Mercoledì 16 Ottobre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Giustizia: lo Stato che fruga nei pc? Un vicolo cieco PDF Stampa
Condividi

di Valter Vecellio

 

Il Garantista, 27 marzo 2015

 

Per una volta (capita), si può convenire con il presidente del Consiglio. Il provvedimento antiterrorismo in discussione a Montecitorio conteneva una serie di norme che consentivano di acquisire dati e informazioni nei computer dei cittadini; e passi quando si tratta di aumenti di pena per attività di terrorismo, istigazione a delinquere, e a commettere dei delitti contro lo Stato e reati di apologia commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

Leggi tutto...
 
Giustizia: pc spiati, emendamento cancella norma, che però tornerà nel ddl intercettazioni PDF Stampa
Condividi

Il Manifesto, 27 marzo 2015

 

Stop al libero accesso da parte dello stato ai nostri computer. La discussa norma del decreto antiterrorismo che assegnava ampi poteri di indagine alla polizia arrivando a permettere l'acquisizione da remoto di tutti i dati contenuti nei sistemi informatici è stata cancellata ieri dall'aula della Camera dove si sta discutendo il provvedimento.

Leggi tutto...
 
Giustizia: antiterrorismo, se il genio italico si infila nei computer PDF Stampa
Condividi

di Massimo Villone

 

Il Manifesto, 27 marzo 2015

 

Lo spione di Stato è approdato in Parlamento. Il fattaccio è accaduto nelle commissioni congiunte II e IV della Camera, che hanno approvato nella seduta del 19 marzo l'emendamento 2.100 del governo al disegno di legge AC 2893-A (conversione del cosiddetto decreto antiterrorismo).

Leggi tutto...
 
Giustizia: reato di tortura, verso un primo passo importante. Ma è una vittoria a metà PDF Stampa
Condividi

di Fabio Ferrara e Federico Vianelli (Componenti Giunta Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 27 marzo 2015

 

L'introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento giuridico sta per avverarsi: una gran bella notizia. Una delle battaglie condotte dall'Unione delle Camere Penali Italiane, unitamente ad associazioni umanitarie, per far sì che l'Italia compisse un ulteriore salto di qualità nel campo della tutela dei diritti umani sembra stia per approdare. Una norma di civiltà che dovrebbe contraddistinguere la "qualità" di uno Stato di diritto: con essa si fissa il limite invalicabile dell'integrità e dell'incolumità fisica, psichica e morale di un individuo affidato, per motivi di giustizia od altro, alla custodia dello Stato.

Dunque una buona notizia. Dal retrogusto un po' amaro, che provocherà anche qualche imbarazzo. Infatti, ciò che lascia insoddisfatti nel testo di legge che sta per essere varato alla Camera è che il delitto di tortura viene delineato come reato comune, aggravato qualora sia commesso da un pubblico ufficiale, e non, invece, come un reato proprio di chi esercita una funzione pubblica, come da sempre richiesto dall'Ucpi. Tale differenza non è di poco conto, poiché quel che dovrebbe essere espressamente sanzionato dalla legge è il fatto della violenza, sia fisica sia morale, esercitata sulla persona che si trova nelle mani dello Stato, in quanto assoggettato all'autorità statale e alla sua custodia. Del resto, è proprio la Convenzione dell'Onu che ha determinato quale debba essere il bene giuridico tutelato dalla normativa contro la tortura: "il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate".

E che il reato di tortura debba delinearsi come "reato proprio" lo si ricava anche dalla lettera dell'art. 7 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, laddove al comma 2, lett. e) essa viene definita come la condotta consistente nella inflizione volontaria di "gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali ad una persona di cui si abbia la custodia o il controllo; in tale termine non rientrano i dolori, o le sofferenze derivanti esclusivamente da sanzioni legittime, che siano inscindibilmente connessi a tali sanzioni o dalle stesse incidentalmente occasionati".

Ed una interpretazione costituzionalmente orientata nella elaborazione normativa della nuova fattispecie penale avrebbe potuto trarre ispirazione dall'art. 13 comma 4 della Costituzione che vieta ogni "violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà". Questo il dato più rilevante, al di là di alcuni aspetti di carattere più squisitamente tecnico-giuridico. Siffatte osservazioni erano state puntualmente raffigurate dall'Unione delle Camere Penali Italiane in sede di audizione parlamentare.

