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Udienze, arriva un altro rinvio: rischio ingorgo per la ripresa PDF Stampa
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di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei


Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2020

 

Rischio accumulo per i procedimenti giudiziari. L'ampia sospensione dell'attività dei tribunali determinata dall'emergenza Covid-19 potrebbe provocare un ingolfamento di fascicoli alla ripresa. Intanto che lo stop previsto dal Dl cura Italia fino al 15 aprile sta per essere prorogato al 4 maggio dal Cdm atteso per oggi (e salvo ulteriori decisioni) si comincia a pensare alla fase 2, per ora fino al 30 giugno, in cui i capi degli uffici dovranno evitare l'affollamento con misure che vanno dalla limitazione degli orari di apertura al rinvio delle udienze. Uno stop che può mettere in crisi il sistema giustizia e bloccare l'andamento, magari lento ma comunque positivo, di riduzione dell'arretrato e dei tempi dei processi, riscontrato negli ultimi anni.

Gli effetti dello stop - La sospensione ha ridotto al minimo l'attività degli uffici. Nel settore civile si tengono le udienze urgenti che riguardano i minorenni e i rapporti familiari e, nel penale, le convalide di arresto e di fermo, oltre alle udienze nei procedimenti a carico di detenuti se loro o i difensori chiedono di andare avanti. I magistrati stanno poi cercando di chiudere i procedimenti arrivati alle battute finali, tenendo le camere di consiglio in videoconferenza (come al Tribunale delle imprese di Milano) o sostituendo le udienze per la precisazione delle conclusioni dei difensori con il deposito telematico di note scritte (come alla Corte d'appello di Roma). Né si tornerà presto alla normalità. Non solo per la proroga della sospensione, ma anche perché i capi degli uffici giudiziari, consapevoli che l'affollamento dei palazzi di giustizia non è compatibile con le distanze da rispettare per contenere il contagio, stanno lavorando a provvedimenti che limitano l'accesso alle aule. L'effetto, inevitabile, sarà una riduzione degli affari trattati, perché molte attività non possono essere svolte senza la presenza delle parti e degli operatori della giustizia.

Le criticità - La crisi ha spinto il ricorso alla telematica. Il ministero della Giustizia ha dettato le regole per i collegamenti da remoto (decreto del 20 marzo), Consiglio superiore della magistratura e Consiglio nazionale forense hanno siglato protocolli per disciplinare le udienze online. Ma non mancano difficoltà e nodi da sciogliere. A cominciare dall'impossibilità di assumere in videoconferenza testimonianze o dichiarazioni di consulenti e periti. Una questione di primaria importanza che investe il sistema di formazione della prova e, nel penale, il diritto al contraddittorio e l'oralità del processo.

Anche se non toccano questioni di principio, ci sono poi i problemi amministrativi. Il principale consiste nell'impossibilità per il personale delle cancellerie che lavora in smart working di accedere ai registri civili e penali e di depositare gli atti. Molti tribunali hanno chiesto al ministero della Giustizia di sbloccare questa impasse che rischia di diventare un collo di bottiglia anche per i procedimenti oggi trattati in forma scritta e gestiti da remoto da magistrati e avvocati.

La chance della mediazione - Per chiudere le liti civili e commerciali nonostante la giustizia ferma resta aperta la strada della mediazione e della negoziazione assistita, che si possono continuare a fare, online o anche di persona, rispettando le distanze. Per favorire l'utilizzo di questi strumenti, il tavolo per le procedure stragiudiziali voluto dal ministero della Giustizia e coordinato da Paola Lucarelli, docente all'Università di Firenze, ha elaborate un pacchetto di proposte per ampliare il ricorso alla mediazione: da un lato per renderla obbligatoria prima di andare in giudizio nei casi di inadempimento contrattuale causato dall'emergenza sanitaria, dall'altro per spingere la mediazione demandata dal giudice, con incentivi economici per le parti.

 
La giustizia si fa in video PDF Stampa
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di Roberto Miliacca


Italia Oggi, 6 aprile 2020

 

L'emergenza Covid-19 fa chiudere i tribunali, ma le udienze si prova a farle da remoto Una giustizia congelata. Almeno fino a metà maggio, salvo disposizioni diverse, i tribunali d'Italia restano con i battenti chiusi e l'esercizio della giurisdizione, sia civile che penale, viene svolto nella modalità video conferenza per rispettare le misure di contenimento anti Covid-19 individuate dal governo.

