Martedì 14 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Sondrio: la Direttrice "mi chiedono perché sono venuta a Sondrio, felice di essere utile" PDF Stampa
Condividi

di Daniela Lucchini

 

La Provincia di Sondrio, 4 gennaio 2016

 

Casa circondariale. La nuova direttrice Stefania Mussio ha raccontato agli studenti del Pio XII il suo arrivo in città "Fate qualcosa per voi stessi e che vi dia soddisfazione".

Sostenuta da "una grande passione per il senso di giustizia", da sempre "affascinata dalla Costituzione", Stefania Mussio ha incontrato nei giorni scorsi gli studenti del liceo scientifico paritario Pio XII di Sondrio, invitandoli a non mollare mai e a spendersi per altri. Mussio ha altresì chiesto la collaborazione dei ragazzi per rinnovare la biblioteca della Casa circondariale di Sondrio, di cui è direttrice da alcuni mesi. E numerose sono state le iniziative che le hanno fatto incontrare la cittadinanza, in uno scambio di esperienze che vuole aprire le porte della "casa" alla città. Una lunga chiacchierata, al termine della quale il dirigente scolastico Daniele Spinelli ha consegnato, in dono, le offerte dei ragazzi che, per Natale, hanno deciso di aiutare con un semplice contributo il progetto della biblioteca.

Soddisfazione. "Sono convinta che ognuno, anche voi ragazzi, dovrebbe cercare di fare qualcosa per migliorare il nostro Paese. Qualcosa che ci dia soddisfazione". Che renda felici: "Per come sono fatta, devo cercare una mia felicità - ha rimarcato Mussio, che ha spiegato perché ama tanto il lavoro che fa, perché è solo attraverso questo percorso, che riesco a fare qualcosa di utile per gli altri". Certo, non ha nascosto come, essere alla guida di un carcere, non sia cosa semplice: "E un lavoro che ti rende irrequieta, che non ti fa dormire, fatto di moltissime incognite. All'80% fatto di relazioni umane, importantissime per me".

Ma essere donna complica il quadro: "Non è facile lavorare in un mondo come quello del carcere, molto maschile, gerarchizzato, militare". Ma Mussio ha fatto capire ai ragazzi che, quando in ciò che si fa ogni giorno, ci si mette passione, è tutta un'altra storia, seppur nelle difficoltà; "Non è facile in uno Stato, in cui il mondo dei giovani è sempre più un deserto. Ciò è gravissimo secondo me, anche perché le cose più belle, le iniziative più coinvolgenti, a favore dei carcerati, le ho fatte proprio con i giovani".

La domanda. E ha aggiunto: "Non è facile in uno Stato, in cui il livello di corruzione è alto. Spesso mi chiedono: "Ma chi te lo fa fare, di prendere, partire da Pavia -dove è nata e dove risiede - e andare a Sondrio, per trenta detenuti?". La risposta è molto semplice ragazzi: me stessa". La sua natura è questa, pur ammettendo che il trasferimento nel capoluogo valtellinese non è stato indolore, dopo sette anni a dirigere il carcere di Lodi: "Senza retorica alcuna, posso garantirvi che ho ricevuto molto più di quello che ho dato. Sono venuta a Sondrio con grande travaglio, famigliare e lavorativo, ma felice di esserci".

Libri e fumetti. Dopo la palestra, inaugurata ad inizio mese, Mussio ora pensa alla biblioteca: "Se qualcuno di voi ragazzi è appassionato di fumetti o di letture facili e divertenti, che magari avete dimenticato in qualche scatolone, sappiate che per noi sono importanti, per rinfrescare la nostra biblioteca".

