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Arresti domiciliari, evasione per il caffè preso a casa del vicino PDF Stampa
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di Andrea Alberto Moramarco


Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2019

 

Corte d'appello di Roma - Sezione III penale - Sentenza 1 aprile 2019 n. 4470. Il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, in assenza di autorizzazione, non può in alcun caso e per nessun motivo allontanarsi dal luogo di esecuzione della misura, salvo l'ipotesi di stato di necessità che richiede l'imminenza di un grave danno alla persona. Qualsiasi spostamento non consentito, anche all'interno della stessa area condominiale, integra il reato di evasione. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 4470/2019 della Corte d'appello di Roma, che ha confermato la condanna per una donna sottoposta a detenzione domiciliare colta dagli agenti di Polizia a prendere un caffè a casa della vicina.

I fatti - A seguito dell'accertamento delle Forze dell'ordine, la donna veniva imputata e processata per rispondere del delitto di evasione di cui all'articolo 385 del codice penale. Dopo la condanna in primo grado, in appello l'imputata cercava di convincere i giudici della bontà della sua azione, non diretta cioè ad un allontanamento non autorizzato dalla propria abitazione, ma giustificata dallo stato di necessità, come testimoniato anche dalla vicina. Secondo quest'ultima, infatti, la donna era uscita di casa per riprendere il cane, di grossa taglia e potenzialmente pericoloso, e nel farlo si era sentita poco bene, sicché le aveva offerto dell'acqua e un caffè per farla riprendere.

La configurabilità del reato di evasione - La Corte d'appello non ritiene credibile tale versione dei fatti, che non trova riscontro nell'accertamento effettuato dagli operanti che hanno escluso la presenza di un malore, avendo semplicemente sorpreso la donna agli arresti domiciliari a prendere il caffè dalla vicina di casa.

Ciò posto, i giudici romani confermano il verdetto di condanna aderendo alla rigida interpretazione giurisprudenziale, secondo la quale in caso di detenzione domiciliare la condotta di evasione è integrata "da qualsiasi allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari senza autorizzazione, anche se di breve durata ed implicante uno spostamento di modesta distanza, e persino se lo spostamento sia limitato a spazi nell'area condominiale", a nulla rilevando i motivi che hanno spinto il soggetto a lasciare il luogo di esecuzione della misura senza alcuna autorizzazione. Nel caso di specie, poi, conclude il Collegio non può certo ritenersi sussistente l'esimente dello stato di necessità in quanto, pur prendendo per vera la ricostruzione dei fatti della vicina di casa, l'acqua o il caffè necessario per far passare il malore "potevano essere assunti dall'imputata, sia pure accompagnata dalla vicina, all'interno della propria abitazione".

 
Scatta il reato se l'alimento contaminato è prossimo alla vendita PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2019


Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 11 novembre 2019 n. 45701. Non scatta la vendita di sostanze alimentari alterate e nocive se la distribuzione per il consumo non è prossima. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza di oggi n. 45701 depositata dalla terza sezione penale.

La questione esaminata e risolta dai giudici di Piazza Cavour riguarda una tipica specialità regionale chiamata "salame mantovano". In primo grado il titolare di una ditta che produce questo tipo di alimenti è stato dichiarato responsabile del reato previsto dall'articolo 5 della legge 283/1962 (sulle regole igieniche per la produzione e la vendita delle sostanze alimentari e delle bevande) per aver detenuto un salame contaminato dalla salmonella; condannato alla pena di 600 euro ha fatto ricorso alla Suprema corte e ha vinto.

I giudici di legittimità hanno infatti accolto i motivi sollevati dal ricorrente secondo il quale il Tribunale di Montava non aveva valutato una circostanza fondamentale relativa proprio alla lavorazione del prodotto. Al momento in cui è stato fatto il rilievo che ha condotto alla formulazione della "sua colpa" il salame "incriminato" si trovava nella fase della stagionatura che dura in media 45 giorni, terminato questo periodo l'agente batterico sarebbe scomparso e il salame messo in vendita.

