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Giustizia: custodia cautelare non obbligatoria per concorso esterno in associazione mafiosa PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2015

 

No all'obbligo di custodia cautelare per il concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte costituzionale, con la sentenza 48 scritta da Giuseppe Frigo, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 275, comma 3, secondo periodo, del Codice di procedura penale, nella parte in cui rende obbligatorio il carcere preventivo per chi è indagato di appoggio esterno a Cosa Nostra.

Di fronte alla questione sollevata dal Gip di Lecce, la Consulta osserva che se il soggetto che delinque con "metodo mafioso" o per agevolare l'attività di una associazione mafiosa può, a seconda dei casi, appartenere o meno all'associazione stessa, il concorrente esterno è, per definizione, un soggetto che non fa parte del sodalizio: diversamente, perderebbe tale qualifica, trasformandosi in un "associato".

Nei confronti del concorrente esterno non è, quindi, in nessun caso ravvisabile quel vincolo di "adesione permanente" al gruppo criminale che - secondo la giurisprudenza della stessa Corte costituzionale - è in grado di legittimare il ricorso in via esclusiva alla misura carceraria, quale unico strumento idoneo a recidere i rapporti dell'indiziato con l'ambiente criminale di appartenenza e a neutralizzarne la pericolosità.

A questo proposito, non serve sostenere che il concorrente esterno, analogamente a chi partecipa a tutti gli effetti all'organizzazione, offre comunque un contributo causale al raggiungimento delle finalità del sodalizio criminale: "con la conseguenza che la sua condotta risulterebbe pienamente espressiva del disvalore del delitto di cui all'articolo 416-bis Codice penale, concretandosi anzi, talora, in apporti di maggior rilievo rispetto a quelli dell'intraneus".

Si tratta però di considerazioni che riguardano, in effetti, la gravità dell'illecito commesso dal concorrente esterno, che dovrà essere considerata in sede di determinazione della pena, al momento della formulazione di un giudizio definitivo di colpevolezza. Esse non impongono, invece, preclusioni sul diverso piano della verifica della esistenza e del grado delle esigenze cautelari, che condiziona l'identificazione della misura idonea a soddisfarle. Non ne risulta compromesso, infatti, il rilievo di fondo, espresso dalla sentenza n. 57 del 2013, secondo il quale "il mero "contesto mafioso" in cui si colloca la condotta criminosa addebitata all'indiziato non basta ad offrire una congrua "base statistica" alla presunzione, ove esso non presupponga necessariamente l'"appartenenza" al sodalizio criminoso".

E, nella specie, a prescindere dal peso specifico dei rispettivi contributi, la figura del concorrente esterno - se pure significativa di una posizione di contiguità alla organizzazione mafiosa - si differenzia da quella dell'associato proprio per l'elemento che è in grado di rendere costituzionalmente compatibile la presunzione assoluta e, cioè, lo stabile inserimento in una organizzazione criminale con caratteristiche di spiccata pericolosità (assente nel primo caso, presente nel secondo).

 
Giustizia: risarcimenti della legge Pinto, i processi troppo lenti ci costano 8 milioni al mese PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2015

 

I processi lumaca costano all'Italia circa 8 milioni al mese. A lanciare l'allarme sulle ricadute economiche della legge Pinto sull'ingiusta detenzione è il capo del dipartimento per l'Ordine giudiziario del ministero della Giustizia, Mario Barbuto, in occasione della conferenza stampa che si è tenuta ieri a Roma per presentare il 5° Salone della giustizia.

Un problema drammatico, come mostrano i numeri. Dal 2002, anno successivo all'entrata in vigore della Pinto, a regime l'Italia è debitrice nei confronti degli indennizzabili, che hanno già ottenuto un decreto ingiuntivo, per 313 milioni di euro. A giugno 2014, le domande di indennizzo ammontavano a 405 milioni, diventati 455 a dicembre 2014. Un aumento di 50 milioni in sei mesi con un trend in crescita.

Inevitabile per Barbuto chiedersi quanti cancellieri, giudici e operatori si potrebbero pagare con queste somme: in sei o sette mesi, gli organici potrebbero essere coperti. Il presidente del Tribunale di Roma Mario Bresciano ricorda che la produttività dei magistrati italiani e di Roma in particolare, è la più alta d'Europa. Malgrado il vuoto d'organico sia del 40%: il 30% fisso e il 13% dovuto alle contingenze del momento dalle ferie alla malattia ai permessi. Il Tribunale di Roma rischia di avere vuoti di organico ancora per 10 anni, anche per effetto della nuova legge che manda in pensione i magistrati a 70 anni.

