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Firenze: la Presidente della Corte di appello Cassano "la pena serva a ritrovare se stessi" PDF Stampa
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di Franca Selvatici

 

La Repubblica, 1 febbraio 2016

 

"Rifuggire dalla pigrizia morale, uno dei morbi peggiori che possono affliggere un magistrato". La neo-presidente della corte di appello di Firenze Margherita Cassano ha esordito citando Piero Calamandrei. Il suo discorso alla inaugurazione dell'anno giudiziario è ruotato intorno al tema dei doveri dei magistrati e di tutti coloro che si occupano di giustizia. Con l'indicazione di alcune linee guida. Fare in modo che le pene per chi ha commesso reati siano "il tempo per ritrovare sé stessi e fare liberamente le proprie scelte per il futuro", perché tutti hanno "diritto alla speranza". Sperimentare "alcuni correttivi, a livello di auto-organizzazione, per ridurre i tempi dei processi, in attesa degli irrinunciabili interventi normativi". Ricordare che - come ha spiegato il Consiglio d'Europa - "l'efficacia dei sistemi giudiziari sta nell'emettere decisioni di qualità entro un termine ragionevole e sulla base di un apprezzamento equo delle circostanze" e che "la celebrazione del dibattimento a distanza di molto tempo può favorire... la celebrazione di pseudo processi mediatici... che calpestano la presunzione costituzionale di non colpevolezza, creando dei veri e propri "mostri mediatici"... con annullamento di ogni forma di pietas, che pure è uno dei pilastri della convivenza civile".

Margherita Cassano si è insediata alla guida della corte d'appello il 26 gennaio, tornando dopo 18 anni nella città in cui ha studiato e in cui ha lavorato suo padre, il giudice Pietro Cassano, per lei "modello di riferimento morale e professionale" con altri magistrati, fra cui Gabriele Chelazzi, di cui è stata collega alla procura di Firenze prima di approdare al Csm e poi alla Corte di Cassazione. A Firenze ha lavorato sui primi grandi traffici di droga con due colleghi che ieri erano ad ascoltarla nell'aula grande del Palagiustizia: Silvia Della Monica, oggi presidente della Commissione per le adozioni internazionali, e Giuseppe Nicolosi, procuratore di Prato. Margherita Cassano è la prima donna a coprire il più alto incarico della magistratura toscana. Di fronte a lei erano sedute la prima donna presidente del tribunale di Firenze, Marilena Rizzo, la prima donna alla guida del tribunale dei minori, Laura Laera, e la prima donna alla guida del tribunale di sorveglianza, Antonietta Fiorillo. Tutte ben decise - a quanto pare - a tenersi lontane dalla "pigrizia morale" che - ha detto Margherita Cassano - "preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, fa sfuggire al duro lavoro di scavo che deve affrontare chi vuole scoprire la verità, porta all'intorpidimento della curiosità critica e alla sclerosi della sensibilità umana, sostituisce la comoda indifferenza del burocratese alla pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza".

La "pungente pietà" è il sentimento che le ha ispirato il ragionamento sul carcere. "Occorre contrastare - ha detto - la tendenza a ritenere il carcere come unico presidio di sicurezza". È necessario, a suo giudizio, un serio impegno dei mezzi di informazione affinché la società possa conoscere la condizione carceraria: sarebbe "un forte antidoto ai populismi". "L'espiazione della pena nei nostri istituti - le ha fatto eco il procuratore generale facente funzioni Francesco D'Andrea - è ancora improntata ad un livello di sofferenza e di afflizione che - nonostante il lodevole prodigarsi della Polizia penitenziaria - va al di là del grado di patimento che è naturalmente connesso all'idea stessa di punizione. Sofferenza e afflizione drammaticamente denunciate dalle crude statistiche registrate nell'ultimo anno: 1.021 atti di autolesionismo, 137 tentativi di suicidio, 5 suicidi". Il sovraffollamento nelle carceri toscane si è ridotto. Il 30 giugno 2014 i detenuti erano 3.413, il 30 giugno 2015 erano 3.070, al di sotto della capienza regolamentare (3.140). Ma Sollicciano fa eccezione (capienza 494, presenze 693). E i tagli di bilancio sono pesanti, arrivando al 63,2% in meno per il mantenimento, l'assistenza e la rieducazione dei detenuti. "In uno Stato democratico e di diritto - ha ricordato D'Andrea - la cura e l'incolumità di chi è stato privato della libertà personale sono rimesse alla responsabile attività di quello stesso Stato che pure, legittimamente, quel sacrificio ha imposto".

