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Roma: detenuta si impiccò a Rebibbia nel 2013, muore dopo due anni in stato di coma PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 1 agosto 2015

 

Sonia Pentimella è morta. La donna era in coma da 2 anni, non aveva più ripreso conoscenza dopo essersi impiccata in una cella di Rebibbia Femminile. La donna era finita in carcere nel 2006, all'età di 29 anni: fu arrestata assieme al fidanzato, Michele Salvi, per l'uccisione dello zio di lei, Pierino Cantalese.

 
Cremona: l'inferno è a Cà del Ferro; 17 tentati suicidi, 120 atti di autolesionismo, 53 risse PDF Stampa
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di Fabrizio Loffi

 

Mondo Padano

 

L'ultimo caso un giorno fa: un detenuto straniero, sembra romeno, si è prima lesionato il corpo e poi ha tentato il suicidio. Era convinto di dover andare in udienza quel giorno, ma era stata invece programmata per un altro. Pochi giorni prima un detenuto del carcere di Cà del Ferro è stato ricoverato in codice giallo in ospedale per un'intossicazione da farmaci assunti all'interno del penitenziario. Sembra che il detenuto, un algerino entrato nel marzo 2015 per reati connessi allo spaccio di droga e con fine pena 2017 abbia abusato del consumo di farmaci, ingerendo anche le terapie di altri detenuti e che quindi si sia intossicato.

Secondo i dati forniti dal Sappe (il sindacato autonomo di polizia penitenziaria) due detenuti su tre sono malati. Tra le malattie più frequenti quelle infettive, che interessano il 48% dei presenti. A seguire i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%)

Per tutto il mese di giugno sì sono susseguite aggressioni ai danni dei poliziotti penitenziari, il mese prima, invece, una domenica durante l'ora d'aria, è scoppiata una rissa tra un gruppo di detenuti stranieri di varie etnie che si trovavano nel cortile del nuovo padiglione, e solo il tempestivo intervento degli agenti è valso ad evitare il peggio. Ad aprile ennesimo episodio di violenza in carcere dove un detenuto ha dato fuoco a quello che aveva nella propria cella, provocando un incendio che avrebbe potuto avere risvolti drammatici.

Cinque gli agenti intossicati. Prima, però, l'uomo si era lesionato il corpo ed era stato salvato dagli agenti, e curato presso l'infermeria dell'istituto penitenziario. Pochi giorni prima un detenuto di nazionalità marocchina, che sarebbe poi stato scarcerato il 30 aprile, aveva tentato il suicidio nella propria cella, impiccandosi alla sbarra della finestra mentre il suo compagno di stanza stava dormendo. Fortunatamente gli agenti di polizia penitenziaria si sono resi conto di quanto stava accadendo e sono accorsi a salvarlo, evitando il peggio.

Sono solo gli ultimi episodi di cronaca dal carcere diffusi all'esterno delle sbarre. Che la casa circondariale cremonese sia una polveriera che da anni rischia di esplodere è noto. Nell'estate dello scorso anno l'episodio più clamoroso: una trentina di detenuti si erano rifiutati di fare rientro in cella e si erano armati di pezzi di vetro e spranghe per resistere alla Polizia penitenziaria che voleva riportare l'ordine. Per un soffio non vi furono ferimenti, ma l'episodio è stato eclatante anche per chi, lavorando in carcere, tutti i giorni è testimone di fatti autolesioni-stiri, tentativi dì suicidio o comunque al limite della denuncia. Solo in serata la situazione era tornata alla normalità. Nel 2014 il carcere di Cà del Ferro è stato tra gli istituti penali italiani che vantano il maggior numero di tentati suicidi con 17 episodi registrati, alla stregua di Bologna, Torino, Poggioreale, tanto per intenderci.

A denunciare questa situazione, oltre ai numerosi richiami in proposito dei sindacati di polizia penitenziaria, è il dossier "Morire di carcere" pubblicato dall'associazione "Ristretti Orizzonti" che, per il 2015 ha fino ad oggi registrato 25 suicidi nelle carceri italiane, con una media di 60 casi ogni anno nelle 200 prigioni.

Gli ultimi casi noti riguardano a Cremona un detenuto di 66 anni, Mario Vignoli, suicidatosi il 29 luglio 2013, un italiano di 45 anni di cui non sono state rese note le generalità il 17 febbraio 2012 ed un altro di 38 scomparso tragicamente una decina di anni fa, il 14 luglio del 2005. L'uomo, originario della provincia dì Milano, era in carcere per scontare una pena legata a reati di poco conto. Era a Cà del Ferro da pochi giorni. Per impiccarsi ha utilizzato le lenzuola, legandole alle sbarre della finestra. Le guardie in servizio di vigilanza nel penitenziario, si sono accorte del dramma quando l'uomo era ancora vivo: ormai senza sensi, ma vivo.