Come hanno reagito magistratura e avvocatura all'emergenza e al blocco "fisico" delle udienze? Abbastanza bene, secondo quanto emerge dall'inchiesta che Affari Legali ha condotto questa settimana. Molti nutrono dubbi sul fatto che la "giustizia" non sia stata considerata, dal governo, un "servizio essenziale" per il paese, e che quindi sia stata costretta a "subire" la sospensione di tutti i termini processuali, salvo pochissime eccezioni, rinviando sine die tutte le controversie pendenti.

Questo congelamento della giustizia, in un paese che da sempre soffre del problema della lungaggine dei processi, potrebbe danneggiare ulteriormente la situazione. Magistrati e avvocati, invece, concordano sul fatto che le videoconferenze, in questa fase emergenziale, si stiano dimostrando essere uno strumento utile per proseguire, seppur con il contagocce, l'attività giurisdizionale.

L'informatizzazione spinta di tutte le attività processuali obbligata dall'emergenza Covid, nonostante da qualche anno molte delle attività giudiziarie siano state digitalizzate per effetto della partenza del processo civile telematico, sta però mettendo alla luce alcuni limiti di un funzionamento efficiente, e cioè la necessità che ci siano maggiori risorse e uomini per far decollare, anche dopo l'emergenza, la nuova giustizia 4.0.

 
L'Anm a Bonafede: "I giudici lavorano lo stesso, ma i tribunali devono restare ancora vuoti" PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 6 aprile 2020

 

L'Associazione nazionale magistrati chiede la proroga del regime a distanza e anche il rinvio della legge sulle intercettazioni, che doveva entrare in vigore il 2 maggio perché il Covid-19 rende impossibile organizzare gli uffici. Ecco come potrebbe cambiare la giustizia italiana.

Nessuna riunione de visu, solo consultazioni online. Anche il sindacato dei giudici, l'Anm, che rappresenta 9mila toghe italiane, vive sul computer l'emergenza Covid-19. Nell'ultimo contatto di sabato è maturata la decisione di chiedere al Guardasigilli Alfonso Bonafede di rinviare dal 15 aprile fino a quando sarà necessario le regole per fare ugualmente giustizia, ma evitando contatti e presenze fisiche nei tribunali. Dunque, proprio la giustizia online già in vigore dal 17 marzo con il decreto Bonafede per tutte le cause urgenti e non rinviabili sia civili che penali.

Ma con meccanismi ancora più stringenti che evitino al massimo contatti fisici tra tutti i protagonisti del processo. Inoltre l'Anm chiede anche il rinvio dell'entrata in vigore della legge Orlando-Bonafede sulle intercettazioni, che sarebbe dovuta partire il 2 maggio. Ma ecco qual è il vademecum sollecitato dall'Anm - che ha rinviato (per ora a fine maggio) anche il voto per rinnovare il suo parlamentino previsto ad aprile - e quale potrebbe essere, se Bonafede e il Parlamento acconsentono, il volto della giustizia italiana dei prossimi mesi.

La casa del giudice diventa aula di udienza - Cosa chiede in concreto l'Anm? Dal 17 marzo i processi civili e penali urgenti, cioè quelli che non possono essere rinviati, si svolgono regolarmente, ma dove è possibile senza un contatto fisico, quindi a distanza. Anche se non mancano processi che continuano a celebrarsi nelle aule di udienza. Ma si tratta di un numero limitato. In via telematica si sono svolte finora le convalide degli arresti e i cosiddetti processi per direttissima. L'Anm, con un documento inviato ieri a Bonafede, chiede che questo regime non si fermi il 15 aprile, ma sia prorogato dal governo e non sia a discrezione dei singoli capi degli uffici, finché la situazione non si avvicina alla normalità.

Scrive l'Anm che ciò è necessario "anche con l'adozione delle necessarie cautele, per evitare l'esposizione di migliaia di persone a un rischio ancora grave, peraltro in assenza dei dispositivi e delle misure di protezione che potrebbero al più ridurre, ma non certo escludere, il contagio e una diffusione ulteriore del virus".

Decisione di Bonafede, non dei magistrati - Il ministro della Giustizia ha già preparato un emendamento al decreto Cura Italia, per la parte che riguarda la giustizia e che andrà in discussione al Senato in commissione già da oggi. Nel quale è previsto un meccanismo per far svolgere i processi per via telematica fino 30 giugno.

