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Libri: "Collusi", di Nino Di Matteo, il coraggio non cancella la paura PDF Stampa
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di Corrado Stajano

 

Corriere della Sera, 27 maggio 2015

 

Per Nino Di Matteo la guerra si vince se non si scende a patti con il nemico (né con se stessi). I "Collusi", pubblicato dalla Bur, scritto dal magistrato palermitano con il giornalista Salvo Palazzolo.

"Io resto al mio posto, non mi rassegno a questo stato di cose. Soffro tremendamente le limitazioni della mia libertà, nel tempo divenute sempre più pressanti, ma ho anche buoni motivi per reagire allo scoramento e alla stanchezza mentale".

A esprimersi così è Nino Di Matteo, pubblico ministero del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo, l'uomo più odiato da Cosa nostra, il magistrato che Totò Riina vuole morto. Con il giornalista Salvo Palazzolo, Nino Di Matteo è autore di Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia, appena pubblicato dalla Bur (pagine 186, 16,50).

Il libro è un documento prezioso non soltanto per conoscere a fondo le pratiche della trattativa con i poteri criminali, comportamento devastante per uno Stato di diritto, anche se non sembra che il dibattimento in corso venga seguito con la dovuta attenzione dall'opinione pubblica. Collusi è anche una lezione di umiltà così com'è costruito, capace però di prendere alla gola per il dramma che raccontano le sue pagine, per le storie sanguinanti che hanno lacerato e seguitano a minacciare un Paese civile come il nostro. Di Matteo ha mostrato di avere la schiena diritta, anche se il coraggio, confessa, non cancella la paura. Ma chi potrà ripagarlo di quel senso di solitudine, di isolamento e di spaesamento che tanti fedeli servitori dello Stato, prima di lui, soffrirono in quel Palazzo dei veleni di Palermo? Non si contano le minacce, i propositi di ucciderlo, gli ossessivi ordini di morte di Totò Riina. Ne parlò in carcere, all'ora d'aria, registrato da una telecamera, con il boss pugliese Alberto Lorusso.

Le testimonianze dei "pentiti", poi: Vito Galatolo, di una temibile famiglia stragista, ha confessato pochi mesi fa a Di Matteo che a Palermo era arrivato l'esplosivo, duecento chili di tritolo, tutti per lui (pare, speriamolo, che il magistrato sia ben protetto. Giovanni Bianconi ha scritto sul Corriere che, oltre alle normali misure di sicurezza per la sua tutela, è in funzione anche il bomb jammer che serve a rilevare gli ordigni attivati a distanza).

"Se si vuole vincere la guerra, e non semplicemente le battaglie, non si deve scendere a patti con il nemico. E nemmeno dargli la sensazione di scendere a patti": è il leitmotiv di Collusi. Se Cosa nostra fosse soltanto una normale organizzazione criminale sarebbe stata ovviamente annientata, in un secolo e mezzo di esistenza, dalle forze di polizia. Sono state e sono proprio le sue connessioni con il potere politico e finanziario e con l'ambiguità di uomini corrotti delle istituzioni ad aver fatto della mafia il mostro che è. I politici imputati davanti alla Corte d'Assise di Palermo non rispondono del "reato di trattativa", scrive Di Matteo.

Quel che viene contestato agli uomini delle istituzioni è di aver "consapevolmente assunto il ruolo di cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e il governo nel prospettare i desiderata dell'organizzazione mafiosa, così concorrendo al vero e proprio ricatto che i boss stavano portando avanti nei confronti delle istituzioni". È nata così la contestazione "del reato di concorso in violenza o minaccia al corpo politico dello Stato".

Di Matteo analizza gli anni focali dell'ultimo Novecento, il 1982, l'assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa; il 1992, l'assassinio del dc Salvo Lima, gran luogotenente di Sicilia, punito perché non rispettò i patti con la mafia e, nello stesso anno, gli assassinii di Falcone e di Borsellino. Le zone d'ombra mai cadute, le domande senza risposta, i sospetti sulla trattativa sono ancorati a quegli anni.

