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Droghe: domani a Firenze un convegno sul "trattamento" in Comunità Terapeutica PDF Stampa
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Adnkronos, 3 febbraio 2015

 

Presa in carico e trattamento residenziale in comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso ed individuazione di metodi e percorsi per una possibile sinergia tra i diversi soggetti attuatori. Sarà questo il tema al centro del convegno 'Dal carcere alla comunità in programma mercoledì prossimo, 4 febbraio, a partire dalle ore 9.30 presso l'Auditorium di Sant'Apollonia a Firenze (via San Gallo 25 A).

All'iniziativa, organizzata dal Ceart, il Coordinamento degli enti ausiliari della Regione Toscana, in collaborazione con la Cooperativa Gruppo Incontro, parteciperà, tra gli altri, la vicepresidente Stefania Saccardi. Nel corso della mattinata sarà presentato il documento che sintetizza il lavoro svolto dal Network di Esperti della Regione Toscana, formato da operatori e rappresentanti delle diverse istituzioni (Ser.T. penitenziario, Ser.T. territorialmente competente, Dsm, Uepe) che hanno collaborato alla definizione di percorsi e metodi per la presa in carico e il trattamento residenziale di persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso. Nel pomeriggio è prevista invece una speciale sessione dedicata alla presa in carico dei minori e giovani adulti e all'individuazione delle specificità nel trattamento di questa particolare utenza.

 
Immigrazione: Rapporto Unhcr; in Grecia un inferno per i rifugiati PDF Stampa
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di Gabriella Meroni


Vita, 3 febbraio 2015

 

Secondo un nuovo rapporto Unhcr su migranti e richiedenti asilo nel paese, la situazione è allo sbando: +280% di arrivi nel 2014, centri di accoglienza inadeguati, procedure bloccate, respingimenti illegali e violenze xenofobe. Appello all'Europa: non inviate lì chi fugge dalla guerra.

Quello dell'accoglienza di migranti e richiedenti asilo è uno dei primi problemi che il governo Tsipras dovrebbe affrontare, almeno stando a quanto ha messo in luce la scorsa settimana un drammatico rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) sulla situazione attuale dell'asilo in Grecia. Il rapporto, pur elogiando la Grecia per le riforme che ha intrapreso, indica anche diverse lacune e fonti di preoccupazione che inducono a raccomandare di non rimandare i richiedenti asilo verso quel paese.

Il rapporto si basa su una valutazione condotta nel corso dell'ultimo trimestre del 2014. L'anno scorso, la Grecia è stata tra i paesi del Mediterraneo che ha visto un drammatico aumento di rifugiati e migranti arrivati via mare. Complessivamente sono arrivate via mare circa 43.500 persone, con un aumento del 280 per cento rispetto al 2013. Circa il 60 per cento proveniva dalla Siria, ma molte persone sono anche giunte dall'Afghanistan, dalla Somalia e dall'Eritrea. In molti hanno proseguito il loro viaggio verso altri Stati dell'Unione Europea.

La raccomandazione presente nel rapporto rispetto al fatto di non rimandare i richiedenti asilo in Grecia estende quanto già raccomandato per la prima volta nel 2008, e le ragioni sono presto dette: i principali problemi del sistema di asilo greco riguardano le difficoltà di accesso alla procedura di asilo, un protratto arretrato di casi irrisolti con la vecchia procedura, il rischio di detenzione arbitraria, condizioni di accoglienza inadeguate, le carenze nei meccanismi di identificazione e di sostegno per le persone con esigenze specifiche, i respingimenti di persone alla frontiera, le preoccupazioni per le prospettive di integrazione e di sostegno per i rifugiati, e la xenofobia e la violenza razzista.

L'accesso all'asilo continua a essere difficile, in parte a causa della mancanza di uffici regionali del Servizio per l'asilo che possano occuparsi del trattamento delle domande e di una carenza di personale nello stesso Servizio per l'asilo. Nonostante gli sforzi delle autorità per esaminare circa 37.000 ricorsi accumulatisi con la vecchia procedura, l'arretrato rimane. Le persone che intendono chiedere asilo possono essere detenute senza una valutazione individuale e senza che vengano prese in considerazione alternative alla detenzione. Altri che presentano la domanda mentre sono in stato di detenzione continuano a rimanervi fino a quando la loro domanda d'asilo viene registrata, il che può richiedere mesi.

Le strutture di accoglienza per i richiedenti asilo sono scarse e i servizi insufficienti. Le Ong che gestiscono i centri di accoglienza esistenti per richiedenti asilo e minori non accompagnati sono sotto finanziati e c'è un rischio reale che tali servizi vengano interrotti. L'Unhcr esprime inoltre preoccupazione per le pratiche in atto ai confini che potrebbero esporre rifugiati e migranti a ulteriori rischi. L'Agenzia continua a raccogliere testimonianze di rinvii informali ("respingimenti") alle frontiere terrestri e marittime tra Grecia e Turchia. Dal 2010 sono in vigore strette misure di controllo che hanno portato a una diminuzione del numero di persone che cercano di entrare attraverso la frontiera terrestre greco-turca, mentre gli ingressi via mare sono aumentati.

