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Crotone. "La dura vita dei detenuti", intervista al Garante comunale Federico Ferraro PDF Stampa
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di Antonia Opipari


calabria7.it, 17 gennaio 2020

 

Cartelle cliniche consegnate tardi o mai date, scarsezza di farmaci, relazioni che tardano ad essere depositate, laboratori non finanziati, attività lavorative ridottissime e assoluta carenza di mediatori linguisti e culturali.

E se a questo si aggiunge il fatto che si trovano a vivere in un carcere, la vita dei detenuti nella casa circondariale di Crotone deve essere più dura di quanto non sia già. A raccontarcelo è il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Crotone Federico Ferraro, al quale abbiamo chiesto qual è la situazione reale del penitenziario.

"Nella casa circondariale di Crotone ci sono attualmente oltre un centinaio di detenuti, il 60% dei quali stranieri.; si tratta di un carcere maschile, suddiviso in tre sezioni tutte di media sicurezza, vale a dire per reati con condanne non superiori ai 7 anni, come ad esempio illeciti legati all'immigrazione, spaccio, furto, rapine e qualche forma di violenza" spiega Ferraro.

 

Cosa fanno giorno dopo giorno i detenuti? Come trascorrono il loro tempo?

"Certamente non sono abbandonati a loro stessi: alcuni di loro si rendono utili nel servizio mensa, cucinano, si occupano della lavanderia e quant'altro. Ci sono state anche tutta una serie di attività all'esterno, come laboratori di cucina, falegnameria, lavorazione del ferro, che hanno anche permesso ai detenuti di conseguire degli attestati spendibili una volta fuori dal carcere. Vero è che si potrebbe fare molto di più se ci fossero i fondi; alcuni laboratori, che prima erano aperti non lo sono più e, questo fa molto male a queste persone alle quali è necessaria dare la possibilità di imparare un mestiere, per poter sperare in un reinserimento lavorativo e sociale che non li porti a delinquere nuovamente.

La mia figura di Garante comunale dei diritti dei detenuti, ha permesso di creare una collaborazione tra l'amministrazione penitenziaria, il provveditorato regionale, la direzione della casa circondariale, il Comune di Crotone e le associazioni, che ha fatto sì che all'interno del carcere di svolgessero tutta una serie di attività che hanno come obiettivo la tutela del benessere del detenuto: un'attenzione particolare, ad esempio, all'aspetto ricreativo - culturale con spettacoli teatrali, musicali e da ultimo, un laboratorio di poesia e di scrittura conclusosi lo scorso dicembre, nel quale i detenuti hanno elaborato un quaderno di lettere ed una poesia a sfondo religioso dedicata al nuovo arcivescovo Mons. Franzetta. Con il Comune di Crotone, poi, è stata stabilita una convenzione che riguarda i lavori di pubblica utilità, non retribuiti in quanto esecuzione della pena, ma la firma dell'accordo è stata rimandata a causa della vicenda del commissariamento del Municipio".

 

Insomma, sforzi tanti, problemi troppi... e nel frattempo i detenuti aspettano il più delle volte invano, anche solo per poter ottenere ciò che spetta loro di diritto, ovvero vedere i propri familiari.

"È vero. Mi sono state segnalate delle mancate nomine di assistenti sociali a tutela dei figli minorenni dei detenuti. Inoltre a causa della carenza di organico del personale dell'ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe), esistono eccessivi ritardi nell'invio delle relazioni utili alla concessione dei benefici (permessi premio, trascorrere del tempo con la famiglia, etc.) che naturalmente non aiutano la permanenza in carcere del detenuto. Partendo dal presupposto che la pena non deve avere solo una funzione punitiva, bensì rieducativa, ritardare gli incontri, non permettere agli stranieri di inserirsi a causa della carenza di mediatori linguistici e culturali, procrastinare visite sanitarie per scarsezza di personale o dover agognare per la somministrazione di un farmaco perché non ce ne sono, non fa altro che esasperare gli animi. Tutte cose che si sta cercando di risolvere con l'aiuto delle istituzioni".

 

Qual è la percezione della gente "lì fuori"?

"Credo non buona, dal momento che più e più volte ho anche chiesto aiuto all'imprenditoria locale perché prendesse qualcuno di loro a lavorare ma non ho mai ottenuto risposta. Un esempio? lo sport è importante e per questo all'interno del carcere si sta ultimando un campetto che possa ospitare delle manifestazioni sportive. Ecco, io stesso ho invitato ripetutamente il Crotone Calcio a venire a fare visita ai detenuti e, a tutt'oggi non c'è stata nessuna attenzione".