L'estate delle lenzuola bianche di Palermo - il popolo della città visse allora ribelle nelle strade - finì presto, per stanchezza, delusione. Poi la controffensiva della mafia, il 1993, e l'oscura stagione delle stragi-ricatto di quella primavera-estate a Roma, Firenze, Milano. Non sono stati sufficienti i processi, le indagini, le condanne di personaggi di rilievo a dire la verità su quanto accadde. E non ha certo contribuito alla chiarezza il conflitto tra la Procura di Palermo e il Quirinale, con le imbarazzanti telefonate tra Nicola Mancino e l'allora presidente della Repubblica, nel 2011-2012, di cui tutto si doveva sapere. Collusi è una miniera di documenti, fatti, giudizi che fa capire il mondo della mafia anche a chi crede di conoscerlo.

Qualche tema affrontato nel libro: la sottigliezza delle strategie criminali dell'organizzazione che non è più quella dei disegni di Bruno Caruso, coppola e lupara. I patti di scambio tra mafia e politica: elettorali, economici, imprenditoriali. Le mani sugli ingenti stanziamenti pubblici. La figura dell'intermediario insospettabile. I boss che non hanno più bisogno di farsi avanti, è lo Stato che li cerca. Il riscatto della Chiesa, l'importanza di papa Francesco.

Le talpe nelle istituzioni. Il rischio delle fonti confidenziali. La prudenza e la pavidità di non pochi magistrati e i pericoli quotidiani che vivono invece coloro che "vanno troppo oltre". Il ruolo di certa massoneria. La troppo lunga latitanza di Matteo Messina Denaro che fa sospettare si voglia proteggere chi custodisce segreti inconfessabili sulle stragi. Un libro importante, Collusi. Soprattutto utile in un Paese senza memoria.

 
Libri: "Almond Garden" di Gabriela Maj, donne condannate per "reati contro la morale" PDF Stampa
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ilpost.it, 27 maggio 2015

 

Un reportage sulle donne incarcerate in Afghanistan per aver violato "la legge di Dio", spesso destinate a essere uccise una volta rilasciate.

Gabriela Maj è una fotogiornalista polacco-canadese che ha collaborato con diverse testate internazionali e televisioni. Il suo ultimo lavoro è stato raccolto in un libro intitolato "Almond Garden" e racconta per immagini e attraverso una serie di interviste la vita delle donne afghane detenute in carcere per "reati contro la morale".

"Reato contro la morale" è un termine molto vago applicato per qualsiasi violazione della legge islamica, la sharia: in alcuni casi queste donne sono fuggite da matrimoni in cui venivano abusate o ridotte a condizioni di schiavitù domestica, in altri sono colpevoli di aver fatto sesso prima o fuori del matrimonio (nel diritto islamico, si tratta del reato di zina), in altri casi ancora si tratta di donne che sono state stuprate o costrette a prostituirsi. Mentre i responsabili di queste violenze restano liberi, le loro vittime sono condannate a vivere in carcere, a volte incinte e con poche speranze di un futuro per sé e per i propri figli.

Gabriela Maj ha avviato il suo progetto nel 2010 su incarico e per uno specifico servizio. Nei quattro anni successivi, fino al 2014, è tornata in Afghanistan sei volte cercando di avere accesso anche ad altre carceri del paese, spesso non ottenendo il permesso. In diverse prigioni le è invece stato concesso di entrare, perché era una donna e dunque il suo lavoro non era percepito come minaccioso o politicamente rilevante: in molti casi, quando veniva lasciata alla sola presenza di un'interprete, è riuscita a parlare liberamente con le detenute.

Ha avuto contatti con decine di donne nelle loro celle, venendo molto spesso disprezzata perché le trattava con cura e dignità. Maj ha pubblicato solo le parole o le immagini per le quali ha ricevuto uno specifico permesso dalle dirette interessate: i nomi delle donne sono stati comunque cambiati e le loro storie sono state volutamente separate dai loro ritratti.

Le carceri in Afghanistan, ha spiegato la fotografa, non hanno sbarre e non prevedono particolari uniformi: questo significa che le donne possono in una certa misura personalizzare i loro spazi e prendersi cura dei loro figli nonostante siano molto vulnerabili allo sfruttamento sessuale (molto spesso sono infatti detenute in carceri miste e sorvegliate da uomini). Nonostante i bisogni primari siano "garantiti", le cure mediche variano da una struttura all'altra e in generale sono assenti le risorse a disposizione per la loro salute mentale.

