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Giustizia: non più celle ma "residenze", addio agli ultimi manicomi PDF Stampa
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di Gian Luca Favetto

 

Venerdì di Repubblica, 27 marzo 2015

 

Un uomo, in uno stanzone disadorno, beve da un bicchierino di plastica. Tira giù tutto d'un fiato. Con l'altra mano impugna un contenitore trasparente su cui è scritto: Terapie Pz. Una pozione terapeutica. È la medicina quotidiana. Dietro di lui, un vecchio ragazzo corpulento aspetta la sua dose. In primo piano si intravede la mano guantata di un infermiere. È un'immagine, un frammento di tempo che si ripete ogni giorno a Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova, in uno dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari. Per gli addetti ai lavori, Opg. In Italia esistono ancora.

Per pochi giorni, però. Dal primo aprile chiudono tutti: quello di Castiglione e quello di Aversa, quello di Napoli e quello di Reggio Emilia, quello di Montelupo Fiorentino e quello di Barcellona Pozzo di Gotto. Hanno sostituito i manicomi criminali e adesso chiudono anche loro. È sicuro. Quasi. Già nel 2012 erano stati aboliti, ma poi sono stati tenuti in vita due volte con una proroga. Ora, spariscono definitivamente, salvo poi vedere quanto si impiega a sostituirli con i Rems, le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria previste dalla legge. Saranno almeno un paio di strutture in ogni regione ad accogliere i 704 internati degli Opg, quelli che, incapaci di intendere e di volere, etichettati come pazzi, hanno commesso un reato grave.

"Ho trovato di tutto lì dentro" spiega Max Ferrero, autore di un reportage nelle carceri della follia, un residuo di Ottocento nell'Italia di oggi. È un lavoro fotografico realizzato fra giugno 2014 e gennaio 2015 in quattro dei sei Opg italiani: Reggio Emilia, Montelupo, Castiglione e Aversa. "Dovevo trovare un leader che si facesse fotografare per primo" racconta. "Il suo esempio, poi, convinceva gli altri. In genere è facile individuarlo, basta trovare il più grosso o il più tatuato. A Reggio Emilia, per esempio, l'ho trovato subito: un body builder con uno sguardo di pietra, che ha fatto il buttafuori nelle discoteche, la riscossione crediti e il giocatore di calcio fiorentino.

E poi ne ho trovato un altro, che ha trasformato il suo corpo in un manifesto pieno di scritte, disegni e cicatrici". A Montelupo ha incontrato un ragazzo con un teschio tatuato su tutta la schiena. "Mi ha chiesto di fotografare i suoi tatuaggi. Non mi hanno aperto la cella, dicevano che era troppo violento. Ho infilato un attimo la macchina fra le sbarre, ma la guardia mi ha portato subito via. A colpirmi è stato il vuoto intorno: immenso. La cella era abbastanza grande, aveva solo un letto e il senso di soffocamento era totale". Dice Antonella Tuoni, direttore penitenziario da vent'anni e dal 2011 responsabile della struttura di Montelupo.

"Da questa esperienza mi porto a casa un'intensa consapevolezza umana. Ho avuto anche l'opportunità di cambiare positivamente la vita delle persone qui dentro. Quando sono arrivata, c'era ancora la contenzione. Negli Opg ci sono esseri umani con grandi sofferenze, appartenenti spesso ad aree della marginalità, con situazioni familiari problematiche, relegati dalla società in luoghi lontani dagli occhi, veri non-luoghi, perché rappresentano il fallimento del nostro stato sociale. Gli Opg sono lo spaccato più drammatico di quello che è chiamato pianeta carceri, usando un'espressione che tende ad attribuire al carcere un carattere di extraterritorialità, come fosse un pianeta marziano, ma non lo è".

