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Sardegna. Il carcere, un pianeta da rivedere PDF Stampa
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La Nuova Sardegna, 25 settembre 2021


Sovraffollamento, proteste di ergastolani e personale ridotto all'osso. Carceri sovraffollate e in difficoltà permanente tra un numero sempre maggiore di detenuti di alta sicurezza e un numero sempre minore di agenti di polizia penitenziaria e personale. Lo spaccato delle carceri italiane preoccupa, ancora di più la situazione in Sardegna dove in alcune strutture la situazione rischia di diventare esplosiva. Oltre ai numeri, crescono anche i problemi tre le proteste degli ergastolani e le difficoltà dei detenuti "comuni" che talvolta hanno epiloghi tragici (un mese fa nel carcere di Oristano-Massama si è registrato un suicidio in cella). "Una sconfitta dello Stato e di tutti" è stata la voce condivisa e adesso si riapre il dibattito.

I dati della sezione statistica dell'ufficio del Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria raccontano che ad agosto c'è stato un aumento dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, ristretti nei circuiti dell'Alta sicurezza. L'incremento maggiore si è verificato nel carcere di Tempio Pausania dove in un mese i detenuti sono passati da 153 a 171 per 170 posti. Nella casa di reclusione Oristano-Massama è stato addirittura superato il numero regolamentare dei posti disponibili. "Complessivamente le persone private della libertà nelle strutture detentive sono passate in un mese da 1925 a 1961 - ha commentato Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo Diritti Riforme - Situazione non meno impegnativa a Badu 'e Carros dove sono reclusi, in regime di alta sicurezza alcuni esponenti jihadisti e fondamentalisti islamici. Non si può dimenticare la struttura di Sassari-Bancali dove è ristretta una novantina di detenuti al 41bis in un apposito padiglione. Detenuti altrettanto "importanti", circa una trentina, sono anche a Cagliari-Uta". Diversa la situazione delle colonie penali che invece sono quasi vuote. Le tre Case circondariali all'aperto dispongono complessivamente di 613 posti ma ne risulta occupato appena un terzo.

 
Milano. Nelle carceri situazione sanitaria al collasso PDF Stampa
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redattoresociale.it, 25 settembre 2021


Nella relazione del Garante dei detenuti, Francesco Maisto, la denuncia per le carenze nell'assistenza a chi ha patologie gravi o problemi di salute mentale. La pandemia ha "solo" accentuato la gravità della situazione già esistente.

Due anni di mandato, di cui più della metà durante la pandemia. Per Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, il Covid-19 ha fatto emergere ancora di più tutti i problemi di cui il sistema penitenziario era già malato: "Il diffuso degrado strutturale e igienico in alcune aree detentive, la debolezza del servizio sanitario e la densità della popolazione detenuta". È quanto scrive nella sua relazione di metà mandato: 192 pagine dettagliate, da cui emerge soprattutto la preoccupazione per la situazione sanitaria e la "grave carenza dell'assistenza psichiatrica" nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera. "Abbiamo segnalato all'assessorato regionale alla Sanità il problema della presenza di tanti casi fragili presso gli Istituti penitenziari - scrive Maisto -. Si tratta di casi complessi e che determinano difficoltà gestionali".

Nelle carceri lombarde, del resto, sono 672 i detenuti con patologie psichiatriche e 208 quelli con disturbi del comportamento. La relazione dedica inoltre un capitolo all'emergenza Covid-19, con tutte le misure adottate dagli istituti penitenziari: dai reparti specifici per i malati di Covid al cablaggio delle strutture per garantire i colloqui a distanza dei detenuti con parenti e avvocati. Ma la vera preoccupazione che emerge dalla relazione è per la situazione sanitaria al di là della pandemia.

"Le particolari restrizioni che si sono rese necessarie (durante la pandemia, ndr) hanno negativamente influito sul già delicato equilibrio interno degli Istituti penitenziari, esasperando situazioni già fragili", spiega Maisto. Un'esasperazione che non solo influisce sulla qualità della vita dei detenuti, ma porta a un aumento delle aggressioni agli agenti della Polizia Penitenziaria: "In particolare l'anno passato, quello della pandemia e della chiusura del penitenziario, è stato il peggiore anche se il 2021 ha già fatto segnare un trend che, se confermato, porterebbe il dato a livello doppi rispetto al 2019 e tripli rispetto al 2015".

In generale nei due anni di attività, il Garante dei detenuti di Milano ha seguito 383 casi. Si tratta di richieste di aiuto da parte dei detenuti, pervenute soprattutto dai diretti interessati o dai loro famigliari. Il 25% dei casi riguardava problemi di salute (e in particolare di salute mentale) mentre il 16,3% sulle condizioni detentive.