Peccato: se non verranno apportate correzioni si sarà persa l'occasione per conferire, nell'ambito dell'ordinamento statuale, alle condotte di violenza fisica o morale commesse dal pubblico ufficiale nei confronti della persona affidata alla sua custodia, il particolare e specifico disvalore di cui è portatrice una simile condotta. Si è detto anche degli imbarazzi, provocati dalle evidenti ipocrisie, che tale normativa inevitabilmente porterà con sé, in ragione del fatto che nel nostro ordinamento andranno a convivere discipline contrastanti sul piano della tutela dei diritti della persona: da un lato la previsione del delitto di tortura; dall'altro la previsione del regime del cd. 41 bis, da più parti definito come la "tortura democratica". Ed ancora, il permanere di una situazione carceraria che è assimilabile, sotto molti aspetti, alla tortura.

Non sono mancati moniti e condanne anche da parte della Cedu. In più occasioni le condizioni detentive nelle carceri italiane sono state additate come inumane e degradanti. La situazione è rimasta tuttavia pressoché invariata. Degno di nota il report del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del 2013 che, proprio con riferimento al regime del cd. 41 bis, riscontrava che lo stesso determina una vera e propria forma di isolamento che, se applicata per lunghi periodi, può causare effetti dannosi tanto di natura psicologica che di natura fisica. Con la conseguenza che le modalità di esecuzione della pena finiscono per arrecare al detenuto un disagio ingiustificatamente superiore a quel livello di afflizione già intrinseco alla detenzione stessa e trasmodano in una vera e propria tortura.

Una condizione quella italiana che pone il nostro Paese in una posizione scomoda e forse per certi versi persino ridicola (se non ci fosse nulla per cui ridere!) anche sul piano internazionale. Basti pensare che la Magistratura americana è giunta a negare l'estradizione richiesta dall'Italia, sulla base della considerazione che il regime carcerario cd. del 41 bis presenta caratteristiche che costituiscono una forma di tortura e, come tale, viola la Convenzione dell'Onu.

Da un lato i proclami, dall'altro le inumane condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, come del resto sottolineato da papa Francesco in occasione della recente visita al carcere di Poggioreale ove ha affermato che "i carcerati troppo spesso sono tenuti in condizioni indegne della persona umana, e dopo non riescono a reinserirsi nella società".

La buona notizia è allora il fatto che la legge, fortemente voluta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, che introduce il delitto di tortura, possa diventare il mezzo o comunque il primo passo per eliminare le storture e gli abusi che in campo giudiziario ancora, purtroppo, ammorbano il nostro Paese.

 
Giustizia: "Il 41 bis? ha generato solo tortura e falsi pentimenti" PDF Stampa
Condividi

di Anna Germoni

 

Panorama, 27 marzo 2015

 

Giuseppe De Cristofaro, senatore di Sel, critica da sinistra il regime carcerario duro anti mafioso. "Il presunto patto Stato-mafia? Lo escludo".

"Può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l'esterno, ma per il solo fine di farlo pentire? Non lo può fare. Siamo unici in Europa a applicare norme così ingiuste".

Usa parole forti e controcorrente sul regime del 41 bis il senatore Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà. Oltre a far parte della commissione parlamentare Antimafia, De Cristofaro è vicepresidente della commissione Affari esteri e membro della commissione straordinaria per la Tutela dei diritti umani. Nonostante l'appartenenza allo stesso gruppo politico, il senatore De Cristofaro sembra essere lontano anni luce dalle posizioni di Claudio Fava, vicepresidente dell'Antimafia.

 

Senatore De Cristofaro, lei sostiene che il 41 bis è tortura se usato per indurre il pentimento?

