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Roma: "Il Figliol prodigo", a Rebibbia un progetto artistico per detenuti PDF Stampa
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Adnkronos, 29 maggio 2015

 

Usare il potere comunicativo dell'arte, per aiutare i detenuti ad accettare il proprio passato e preparare il ritorno nella società. Con questo obiettivo nasce il progetto "Il Figliol prodigo" -iniziativa nata dalla collaborazione tra Associazione Radicale "Nessuno Tocchi Caino", onlus "Pronto Intervento Disagio", galleria "Monserrato 900" di Roma, parrocchia di Santa Lucia al Gonfalone e un gruppo di artisti dell'avanguardia contemporanea- che si terrà all'interno del reparto G11 del penitenziario romano di Rebibbia-nuovo complesso.

Al progetto parteciperanno 12 detenuti che realizzeranno una mostra e un calendario, con la guida e la collaborazione di artisti dell'avanguardia romana, fra i quali Marina Haas, Laura Palmieri, Elena Pinzuti, Alessandro Costa, Paolo Bielli e Vincenzo Mazzarella. L'idea, spiegano gli organizzatori in una nota, "nasce da questo anno giubilare sul tema della misericordia, proponendo una riflessione sulla capacità di ogni essere umano di saper ritornare sulle proprie responsabilità nei confronti della comunità, sia essa la famiglia che il contesto sociale nel quale si sono consumate scelte contrarie alle regole di convivenza umana e civile".

"Attraverso il filtro sensibile di artisti e volontari, particolarmente attenti alle dinamiche sociali di svantaggio e alla complessità dell'animo umano - prosegue la nota - ma anche grazie alla piena adesione della direzione , dell'area educativa e del personale di polizia penitenziaria, è stato proposto ai detenuti un progetto artistico sul tema della conoscenza e della verità quale primo momento di presa in carico del proprio vissuto e l'immagine del ritorno agli affetti e alla società. Il progetto, accolto e apprezzato con slancio ed iniziato alla fine di aprile, proseguirà con la realizzazione di opere su tela e avrà il preciso scopo di portare alla luce, attraverso immagini, colori, segni quello che spesso con le parole non si riesce a comunicare. Guardare alla possibilità del ritorno e all'idea stessa di farsi speranza", concludono gli organizzatori del progetto.

 
Enna: "Cena al... fresco", raccolti 1.500 euro da destinare ai detenuti indigenti PDF Stampa
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startnews.it, 29 maggio 2015

 

L'Istituto alberghiero Federico II con i suoi docenti e allievi che, assieme ai detenuti, hanno realizzato il menu del gala. "Cena al... fresco" al carcere di Enna. Raccolti 1500 euro da destinare ai detenuti indigenti È stata una vera e propria gara di solidarietà che ha prodotto una serata speciale dentro il carcere di Enna.

La "Cena al ...fresco" è stato un successo di generosità. In testa l'Istituto Alberghiero Federico II con i suoi docenti e allievi che, assieme ai detenuti, una trentina in tutto tra camerieri, sommelier, cuochi, hanno realizzato il menu del gala il cui ricavato, oltre 1.500 euro, andrà al fondo indigenti detenuti gestito dai volontari.

Il progetto dell'Onav di Enna , sotto l'egida della Prefettura, ha ricevuto un sostegno fondamentale dalle associazioni di categoria, Coldiretti, Cna e Confartigianato che hanno coinvolto i loro iscritti procurando tutte le materie prime per la realizzazione della cena. La Fisar, con i suoi sommelier catanesi, Gaetano Prosperini e Michele Rossi, hanno guidato una batteria di detenuti sbicchierando, con grande professionalità, il vino offerto dalla cantina Cottanera. Gli chef Carmelo Barberi e Carlo Verde, coadiuvati da Filippo di Meglio, a capo dell'allegra brigata di cucina, allievi dell'alberghiero e detenuti assieme, hanno preparato un menù tutto made in Enna.