Non c'è poi alcuna garanzia sulla loro vita dopo il rilascio. Molte donne, a specifica domanda della fotografa, hanno risposto "sarò uccisa". Le donne accusate di reati contro la morale sono infatti destinate a essere ripudiate dalla famiglia poiché rappresentano una "vergogna" per la comunità e, una volta uscite, non hanno più un posto dove andare a vivere. Dopo aver concluso il suo progetto Maj ha cercato con difficoltà di non perdere i contatti con le donne che aveva incontrato: alcune di loro hanno trovato un posto nei rifugi a loro dedicati (che sono comunque molto pochi e concentrati solo in alcune zone del paese), almeno due sono state uccise dai membri delle rispettive famiglie nei cosiddetti "delitti d'onore".

Negli ultimi anni, dopo la caduta del regime dei talebani, in Afghanistan hanno ripreso forza i movimenti conservatori. Secondo Human Rights Watch il 95 per cento delle ragazze e il 50 per cento delle donne rinchiuse nelle carceri dell'Afghanistan ha commesso "reati contro la morale". Le ultime statistiche disponibili del ministero dell'Interno indicano che il numero di donne e ragazze imprigionate per "crimini morali" in Afghanistan era salito a circa 600 nel maggio 2013 da 400 nel mese di ottobre 2011.

L'Afghanistan ha adottato alcune misure "di facciata" - soprattutto a causa delle pressioni internazionali - per affrontare la violenza contro le donne, tuttavia non vengono molto spesso applicate, sono poco incisive e sono sotto continuo attacco. Nel 2014, per esempio, le due camere del Parlamento dell'Afghanistan avevano approvato una modifica al codice di procedura penale che vietava ai parenti delle persone accusate di testimoniare nei processi a loro carico: questo dà sostanzialmente il permesso agli uomini che hanno commesso abusi o violenze domestiche di restare impuniti davanti alla legge, con la conseguenza di ridurre letteralmente al silenzio sia le vittime della violenza che la maggior parte dei potenziali testimoni. Va ricordato che la maggior parte degli abusi contro le donne in Afghanistan, come altrove, avviene all'interno della famiglia e da parte di aggressori maschi: una società strutturata in nuclei che vivono in complessi piuttosto isolati, circondati da mura e spesso con le finestre dipinte proprio perché le donne non possano essere viste dall'esterno.

 
Immigrazione: le "quote" dell'Ue per i rifugiati? un malinteso PDF Stampa
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di Anna Maria Merlo

 

Il Manifesto, 27 maggio 2015

 

Commissione europea. La "solidarietà" rivista al ribasso: per il "ricollocamento" dei migranti, Bruxelles verso la conferma del limite di 20mila in due anni (la metà di quanto richiesto dall'Onu), in particolare eritrei e siriani, "casi di emergenza" che rientrano nell'articolo 78, comma 3 del Trattato di Lisbona. Per l'attuazione, bisogna aspettare la riunione dei ministri degli Interni del 15 giugno e il via libera del Consiglio europeo di fine giugno.

In seguito all'accoglienza più che fredda dell'ipotesi di "quote" di rifugiati da spartirsi tra paesi europei per far fronte all'emergenza degli sbarchi, la Commissione europea adesso parla di "malinteso" e cerca di presentare un progetto che non venga bocciato al prossimo Consiglio dei ministri degli Interni, il 15 giugno, in vista del vertice dei capi di stato e di governo del 25-26 giugno, che dovrà esaminare la proposta.

In realtà, Jean-Claude Juncker non ha mai parlato di "quote", ma solo di ricollocamento dei richiedenti asilo, in una fase di emergenza di flussi, come stabilito dall'articolo 78, comma 3 del Trattato di Lisbona, che prevede una "misura provvisoria" e niente di più.

"Non proponiamo un sistema di quote per tutti i migranti - spiega la portavoce per le questioni migratorie, Natasha Bertaud - ma un meccanismo di ripartizione di emergenza e temporaneo per le persone che hanno manifestatamente bisogno di protezione internazionale". La misura potrebbe venire limitata a eritrei e siriani, a cui la maggioranza dei paesi della Ue riconosce il diritto d'asilo.