Emozioni con il vescovo nelle celle. "Il regalo che io chiedo a voi è quello di tenere almeno per un po' le mie parole nella vostra testa e che possano entrare in un solco che faccia nascere in voi una piantina di convinzione". È stato questa il messaggio che il vescovo Diego Coletti ha voluto rivolgere ai detenuti durante la sua visita prima di Natale, ricca di momenti significativi e denominata "Giubileo. La porta della cella come porta Santa". "Questo per noi è un evento straordinario - aveva sottolineato la direttrice Stefania Mussio. Un vescovo cosi dinamico e speciale come monsignor Coletti doveva per forza venire a vedere il nostro istituto. Questo, poi, è un anno in cui tutti siamo invitati ad avere un cuore più grande, solidale e misericordioso. Sono convinta che da qualcuno che sì sente bene dentro non può uscire qualcosa di brutto. Bisogna partire proprio da questo benessere interiore e, anche qui in carcere, cercare tempo per riflettere e attendere, fuori, un tempo migliore".

 
Alessandria: il Cappellano "Natale fra gli ultimi, le festività vissute in carcere" PDF Stampa
Condividi

di Marco Madonia

 

alessandrianews.it, 4 gennaio 2016

 

Il giorno di Natale e l'inizio del nuovo anno sono momenti di riflessione per tutti, ma c'è chi, in carcere, vive questi giorni speciali con particolare sofferenza ed emozione. Abbiamo incontrato don Bodrati, cappellano della Casa di Reclusione di San Michele, per farci raccontare come vengono affrontate le festività da chi sta scontando una pena

 

Don Giuseppe Bodrati è da 6 anni cappellano presso la Casa di Reclusione di San Michele, incarico che, a malincuore, si avvia a lasciare, visti i tantissimi impegni che ha, con due parrocchie da servire e la sua cattedra come insegnante. Con lui affrontiamo volentieri una riflessione sul Natale vissuto fra i detenuti e il personale della Casa di Reclusione, di cui è confessore, guida spirituale e spesso anche dispensatore di aiuti.

 

Don Bodrati, com'è nata e si è sviluppata la sua collaborazione con il carcere?

Tutto è iniziato quando c'è stato il problema di sostituire don Biasolo che insegnava nella scuola per geometri a San Michele, ed è stata fin da subito una bella esperienza. Poi sono diventato cappellano del carcere con il vescovo Versaldi.

 

Che tipo di esperienza è? Cosa si imparare e cosa si insegna in un ambiente così speciale?

Dal punto di vista umano e cristiano è un'avventura unica: il rapporto con i detenuti, con gli agenti, con il personale, non può che lasciare tantissimo. È un'esperienza che porterò sempre nel cuore. Con il tempo si instaura un rapporto confidenziale con chi si trova recluso, di fiducia, di rispetto e a volte anche di scontro. Il mio compito non è solo di sostegno, ma cerco anche di far loro capire il senso della pena che stanno scontando. Non chiedo mai perché si trovano lì, ma tanti hanno bisogno di parlare e di raccontarsi. È allora che si prova insieme a superare la fase di costernazione che chi è recluso spesso vive. Ci sono molte persone con problemi di alcol e droga. Cerco di dar loro un po' di speranza e aiutarli a trovare la forza di ricominciare: se non ci credono loro per primi, è difficilissimo aiutarli.

 

Quello del Natale è un periodo particolarmente delicato. Come viene vissuto in carcere?

Facciamo una grande messa per il personale, un evento che si ripete anche a San Basilide, protettore della Polizia Penitenziaria. La liturgia della parola è sempre piuttosto frequentata, e c'è chi fa la comunione.

Per i detenuti non è semplice: vedono in televisione il clima natalizio ma la quotidianità non cambia di molto. Per il giorno di Natale hanno cella aperta fino alle 22 e possibilità di fare il pranzo per gruppi di detenuti. Il rischio del carcere è il tempo che annoia.

 

Cosa vuol dire essere il cappellano di tutti, a prescindere dalla fede delle persone che si ascoltano?

La messa è l'unico momento in cui i detenuti possono incontrarsi anche con persone di diverse sezioni. Questo crea problemi per la sicurezza, ma è anche un momento di fraternità. Io lascio sempre 5 minuti per scambiare fra loro qualche momento di amicizia, pur nel rispetto delle regole e dei limiti imposti dal Ministero. In verità ai momenti di preghiera partecipano anche cristiano non cattolici, e talvolta anche detenuti di fede musulmana, con i quali il dialogo è molto aperto.

