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Firenze: chiusura Opg; dove vanno gli internati dopo il tramonto dell'ipotesi "Gozzini"? PDF Stampa
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www.nove.firenze.it, 26 aprile 2015

 

Nascosti (Fi): "Avevamo ragione noi. Ora bisogna individuare una struttura idonea per l'accoglienza dei pazienti. Regione in grave ritardo". Sel: "Grande soddisfazione, è anche una nostra vittoria". Visita del garante dei detenuti della Toscana all'ospedale psichiatrico giudiziario, in attesa di chiusura. Presenti 114 internati dei quali 48 toscani

È tramontata infatti l'ipotesi di trasferimento degli internati dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo nella struttura di Solliccianino. Lo ha reso noto il sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, nel corso del consiglio straordinario dedicato proprio all'Opg. Gli internati dell'Opg di Montelupo non andranno a Solliccianino, ma saranno trasferiti nell'ex ospedale psichiatrico di Volterra. Retromarcia della Regione Toscana, dato che lunedì prossimo la Giunta regionale dovrebbe deliberare sull'ex ospedale psichiatrico di Volterra come futura sede di alcuni pazienti dell'Opg di Montelupo.

"Avevamo ragione noi. Una ipotesi che avevamo a più riprese scongiurato per l'inadeguatezza del Gozzini poiché avrebbe avuto bisogno di una serie di lavori di adeguamento necessari con costi superiori a 7 milioni di euro, che tra l'altro avrebbero fatto slittare di almeno un anno il trasferimento dei pazienti, ma nondimeno anche per non perdere un centro di eccellenza quale è sempre stato definito il centro di tutela attenuata di Solliccianino".

Esordisce così il consigliere regionale Nicola Nascosti "Ora si tratta di capire dove questi internati dell'Opg dovranno andare - aggiunge Nascosti - siamo di fronte a una grossa disfunzione della Regione Toscana, che a seguito della dichiarazione di chiusura degli Opg non ha predisposto, ed aveva tempo per farlo, delle strutture alternative. Mi sembra che la soluzione che stiano trovando sia un po' pasticciata, o meglio non abbiano idee di dove andare a collocare questi internati. E questo è un problema che deve essere risolto non solo nell'interesse degli internati - incalza il consigliere regionale di Forza Italia - ma anche come interesse complessivo di attuazione della riforma e della sicurezza che questa attuazione comporta. Poiché si tratta di persone a rischio, non solo da punto di vista sanitario ma anche penale.

Auspico he la Regione si attivi in fretta perché è in grave ritardo ed inadempiente. Sono una trentina i detenuti cui bisogna trovare una collocazione e non pensi la Regione di trovarne una frammentata, ma piuttosto una che sia adeguata in termini sanitari e di sicurezza. Questa volta Rossi ha sbagliato - conclude Nascosti - ha pensato alla chiusura degli Opg, ma non ha pensato a una struttura alternativa".

"Apprendiamo con soddisfazione questa buona notizia, nei giorni scorsi ci eravamo battuti affinché la Regione cambiasse idea, e così è stato". Così le parlamentari toscane di Sel Marisa Nicchi e Alessia Petraglia in merito alla decisione della Regione di non trasferire i malati dell'Opg nel carcere di Solliccianino.

"Venerdì scorso - dicono le parlamentari - abbiamo fatto visita ai detenuti di Solliccianino, che avevano manifestato tutta la loro preoccupazione sul futuro del loro Istituto, incompatibile con il paventato arrivo dei pazienti dell'Opg. Avevano addirittura detto di esser pronti allo sciopero della fame collettivo. Alla fine ha prevalso il buon senso e siamo orgogliosi di aver contributo, seppur in piccola parte, al lieto fine di una questione che ha rischiato di creare una drammatica guerra tra detenuti". "Adesso - concludono le due parlamentari - ci auguriamo che si faccia in fretta ad adeguare la struttura di Volterra affinché gli internati dell'Opg possano essere trasferiti prima possibile, visto che la Regione non ha rispettato la scadenza del 31 marzo, giorno in cui si sarebbero dovuti chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari".

