Sabato 23 Gennaio 2021
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage


sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

 

Login



 

 

Benevento. Nessuno la vuole, lei continua a restare in carcere PDF Stampa
Condividi

di Enzo Spiezia

 

ottopagine.it, 21 gennaio 2021

 

Disposti i domiciliari, ma è ancora a Capodimonte. La Corte di Assise ha deciso di sottoporla ad una perizia psichiatrica. Il caso della 36enne sordomuta che ha ucciso il figlio di 4 mesi nel settembre del 2019. Nessuno si è detto disponibile ad accoglierla: né una clinica di Avellino che ha motivato il rifiuto con la complessità della situazione della donna, né i familiari.

Ecco perché Loredana Morelli (avvocati Matteo De Longis e Michele Maselli,), 36 anni, di Campolattaro, sordomuta ed affetta da problemi psicopatologici, che il 15 settembre del 2019 aveva ucciso Diego, il figlio di quattro mesi, continua a restare in carcere. Non dovrebbe più starci dal 18 dicembre, ma non è così.

I nove giorni trascorsi dalla pubblicazione su Ottopagine di un articolo relativo al caso sono stati scanditi dall'interlocuzione tra i suoi difensori, la Corte di assise e la Procura, con il risultato che la Corte ha disposto per lei la custodia cautelare ai domiciliari. Già: ma dove, di fronte ai no arrivati? La soluzione potrebbe essere una delle cinque strutture indicate dalla difesa, a patto però che venga redatto, da parte dell'Asl di Avellino, spiegano i legali, il Piano di trattamento riabilitativo individuale.

Nel frattempo, la 36enne rimane ospite della Casa circondariale di contrada Capodimonte, in attesa che lunedì prossimo la stessa Corte di Assise, anticipando l'udienza fissata per il 22 marzo, affidi ad uno specialista l'incarico di una perizia psichiatrica che ne valuti la capacità di intendere e di volere, di stare in giudizio, e la pericolosità sociale.

È ulteriore tappa di una storia sottesa da un groviglio burocratico oggettivamente incomprensibile, nato da un errore - l'indirizzo della sede legale della cooperativa, che aveva poi rinunciato, e non del centro che gestisce, nel quale l'imputata doveva essere trasferita- dopo la pronuncia del Riesame dello scorso 18 dicembre. Il Tribunale di Napoli aveva infatti dovuto prendere atto di quanto stabilito dalla Cassazione sull'incompatibilità tra le condizioni di Morelli ed il regime carcerario, ripetutamente sottolineata in precedenza, sia davanti al Gip, sia allo stesso Riesame, dagli avvocati De Longis e Maselli.

La drammatica vicenda al centro del processo è ampiamente nota. Un delitto orribile che la donna aveva peraltro confessato nel corso dell'udienza terminata con il suo rinvio a giudizio. Aveva raccontato quel viaggio in auto da Quadrelle, dove abitava con Antonello, di lui più giovane di due anni, anch'egli sordomuto - lui ed i suoi congiunti, parti civili, sono rappresentati dall'avvocato Antonio Zobel - con l'intenzione di raggiungere la sua famiglia.

Per non farsi fermare dai carabinieri aveva imboccato la Benevento - Caianello, giungendo all'altezza di Solopaca, dove la Opel Corsa si era schiantata contro il guard-rail. Era scesa, aveva preso tra le braccia Diego e l'aveva lanciato di sotto. Poi, intenzionata a farla finita, aveva fatto altrettanto, restando impigliata tra i rovi, al pari del bimbo. Lei lo aveva raggiunto e colpito alla testa con un pezzo di legno, ammazzandolo.

 
Bergamo. Gori: "Urgente il vaccino in carcere, ma Arcuri non risponde" PDF Stampa
Condividi

di Lucia Cappelluzzo

 

bergamonews.it, 21 gennaio 2021

 

La sollecitazione del sindaco di Bergamo al mondo della politica a fronte dell'emergenza Covid nelle carceri durante la trasmissione di Radio Radicale. L'emergenza Covid nelle carceri italiane non accenna ad arrestarsi. Di questo si è parlato nella puntata di Radio Radicale della serata di martedì 19 gennaio 2021 che ha avuto tra gli ospiti anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori dopo che il 13 gennaio ha inviato una lettera al commissario straordinario Domenico Arcuri (firmata anche dalla direttrice del carcere di Bergamo Teresa Mazzotta e la Garante dei diritti dei detenuti di Bergamo Valentina Lanfranchi) dedicata ai detenuti e al personale penitenziario.