Le prospettive di integrazione e il relativo supporto ai rifugiati sono praticamente inesistenti. Trovare un alloggio è particolarmente difficile. Non ci sono servizi specifici per l'edilizia sociale o eventuali forme alternative di sostegno. Inoltre, non vi è alcuna strategia nazionale mirata a promuovere l'inserimento lavorativo dei rifugiati e, di conseguenza, molti vivono in condizioni di miseria.

La tutela e l'integrazione sono ulteriormente ostacolate dalla xenofobia e dalla violenza razzista contro i migranti e i rifugiati. Ad esempio, il Racist Violence Recording Network (Rvrn), una rete di organizzazioni della società civile sostenute dall'Unhcr, ha registrato 65 incidenti nei primi nove mesi del 2014, con episodi di attacchi fisici in luoghi pubblici contro migranti e rifugiati a causa del colore della loro pelle e della loro etnia. Il numero effettivo di episodi potrebbe essere molto più elevato, poiché solo un numero limitato di casi viene segnalato. Anche se le autorità greche hanno adottato una serie di riforme e azioni per registrare, perseguire e prevenire più efficacemente tali crimini, le persone continuano a essere oggetto di abusi verbali e fisici che rimangono impuniti.

 
Egitto: altre 183 condanne a morte per i Fratelli musulmani PDF Stampa
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di Giuseppe Acconcia

 

Il Manifesto, 3 febbraio 2015

 

La Corte penale di Giza ha condannato a morte altri 183 sostenitori dei Fratelli musulmani con l'accusa di aver attaccato la stazione di polizia di Kerdasa nell'agosto del 2013, in seguito alla dura repressione subita dai sostenitori dell'ex presidente Mohamed Morsi. Nell'attacco persero la vita 16 poliziotti, 34 dei condannati non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza. Lo scorso dicembre, la stessa corte aveva condannato a morte 188 sostenitori dell'ex presidente Morsi per lo stesso episodio. L'attacco alla stazione di polizia di Kerdasa è diventata per i media pubblici e i sostenitori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il simbolo dell'uso della violenza da parte degli islamisti contro la polizia.

Quelle immagini brutali sono state per mesi rilanciate dalla tv di Stato per giustificare la repressione del regime contro tutti gli islamisti, come se non esistessero distinzioni tra moderati e terroristi. Il gran-mufti della massima istituzione sunnita, al Azhar potrebbe commutare le pene in ergastolo. Lo stesso era avvenuto con i 528 e 683 imputati, inclusi i principali leader della Fratellanza (lo stesso Morsi rischia la forca), condannati a morte dalla Corte di Minya per gli scontri che hanno avuto luogo nella città dell'Alto Egitto dopo lo sgombero di Rabaa. Di queste, 220 pene capitali sono state approvate in via definitiva dai giudici egiziani.

Nell'ultima analisi periodica all'Onu sui diritti umani in Egitto, Germania, Ungheria, Francia, Svizzera e Uruguay hanno sottolineato le violazioni sistematiche commesse, chiedendo al governo di cancellare la pena di morte dal codice penale. La nuova condanna di massa arriva a poche ore dal rilascio e dall'estradizione del giornalista australiano di al-Jazeera.

Peter Greste è uno dei tre giornalisti della televisione del Qatar condannato con le accuse di aver diffuso false informazioni in riferimento alla copertura del sit-in islamista di Rabaa. Il collega egiziano-canadese di Greste, Mohamed Fahmy, potrebbe essere rilasciato una volta cassata la sua cittadinanza egiziana, mentre il terzo, Bader Mohamed, condannato a dieci anni, resterà in carcere. Il presidente del sindacato dei giornalisti Diaa Rashwan ha chiesto poi a tutti reporter egiziani di deferire ogni collega critico nei confronti di esercito e polizia.

Al-Sisi ha così risposto alle pressioni internazionali che chiedevano il rilascio dei giornalisti della televisione del Qatar. Anche il presidente degli Stati uniti

Obama aveva chiesto ad al-Sisi spiegazioni sui processi contro i giornalisti di al Jazeera nel primo incontro dello scorso settembre a Washington. A dicembre la rete televisiva al Jazeera Mubasher Misr (Egitto in diretta), con sede a Doha in Qatar, ha chiuso i battenti. Il canale era rimasto il solo a difendere l'ex presidente islamista Morsi continuando a definire "golpista" l'ex generale al-Sisi.

