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Medio Oriente: l'incubo di altre guerre, così fallisce la strategia di Obama PDF Stampa
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di Federico Rampini

 

La Repubblica, 4 gennaio 2016

 

Dietro la religione il conflitto è politico e tra petrolio, nucleare e business mette a rischio la coalizione voluta per affrontare il Califfato in Siria e Iraq. Rottura delle relazioni diplomatiche, evacuazione dell'ambasciata saudita a Teheran: l'improvvisa accelerazione della crisi moltiplica i rischi per tutti, ben oltre i due giganti rivali del Golfo.

È un conflitto per ora politico, ma pronto a degenerare. Perché ne incrocia altri, già combattuti con le armi: dalla Siria all'Iraq allo Yemen. L'asprezza dello scontro tra Iran e Arabia saudita può destabilizzare i faticosi sforzi dell'Occidente per saldare una coalizione contro lo Stato Islamico. È un grave contraccolpo per Obama che di quella coalizione ha la guida. Nel corso del 2015 la sua strategia ha avuto due capisaldi. Primo: la scommessa sulla normalizzazione dei rapporti con l'Iran. Secondo: la costruzione di una grande coalizione contro lo Stato Islamico. Tutt'e due sono messi a repentaglio dalla crisi fra Teheran e Riad. L'accordo sul nucleare iraniano è stato - insieme a Cuba - uno dei "colpi" con cui Obama voleva costruire la sua eredità negli affari internazionali. È stata definita un'operazione kissingeriana, evocando il "patto col diavolo" che Henry Kissinger orchestrò negli anni Settanta tra l'America e la Cina di Mao.

Anche Obama ha osato dialogare con un "demonio" che incombe sulla diplomazia americana dalla crisi degli ostaggi di Teheran (1979). Lo ha fatto non perché creda che il regime iraniano sia improvvisamente filo- occidentale (neppure la Cina di Mao cessò di essere comunista). La scommessa era sull'interesse comune degli iraniani a rimettersi in gioco. L'Arabia saudita, dopo avere strepitato per mesi contro l'accordo sul nucleare iraniano, ora è passata alle vie di fatto: sabotaggio attivo. Che complica molto i disegni di Obama. Dei sauditi lui non si fida molto più che degli iraniani ma non può buttar via decenni di "rapporto privilegiato", alleanza militare, intrecci finanziari. Ma i sauditi sembrano pronti a tutto pur d'impedire un ritorno dell'Iran nella comunità internazionale.

Lo stesso avviene sull'Is. Obama è convinto che il Califfato possa essere sconfitto, ma non mandando truppe americane "infedeli" a riconquistarne i territori. La riconquista deve avere come protagonisti dei combattenti sunniti. Perché questo avvenga - Obama lo ha ripetuto al G20 in Turchia - tutte le potenze regionali devono accantonare altre rivalità e concentrarsi sul "nemico principale". Dunque tutte devono decidere che il primo avversario da abbattere è proprio lo Stato Islamico, voltando pagina rispetto ai doppi giochi. L'esplosione di ostilità tra Arabia e Iran spinge nella direzione opposta.

Petrolio e nucleare, finanza e affari, s'intrecciano con la religione e la politica, nelle grandi manovre per un Medio Oriente post-americano. Non c'è solo l'antica contrapposizione politico-religiosa tra sunniti e sciiti dietro l'escalation fra Arabia saudita e Iran. Sullo sfondo c'è un tremendo contro-shock energetico, una guerra economica. Un ribaltamento dei mercati che ha ripercussioni catastrofiche per tutti i petro-Stati. Una dopo l'altra vanno in crisi con un effetto domino le economie che vivevano di rendita energetica. Molte, peraltro, sono nemiche storiche dell'America: Russia, Venezuela, Iran. Solo nel 2015 il prezzo del greggio è caduto del 40 per cento. Per chi il petrolio lo vende, l'impoverimento è brutale.

All'interno dell'Opec, indebolita e lontana anni-luce dal potere oligopolistico del passato, è esplosa la guerra guerreggiata delle "quote". Con l'Iran che torna sui mercati mondiali e l'Arabia ben decisa a contrastare l'export del suo potente rivale. Ormai la parola austerity è arrivata sulle rive del Golfo Persico, dove le spese pubbliche faraoniche vengono ridimensionate, gli sceicchi devono tagliare. Rischiando a loro volta crisi di consenso interne, in paesi dove la spesa pubblica finanziata dal petrolio è spesso l'unico collante sociale.