L'allarme, e la richiesta di soccorso, sono scattati immediati. Ad intervenire è stato il personale del 118: messe in atto nella cella tutte le necessarie pratiche rianimatorie, medici e operatori hanno poi trasportato il detenuto all'ospedale Maggiore. E il carcerato è morto a metà mattina. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia nel suo rapporto sugli eventi critici negli istituti penitenziari italiani del 2014 segnala però per la Casa circondariale di Cà del Ferro anche 20 atti di autolesionismo, 14 aggressioni e 53 colluttazioni.

 
Bari: architetti in carcere, allo studio spazi rinnovati al servizio dei detenuti PDF Stampa
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di Marina Schirinzi

 

lecceprima.it, 1 agosto 2015

 

Un protocollo d'intesa firmato dall'amministrazione di Borgo San Nicola, Università del Salento e Ordine degli architetti mira alla riqualificazione delle celle e delle aree comuni, intervenendo sul comfort ed il design. "Maggiore attenzione ai bisogni delle persone private della libertà". Il regime carcerario ha inizio con un atto di violenza: la detenzione, per l'appunto, che è sinonimo di una grave perdita della libertà personale.

Libertà di azione, di movimento, di iniziativa, di gestione dei ritmi e degli spazi della propria vita. Questa riflessione, formulata dalla direttrice della Casa circondariale di Lecce, Rita Monica Russo, ha dato il la ad un progetto che mira a ridurre, almeno dal punto di vista architettonico, le disfunzioni del sistema penitenziario italiano, riqualificando gli spazi delle celle e delle aree comuni.

Il relativo protocollo d'intesa è stato firmato questa mattina presso il carcere di Borgo San Nicola dalla stessa direttrice, dal prorettore dell'università del Salento, Lucio Giannone e dal presidente dell'Ordine degli architetti, Ppc di Lecce, Massimo Crusi. Per la prima volta tre istituzioni molto distanti tra loro hanno deciso di collaborare, mettendo a frutto pratiche e conoscenze, al fine di offrire sollievo ai detenuti, razionalizzando gli spazi e rinnovando il design delle sale dedicate ai momenti di socializzazione.

La fase progettuale sarà affidata ad un team di architetti chiamato a partecipare ad un concorso di idee; la fase preliminare si studio e ricerca ad indirizzo sociologico e pedagogico sarà compito dell'ateneo mentre l'amministrazione carceraria potrà mettere a frutto le risorse operative già esistenti al suo interno, come la falegnameria in cui si producono mobili e complementi d'arredo.

Il progetto non necessita di ingenti risorse e si inserisce in un più ampio programma di interventi attuati dall'amministrazione penitenziaria per dare seguito alle indicazioni emerse dalla nota sentenza Torreggiani: è bene ricordare come la Corte dei diritti dell'uomo, con tale provvedimento, abbia multato l'Italia a causa dei trattamenti disumani e degradanti subiti dalle persone all'interno degli istituti penitenziari e che lo stesso carcere di Lecce è stato oggetto di sentenze risarcitorie nei confronti di detenuti.

"Vi è necessità di intervenire all'interno delle carceri italiane e non solo per far bella figura con Strasburgo, ma venire incontro alle esigenze delle persone, compresi i lavoratori della polizia penitenziaria che subiscono le restrizioni degli spazi e potrebbero essere agevolati nei loro compiti di sorveglianza da una disposizione più funzionale degli oggetti e del mobilio", ha commentato ancora Monica Russo.

L'amministrazione di Borgo San Nicola, del resto, non è rimasta con le mani in mano ed ha già messo a punto degli interventi a beneficio dei detenuti e delle guardie carcerarie: dalla pitturazione delle pareti ai regimi detentivi "aperti" che consentono una maggior libertà dei detenuti di media sicurezza, senza compromettere l'efficacia dell'azione di sorveglianza che è principalmente affidata ai mezzi elettronici.

"Anche l'architettura può divenire un fulcro attorno al quale costruire un progetto per il miglioramento della qualità della vita delle persone - ha aggiunto il presidente del Ppc, Massimo Crusi: l'organizzazione ottimale degli spazi è fondamentale per chi li abita. E questo Protocollo apre una riflessione non scontata su cosa sia e come possa declinarsi il comfort anche in situazione di vita complesse e sulla funzione sociale dell'architettura nel favorire le relazioni tra le persone".

Un comitato d'indirizzo, a carattere misto, seguirà l'attuazione del protocollo. In questo incontro di sinergie una ruolo importante sarà giocato dall'Università del Salento chiamata ad offrire il proprio contributo di ricerca teso a valorizzare la dignità delle persone. "Il progetto fa appello alle tre anime dell'ateneo - ha spiegato il prorettore Giannone: la didattica, la ricerca e la terza missione come impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico del territorio. È importante che le attività accademiche dell'ateneo salentino, in questi settori, coinvolgano anche il contesto carcerario: così possiamo incrementare la responsabilità sociale del trattamento penitenziario".