Nella lettera la richiesta di includere con urgenza i detenuti e il personale carcerario, al momento ancora esclusi, nella lista dei destinatari di vaccino covid-19. Ma ancora nessuna risposta è arrivata da Arcuri, come ha raccontato il sindaco di Bergamo a Radio Radicale. Eppure, l'emergenza c'è eccome nelle case circondariali italiane. Come riportato dalla trasmissione radiofonica, "se è vero che negli ultimi giorni di dicembre e nei primi gennaio abbiamo assistito ad un graduale calo di contagi passando da 1800 positivi a 1260 tra detenuti, agenti e personale amministrativo, tuttavia, dopo la prima settimana di gennaio il dato ha ricominciato a crescere di nuovo. In base agli ultimi dati del 14 gennaio si conta 718 positivi, 640 agenti e 61 operatori contagiati, per un totale di 1419 risultate positivi nelle carceri italiane".

A preoccupare, in particolare, sono le carceri lombarde dove si contano "oltre 200 detenuti positivi". Secondo le ultime rilevazioni del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (dati aggiornati alle 20 dell'8 gennaio scorso), in particolare, all'interno del carcere di Bergamo ci sono 25 detenuti positivi al Covid asintomatici e un altro in ospedale. Anche se, ascoltando le famiglie dei detenuti nella casa circondariale bergamasca, i positivi risultano essere molti di più. E, attualmente, nel carcere di Bergamo continuano ad essere sospese in presenza tutte le attività esterne (come scuola e laboratori creativi).

"É ovvio che è auspicabile un piano vaccinale funzionante per tutti i cittadini, ma la lettera ha lo scopo di puntare l'attenzione verso una categoria che non è mai entrata a fare parte del dibattito pubblico attorno alle priorità della somministrazione del vaccino. Si è discusso degli insegnati, degli operatori sanitari, dei poliziotti, ma i detenuti e il personale penitenziario fanno fatica ad entrare in un dibattito. Eppure urla di essere ascoltato", ha raccontato Gori a Radio Radicale.

Le carceri, infatti, sono luoghi chiusi, promiscui, insalubri, dove mancano fisicamente gli spazi per isolare i casi positivi e dove, perciò, è quasi impossibile arginare del tutto il virus. Un discorso che si innesta nell'annosa questione del sovraffollamento nelle carceri italiane: solo nella casa circondariale di Bergamo risultano esserci 489 detenuti a fronte di 315 posti disponibili, come riporta il sito del Ministero della Giustizia.

"Anche se il ministro Bonafede e il premier Conte continuano a dire che la situazione nelle carceri è sotto controllo così non è. Ed è urgente che la politica se ne occupi. Il carcere, anche se può sembrare un'oasi anti Covid essendo un luogo chiuso, così non è e non si può continuare ad ignorarlo, ma è necessario intervenire curando e prevenendo", ha concluso Gori.

Una richiesta che aveva già fatto la senatrice a vita Liliana Segre, con un'interrogazione al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro della Giustizia, chiedendo che tra le persone con precedenza per il vaccino venissero inseriti anche i carcerati. E che è stata discussa anche al Consiglio regionale della Lombardia con un ordine del giorno promosso dal gruppo +Europa Radicali e da Azione.

 
Mantova. Il Covid per ora è fuori dal carcere. "Ma vacciniamo subito i detenuti" PDF Stampa
Condividi

di Roberto Bo

 

Gazzetta di Mantova, 21 gennaio 2021

 

L'appello della direttrice del penitenziario: ecco come viene gestita la situazione in via Poma. "Si sta facendo di tutto per assimilare il carcere alle Rsa e fare in modo di vaccinare i detenuti nella prima fase della campagna anti Covid. Ma queste sono decisioni che saranno prese dagli organi centrali".

Metella Romana Pasquini Peruzzi da maggio è il direttore della Casa circondariale di Mantova, struttura penitenziaria che attualmente conta 120 detenuti su una capienza massima di circa 160. Proprio in questi ultimi giorni è alta la spinta da parte di enti e istituzioni per arrivare a proteggere anche la popolazione carceraria attraverso una vaccinazione il più veloce possibile. E sono in tanti a chiedere che i detenuti vengano vaccinati nella fase uno, quella dei centri sanitari e delle Rsa, e non nella fase due.

