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Cosenza. Sit-in al carcere di Rossano: "Calpestati i diritti di Battisti e dei detenuti" PDF Stampa
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di Luca Latella


Corriere della Calabria, 26 ottobre 2020

 

Mobilitazione di attivisti per protestare contro le condizioni in cui versano i carcerati dell'istituto penitenziario della città. Esposto uno striscione: "Dignità per tutti i detenuti". D'Amico: "Il carcere non educa più". A difesa dei diritti dei detenuti. È stato questo il senso di un sit-in che si è tenuto domenica mattina davanti al carcere di Corigliano Rossano.

Una manifestazione per evidenziare le condizioni in cui versa Cesare Battisti - "e non solo" - l'ex terrorista trasferito nel carcere rossanese lo scorso settembre. L'iniziativa è stata promossa dall'avvocato Adriano D'Amico, consigliere comunale di San Demetrio Corone e membro del Comitato politico provinciale Rifondazione Comunista Cosenza, e Francesco Saccomanno, segretario provinciale Rifondazione Comunista di Cosenza.

I manifestanti hanno esposto un'eloquente striscione e intonato cori come "dignità per tutti i detenuti", giunto fino alle celle, da dove sono partiti anche ringraziamenti e applausi. Al momento di protesta ha partecipato anche Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus, nata a Cosenza nel 2006, che si occupa della tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale.

"Il presidio di solidarietà - ha spiegato la presidente - vuole mettere in evidenza le condizioni in cui stanno vivendo i detenuti di Rossano ed in Italia, in questa fase di emergenza sanitaria. Cesare Battisti vuole essere un pretesto, perché ha eco mediatica, per denunciare le condizioni interne". È accaduto, racconta Sandra Berardi, che un detenuto positivo al coronavirus "sia stato messo in isolamento nella stessa sezione di Battisti, il che contrasta con le indicazioni fornite dalle istituzioni sanitarie. Da quando il Covid-19 si è affacciato nelle carceri - denuncia Berardi - la popolazione è di oltre 61mila detenuti a fronte di una capienza di 47 mila".

"Siamo qui oggi con associazioni che si occupano tutto l'anno dei diritti dei detenuti - ha aggiunto Adriano D'Amico -. Battisti è la giustificazione ma è riuscito a far arrivare all'esterno ciò che accade all'interno del penitenziario. Ad esempio, lamenta un trattamento alimentare non consono alle sue condizioni di salute, vorrebbe del riso in bianco ed invece gli servono pasta al sugo. Ha chiesto un computer per poter lavorare e scrivere un libro, ma gli è stato risposto che non è uno scrittore e che, quindi, non ha bisogno di queste suppellettili. Oggi abbiamo portato con noi dei suoli libri per dimostrare che stanno sbagliando".

L'avvocato D'Amico taglia corto sulle polemiche scaturite dopo l'annuncio del sit-in. "Siamo qui per dire ad una certa politica che non siamo la controparte delle vittime e che gli anni 70 sono finiti da un pezzo. Qui nessuno vuole riaprire quel pentolone se non per chiuderlo definitivamente". "L'ultimo dei reati di Battisti - ha sottolineato ancora D'Amico - risale al 1979, 41 anni fa e se e vero com'è vero che il carcere deve essere uno strumento educativo e riabilitativo del reo per come sosteneva Cesare Beccaria, allora quel reo deve riabilitarsi, può scrivere e leggere. Ma se ozia tutto il giorno può solo morire. Ed allora mi piacerebbe sapere se la negazione dei diritti di Battisti, così come di tanti altri detenuti, vuole essere una vendetta dello Stato nei loro confronti. Sono tanti quelli che chiedono aiuto tutti i giorni - conclude Adriano D'Amico - e vogliono vivere la loro condizione di fine pena in modo dignitoso. Il carcere oggi, non svolge più il ruolo di educatore".

 
Bologna. All'ufficio Immigrazione della Questura gli avvocati non sono ammessi PDF Stampa
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Il Dubbio, 26 ottobre 2020


Immigrati senza avvocati e senza interpreti. È caos all'ufficio Immigrazione della Questura di Bologna, dove da lunedì, per evitare il contagio, non è più consentito l'accesso agli avvocati, ma soltanto ai loro assistiti. Una situazione complicatissima per gli stranieri che hanno problemi con la lingua, i quali non riescono a confrontarsi con i funzionari, rendendo il percorso per portare a termine rinnovi o richieste di permesso di soggiorno, di asilo, oppure ricongiungimenti familiari in salita. "Oggi - secondo quanto ha raccontato ieri all'Ansa un avvocato - la mia assistita non ha capito bene cosa fare ed è stata rimandata a casa. Se fossi andato io probabilmente avremmo risolto. Ora invece dovrò fare una nuova richiesta di appuntamento e può passare molto tempo".