 
Trapani. Favignana modello di reinserimento dei detenuti PDF Stampa
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di Pietro Vultaggio


Quotidiano di Sicilia, 17 gennaio 2020

 

Protocollo d'intesa fra Carcere di Favignana, Area Marina Protetta e Uepe di Trapani. Saranno impegnati in attività finalizzate alla rieducazione e al reinserimento sociale. Non sempre il carcere permette una rieducazione pratica ed un reinserimento nel mondo lavorativo, ma nella più grande riserva marina d'Europa si sta portando avanti un nobile progetto nel tentativo di cambiare lo stato delle cose.

Saranno i detenuti del carcere di Favignana ad avere l'opportunità di essere impiegati, per la prima volta, in diverse attività ricadenti nell'ambito dell'Area Marina Protetta del territorio egadino, anche se da anni risultano già coinvolti in occupazioni temporanee retribuite sull'isola. Il lavoro è, infatti, uno dei principali strumenti, previsti dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario, per la risocializzazione ed il trattamento rieducativo del condannato.

Entrando nel vivo del progetto, è stato firmato un protocollo d'intesa fra la casa di Reclusione, l'Area Marina Protetta e l'Uepe di Trapani (Ufficio esecuzione penale esterna), rappresentato da Maria Rosaria Asta, che consentirà l'impiego di una decina di detenuti per lo svolgimento di lavori sul territorio delle isole Egadi, nell'ambito delle attività e dei beni che ricadono nella riserva naturale.

Il documento prevede la corretta applicazione della Legge sei dicembre 1991, che configura le Aree Naturali Protette quali "luogo di sperimentazione e conduzione di modelli sociali consapevoli ed orientati allo sviluppo economico sostenibile dei territori, anche attraverso progetti d'inclusione sociale" e della Legge Penitenziaria che prevede l'inserimento socio lavorativo dei soggetti sottoposti a detenzione.

Un modello positivo in un Paese che non funziona ovunque allo stesso modo. Qualche mese fa è stata realizzata una relazione sull'attuazione delle disposizioni di legge relative al lavoro dei detenuti per l'anno 2018, inviata al Parlamento dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Quello che emerge è una sostanziale diminuzione dei detenuti lavoranti (17.614) rispetto ai 18.405 del 2017, il 4,29% in meno. Eppure nello stesso periodo i detenuti in carcere sono invece saliti da 57.608 a 59.655. Un aumento di presenze che non ha portato ad un aumento del lavoro. La situazione non è quindi delle migliori, ma realtà come quelle egadine fanno ben sperare per il futuro del territorio trapanese.

 
Chieti. Il carcere incontra la cultura, protocollo tra Garante dei detenuti e Università PDF Stampa
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rpiunews.it, 17 gennaio 2020


Oggi, venerdì 17 gennaio 2020, alle ore 10.30, presso l'Università di Chieti, è in programma la firma di un protocollo di intesa tra il Garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi, il Rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della Casa Circondariale di Chieti Franco Pettinelli.

Il protocollo di collaborazione riguarda un argomento di ricerca altamente innovativo che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo. In particolare, il progetto verrà svolto attraverso la collaborazione tra tre diversi Dipartimenti dell'Ateneo, ovvero il Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona del Professor Gianmarco Cifaldi, il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche nella persona del Professor Michele D'Attilio e il Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche nella persona del Professor Arcangelo Merla.

Questo progetto avverrà in collaborazione con il carcere di Chieti e attraverso l'aiuto del garante dei detenuti d'Abruzzo. "La ricerca - spiega Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto.

Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo. Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive: la pedana posturo-stabilometrica, uno strumento che rileva le variazioni del baricentro corporeo neo tre piani dello spazio; la termografia, uno strumento che rileva la temperatura dei muscoli superficiali del viso".

"Il test - continua Cilfadi - sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; il soggetto verrà sottoposto ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; il soggetto verrà testato col protocollo posturale del Prof. D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera.

Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio. Il progetto - conclude Cifaldi - si è potuto realizzare anche grazie alla disponibilità del Ministero della Giustizia e del provveditore interregionale del Dap dott. Carmelo Cantone".