 
Napoli: D'Amato (Csm); toghe e questione etica, pronti a sfida anche al nostro interno PDF Stampa
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La Repubblica, 1 febbraio 2016

 

"Il distretto di Napoli esce mortificato da questo 2015. Ci sono stati casi che hanno calato ombre e messo macchie sulla credibilità della magistratura. Ma per fortuna abbiamo al nostro interno gli anticorpi per intervenire". Antonio D'Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere e presidente della giunta dell'Anm non si nasconde, quando i cronisti gli chiedono delle vicende che hanno riguardato il giudice Anna Scognamiglio (indagata per le presunte manovre poste in essere dal marito per ottenere una nomina nella sanità campana sfruttando il ruolo della moglie, relatrice in due procedure sull'applicazione della legge Severino al governatore Vincenzo De Luca) Donato Ceglie (sotto inchiesta per i suoi rapporti con l'imprenditore dei rifiuti Sergio Orsi) e Ivana Fulco, trasferita d'ufficio per presunte ingerenze su una collega.

"L'Anm è pronta a rilanciare la sfida etica. E in queste vicende il Csm è intervenuto tempestivamente", sottolinea D'Amato, che guida il "parlamentino" di giudici e pm composto da Monica Amirante, Giuliano Caputo, Francesco Chiaromonte, Pierpaolo Filippelli e Silvana Sica. Il pm Fabrizio Vanorio, che fa parte del comitato direttivo centrale dell'Anm, ricorda però che sul piano disciplinare "la Procura generale presso la Cassazione sembra agire a due velocità: è inesorabile con i ritardi, molto più lenta in altre circostanze". Nel suo intervento, anche il consigliere del Csm Francesco Cananzi, che ha preso la parola in rappresentanza dell'organo di autogoverno, ha ribadito "l'impegno del Consiglio, peraltro già dimostrato, nel verificare prontamente, anche in casi recenti, tutte le cause di opacità comportamentale e di incompatibilità che, in qualsivoglia modo, possano gettare ombre sull'indipendenza dei magistrati". Le toghe dunque sono pronte all'autocritica. Ma non rinunciano a puntare l'indice contro le criticità del sistema. C'è preoccupazione per il tribunale di Napoli Nord, il più giovane ufficio giudiziario d'Italia alle prese con gravi carenze soprattutto nell'organico del personale amministrativo.

Gli sforzi dei magistrati, che ad esempio nel settore penale, come ha ricordato il presidente Elisabetta Garzo, sono riusciti a definire il cento per cento dei procedimenti collegiali, rischiano di essere vanificati dalla carenza di risorse. "Purtroppo eravamo stati facili profeti quando avevano lanciato l'allarme su Napoli Nord - commenta D'Amato - i colleghi sono costretti a lavorare in condizioni assurde. E presto cominceranno i maxi processi di camorra". Chiaromonte cita il paradosso della Procura di Napoli Nord: "Ha 25 magistrati su trenta. Tra poco arriveranno altri pm eppure il procuratore non può essere contento perché non ha personale amministrativo da affiancargli". Il presidente della sezione di Napoli Nord dell'Anm, Giuseppe Cioffi, invita a "prendere visione di questa realtà". Anche perché di questo passo, evidenzia Giuliano Caputo, "tra poco saremo al collasso".