Dai classici arancinetti al tortino di zucchine su fonduta di Piacentino ennese Dop, risotto con crema d'asparagi e salsiccia, quadrelli ripieni di spinaci e ricotta su vellutata di mandorle e basilico, cosciotto di maialino arrosto ai profumi del territorio ennese con dadolata di verdure di stagione. Il dessert è stato affidato ai maestri pasticceri dell'Ampe, Salvatore Platania, Liberto Campisi e Filippo Murgano che hanno realizzato i classici ravioli al miele insieme alle castagnole di ricotta e ai bocconcini con crema chantilly decorati con granella di pistacchio.

Il servizio di sala è stato affidato a Mario Dispinseri, Laura Lima, Angelica Previti e Renato Chirdo, tutti dell'Alberghiero ennese, che hanno lavorato fianco a fianco con detenuti ed allievi per un risultato ottimale. E mentre Giuseppe Innuso, anche egli dell'alberghiero, con la sua immancabile macchina fotografica, insieme al docente dell'Anfe regionale, Paolo Andolina, documentavano la serata, il violino del maestro Stefano Termini ha trasformato la sala dell'istituto penitenziario in un luogo magico dove trascorrere una piacevole cena.

Tra gli invitati il prefetto Fernando Guida accompagnato dalla signora Cecilia, il magistrato di sorveglianza di Caltanissetta, Renata Giunta, il presidente dell'associazione magistrati di sorveglianza, Fernando Asero, i direttori delle associazioni di categoria Salvina Russo, Rosa Zarba, Mauro Todaro e, naturalmente, la padrona di casa, il direttore del carcere ennese, Letizia Bellelli.

" È stata davvero una serata speciale - dice Tommaso Scavuzzo, delegato provinciale Onav che ha fortemente voluto l'evento - Siamo grati a tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di questo momento che ha mostrato il carcere nella sua vera essenza: luogo di rieducazione e riabilitazione.

La compostezza e la professionalità dei detenuti ha colpito tutti confermando che un contesto diverso, sano e propositivo, crea la propensione a quelle buone prassi che ieri sera hanno dato davvero ottimi frutti". Al termine della cena, dopo che il pittore Pietro Zappia, ristretto nella casa circondariale ennese, ha donato un suo quadro al prefetto , alcuni detenuti hanno acceso delle lanterne che si sono librate in aria dal cortile del carcere come simbolo di libertà.

 
Libia: il sogno dell'Europa infranto nei Centri di detenzione per migranti PDF Stampa
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Aki, 29 maggio 2015

 

Mesi in un centro di detenzione per migranti illegali hanno fatto sì che, per molti, si infrangesse il sogno di raggiungere l'Europa scegliendo piuttosto quello di "tornare a casa". Lo raccontano alcuni degli uomini che hanno tentato di lasciare la Libia sperando in una vita migliore in Europa e che hanno incontrato maltrattanti e abusi nei centri di detenzione del Paese nordafricano.

"Non voglio più andare in Europa, voglio solo tornare a casa" racconta uno di loro, Charles, all'agenzia dell'Onu Irin. Dopo aver attraversato il deserto del Sahara, dopo aver subito violenze da parte dei contrabbandieri, i migranti che riescono a raggiungere la Libia rischiano l'arresto e un lungo periodo di detenzione in uno dei 20 centri ufficialmente riconosciuti nel Paese. Uno di questi, il centro Krareem, si trova alla periferia di Misurata e detiene oltre 1.100 migranti.

"Qui ci sono centinaia di persone e alcuni di loro sono stati picchiati", racconta Abu, 24 anni, proveniente dalla Somalia. "Nei nostri Paesi si combatte per cui ce ne siamo andati in cerca di un futuro migliore, ma qui va molto male, le nostre vite sono state spente. Aiutateci per favore", aggiunge. Una delle guardie carcerarie spiega che il centro di Krareem è sovraffollato, per cui 219 uomini e 31 donne sono stati trasferiti in un altro alla periferia di Tripoli.

"Spero spariamo in aria per mantenere il controllo", racconta il responsabile del centro di detenzione, Mohamed Ahmed al-Baghar, che parla di 34 guardie incaricate di gestire più di mille e cento migranti. "È un centro piccolo, per cui ho mandato molte persone ad altri centri. La situazione peggiora perché continuano ad arrivare immigranti irregolari", spiega.