Nei giorni scorsi, intanto, due appuntamenti hanno visto come protagonisti gli studenti detenuti della casa circondariale San Donato di Pescara, iscritti alle classi del corso di Amministrazione Finanza e Marketing dell'Istituto Aterno-Manthoné, diretto dalla preside Antonella Sanvitale. Promotore delle iniziative è il Garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, anche docente del corso di laurea di Sociologia e criminologia dell'Università d'Annunzio di Chieti-Pescara.

Martedì mattina, il docente di Sociologia del diritto, Michele Cascavilla, ha illustrato le caratteristiche del corso di laurea; cinque detenuti, diplomatisi nell'ultimo anno scolastico nella scuola carceraria dell'Aterno-Manthoné, infatti, si sono iscritti nell'ateneo teatino-pescarese. Cascavilla ha dato indicazioni sugli insegnamenti caratterizzanti il percorso universitario, assicurando la piena disponibilità dei docenti universitari per lezioni specifiche che saranno tenute all'interno della casa circondariale San Donato diretta da Lucia Di Feliciantonio.

Quest'ultima ha accolto con entusiasmo l'opportunità offerta dalla d'Annunzio ai detenuti che, grazie all'intervento del Garante, hanno potuto beneficiare dell'iscrizione gratuita. I detenuti, in ogni caso, potranno contare sull'appoggio digitale di Marina Di Crescenzo, vicepreside dei corsi serali e per adulti dell'Istituto di via Tiburtina e Assunta Pelatti, docente di Lettere, per tutte le pratiche burocratiche.

Mercoledì, invece, Pasquale D'Alberto e Marcella Leombruni, organizzatori del premio Croce di Pescasseroli, hanno presentato l'edizione 2020 della manifestazione alla quale parteciperanno, in qualità di giurati popolari, anche gli studenti di San Donato.

I detenuti leggeranno i volumi partecipanti alla sezione di Letteratura giornalistica e concorreranno, con il loro voto, alla scelta del vincitore tra i tre finalisti. Con gli studenti della scuola superiore erano presenti anche i frequentanti delle classi di scuola media ed elementare del Cpia (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti) Pescara-Chieti, diretto da Michela Braccia.

 
Milano. Il cappellano dell'Ipm Beccaria: "educare è una partita a scacchi" PDF Stampa
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leccoonline.com, 17 gennaio 2020


Per educare bisogna mettersi in gioco, bisogna rischiare, lasciarsi usare e saper aspettare, lasciando che i figli, i giovani, sbaglino e su quegli sbagli crescano. Così don Claudio Burgio, cappellano al carcere minorile Beccaria di Milano e presidente dell'associazione Kairos che gestisce comunità per il reinserimento dei minori, relatore in un affollato incontro tenutosi giovedì sera all'oratorio di San Giovanni nell'ambito di un cammino formativo per adulti promosso dalla comunità pastorale Don Monza e Beato Mazzucconi retta dal parroco don Claudio Maggioni.

"Educare oggi: missione impossibile" era il tema della serata rivolta in particolare a genitori, educatori, insegnanti, catechisti. Ai quali don Burgio ha trasmesso il frutto delle riflessioni maturate nel corso dei suoi anni a contatto con adolescenti "difficili" e fragili, ma tali anche in virtù del "nostro sguardo di adulti", se preferiamo guardare al disagio o non invece alle potenzialità dei ragazzi. Ricordandosi - è stata la chiusa - delle primissime parole che, nella Genesi, Dio dice all'uomo: "Tu potrai". Prima di qualsiasi divieto.

Perché un ragazzo per quanto fragile è sempre un ragazzo ed è sempre molto di più di quanto manifesti. "E allora noi - ha detto il sacerdote - non possiamo sostituirci alla libertà nei nostri figli, non possiamo pensare di comandare. Educare è una partita a scacchi. Quando i figli sono i piccoli, noi muoviamo anche le pedine per loro, ma quando crescono ognuno muove le proprie. Bisogna mettersi in gioco, non puoi imporre ma proporre. Non puoi pretendere di impostare la vita dei tuoi figli come vuoi tu. Il peggior genitore è quello che desideri sui propri figli". Si creano aspettative di fronte alle quali "se un figlio si sente inadeguato va in crisi e a quel punto si apre una voragine. Soprattutto in presenza di una società molto esigente che richiede prestazioni: se sei primo sei qualcuno, se sei secondo sei nessuno. E allora c'è la vergogna di finire in panchina. I reati in età giovanile sono un grido di aiuto".