L'ordine degli avvocati di Bologna, presieduto da Elisabetta D'Errico, ha avviato nei giorni scorsi un confronto coi vertici dell'ufficio e giovedì c'è stato un incontro con la responsabile, Maria Santoli, a cui sono state espresse le perplessità, anche su altre problematiche che, secondo i legali, vanno avanti da mesi. Dopo tale confronto, in attesa di ulteriori misure, l'accesso degli avvocati agli uffici è stato consentito per le pratiche più complesse.

 
Roma. Il teatro in carcere è diverso se in scena vanno le donne PDF Stampa
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di Pietro Piovani


Il Messaggero, 26 ottobre 2020

 

Nel penitenziario di Rebibbia il teatro si fa ormai da molto tempo, ma per anni le messe in scena sono state solo maschili. Solo dal 2013 si sono cominciati a fare gli spettacoli con le donne. "Mi dicevano tutti: lascia stare, con le donne è complicato" racconta Francesca Tricarico, la regista e coordinatrice dell'attività teatrale nella Rebibbia femminile.

"Le detenute vivono il carcere con un'emotività diversa, spesso devono sopportare l'allontanamento dai figli, hanno forti sbalzi di umore, conquistare la loro fiducia è più difficile. Però - prosegue la Tricarico - quando riesci a entrare nel mondo di una detenuta, la sua partecipazione è totale".

I mesi del Covid hanno stravolto le regole del carcere, per mesi tutto si è interrotto, ma poi sono ripartite. Il progetto teatrale della Rebibbia femminile (che ha il nome "Le donne del muro alto") si è sdoppiato in due compagnie: quella di chi è ancora in carcere e quella di chi, per le misure anti-covid, ha ottenuto i domiciliati o l'affidamento.

La compagnia "esterna" sta lavorando a un audiolibro dello spettacolo "Ramona e Giulietta", versione omosessuale di "Romeo e Giulietta" ambientata nel carcere femminile. "Con noi c'è una signora di 73 anni, ha passato nove anni in cella e ora è ai domiciliari. Per venire alle prove si fa tre ore di viaggio con i mezzi, con la mascherina. L'ho detto: se le riesci a conquistare, l'adesione è totale".

 
Gli errori e i sacrifici PDF Stampa
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di Aldo Cazzullo


Corriere della Sera, 26 ottobre 2020

 

Il rischio è che la nuova stretta aumenti la forbice tra garantiti e non garantiti, tra chi può lavorare da casa e ricevere lo stesso lo stipendio e chi no, tra chi nell'attesa che passi la nottata accumula risparmi e chi non ha i soldi per vivere. Questa forbice va chiusa il più possibile; anche per prevenire le rivolte, e per isolare e punire i violenti

Gli errori e i sacrifici - Diciamolo con chiarezza: questo decreto non è un piano per il futuro, è una dichiarazione di fallimento per il passato. Sancisce l'incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia. Le conseguenze sono gravi, sia sul fronte sanitario sia su quello economico. Il tracciamento è saltato, i tempi di attesa per fare i tamponi e riceverne l'esito sono inaccettabili, il sistema sanitario è già sotto pressione. I baristi, i ristoratori, i proprietari di palestre e piscine che avevano speso per attrezzare i locali, i lavoratori che avevano riaperto cinema e teatri in sicurezza vedono tutto vanificato; e anche gli insegnanti, i bidelli e gli studenti delle superiori si chiedono a cosa siano serviti i sacrifici che avevano accettato per far ripartire le loro scuole. Le responsabilità del governo e delle Regioni sono sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dal pregiudizio. C'è però un'altra cosa da dire, con altrettanta chiarezza. Il fatto che la seconda ondata non sia stata prevenuta non ci esime dal dovere di rispettare le regole per evitare che il contagio cresca ancora, e mieta ancora più vittime.

Non soltanto le norme del Dpcm andranno ovviamente applicate; dev'essere chiaro che non si tratta di una concessione a un governo o a una Regione o a una parte politica, ma di un atto dovuto a noi stessi, ai nostri cari, a medici e infermieri, alla comunità di cui facciamo parte. Certo, il sacrificio che ci viene chiesto è grande. Rinunciare di fatto alla vita sociale, proprio nella stagione che precede il Natale e che è decisiva per l'andamento di molti comparti del consumo, è doloroso e dannoso. Si tratterà di trovare un equilibrio tra sicurezza e socialità, senza ricorrere alla brusca e impossibile misura di chiudere tutto e tutti. Attenzione però a evitare errori di valutazione che potrebbero avere conseguenze altrettanto gravi.