Per Francesco Maisto, serve un cambiamento radicale nell'assistenza sanitaria nelle carceri milanesi. Serve un modello "di presa in carico delle situazioni individuali, di strutturazione di interventi ad hoc, di individuazione di regole d'ingaggio atte a consentire un'operatività concretamente rispondente alle esigenze di cura e di custodia delle persone sottoposte a provvedimenti penali, quali, ad esempio, la previsione di personale specializzato in grado di occuparsi - congiuntamente agli operatori penitenziari - di tali particolari situazioni (psichiatri, psicologi e tecnici della riabilitazione), la maggiore connessione tra servizi Serd e i Dipartimenti di salute mentale".

Un cambiamento radicale anche perché negli ultimi due anni c'è stato "un forte incremento dell'ingresso di detenuti con problematiche psichiatriche, soprattutto di detenuti stranieri provenienti dai campi libici con evidenti situazioni di disturbo del comportamento dovuto a situazioni di stress post traumatico legati alle violenze e alle sevizie subite in quei contesti".

Il carcere è anche luogo in cui ci si ammala o in cui peggiorano le patologie di cui si soffriva prima di entrarvi.

"La popolazione detenuta risulta essere in media per il 60-70% portatrice di patologie croniche, anche gravi - ricorda Maisto -. Quando parliamo del carcere come discarica sociale parliamo, infatti, di persone che, per età, condizioni fisiche pregresse, stili di vita o abusi di sostanze, in larga parte entrano in carcere in condizioni di salute psico-fisica già pesantemente compromesse. Al tempo stesso per molte persone detenute, soprattutto se cittadini stranieri irregolari, il carcere rappresenta paradossalmente un luogo in cui essere curati o quantomeno la prima occasione di accesso all'assistenza sanitaria. Il carcere è, però, anche un luogo che fa ammalare: molte patologie sia fisiche sia mentali si sviluppano in carcere. Ovviamente questo accade in parte per l'effetto naturale dell'invecchiamento, che però è amplificato da condizioni di vita spesso difficili, precarie e insalubri che accelerano i percorsi legati all'avanzamento dell'età, ma anche la coabitazione forzata con altre persone portatrici di patologie, sicché la stessa condizione di vita in una situazione di restrizione, rappresenta una pesante minaccia per la salute psicofisica delle persone detenute".

 
Napoli. Tolleranza, inclusione e rispetto: la lotta per i diritti arriva in carcere PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 25 settembre 2021

 

Un corso di educazione civica per i detenuti di Poggioreale. Una serie di lezioni, da settembre a dicembre, per parlare in carcere di contrasto alle discriminazioni e di diritti civili. I detenuti di nove padiglioni del carcere cittadino saranno impegnati in questo progetto che rientra nell'ambito delle attività proposte dal protocollo "Al di là del muro" promosso da Arcigay Napoli, il centro Sinapsi della Federico II e la Fondazione Gic.

Ieri è stata la volta dei detenuti del padiglione Genova, una sezione del carcere dove non ci sono detenuti omosessuali, o comunque non dichiarati. Per la prima volta con loro si è parlato di identità di genere, di sessualità e diritti. "Ho fatto tante lezioni nelle scuole e nei luoghi di lavoro, ma quando si entra nel carcere cambia tutto - racconta Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ieri ha tenuto la lezione di educazione civica nel carcere di Poggioreale - In carcere ci si rende conto di quanto bisogno c'è di confronto, di senso civico". La classe era formata da una decina di detenuti. Per le misure anti-Covid non è possibile avere classi più numerose. È un progetto pilota, nuovo per certi versi. E i detenuti sembrano aver mostrato grande interesse. "C'era voglia di ascoltare, tanto che quando sono venuti a chiamarmi gli agenti della penitenziaria perché dovevo andare via, i ragazzi hanno chiesto di avere tempo in più, sarebbero rimasti a fare lezione ancora". "Molti erano attenti a queste tematiche perché avevano avuto esperienze in famiglia o tra i conoscenti, altri si ponevano interrogativi da genitori".

Ogni detenuto portava la propria storia personale che era diversa da quella degli altri, ma tutti mostravano un comune desiderio di riscatto. "La percezione del diritto negato, la necessità della conoscenza come base per il rispetto dei diritti sono stati gli argomenti di maggiori riflessioni - racconta Sannino - Se in un laboratorio di educazione civica senti dei concetti, delle parole chiave, vuol dire che c'è una partecipazione sentita. Ed è significativo". "Molti detenuti - aggiunge - riconoscono di aver sbagliato e hanno voglia di riscattarsi, di riabilitarsi. Chiedono di frequentare corsi di studio o di formazione professionale per avere poi un'opportunità di lavoro. C'è voglia di uscire da certe logiche, c'è voglia di lavoro".

Per i detenuti di ognuno dei nove padiglioni del carcere di Poggioreale si prevedono quattro lezioni fino a dicembre. La prossima sarà tenuta da Daniela Falanga. "Per la prima volta Falanga entra in un carcere maschile per raccontare la sua storia - spiega Antonello Sannino -, la storia della figlia di un boss della camorra (lei era il primo figlio maschio di un boss della camorra) che oggi è una persona transgender. Parlerà ai detenuti di tutela dei diritti civili, di inclusione, di contrasto alle discriminazioni". Una testimonianza importante all'interno di un progetto al quale potrebbe aderire a breve anche il carcere di Pozzuoli. "Decine di detenute ci stanno chiedendo di attivare corsi di formazione ed essere seguite anche in uscita dalla detenzione", spiega Sannino. "Andiamo in un territorio che immaginavamo ostile, invece troviamo grandi apertura. Dialogare e portare il senso civico anche in carcere è importante".