È parte del nostro mondo. Parte di noi. Più facile capirlo a Castiglione delle Stiviere, Opg non carcerario, diverso dagli altri che dipendono dal Ministero della Giustizia. Fondato nel 1939, funziona come una struttura sanitaria dell'Azienda ospedaliera di Mantova. È quello con più ospiti e con una sezione femminile: 156 uomini e 64 donne. "Ho trovato gli sguardi dei ricoverati meno spenti" racconta Ferrero.

"Ma è stato più difficile il lavoro. Le persone sembravano avere più coscienza di sé, di ciò che avevano fatto, e non avevano voglia di parlare, né di farsi fotografare. Qui si muovono liberamente, non ci sono guardie carcerarie, né sbarre. Ci sono un parco, una piscina, il campo da pallavolo, quello da tennis, il campetto da calcio. Sembra una comunità. È il prototipo di ciò che, dalla prossima settimana, dovrebbero essere le nuove residenze". Conferma Andrea Pinotti, ex primario di Psichiatria nel Basso mantovano, da un anno direttore di Castiglione: "Siamo il superamento già attuato delle Opg, sin dalle origini. Più della metà dei nostri pazienti lavora con uno stipendio.

Abbiamo anche un teatro, una palestra, un laboratorio di tipografia, di sartoria, di pittura, di falegnameria e restauro. Ogni stanza ha il suo bagno. Siamo una struttura di eccellenza per la psichiatria forense. Ed è per questo che nei nostri spazi, da aprile, funzioneranno sei Rems con 120 posti a disposizione. Siamo come un ospedale specialistico che lavora in sinergia nel territorio". Quella degli Opg è una popolazione divisa in due, e non in base alla gravità dei reati. Ci sono i più anziani, con i classici disturbi bipolari, le psicosi, le forti depressioni.

Poi ci sono i gravi disturbi di personalità legati all'abuso di sostanze, e in questi casi l'età è sempre più bassa. "Aversa è il luogo dove le persone mi hanno raccontato di più le loro storie" ricorda Ferrero. "Ho trovato uno che ha spaccato la testa al padre, un serial killer che ha segato almeno un paio di donne, uno che ha mangiato la madre e uno che è entrato e uscito quattro volte, perché appena lo trasferiscono in comunità rifiuta le medicine e ridiventa violento. Ho scelto il bianco e nero per concentrare l'attenzione sulle luci e sulle forme, senza la distrazione dei colori, per poter misurare la dimensione alienante degli spazi". Il risultato è un viaggio al di là dello specchio, in una normalità assurda, dove il tempo sospeso ti riflette e ti imprigiona. Quello che vedi è una sofferenza disorientata. Per allontanarla non basta chiudere gli occhi. Continua a respirarti addosso. E il suo alito è dolore e violenza.

 
Giustizia: "Shakespeare ci fa liberi". Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere PDF Stampa
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di Diletta Grella

 

Vita, 27 marzo 2015

 

Si celebra oggi la Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere (iniziativa istituita nel 2014, qui il programma), in occasione della 53a Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day) indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro presso la sede Unesco di Parigi.

"Tra i personaggi che ho interpretato quello che mi è 'entrato dentrò di più è Prospero, il vero Duca di Milano de "La tempesta" di Shakespeare. Donatella Massimilla, la nostra regista a San Vittore, a Milano, ha voluto sottolineare la sua saggezza, la sua pacatezza. Quella saggezza e quella pacatezza che tante, troppe volte, sono mancate a me nella vita". Alfredo, 50 anni, è un uomo libero da un mese. Gli ultimi vent'anni li ha passati fuori e dentro dal carcere. Dove ha sempre cercato di frequentare i laboratori teatrali.

"Sono stati anni lunghi, difficili... Una cosa mi ha aiutato ad andare avanti: il teatro. Le ore delle prove erano momenti di serenità. Finalmente potevo fare qualcosa che non fosse stare sdraiato sulla mia branda o giocare a carte. Perché in galera, di solito, non si fa molto di più... Potevo socializzare, stare in un gruppo. Potevo capire qualcosa in più di me. Potevo anch'io provare emozioni".