"La situazione qui è molto dura. Ci sono scontri ogni giorno per usare il bagno, perché ogni giorno centinaia di persone usano gli stessi servizi", spiega Alaji, 25 anni dal Gambia, detenuto da cinque mesi. "Ci picchiano con le catene - spiega Alaji - Ieri qualcuno ha provato a fuggire, così ci hanno picchiato tutto il giorno".

Molti migranti sono costretti a fare lavori duri. "Ci usano come asini da lavoro. Potrebbe usare le macchine, ma usano esseri umani. E se ci lamentiamo, ci picchiano. Ci trattano come criminali", spiega Alaji, che per sei mesi ha lavorato a Tripoli come pittore e decoratore prima di essere arrestato perché senza documenti. Solo un piccolo numero di detenuti è tornato a casa con un programma di rimpatrio volontario gestito dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni, ora attivo in Tunisia, in collaborazione con alcuni governi dei Paesi d'origine. Ma si parla di sole 400 persone rimpatriate in questo modo dal luglio 2014.

 
Pakistan: altre 7 esecuzioni, sul patibolo anche 3 responsabili di un dirottamento aereo PDF Stampa
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Aki, 29 maggio 2015

 

Altre sette persone, fra le quali anche tre prigionieri responsabili nel 1998 del dirottamento di un volo della Pia, sono state impiccate in Pakistan, dove solo questa settimana sono state eseguite almeno 20 condanne a morte. Lo riferiscono i media locali.

Il 24 maggio di 17 anni fa i tre tentarono di dirottare un volo partito da Turbat e diretto a Karachi con 38 persone a bordo, intimando al pilota di raggiungere l'India. L'obiettivo era costringere il governo pakistano a rinunciare al progetto di test nucleari in Baluchistan dopo gli esperimenti dell'India, ma il piano dei tre fallì, il pilota riuscì ad atterrare a Hyderabad, i tre vennero arrestati e il 28 maggio del 1998 vennero effettuati i test nel Baluchistan.

I tre, si legge sul giornale pakistano Dawn, sono saliti sul patibolo in due diverse prigioni di Karachi e Hyderabad. Altri quattro prigionieri, condannati a morte per omicidio, sono stati impiccati oggi a Sahiwal, Haripur, Sargodha e Karachi. Secondo dati del ministero dell'Interno di Islamabad, nel braccio della morte in Pakistan ci sono almeno 8.000 detenuti. Dopo il sanguinoso attacco dello scorso dicembre contro una scuola di Peshawar, in cui sono rimaste uccise 150 persone (per lo più bambini), le autorità pakistane hanno deciso la revoca della moratoria sulla pena di morte per i sospetti terroristi. A marzo, poi, è stata annunciata la revoca totale della moratoria.

 
Stati Uniti: poliziotti bianchi esibiscono la preda... un detenuto di colore PDF Stampa
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globalist.it, 29 maggio 2015

 

Il giovane di colore è mostrato dai due agenti come un bottino di caccia. Uno dei due è stato licenziato, l'altro è stato arrestato per associazione a delinquere.

Si sono fatti immortalare con la loro preda di caccia: la fotografia shock, scattata anni fa, è però emersa solo oggi. Due (ormai ex) poliziotti bianchi, sorridenti, hanno travestito un detenuto di colore da cervo e lo hanno mostrato come un bottino di caccia. I fatti si sono verificati a Chicago. La vittima di questo gioco di pessimo gusto è ai loro piedi: la lingua a penzoloni, gli occhi strabuzzati, l'uomo è sistemato proprio come se fosse un animale catturato. Uno dei due agenti che compaiono nell'immagine, Jerome Finnigan, è stato arrestato nel 2011 per associazione a delinquere con altri suoi colleghi. Tutti erano coinvolti in furti e altri tipi di crimini. Timothy McDermott, l'altro agente, è stato invece licenziato dopo che l'Fbi ha consegnato la foto alle autorità cittadine. McDermott ha presentato appello contro il suo licenziamento, ammettendo che posare per quella foto è stato un errore per il quale si è definito "profondamente imbarazzato".

 
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