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Sicilia. "La difficoltà di gestione dei detenuti psichiatrici" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 19 settembre 2019

 

Il Garante regionale interviene su Barcellona Pozzo di Gotto. Il suicidio del ventenne detenuto palermitano nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto ha riacceso i riflettori su un dramma che purtroppo si ripete troppo spesso. Quello del mancato funzionamento del sistema a supporto dei detenuti con patologie d'igiene mentale.

Con una nota è intervenuto il Garante dei diritti dei detenuti della regione Sicilia, Giovanni Fiandaca, sottolineando l'urgenza di un nuovo modello organizzativo. "Due drammatici eventi recenti, e cioè il suicidio per impiccagione di un giovane detenuto ventenne affetto da disturbi psichiatrici e l'aggressione al collo di un poliziotto penitenziario da parte di un altro detenuto con disturbi psichici - spiega Fiandaca - comprovano le persistenti e gravi difficoltà di gestione e funzionamento del reparto 8 che ospita la cosiddetta "articolazione per la tutela della salute mentale" del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto".

Per il garante "la difficoltà di prevenire eventi del genere - sottolinea Fiandaca - è accentuata dalla perdurante mancata adozione di un modello organizzativo adeguato del reparto in questione (una bozza di modello organizzativo attende ancora sui tavoli dell'Assessorato regionale della Salute) nonché dalla insufficienza di personale, non avendo ancora il Dipartimento di salute mentale di Messina preso effettivamente in carico l'articolazione suddetta".

Il problema dei detenuti con problemi psichiatrici è tuttora irrisolto. Gli agenti penitenziari stessi ne subiscono conseguenze, non avendo per ovvie ragioni competenze specifiche per rapportarsi con loro, visto che è una peculiarità che spetta ai medici e operatori sanitari specializzati. Ma il problema, sottolineato non solo dal Garante nazionale delle persone private della libertà, ma anche dal Comitato di bioetica, è il mancato adeguamento al superamento degli ex Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).

La legge delega per la riforma dell'Ordinamento Penitenziario del 2017, e il successivo lavoro delle Commissioni ministeriali incaricate di studiare i problemi dell'assistenza psichiatrica, avevano indicato i primi interventi per superare le difficoltà: sia ribadendo la destinazione delle Rems ai prosciolti sottoposti a misura di sicurezza (e solo in via transitoria e subordinata ai condannati con disturbo mentale sopravvenuto, quando le articolazioni psichiatriche del carcere non fossero adeguate al trattamento); sia disegnando la cornice giuridica per potenziare l'assistenza psichiatrica fuori dal carcere, nella previsione della priorità del trattamento territoriale.

In questa direzione, si prevedeva l'abrogazione dell'art. 148 e la modifica dell'art. 147 per consentire il differimento pena anche per sopravvenuta infermità psichica e non solo fisica, cosa però finalmente risolta non grazie all'intervento politico, ma quello della corte costituzionale. Ciò, al fine di permettere la detenzione domiciliare in luogo di cura, in carico al Dipartimento di Salute mentale.

Inoltre, si introduceva una nuova modalità di affidamento in prova a finalità terapeutica (ricalcato su quello per tossicodipendenti): da applicarsi al di sotto dei 6 anni di pena, o di residuo pena. Inoltre si prevedeva di fare chiarezza su come debbano essere le articolazioni psichiatriche penitenziarie. Tuttavia, il decreto legislativo del 2 ottobre 2018 di attuazione della legge delega approvato dallo scorso governo legastellato, non comprende gran parte di queste proposte, di fatto eludendo la problematica della salute mentale.

 
Ravenna. 29enne muore suicida in carcere, sciopero della fame dei detenuti PDF Stampa
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di Federico Spadoni

 

Corriere Romagna, 19 settembre 2019

 

Pensavano di averlo salvato per un soffio, strappandolo a una morte che aveva cercato annodando un lenzuolo nella cella in cui era rinchiuso dal mese scorso. Ma le condizioni del 29enne che lunedì ha tentato il suicidio nel carcere di Ravenna erano ormai disperate; all'arrivo al pronto soccorso non è passato molto prima che i medici dichiarassero il decesso, avvenuto nel corso della giornata di martedì.

Ma prima ancora di sapere della morte, nella serata di lunedì la totalità dei carcerati ha deciso di fare lo "sciopero della fame", disertando la cena. Una decisione, quella del rifiuto pacifico del vitto per una sera, presa in segno di rispetto verso il giovane che da poco aveva varcato i cancelli di "Port'Aurea", per avere commesso una rapina impropria e avere ricevuto una denuncia per stalking.