"Siamo felici di apprendere che la Regione Toscana stia concretamente valutando l'ipotesi di realizzare una Rems (residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza detentiva) nei locali dell'ospedale psichiatrico di Volterra". Lo ha dichiarato Federico Gelli, deputato e responsabile sanità del Pd, commentando la notizia "Siamo convinti - spiega Gelli - così come ho più volte riferito all'assessore regionale al diritto alla salute Luigi Marroni, che la sede di Volterra, per la storia che rappresenta e per l'elevata professionalità del personale che vi lavora, possa essere ritenuta un luogo ideale per la cura dei pazienti dell'ex ospedale psichiatrico di Montelupo oltre a garantire un adeguato livello di sicurezza così come richiesto. Voglio però ricordare - conclude il deputato democratico - che la legge sulla chiusura degli Opg è entrata in vigore dallo scorso 1° aprile e che siamo già in ritardo. Una volta che ci sarà l'ufficialità, sarà necessario avviare subito i lavori per rendere adeguate le strutture dell'ex ospedale per allontanare il rischio commissariamento".

All'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo si è tenuta, martedì mattina, una delle ultime visite negli istituti penitenziari del garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone. Accompagnato dalla direttrice Antonella Tuoni, Corleone ha visitato la struttura, dalla mensa, alla sala colloqui interamente rinnovata con un giardino esterno, allo spazio per le attività fisiche e ricreative, ai locali restituiti all'amministrazione penitenziaria dopo il restauro e le opere di bonifica per il ripristino delle condizioni igienico-sanitarie. Dopo aver visitato le celle, ampie e con servizi, Corleone ha incontrato, nei corridoi, i detenuti che gli hanno fatto presente la situazione di incertezza e preoccupazione, in attesa di conoscere la loro destinazione futura. Alcuni internati hanno voluto mostrare al garante la cella dove nei giorni scorsi erano stati bruciati due materassi.

Tuoni ha parlato di una situazione stazionaria all'Opg dove dal 1° aprile (giorno in cui è entrata in vigore la legge 81, che stabilisce la chiusura degli Opg) non si sono registrate né uscite né ingressi, gli internati sono 114 dei quali 48 toscani. La direttrice ha fatto presente che entro breve otto internati liguri dovrebbero essere trasferiti a Castiglion delle Stiviere (Mantova).

Al momento della chiusura della struttura la nostra Regione dovrà farsi carico dei 48 toscani mentre gli altri pazienti verranno affidati alle rispettive regioni di provenienza. Dall'incontro tra Corleone e Tuoni è emersa una situazione di empasse, di incertezza in attesa dell'individuazione di piccole strutture terapeutiche territoriali e di una residenza destinata ad accogliere i pazienti internati con misure di sicurezza detentiva (Rems: residenza sanitaria per l'esecuzione della misura di sicurezza).

 
Pordenone: il Sottosegretario Ferri sconfessa il Dap "il nuovo carcere a San Vito si farà" PDF Stampa
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Messaggero Veneto, 26 aprile 2015

 

Fumata bianca su carcere e nuova sede dei giudici di pace. Cosimo Maria Ferri, sottosegretario del ministero alla Giustizia, ieri a Pordenone per un incontro istituzionale con rappresentanti di Regione, Comune e vertici degli uffici giudiziari, ha confermato la costruzione del penitenziario a San Vito e sostenuto la soluzione ex biblioteca per la sede dei giudici.

"La decisione del ministero - ha detto Ferri - rimane quella di realizzare il carcere a San Vito, non ci sono passi indietro". Parole inequivocabili. Perché, allora, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) s'è messo il carcere di San Vito tra quelli "superflui"? "Quello del Dap è un documento interno da verificare, sul quale non c'è stata alcuna decisione politica - ha risposto il sottosegretario. Non ha valenza politica e allo stato non frena le decisioni prese.