La norma che si considera violata prevede espressamente che risponde penalmente chi detiene e poi vende in momenti ravvicinati o almeno prossimi sostanze nocive per la salute dei cittadini. In questo caso l'immissione in commercio era invece ancora lontana visti i tempi di maturazione del prodotto e la mancata delibera di destinazione alla vendita.

 
Lombardia. La valutazione di impatto entra nelle carceri PDF Stampa
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di Alessia Maccaferri


Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2019

 

Un gruppo di studio della Bocconi ha analizzato l'impatto di attività rieducative come il teatro. Per quantificare l'effetto sui detenuti, sulla società e per allocare al meglio le risorse.

Che il teatro, l'arte, la letteratura facciano bene ai detenuti non ci sono dubbi. Ma come organizzare al meglio queste attività per avere un impatto realmente efficace sui detenuti, sulla società, anche in termini di calo della recidiva? Un gruppo di ricercatori della Bocconi ha calcolato l'impatto delle attività teatrali di Opera Liquida, dentro il carcere milanese di Opera. Un'esperienza che diventerà utile per estendere il modello di valutazione in altri istituti di detenzione della Lombardia.

"Stiamo discutendo con il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Pietro Buffa per introdurre questi concetti di valutazione, ex ante, in itinere, ex post all'interno degli istituti di pena lombardi" racconta Filippo Giordano, professore associato di economia aziendale all'Università Lumsa di Roma. Giordano è ricercatore Icrios Bocconi, centro di ricerca dell'Università Bocconi dove è incardinata questa attività di ricerca sulle carceri che sta andando avanti da tre anni.

Il processo di valutazione-raccontato nel libro "Misurare l'impatto sociale Sroi e altri metodi per il carcere" firmato da Giordano, assieme a Francesco Perrini e Delia Langer, edito da Egea - è stato sperimentato all'interno del carcere di Opera, a Milano. Protagonista l'associazione culturale e compagnia teatrale Opera Liquida, fondata nel 2009 all'interno dell'istituto penitenziario. Il metodologia prescelta è stata quella del social return on investment (Sroi).

Quali risultati ha dato l'indagine a Opera? Gli esiti dello studio saranno presentati a Opera il 15 novembre nell'ambito di Bookcity alla presenza degli autori del libro e del provveditore Buffa (per partecipare e assistere anche al laboratorio teatrale è necessario registrarsi qui entro il 12 novembre ore 8). Dall'indagine risulta che nell'anno 2018 per ogni euro investito si stima un ritorno pari a 2,23 euro, considerando i benefici derivanti esclusivamente dall'attività del laboratorio teatrale e drammaturgico. La ricerca ha quantificato il miglioramento di tutte le dimensioni degli stakeholder coinvolti:

- detenuti: miglioramento delle relazioni sociale, delle relazioni familiari, del benessere psicofisico, delle capacità linguistiche ed espressive; aumento dell'autostima, dell'empatia, miglioramento delle condizioni di vita data dalla possibilità di spesa maggiore.

- detenuti ex tossicodipendenti: riduzione di comportamenti dannosi.

- detenuti genitori: miglioramento delle relazioni con i figli.

- detenuti stranieri: miglioramento dell'integrazione.

- detenuti spettatori: possibilità di fruire di un evento culturale, sensibilizzazione sul tema della violenza sulle donne.

- familiari: miglioramento delle relazioni familiari.

- figli: miglioramento del benessere psicologico.

- studenti: sensibilizzazione e riduzione del rischio di commettere crimini in età giovanile.

- volontari: aumento delle competenze e sviluppo di capacità e maggiore abilità nella gestione dello stress.

- ex-detenuti: stabilità finanziaria data dal reddito addizionale, miglioramento del benessere psicologico, aumento delle capacità professionali.

- Polizia penitenziaria: maggiore abilità nella gestione dello stress e riduzione del rischio di burnout, miglioramento della relazione con i detenuti.

- Stato: riduzione della recidiva e volontariato.