 
Lucca: la proposta del Sindaco di trasferire il carcere nell'ex manicomio di Maggiano PDF Stampa
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La Nazione, 1 agosto 2015

 

Il carcere, nel centro storico, è inadeguato Il carcere, nel centro storico, è inadeguato. L'idea è del sindaco, Alessandro Tambellini: realizzare una maxi-carcere nell'ex ospedale psichiatrico di Maggiano, dove il grande penitenziario possa essere anche una fusione tra quello della nostra città e la casa circondariale di Pisa.

Con l'obiettivo dunque di chiudere e riconvertire il San Giorgio. Per concretizzare questa ipotesi, il primo cittadino si è rivolto al ministro della Giustizia Orlando, che si sarebbe detto favorevole a impegnarsi per condurre in porto l'operazione e a verificare la possibilità di un finanziamento ad hoc. Più tiepido invece, a quanto risulta, il sindaco pisano Marco Filippica a cui la prospettive invece non piacerebbe molto.

Di spostare il carcere San Giorgio dal centro storico si parla in verità da decenni, ma è la prima volta che viene proposto l'ex manicomio di Maggiano come possibile soluzione. In passato si era accennato all'eventualità di costruire un edificio ex novo nella zona di Antraccoli (parliamo delle precedenti amministrazioni guidate da Fazzi e Favilla) poi il progetto è finito nel dimenticatoio. Adesso dunque c'è questo nuovo tentativo dell'amministrazione Tambellini, per riconvertire l'ex ospedale psichiatrico abbandonato da anni, attraverso l'aiuto del Governo.

Un'ipotesi, tuttavia, destinata a far discutere. Ad esempio l'opposizione in consiglio comunale. "È folle pensare di utilizzare una struttura così importante come Maggiano a commenta a caldo Marco Martinelli (Forza Italia) a per realizzarvi un carcere". Una notizia, quella legata all'ipotesi sottoposta dal sindaco al ministro Orlando, confermata da esponenti della giunta ieri mattina, durante la riunione della commissione urbanistica. Da segnalare che il dibattito sulla necessità su un carcere diverso da quello attuale è tuttavia discussa da molto tempo.

Negli anni e anche recentemente, soprattutto i sindacati della polizia penitenziaria hanno più volte sottolineato come i locali non siano idonei. Quindi non solo sovraffollamento ma anche problemi legati alla qualità dell'edificio e alla sua sicurezza. restare da capire ora se l'idea dell'amministrazione Tambellini (che non sembra appunto condivisa almeno da Pisa come fusione delle due carceri della città) possa comunque andare o meno avanti, oppure se finirà per essere archiviata.

 
Bologna: convenzione Comune-Tribunale, "messa alla prova" per punire reati meno gravi PDF Stampa
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Ansa, 1 agosto 2015

 

Da settembre, il progetto "Empori solidali" di Case Zanardi a Bologna e la Protezione civile potranno avvalersi dell'aiuto di persone per le quali il giudice ha deciso la sospensione del processo con "messa alla prova" in lavori di pubblica utilità, possibilità consentita dalla Legge 67 del 2014 per i reati meno gravi, puniti con una pena detentiva non superiore a 4 anni.

Lo prevede un accordo tra Comune e Tribunale di Bologna, presentato in conferenza stampa, che verrà sottoscritto a fine estate. L'istituto permette di evitare il processo in cambio di un trattamento che prevede lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità non retribuito. "Questa convenzione - ha spiegato l'assessore alla Protezione civile e alla Legalità, Nadia Monti, promotrice dell'accordo - arriva a conclusione di un percorso importante e innovativo. Nel 2012, ne avevamo già siglata una per i detenuti che possono essere ammessi al lavoro esterno".

Presente anche il Gip di Bologna Bruno Perla, che si è detto "ottimista dal punto di vista dei risultati che l'accordo con il Comune produrrà". Saranno al massimo 20 le persone che, da settembre, saranno contemporaneamente coinvolte nei lavori di pubblica utilità, di durata non inferiore ai dieci giorni, previsti dalla riforma.

Le attività andranno dallo stock delle merci nei magazzini alla distribuzione degli alimenti e alla manutenzione. Successivamente, verranno individuati ulteriori ambiti di applicazione. "Al 30 luglio 2015 - ha sottolineato il direttore dell'Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) di Bologna, Maria Paola Schiaffini - sono 124 le richieste in esecuzione in città, mentre al 31 marzo erano 52. Quelle in attesa sono 167. Una media leggermente più alta rispetto a quella nazionale, che sottolinea come il nostro territorio abbia risposto con disponibilità alla riforma".

 
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