"La storia del teatro nelle carceri è abbastanza recente" spiega Massimo Marino, critico teatrale e autore di una ricerca su teatro e carcere nel nostro Paese, condotta nel 2005 all'interno di un progetto europeo, in collaborazione con il Ministero della Giustizia. "Tutto nasce sull'onda di un movimento di opinione che, dagli anni Settanta, chiede misure alternative alla detenzione e un carcere meno segregante. La Legge Gozzini, del 1986, rafforza questa tendenza, perché promuove le attività che favoriscono il recupero e la formazione dei detenuti, anche di chi ha commesso i reati peggiori".

Una data storica per il teatro in carcere nel nostro Paese è il 1984. Il San Quentin Drama Workshop, la compagnia fondata nell'omonima prigione californiana dall'ergastolano Rick Cluchey (graziato poi per meriti teatrali; storia incredibile, la sua!) arriva prima in Toscana e poi in altre città d'Italia, con una tournée organizzata da Pontedera Teatro. "L'interesse che suscita sono fortissimi" continua Marino. "Prima di allora non si era mai visto un ex-detenuto recitare. La messa in scena di alcune opere di Samuel Beckett lascia senza parole. In quegli stessi anni, anche in Italia iniziano a svilupparsi esperienze simili. E forse non è un caso che le carceri in cui il teatro si radica di più sono proprio quelle della Toscana (la prima regione raggiunta da Cluchey)".

In base ad una ricerca del 2012, condotta dalla Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Ministero della Giustizia, in più della metà degli oltre duecento penitenziari italiani, è presente un laboratorio teatrale o musicale. "Le esperienze sono numerose e variegate sotto tanti punti di vista" spiega Vito Minoia, direttore della rivista "Teatri delle diversità".

"Già le diverse tipologie delle carceri impongono differenti modalità di svolgimento dei laboratori teatrali: nelle case circondariali è più difficile costituire una compagnia teatrale, perché le persone si trattengono per un periodo breve. Il discorso cambia nelle case di reclusione, dove si viene destinati per una detenzione lunga. Per fare rete, superando le diversità, e per creare occasioni di scambio e di confronto, nel 2011, abbiamo dato vita ad un Coordinamento Nazionale Teatro in che io presiedo. Il Coordinamento interagisce con le istituzioni, a partire dal Ministero della Giustizia, con cui nel 2013 abbiamo sottoscritto un protocollo d'Intesa, tramite l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari".

Al momento le esperienze che vi aderiscono sono 43, in rappresentanza di 13 regioni. "Purtroppo va sottolineata la fragilità di molti laboratori teatrali, che non riescono a perdurare nel tempo, soprattutto per problemi economici" continua Minoia. "Un tempo il Ministero della Giustizia dava un contributo che, negli anni, a causa della crisi, è venuto meno. Ad oggi, sono soprattutto alcuni enti regionali che garantiscono la continuità del lavoro. Tra tutti segnalo l'eccellenza della Toscana".

Tra le iniziative organizzate dal Coordinamento, la Giornata Nazionale di Teatro in Carcere: il 27 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, si svolgerà la seconda edizione, con eventi aperti al pubblico, sia all'interno che all'esterno degli istituti di tutta Italia. L'esperienza più continuativa e longeva di teatro in un carcere, ad opera dello stesso regista, è quella di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza a Volterra. Un'eccellenza dal punto di vista artistico. Punzo si è felicemente autorecluso, da 27 anni, nella suggestiva Fortezza Medicea, l'istituto di pena della città toscana, "perché non ho trovato niente di meglio fuori", come lui stesso dichiara. "Era il 1988 e il teatro che vedevo non mi interessava. Non volevo lavorare con attori professionisti, ma con altre voci, altri corpi, altre possibilità.