"Per noi è stato importante non focalizzarsi sul tasso di recidiva che peraltro presuppone un lungo periodo di ricerca ma sui driver che impattano sulla recidiva (in Italia circa al 68,5% ndr.)" spiega Giordano, che nel libro insieme ai coautori, presenta una review della letteratura internazionale sugli studi relativi agli impatti delle diverse tipologie di attività svolte in carcere per la rieducazione e il reinserimento. L'obiettivo è offrire una guida per avvicinarsi in modo consapevole non solo al tema della valutazione degli interventi ma anche alla loro progettazione e implementazione. Un tema che richiama sempre più l'attenzione degli studiosi: due anni fa Human Foundation, assieme alla Fondazione Sviluppo e Crescita Crt, ha redatto lo studio di fattibilità per uno strumento simile al social impact bond da introdurre all'interno del carcere Lorusso-Cutugno di Torino.

 
Torino. 65enne si toglie la vita in carcere, aveva ucciso la moglie PDF Stampa
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quotidianopiemontese.it, 12 novembre 2019


Si è impiccato in carcere Roberto Del Gaudio, il 65enne originario di Atripalda (Avellino) che il 18 agosto scorso aveva ucciso in corso Orbassano a Torino la moglie Brigida De Maio, 64 anni, colpendola una trentina di volte al petto con un oggetto molto simile ad un coltello. L'uomo, detenuto alla casa circondariale Lorusso e Cutugno, si è suicidato ieri sera.

Dopo essersi scagliato contro la donna, aveva chiamato la polizia, confessando il gesto inconsulto che aveva appena commesso. "L'ho colpita con un oggetto lungo e appuntito...credo di aver ucciso mia moglie", aveva detto. "Non ce la facevo più, assumo psicofarmaci", aveva aggiunto agli agenti. Da quanto si è appreso, Del Gaudio era in cura presso il Dipartimento di salute mentale di Torino con una diagnosi di tipo "psicosi paranoide". Ieri sera la decisione di farla finita.

 
Viterbo. Suicidio in carcere, ventenne trovato impiccato in cella PDF Stampa
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fanpage.it, 12 novembre 2019


Ennesimo suicidio nel carcere di Mammagialla. Ieri, poco dopo le 14, un ragazzo sudanese del 1995 si è tolto la vita appendendosi con le lenzuola. Il giovane era recluso nell'istituto penitenziario viterbese da poco tempo, secondo quanto appreso aveva dei problemi psichiatrici. Gli agenti della penitenziaria che lo hanno soccorso non hanno potuto far nulla, quando sono entrati in cella aveva già smesso di respirare.

Non è la prima tragedia che accade a Mammagialla. Lo scorso anno furono due i ragazzi morti suicidi in cella: Andrea De Nino a maggio e Hassan Sharaf a luglio. Avevano 36 e 21 anni. "Il problema - afferma il segretario dell'Uspp, Danilo Primi - è sempre lo stesso e lo abbiamo denunciato più volte. Non è possibile gestire la mole di detenuti psichiatrici, devono essere inseriti in strutture adeguate che possano seguirli. Viterbo sta diventando un putiferio".

Il Garante dei detenuti: "Dare risposta a disperazione stranieri in carcere" - "Ancora un suicidio in carcere, oggi a Viterbo. Un ragazzo di ventiquattro anni, detenuto da marzo, fine pena nel 2020, un anno circa il totale. Sudanese, non faceva colloqui né telefonate. Impressionano la giovane età, la solitudine, il fine pena breve, alla faccia di quelli che dicono che tanto in carcere non ci va nessuno, che sotto i due-tre anni di pena stanno tutti fuori". Lo ha dichiarato in un post su Facebook Anastasia, denunciando la vicenda.

"C'è una disperazione tra i giovani stranieri in carcere a cui non sappiamo dare risposta, minacciando loro solo la pena aggiuntiva della espulsione. Ancora una volta: non perdiamo tempo su presunte colpe individuali, della mancata assistenza, della mancata vigilanza, e pensiamo piuttosto se tutto questo carcere per cose da niente serva davvero a qualcosa".

 
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