La nuova casa circondariale di San Vito era prevista nel Piano carceri. C'è stata la gara. Poi il progetto è passato al ministero delle Infrastrutture, che sta esaminando l'offerta anomala". Sulle criticità del carcere di Pordenone, ieri visitato dallo stesso Ferri, il sottosegretario ha tagliato corto: "L'unica soluzione è realizzare il penitenziario a San Vito. L'interesse è spendere i soldi pubblici nel migliore dei modi, per la sicurezza e la gestione dei detenuti, dei loro familiari e avvocati e degli operatori".

Entro fine maggio il responsabile del Dap, Santi Consolo, visiterà l'ex caserma Dall'Armi di San Vito, luogo scelto per realizzare un penitenziario da 300 posti (stanziati circa 30 milioni di euro). In quell'occasione farà tappa anche al Castello a Pordenone "per rendersi conto e chiarire la situazione", ha detto il sottosegretario. Per eliminare definitivamente i dubbi, insomma, nati da quel "documento interno".

Piace anche l'idea della nuova sede per il giudice di pace, ipotizzata nell'ex biblioteca di piazza della Motta dopo l'accorpamento in città degli uffici di San Vito, Spilimbergo e Maniago. Ferri ha visitato la sede e ha osservato come si trovi in buone condizioni: potrebbe essere pronta all'uso in breve tempo. Non è detto, dunque, che non si utilizzino i 70 mila euro stanziati dal Comune per l'attuale sede del giudice di pace per i primi ritocchi all'ex biblioteca. In attesa di completare il finanziamento per i lavori.

"La decisione politica è di andare avanti sull'ex biblioteca - ha continuato Ferri - e avviare i lavori di ristrutturazione. Ciascuno farà la propria parte. Nei prossimi giorni definiremo le modalità". Si prospetta un accordo Comune-ministero, con la collaborazione della Regione, come ha sottolineato il vicepresidente Sergio Bolzonello. Soddisfatti degli impegni su carcere e giudice di pace, al tavolo, col sottosegretario e Bolzonello, il sindaco Claudio Pedrotti con gli assessori Moro e Zille, l'assessore provinciale Francesca Cardin, il presidente del tribunale Francesco Pedoja e il procuratore Marco Martani. L'Ordine degli avvocati pordenonese era rappresentato dalla presidente Rosanna Rovere e da Graziella Cantiello e Sara Rizzardo: anche per loro sospiro di sollievo per le conferme sul carcere, viste le "condizioni proibitive" in cui oggi si svolgono gli interrogatori. Plauso di Ferri "all'armonia tra avvocatura e istituzioni per risolvere i problemi del territorio: qui il cittadino ha di fronte un modello che funziona".

 
Pistoia: relazione del Garante; il carcere è più umano con un'infermeria e celle meno affollate PDF Stampa
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di Eleonora Ferri

 

Il Tirreno, 26 aprile 2015

 

Dopo tre anni di attività il Garante dei detenuti del carcere di Pistoia, Antonio Sammartino, chiude il suo mandato. Tre anni di attività durante i quali questa figura, istituita a Pistoia per la prima volta nel 2011, ha svolto i compiti di osservazione, vigilanza e promozione dei diritti dei detenuti della casa circondariale Santa Caterina in Brana.

Il lavoro svolto durante il mandato, iniziato il 20 marzo 2012 e concluso a marzo scorso, è riassunto nella relazione finale firmata da Sammartino e che descrive lo stato di salute attuale del carcere pistoiese. Fra i traguardi positivi raggiunti e registrati ci sono quelli di una nuova infermeria (inaugurata a dicembre 2014) all'interno della casa circondariale e soprattutto l'abbassamento del numero di persone detenute: a giugno 2014 si contavano 86 reclusi, mentre a dicembre 2014 il numero è sceso a 64 (di cui 22 stranieri), a fronte di una capienza regolamentare di 57 persone.

"Grazie allo sfollamento carcerario, sono migliorate notevolmente le condizioni" scrive Sammartino . Un esempio sono le 19 celle singole del primo piano (che misurano 8,2 mq compresi gli spazi occupati dai mobili e suppellettili e 1,2 mq di bagno): dove in precedenza erano recluse tre persone per cella, adesso quasi tutte ospitano un solo detenuto.