"Finora - spiega la direttrice del carcere - abbiamo gestito bene questa emergenza sanitaria, grazie al nostro personale e al dirigente sanitario dell'Asst di Mantova che presta servizio nel nostro istituto. Da subito abbiamo effettuato attività di prevenzione attraverso l'esecuzione dei tamponi su personale e detenuti e, incrociando le dita, siamo riusciti a contenere la diffusione del coronavirus. Finora non abbiamo avuto alcun caso di contagio interno. Gli unici tre casi registrati erano riferiti a persone arrestate, quindi nuovi ingressi, segnalate subito al nostro provveditorato di riferimento e trasferite subito nella struttura Hub di Bollate. Finito il periodo di isolamento sono tornate nella a Mantova".

Pasquini Peruzzi fa sapere che all'inizio della pandemia nella casa circondariale di via Poma era stata allestita una zona Covid dove accogliere detenuti positivi, ma prima dell'estate è stato deciso di rimuoverla perché non ritenuta del tutto idonea per eventuali cure. Da sempre, comunque, la procedura di ingresso è assolutamente sicura e rodata: il nuovo detenuto viene tenuto in isolamento precauzionale fino all'esito dal tampone e, se negativo, viene introdotto in comunità con gli altri.

Tornando sul fronte vaccini da venerdì la struttura ha iniziato a raccogliere le adesioni del personale, tra i quali in passato c'è stato qualche caso di positività, anche se asintomatico. "Al momento l'adesione è più che soddisfacente. Analoga iniziativa partirà a breve anche per i detenuti. In ogni caso sia per gli uni che per gli altri stiamo offrendo tutte le informazioni del caso attraverso opera di sensibilizzazione".

I cinque detenuti che godono dell'articolo 21, e cioè che possono uscire di giorno per svolgere attività lavorativa, dimorano in una palazzina separata rispetto al resto della struttura. Al rientro serale vengono comunque sempre monitorati con la misurazione della temperatura corporea. "Con l'Asst - conclude la direttrice del carcere - stiamo approntando, attraverso la formazione del nostro personale, una postazione vaccinale interna che ci sollevi dalla necessità di spostare i detenuti".

 
Torino. "Minori detenuti, obiettivo recupero sociale" PDF Stampa
Condividi

newsbiella.it, 21 gennaio 2021

 

Chiara Caucino: "Occorre migliorare l'edilizia carceraria e rafforzare le custodie attenuate per le mamme con figli". L'esponente della giunta Cirio ha visitato, insieme al Garante per i detenuti, Bruno Mellano e alla Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Ylenia Serra, il "Ferrante Aporti" di Torino.

"Nonostante gli sforzi delle persone che gestiscono le strutture di detenzione per minori e nonostante la qualità dei servizi offerti ai ragazzi - in particolare relativi alla possibilità di studiare e di apprendere nuove professioni - credo che l'ambiente carcerario minorile, così come è in queso momento, non sia il luogo più adatto per raggiungere l'obiettivo finale, che - non dimentichiamolo - è quello di recuperare i ragazzi che si sono resi protagonisti di violazione della legge a una vita normale e a fargli comprendere il valore della legalità".

Così l'assessore regionale al Welfare, Chiara Caucino, che nei giorni scorsi, accompagnata dal Garante per i detenuti, Bruno Mellano e dalla Garante per l'Infanzia e l'adolescenza, Ylenia Serra, ha visitato l'Istituto Penale per minorenni "Ferrante Aporti" di Torino, constatando una situazione non priva di gravi criticità. Da qui l'intenzione di favorire la ristrutturazione degli ambienti che ospitano il "Ferrante Aporti" (unico centro di detenzione minorile del Piemonte), in particolare per quanto riguarda le celle in cui vivono e dormono i ragazzi: "Ho trovato - aggiunge Caucino - strutture obsolete, servizi igienici non adeguati, che in alcuni casi non sono compatibili con la dignità dei ragazzi reclusi, che va comunque garantita".

L'esponente della giunta Cirio precisa ancora meglio la sua posizione: "Non si tratta di creare un "albergo di lusso", ovviamente, ma un ambiente pulito, con strutture aggiornate, "psicologicamente" non deprimenti, in modo da rendere più efficace la pena e renderla davvero un momento di recupero e di redenzione. "È inutile nascondersi dietro a frasi fatte - spiega Caucino.