Alla politica, i magistrati chiedono di "scegliere, una volta per tutte, che cosa vuole davvero dalla giustizia", come afferma Monica Amirante, che aggiunge: "Il punto centrale deve essere la credibilità della giurisdizione. Invece siamo ancora fermi agli slogan e ai sacrifici umani, sia degli utenti della giustizia, sia di chi ci lavora. Dalla politica continuano ad arrivare messaggi schizofrenici". Il giudice Michele Ciambellini cita il caso della legge che sull'applicazione del braccialetto elettronico per i detenuti ai domiciliari: "La norma lo impone, ma il braccialetto non c'è". Il pm anticamorra Stefania Castaldi si dice "delusa da questa depenalizzazione. È un nulla di tutto. Siamo stanchi di annunci che partoriscono topolini, quando poi si sa che in campagna elettorale pagano solo sicurezza e immigrazione. Non è il carcere duro che rende sicura una città. Servono servizi e periferie più vivibile".

 
Roma: il carcere di Santo Stefano, rudere di un sacrario, tornerà a vivere PDF Stampa
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di Tommaso Ciriaco

 

La Repubblica, 1 febbraio 2016

 

Un luogo carico di memorie, simbolo della resistenza antifascista e degli ideali europeisti di Altiero Spinelli, che rischia di andare in malora. Il governo intende recuperarlo per farne un museo e se possibile un centro per stage universitari. Renzi promette 80milioni. Era tempo di fascismo e confino politico. Il povero secondino si ritrova su questo scoglio trasformato in carcere. E sbotta: "Ma dove mi hanno mandato? C'agg' fatt' 'i male?". Guardie o ladri, assassini o perseguitati dal regime: nessuna colpa merita l'abbraccio soffocante di una cella a Santo Stefano, isolotto poco lontano di Ventotene. È tutto chiaro anche settant'anni dopo, di fronte a un rudere che toglie il fiato. La notizia è che il penitenziario uscirà dall'abbandono. Così almeno si spera, visti gli ottanta milioni di euro promessi da Matteo Renzi durante la visita. Ottanta milioni per ridare vita a muri e travi sfregiati dalla salsedine. Il ministero dei Beni culturali intende recuperare questo sacrario della resistenza antifascista, farne un museo della memoria e un altare del sogno europeista di Altiero Spinelli, che qui ha voluto essere sepolto. Se le risorse lo permetteranno, anche un centro per stage universitari in grado di formare la classe dirigente degli Stati Uniti d'Europa.

Le erbacce del cortile hanno perso la battaglia con la targa di marmo che ricorda un prigioniero politico con un destino straordinario: "Fra queste mura - si legge - dove nell'Ottocento avevano sofferto i padri del Risorgimento, il regime fascista incarcerò Sandro Pertini, Presidente della Repubblica". Per paradosso, la struttura borbonica eretta nel 1797 regge meglio delle aggiunte architettoniche mussoliniane. Regge, ma rischia comunque di cadere a pezzi. Il corridoio che conduce alle celle è sporco e pieno di graffiti sulle pareti. Una porticina, poi si apre l'inferno di Santo Stefano: tre piani, tre gironi circolari fatti solo di angusti buchi di detenzione. Il modello è il teatro San Carlo di Napoli. Solo che il palcoscenico è affidato alle guardie carcerarie, mentre chi è detenuto non ha vista: l'intera struttura è come un'immensa catena dove il prigioniero può solo incrociare con lo sguardo una chiesetta al centro del cortile. Prima i nemici del Regno e gli assassini, poi i liberali e gli ergastolani, infine anarchici, comunisti, socialisti: per tutti c'era solo la messa del cappellano a scandire il tempo della pena.

Il girone più alto è quello dei condannati politici e soffre sotto il peso di una tettoia costruita distrattamente durante il Ventennio. Dalla cella numero 32 è transitato proprio Sandro Pertini. Le porte delle celle sono sfregiate dalla ruggine. Una è addirittura storta, cadente. Come è possibile che la culla dell'Europa dei popoli, la terra di un manifesto tanto profetico sia ridotta così? Possibile, ma forse si volta pagina. Ristruttureranno le celle, il cortile, la struttura esterna. Combatteranno l'erosione del mare e del sole. Trasformeranno il casermone in una foresteria. "Ospiteremo studenti universitari per gli stage - promette Matteo Renzi, assieme al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini - e formeremo la classe dirigente dell'Unione europea dei prossimi decenni". Una scuola di alti pensieri, riprendendo la lapide a due passi dalla tomba dell'anarchico Gaetano Bresci.