 
Oristano. Intervista a Paolo Mocci, Garante comunale per i diritti dei detenuti PDF Stampa
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di Michele Antonio Corona

 

arborense.it, 19 settembre 2019

 

Nei mesi scorsi si è risollevata l'immancabile denuncia sul sovraffollamento nelle carceri della Penisola e nel nostro territorio. Abbiamo incontrato Paolo Mocci, avvocato e Garante per i Diritti dei detenuti per capire meglio la situazione e iniziare un discorso che possa farci conoscere meglio le criticità negli Istituti di pena.

 

In che modo possiamo comprendere il fenomeno del sovraffollamento carcerario?

È necessario porre un'importante premessa per evitare, come spesso avviene, che il fenomeno possa diventare pretesto per campagne demagogiche e giustizialiste. Il Ministero di Grazia e Giustizia svolge annualmente un'indagine demografica sulla popolazione carceraria, che può essere consultata sul sito del Ministero. Nell'analizzare i dati generali (aggiornati al 31 agosto 2019) ci rendiamo conto che il numero dei detenuti nei 189 istituti italiani supera di gran lunga la capienza regolamentare: 60.741 detenuti per 50.469 posti.

Pertanto, notiamo che il problema è reale. Tuttavia, se controlliamo regione per regione (e successivamente per singolo istituto) ci si rende conto che le situazioni sono estremamente differenti. Solo un esempio: mentre negli 11 istituti pugliesi sono presenti 3784 detenuti a fronte di 2319 posti regolamentari, nei 10 istituti sardi si contano 2.281 detenuti per 2.706 posti regolamentari. Per stare vicino a noi, nei dati del rilevamento risulta che il numero dei detenuti a Massama e dei posti regolamentari è di 265 per entrambi. Nella colonia penale di Isili il rapporto è 96 detenuti su 130 posti disponibili. Dunque, a livello numerico il problema è fasullo.

 

Intende dire che bisogna saper leggere meglio i dati e andare più a fondo rispetto a una mera indagine statistico-anagrafica?

Certamente. Se, da una parte, il problema numerico è una criticità costante, dall'altra non può essere considerato né l'unica né la principale piaga del sistema carcerario italiano. Forse potremmo riflettere in modo più adeguato e sistematico sullo spazio che ogni detenuto deve avere nella propria cella. La Corte Europea per i Diritti Umani, dopo la famosa sentenza Torreggiani del 2013, decretò che lo spazio vitale per ogni detenuto deve essere di 3 mq escluse le suppellettili. A molti potrebbe sembrare uno spazio poco congruo alla detenzione, quando essa è vista solo come pena detentiva. Durante il pernottamento di una settimana in una camera d'albergo come state se aprite la valigia e sistemate in modo confuso il vostro abbigliamento? Pensate cosa significa questo per una persona che deve passare in una piccola cella 20 o 30 anni o tutta la vita. In una logica giustizialista questo è scontato, in una dimensione in cui l'umanità del colpevole è al centro, non si può ammettere ciò.

 

Molti potrebbero obbiettare che i detenuti rischiano di avere più diritti e confort delle persone libere...

La detenzione, in qualsiasi ordine di cose, non è mai confortevole. Dostoevskij sosteneva che "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Questa affermazione è capitale per rendere tutti i cittadini consapevoli di cosa si viva in carcere e in modo speculare come viva la società esterna. Provocatoriamente possiamo dire che fino a che in carcere non sono garantiti i diritti necessari dei detenuti, non si può essere certi che la società libera possa essere certa di essere civile.

 

A questo proposito, cosa si può dire della possibilità di istruzione, di crescita sociale e di formazione professionale negli istituti di pena?

L'istruzione è un diritto generale e tutti, in teoria, possono frequentare un percorso didattico e scolastico e perseguire il titolo. Tuttavia, l'assetto strutturale del carcere nega continuamente il diritto per ragioni di sicurezza o di convivenza. Nella fattispecie, se due detenuti che non possono stare in una classe per ragioni pregresse e che minerebbero la serena convivenza, a uno dei due viene negata la possibilità di formarsi. Una tra le strade possibili per rimediare a questa falla, sarebbe pensare le nuove strutture con due modalità: una del Ministero di Grazia e Giustizia e una con gli obiettivi del Ministero dell'Istruzione. Per semplificare, basterebbe avere più spazi dediti alla formazione.