Già nella prima stesura della proposta di Bruxelles, era questione di 20mila rifugiati da ricollocare su due anni, cioè la metà di quanto richiesto all'Europa dall'Alto Commissariato ai Rifugiati dell'Onu (a titolo di esempio, i 28 paesi Ue hanno concesso l'asilo a 112.170 siriani, su 2,9 milioni che sono fuggiti dalla guerra, un milioni dei quali accolti nel piccolo Libano). Questa cifra potrebbe crescere a 24mila, ma resterebbe comunque molto al di sotto della richiesta Onu.

In ogni caso, mai la Commissione ha allargato la solidarietà ai "migranti" in senso più generale. L'Italia aveva chiesto "solidarietà" agli altri stati membri, ma la limitazione a eritrei e siriani ridurrà l'incidenza dell'operazione, visto che gli eritrei rappresentano il 24% delle persone sbarcate negli ultimi mesi e i siriani il 7%. Inoltre, per venire incontro alle molte riserve degli stati membri, la misura di ricollocamento potrebbe venire riservata agli arrivi dei prossimi mesi, cioè a partire da luglio, sempre che l'iniziativa della Commissione passi il vaglio degli stati membri. In più, non ci sarà nessuna modifica del regolamento di Dublino, come aveva sperato Matteo Renzi. Questo significa che il paese di primo arrivo dovrà continuare ad istruire la documentazione per stabilire se le persone hanno diritto all'asilo. All'Italia, accusata sotto voce di essere un po' troppo sbrigativa, potrebbe venir richiesto di presentare un rapporto a Bruxelles ogni tre mesi sull'andamento di queste pratiche.

La Commissione aveva previsto di calcolare il numero dei ricollocamenti sulla base del pil, del numero di abitanti, del tasso di disoccupazione e del numero di accoglienze già effettuate. Ma c'è stata una levata di scudi, in particolare della Francia, seguita dalla Spagna, che non ha gradito il fatto che avrebbe dovuto aumentare il numero di rifugiati accolti. Già Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca sono escluse dal calcolo grazie a un opt out in questa materia. L'Europa centrale e orientale, Ungheria in testa, è ostile.

La Germania ha fatto sapere di non essere d'accordo sulle "quote", anche se è il paese che, con la Svezia, si è mostrato finora più aperto. Nel 2014, i due terzi circa della protezione (rifugiati, protezione sussidiaria, autorizzazione di soggiorno per ragioni umanitarie) sono stati concessi da 4 paesi nella Ue, Germania (47.600 permessi, in rialzo dell'82% rispetto al 2013), Svezia (33mila, +25%) Francia e Italia, con un po' più di 20mila a testa.

In Gran Bretagna, David Cameron, che fa pressioni su Bruxelles per ottenere concessioni con la minaccia di prendere posizione per il "no" all'Europa nel referendum promesso entro il 2017, vuole limitare la libera circolazione persino dei cittadini Ue. In Francia, François Hollande e Manuel Valls hanno rifiutato chiaramente le "quote", dopo aver lasciato credere di essere favorevoli. Ieri, nell'ambito della riforma dell'asilo politico, il Senato ha reso ancora più difficili le condizioni, imponendo il rinvio sistematico di chi non ha ottenuto il permesso di soggiorno. Il progetto della Commissione sarà "molto probabilmente massacrato, come lo è stato il piano di azione presentato nel dicembre 2013 dopo il naufragio al largo di Lampedusa" prevede un esperto.

 
Droghe: le coltivazioni della canapa in Sardegna PDF Stampa
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di Daniele Pulino (Dipartimento PolComIng, Università di Sassari)

 

Il Manifesto, 27 maggio 2015

 

Per osservare ciò che si muove nel campo delle politiche sulla cannabis può essere interessante indagare i contesti locali dove queste producono i loro effetti. Da questa prospettiva la Sardegna rappresenta un caso interessante soprattutto in tema di coltivazioni illegali considerando che, negli ultimi anni, l'isola si è collocata ai primi posti tra le regioni italiane per numero di piante di cannabis sequestrate.

Questo fenomeno è stato affrontato in modo puntuale da un recente lavoro di ricerca dell'Osservatorio Sociale sulla Criminalità dell'Università di Sassari (a cura di Antonietta Mazzette, "La criminalità in Sardegna. Reati, autori e incidenza sul territorio", Quarto rapporto di ricerca, Edes 2014). La ricerca segnala come, dal 2010 al 2014, in Sardegna ci siano stati 516 sequestri di coltivazioni di cannabis da parte delle forze dell'ordine che hanno portato alla confisca di oltre trentamila piante. Il fenomeno è però tutt'altro che omogeneo.