Il giurista Filippo Patroni Griffi fissa al 25 % l'aumento di organico che sarebbe necessario al Consiglio di Stato. Mentre il presidente emerito della Consulta Annibale Marini sposta l'attenzione sull'importanza di recuperare la norma costituzionale della durata ragionevole del processo, per ridare fiducia ai cittadini.

Temi che saranno affrontati dal 28 al 30 aprile al Salone della Giustizia, che si terrà a Roma, nel Salone delle fontane. A mettere l'accento sull'importanza dell'appuntamento è Guido Alpa, presidente del comitato scientifico. Alpa ha ricordato che l'evento, che punta ad avere un respiro internazionale, con i suoi 27 seminari sarà l'occasione per avvicinare il cittadino e soprattutto ai giovani al mondo della giustizia. Tanti gli appuntamenti ad iniziare con il Convegno del 28 aprile sulla riforma della giustizia, promosso dal Consiglio nazionale forense. Nel programma anche i seminari del Consiglio superiore della magistratura sulla responsabilità civile delle toghe e l'organizzazione degli uffici giudiziari.

 
Giustizia: ddl anti-corruzione, la maggioranza regge alle votazioni in Senato PDF Stampa
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Askanews, 27 marzo 2015

 

Nonostante il banco di prova del voto segreto su alcuni emendamenti, la maggioranza ha retto alle prime votazioni sul ddl anti-corruzione. Concordi il relatore, del Nuovo centrodestra, Nico D'Ascola, e il governo rappresentato dal Guardasigilli Andrea Orlando.

I senatori dem erano stati precettati con un sms: "Sono possibili numerosi voti segreti. La presenza è pertanto obbligatoria senza eccezione alcuna, anche Governo". Così, al termine di una mattinata non priva di qualche tensione, l'aula del Senato ha approvato gli articoli 1 e 2 del provvedimento di cui tornerà a discutere martedì prossimo, per chiudere con il voto finale previsto per la serata di mercoledì.

In sostanza, dopo l'approvazione di alcuni emendamenti, sono previste pene più severe per i reati legati alla corruzione, tempi di sospensione dall'attività professionale più lunghi per i condannati (da un minimo di tre mesi a un massimo di tre anni), ma anche, grazie a due emendamenti di Lega Nord e Forza Italia, accolti con il parere positivo di relatore e governo, un aumento a due terzi dello sconto di pena per i collaboratori di giustizia.

Ma, ha voluto puntualizzare il Guardasigilli, "non ci siamo limitati ad aumentare le pene": si sono colmate alcune "lacune" stigmatizzate dai report internazionali in tema di auto-riciclaggio e di falso in bilancio, si è avviata una lotta "seria" a un fenomeno che è "un'emergenza nazionale" tale da richiedere "l'unità delle forze politiche" nel combatterla. Insomma, ha attaccato Orlando, "basta con la propaganda di chi anche su questo tema cerca di lucrare qualche voto". Il messaggio è uno: "Chi corrompe o si fa corrompere tradisce il Paese".

In aula si sono palesate tensioni in un paio di occasioni. La prima quando Forza Italia ha stigmatizzato l'aumento delle pene minime previste, la seconda per l'attacco del senatore Lucio Barani (Gal) al presidente Pietro Grasso che guidava i lavori. "È un'aberrazione - ha sbottato Giacomo Caliendo, senatore azzurro, già sottosegretario alla Giustizia dell'ultimo governo Berlusconi - mantenere pene minime così alte da costringere il giudice ad applicare la detenzione. Mi appello al presidente Napolitano che in passato e prima di me ha fatto considerazioni in questo senso". Barani gli ha dato man forte sostenendo che "l'aumento della pena minima è del 50% e dunque per fatti minimi ancorché gravi e solo per accuse ancora non controllate facciamo arrestare anche degli innocenti". Per concludere in crescendo: "In quest'aula il primo che recita Calamandrei gli do quattro ceffoni, non siete degni di nominarlo".

Qui si è inserita la polemica con Grasso, che l'ha invitato ad usare un linguaggio più adeguato. Barani ha risposto con parole, poi smentite, in una nota, dallo stesso senatore, ma riportate dal resoconto stenografico del Senato in questa forma: "Credo che anche i suoi genitori le abbiano dato ceffoni, e forse se gliene avessero dati di più l'avrebbero educata meglio".

