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Giustizia: "Enrico Letta? Un incapace". Renzi e il caso delle intercettazioni con Adinolfi PDF Stampa
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di Virginia Piccolillo

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2015

 

Le telefonate emerse da un'indagine (archiviata) tra il leader e il generale della Guardia di finanza Adinolfi, con commenti sul suo predecessore. Il Procuratore generale della Corte di cassazione sta svolgendo accertamenti preliminari su alcune intercettazioni che ieri hanno fatto discutere. Colloqui, pubblicati in prima pagina sul Fatto Quotidiano, tra il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi e alti esponenti istituzionali in un'indagine archiviata i cui atti non erano dunque destinati a diventare pubblici.

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Giustizia: caso Letta-Renzi, l'ira di Napolitano sulle intercettazioni del Fatto Quotidiano PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2015

 

L'ex capo dello Stato smentisce di essere stato ricattato. Il centrodestra chiede nuove norme, no del governo. Quella del Fatto Quotidiano è "una grossolana, ignobile montatura" e fa leva sul testo di alcune intercettazioni giudiziarie "acquisite e pubblicate in modi di assai dubbia legittimità". È quanto scrive il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una replica al giornale pubblicata ieri. Per l'ex capo dello Stato è "ingiurioso" ipotizzare "in modo gratuito e sgangherato" la possibilità di essere stato oggetto "di ricatti da parte di chicchessia".

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Giustizia: il premier esclude strette alla legge sulle intercettazioni "sono altre le priorità" PDF Stampa
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di Monica Guerzoni

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2015

 

Forza Italia gli chiede di riferire in Aula. E la Camusso cita l'autore di "House of Cards" che disse: Matteo, è solo fiction. Nella nuova puntata del duello tra Renzi e Letta spunta a sorpresa Susanna Camusso.

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Giustizia: Mafia Capitale. Marino "costretto a prorogare i contratti affidati senza gara" PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2015

 

La lettera del sindaco di Roma al prefetto Gabrielli. Schiacciato dal peso di un bilancio "con uno squilibrio strutturale quantificabile in oltre 800 milioni di euro". Stretto dalla morsa di un'ipotesi di danno erariale avanzata dalla procura regionale della Corte dei conti "pari a ben 340 milioni per illegittima corresponsione del salario accessorio dal 2008 al 2012".

Costretto, soprattutto, dall'eredità dell'assenza di un bilancio preventivo approvato "in tempi utili per avviare e completare una gara" il sindaco di Roma, Ignazio Marino, racconta che la proroga degli affidamenti diretti è stata una condizione finora quasi inevitabile da cui sta cercando di uscire.

Con una lettera di 20 pagine al prefetto di Roma, Franco Gabrielli, datata primo luglio e ora agli atti dei documenti trasmessi dal prefetto al ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Il documento di Marino, citato nella relazione finale di Gabrielli, affronta subito e per oltre la metà delle pagine il dissesto finanziario del bilancio del Campidoglio. Cosa c'entri con Mafia Capitale, è presto detto.

Il sindaco di Roma deve rispondere a un'obiezione pesante, decisiva: perché mai, se tra il primo gennaio 2011 e il 13 giugno 2013 - gli ultimi due anni del mandato di Alemanno - gli affidamenti di appalti senza gara coprono il 36% circa del totale del Campidoglio, per un valore di oltre 5 miliardi, poi, tra giugno 2013 e dicembre 2014, con la nuova giunta, le procedute negoziate diventano pari al 72% del totale, per un valore di un miliardo.

Tutti appalti senza gara, affidamenti rinnovati per somma urgenza. Dove ci sono, appunto, in grande quantità, i contratti per i Buzzi e soci, la premiata ditta Mafia capitale scoperchiata dall'indagine della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone. La risposta di Marino è che "gli uffici sono costretti ad agire secondo il regime di gestione provvisoria con una prospettiva temporale circoscritta al mese". Mancano, sostiene, le "condizioni minime per espletare le gare, quando si tratta di servizi irrinunciabili".

Così "il ricorso alla proroga dei contratti in essere" si legge "rappresenta quasi sempre l'unica via percorribile" e per il sindaco "spiega le decine di proroghe e gli affidamenti diretti nel sociale". Marino sottolinea come al suo arrivo abbia subito sollecitato palazzo Chigi, con il premier Enrico Letta, e l'Economia, con il ministro Fabrizio Saccomanni, attraverso l'assessore al bilancio Daniela Morgante (che poi ha abbandonato la giunta) e ora con l'assessore Silvia Scozzese (potrebbe lasciare anche lei).

Scatta così l'ispezione del Mef, l'esito - pesantissimo - è consegnato al Comune il 4 aprile 2014. Marino riassume 32 punti critici evidenziati dall'Economia "sull'attività negli anni Precedenti all'attuale consiliatura" e il 16 ottobre 2014 il Campidoglio trasmette le controdeduzioni. Caso singolare, solo il 27 maggio scorso la Ragioneria generale dello Stato risponde e, tra l'altro, al Mef "ribadiscono alcuni importanti criticità".