Questo scenario dà anche un altro significato allo scenario di un Medio Oriente "post- americano": quello di una ritirata strategica degli Usa che sancisce una progressiva perdita d'interesse geo-economico verso la regione. Da anni l'America non importa più neanche una goccia di petrolio dal Medio Oriente. Il prezzo che paga per mantenere in quell'area una vacillante egemonia - e due flotte - comincia a sembrare eccessivo ad una parte della classe dirigente Usa.

Ma un ruolo di arbitro nella zona di transiti petroliferi che va dal Mediterraneo al Golfo Persico fino all'Oceano Indiano, fa parte dei prezzi da pagare per mantenere una leadership mondiale. Tanti altri, alleati o rivali, continuano ad avere bisogno del petrolio arabo: dagli europei ai cinesi. Finché l'America pattuglia con le sue flotte le grandi rotte navali del greggio, l'Europa e la Cina le riconoscono volenti o nolenti uno status "indispensabile".

Per questo il "guerriero riluttante" Barack Obama è impegnato a ridisegnare le sue strategie, tenendo conto di due attrazioni contrapposte: da una parte l'interesse a non farsi risucchiare in conflitti fallimentari come l'Iraq; d'altra parte conservare una presenza che fa parte dell'influenza planetaria degli Stati Uniti. A questo punto, ogni calcolo e ogni scenario deve incorporare una nuova crisi. Con due potenze locali armate fino ai denti, nessuna delle quali può essere "decifrata" facilmente, tantomeno disciplinata da influenze esterne. Tramontata ogni illusione di Pax Americana, non esistono premesse di una Pax Russa o Cinese, solo la pesante realtà di guerre regionali dove alle etichette religiose si mescolano tanti altri interessi.

 
La crisi in Medio Oriente e i due volti di Teheran PDF Stampa
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di Franco Venturini

 

Corriere della Sera, 4 gennaio 2016

 

Le profonde divisioni tra riformisti e conservatori si sono riaccese. E un Paese che deve stare attento a non esplodere dall'interno non è nella posizione migliore per raccogliere la provocazione saudita. Offeso e provocato dall'esecuzione in Arabia Saudita del predicatore al Nimr, l'Iran sciita non sembra voler alimentare troppo lo scontro con i sunniti di Riad. L'assalto all'ambasciata saudita a Teheran è stato controllato e poi fermato e la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi è stata decisa per iniziativa saudita. La Guida suprema Alì Khamenei ha previsto una "vendetta divina" contro i Saud, formula perfetta per prendere tempo. Gli inviti alla moderazione provenienti dall'America e dall'Europa non sono stati respinti. Forse la potenza sciita teme quella sunnita? Sarebbe illusorio pensarlo. L'Arabia Saudita ha fatto le sue mosse, e se l'Iran non vuole (per ora) portare la tensione alle stelle è per due motivi precisi. Il primo nasce dalla lotta di potere interna in pieno svolgimento a Teheran. Il secondo risiede nella molteplicità di risposte possibili di cui dispone l'Iran nell'ambito della lotta all'Isis, in Siria e in Iraq.

Dopo la conclusione dell'accordo sui programmi nucleari iraniani nel luglio scorso, i più ottimisti pensarono che la prospettiva della revoca delle sanzioni avrebbe agevolato un processo di pacificazione politica a Teheran. Invece è accaduto che le profonde divisioni tra riformisti e conservatori, tenute a bada dall'ambiguità di Khamenei durante la trattativa con l'ex Satana americano e i suoi alleati, sono riesplose dopo l'intesa se possibile con ancor maggiore virulenza. La fazione moderata del presidente Rouhani è stata accusata di filo-occidentalismo. Una parte maggioritaria della società composta da giovani l'ha però sostenuta, accendendo ulteriormente lo scontro con i settori tradizionalisti guidati dai Pasdaran.

