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Svezia: uomini mascherati a caccia di nordafricani PDF Stampa
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di Alessandra Coppola

 

Corriere della Sera, 31 gennaio 2016

 

Impennata di arrivi, strutture sovraffollate, incidenti all'ordine del giorno, come l'accoltellamento di un'impiegata di un centro per minori: tutti elementi che stanno spingendo l'accogliente Svezia a respingere gli immigrati.

Una missione punitiva di "uomini neri" contro bambini stranieri nel centro di Stoccolma. Hooligan, dice la polizia, estremisti di destra vestiti di scuro coi cappucci delle felpe tirati sugli occhi e le sciarpe a coprire la bocca, dichiaratamente a caccia "di bambini nordafricani che vagano in strada". Radunati nel buio di venerdì sera in una sorta di flash mob del terrore con lo slogan: "Adesso basta!". Qualcuno è stato fermato, qualcun altro segnalato. Ma è evidente che la Svezia sta vivendo una stagione di paure. Non nuove, ma mai così esasperate.

L'esperienza di accoglienza si è consolidata negli anni. Ma la più grande migrazione euro-mediterranea che la Storia recente ricordi contiene due elementi di destabilizzazione: i numeri e i tempi. La Svezia ha ricevuto, solo nel 2015, 163.000 richieste d'asilo, con un'impennata da giugno, a un ritmo di 4-5.000 arrivi al mese. Le strutture sono sovraffollate, e gli incidenti all'ordine del giorno. Il grave episodio di lunedì, quando un'impiegata di un centro per minori stranieri vicino a Göteborg è stata accoltellata a morte da un ragazzino somalo, era drammaticamente nell'aria. Ugualmente, gli episodi di xenofobia si sono moltiplicati, allungandosi fino in Grecia. Sulle spiagge di Lesbo da mesi si raccolgono volantini firmati dalla destra estrema degli Svedesi democratici: "Non ci sono soldi, né lavoro, né case. Non venite, possiamo offrirvi solo tende, e rimandarvi indietro".

Con parole diverse, l'ha annunciato anche il governo socialdemocratico: in 80 mila dovranno essere rimpatriati. Perché lungo questo canale che si è spalancato all'improvviso sono passati rifugiati, ma non solo. A molti sarà negata la protezione internazionale. E che ne sarà dei 35 mila minori non accompagnati che si trovano nel Paese e non possono essere espulsi? "La gente teme nuove violenze - ha ammesso il premier, Stefan Löfven. Molti di quei giovanissimi hanno avuto esperienze traumatiche e per loro non ci sono risposte facili".

 
Svezia: gli skinhead in piazza caccia ai ragazzini "basta stranieri" PDF Stampa
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di Andrea Tarquini

 

La Repubblica, 31 gennaio 2016

 

Pestaggi e slogan "Le nostre donne non si toccano". Quattro gli arrestati. Il minuto di silenzio per Alexandra Nezher, la 22enne svedese pugnalata a morte da un 15enne somalo, scatta alle 13,30 in punto a Norrmalmstorg splendida piazza del centro di Stoccolma. Tacciono tutti sull'attenti, molti giovani testa rasata e giubbotti neri con le due lettere HH, Heil Hitler, operai anziani, qualche famiglia giovane e signore in cappotto di cammello. Erano un migliaio, non tanti, ma qui fa impressione. Poche ore prima, nella notte, un centinaio di loro, squadre di giovani incappucciati, si sono scatenati nel pogrom a Sergelstorget, la spianata col Palazzo della Cultura voluto da Olof Palme sopra il grande incrocio della metro. Pestaggi, grida e slogan, città terrorizzata. "Puniamo i ragazzini maschi di strada marocchini, le nostre donne non si toccano". Botte coi tirapugni anche alla polizia, ma qui gli agenti rispondono duro: quattro arresti, e la Saepo (lo MI5 svedese) indaga sulla galassia nera.

Weekend di tensione nella Londra del Nord. "Alexandra, ti dedichiamo un minuto di silenzio, tu di origini libanesi ma integrata e svedese come noi sei la nostra eroina, al tuo assassino e ai suoi amici non daremo pace", dice un'oratrice degli Sveriges Demokraterna, i populisti numero uno in alcuni sondaggi. Il vento gonfia striscioni e cartelli: "Merkel, Loefven (il premier socialista svedese, ndr), Juncker, traditori dei popoli europei", "Basta con gli assassini". Poi il comizio riprende, richieste dure: "Non siamo razzisti se chiediamo di buttar fuori quei criminali islamici, i razzisti furono e sono Hitler, Breivik e oggi i terroristi dell'Is". Sul lato nordovest della piazza pochi giovani di sinistra gridano slogan antifascisti. "Mi piacerebbe dare una lezione a quei comunisti, come l'altra notte coi marocchini", mi dice un ragazzo biondo.

Gli agenti in tenuta antisommossa fanno cordone, mani pronte a impugnare manganelli, taser o pistole, coi furgoni Mercedes gialli e blu creano un muro tra le due parti della piazza. Una signora dell'ufficio stampa della polizia informa noi giornalisti: "Il pogrom notturno l'hanno organizzato online, come un flashmob, l'ordine era "aggredire bambini rifugiati".

"Tranquillo, organizziamo ronde civiche, siamo in contatto con gli amici, i tedeschi di Pegida e le forze sane da voi", mi dice Olof, corpulento e sorridente riservista dell'esercito. Alto, testa rasata come i suoi amici, uno di loro torna da un negozio vicino, busta di plastica piena di lattine di birra. "Siamo decisi, noi europei sani, cristiani e bianchi dobbiamo fare in fretta. Blitzkrieg, e insieme come si coordinano loro aggredendo le nostre donne a Capodanno da Colonia a Helsinki, da Goeteborg a Zurigo. Glie la faremo vedere, siamo tutti ben addestrati per il servizio militare obbligatorio".