 

E il rapporto con gli agenti?

Anche gli agenti sono stressati, e in un certo senso sono i veri carcerati: si trovano da soli in sezione con 25-40 persone da dover gestire. Spesso è durissima. Qui ad Alessandria mi sembra ci sia un livello di professionalità davvero molto alto. Poi, va detto, sono persone e non supereroi, perciò sbagliano come tutti.

 

Quali sono le altre funzioni che il cappellano svolge in carcere?

Insieme a don Andrea, diacono che mi aiuta nella Casa di Reclusione, aiutiamo i detenuti in tante piccole faccende di quotidiana necessità: c'è chi ha problemi finanziari, trovandosi senza quei pochi euro che possono servire per la propria igiene personale o per telefonare a casa. In quel caso, grazie ai fondi dell'8 per mille che la diocesi mi mette a disposizione, cerchiamo di dare una mano. I detenuti sono però circa 200 e aiutare sempre tutti non è ovviamente possibile. Ci vengono anche chiesti spesso calendari (senza banda metallica, che in carcere non sarebbero autorizzati), ma anche testi sacri, fotografie, libri. Voglio però ricordare anche il grande aiuto che viene dai volontari del gruppo Betel, e il supporto economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.

 

Ci sono mai state delle conversioni avvenute in carcere?

Certamente. Noi accompagniamo chi lo desidera lungo un cammino di lettura dei testi sacri, siano essi cattolici o musulmani: spesso chi si trova in carcere, al di là della propria fede dichiarata, conosce pochissimo i testi sacri di riferimento. C'è chi, musulmano, ripete a memoria parole in arabo senza però conoscerne il significato. Invero, l'unico musulmano radicale che ho mai trovato in carcere è un italiano convertito. Io ho eseguito tre battesimi di persone recluse, che dall'Islam hanno deciso di abbracciare la fede cattolica. Non so cosa li spinga, ma non penso si tratti di una scelta di comodo, anche perché non hanno alcun beneficio in termini di trattamento in carcere e anzi rischiano rappresaglie nei propri paesi d'origine dopo essersi convertiti.

 

Quali sono i ricordi più belli della sua esperienza di questa anni?

Penso alla gioia di un detenuto che ritrova la figlia dopo anni, al piccolo spettacolo teatrale che sa ancora emozionarli ed emozionare, agli sprazzi di luce in un ambiente grigio. Tutti gli operatori vanno incoraggiati a mantenere un atteggiamento in prospettiva positiva, ce n'è un enorme bisogno, e a credere in una pena davvero riabilitativa, non solo a Natale.

 
Pisa: il Cappellano del carcere ordinato Vescovo, gli è stata affidata la diocesi di Pescia PDF Stampa
Condividi

Ansa, 4 gennaio 2016

 

Monsignor Roberto Filippini, già cappellano del carcere Don Bosco di Pisa e rettore del seminario arcivescovile pisano, è stato ordinato vescovo nel pomeriggio nel Duomo di Pisa. A lui Papa Francesco ha affidato la diocesi di Pescia (Pistoia). Alla solenne cerimonia, presieduta dall'arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, hanno partecipato tutti i vescovi toscani guidati dall'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori. In cattedrale almeno 2500 fedeli hanno assistito alla funzione religiosa insieme alle autorità cittadine e pesciatine.

Dalla nuova diocesi di monsignor Filippini, di Marina di Pisa, erano giunti dieci pullman per salutare l'ordinazione del vescovo. Durante i suoi saluti Filippini era visibilmente emozionato e la voce si è rotta per il pianto quando ha ricordato i 'ragazzì, "i detenuti della casa circondariale testimonianza della forza micidiale del male ma anche della straordinaria energia di chi cerca un riscatto". Infine, il neo vescovo si è rivolto ai suoi nuovi fedeli direttamente: "Vengo tra voi consapevole dei miei limiti e delle mie fragilità. Ma ci metto il cuore - ha aggiunto scherzando - e anche il mio cardiologo ha detto che si può fare". Poi ha concluso: "In alto nel mio stemma da vescovo sono disegnati la colomba e il ramoscello della pace che sono un dono del Signore ma anche compito e passione che vanno svolti e interpretati ogni giorno e in ogni attività".