Come altre volte la Guida suprema Khamenei ha allora usato i suoi poteri per congelare lo scontro ricordando implicitamente a tutti che l'Iran ha bisogno, se non vuole precipitare in una crisi economica ancor più grave, della fine delle sanzioni occidentali e di tornare a esportare liberamente il suo petrolio (con buona pace dei prezzi sul mercato, altro motivo di acredine verso l'Arabia Saudita). Un Paese che deve stare attento a non esplodere dall'interno non è nella posizione migliore per raccogliere la provocazione confessionale e strategica di Riad. Ha invece interesse a meditare con calma le sue rivincite, ma in realtà proprio le lotte interne potrebbero fornire nuove occasioni ai poteri iraniani più oltranzisti. Non a caso gli unici a chiedere un "castigo immediato" dell'Arabia Saudita sono stati prima i Guardiani della Rivoluzione e poi l'esercito regolare, confermando e allargando il tentativo non nuovo dei militari iraniani di accrescere il loro già notevole peso che riguarda anche settori chiave dell'economia. Khamenei dovrà continuare a mediare, e di nuovo non scontentare troppo gli uomini in divisa nel grande gioco mediorientale oggi dominato dalla guerra all'Isis e dal conflitto siriano.

L'Iran è più intransigente della Russia nel sostenere lo sciita Assad a Damasco, e sarà difficile riportarlo, ammesso che ci sia mai riuscito, ad intavolare un vero dialogo con il fronte sunnita nell'ambito della prossima fase del "processo di Vienna". Reparti speciali iraniani operano in Siria assieme agli sciiti libanesi di Hezbollah, e sono stati a lungo, prima dei bombardamenti russi, il principale sostegno di Bashar al Assad. Inquadrate e guidate dagli iraniani sono anche le milizie sciite che si battono contro l'Isis in Iraq, ma il loro impiego viene limitato dal governo di Bagdad (per esempio a Ramadi) per evitare che dopo una vittoria, come è accaduto a Tikrit, scatti la caccia al sunnita.

Senza l'Iran o contro l'Iran, insomma, sarà molto difficile battere l'Isis e sarà impossibile pacificare la Siria. Il guaio è che lo stesso può essere detto dell'Arabia Saudita, e del rassemblement di gruppi sunniti che ha appena tenuto a battesimo. Ed è per questo che le conseguenze dell'uccisione di al Nimr possono riportare all'essenza, cioè alla lotta di predominio tra sunniti e sciiti, il fenomeno Isis e le guerre siriana e irachena.

 
Iran: "Riad è come l'Isis". E i sauditi rompono le relazioni con Teheran PDF Stampa
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di Arturo Zampaglione

 

La Repubblica, 4 gennaio 2016

 

Imam sciita giustiziato, espulsi i diplomatici. Scontri in Bahrein. Khamenei invoca la "vendetta divina". Dopo le ambasciate prese d'assalto, proteste di piazza da Teheran al Bahrein, accuse incrociate di terrorismo e invocazioni di una "vendetta divina" da parte del leader supremo, l'Ayatollah Ali Khameini che paragona Riad all'Is: Iran e Arabia saudita, si affrontano in modo feroce all'indomani dell'esecuzione di 47 persone tra cui lo sceicco sciita Nimr al Nimr, che il leader Hezbollah, Hassan Nasrallah, definisce "martire".

Fino all'annuncio dell'Arabia Saudita che ha interrotto le relazioni diplomatiche con l'Iran. Il rischio ora è che il confronto degeneri, in un'ulteriore destabilizzazione dell'area e vanificando quegli sforzi faticosi per costruire una grande alleanza contro l'Is e per avviare, sotto egida Onu, il processo di pace in Siria.

Questi timori hanno suggerito alle capitali occidentali di reagire senza troppo criticare né sbilanciarsi, cercando di "disinnescare le tensioni": come ha fatto ieri Federica Mogherini, Alto rappresentante della Ue per la politica estera, in una lunga conversazione con il ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif. Entrambi hanno convenuto sulla "necessità che le parti facciano ogni sforzo per mantenere la situazione sotto controllo". Anche gli Stati Uniti hanno fatto appello ai leader della regione per "non esacerbare le tensioni regionali" e al governo saudita perché "rispetti e protegga i diritti umani, assicuri la trasparenza giudiziaria e permetta espressioni pacifiche di dissenso".

Dichiarazioni, queste, non di Barack Obama (tornato ieri pomeriggio a Washington dopo le vacanze alle Hawaii), né di John Kerry, ma di un semplice portavoce del Dipartimento di stato: a conferma che in questa fase la Casa Bianca vuole esporsi il meno possibile e che sicuramente è in imbarazzo per la mossa Riad, da sempre il suo alleato di riferimento.