Guardavo il carcere e pensavo: lì dentro ci sono tante persone che non hanno niente da fare tutto il giorno. Oltretutto, persone che non giocano con la cultura, perché ne hanno poca, e quindi, in un certo senso, culturalmente più libere. Proprio lì si poteva reinventare il teatro, ripartire da zero... Ho chiesto di poter lavorare con loro". Il primo progetto approvato prevede 150 ore. Punzo ne fa 1.400. "Non riuscivo più ad uscire. E non sono più uscito. Io non sono entrato in carcere per il carcere, mosso da finalità sociali o educative. Sono entrato per il teatro. Il carcere mi aiuta a capire l'essenza del teatro e quindi dell'uomo.

In quella stanzetta di tre metri per nove, dove tutti i giorni proviamo, cerco di comprendere, attraverso il teatro, chi è l'uomo, chi sono io... Come scriveva il poeta Franco Fortini: 'La mia prigione vede più della tua libertà'". Con la sua Compagnia della Fortezza, Punzo ha realizzato una trentina di spettacoli, ospitati nei più importanti festival e rassegne del Paese.

L'ultimo, adesso in tournée, è "Santo Genet", che sta riscuotendo grande successo di critica e di pubblico. Tra i numerosi riconoscimenti conquistati in questi anni, sei Ubu, il più prestigioso premio per il teatro in Italia. "Ora, il mio desiderio è di realizzare un teatro stabile all'interno del carcere, il primo al mondo. Un luogo di ricerca artistica e culturale, oltre che di formazione per i mestieri dello spettacolo, aperto a tutti".

Il progetto sta scatenando un grande dibattito. Tra i sostenitori c'è Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti della Toscana: "Credo fermamente nella necessità di una riforma delle carceri. Penso che questa debba nascere dal territorio, a partire da un'idea di convivenza piuttosto che di esclusione sociale. In questo senso, l'idea di un Teatro Stabile come quello pensato da Punzo, che confonda i ruoli di chi è dentro e di chi è fuori, potrebbe essere un'opportunità generativa per ripensare un'istituzione come quella carceraria che, così com'è, non ha più senso".

A credere molto nell'importanza di creare una rete internazionale di esperienze di teatro in carcere è Donatella Massimilla. Donatella è l'anima creativa e vulcanica del laboratorio teatrale nel carcere di San Vittore a Milano, tra i più significativi e apprezzati nel nostro Paese, dal punto di vista artistico. Forte di una lunghissima esperienza di lavoro in contesti europei, quindici anni fa, Massimilla ha fondato il Cetec-Centro Europeo Teatro e Carcere, una cooperativa sociale che si occupa di realizzare progetti di teatro e arte nel sociale in Italia e in Europa, oltre che del reinserimento lavorativo degli ex-detenuti. Tanti gli eventi e le occasioni di confronto con altre realtà internazionali.

Donatella racconta così come ha iniziato a lavorare negli istituti di pena: "Mi sono formata con i grandi maestri del teatro contemporaneo, da Jerzy Grotowsky a Heiner Müller, e da subito ho preso confidenza con un linguaggio teatrale legato al corpo e all'interiorità" spiega. "Sentivo il bisogno di lavorare in una comunità, su storie di vita vere. Il carcere è stato il naturale esito di questo mio desiderio". San Vittore è una casa circondariale, dove la maggior parte dei detenuti rimane per un breve periodo, in attesa di giudizio. "Nell'organizzazione dei laboratori, devo tenere conto che i partecipanti, da un giorno all'altro, potrebbero non esserci più. I miei lavori, quindi, sono quasi sempre studi, più vicini al linguaggio della performance che alle rappresentazioni del teatro classico".

Grande il successo riscosso dall'ultimo spettacolo, "San Vittore Globe Theatre", al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Repliche previste in occasione dell'Expo. Tra i prossimi eventi aperti al pubblico, "Happy Alda!" e "A cena con Alda", un omaggio alla poetessa Alda Merini, che alle detenute-attrici di San Vittore ha dedicato questi versi: 'Forse la durezza delle leggi potrà nulla contro la speranza che c'è in ognuno di noi... Ci sono bellissimi fiori che vivono avvinghiati ad una sbarra". Il teatro, per Donatella, è un ponte tra il dentro e il fuori. È terapia. È libertà: "In carcere il tempo si ferma. Il detenuto, sradicato dai suoi affetti e dai suoi luoghi, non sa più chi è. Recitando, può recuperare una relazione con gli altri, può riconquistare la sua autostima e lentamente ritrovare la sua essenza".