 
L'ora del coraggio per i diritti civili PDF Stampa
Condividi

di Stefano Rodotà

 

La Repubblica, 4 gennaio 2016

 

I diritti civili, come quelli sociali, appartengono alla sfera delle inalienabili garanzie che spettano alla persona e devono essere garantite dallo Stato: non possono per ciò essere subordinate ai patteggiamenti della politique politicienne. I tempi dei diritti sono sempre difficili. Lo conferma la lunga e travagliata vicenda delle unioni civili, la cui conclusione è annunciata dal Presidente del Consiglio per il 2016. Le ragioni delle difficoltà sono molte.

I diritti incidono sull'ordine costituito. E i poteri, e per ciò si cerca di neutralizzare questa loro intima capacità di cambiamento contrapponendo loro doveri sempre più aggressivi, imponendo limiti costrittivi, subordinandoli a convenienze politiche talora meschine e così pianificando scambi tra sacrificio di diritti sociali e mance di diritti civili.

Si è inclini a dimenticare che i diritti sono indivisibili e che le vere stagioni dei diritti sono quelle in cui diritti individuali e diritti sociali procedono insieme. È il modello, non dimentichiamolo, della nostra Costituzione. È quello che è accaduto negli anni '70, quando il congiungersi del "disgelo costituzionale" e della capacità della politica di cogliere senza timidezze le dinamiche sociali cambiò davvero l'Italia, senza reazioni di rigetto determinate dal fatto che le richieste di diritti hanno sempre la loro origine nello sguardo lungimirante e nella cultura delle minoranze escluse. Di tutte quelle difficoltà sembra intrisa la maniera in cui si sta affrontando, al Senato, la questione delle unioni civili. Presentata come l'avvio di una nuova stagione di diritti civili, rischia di impigliarsi in compromessi al ribasso, che lasceranno una scia di polemiche e di risentimenti.

Dopo che la Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno riconosciuto che le unioni tra persone dello stesso sesso sono una delle "formazioni sociali" di cui parla l'articolo 2 della Costituzione, nella discussione parlamentare è spuntata una lettura restrittiva, e illegittima, di quella norma, definendo le unioni come "formazioni sociali specifiche". Dopo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia proprio per la mancanza di una adeguata disciplina delle unioni civili, che non può essere limitata ai soli aspetti patrimoniali, ecco riemergere le pretese di centrare la nuova disciplina proprio sugli aspetti patrimoniali. Si abusa di riferimenti alla "stepchild adoption", all'adozione dei figli del partner, che dovrebbe essere esclusa o sostituita dall'acrobatica invenzione di un affido "rafforzato". Viene così resuscitata la discriminazione contro i figli "nati fuori del matrimonio", eliminata nel 1975 e che ora ritorna evocando impropriamente lo spettro dell'"utero in affitto" e invocando ipocritamente un interesse dei minori che diverrebbero, invece, vittime di un sopruso.

Una legge che dovrebbe produrre eguaglianza rischia di trasformarsi in una disciplina che formalizza, e dunque rende ancor più evidente, una permanente discriminazione delle unioni tra persone dello stesso sesso. Comunque un passo avanti, si dice. Ma con chiusure che porteranno a nuove censure, interne e internazionale, mostrando una volta di più una sorta di allergia italiana a procedere correttamente sulla via del riconoscimento dei diritti delle persone.

La tentazione del compromesso al ribasso, in queste materie, non è nuova. Il Pci cercò di disinnescare le polemiche intorno alla legge sul divorzio proponendo il cosiddetto "divorzio polacco", limitato ai soli matrimoni civili. Misero espediente, che venne rapidamente liquidato da una politica nel suo insieme capace di scelte nette e da una società reattiva che, nel 1974, votò no nel referendum abrogativo di quella legge. Politica che mostrò altrettanta lungimiranza quando nel 1978, in una materia difficile come l'aborto, venne approvata una buona legge, anch'essa confermata dal voto popolare. I richiami alla deprecata Prima Repubblica non sono graditi, ma proprio per i diritti vengono ancora insegnamenti che dovrebbero essere meditati.