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha invece espresso il suo "sgomento", ricordando di essersi attivato nel passato per commutare la condanna a morte dello sceicco al Nimr. Ma è soprattutto a Teheran che si è scatenata la rabbia degli sciiti. Dopo l'assalto all'ambasciata saudita nella capitale iraniana la polizia ha arrestato 40 persone, ma le proteste di piazza sono riprese ieri, fomentate anche dalle guardie rivoluzionarie che hanno bollato la morte di al-Nimr come "un atto selvaggio e medioevale". E sono continuate anche in Bahrein. Nel Paese governato da una minoranza sunnita e sostenuto da Riad, i manifestanti sciiti si sono scontrati con la polizia che ha effettuato numerosi arresti.

 
"Io, figlia dell'Islam contro la dinastia dei signori feudali" PDF Stampa
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di Ghita El Khayat (Candidata al premio Nobel per la Pace nel 2008)

 

Il Tempo, 4 gennaio 2016

 

Io, nata nell'islam e considerata come araba (mentre sono maghrebina), ancora una volta, non riesco a tacere su quello che l'Arabia Saudita esercita in quello che si chiama il mondo arabo. Già in passato scrissi una lettera al Comitato del Nobel per la Pace, per protestare contro il fatto che la bandiera di questo paese porta stampato il simbolo di un'arma, la spada con cui l'Isis ha tagliato migliaia di teste. Quest'arma del medioevo sulla bandiera saudita non può parlare, oggi, al posto del mio popolo e delle donne che lo compongono.

Ho scritto anche un testo di denuncia contro la decapitazione degli omosessuali in questo paese: come accettare che degli essere umani vengano uccisi a causa della loro sessualità? Com'è possibile che dei paesi liberi e sovrani abbiano taciuto dinanzi a tale infamia, paesi in cui gli omosessuali hanno ricoperto le più alte cariche dello Stato, con dignità e competenza, come in Francia, Belgio, Lussemburgo, per citarne solo alcuni.

La promozione dell'Arabia Saudita al Consiglio dei diritti dell'uomo, presso l'Onu, a fine settembre 2015, è uno scandalo di proporzioni inaudite e una buffonata per la gente di tutto il mondo che ama la giustizia, la libertà e la pace. Nimr El Nimr, suppliziato in nome della sua fede e delle sue rivendicazioni, oggi è un eroe. Egli ha avuto il coraggio di levare la sua voce contro una dinastia arcaica, attraverso la quale due o tremila principi possiedono un intero paese e le sue ricchezze, come i signori del feudalesimo più retrograde che lavorano solo per la propria ricchezza, esercitando un potere sostenuto dagli arcani politico-religiosi di un antenato più predatore dei suoi contemporanei: si tratta del wahabismo, movimento politico-religioso saudita scaturito dall'Islam sunnita hanbalita, fondato nel 18º secolo da Mohammed ben Abdelwahhab che predicava un islam "riformato", tornato alla sua "forma originale" che egli definì secondo un'interpretazione letterale e conservatrice del Corano e degli hadith. Oggi, egli sarebbe molto sorpreso dalle sue "pecorelle" saudite maschio che vanno nei paesi come il mio per approfittare della povertà, riducendo le ragazze e le donne a schiave sessuali e pagando in dollari la sottomissione e la bassezza.

In qualità di psichiatra, antropologa e scrittore, protesto contro la barbarie che ha travolto il mondo arabo dopo le rivolte che gli occidentali hanno chiamato "La Primavera Araba": in quanto donna, ne sono vittima, dal momento che hanno operato un enorme arretramento della condizione femminile verso i periodi più repressivi e più bui della storia di questo mondo detto "arabo". Durante le numerose conferenze a cui partecipo, vengo spesso minacciata perché ho il coraggio di dire che il velo delle donne musulmane è un arcaismo, e le minacce provengono perlopiù da uomini che vivono nei paesi occidentali. Tutti gli atei del mondo musulmano tacciono. La responsabilità dei paesi liberi è enorme. Questi non hanno compreso quale sia veramente la sfida: l'imposizione obbligata dei Diritti dell'Uomo e il decreto di crimini contro l'umanità per tutto il resto, mutilazioni genitali delle bambine, delitti d'onore, matrimoni forzati, penalizzazione dell'omosessualità, crimine d'apostasia...È questo che produce i terroristi.