E anche la possibilità di fare le udienze con i sistemi informatici non solo nei casi di estrema urgenza (con i detenuti), ma anche per quelli con imputati liberi. Fino al 4 maggio dunque tutti i processi si fermerebbero, tranne quelli urgentissimi (con i detenuti nel penale; per assegni di divorzio e minorenni in difficoltà nel civile).

In concreto, cosa è accaduto finora? Solo negli uffici giudiziari - per esempio a Napoli e a Milano - dove è stato fatto un protocollo, cioè un accordo tra giudici, pm e avvocati, sono stati celebrati i processi per direttissima e le convalide per gli arresti in cui c'erano gli imputati con i loro difensori e la polizia giudiziaria collegati via computer. Ma sono stati fatti fisicamente, nelle aule dei tribunali, anche quei processi nei quali gli imputati detenuti coinvolti hanno chiesto che si svolgessero comunque con la presenza fisica.

Ma adesso, dopo la richiesta dell'Anm, cosa succederà? La regola varrà per tutti i tribunali italiani, a prescindere da eventuali accordi sottoscritti in precedenza. Quindi il processo telematico non sarà più un'eccezione, ma diventerà la norma. Almeno fino al 30 giugno. Potenzialmente, se il Coronavirus non dovesse essere ancora sconfitto, anche per il futuro. Si apre una strada che di fatto segnerà la storia della giustizia italiana.

Con molti mugugni delle Camere penali che lamentano l'assenza, in questo modo, di un contatto diretto tra l'avvocato e il detenuto che resta in carcere e vede il suo difensore soltanto attraverso il computer. Le lamentele riguardano il fatto che l'imputato dovrebbe partecipare al processo seduto accanto al suo difensore nello studio, ma senza ritrovarsi in un'aula. Un'ipotesi che, secondo il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa, che è anche avvocato, sarebbe "se portata a regime, un sovvertimento di principi basilari del processo penale con una violazione pesantissima e probabilmente incostituzionale del diritto di difesa".

Ma il futuro sarà tutto telematico? In queste ore i protagonisti del processo - giudici, avvocati, forze di polizia - si interrogano se davvero il futuro della giustizia sia civile che penale sarà via computer. L'emergenza ha improvvisamente costretto tutti ad accelerare l'innovazione, al punto che anche la Scuola della magistratura di Scandicci sta lavorando su questo, addestrando le giovani o toghe al lavoro online. Da quello che risulta mentre i giudici civili sono più avanti nei processi a distanza, quelli penali affrontano maggiori difficoltà, che sono però insite nella complessità della procedura.

Il rinvio delle intercettazioni - L'Anm chiede anche di rinviare l'entrata in vigore della nuova disciplina delle intercettazioni, perché "richiede un insieme di misure organizzative tecnologicamente complesse, all'evidenza impossibili da adottare e attuare entro il termine a oggi previsto". E su questo è d'accordo pure il forzista Costa che dice: "L'Anm ha ragione e faremo proprio questa proposta quando il decreto Cura Italia arriverà alla Camera. Non ci sono le condizioni minime perché la riforma entri in vigore il 2 maggio. Comprendiamo che il Pd sia molto affezionato a queste norme, ma è evidente che le misure organizzative che mancavano all'inizio di marzo non possono certo essere adottate in questa fase. Almeno su questo pensiamo che non ci siano dubbi".

 
Medici in trincea, arriva il sì di Bonafede allo "scudo penale" PDF Stampa
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Il Dubbio, 6 aprile 2020


Alche il Pd si schiera contro le cuase che colpiscono gli operatori sanitari in questo momento di emergenza. Il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, avrebbe dato parere favorevole, con riformulazione, agli emendamenti al dl "Cura Italia" sulla responsabilità medica legata all'emergenza Coronavirus. La norma prevede che la responsabilità civile degli esercenti la professione sanitaria sia limitata ai casi di dolo e colpa grave. Allo stesso modo, sul versante penale, la punibilità sarebbe limitata ai soli casi di colpa grave.

Nelle variabili da tenere in considerazione entrerebbero la situazione organizzativa e logistica della struttura, la novità ed eccezionalità del contesto emergenziale, il numero di pazienti su cui è stato necessario intervenire e la gravità delle loro condizioni, la disponibilità di attrezzature e personale nonché il livello di esperienza e la specializzazione del singolo operatore. Ricorrerebbe la colpa grave, comunque, in caso di palese e ingiustificata violazione delle regole generali di base.