Oggi la politica sembra mancare di coraggio, trasformando in faticosa e costosa concessione quello che non è neppure il riconoscimento di un nuovo diritto, ma la rimozione di un ostacolo che impedisce ad alcune persone di esercitare un diritto di cui tutti gli altri già godono. E questa esclusione è fondata sul loro "orientamento sessuale", dunque su una causa di discriminazione ritenuta illegittima dall'articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico d'ogni altro trattato europeo. Un problema di eguaglianza dunque, tanto più evidente dopo che l'articolo 9 della stessa Carta ha eliminato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio che per ogni altra forma di costituzione di una famiglia.

L'assenza di questa consapevolezza mostra un limite culturale che continua ad affliggere la discussione parlamentare. La Corte europea dei diritti dell'uomo, infatti, non si è limitata a condannare l'Italia per il ritardo nel dare una adeguata disciplina alle coppie di persone dello stesso sesso. Ha ricordato pure che il nostro paese è ormai parte di un sistema giuridico allargato, di cui deve rispettare principi e regole, sì che la stessa libera scelta del Parlamento, la discrezionalità del legislatore risultano limitate. Si sottolinea che ormai la maggioranza dei paesi del Consiglio d'Europa (24 su 47) riconosce nella loro pienezza quelle unioni. E questo non è un semplice dato statistico, ma una indicazione che rende più stringente il "dovere positivo" dell'Italia di intervenire senza inammissibili restrizioni, perché siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l'identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone.

Il paradigma eterosessuale crea ormai incostituzionalità e di questo si deve tener conto quando si contesta l'ammissibilità dell'accesso delle coppie tra persone dello stesso sesso al matrimonio egualitario, di cui oggi non si vuol nemmeno discutere. Ma un ostacolo in questa direzione non può essere trovato nella sentenza del 2010 della Corte costituzionale, di cui oggi è necessaria una rilettura proprio nel contesto europeo che mette al centro l'eguaglianza e sottolinea come le dinamiche sociali, peraltro richiamate dalla stessa Corte, vanno nella direzione di un riconoscimento crescente del matrimonio egualitario, impedendo di riferirsi ad una tradizione "cristallizzata" intorno al matrimonio eterosessuale, ormai contraddetta dalle dinamiche sociali e dalle innovazioni legislative che escludono la possibilità di invocare una natura immutabile del matrimonio. Non è sostenibile, allora, che una legge ordinaria non possa introdurre nell'ordinamento italiano l'accesso paritario al matrimonio, proiettando nel futuro una discriminazione ormai indifendibile anche sul piano strettamente giuridico.

Davanti al Senato è una grande questione di eguaglianza, principio fondamentale che oggi troppo spesso non viene onorato. L'annunciata nuova stagione dei diritti sarà valutata anche da questo primo passo, che tuttavia, anche se andrà nelle giusta direzione, non potrà far dimenticare il permanente sacrificio di diritti sociali. Anzi, proprio l'enfasi posta sul tema dei diritti civili impone una riflessione sulla politica dei diritti dell'attuale governo, tutta fondata su misure settoriali, bonus di varia natura, che mostrano l'accettazione della logica del "fai da te", dell'individualizzazione degli interventi. La società scompare e con essa una vera politica dei diritti. Molti economisti hanno mostrato che i dieci miliardi destinati agli 80 euro avrebbero potuto essere meglio utilizzati per una politica di investimenti, strutturalmente produttivi di occupazione, e per un primo passo verso il riconoscimento di un reddito di dignità. Chiara Saraceno non si stanca di ricordarci che gli interventi a pioggia non ci danno né una politica della famiglia, né una efficace politica contro la povertà.