Varie anche le attività attive all'interno dell'istituto: corsi formativi (per imbianchini o per la preparazione di piatti), corsi scolastici, attività culturali e l'accesso alla biblioteca. Questi sono solo alcuni degli obiettivi raggiunti. Ma c'è ancora molto da fare. Alla voce "eventi critici" riscontrati all'interno del carcere nel 2014 restano alti i numeri delle autolesioni (33), degli scioperi della fame (15), seguiti dalle aggressioni tra detenuti (7) e tentativi di suicidio (2). Al fianco del garante lavorano anche alcune associazioni pistoiesi, come "In cammino" e "Il Delfino Onlus". Si occupano dei detenuti in vari modi: dai colloqui personali alla ricerca di un lavoro, dal reinserimento in società alla distribuzione di beni di prima necessità, fino all'aiuto alle famiglie dei reclusi in carcere.

"L'autolesione o lo sciopero della fame spesso sono modi per attirare l'attenzione su certe cose, come la lentezza della macchina giudiziaria - spiega Adriano Mancini, responsabile dell'associazione Il Delfino - inoltre l'assistenza psicologica, psichiatrica e educativa all'interno del carcere è carente perché le ore sono poche". All'interno del carcere si contavano, al dicembre 2014, due educatori, uno psicologo (in attività un'ora al giorno per quattro giorni la settimana) e uno psichiatra (16 ore settimanali).

"Molti detenuti sono affetti da disagio mentale, e condividere la cella con uno di loro, per una persona non affetta da queste patologie può diventare devastante - spiega Mancini - molti altri sono tossicodipendenti: mandare in carcere queste due tipologie di persone è come mandarle in una discarica, i pochi colloqui con gli educatori e i professionisti e le cure metadoniche e psicotrope non sono niente a confronto delle reali necessità". "Il tempo di una giornata, che per noi è di 24ore per loro diventa di 48ore" afferma Cinzia Salvi, volontaria de Il Delfino. È per questo che un'occupazione diventa vitale, e non solo per il reinserimento in società.

 
Genova: presunto pestaggio nel carcere di Marassi, la Procura apre un'inchiesta PDF Stampa
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di Giuseppe Filetto

 

La Repubblica, 26 aprile 2015

 

Se non fosse che il carcere di Marassi "è una scatola di vetro", come ripete il direttore Salvatore Mazzeo, si potrebbe pensare che nelle "case rosse" si mettano in pratica le stesse procedure di Regina Coeli. Anche se lì il pestaggio fu causa di morte di Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre del 2009 all'ospedale "Sandro Pertini" di Roma. E però l'inchiesta della Procura della Repubblica, affidata al pm di turno Giuseppe Longo, fa capire che Marassi non è il carcere romano, ma qualcosa di dubbio e di grave sicuramente è accaduto, se è stato aperto un fascicolo per lesioni.

Nel fine settimana tra l'11 e il 12 di aprile un detenuto avrebbe denunciato di essere stato manganellato e picchiato a sangue da un agente penitenziario. Tant'è che la stessa direzione carceraria lo ha fatto visitare dai medici della Asl Tre che svolgono servizio all'interno della casa circondariale. Non è chiaro cosa Renato Urciuoli abbia scritto sul referto medico trasmesso alla Procura della Repubblica, tantomeno cosa il responsabile della Struttura di Medicina Penitenziaria abbia dichiarato a Carmelo Cantone, il provveditore alle carceri liguri che ha aperto un'inchiesta interna e negli scorsi giorni nel suo ufficio di viale Brigate Partigiane ha convocato i tre medici che svolgono servizio ed assistono i detenuti. E già, perché sarebbe stato lo stesso direttore di Marassi ad informare l'autorità giudiziaria ed i suoi superiori gerarchici. Compreso il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Della vicenda si tiene il più stretto riserbo, "anche perché i racconti sono tutti da verificare".

Lo dicono anche fonti vicine alla Polizia Penitenziaria. C'è di più: "Sono le solite cose che succedono in un istituto di pena, ma noi non omettiamo nulla ed è nostro interesse che la verità venga a galla", ripetono le guardie carcerarie. "Sì, qualcosa c'è stato, sono stati riscontrati degli ematomi sul corpo del recluso - si limita a dire Luigi Carlo Bottaro, direttore sanitario della Asl Tre - è tutto da accertare se ci sia stata una colluttazione o un fatto accidentale".