Anche il cinema si è interessato al teatro in carcere. Nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani girano "Cesare deve morire" nel reparto di alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma: il film narra la messa in scena del "Giulio Cesare" di Shakespeare da parte dei detenuti, diretti dal regista Fabio Cavalli. Tra i premi vinti: l'Orso d'oro al Festival di Berlino e cinque David di Donatello. A colpire è il fatto che gli attori recitano Shakespeare in napoletano, siciliano, romano.

"Il dialetto, per la maggior parte dei detenuti, è la lingua madre, quella in cui esprimono la loro emotività più profonda. I lavori che mettiamo in scena, quindi, sono perlopiù in dialetto" chiarisce Cavalli, direttore generale del Centro Studi Enrico Maria Salerno (www.enricomariasalerno.it) che, dal 2002, ha la responsabilità delle attività teatrali a Rebibbia Nuovo Complesso. Cavalli, attore e regista, ha lavorato con i più grandi: da Alberto Lionello a Franco Zeffirelli, a Mario Missiroli. Poi, nel 2002, l'incontro con il carcere.

Un po' per caso: "Un amico mi chiese di dargli una mano. La prima opera che mettemmo in scena fu 'Napoli Milionarià di Eduardo De Filippo. Lì, con quei 25 detenuti di massima sicurezza, incontrai più teatro di quanto ne avessi mai visto prima. E continuo ad incontrarlo. Più volte mi sono chiesto da dove arrivi tutta questa carica espressiva... Gran parte degli scrittori che hanno segnato la storia della letteratura ha vissuto storie di prigionia, di costrizione... I detenuti hanno una biografia simile agli autori che interpretano e quindi, forse, riescono ad esprimere meglio le emozioni dei loro testi".

Gli stessi Taviani hanno dichiarato: "Quando il Bruto di "Cesare deve morire" dice "Per questo io l'aggio acciso", non è che sia più bravo di Marlon Brando o di James Mason. Solo che nello sguardo di questo attore brilla una luce particolare: dice qualcosa di un mondo che ha visto davvero. E lo stesso succede con gli altri attori del nostro film... è questo che ci ha travolto!".

"Ripenso al regista Carlo Cecchi" prosegue Cavalli "che una volta, vedendo un nostro spettacolo, disse provocatoriamente: 'Per forza non riesco a trovare attori bravi là fuori. Stanno tutti in galera!'". Interessante un'indagine osservazionale che il Centro Studi Enrico Maria Salerno sta svolgendo in collaborazione con alcuni docenti di medicina e fisiologia dell'Università La Sapienza di Roma: "Tra i carcerati che hanno commesso reati gravi, il tasso di recidiva in media è del 65-70 per cento" dice Cavalli.

"Per chi fa teatro, invece, scende sotto il dieci. Significa che la recitazione è uno strumento potente anche dal punto di vista rieducativo. Ecco perché è fondamentale che a gestire i laboratori siano persone qualificate". Ad accomunare le esperienze di teatro-carcere, è che non sono né i registi né la direzione penitenziaria a scegliere i detenuti che partecipano ai laboratori. "Tutti possono fare domanda. Poi, incontro dopo incontro, è il teatro che sceglie: c'è una sorta di selezione naturale" spiega Maria Cinzia Zanellato, regista che, dal 2005, ha la direzione artistica del progetto "Teatrocarcere" al Due Palazzi di Padova.