Marino segnala al prefetto tutte le iniziative per la trasparenza e la legalità intraprese, compresa l'introduzione recente del whistleblowing, la procedura molto diffusa negli Usa che consente a un dipendente di denunciare illeciti ravvisati negli uffici. Nella relazione finale di Gabrielli emerge poi che l'ex direttore tecnico del municipio di Ostia, Aldo Papalini, già coinvolto e arrestato in un'inchiesta sull'affidamento delle concessioni agli stabilimenti balneari, girava nelle aree a traffico limitato di Ostia con permesso intestato al boss Carmine Fasciani, appartenente ad uno dei clan mafiosi che si spartiscono gli affari criminali del litorale capitolino.

Interviene l'assessore alla legalità, Alfonso Sabella: "Abbiamo già ridisegnato la struttura capitolina, il cambio è già in atto: dal 2015 è previsto il controllo successivo di legittimità del 20% degli atti dell'amministrazione capitolina, dal 2016 del 25% e dal 2017 del 30%. Si tratta di una mole enorme di lavoro: migliaia e migliaia di documenti". E aggiunge: "Da qualche giorno, grazie al piano anti-corruzione, è entrata in vigore la rotazione di funzionari e dirigenti"

 
Giustizia: un "presunto colpevole" e un magistrato scrivono della morte del giusto processo PDF Stampa
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di Emanuele Boffi

 

Tempi, 12 luglio 2015

 

Giustizia e gogna. L'emblematico incontro tra Mario Rossetti, indagato, incarcerato e assolto per il caso Fastweb, e Piero Tony, toga rossa ribelle. Mario Rossetti è un manager, Piero Tony è un magistrato in pensione. Non hanno nulla in comune, se non il fatto di condividere con straordinaria sintonia il giudizio sulla situazione della giustizia in Italia.

Giovedì 2 luglio si trovavano entrambi nella provincia monzese (Carate Brianza) all'incontro organizzato dalla fondazione "Costruiamo il futuro" di Maurizio Lupi per presentare i propri libri: Io non avevo l'avvocato (Mondadori) e Io non posso tacere (Einaudi). Fatto singolare, i tre relatori - oltre a loro c'era Sergio Luciano, co-autore di Rossetti - si intendevano su tutto, tanto che Tony ha buttato lì la battuta più bella della serata: "Non c'eravamo mai visti prima, eppure siamo d'accordo su ogni cosa. Un pm non crederebbe mai che non abbiamo concordato prima le nostre versioni".

23 febbraio 2010, Milano. Alle cinque di mattina la Guardia di Finanza si presenta a casa di Mario Rossetti, ad di Cobra At, e lo arresta. Il capo d'imputazione è associazione a delinquere transnazionale. Gli consegnano l'ordinanza di 1.700 pagine dove dovrebbe essere spiegato perché lo arrestano, perché lo strappano alla sua famiglia, perché lo portano nel carcere di San Vittore imponendogli cinque giorni di isolamento giudiziario. Dovrebbe, ma nei fogli che Rossetti compulsa nervosamente non c'è il suo nome. Mai. In 1.700 pagine il suo nome non compare. Capisce solo che l'accusa c'entra qualcosa con la sua precedente occupazione in Fastweb, azienda che nel 1999 contribuì a fondare, e in cui non lavora più da anni.

Assieme a lui sono coinvolti altri manager dell'azienda, tra cui l'ad Silvio Scaglia, che dall'estero si precipiterà con un volo privato per chiarire tutto e finirà in gattabuia senza troppi complimenti.

"Perché mi arrestano?", si chiede Rossetti. Cinque anni dopo, quattro mesi in carcere e otto ai domiciliari, lo sputtanamento mediatico, il sequestro dei beni, cento quaranta sette udienze, la risposta è: "Non lo so. Non ho ancora capito". È la risposta più assurda e, al tempo stesso, la più adeguata che si possa dare. "Quando sono arrivato quella sera a San Vittore - ha raccontato al convegno - ho visto su una televisione del carcere il Tg2 che dava come prima notizia l'arresto di 56 persone per il "caso Fastweb".

L'allora procuratore antimafia Piero Grasso parlava di una "delle più grandi truffe mai scoperte". È stato in quel momento che ho capito che l'inchiesta era ormai mediatica. È stato in quel momento che ho compreso, scusate la parola, di essere fottuto". Per Rossetti si aprono le porte della cella 326, collocata nel sesto raggio - il più duro - di San Vittore. "Amo correre e passavo spesso accanto alle mura del penitenziario. Vedevo la gente in fila davanti ai portoni e proseguivo sulla mia strada. Ora, dopo tutto quel che mi è capitato, non posso più fare così".