Il signor Fabrizio, che da vent'anni guida chiunque si avventuri fin qui, ci spera. Lui è memoria storica, custode autoproclamato delle rovine. Mostra un vecchio provvedimento di un giudice di sorveglianza contro Spinelli. I capi d'imputazione? "Possesso di carta e matita. Giochi non consentiti. Osservazioni sconvenienti. Possesso di fiammiferi bruciati per eseguire scritti non autorizzati. Tentativi di comunicazione con il compagno". Non possono restare solo macerie.

 
Il popolo senza età del Paese vuoto PDF Stampa
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di Ilvo Diamanti

 

La Repubblica, 1 febbraio 2016

 

È il tempo della demografia. Argomento importante e discusso almeno quanto la democrazia. È sufficiente, a questo proposito, osservare le manifestazioni e gli avvenimenti che hanno mobilitato il Paese, in questa fase. In nome della famiglia e delle unioni civili. Delle adozioni e della maternità surrogata. Questioni di grande rilievo etico e politico. Ma, indubbiamente, anche "demografico".

Come, a maggior ragione, le migrazioni che, da mesi, proseguono, dall'Africa e dal Medio Oriente. E premono alle nostre frontiere. È il tempo della demografia. Un tempo inquieto, pervaso di paure e tensioni. E grandi discussioni. In ambito politico, mediatico. E sociale. Perché la demografia è importante quanto la democrazia. I due piani: si incrociano e si condizionano reciprocamente. Basti pensare a come democrazie considerate all'avanguardia dei diritti reagiscano alle sfide demografiche. Ai movimenti migratori che "risalgono" da Sud verso il Nord. La Svezia: ha deciso di espellere 80mila immigrati. Di rimpatriarli, con voli speciali. Mentre la Finlandia intende seguirne l'esempio. Promette di rimandarne a casa almeno 20mila. In Danimarca, invece, il governo liberale, con il sostegno dell'opposizione socialdemocratica, ha deciso effettuare prelievi forzosi sui beni personali dei richiedenti asilo, per sostenere le spese di accoglienza. In Italia non sono state ancora prese decisioni di questo genere. Ma le tensioni e le discussioni politiche sono accese. Da anni. D'altronde, Lampedusa è stata, fino a poco tempo fa, la prima "porta verso l'Europa" dell'immigrazione in fuga dalla Libia. Prima che i flussi si spostassero verso la Grecia e la Turchia. Spinti dai conflitti con l'Is nell'area fra Siria e Iraq. Ma la "questione migratoria" ha continuato a essere agitata dagli "imprenditori della paura". Che alimentano la minaccia dell'invasione. Gli stranieri alle porte, che minacciano il nostro benessere. Il nostro futuro. Un argomento inquietante - e dunque attraente - in questi tempi inquieti.

Noi, d'altronde, siamo un Paese in "transizione", sotto il profilo democratico (anche se la transizione, suggerisce Stefano Ceccanti, in un saggio in uscita per Giappichelli, sarebbe "quasi finita"). Ma in via di "estinzione" sotto il profilo demografico (come suggerisce il dossier del Foglio di lunedì scorso). I dati, al proposito, sono noti da tempo. Ma, di recente, appaiono perfino drammatizzati. Per la prima volta, dopo il biennio 1917-18, cioè dall'epoca della Grande Guerra, la popolazione residente in Italia, nel 2015, è diminuita. Di circa 150 mila unità, segnala il demografo Gian Carlo Blangiardo (sul portale neodemos.info).