Anche il Pd "è impegnato a tutelare - anche dal punto di vista penale e civile - il lavoro svolto durante questa drammatica vicenda della pandemia da medici e operatori sanitari e tecnici. Lo ha fatto in Senato, con un emendamento al decreto Cura Italia a prima firma del capogruppo Andrea Marcucci. L'iniziativa spiegano Elena Carnevali e Walter Verini - punta a contrastare e prevenire azioni, che non appaiono motivate, di alcuni singoli legali e a tutelare l'ammirevole lavoro e il sacrificio svolto dai sanitari negli ospedali e nel territorio contro il coronavirus".

E intanto gli Avvocati del sindacato Unaep (Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici) invitano tutti i legali aderenti all'associazione a sostenere la Protezione Civile alla quale l'Unaep ha già provveduto a versare una donazione di diecimila euro: "Quella del medico, insieme all'attività forense e all'insegnamento, è l'unica professione citata nella Costituzione Italiana e tutti noi sappiamo quanto il personale sanitario sia fondamentale in questo momento per la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale che è chiamato aduna prova difficilissima".

Plauso all'emendamento al decreto Cura Italia che prevede l'esonero della responsabilità giuridica degli operatori sanitari da parte del Centro Studi Borgogna, l'associazione di giuristi che, tra i primi, già qualche settimana fa, aveva lanciato una proposta al Governo allo scopo di applicare lo scudo penale e civile a medici, infermieri e a chiunque impegnato contro l'emergenza causata dal Covid- 19.

 
Quarantena violata? In carcere PDF Stampa
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di Stefano Loconte


Italia Oggi, 6 aprile 2020

 

Multa fino a 3 mila € per chi trasgredisce gli altri divieti Carcere per chi viola la quarantena o dichiara il falso, e fino a 3.000 euro di multa per le altre trasgressioni delle misure volte a fronteggiare l'emergenza covid-19: è quanto stabilito dal decreto legge n. 19/2020, pubblicato in G.U. del 25 marzo e in vigore dal giorno successivo, che ridisegna il quadro sanzionatorio e, oltre a punire con la reclusione chi, positivo al coronavirus, esce di casa, o chi, fermato dalle Forze dell'Ordine, mente sulle ragioni del proprio spostamento, introduce una sanzione salatissima per chi viola le ulteriori prescrizioni.

Per arginare la confusione normativa e sanzionatoria generata dai provvedimenti delle ultime settimane, nonché preservare la giustizia penale dal rischio di un ingolfamento che non sarebbe nemmeno bilanciato da un effetto deterrente o quantomeno da entrate nelle casse delle Stato, viene infine abrogata la contravvenzione coniata con il dl del 23 febbraio scorso.

Considerato che ogni cittadino è destinatario di una o più misure e che potrebbe incorrere in una contestazione di violazioni, è bene conoscere il complesso quadro normativo e sapere cosa si rischia. Sanzioni fi no a 3.000 euro.

A fronte dell'elevato numero di persone che continuano a violare le misure di contenimento del virus, il governo prova a intraprendere una nuova strada, abbandonando quantomeno di regola la sanzione penale, e ponendo a presidio delle misure un nuovo illecito amministrativo: dunque, si è deciso che l'inosservanza delle prescrizioni (siano esse adottate dal presidente del consiglio dei ministri o dai presidenti delle regioni) comporta il pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro, aumentata fino a un terzo se il mancato rispetto avviene mediante l'utilizzo di un veicolo. Inoltre, nell'ipotesi di violazione delle misure previste per pubblici esercizi o attività produttive o commerciali, si aggiunge la chiusura da 5 a 30 giorni.

Con la precisazione che in caso di reiterata violazione della disposizione la sanzione pecuniaria è raddoppiata e quella accessoria applicata nel massimo. Carcere per chi viola la quarantena. Per quanto riguarda i rapporti con altri illeciti, il disposto si apre con la clausola "salvo che il fatto costituisca reato", con l'effetto che il nuovo illecito amministrativo non è applicabile quando l'inosservanza delle misure di contenimento integri un reato.