Infine il Movimento 5 stelle, al di là della conferma, avallata dal capogruppo Andrea Cioffi, di votare a favore o contro "punto per punto", ha giudicato la legge un compromesso al ribasso e invitato Grasso a togliere la firma. L'appello è giunto dal vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, secondo il quale "Grasso dovrebbe togliere la sua firma da quel disegno di legge se veramente tiene a una legge anticorruzione perché quella non è una legge anticorruzione, è stata svuotata e svilita".

 

Orlando: chi corrompe tradisce Paese

 

Senato. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando è intervenuto questa mattina nell'aula del Senato prima dell'inizio dei voti sugli articoli del disegno di legge anticorruzione: "Cosa c'è di più grave in un momento come questo se chi svolge funzioni pubbliche tradisce la collettività per un interesse proprio? In questo momento storico chi corrompe o si fa corrompere tradisce il Paese. Con questo provvedimento offriamo strumenti più efficaci nel contrasto alla criminalità economica e mafiosa e nella lotta alla corruzione". Nel suo intervento il guardasigilli ha poi precisato: "Sono consapevole che aumentare le pene non basta e a volte è inutile. Ma noi non ci siamo limitati ad inasprire le pene, miglioriamo e rendiamo più congruo il sistema di repressione di cui disporre". Il ministro cita i molti report internazionali, che segnalano due grandi lacune nel nostro Paese "una sull'auto-riciclaggio e il sostanziale svuotamento del reato del falso in bilancio: il primo è già legge, il secondo lo ridiventerà con questo provvedimento".

È un appello all'unità quello che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando rivolge in conclusione al Senato: "Non sconfiggeremo la corruzione se non riusciremo a dare un segnale che deve caratterizzare tutte le forze politiche: la costruzione dell'unità viene prima della costruzione del singolo punto di vista".

 
Giustizia: proposta di legge in tema di intercettazioni, il senso del diritto a intermittenza PDF Stampa
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di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 27 marzo 2015

 

I contorsionismi politico-legislativi del governo Renzi sulle questioni legate alla giustizia sono un susseguirsi disomogeneo ed imprevedibile di macchie di leopardo. Dopo aver ignorato ostinatamente qualunque principio di razionalità giuridica in tema di prescrizione e di legislazione di anticorruzione, Renzi viene oggi invece ad invocare invalicabili limiti nell'ambito della nuova proposta di legge in tema di intercettazioni telefoniche.

Non mi piace il termine garantismo. Un po' perché finisce in "ismo", suffisso che nella lingua italiana generalmente indica una valenza deteriore; ma soprattutto perché dà un'idea debole di quello che vorrebbe in realtà significare. Infatti, la vera differenza non è fra garantismo e antigarantismo - non me ne voglia l'amico Piero Sansonetti che firma un quotidiano così titolato - bensì tra chi ha il senso del diritto e chi non ce l'ha.

Ecco dunque la contesa che da molti anni affligge la vita pubblica italiana: da una parte, coloro che se ne infischiano bellamente di qualunque limite imposto dai principi giuridici, anche a costo di calpestarli impunemente; dall'altra parte, coloro che faticosamente e quotidianamente se ne fanno invece carico, evidenziando limiti a loro modo assoluti che neppure la ragion di Stato è legittimata a scavalcare.

Ne viene che questi limiti o ci sono o non ci sono, o vengono riconosciuti o vengono ignorati: non ci sono alternative. Sicché, osservando con un po' di attenzione i contorsionismi politico-legislativi del governo Renzi, molto si stenta ad individuare in essi il riconoscimento di questi limiti, in quanto l'azione di governo si connota, per dir così, quale un susseguirsi disomogeneo ed imprevedibile di macchie di leopardo. Infatti, il governo, dopo aver ignorato ostinatamente qualunque principio di razionalità giuridica in tema di prescrizione e di legislazione di anticorruzione, viene oggi invece ad invocare invalicabili limiti nell'ambito della nuova proposta di legge in tema di intercettazioni telefoniche.

Poche settimane fa abbiamo assistito a una riforma della prescrizione dei reati che praticamente consente di perseguire anche quelli di scarso allarme sociale per 15 o 20 anni di seguito, come nulla fosse, ignorando completamente il senso giuridico di cui è portatore l'istituto della prescrizione e reati. Abbiamo anche assistito, impotenti, ad un aumento indiscriminato delle pene previste per la corruzione, nell'ottusa speranza che aumentare le pene serva a ridurre il numero dei reati commessi, cosa che si è sempre dimostrata assolutamente falsa.