"Questo è uno stimolo per il mio lavoro, perché incontro persone diverse e inaspettate. Ci sono anche stranieri, di varie provenienze geografiche: Africa, Sud America, zone balcaniche... Le differenze linguistiche non sono mai un problema, ma un'opportunità da sfruttare teatralmente!". Prima di lavorare è importante amalgamare le persone, formare un gruppo. Anche perché il carcere, di per sé, produce individualismi fortissimi. "Gli incontri iniziali sono momenti di ascolto, di dialogo..." chiarisce Zanellato. "Cerchiamo di creare relazioni autentiche, che poi, peraltro, perdurano quando i detenuti ritornano in cella. Per me è fondamentale coniugare l'aspetto artistico con quello umano".

 
Veneto: la Cgil e Stop Opg a Zaia "la Regione accolga i 55 detenuti psichiatrici" PDF Stampa
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di Michele Bugliari

 

Il Mattino di Padova, 27 marzo 2015

 

La Cgil chiede a Zaia e Coletto di garantire i servizi alternativi agli ospedali giudiziari chiusi per legge. "La legge nazionale prevede che gli ospedali psichiatrici giudiziari siano chiusi entro il 31 marzo ma la Regione non ha ancora provveduto ad una sistemazione alternativa e dignitosa per i 55 reclusi veneti, 48 uomini e sette donne, affetti da gravi problemi mentali".

È la denuncia di Ugo Agiollo della segreteria confederale della Cgil di Venezia e di Gianfranco Rizzetto del Comitato Stop Opg Veneto, che oggi alle 17.30 nella sede di Mestre della Cgil, in via Cà Marcello, saranno tra i protagonisti del convegno sul tema: "Restituire un volto, un nome, dignità e diritti. Per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari". Sarà l'occasione per discutere del libro "Mala dies. L'inferno degli ospedali psichiatrici e delle istituzioni totali in Italia" (Infinito Edizioni) di Angelo Lallo, ricercatore recentemente scomparso.

All'iniziativa saranno, inoltre, presenti i figli dello studioso, Alex ed Ivan Lallo, Stefano Cecconi della Cgil nazionale, l'avvocato Annamaria Marin ed Anna Poma del Forum veneto Salute Mentale. La Cgil, inoltre, continuerà a promuovere il un digiuno a staffetta a favore della reale chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.

"La legge che prevede la chiusura delle strutture che attualmente ospitano i detenuti", sostengono Agiollo e Rizzetto, "rappresenta una conquista di civiltà. Gli ospedali giudiziari, come ha dimostrato anche un'importante inchiesta giornalistica, sono stati luoghi in cui sono stati calpestati i diritti dei pazienti reclusi. Il parlamento giustamente ha stabilito per legge la chiusura, dopo un appello dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il problema però è che la Regione a pochi giorni dalla prevista chiusura non sia ancora pronta a sistemare i detenuti psichiatrici veneti nelle strutture sanitarie. Inoltre, l'amministrazione veneta sinora ha dimostrato di essere intenzionata a realizzare una Rems (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) a Verona. Noi, invece, sosteniamo che il Veneto così come ha fatto il Friuli dovrebbe opporsi a questa politica perché i Rems saranno solo degli ospedali giudiziari con un nome più accettabile".

Oggi i detenuti psichiatrici veneti sono 47 uomini in carico all'ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e sette donne ricoverate nell'analoga struttura di Reggio Emilia. Il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo (Pd) ha denunciato i ritardi del Veneto dicendo: "Nel merito deciderà il Governo, dopo due anni di proroghe, sarebbe intollerabile un allungamento indeterminato dei tempi nell'apertura delle Rems. Il ministero monitorerà attentamente il rispetto delle scadenze da parte delle Regioni".

 
Sicilia: chiusura degli Opg; la Regione è pronta con due Rems, a Naso e Caltagirone PDF Stampa
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Adnkronos, 27 marzo 2015

 

Ci siamo. Il 31 marzo è prevista la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ed è corsa delle Regioni per mettersi in regola a pochi giorni dal time-out. La Sicilia riferisce l'assessore regionale alla sanità Lucia Borsellino all'Adnkronos è pronta con due Rems (residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) che andranno ad ospitare i detenuti dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto che oggi conta più di un centinaio di internati.