Perché sono aumentati i decessi, mentre le nascite hanno continuato a calare. E il contributo demografico degli immigrati si è molto ridimensionato, rispetto ad alcuni anni prima. La paura dell'invasione, dunque, contrasta con la realtà dei fatti. Ma anche con la posizione (e la percezione) dell'Italia, presso gli stranieri. Il nostro Paese, infatti, agli immigrati che arrivano appare prevalentemente un "luogo di passaggio". Una stazione provvisoria. Verso altre destinazioni, più ambite. D'altronde, i flussi migratori sono strettamente legati agli indici di crescita economica e dell'occupazione. Ma anche all'estensione del welfare. Condizioni favorevoli all'accoglienza, che, tuttavia, si stanno deteriorando ovunque, in Europa. E da noi in modo particolare.

La nostra "demografia", dunque, soffre. Come la nostra economia e la nostra occupazione, che difficilmente avrebbero potuto svilupparsi, negli ultimi vent'anni, senza il "soccorso" degli immigrati. Noi, tuttavia, non ce ne accorgiamo. E soffriamo l'arrivo degli "altri". Il nostro declino demografico riflette, inoltre, l'invecchiamento. La popolazione anziana (da convenzione: oltre 65 anni), in Italia, costituisce, infatti, il 21,4% della popolazione. Il dato più alto in Europa, dove la media è del 18,5%.

Accanto a noi, solo la Germania. Per avere un'idea della crescita, si pensi che, nel 1983, la quota di popolazione anziana, da noi, era intorno al 13%. Sul piano globale, l'Italia è già oggi il terzo paese per livello di invecchiamento, anche perché appena il 14% dei residenti è al di sotto dei 15 anni. D'altronde, noi invecchiamo in misura maggiore che altrove non solo per la caduta dei tassi di natalità e per l'aumento della mortalità, ma perché l'emigrazione colpisce anche noi. Sono partiti dall'Italia quasi 95mila italiani nel 2013 (secondo il Rapporto della Fondazione Migrantes), poco meno di 80mila nell'anno precedente.

Molti più degli stranieri arrivati in questi anni. Si tratta, soprattutto, di giovani (fra 18 e 34 anni). In possesso di titolo di studio elevato. I nostri giovani, i nostri figli. Soprattutto se dispongono di un grado di istruzione elevato. E ambiscono a occupazioni adeguate. Se ne vanno. Praticamente tutti. Perché l'Italia non riesce a trattenerli. A offrire loro opportunità qualificanti. Così invecchiamo sempre di più. E ci sentiamo sempre più soli. Anche se ci illudiamo di restare giovani sempre più a lungo. Per sempre giovani. Basti pensare che (secondo un sondaggio dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos-Oss. Pavia e Fondazione Unipolis, di prossima pubblicazione) il 19% degli italiani pensa che la giovinezza possa durare anche oltre i 60 anni. Il 45% che finisca tra 50 e 60 anni.

Io, che, a 63 anni compiuti, mi considero (almeno) anziano, senza rimpianti e, anzi, con una certa soddisfazione, per aver conquistato il "privilegio" di una maturità avanzata, mi devo rassegnare. Alla condanna di non invecchiare. O meglio (peggio...), di non diventare adulto. Una minaccia che, come hanno rammentato di recente Ezio Mauro (su Repubblica) e Gustavo Zagrebelsky (in un saggio pubblicato da Einaudi), incombe su di noi. In particolare, sugli italiani. Abitanti di un Paese che non c'è. In un tempo che non c'è. Per questo dovremmo fare appello alla demografia. Leggerne le indicazioni e gli ammonimenti. Ma per non estinguerci, per non finire ai margini, dovremmo davvero chiudere le frontiere. Verso Nord. Per impedire agli immigrati - come ai nostri giovani - di andarsene altrove. E di lasciarci "a casa nostra". Sempre più vecchi. Sempre più soli. Sempre più incazzati. Con gli altri. Ma, in realtà: con noi stessi.