Il decreto legge continua a riservare al diritto penale la prevenzione e la repressione dell'inosservanza della più rigorosa delle misure limitative disciplinate, in ragione del massimo grado di pericolo che essa comporta per la salute pubblica e per la propagazione dell'epidemia. Si tratta della violazione del "divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora per le persone sottoposte alla misura della quarantena perché risultate positive al virus".

Fino a 12 anni se c'è contagio. Il nuovo dl chiarisce l'applicabilità a chi viola la quarantena dell'art. 452 c.p., che sotto la rubrica "Delitti colposi contro la salute pubblica" punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi commette per colpa il reato di epidemia consistente nella diffusione di germi patogeni. Se dal fatto deriva la morte di più persone, il carcere sale da un minimo di tre fi no a un massimo di 12 anni.

Laddove la trasgressione non comporti la diffusione del virus colpendo altri individui, pur con un trattamento sanzionatorio meno duro, il fatto resta reato, e in questo caso per la violazione della misura si risponde ai sensi dell'art. 260 t.u. leggi sanitarie, che punisce chi non osserva un ordine legalmente dato per impedire la diffusione di una malattia infettiva. Il decreto inasprisce la cornice edittale originariamente prevista, sostituendo l'arresto fi no a sei mesi e l'ammenda da 40.000 a 800.000 lire con l'arresto da 3 a 18 mesi e l'ammenda da 500 a 5.000 euro. Abrogate le contravvenzioni bagattellari.

Viene abrogata la disposizione con cui il dl n. 6/2020 poco più di un mese fa aveva previsto che il mancato rispetto delle misure di contenimento fosse punito ai sensi dell'art. 650 c.p.: del resto, l'efficacia deterrente della fattispecie era assai dubbia, considerato che essendo punita con le pene alternative dell'arresto (fino a tre mesi) o dell'ammenda (fino a 206 euro) sarebbe stata ammessa l'oblazione, il che significa che pagando la metà dell'ammenda, 103 euro, il reato si sarebbe comunque estinto. Ancora, il dl estromette da quelle contestabili anche le contravvenzioni previste "da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità", mettendo così fine alla questione, affacciatasi tra le procure, della possibile repressione dell'inosservanza delle misure attraverso il generale ricorso all'art. 260 t.u. leggi sanitarie, incriminazione più severa oltre che per la cornice editale per il fatto che non è soggetta a oblazione.

Il potere dissuasivo delle sanzioni. Dunque, il rinvio all'art. 260 T.u. e alle sanzioni penali viene ora circoscritto al solo caso dei Covid positivi che escono di casa, mentre per le violazioni delle altre prescrizioni la minaccia del penale cede il passo all'irrogazione di sanzioni amministrative. La scelta non è tuttavia da leggersi come mitigazione dell'approccio repressivo: si è preso coscienza che le sanzioni amministrative offrono maggiore effettività sul piano della riscossione, nonché, in una situazione in cui prevale la paura del presente (si pensi oltre alle pecuniarie anche alle sanzioni accessorie della chiusura dell'esercizio o dell'attività), vantano un potere dissuasivo con cui il diritto penale non può competere.

Applicazione nel tempo. Se l'abrogazione della suddetta disposizione è stata non solo opportuna ma quasi obbligata, persisteva il problema della sorte da riservare ai fatti antecedentemente commessi. Si è risolto con una norma transitoria, che rende applicabili retroattivamente le nuove sanzioni amministrative, prevedendo che tuttavia che "in tali casi le sanzioni amministrative sono applicate nella misura minima ridotta alla metà".

False dichiarazioni. Tanto prima quanto dopo l'entrata in vigore del nuovo dl, l'illecito amministrativo può concorrere con eventuali ulteriori reati connessi all'inosservanza delle misure di contenimento. In particolare, chi, fermato dalle Forze dell'Ordine durante uno spostamento, rilascia generalità mendaci rischia da uno a sei anni di carcere (art. 495 c.p.), che punisce chiunque dolosamente dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l'identità, lo stato o altre qualità della propria o dell'altrui persona.

Se invece nell'autocertificazione si mente sulle ragioni (lavorative, di salute, di assoluta urgenza) addotte per giustificare l'abbandono delle mura domestiche, si risponde del reato di cui all'art. 483 c.p., che punisce con la reclusione fi no a due anni la "Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico", ovvero la condotta di chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità. Attenzione dunque non solo a quello che si fa, ma anche a quello che si dice.

 
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