 

Il discorso di fa interessante. Quali fenomeni preoccupanti combatterebbero lo studio, l'istruzione, la formazione?

Il problema più grande in carcere si chiama suicidio, autolesionismo, annichilimento. La tendenza a infliggersi sofferenza fino alla morte è sempre più frequente, non solo nei detenuti ma anche nei detentori. La vita in carcere per il comparto della Polizia penitenziaria non è meno pesante di quella di chi è rinchiuso in cella. Turni massacranti e prolungati, tensioni continue, convivenza in situazioni difficili rendono la vita negli istituti di pena a rischio. Esistono dei protocolli preventivi anti-suicidio che spesso non vengono applicati, generando fenomeni violenti.

 

Il nostro colloquio non può fermarsi qui. Tuttavia, per concludere quest'analisi, cosa potrebbe sperare per il prossimo futuro?

Spero in una società che sappia leggere, voglia leggere e possa leggere. Non si tratta di sperare in cambiamenti utopici e repentini. Occorre invece uscire dal desiderio di consenso immediato a vantaggio di progetti che permettano alla società civile una presa di coscienza dei fenomeni per capire cosa sia il carcere nei suoi molteplici aspetti. Fino a che i cittadini non hanno la capacità di capire ciò che leggono, non desiderano andare a fondo sulla natura dei fenomeni e non si interrogano sulle criticità, non possiamo sperare in un cambiamento.

 
Vasto (Ch). Casa Lavoro, l'On. Smargiassi in visita col Garante regionale dei detenuti PDF Stampa
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chietitoday.it, 19 settembre 2019

 

"Tanto il lavoro da fare, con Cifaldi discusso su come migliorare la qualità' della vita degli ospiti e del personale". "Personale insufficiente e poche prospettive per il futuro per gli ospiti della Casa del Lavoro di Vasto" è questo il commento del presidente della Commissione Vigilanza di Regione Abruzzo Pietro Smargiassi (M5S) che questa mattina, con altri consiglieri regionali, ha accompagnato il professor Cifaldi, Garante dei detenuti, nella Casa Lavoro di Vasto. "È la mia terza visita in questa struttura come Consigliere Regionale. Le difficoltà sono tante, specie per il personale in servizio che opera in inferiorità numerica rispetto a quanto necessario. Tanto lavoro deve essere ancora svolto, anche se qualche nota positiva c'è, come per esempio la disponibilità della Sartoria, per anni in attesa delle autorizzazioni Ministeriali, oggi perfettamente funzionante".

"Resta il dubbio generale su questa misura di sicurezza "casa lavoro", a Vasto come nel resto d'Italia, nella sua funzione di mezzo per il recupero dei detenuti. Uomini che dopo aver pagato la loro pena, restano in una condizione di Ergastolo Bianco (così definito), che non prevede, di fatto, una "fine pena".

Questo perché le condizioni di riscatto sono limitate e spesso possono diventare occasione per reiterare un reato facendo scattare una nuova proroga alla misura cautelare. In pratica da lì non si esce. Si dovrebbe poi ragionare sulle misure a garanzia del personale (educatori, personale amministrativo, guardie) che opera in una condizione di rischio inaccettabile. Sono uomini e donne di Stato e come tali vanno rispettati e tutelati. Abbiamo discusso e ragionato su questo il garante Cifaldi", conclude.

 
Ancona. Un progetto aiuta i detenuti a riabilitarsi e i cani a trovare casa PDF Stampa
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di Guido Minciotti

 

Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2019

 

Riabilitare i detenuti delle carceri di Ancona attraverso l'educazione cinofila e formare i cani per una successiva adozione. È la duplice finalità del progetto presentato dall'associazione no profit "Sguinzagliàti" di Senigallia e che ha vinto il bando emesso dal Comune di Ancona.

Le 15 lezioni - iniziate a Montacuto mentre a ottobre partiranno a Barcaglione - prevedono una parte teorica per i detenuti con nozioni sull'addestramento dei cani; poi un focus sulla pet therapy e sulla preparazione dei cani per disabili, grazie alla collaborazione dell'associazione "Il mio Labrador" di Macerata.

Infine una parte pratica: i dieci detenuti coinvolti nel progetto impareranno a educare i cani finalizzando le attività a una successiva adozione. Momenti importanti sia per il riscatto delle persone, che al termine del percorso saranno in grado di gestire un cane, leggerne i segnali di benessere o stress; sia per gli animali che dopo le attività ludiche ed educative saranno pronti per essere accolti in una casa.

 
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