No al razzismo, gridano i pochi controdimostranti che la polizia protegge col muro di furgoni e agenti pronti al peggio. "Bisogna dar lezioni e salvare l'Europa bianca, come quando a scuola pestammo in classe un marocchino cleptomane, rubava a tutti. Il preside ci accusò di razzismo, ecco dove ci portano i socialisti". Kalle, magro e rasato accanto a noi, annuisce: "Guarda i comunisti che ci contestano, meriterebbero una lezione, non capiscono che anche le loro donne rischiano per gli stupratori musulmani". Ore 14,40, il flashmob si scioglie cantando " Du gamla, du fria", il dolce inno nazionale, con le loro voci suona duro e ostile.

 
Arabia Saudita: pena di morte, 55 decapitazioni dall'inizio dell'anno PDF Stampa
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La Repubblica, 31 gennaio 2016

 

Una nota di Nessuno Tocchi Caino. In Liberia la condanna per impiccagione a tre persone che avevano ucciso un uomo per 200 dollari, poi fatto a pezzi per praticare un rito. Negli Emirati altra pena capitale per un uxoricida nonostante i figli della vittima e i parenti più stretti lo avessero personato.

Un uomo è stato giustiziato per omicidio in Arabia Saudita e arriva così a 55 il numero dei detenuti messi a morte nel Regno dall'inizio dell'anno. In una nota, il Ministero degli Interni ha identificato l'uomo come Owaidhah al-Saadi, di nazionalità saudita, la cui decapitazione è avvenuta nella regione sud-occidentale di Aseer. Era stato riconosciuto colpevole dell'omicidio di un connazionale, commesso con arma da fuoco a seguito di una lite. Lo scorso anno, 153 persone sono state giustiziate in Arabia Saudita, soprattutto per traffico di droga e omicidio.

Liberia - Tre condannati all'impiccagione per omicidio. Il Tribunale del secondo circuito giudiziario della contea di Grand Bassa, in Liberia, ha condannato tre persone all'impiccagione in relazione all'omicidio di Nimely Tarr, commesso ad agosto 2014 per "scopo rituale". Secondo il tribunale, Samuel Targbehn, Emmanuel Juludoe e James Reeves avrebbero asportato parti del corpo della vittima, compresi organi interni. I tre sono residenti nella città di Paytoe, nel primo distretto della contea di Grand Bassa. Erano stati incriminati per il reato di omicidio. Per 200 dollari si erano venduti parti del corpo dell'ucciso. Gli imputati avrebbero ricevuto 200 dollari da una persona non identificata in cambio delle parti umane. Secondo l'accusa, il 9 agosto 2014, Nimely Tarr lasciò la sua residenza di Woe Town per Paytoe Town, dove incontrò i tre uomini, che lo attirarono in una vicina fattoria di canna da zucchero e lo uccisero a sangue freddo. La sentenza dice che gli imputati hanno ammesso di aver ricevuto 200 dollari in cambio di parti umane da usare in un rito e che saranno impiccati nel cimitero di Upper Buchanan tra le 6 di mattina e le 18 di un giorno ancora non precisato, ma imminente. Lo Stato era rappresentato da Samuel K. Jacob, mentre gli imputati erano difesi da Paul P. Jarvan, che ha già annunciato di voler presentare appello alla Corte Suprema.

Emirati Arabi - Condannato a morte nonostante il perdono dei familiari. Una corte di appello di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, ha condannato a morte un uomo di origine araba per l'omicidio della moglie, nonostante il perdono ottenuto dai figli. La corte ha confermato la condanna a morte pronunciata da un tribunale di primo grado, secondo cui l'uomo avrebbe ucciso la moglie a colpi di accetta, mentre i loro tre figli erano a scuola. Lo stesso omicida avrebbe confessato alla polizia di aver aggredito la donna, dopo un'accesa discussione a casa. I giornali hanno riportato che mentre i tre figli hanno offerto il proprio perdono al padre, così come i parenti più stretti della vittima, il giudice ha invece respinto il perdono trattandosi di omicidio premeditato. Dopo aver commesso l'omicidio, l'uomo fuggì ad Abu Dhabi, dove si è consegnato alla polizia.

 
Il Ministro Orlando: cambiare cultura pena, il sistema sanzione-reclusione è anacronistico PDF Stampa
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Askanews, 30 gennaio 2016

 

"Il 2015 ha segnato il superamento del sovraffollamento carcerario. L'ambizione è tuttavia quella di imprimere un segno ancora più incisivo in termini di cambiamento nella cultura della pena. Il fine ultimo è abbandonare un sistema anacronistico che identifica troppo spesso la sanzione penale con la reclusione in carcere". Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando intervenendo stamani a Palermo all'inaugurazione dell'anno giudiziario presso la Corte di Appello.

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Cari pm e cari media, il garantismo non si tocca.. ce lo chiede l'Europa! PDF Stampa
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di Ermes Antonucci

 

Il Foglio, 30 gennaio 2016

 

Stop ai processi mediatici, alle conferenze stampa-show di pubblici ministeri in cerca di visibilità, e alla colpevolizzazione delle persone indagate o imputate fino a sentenza definitiva; rafforzamento del principio dell'onere della prova in capo alla pubblica accusa (e non alle persone chiamate in giudizio) e del diritto a presenziare al proprio processo.

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