 
Prato. Eutanasia e giustizia, la raccolta di firme si estende alla Dogaia PDF Stampa
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di Stefano De Biase


La Nazione, 25 settembre 2021

 

I Radicali e il consigliere comunale Tinagli sono entrati nel carcere per raccogliere adesioni fra detenuti e agenti sui referendum. Il carcere della Dogaia apre le porte ai referendum per l'eutanasia legale e sulla giustizia. I radicali Barbara Soldi e Matteo Giusti, e il consigliere comunale Lorenzo Tinagli hanno infatti raccolto le firme a sostegno dei quesiti referendari fra detenuti e personale di polizia penitenziaria. "Abbiamo voluto portare la democrazia all'interno del carcere - spiega Matteo Giusti, tesoriere dei Radicali Prato e membro di comitato dei Radicali Italiani -. Era doveroso dare la possibilità a tutti coloro che ne hanno diritto di firmare per i referendum su eutanasia e giustizia. Il carcere, come tra l'altro recita l'articolo 27 della Costituzione, deve tendere alla rieducazione del condannato, e quale migliore inizio che continuare a fare sentire un detenuto anche cittadino, portando tra le mura della Dogaia il diritto democratico". La visita di Giusti, Tinagli e Soldi è iniziata con un incontro preliminare col direttore della Dogaia, Vincenzo Tedeschi, e col personale di polizia penitenziaria che si trova a dovere sopperire alla ormai cronica carenza di risorse economiche e d'organico. A seguire la delegazione ha raccolto le firme a sostegno dei referendum, vivendo al contempo uno spaccato di quotidianità all'interno della Dogaia. "Nonostante le condizioni non emergenziali del carcere di Prato - sottolineano i promotori dell'iniziativa -, tante sono le situazioni e gli aspetti su cui intervenire e migliorare, anche attraverso la collaborazione delle istituzioni". "Non bastano condizioni di vita dignitose all'interno del carcere" conclude Tinagli.

"È necessario lavorare per il reinserimento dei detenuti, ricordando che la pena ha una funzione rieducativa nella nostra Costituzione. Serve un'inversione di tendenza nella visione di questi luoghi che, troppo spesso, vengono dimenticati dalle istituzioni e non sono in grado di svolgere la funzione che dovrebbero garantire in uno stato di diritto". Intanto a livello italiano il referendum sull'eutanasia legale ha superato il milione di adesioni, di cui 3500 firme raccolte in provincia di Prato. Ora la campagna andrà avanti solo on line, fino al 30 settembre, con autenticazione con Spid. In corso, sempre on line, pure la raccolta firme per il referendum sulla cannabis legale (si firma su www.referendumcannabis.it) che a livello italiano ha già sfondato il muro delle 600mila adesioni. Già pronto per andare in Corte Costituzionale, infine, il referendum sulla giustizia che ha ottenuto l'approvazione da cinque consigli regionali.

 
Ragusa. Da terreni abbandonati ad orti coltivati, i detenuti diventano contadini PDF Stampa
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Giornale di Sicilia, 25 settembre 2021


Dove appena qualche mese fa c'erano soltanto piccoli appezzamenti di terreni incolti, oggi crescono rigogliosi orti coltivati secondo la tecnica dell'agricoltura rigenerativa, dando lavoro continuo a due detenuti ma soprattutto insegnando loro a prendersi cura della terra e dei suoi frutti, iniziando un percorso rieducativo che potrà favorirli nel ritorno in società. É il progetto "Libere Tenerezze, Laudato Sì", nato per gioco grazie ai clown dottori di "Ci ridiamo su".

Adesso la direzione del carcere di Ragusa l'ha inserito nella programmazione d'istituto per fornire lavoro e competenze in campo agricolo ai detenuti coinvolti. Sono nati degli orti rigenerativi secondo tecniche di biodinamica lungo tutti i terreni che si trovano nel perimetro del carcere. Adesso da quell'idea iniziale è nato un progetto strutturato che ha già trovato l'interesse del Vaticano.

"É il primo orto umoristico-rigenerativo - spiega Fabio Ferrito, clown dottore e presidente di Ci Ridiamo Sù - che nasce in un carcere della Sicilia, umoristico perché le competenze di noi operatori di comicoterapia si approcciano con una nuova modalità basata sullo scambio, ed è rigenerativo perché ci sono tecniche di coltivazione molto specifiche - quali quelle di rigenerare il suolo, gli ecosistemi e la biodiversità, le relazioni tra gli esseri viventi, i saperi - che vengono utilizzate con la consulenza di esperti in materia. Si punta così a far acquisire ai detenuti delle nuove abilità che potranno spendere in futuro".

 
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