Se davvero vogliamo tornare a parlare di diritti, ricordiamoci che sono indivisibili. E, visto che il presidente del Consiglio riscopre un'Europa non riducibile all'economia, vorrà ricordarsi che proprio di questo parla la sua Carta dei diritti fondamentali?

 
L'offensiva dei troppo "corretti" PDF Stampa
Condividi

di Paolo Mieli

 

Corriere della Sera, 4 gennaio 2016

 

Il presepe di Madrid, con i Re Magi donna, ultimo esempio di una deriva discutibile. La Spagna, che (sia detto per inciso) non è ancora riuscita a darsi un governo, tra due giorni sarà politicamente compensata da una straordinaria novità. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, eletta a maggio con l'appoggio di Podemos - reduce dall'aver vinto battaglie per il ridimensionamento del presepe nel Palacio de Cibeles e per la celebrazione del Natale multietnico con tamburi africani, poesia serba e musica palestinese - ha ottenuto che la sera del 5 gennaio debuttino i Re Magi donna.

Come Conchita Wurst o Annie Girardot nel celeberrimo film di Marco Ferreri, Gaspare e Melchiorre saranno - nelle sfilate di Puente de Vallecas e Sans Blas-Canillejas - reinas magas con tanto di barba (Baldassarre no, perché è nero e farlo impersonare da una donna barbuta deve essere sembrato eccessivo). La sindaca madrilena gioisce in questi primi giorni del 2016 per i suoi personali trionfi che ne fanno un'eroina della guerra mondiale combattuta sotto le insegne del "politicamente corretto".

Già, perché in Spagna il presepe non viene soppresso per andare incontro a bambini di altre religioni (i quali, peraltro, né direttamente, né attraverso madri e padri, hanno mai chiesto di adottare questo tipo di misure). A Madrid non c'è motivo perché, come è accaduto da noi, un Matteo Salvini si presenti con mantello e turbante all'asilo di sua figlia: Cristianesimo e Islam non c'entrano; Manuela Carmena si è spesa esclusivamente per un'Epifania che contemplasse "un rapporto più equilibrato tra uomini e donne".

Va riconosciuto che da questo momento per il resto d'Europa (e del mondo intero) sarà arduo competere con questa apoteosi madrilena della correttezza politica. Certo, in anni recenti, altrove abbiamo assistito ad altri trionfi di questa inarrestabile offensiva: sono finiti sotto processo libretti di opere di Mozart, testi di Dante Alighieri, William Shakespeare, Herman Melville, Joseph Conrad.

Il capitano Achab è stato messo all'indice in alcune università statunitensi perché "portatore di un atteggiamento sconveniente nei confronti delle balene". Lo scrittore nigeriano Chinua Achebe ha proposto la messa al bando di "Cuore di tenebra" in quanto "sprezzante nei confronti degli africani". La Columbia University ha aperto un contenzioso su Ovidio e sul "contenuto troppo violento" delle sue "Metamorfosi" che peraltro conterrebbero "scene erotiche tali da provocare traumi nei giovani lettori".

Francis Scott Fitzgerald ha avuto, per così dire, seri problemi all'ateneo di Yale dove agli studenti è stato vietato di indossare una maglietta con una frase dell'autore del "Grande Gatsby" ("Penso a tutti gli uomini di Harvard come a delle femminucce") considerata alla stregua di un "insulto omofobo". Ian McEwan ha denunciato inorridito le minacce subite dal poeta Craig Rane per alcuni versi sulle fantasie erotiche di un vecchio. Persino Andrea Camilleri ha avuto i suoi guai allorché la commissaria europea alla pesca, Marta Damanaki, gli ha intimato di vietare a Montalbano di indulgere all'abitudine, "inaccettabile nel Mediterraneo", di cibarsi di pescetti. E credo che lo scrittore si sia adeguato togliendo dai suoi racconti ogni cenno al novellame.