 
Dietro alla morte del figlio dell'emiro di Dubai la doppia morale dei rampolli del Golfo PDF Stampa
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di Francesca Paci

 

La Stampa, 4 gennaio 2016

 

Ricchissimi ed esigenti, fuori dai loro paesi abbandonano i dettami dell'islam wahabita per festini orgiastici, alcool e droga. Automobili di lusso, festini orgiastici a base di alcool e droga, cornici di donne tutt'altro che modestamente coperte in osservanza ai dettami della sharia.

Il doppio standard dei petrol-principi del Golfo, custodi del copyright della versione più integralista dell'islam wahabita ma al tempo stesso prototipi di estrema lussuria, è cronaca per i custodi di hotel come il Dorchester di Londra o il Claridges, dove le opulente macchine dei miliardari fanno la spola caricando e scaricando ospiti in jallabbya bianca e avvenenti fanciulle ingioiellate.

Poi ogni tanto, quando per esempio il giovane saudita Majed Abulaziz al Saud viene accusato di molestie sessuali multiple dalla polizia di Beverly Hills la cronaca si arricchisce di dettagli. Così, alcune settimane fa, la morte ufficialmente d'infarto del 33enne Rashid, figlio maggiore del regnante di Dubai Sheikh Mohammed, ha aperto una finestra sullo stile di vita di un playboy votato alle corse di cavalli quanto alla droga e alle donne che diversamente dai suoi "colleghi" occidentali ostenta(va) di condannare in pubblico quanto pratica(va) in privato (la sharia stile saudita prevede la pena di morte per omosessualità, adulterio e qualsiasi comportamento ritenuto immorale).

Ogni estate è la stessa storia, raccontano al Daily Beast quelli che li accolgono al Plaza Athénée, di proprietà del Sultano del Brunei, e ricevono le prenotazioni di alberghi, suite, ristoranti o sale da tè come il Claridges dove a giugno non si trova un tavolo che non sia occupato da arabi del Golfo.

Per sfuggire al caldo del deserto i rampolli delle miliardarie famiglie del Golfo, molti tra i 21 e i 26 anni, si trasferiscono in Gran Bretagna, nel sud della Francia o negli Stati Uniti con tanto di corte e parco auto. Con la Qatar Airways, che dedica interi voli al trasporto dei veicoli di lusso, si stima che gli spostamenti stagionali dei bolidi costino circa 30 mila dollari per ogni singola auto.

"Vogliono tutto quello che chiedono e lo vogliono subito, vogliono che li si guardi ma che non si domandi loro nulla" dice chi ci lavora. Danno risposte secche, una parola, niente nomi, sguardi fulminanti di chi pensa di potere qualsiasi cosa e di aver per giunta Dio dalla propria parte. Lo Sheikh Rashid era uno di questi playboy, forte di un patrimonio paterno stimato da Forbes in 1.9 miliardi di dollari (sebbene il padre, per il suo coinvolgimento in un omicidio, lo avesse privato del passaggio dei poteri preferendogli il fratello Hamdeen). E le principesse non sono da meno, come Maha bint Mohammed bin Ahmad al-Sudairi, cognata dell'ultimo re Abdullah, nota per aver occupato per 5 mesi 41 stanze allo Shangri-La Hotel di Parigi per oltre 7 milioni di dollari.

"L'export più fruttuoso verso il Golfo è quello di biancheria intima costosissima ma per niente raffinata" racconta un commerciante iracheno di abbigliamento che fa la spola con il Medioriente, Golfo in particolare. E non si tratta solo dei reggiseni piumati made in China che, alla portata delle tasche di tutti, sventolano in qualsiasi suk delle capitali arabe. I playboy del Golfo pagano molto e viaggiano spinti dalla bramosia di soddisfare i piaceri che crocifiggono in patria. Tra il 2007 e il 2008 la periferia di Damasco era piena di nightclub in cui i principi sauditi andavano a "scegliersi" le minorenni irachene che le madri "vendevano" loro per mantenere numerose famiglie di profughi. Oggi avviene lo stesso alla periferia di Beirut, sono cambiate le ragazze, si tratta soprattutto di siriane, ma non sono cambiati i compratori. La morale più oltranzista non sembra turbare i sonni di chi la diffonde nel mondo musulmano fino alle derive jiadhiste: in fondo nel covo di Osama bin Laden fu trovata una quantità di materiale pornografico da far invidia ai suoi connazionali.

 
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