Le rivolte di Napoli e Roma non vanno confuse con la sofferenza di chi non può lavorare. È evidente una matrice ideologica e criminale, che sfrutta la giusta preoccupazione e la legittima insofferenza popolare per dare addosso alle forze dell'ordine. E questo non è assolutamente accettabile. L'opposizione dovrebbe prenderne apertamente le distanze; anche perché il gioco di invocare le chiusure quando il governo apre, e invocare le riaperture quando il governo chiude, significa non avere un piano diverso dal lucrare sull'inadeguatezza altrui.

Non si possono però trattare lavoratori autonomi, artigiani, piccoli imprenditori che esprimono il proprio disagio come se fossero massa di manovra della criminalità. I danni causati da questo nuovo lockdown parziale vanno risarciti; ma per davvero, e subito. Non basta annunciarlo; occorre farlo. A dispetto delle promesse, lo Stato italiano resta un cattivo pagatore, e la nostra Pubblica amministrazione fatica nella fase attuativa; questo però non può accadere adesso, non in questa emergenza. Allo stesso modo, l'Europa deve rendersi conto che i piani per la prossima generazione sono fondamentali, che la digitalizzazione e la transizione ecologica rappresentano il nostro futuro, ma una parte delle risorse del Recovery Fund vanno spese qui e ora per ristorare i danni di chi vorrebbe lavorare e non può farlo.

Il rischio è che la nuova stretta aumenti la forbice tra garantiti e non garantiti, tra chi può lavorare da casa e ricevere lo stesso lo stipendio e chi no, tra chi nell'attesa che passi la nottata accumula risparmi e chi non ha i soldi per vivere. Questa forbice va chiusa il più possibile; anche per prevenire le rivolte, e per isolare e punire i violenti. Molto è affidato alla nostra responsabilità. Siamo tutti chiamati alla prova più dura della nostra vita. E la prova più dura non è il punto basso; deve essere il nostro punto alto.

 
Dall'emergenza può nascere nuova civiltà PDF Stampa
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di Luigi Manconi e Chiara Tamburello


La Repubblica, 26 ottobre 2020

 

Quando l'Italia approvò la legge Basaglia e quella sull'aborto era sotto l'attacco del terrorismo e travolta dal caso Moro. Fu uno slancio riformatore senza precedenti. E oggi?

A quarant'anni dalla morte di Franco Basaglia (29 agosto 1980), quello che appariva come un pensiero eretico, o comunque irregolare, rivela oggi la forza di un classico, che offre costantemente nuove scoperte e spunti inediti. Nella prefazione alla nuova edizione del volume "Franco Basaglia", di Pierangelo Di Vittorio e Mario Colucci (Alpha & Beta, 2020), lo psichiatra Eugenio Borgna, a proposito dell'approvazione della legge 180 nel maggio del 1978, si dice ancora "stupefatto dinanzi alla rapidità con cui si è giunti" a quel provvedimento. Tanto più che si era in un momento particolarmente drammatico della vita nazionale: l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e degli uomini della scorta.

L'attacco terroristico più efferato contro lo Stato e la società italiana, avvenuto durante il governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti, non impedì - ecco il punto - di varare due tra le più importanti riforme della storia repubblicana. Il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, la Commissione sanità del Senato approvava in sede deliberante il testo della legge 180 sulle "Norme per gli accertamenti e i trattamenti sanitari volontari e obbligatori", di cui era relatore il democristiano Bruno Orsini, che disponeva la chiusura dei manicomi.

Appena una settimana dopo, il Senato licenziava in via definitiva la legge 194 sulla "Tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza". Siamo in quella che si può definire una condizione di emergenza, quando un attentato così feroce per le vittime e tanto insidioso per le conseguenze civili e sociali si sovrappone alla crisi politica, determinando uno stato di acuta instabilità. Ebbene, è proprio allora che vengono approvate due leggi di altissima qualità democratica che avrebbero avuto riflessi assai significativi sulle esistenze individuali dei cittadini e sulla mentalità collettiva.

In altre parole, nel corso della più pesante condizione di emergenza conosciuta dall'Italia in questo dopoguerra, il sistema istituzionale rivelò la più efficace capacità riformatrice. E oggi? È di questi giorni la proroga dello stato di emergenza dovuto alla pandemia, e quali ne siano le implicazioni, è materia di intenso dibattito. Assai interessanti, in proposito, i contributi di Antonio d'Aloia nella rivista Bio Law Journal - Rivista di Bio Diritto.

Ma c'è un tema che rimane ancora sullo sfondo, ed è così riassumibile: lo stato di emergenza può rivelarsi, per le più diverse ragioni, un incentivo all'innovazione politica e istituzionale, oppure è destinato, fatalmente, a bloccare qualunque istanza riformatrice? A differenza di quanto accadde negli anni Settanta, la seconda ipotesi sembra la più attendibile.