"Lo dico per esperienza diretta. E ho questa opportunità di guardare al 41 bis da due punti di vista sull'efficacia e sulla sicurezza di soggetti pericolosi, ma anche alla tutela dei diritti umani. Perché io non dimentico che quando il 41 bis venne applicato per la prima volta nel nostro Paese, cioè dopo la morte di Giovanni Falcone, si disse in Parlamento che doveva essere un sistema assolutamente transitorio. Il 41 bis era nato come regime eccezionale: la risposta dello Stato alle stragi, per poi ritornare a una gestione più normale. Ma poi è divenuto stabile. Io penso che oggi sia necessaria una riflessione per rompere il tabù".

 

Lei ha detto: "mentre in commissione Diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto, in Antimafia ci soffermiamo sull'efficacia del carcere duro". Come superare la discrasia?

"Il 41 bis deve essere usato per evitare contatti con l'esterno di un capomafia, per eludere flussi di informazione. Questo non lo metto in discussione. Quel che invece non mi convince del regime carcerario duro è mettere il detenuto una condizione psicologica di particolare costrizione, in modo da indurlo al pentimento. Così non si hanno veri pentimenti, ma richieste di collaborazione con la giustizia, che servono solo a evitare l'isolamento. Il decreto Scotti-Martelli in realtà era nato proprio per questo proposito, non detto, ma implicito. Ma questa normativa, che sollevò molti dubbi fin dall'epoca, è contraria alla nostra Costituzione. Allora diciamo apertamente che se la ratio del 41 bis è ed era quella di costringere al pentimento, ripeto è una tortura".

 

Lei dice, insomma, che lo Stato ha usato il regime carcerario duro solo per indurre certi mafiosi a collaborare con la giustizia?

"Io penso che lo Stato, se ha concezione democratica, se ha un articolo della Costituzione che dice che le pene devono educare, non può applicare un regime di carcere così duro da indurre a un pentimento "finto", pur di uscire da quello stesso regime. Senza tener conto, che con l'applicazione del decreto Scotti-Martelli, entrarono in isolamento carcerario persone che non erano mai state affiliate o consociate alla criminalità organizzata mafiosa. Uno scandalo".

 

Che comporta molti rischi.

"Lo Stato democratico deve applicare le leggi, ma non costringere un detenuto, per le condizioni disumane in cui vive, a un pentimento che non è maturato da una sua coscienza personale e intima. Per questo abbiamo collaboratori di giustizia che, pur di uscire dal regime carcerario, dicono tutto e il contrario di tutto. E la colpa è dello Stato".

 

Le intercettazioni su Totò Riina in cella, disposte dalla Procura di Palermo durante i colloqui con il suo "compagno d'aria" nel cortile del carcere di Opera, hanno occupato per mesi le copertine dei giornali, vanificando di fatto il 41 bis cui è sottoposto Riina dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio 1993: è stato come permettere a Riina di pubblicare i suoi messaggi all'esterno. Che ne pensa?

"È un fatto vergognoso. Si è vanificata l'applicazione del 41 bis a Riina. Non c'è dubbio che sia vicenda scandalosa. E andremo fino in fondo. Voglio sapere chi ha divulgato le intercettazioni alla stampa".

 

Secondo lei, l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993 non rinnovò alcuni 41 bis per dare un segnale di "distensione" a Cosa Nostra, come ipotizzano i pm palermitani nel processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia"?

"Onestamente non credo che Conso, insigne giurista di fama internazionale, abbia revocato o non rinnovato alcuni decreti del 41 bis, per una sorta di "pax" mafiosa. Lo escludo in maniera categorica. E dico di più: contesto questa forma mentis che si è sviluppata da vari anni, che è una mera semplificazione. Cioè se uno contesta il 41 bis, con ragioni valide, sembra che faccia un favore alla mafia e quindi diventa automaticamente mafioso. Mentre chi sposa in toto la normativa è dalla parte buona della società. Questo è un pregiudizio che va combattuto".

 

Lei crede a un patto tra cosa nostra e Stato, durante il biennio 92-93, in cambio di revoche del 41 bis?

"Lo escludo sicuramente".

 

E allora cosa pensa del processo palermitano, sulla presunta trattativa Stato-mafia, che vede sul banco degli imputati boss e uomini di Stato, che hanno catturato tali criminali?

"Preferisco non commentare...".

 
<< Inizio < Prec. 8861 8862 8863 8864 8865 8866 8867 8868 8869 8870 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it