Potente è stata anche la carica contro i classici cinematografici. Il New York Post si è schierato per la censura di "Via col vento", quantomeno per il taglio di qualche scena del personaggio di Mami, interpretando il quale Hattie McDaniel fu la prima afroamericana a vincere l'Oscar. Visto che c'era, lo stesso giornale ha chiesto fosse tolta l'immagine di una domestica nera che campeggiava dal 1889 sulle confezioni di sciroppo da plumcake "Aunt Jemima" e quella del cameriere nero sul riso "Uncle Ben's". Non sono stati risparmiati neanche i film di animazione. Quattro mesi fa, sulla piattaforma in streaming Netflix, lo stringatissimo racconto di "Pocahontas" è stato cambiato in fretta e furia. Già reso oscuro da un primo vaglio al setaccio del politically correct, recitava così: "Una donna indiana d'America è promessa sposa del guerriero più forte del villaggio, ma anela a qualcosa di più e incontra il capitano John Smith". Adrienne Keene, rappresentante di un'Associazione di nativi, ha obiettato che l'uso del verbo "anela" era "disgustoso". La Disney è corsa ai ripari e ha ottenuto il via libera dell'Associazione a costo di rendere quella mini-trama pressoché incomprensibile: "Una giovane ragazza indiana d'America prova a seguire il suo cuore e proteggere la sua tribù, quando i coloni arrivano e minacciano la terra che ama".

I produttori eredi di Walt Disney si sono piegati anche perché memori di seri problemi avuti anni fa: in primis con Paperino quando un'Associazione per la difesa del fanciullo pretese gli venisse tolto il battipanni con cui inseguiva Qui, Quo e Qua; poi con Mr. Magoo, il personaggio molto miope creato nel 1949 da John Hubley, allorché la Federazione dei non vedenti impose l'abbandono del progetto di trarne un cartone animato che avrebbe fatto "ridere sulla disabilità".

Il compromesso fu raggiunto con un film di Stanley Tong (interpretato da Leslie Nielsen) in cui, però, lo spirito del fumetto andò quasi interamente perso. Da quel momento la Disney si è buttata sulla correctness più irreprensibile e pochi giorni fa ha prodotto uno spot natalizio di Frozen in cui due uomini tenevano in braccio un bambino. Ma non si può mai stare in pace. Dall'Italia i parlamentari Carlo Giovanardi e Eugenia Roccella hanno chiesto che quel filmato venisse eliminato dalla tv poiché non era chiaro chi fossero i genitori di quell'infante: "Figlio di chi? dov'è la mamma?", hanno domandato maliziosi i due rappresentanti del popolo italiano.

Qualcuno di quando in quando ha cercato di resistere al regime della correttezza. Antesignano di questi ribelli, lo scrittore Robert Hughes con un libro, "La cultura del piagnisteo" (Adelphi), che si è imposto come manifesto degli ostili a quella da lui descritta come "una sorta di Lourdes linguistica dove il male e la sventura svaniscono con un tuffo nelle acque dell'eufemismo". Tra i partigiani vanno annoverati l'anticipatore Saul Bellow, il cui testimone è passato a Philip Roth e poi a Martin Amis. Qui in Italia, merita una decorazione Umberto Eco che tempo fa sull'Espresso ha preso in giro l'iper-correttezza degli antiberlusconiani suggerendo di alludere con queste parole ai problemi di statura e trapianto del loro bersaglio prediletto: "Persona verticalmente svantaggiata intesa ad ovviare a una regressione follicolare".

Medaglia anche per Sergio Romano che, su queste colonne, ha lamentato la scomparsa dalla letteratura contemporanea di termini "straordinariamente espressivi" come "sciancato, storpio, orbo, zoppo, straccione, pezzente" e ha rivendicato il diritto di ripetere le parole pronunciate dal poeta messicano Francisco de Icaza al cospetto dell'Alhambra e del Palazzo della Madraza: "Nella vita non vi è pena maggiore dell'esser cieco a Granada". Sacrosanto. Anche se consideriamo una sofferenza più afflittiva dell'essere ciechi a Granada, quella di godere di una buona vista a Madrid. Quantomeno domani sera quando sfileranno le regine barbute di Manuela Carmena.

 
<< Inizio < Prec. 8851 8852 8853 8854 8855 8856 8857 8858 8859 8860 Succ. > Fine >>

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it