Non solo, la televisione del Qatar era rimasta la sola a coprire le diffuse manifestazioni anti-golpe degli ultimi mesi in tutto il mondo. Anche questa decisione ha facilitato il rilascio di Greste. Per mesi sono stati sotto accusa per "diffusione di notizie false" anche i reporter britannici di al Jazeera, Dominic Kane e Sue Turton, e la giornalista olandese Rena Netjes che hanno lasciato l'Egitto. A novembre, al-Sisi ha assunto per decreto il potere di grazia di cittadini stranieri nelle carceri egiziane, un escamotage architettato per consentire il rilascio di Greste. Ieri sono stati amnistiati 312 prigionieri politici, ma 516 sono gli arresti solo in seguito agli scontri per il quarto anniversario dalle rivolte del 2011.

 
Indonesia: si avvicina l'esecuzione capitale per due australiani condannati per traffico di droga PDF Stampa
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Agi, 3 febbraio 2015

 

Nonostante il pressing di Canberra sul governo indonesiano e sul presidente Joko Widodo, le pratiche per l'esecuzione di due cittadini australiani accusati di essere a capo di una banda di trafficanti di droga (i Nove di Bali, Bali Nine) proseguono spedite. Lo scrive l'agenzia Misna. Oggi il procuratore generale ha confermato che i due, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, saranno nel prossimo gruppo di condannati in via definitiva a essere fucilati. Non è stata comunicata la data dell'esecuzione o la località dove si terrà, come pure il numero e l'identità dei compagni di esecuzione. L'irrigidimento del presidente, che contrasta con il suo impegno sociale e il programma liberista, una posizione confermata anche ieri in un'intervista a Christiane Amanpour trasmessa dalla Cnn, ha preso di sorpresa le diplomazie. Lo scorso mese sono stati sei i trafficanti fucilati in due diverse carceri del paese e tra questi cinque stranieri.

Come conseguenza, Brasile e Olanda hanno richiamato gli ambasciatori a Jakarta e un provvedimento simile è prevedibile da parte dell'Australia e di altri paesi di cui sono cittadini i prossimi nella lista delle esecuzioni. Sia Chan che Sukumaran, in carcere dal 2005 per l'accusa di avere cercato di contrabbandare otto chili di eroina dall'isola di Bali, hanno visto negata la grazia presidenziale, rispettivamente a gennaio e lo scorso dicembre.

L'appello a una revisione del processo avanzato venerdì è stato escluso perché non ci sarebbero gli estremi per procedere. Per i critici, Joko Widodo avrebbe deciso di esorcizzare la tensione popolare per la graduale fine dei sussidi a generi primari, premendo sulla carta della severità della legge e della lotta alla diffusione degli stupefacenti, uno tra i maggiori problemi sociali per l'arcipelago.

 
Iran: detenuti politici privati dell'assistenza sanitaria e torturati a morte PDF Stampa
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www.ncr-iran.org, 3 febbraio 2015

 

Appello per salvare i detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam in grave pericolo di vita. La Resistenza Iraniana chiede a tutti gli enti e agli organi in difesa dei diritti umani, all'Inviato Speciale dell'Onu sulla Tortura, al Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria e all'Inviato Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani in Iran di intraprendere un'azione urgente per salvare le vite dei detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam che si trovano in gravi condizioni dato che vengono privati delle cure mediche necessarie.

Ad Asghar Qatan, detenuto politico e sostenitore del Pmoi/Mek, in gravi condizioni a causa di un cancro allo stomaco che necessita di un'operazione immediata, vengono negate le più fondamentali cure mediche. Ha 63 anni ed è un dottore in fisica e sismologia, soffre anche di altri gravi problemi di salute, come l'ingrossamento del fegato e della milza e disturbi cardiaci.

Per trasferirlo in ospedale gli aguzzini del regime lo hanno incatenato mani e piedi. Quando ha fatto resistenza a questo barbaro comportamento i suoi aguzzini gli hanno impedito il ricovero in ospedale. I tentativi dei suoi familiari di pagare una cauzione per ottenere il suo ricovero, sono risultati inutili. Asghar Qatan, imprigionato e torturato per sei anni negli anni 80 per il suo sostegno al Pmoi, è stato arrestato nuovamente nel Gennaio 2011.

Il detenuto politico Ahmad Daneshpour Moqadam, 42 anni, insieme al padre settantenne, Mohsen Daneshpour Moqadam, è stato condannato a morte con l'accusa di Moharebeh (inimicizia verso Dio) per il suo sostegno al Pmoi. Ha perso 40 kg. a causa di un'emorragia intestinale e delle sue conseguenze. Anche a lui vengono negate le cure mediche e la sua vita è in pericolo.

Tormentare i detenuti politici fino alla morte, privandoli deliberatamente delle cure mediche, è un metodo ben noto utilizzato dal fascismo religioso al potere in Iran. Mohsen Dogmechi, detenuto politico e famoso commerciante del bazar di Tehran, è stato tormentato a morte e privato delle cure mediche divenendo un martire per aver perso la vita nel Marzo 2011.

 

Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana

 
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