Dall'indagine emerge una differenza sostanziale tra i sequestri avvenuti in aree urbane e quelli avvenuti nei comuni con meno di tremila abitanti. Nel primo caso si assiste infatti alla prevalenza di coltivazioni domestiche, realizzate con modalità che vanno dalla semplice coltivazione in vaso a coltivazioni indoor più sofisticate che utilizzano sistemi elettronici di illuminazione e aereazione. Si tratta in prevalenza di piccole coltivazioni, ovvero coltivazioni che sembrano destinate all'autoconsumo, allo scambio amicale oppure al piccolo spaccio.

Nel secondo caso spicca invece la presenza di coltivazioni di grandi dimensioni (da 500 fino a oltre 2000 piante), collocate prevalentemente in terreni agricoli, con logiche che prevedono modalità organizzative complesse. Queste spesso mostrano la compresenza di altre attività illegali e della diffusione di armi da fuoco come elemento di sfondo che permea alcuni contesti territoriali dell'isola. A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, gran parte dell'attività delle forze dell'ordine si è concentrata sulla prima tipologia di coltivazioni.

Da un'analisi dei dati dell'Osservatorio fatta da chi scrive, risulta evidente come circa il 29% dei casi abbia riguardato sequestri in cui erano presenti massimo cinque piante, che sale a quota 42% se si considerano i sequestri di massimo 10 piante. Inoltre, nei casi delle coltivazioni più consistenti non è raro che gli autori siano rimasti impuniti.

Fin qui i risultati della ricerca da cui è possibile trarre alcune considerazioni. In primo luogo occorre vedere come l'azione repressiva contro le droghe in questi ultimi anni abbia avuto l'effetto di concentrarsi su quelli che Grazia Zuffa, nel V Libro Bianco sulla legge Fini-Giovanardi ha chiamato i "pesci piccoli", ovvero coloro che hanno commesso reati di lieve entità (qui il pdf). Il caso delle coltivazioni di marijuana in Sardegna sembra suggerire che questo non sia avvenuto solo in relazione alla carcerazione, ma a partire da un'azione delle forze dell'ordine sbilanciata sul piccolo consumo. In secondo luogo la normalizzazione del consumo di cannabis che è avvenuta nell'isola si è realizzata in un quadro di politiche che, colpendo in modo forte la piccola produzione, hanno lasciato maggiori spazi di manovra a gruppi criminali strutturati nel territorio.

È anche da questa prospettiva che occorre osservare come dalla Sardegna si siano mosse azioni esemplari della magistratura, quali ad esempio la sentenza del giudice Carlo Renoldi del 2011(corte d'appello di Cagliari), che hanno sostenuto come, in alcuni casi, l'auto-coltivazione possa erodere dall'interno la domanda senza finanziare l'attività della criminalità organizzata (cfr. Franco Corleone, "Un'assoluzione esemplare", Il Manifesto, 27 gennaio 2012).

 
Ucraina: la denuncia di Amnesty International "torture e uccisioni, da ambo le parti" PDF Stampa
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Adnkronos, 27 maggio 2015

 

Amnesty International ha diffuso nuove, schiaccianti prove sui crimini di guerra in Ucraina, in particolare torture e uccisioni sommarie di prigionieri ad opera di entrambe le parti coinvolte nel conflitto. In un rapporto pubblicato in questi giorni l'organizzazione descrive ex detenuti hanno riferito di essere stati picchiati fino ad avere le ossa spezzate, torturati con gli elettrodi, presi a calci, accoltellati, appesi al soffitto, privati del sonno per giorni e di cure mediche urgenti, minacciati di morte e sottoposti a finte esecuzioni.

"All'ombra del conflitto ancora in corso nell'Ucraina orientale, le nostre ricerche sul campo hanno raccolto denunce di tortura tanto frequenti quanto scioccanti. Oltre 30 ex prigionieri, catturati da entrambe le parti, hanno fornito resoconti credibili e orribili di ciò che hanno vissuto", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty. "Prigionieri di entrambe le parti hanno subìto pestaggi e finte esecuzioni. Abbiamo anche documentato uccisioni sommarie ad opera dei gruppi separatisti.