 
Migranti: Calais, viaggio al termine dell'Europa PDF Stampa
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di Anais Ginori

 

La Repubblica, 1 febbraio 2016

 

Curdi, iracheni, siriani ammassati in una landa desolata a quaranta chilometri dal porto, in attesa di raggiungere la terra promessa, il Regno Unito: "Non importa quanto sia pericoloso, i rifugiati sono pronti a tutto". Il nostro racconto da la "Jungle", il nuovo inferno dei vivi. A meno di due ore da Parigi si nasconde una vergogna per l'Europa. L'accampamento di migranti a Grande-Synthe è un'immensa cloaca in cui galleggiano tende e rifiuti. Il cartello all'ingresso annuncia la costruzione di un nuovo "eco quartiere".

Immagini di villini a due piani, con viali alberati e parco giochi per bambini, un numero di telefono per comprare le nuove abitazioni. È l'unica traccia di una civiltà che sembra scomparsa, inghiottita nel fango. All'esterno i gendarmi controllano le borse dei profughi curdi, iracheni, siriani ammassati in questa landa desolata a una quarantina di chilometri da Calais. Qualche giorno fa c'è stata una sparatoria nella notte. Soffia un vento gelido misto a pioggia, l'aria è tesa. "Cosa siete venuti a vedere? Non siamo animali in uno zoo" dice un migrante che chiede di spegnere la telecamera. La presenza di giornalisti infastidisce, anche le Ong chiedono discrezione.

Nell'accampamento entrano solo due organizzazioni internazionali, Médecins du Monde e Médecins Sans Frontières. "Di solito ci occupiamo di missioni in zone di guerra o paesi dove non c'è più uno Stato. Non avremmo mai pensato di dover intervenire in Francia, nel 2016". Angélique Muller, sguardo limpido e un viso pieno di lentiggini, è infermiera. Fino a qualche mese fa era in Centrafrica con Msf per organizzare una campagna di vaccinazioni. Ha lavorato in Etiopia, Congo, Liberia, Iraq, ma non ha mai visto niente di simile. Nei cinque ettari di terreno paludoso, a ridosso del mare, cercano di sopravvivere quasi duemila persone. La clinica mobile di Msf propone visite mediche tre volte a settimana dando la priorità ai bambini, che sono circa duecento. "Ci sono stati casi di rosolia, di scabbia. Le patologie più diffuse sono respiratorie e vivendo in queste condizioni è difficile guarire. La notte la temperatura scende anche a meno sei gradi".

Una nuova giungla. Calais è diventata famosa per la "Jungle", così è stata ribattezzata la bidonville di migranti che sognano di andare nel Regno Unito. Con l'esodo di quest'estate e le misure di sicurezza volute dalle autorità inglesi, l'emergenza si è spostata un po' più a nord sulla costa. Grande-Synthe è vicina a Dunkerque, dove i passeurs, i trafficanti, dicono sia ora più facile attraversare la Manica. Nell'ultimo anno venti migranti sono morti cercando di fare gli ultimi chilometri di un lungo viaggio iniziato nel Sud del mondo. Fino a qualche mese fa il tragitto clandestino avveniva soprattutto con i camion. Adesso i tir devono superare una barriera con sonde per rintracciare Co2 e battito cardiaco. Intorno alla zona portuale gli inglesi hanno sovvenzionato la costruzione di una recinzione di filo spinato alta cinque metri. La frontiera è sigillata. Le ultime morti sono avvenute dentro l'Eurotunnel: uomini che hanno tentato di agganciarsi ai convogli dei treni per Londra. L'accesso al traforo è stato circondato da un fossato pieno d'acqua, come nelle antiche cittadelle fortificate.

"Non importa quanto sia pericoloso, molti migranti sono pronti a tutto" racconta Barbara Jurkiewicz, volontaria di Vie Active, associazione che distribuisce quattromila pasti a la Jungle e si occupa di assegnare i nuovi millecinquecento posti dentro ai container appena sistemati all'ingresso del campo. "È un rifugio che offriamo da cui si può entrare e uscire liberamente. Per i profughi è indispensabile sapere che se ne possono andare di notte, quando avvengono i passaggi clandestini nel Regno Unito" dice Jurkiewicz, grandi occhi azzurri e cascata di riccioli biondi. Nata a Calais ventotto anni fa, è cresciuta osservando dalle finestre i migranti accampati nei giardinetti sotto casa. Venivano dall'ex Jugoslavia, erano gli anni Novanta.