Le versioni del detenuto (un italiano piuttosto giovane, molto conosciuto agli organi di polizia, che deve scontare una pena per spaccio di stupefacenti) e quella del secondino sarebbero completamente contrastanti. Il primo avrebbe raccontato ai medici che lo hanno visitato ed allo stesso direttore Mazzeo di essere stato picchiato a colpi di manganello. L'altro, invece, di essere stato aggredito, di essersi semplicemente difeso e di essere rimasto coinvolto nella colluttazione.

Dice una persona vicina al detenuto: "Anche nella morte di Stefano Cucchi il personale carcerario negò di avere esercitato violenza sul giovane ed espresse diverse ipotesi sulla causa del decesso, dicendo che lo stesso poteva essere morto o per conseguenze a un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli". Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiarò che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo.

Successivamente si pentì per queste false dichiarazioni e si scusò con i familiari. Non pare che la vicenda di Marassi sia comparabile a quella del Regina Coeli. Tant'è che sulla vicenda vi sarebbero due distinte denunce, una contraria all'altra. Peraltro, all'accaduto non avrebbe assistito alcuno, quindi non ci sarebbero testimoni. C'è da dire, però, che il detenuto avrebbe denunciato le manganellate.

E non è un dettaglio nel caso in cui i medici avessero accertato traumi o ematomi compatibili con l'uso di questa arma. La normativa carceraria, infatti, ne vieta l'uso, a meno che non sia autorizzato dal comandante delle guardie, Massimo Di Bisceglie, o dal direttore: solo in casi di estrema emergenza, come può essere una rivolta o una rissa impossibile da sedare. Inoltre, i manganelli sono custoditi in armeria. Le cui chiavi, però, sono a disposizione degli agenti di guardia.

 
L'Aquila: medici delle carceri a rotazione, 21 licenziamenti alle porte PDF Stampa
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di Maria Trozzi

 

www.report-age.com, 26 aprile 2015

 

Sono 21 figli di un dio minore e finiranno fuori dal mondo del lavoro il 30 giugno, a quanto pare, risucchiati dai vortici della rotazione disposta, tra il personale medico operante nei penitenziari dell'aquilano, per volontà della Asl. Le parole "dimensionamento delle dotazione organiche" imboniscono dunque il fuori gioco per medici, infermieri e fisioterapisti che prestano servizio in queste carceri, da decenni, ma a tempo determinato e saranno solo in parte sostituiti.

L'avvicendamento immetterà nelle carceri dell'aquilano un esiguo quantitativo di nuovi operatori sanitari proprio là dove sono ospitati detenuti ad alta sicurezza o ci sono carcerati sottoposti al regime ex art. 41 bis. A rischio è anche il rapporto di fiducia tra la Direzione e l'operatore. Lo ha messo in evidenza, a fine 2014, il Provveditorato regionale (Abruzzo e Molise) del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e lo hanno ribadito, il 23 aprile, anche i direttori delle carceri di Sulmona, Avezzano e L'aquila rispettivamente: Sergio Romice, Mario Silla e Celeste D'Orazio.

Dopo il decreto (1 aprile 2008) della Presidenza del consiglio dei ministri purtroppo solo gli operatori sanitari precari delle carceri della provincia dell'Aquila non sono stati stabilizzati a differenza dei loro colleghi operativi nelle altre 5 carceri della regione. Sembra che alla direzione generale della Asl abruzzese, sorda alle proteste e al sit in, per tutti questi anni sia sfuggita l'assunzione dei dimenticati, carenze di fosforo non riscontrate però per i penitenziari delle altre province abruzzesi. Le cose non andarono bene per tutti dunque quando, ad aprile di 7 anni fa, si trasferì la competenza della gestione del personale della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. A Pescara, Teramo e in provincia di Chieti filò tutto liscio per la stabilizzazione anche dei fisioterapisti, ma per gli operatori della sanità penitenziaria dell'aquilano il contratto che regola il rapporto di lavoro s'è incancrenito nel tempo determinato.