Ricordiamo che torturare o uccidere deliberatamente persone fatte prigioniere durante un conflitto è un crimine di guerra" , ha aggiunto Dalhuisen. "Le forze pro-Kiev e i gruppi separatisti devono porre fine a queste azioni criminali e far sì che tutti coloro che combattono ai loro comandi siano consapevoli delle conseguenze cui andranno incontro, secondo il diritto internazionale, in caso di abusi contro i prigionieri nel corso di un conflitto armato. Le autorità ucraine devono indagare su tutte le denunce di crimini di guerra e di altro genere, aprire fascicoli e raccogliere le prove degli abusi commessi dalle forze separatiste, con l'obiettivo di portare di fronte alla giustizia i responsabili di queste azioni vergognose" , ha proseguito Dalhuisen.

Dei 33 ex prigionieri intervistati da Amnesty International - tutti detenuti per vari periodi di tempo tra il luglio 2014 e l'aprile 2015 e incontrati tra marzo e maggio di quest'anno - 32 hanno descritto brutali pestaggi e altri gravi abusi commessi dai gruppi separatisti e dalle forze pro-Kiev. Amnesty International ha corroborato le testimonianze degli ex prigionieri con ulteriori prove, tra cui radiografie di ossa fratturate, cartelle cliniche, fotografie di bruciature e altre ferite, di cicatrici e di denti mancanti.

Al momento dell'intervista, due di loro erano ancora in cura in ospedale. I torturatori appartengono ad ambo i lati del conflitto: 17 delle vittime sono state detenute dai separatisti, 16 dall'esercito, dalla polizia e dai servizi segreti di Kiev. Amnesty International ha inoltre ricostruito - sulla base di testimonianze oculari, cartelle cliniche, prove pubblicate sui social network e notizie di stampa - almeno tre casi recenti in cui i gruppi separatisti hanno passato sommariamente per le armi otto combattenti pro-Kiev. In un'intervista, il leader di un gruppo separatista ha apertamente ammesso di aver ucciso soldati ucraini, attribuendosi dunque un crimine di guerra.

Alcune delle violenze peggiori vengono commesse in centri non ufficiali di detenzione, soprattutto nei primi giorni. I gruppi che agiscono al di fuori della catena di comando effettiva o ufficiale tendono ad avere comportamenti brutali e fuorilegge. La situazione dal lato separatista è particolarmente caotica: gruppi differenti trattengono prigionieri in almeno 12 diverse località. Quanto al lato pro-Kiev, uno dei racconti fatti da un ex prigioniero nelle mani della milizia nazionalista "Settore destro" è risultato sconvolgente.

"Settore destro" ha preso decine di civili in ostaggio, li ha portati in un centro giovanile in disuso e qui li ha sottoposti a crudeli torture per poi estorcere ampie somme di denaro tanto ai detenuti quanto alle loro famiglie. Amnesty International ha segnalato la vicenda alle autorità ucraine senza ricevere alcuna risposta. Le ricerche di Amnesty International hanno verificato che entrambe le parti hanno arbitrariamente trattenuto civili che non avevano commesso alcun reato, per il mero fatto di aver espresso simpatia per la parte avversa.

L'organizzazione per i diritti umani ha incontrato persone arrestate e picchiate solo per aver scattato fotografie delle proteste di EuroMaydan o per aver avuto nella rubrica del loro cellulare i numeri di telefono di separatisti. "In alcuni casi questi civili vengono presi per organizzare scambi di prigionieri, in altri soltanto per punire le loro idee. Questa prassi illegale e inquietante deve cessare immediatamente" , ha concluso Dalhuisen. Amnesty International sta chiedendo alle agenzie e agli esperti delle Nazioni Unite - tra cui il Sottocomitato per la prevenzione della tortura, i Gruppi di lavoro sulle detenzioni arbitrarie e sulle sparizioni forzate e il Relatore speciale sulla tortura - di svolgere una missione urgente in Ucraina per visitare tutti i centri di prigionia, compresi quelli non ufficiali, in cui si trovano persone detenute nel contesto del conflitto in corso.

 
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