L'esperienza ci dice che una qualsiasi crisi politica, uno stato di emergenza vero o presunto o totalmente falso, un tragico fatto di cronaca o una crudele azione criminale, l'evasione di un recluso o, come si vedrà, la paura di una sconfitta elettorale o un qualunque altro motivo di angoscia sociale, sono in grado bloccare il più timido slancio di rinnovamento.

Un esempio tra i mille possibili: alla fine del 2017, riprese la discussione parlamentare sulla riforma della legge per la cittadinanza. Molta parte della sinistra si opponeva, temendo l'impatto che quella normativa avrebbe potuto avere sull'opinione pubblica in vista delle successive elezioni. La legge fu lasciata cadere e, tuttavia, le elezioni del 4 marzo 2018 sancirono la sconfitta del centrosinistra e anche di quei suoi esponenti che, sul tema, avevano assunto posizioni particolarmente moderate.

Certo, le ragioni che rallentano i processi di riforma sono tante e più complesse, ma qui interessa evidenziare quel sentimento politico, una vera e propria inibizione che impedisce di pensare il cambiamento quando si manifestano stati di ansia. Prevale, cioè, l'idea che non ci si possa permettere un atto di libertà a causa delle conseguenze che potrebbero prodursi in una opinione pubblica frustrata o fiaccata da un forte stress. Il tentativo di rassicurare l'inquietudine collettiva, determinata da un cambiamento non previsto, se non subìto, costituisce il pretesto emotivo che spiega molte cose. E che contribuisce a una generalizzata crisi della fiducia.

Proprio sotto questa luce, il confronto tra ieri e oggi risulta sconfortante. Si pensi a quella particolare condizione di emergenza in cui dovettero precipitare Franco Basaglia e la sua equipe quando, nel 1968, un paziente dell'ospedale psichiatrico di Gorizia uccise la moglie a colpi d'ascia nelle ore di "temporanea uscita" dalla struttura.

Le polemiche furono feroci, eppure, la dolorosa coscienza di quella tragedia - si immagini quale catastrofe anche personale rappresentò per Basaglia - non dissuase dalla volontà di ripensare radicalmente l'ambiente manicomiale. Ciò aiuta a spiegare come nel cuore del rinnovamento basagliano vi fosse la pratica, il fare, un richiamo ostinato alla sperimentazione che non può escludere preventivamente passi falsi, errori di valutazione e nemmeno scelte azzardate. Ma torniamo alla questione della velocità della riforma legislativa: la ragione della prontezza con la quale si lavorò a una nuova legge in materia di assistenza psichiatrica risiede anche nella proposta del Partito radicale di calendarizzare un referendum relativo all'abrogazione di alcuni articoli della legge n. 36 del 1904, già parzialmente integrata dalla riforma Mariotti del 1968.

Un eventuale voto referendario, che respingesse la proposta abolizionista, avrebbe reso impossibile la modifica della normativa prevista dal progetto di riforma. Per evitare che l'eccezionalità delle circostanze e il diffuso smarrimento sociale potessero vanificare l'impegno a riformare l'istituto manicomiale si arrivò al varo della legge in meno di tre settimane dalla sua presentazione (ministro della Sanità era Tina Anselmi).

Vennero definitivamente aboliti gli ospedali psichiatrici e istituiti i trattamenti sanitari obbligatori e i servizi psichiatrici di diagnosi e cura negli ospedali civili. La 180, poi, incontrò molti ostacoli e le critiche di una composita corrente di pensiero che riteneva la legge, per un verso, troppo limitata, e, per l'altro, velleitaria in quanto difficilmente applicabile e, in ultima istanza, responsabile di aver consegnato alle famiglie il peso materiale e umano dei malati.

In realtà, a ostacolare la corretta applicazione della normativa furono altre cause: le resistenze istituzionali, il ritardo nell'attivazione dei servizi e la debolezza di alcuni apparati pubblici (vedi Daniele Piccione, "Il pensiero lungo, Franco Basaglia e la Costituzione", Aplha & Beta Verlag, 2013). Ma questa è tutta un'altra storia. Ciò che qui preme ribadire è che la condizione di emergenza, nell'Italia sgomenta, non ostacolò, anzi, persino agevolò, l'approvazione di una legge di civiltà. Infine, non c'entra nulla con la chiusura dei manicomi, ma c'entra molto con la psichiatria. Ed è per questo che rinunciare a richiamarlo ci spiacerebbe.

La Bompiani ha appena ripubblicato "Il campo di concentrazione", di Ottiero Ottieri, dove si racconta l'esperienza del ricovero volontario dello scrittore in un ospedale svizzero nel 1970, a seguito di una fortissima nevrosi depressiva. E dove Ottieri si descrive come un "impiegato dell'infelicità", nel luogo in cui "il mestiere è la sofferenza".

 
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