Ecco perché "imporre regole non basta. Occorre mettere i figli davanti alla propria libertà, dargli fiducia, un figlio ha bisogna di sbagliare. Certo, è un rischio: ma bisogna accettare il rischio educativo. Non siamo padri e madri a priori. Noi siamo solo genitori.

Sono i figli che decidono di riconoscerci come padri e madri. Non si può restare fermi alle proprie idee, devi cambiare anche tu con i tuoi figli. Bisogna avere il coraggio di lasciarsi guardare. E basta con il giovanilismo dei genitori: i figli non ne possono più. I figli ci chiedono verità. Non dobbiamo inventare scuse per non affrontare discussioni".

Una testimonianza che il cappellano del Beccaria ha rafforzato con una serie di esempi presi proprio dalla sua opera in carcere e in comunità che gli ha insegnato anche a fare i conti con il dolore (quanti giovani sono morti o si sono persi) e con i fallimenti ma che fallimenti non sono come gli ha dimostrato la lettera inviata dalla madre di un ragazzo ucciso da un coetaneo, lettera che la donna ha scritto all'omicida: "Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro". Parole di perdono sulle quali il colpevole ha potuto costruire il proprio riscatto.

 
Como. L'Uisp Lariano racconta lo sport in carcere con un convegno PDF Stampa
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uisp.it, 17 gennaio 2020


Il comitato Uisp partecipa al "Mese della pace" 2020, collaborando con associazioni e realtà locali che si occupano dei detenuti. Per il secondo anno l'Uisp Lariano aderisce al "Mese della pace" 2020 di Como.

Quest'anno, in particolare, l'impegno del comitato Uisp si rivolge al gruppo di lavoro Carcere e periferie, al fianco di altre associazioni che svolgono attività all'interno della Casa circondariale "Il Bassone" di Como. Il Comitato Uisp, infatti, svolge da 20 anni attività sportiva insieme ai detenuti e alle detenute, con l'obiettivo di offrire uno strumento ricreativo ed educativo, utile anche per la socializzazione e come strumento per il benessere psicofisico.

Venerdì 17 gennaio alle 21, presso la Biblioteca comunale "Paolo Borsellino" di Como, si terrà l'incontro "Vi raccontiamo il carcere", per conoscere la Casa circondariale di Como e le realtà che la animano. Interverranno: Fabrizio Rinaldi, direttore del carcere del Bassone; Padre Michele, cappellano del carcere del Bassone; Patrizia Colombo, Homo Faber; Federico Ioppolo, vicepresidente Uisp Lombardia; Concetta Sapienza, vicepresidente Uisp Lariano. Modera: Marco Gatti, giornalista de Il Settimanale.

Obiettivo dell'incontro è informare la popolazione di Como sulla realtà del carcere, per contrastare la narrazione diffusa che vorrebbe il carcere come luogo di emarginazione per soggetti irrecuperabili e indegni dell'interesse della comunità. Il carcere del Bassone, invece, è come un grande quartiere, quasi una città dentro la città ed è importante riportarlo metaforicamente al centro di Como e del dibattito cittadino e farlo conoscere. Per l'evento Facebook clicca qui

Il Progetto Carcere dell'Uisp Lariano spazia dalle classiche proposte sportive fino ad attività più originali, come il qi gong. Ad esempio durante l'estate del 2019 è stata promossa la pallavolo nei settori donne e trans della Casa circondariale.

L'attività ha coinvolto le detenute per tutto il periodo estivo, due giorni alla settimana, in un percorso gestito da due giovani allenatrici, al termine del quale si è svolto un torneo cui hanno partecipato anche squadre esterne. Quest'anno il progetto ha avuto una particolare attenzione per i diritti delle persone Lgbtiq, che spesso nell'ambito del carcere incontrano maggiori difficoltà e sono vittime di episodi di emarginazione. Ad inizio anno, invece, i detenuti hanno avuto la possibilità di sperimentare il qi gong: questa disciplina orientale genera armonia a livello psico-fisico-spirituale e accresce lo stato di equilibrio energetico generale.

L'esecuzione sistematica degli esercizi di qi gong, tramite una postura e una respirazione corretta, aiutano a migliorare sensibilmente le rigidità, acquisire maggiore capacità di rilassamento, armonia e un generale benessere psico-fisico. Praticare questa attività è molto utile per migliorare il modo di relazionarsi ed affrontare un momento faticoso dell'esistenza, come può essere quello del carcere.

 
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