La città del nord ha imparato allora a convivere con profughi di guerre lontane. A lungo i giovani di Calais continuavano a chiamare gli stranieri "kossovari", anche se poi sono diventati etiopi, afgani, iracheni, sudanesi, ceceni, eritrei, curdi. All'inizio degli anni Duemila la Croce Rossa aveva costruito un centro di accoglienza che è durato poco. L'allora ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, aveva ordinato di smantellarlo perché "incitava gli immigrati a venire". I profughi si erano spostati in città, occupando vari palazzi, prima di essere di nuovo evacuati. Dieci anni fa è sorta l'immensa bidonville tra mare e boscaglia nella zona industriale. La "Jungle" è stata inutilmente distrutta più volte dalle autorità.

Con l'emergenza di quest'estate, quando l'Europa ha scoperto il nuovo esodo alle porte, anche il governo socialista si è dovuto rassegnare a occuparsi di questo non luogo della disperazione. La popolazione della giungla è aumentata fino a cinquemila persone. La zona di container inaugurata nella bidonville due settimane fa è una prima concessione dello Stato. I funzionari dell'Office français de l'Immigration et de l'Intégration (Ofii) girano tra le baracche per convincere i profughi a spostarsi in centri di accoglienza per i richiedenti asilo. "Ma la maggior parte non vuole restare in Francia, spera ancora di poter andare nel Regno Unito. Cerchiamo di spiegare loro che si trovano in un'impasse" spiega Didier Leschi, direttore dell'Ofii.

Angélique porta cibo, vestiti e coperte ai profughi della Jungle. È una delle tante volontarie di Calais che testimonia ancora solidarietà. "C'è questa leggenda degli immigrati violenti, ma sono una donna e vengo da anni nella giungla senza aver mai avuto problemi". La gente del Nord ha sempre avuto un cuore grande. I famosi "ch'tis", i terroni della Francia, hanno una tradizione prima comunista e poi socialista. Qualcosa però sta cambiando, e molto velocemente. Marine Le Pen ha rischiato di vincere la presidenza della regione un mese fa. In alcune città, come Grande-Synthe, il Front National ha superato il quaranta per cento. Sono anche nate alcune associazioni anti-immigrati, come "Calaisiens en colère" e "Sauvons Calais" con militanti xenofobi che si fronteggiano con i No Borders, movimento di anarchici soprattutto tedeschi e olandesi insediati nella Jungle che portano aiuto ai profughi e organizzano blitz di rivendicazione spesso violenti.

Il sindaco Natacha Bouchart ha chiesto di mobilitare l'esercito dopo che una manifestazione di migranti è sfociata nell'assalto ai traghetti. Calais è il capolinea dell'Europa. È anche un viaggio nel futuro di un continente che pensa di risolvere il problema dell'immigrazione alzando nuove barriere. Se e quando finirà Schengen, altre giungle nasceranno alle frontiere. "Per noi il lavoro è molto frustrante" confessa Angélique Muller di Msf.

"Sappiamo che la soluzione può arrivare solo dai governi". A fine febbraio sarà inaugurata una tendopoli a un chilometro dalla cloaca di Grande-Synthe. L'organizzazione fondata durante la guerra in Biafra da un gruppo di medici tra cui Bernard Kouchner ha deciso di investire oltre due milioni di euro per dare rifugio a millecinquecento persone. Sarà un campo profughi come quelli che si vedono accanto alle zone di guerra. In quarant'anni di attività, Msf non ha mai dovuto fare niente di simile in Francia. "L'abbiamo concepito come un intervento temporaneo, ma potrebbe durare più a lungo" ammette Muller, capo del progetto. È un crudele gioco dell'ipocrisia: "Continuando a costruire muri in Europa aumenteranno soltanto le vittime". In primavera, Angélique prenderà qualche settimana di riposo. Di solito, quando finisce una missione deve fare un lungo volo. Questa volta, per tornare a casa a Nancy, le basterà prendere un treno.

 
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