Oggi, improvvisamente e inaspettatamente, dopo essersene dimenticato per mesi, Renzi si ricorda di quel diritto che bussa alla sua porta e, per non scontentarlo, tira i remi in barca, confezionando un disegno di legge che limita alquanto la libertà delle intercettazioni telefoniche e che perciò ovviamente scontenta sia i versanti giustizialisti del suo partito sia una buona parte delle Procure italiane che la pensano diversamente.

Domanda: si può coltivare il senso del diritto ad intermittenza? A macchia di leopardo? Probabilmente no, perché c'è da credere che in questo caso quando del diritto ci si ricorda ad intermittenza, non si tratti di coltivarne il senso a beneficio di tutti, ma al contrario si tratti di confusione politica oppure di puro e semplice opportunismo. C'è da temere che quest'ultima sia l'interpretazione più corretta, in quanto da alcuni mesi Renzi mostra una crescente insofferenza verso il Nuovo Centro Destra, cioè verso quella componente di maggioranza di governo che per tradizione e vocazione ripropone l'azione politica circoscritta dai limiti invalicabili del diritto. Vogliamo scommettere che dopo le dimissioni del ministro Lupi, quella poltrona invece di tornare appannaggio del Ncd sarà invece affidata a un fedelissimo di Renzi?

 
Giustizia: stretta sulle intercettazioni, multe per la stampa. Fnsi: temiamo il bavaglio PDF Stampa
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La Repubblica, 27 marzo 2015

 

Multe per chi pubblica le intercettazioni già chiuse nella cassaforte destinata a contenere quelle secretate per sempre, quelle che riguardano chi finisce coinvolto in una registrazione disposta dalla magistratura, ma non è né colpevole, né tantomeno indagato. Un caso Lupi, tanto per intenderci. Ci sarà questo, ma anche molto altro, nella legge Renzi sulle intercettazioni. In cottura a Palazzo Chigi proprio da quando è esploso il caso dell'ex ministro delle Infrastrutture di Ncd costretto a lasciare la poltrona per via delle intercettazioni.

Gli alfaniani premono molto, ma anche il premier è convinto che si debba voltare pagina sulla questione. All'insegna di due leit motiv: stop all'intercettazione irrilevante che finisce nelle ordinanze delle toghe, stop alla stampa che comunque la pubblica.

I contenuti sono già individuati, tutto ruota su quattro capisaldi: regole ferree per i magistrati che non potranno più utilizzare le intercettazioni penalmente non rilevanti nei provvedimenti cautelari, di sequestro o di perquisizione; l'udienza stralcio in cui magistrati e avvocati selezioneranno le registrazioni; una cassaforte in cui chiudere il materiale destinato alla più totale riservatezza; un responsabile unico della cassaforte; multe per la stampa che, nonostante tutto questo, pubblica lo stesso i testi più succosi.

I dubbi riguardano il vagone su cui camminerà la riforma. Una legge autonoma, tutta sulle intercettazioni, da mandare avanti spedita. Oppure la sola delega, com'è attualmente, all'interno della riforma del processo penale, che giace alla Camera dall'autunno scorso.

O ancora una delega che si scioglie in un testo, ma sempre all'interno di quel disegno di legge.

Certo è che il Guardasigilli Andrea Orlando avversa l'ipotesi dello stralcio, su cui preme invece Ncd a favore della legge sulla diffamazione (emendamento Pagano) perché strategicamente ritiene che le intercettazioni possono "trainare" tutta la riforma del processo penale verso il voto.

In calo, invece l'ipotesi di utilizzare il vagone del ddl sulla diffamazione, fortemente sponsorizzato da Ncd, proprio per evitare che le norme sugli ascolti assumano subito un imprinting colpevolista verso la stampa. Lo esclude recisamente il Pd Walter Verini perché, dice, "non è quella la sede giusta". Molti dem autorevoli dicono che quel ddl non ha un futuro, e potrebbe arenarsi nelle secche parlamentari.

Il dato certo è che la notizia di un lavorio legislativo sugli ascolti scatena le opposte fazioni. C'è quella favorevole, in primis l'Ncd di Alfano e Lupi, che domani, in molte città, darà vita alla giornata intitolata "le vite degli altri", banchetti in piazza per sollecitare proprio la legge sugli ascolti. Sul fronte opposto ecco la Fnsi che col segretario Raffaele Lorusso tuona "contro il rischio di un nuovo bavaglio e della limitazione del diritto di cronaca". Il sindacato dei giornalisti "non invoca né il libero arbitrio, né l'impunità assoluta", ma dice che "il diritto alla privacy non va affrontato con misure che ledano il diritto-dovere di informare".

 
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