L'obsolescenza delle strutture presenti in Italia, Piemonte compreso e la frequentazione di un ambiente per sua natura poco accogliente, non facilita certamente la funzione correttiva della detenzione. Si rischia, in questo modo, paradossalmente, di ottenere l'effetto opposto, con i ragazzi che, invece di comprendere i loro errori e di essere aiutati a non commetterli più, si ritrovano, a fine pena, nelle condizioni di delinquere ancora. Ecco perché credo che compito della politica sia anche quello di garantire per tutti, ma a maggior ragione per i minori - strutture funzionali e dotate di tutti i servizi necessari, affinché i giovani che hanno sbagliato potranno trovare tutte le condizioni per comprendere i propri errori e per essere aiutati nel processo di pieno recupero nella società".

"È mia intenzione - conclude Caucino - rafforzare anche gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), dal momento che la detenzione della madre non deve in alcun modo penalizzare la crescita e il rapporto con i propri figli". La Legge 62/2011 ha introdotto nell'ordinamento penitenziario norme di maggior tutela per le detenute mamme, istituendo, appunto, in carcere le "Custodie attenuate" per le madri ristrette con i figli minori al seguito (per bimbi fino ai 6 anni), e prevedendo la nascita di una rete di Case famiglia protette (per bambini fino a 10 anni) per offrire un'accoglienza in ambiente senza sbarre.

"Osservare gli spazi e il contesto della detenzione minorile aiuta a comprendere l'urgenza di prevedere luoghi e modalità diverse per l'esecuzione delle pene innanzitutto per i minori - ha aggiunto il Garante per i detenuti, Bruno Mellano. Al momento sono meno di 400 i giovani detenuti (circa 20 le ragazze) nei 17 Istituti penali minorili italiani, mentre le donne recluse nelle carceri per adulti sono tuttora ben 2.255 (attorno al 4% della popolazione detenuta), di cui 30 madri con 33 bambini al seguito e solo le più fortunate sono ospitate negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).

La visita all'Istituto minorile ha rappresentato il naturale prosieguo dell'incontro "Una casa senza sbarre", organizzato nei mesi scorsi per sostenere la necessità di una rete italiana di Case famiglia e per avviare una verifica urgente di fattibilità per edificarne una in Piemonte, la terza in Italia dopo quelle già operative a Roma dal 2016 e a Milano dal 2018. È il momento di agire perché il contesto nazionale sembra quanto mai favorevole: l'approvazione di un emendamento alla Legge di Bilancio prevede infatti di creare un fondo per accogliere i genitori detenuti con i propri figli al di fuori delle strutture carcerarie con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro annui per il triennio 2021-2023 e la Cassa delle ammende si è dichiarata disponibile a finanziare già nel 2021 progetti mirati a rendere operative le strutture per mamme con bambini".

"Visitare l'istituto penale per i minorenni con l'assessore Chiara Caucino e il Garante dei detenuti Bruno Mellano, è stata un'esperienza importante - conclude la Garante per l'infanzia e l'adolescenza Ylenia Serra - per vedere la struttura, confrontarsi con la Direzione e apprendere, anche dalla viva voce dei ragazzi, come si sviluppa la loro quotidianità. Ho potuto constatare il ruolo fondamentale che riveste il percorso rieducativo per i minori ristretti all'interno dell'istituto, teso non solo a una revisione critica del reato commesso e a evitare la recidiva, ma anche a costruire o ricostruire nuove opportunità di crescita e di vita futura.

I numeri sono piuttosto esigui: al momento della visita erano presenti complessivamente 24 ristretti, di cui 12 infra diciottenni e 12 di età compresa tra i 18 e i 25 anni. È stato sicuramente un passo importante per conoscere e approfondire le condizioni di vita e le aspirazioni di chi è ospite degli Istituti penali per minori e una sfida per un maggiore impegno nella promozione di progetti educativi e di prevenzione del disagio giovanile e nel sostegno alle famiglie".

 
Roma. Identificazioni senza preavviso: "Per quelle donne è stata l'ennesima violenza" PDF Stampa
Condividi

di Francesca Spasiano

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Sono circa le 7 del mattino quando un gruppo di agenti del Commissariato Tuscolano si introduce all'interno della Casa delle Donne "Lucha y Siesta" di Roma per identificare quattro persone.

Si tratta di quattro donne, ospiti della struttura per un fine ben preciso: sottrarle alla violenza. I fatti risalgono a martedì scorso: il figlio di una delle ospiti esce per andare a scuola, lasciando il cancello aperto. Quindi gli agenti accedono alla struttura, arrivano al primo piano e bussano alla porta delle stanze per procedere all'identificazione: senza alcun preavviso, come vorrebbe la prassi, e senza attendere l'arrivo delle avvocate e delle operatrici. Perché?