"È stato definito un programma per l'attivazione di due Rems provvisorie da attivare nei comuni di Naso, in provincia di Messina, e Caltagirone nel catanese. Ciascuna ha una ricettività di 20 posti letto", ha detto Borsellino. Quanto alle risorse messe a disposizione, secondo la legge, per la realizzazione di strutture alternative agli Opg in questa fase transitoria, l'assessore Borsellino spiega che "la Regione Sicilia sta anticipando queste risorse utilizzando quelle del fondo sanitario regionale con la possibilità di rivalersi su quelle risorse" messe a disposizione "sia per gli investimenti di parte corrente sia per quanto attiene agli investimenti in conto capitale".

 
Abruzzo: chiusura Opg; ecco l'immobile che farebbe risparmiare alla Regione 3,7 mln PDF Stampa
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www.primadanoi.it, 27 marzo 2015

 

A pochi giorni dalla scadenza l'Ente regionale non si è ancora organizzato. Ancora pochi giorni poi il 31 marzo prossimo tutte le Regioni, così come disposto dal Ministero della Salute, dovranno chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e costruire strutture alternative, le cosiddette Rems, per il ricovero dei pazienti psichiatrici autori di reato ancora considerati pericolosi per se stessi e per gli altri.

A pochi giorni dalla scadenza di questo termine apparentemente perentorio, la Regione Abruzzo non solo non ha iniziato i lavori della struttura definitiva individuata presso il Comune di Ripa Teatina ma non è riuscita nemmeno a provvedere alla individuazione di una struttura alternativa a carattere provvisorio. Il finanziamento per l'esecuzione dell'opera è di 4,5 milioni di euro, una somma ingente che tuttavia potrebbe essere anche eccessiva.

Infatti Vittorio Sconci?, direttore del dipartimento di Salute Mentale dell'Asl aquilana racconta oggi che, in qualità di referente della Regione Abruzzo per il superamento degli Opg, venne invitato, "in tutta fretta", lo scorso agosto 2014, in piena estate, ad una riunione presso l'assessorato regionale alla Salute, alla presenza dell'assessore e del sub commissario, per cercare di colmare i ritardi con la individuazione, qualora fosse stato possibile, almeno di una struttura transitoria.

"Nonostante lo stupore per la riscoperta repentina di un ruolo, quello di referente regionale, che pensavo di non avere più", racconta Sconci, "nel giro di circa dieci giorni ho trovato, ahimé, una soluzione che sarebbe potuta addirittura essere definitiva: a Collimento, Comune di Lucoli utilizzando un Palazzo Nobiliare del 700 già ristrutturato e completamente idoneo al funzionamento di una Rems. Prezzo? Circa 800 mila euro".

Dunque una cifra lontanissima dai 4,5 milioni a disposizione dell'Ente regione per la realizzazione di una nuova struttura e che avrebbe fatto fruttare un risparmio di ben 3,7 milioni di euro "che sarebbero potuti essere utilizzati", sottolinea Sconci, "per rinforzare le attuali risorse dei Centri di Salute Mentale per realizzare progetti individualizzati per pazienti provenienti dagli ex Opg e non solo". Ma la regione non si è mossa e pare che l'idea non sia stata gradita, non è chiaro il motivo.

Secondo il referente questa strada, nonostante tutto, sarebbe ancora percorribile e "posizionerebbe la nostra Regione ai primi posti nazionali per l'attuazione di un progetto di avanguardia a coronamento anche di una attività scientifica molto ricca e qualificata da parte di tutti gli operatori abruzzesi del settore".

Per questo Sconci invita il presidente D'Alfonso, il sindaco di Lucoli, Comune proprietario dell'edificio, il sindaco dell'Aquila ed il direttore Generale della Asl Avezzano - Sulmona - L'Aquila a visitare insieme questo complesso architettonico "di grande valore artistico già pronto per l'uso e in grado di annoverare la Regione Abruzzo tra le prime in Italia per il perseguimento di un obiettivo di grande rilievo sociale ed umanitario".

 
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