La mannaia colpisce, una razione di sforbiciate al giorno per decimare i territori del Centro Abruzzo, in trincea è la Valle Peligna. Nel sacco è ancora Sulmona quando, ad ottobre scorso, con un altro provvedimento del Commissario ad acta, Luciano D'Alfonso, è decretato di attuare il dimensionamento delle dotazioni organiche delle unità operative di medicina penitenziaria delle aziende unità sanitarie locali della Regione, così indicando la via di casa ad una decina di operatori sanitari del carcere del capoluogo peligno.

Il contenimento della spesa penalizza inevitabilmente l'entroterra abruzzese, ma non si rispecchia con i conti fatti, a larghe maglie, sulla costa e dalla Asl di Pescara, palazzine comprese. Così, dopo la Guardia medica di Campo di Giove (Aq), dopo il Punto nascita di Sulmona, ecco che la razionalizzazione sanitaria scaglia le sue lame contro medici e infermieri delle strutture penitenziarie della Marsica, dell'Aquila e, nemmeno più a scriverlo, di Sulmona. In quest'ultima, dal 30 giugno, si perderanno probabilmente altri 11 posti di lavoro, quelli a tempo determinato, naturalmente. Sarebbero gli stessi operatori riconfermati in pianta organica e per l'intero anno, così come rassicurava il Presidente del consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio, novembre scorso in visita al penitenziario peligno.

A confortare era stato anche il direttore sanitario Asl 1 Giancarlo Silveri che dopo il sit in degli operatori sanitari del carcere di Sulmona, sempre a novembre, aveva inviato una missiva al responsabile del servizio aziendale di medicina penitenziaria, Settimio Andreetti, e al direttore sanitario della casa di reclusione di Sulmona. Il manager aveva scritto che l'Azienda, nel rispetto delle prescrizioni delle normative vigenti, avrebbe provveduto ad ogni utile iniziativa mirata alla soluzione delle problematiche relative al personale addetto al servizio di guardia medica della casa di Reclusione di Sulmona, gli operatori a tempo determinato per l'appunto.

Così tra 2 mesi resteranno probabilmente senza lavoro 21 operatori dei penitenziari della provincia e dell'Aquila: 5 medici, 5 infermieri (sostituite da altre 2) e un fisioterapista a servizio nel carcere di via Lamaccio a Sulmona, 1 medico e 1 infermiere impegnati nel penitenziario san Nicola di Avezzano e alle Costarelle dell'Aquila sono 4 medici e 4 infermieri e non è stato riconfermato nemmeno il fisioterapista. Tutti precari con contratto di lavoro al cardiopalma, ma con una professionalità nel campo della sanità penitenziaria da fare invidia ai luminari della scienza.

L'assistenza sanitaria penitenziaria sarà garantita, almeno a Sulmona, da un manipolo di eroici infermieri, forse 8, di cui 6 assunti a tempo indeterminato, secoli fa, dall'amministrazione penitenziaria. Sono questi i numeri degli operatori che dovranno assistere centinaia e centinaia di persone rinchiuse per lunghi anni in un penitenziario ad Alta sicurezza. Fa riflettere poi che alcuni di questi restino dietro le sbarre per tutta la vita con problemi di salute che impegnano all'inverosimile per l'assistenza.

Senza trascurare il fatto che la popolazione carceraria sconta doppiamente le pene dell'inferno, non solo per la tortura del sovrappopolamento, per le carenze di organico degli agenti di Polizia penitenziaria, ma ora anche per la evidente riduzione di operatori sanitari. Inoltre, l'ampliamento in atto nella struttura peligna dovrebbe portare ad un ripensamento lungimirante per la riorganizzazione della sanità penitenziaria sulmonese e del personale del carcere. I lavori in corso nel cantiere porteranno alla realizzare di un nuovo blocco detentivo che dovrà ospitare altri 200 detenuti e oggi la media è di 500 ospiti nel carcere ovidiano. Con questi numeri come si farà a curarli bene e tutti.

 
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