Le prediche dei giornali. Quel che è successo a Rossetti potrebbe capitare a chiunque? Sì, potrebbe capitare a chiunque, e qui sta l'interesse della sua testimonianza. Perché tutti i vari gironi infernali che ha dovuto attraversare potrebbero essere attraversati da chiunque altro. E qui sta la tragedia del sistema giudiziario italiano, dove si è "colpevoli fino a prova contraria".

Rossetti era stato interrogato tre anni prima di quel 23 febbraio in seguito a un'inchiesta su Fastweb. Alla presenza dei pm Francesca Passaniti e Giovanni Di Leo aveva risposto alle domande, sorprendendosi per la scarsa competenza dei suoi interlocutori ("La Passaniti mi chiede di fare lo spelling: "Comitato di... mi dice come si scrive?".

Ma come fai a fare un'indagine su una società quotata in Borsa, se non sai nemmeno cos'è un comitato di audit?"). La sua posizione sarà archiviata, il suo nome nemmeno menzionato nelle 2.754 pagine del rapporto conclusivo della Finanza, eppure, tre anni dopo, con le stesse carte e gli stessi elementi, il pm, grazie a un gip della sessione feriale, otterrà l'arresto.

Niente dice che Rossetti sia implicato, eppure finisce dietro le sbarre. Non ci sono nemmeno gli elementi per la custodia cautelare (rischio di reiterazione reato, di inquinamento delle prove o di fuga), eppure Rossetti è sbattuto al fresco. È l'Italia: c'è un codice di procedura penale in cui sono messe nero su bianco precise garanzie a tutela dell'indagato e poi c'è un codice "materiale" che è quello che si applica nei confronti dei sospettati. Ti mandano in galera col doppio scopo di "farti pressione per costringerti a confessare e patteggiare" e "farti scontare una pena a cui altrimenti la lentezza del sistema giustizia spesso non arriva a causa delle prescrizioni".

A peggiorare il tutto ci pensano i media che spacciano per "inchieste giornalistiche" le soffiate delle procure, riempiono le pagine dei giornali con copia e incolla di ordinanze e intercettazioni, discettano della moralità degli indagati. Quando i manager di Fastweb finiscono in carcere, Sergio Rizzo nel suo editoriale sul Corriere della Sera scrive che "le persone perbene hanno sempre più difficoltà a riconoscersi in questa Italia".

Il resto della storia di Rossetti è un labirinto di Dedalo, con i mesi passati in cella, poi ai domiciliari ("un carcere per la tua famiglia"), il sequestro dei beni e dei conti correnti con la conseguente e umiliante necessità di dover elemosinare un aiuto fra amici e parenti (e per fortuna di Rossetti, lui ne ha avuti di straordinari) per poter mangiare un piatto di minestra. Il 15 febbraio 2013 la procura ha chiesto la condanna a sette anni di reclusione. Il 17 ottobre Rossetti è stato assolto per non aver commesso il fatto. Il 6 novembre la procura della Repubblica di Roma ha presentato appello. Ad oggi, non tutti i beni patrimoniali sequestrati dallo Stato gli sono stati restituiti.

Quando Rossetti ha terminato di raccontare la sua vicenda al convegno, Tony ha confermato che tutto quanto era accaduto al malcapitato è l'esatta descrizione di quel che è oggi la giustizia in Italia: "Dopo 45 anni in magistratura, dico che in Italia non esiste il processo, ma solo una prassi più o meno sapiente delle misure cautelari. È triste dirlo, ma è così. E continuerà ad essere così finché non cambierà qualcosa".

Contro la "gogna". Il libro di Tony è il tentativo, forse estremo, di fermare lo tsunami. È un libro bomba per la chiarezza e la nettezza con cui ripercorre i mali del nostro sistema. Nato dopo un dialogo con l'attuale direttore del Foglio Claudio Cerasa, Io non posso tacere è, a suo modo, "un atto d'amore" verso la professione del magistrato: quel che dovrebbe essere, e quel che invece è diventata. Lo ha scritto un "magistrato certificato e autocertificato di sinistra", che nel 1996, da procuratore generale, in base alle prove che aveva in mano e non alle sensazioni che gli tambureggiavano in testa, chiese l'assoluzione per Pietro Pacciani, il Mostro di Firenze. Oggi, di fronte all'abuso della carcerazione preventiva, la discrezionalità dei pm, la politicizzazione delle correnti, il giacobinismo di certe procure, i "processi gogna", Piero Tony ha deciso che non poteva più stare zitto. E così ha scritto un libro per mettere "nero su bianco" quello in cui crede. Ci fossero più Tony e meno casi Rossetti, potremmo pure fare a meno di quella riforma della giustizia che ci promettono da vent'anni.

 
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