio - sottolinea Caligaris - le qualità del neo Provveditore che vanta una notevole esperienza ma esiste un problema di disponibilità oggettiva di tempo. Occorre ricordare che nell'isola c'è una carenza cronica di Direttori, non ci sono vice Direttori e ogni qual volta uno di loro fruisce delle ferie chi lo sostituisce ha la responsabilità su altri tre Istituti. In questo modo si può soltanto intervenire sulle "carte".

Ma la normale amministrazione non è sempre sufficiente a dare risposte ai problemi". "Nelle prossime settimane - conclude la presidente di Sdr - il nuovo Provveditore giungerà in Sardegna. L'auspicio è che la "missione" possa trasformarsi presto in un incarico effettivo ed esclusivo considerati anche i problemi derivanti dalla presenza nell'isola dei detenuti in regime di 41bis attualmente a Sassari-Bancali e in prospettiva a Cagliari-Uta".

 
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