Per spiegare l'accaduto bisogna fare un passo indietro. Nel 2019 la procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti per occupazione abusiva dell'immobile. "Probabilmente in seguito all'ultima denuncia dell'Atac e prima che si aprisse la procedura per le aste", spiega l'avvocata Federica Brancaccio che segue legalmente le donne identificate. Da allora le cose sono cambiate. "Quando l'Atac ha deciso di sfrattarle e vendere l'immobile per sanare i propri debiti, la Regione Lazio ha deciso di mettere a disposizione i fondi per acquistare l'immobile e garantire la continuità dell'esperienza", precisa Antonella Veltri, presidente della Rete Antiviolenza D.i.Re. Che ora si rivolge direttamente alle istituzioni perché accelerino "le procedure per la compravendita dell'immobile, riconoscendo l'enorme lavoro fatto sin qui e facendo in modo che episodi come quello a cui abbiamo assistito non debbano mai più ripetersi".

"Da oltre 30 anni - precisa Veltri l'attivismo femminista ha dato vita a centri antiviolenza e case rifugio autogestite che hanno colmato una lacuna enorme dell'Italia - rilevata anche dalla Special Rapporteur sulla violenza delle Nazioni Unite e dal Grevio, il Gruppo di esperte del Consiglio d'Europa che monitora l'applicazione della Convenzione di Istanbul - ovvero la gravissima carenza L di posti per supportare le donne che hanno subito violenza e i/ le loro figli/ e". Come nel caso di Lucha y Siesta che - accogliendo numerose donne su segnalazione di altri centri riconosciuti sul territorio nazionale - rappresenta da oltre dieci un punto di riferimento essenziale nel contrasto alla violenza di genere, oltre che un "un patrimonio per l'intera città di Roma", per citare le parole di Giovanna Pugliese, assessore alle Pari Opportunità e Turismo della Regione Lazio.

Ma torniamo ai fatti. E alle polemiche che l'accaduto ha suscitato in seguito alla denuncia delle stesse operatrici di Lucha y Siesta: "Le donne ospitate nella Casa, come noto, stanno vivendo percorsi di fuoriuscita dalla violenza - spiegano le attiviste su Facebook - sono seguite dai servizi sociali, sono inviate da strutture che non hanno lo spazio per accogliere, hanno fatto un percorso di ascolto, di screening sanitario regionale, sono in molti casi seguite in collaborazione con altre associazioni che si occupano di contrasto alla violenza di genere e che trovano in Lucha una risorsa preziosa. Le loro identità sono ben note; perché, quindi, identificarle e agire nei loro confronti l'ennesima violenza? Quale sarebbe il senso di una simile operazione?".

E ancora: "Lucha y Siesta - scrivono le operatrici - è bene prezioso per la città, a cui ogni giorno le istituzioni stesse si rivolgono per dare risposte a bisogni che altrimenti non saprebbero affrontare. È così da 12 anni. Qui ogni giorno si lotta per costruire accoglienza, orientamento e supporto. Non tollereremo dunque il modo scomposto e abusante con cu l'identificazione è stata compiuta, non tollereremo l'arroganza con cui si asfaltano percorsi di donne che lottano per uscire dalla violenza, non tollereremo atteggiamenti inopportuni di chi dovrebbe essere formato contro la violenza di genere, ma evidentemente in modo insoddisfacente e inadeguato".

"Più che un'identificazione sembrava una perquisizione", racconta l'avvocata Brancaccio, che precisa: le identificazioni, richieste dalla magistratura, "sono assolutamente lecite". "Ma le modalità ci sembrano quantomeno atipiche", aggiunge. Di norma, infatti, ai soggetti indagati è rilasciato un invito a presentarsi in commissariato per l'identificazione e la nomina del difensore: "Un'attenzione che, aldilà della procedura, era dovuta", aggiunge Brancaccio. Proprio in considerazione della particolare condizione di fragilità in cui si trovano le ospiti della struttura, e con una premessa necessaria: nell'avviso che informava le donne del procedimento a loro carico non era specificato il reato contestato. "Non è mai facile gestire i colloqui con donne che affrontano certi percorsi, e vederle spaesate, intimorite, per un'identificazione che poteva - e doveva - essere risolta diversamente, risulta incomprensibile a livello umano", conclude la legale.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

 

 

Federazione-Informazione




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it