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Immigrazione: violenta connazionale nel Cara di Mineo, fermato nigeriano di 21 anni PDF Stampa
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Ansa, 1 febbraio 2015

 

Un nigeriano di 21 anni, Mamud Yunus, è stato fermato da agenti della polizia di Stato con l'accusa di avere violentato e segregato una sua connazionale dal novembre dello scorso anno, nel Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo dove i due sono ospiti. Il provvedimento è stato emesso dalla Procura di Caltagirone ed eseguito da agenti del locale commissariato. La donna era arrivata nel Cara il 5 ottobre 2014, con uno sbarco di migranti.

Le era stata assegnata una camera singola, occupata però dal suo connazionale. Secondo l'accusa, per le prime due settimane l'uomo avrebbe avuto un atteggiamento protettivo e fraterno con la nigeriana, ma successivamente l'avrebbe minacciata, picchiata e costretta a subire rapporti sessuali. Inoltre l'avrebbe segregata, impedendole di uscire, e minacciata di morte. Approfittando di una distrazione del 21enne, è riuscita a scappare dalla stanza e ad arrivare nel posto della polizia di Stato presente nel Cara, che ha avviato le indagini. Il sostituto procuratore di Caltagirone, Fabio Salvatore Platania, ha disposto il fermo del giovane che è stato condotto in carcere. La donna, dopo le cure del caso, è stata trasferita in una struttura protetta del Cara di Mineo e affidata alle assistenti sociali della struttura.

 
India: Tomaso ed Elisabetta, scarcerati dopo 5 anni, sono arrivati a Milano Malpensa PDF Stampa
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Ansa, 1 febbraio 2015

 

Sono arrivati all'aeroporto di Milano Malpensa, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due italiani detenuti per quasi cinque anni nel carcere indiano di Varanasi. Con l'accusa di omicidio e scagionati dalla Suprema Corte di Nuova Delhi dieci giorni fa.

Ad accoglierli al terminal degli arrivi i genitori di Tomaso, Marina Maurizio e il padre Luigi Euro Bruno con la sorella Camilla. Arrivati da Albenga e la zia di Elisabetta giunta da Torino. A dare il benvenuto ai due giovani anche un gruppo di amici che hanno cantato in coro "Tommy libero". Appena i ragazzi sono comparsi dal ritiro bagagli, lui con felpa rossa e lei con maglia blu, sono scattati gli applausi e gli abbracci di genitori e amici.

"Ero pronto al peggio dentro quelle baracche con 130 persone - ha detto Tomaso ai giornalisti - ma la verità viene sempre a galla anche in un paese come l'India. Io ho avuto la forza di affrontare tutto perché ero a posto con me stesso". "Ce l'abbiamo fatto, siamo felicissimi", ha aggiunto Elisabetta Boncompagni". "Per ora vogliamo solo tornare a casa", hanno concluso poi i ragazzi parlando dei futuro, anche se Tomaso ha detto che gli piacerebbe trovare lavoro ad Albenga e rimanere lì.

 

Tomaso e Ely: torneremo a Varanasi

 

È Finita. È proprio finita. Tomaso Bruno ed Elisabetta hanno lasciato oggi l'India e sono rientrati in Italia dopo aver trascorso cinque anni nel carcere della città santa di Varanasi per una condanna all'ergastolo annullata dalla Corte Suprema. Ma non hanno dubbi: "Torneremo. E torneremo proprio a Varanasi!".

Quando il Boeing 787 Dreamliner di Air India si è inerpicato nel cielo della capitale indiana, i due hanno scritto la parola fine ad una storia incredibile, trasformatasi da viaggio iniziatico in un Paese sconosciuto, all'incubo di una dura condanna di carcere a vita. Impostagli da giudici di primo e secondo grado che li hanno considerati colpevoli della morte del loro compagno di viaggio Francesco Montis. Evento, ancora oggi non del tutto chiarito, avvenuto il 4 febbraio 2010 nella stanza del Buddha Hotel in cui i tre alloggiavano per visitare Varanasi, la Benares degli amanti dell'India mistica e la più santa delle città indiane.

A colloquio con l'Ansa nella residenza dell'ambasciatore Daniele Mancini, che ne ha seguito passo passo le sorti fino alla favorevole sentenza della Corte Suprema, Tomaso ed Ely paiono sereni e non particolarmente traumatizzati dalla loro esperienza carceraria. "Gli avvocati ci dicevano di non preoccuparci - esordisce Tomaso - che l'impianto accusatorio non era solido.

E dopo la condanna in primo grado ci continuavano ad assicurare che l'Alta Corte avrebbe fatto giustizia e saremmo stati assolti. E ci siamo invece trovati a scontare tutti questi anni, con la macchia di un terribile reato che noi non avevamo commesso".

"È stata certamente una esperienza dura - dicono quasi simultaneamente - ma fortunatamente non così tremenda come si legge spesso nei resoconti di chi ha sperimentato le prigioni di questo Paese". "Il fatto di essere bianchi - aggiunge lui - alla fine ci ha aiutato. Siamo stati trattati con rispetto e non abbiamo mai subito violenze".

Tomaso e Ely ammettono di essere stati "troppo semplici nel progettare il viaggio. Un amico ci aveva invitato nel suo ristorante di Goa e siamo partiti. Non sapevamo nulla dell'India, nè di Varanasi. E non immaginavamo che la scelta di due uomini e una donna di affittare insieme una stanza potesse essere una pericolosa arma contro di noi. Di questo ci pentiamo".

Elisabetta, di temperamento più riservato, racconta che "comunque nel reparto femminile non è stata facile. Non c'era quasi comunicazione con le altre donne. Non si sapeva di cosa parlare. E poi, mi sento di dirlo, c'era ipocrisia nel modo di rivolgersi a me. Amavano tanto sparlare dietro le mie spalle".

"Per quanto potevamo - prosegue Bruno - ci tenevamo informati. Leggevamo libri ed i giornali, un po' datati, che ci spediva mia madre (Marina Maurizio). Ed abbiamo finite per imparare anche l'hindi". "E lui è molto bravo a parlarlo", interrompe Ely. Ma Tomaso replica subito: "Forse sì, ma a leggerlo e scriverlo lei è sicuramente migliore!".

"Cancellerete l'India dalla vostra vita?", chiediamo. "Per ora - rispondono - siamo più concentrati a guardarci davanti. A quello che troveremo in Italia. Alle nostre famiglie e agli amici che si sono battuti come leoni per sostenerci. Ma in India torneremo, se ci lasciano tornare. E la prima tappa sarà certo Varanasi, dove abbiamo lasciato molti amici. È da là - concludono - che vorremmo ricominciare per sanare definitivamente questa nostra ferita".

 
Brasile: rivolta in carcere contro il divieto di ricevere cibo dalle famiglie, 1 morto e 4 feriti PDF Stampa
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Ansa, 1 febbraio 2015

 

La polizia brasiliana è intervenuta oggi in un carcere di Recife dove i detenuti si erano ribellati prendendo in ostaggio alcune guardie per protestare contro il divieto di portare cibo ai prigionieri imposto dalla direzione ai loro congiunti in visita. Il bilancio dell'operazione è di un detenuto morto e altri quattro feriti.

La vittima si chiamava David Bezerra dos Santos ed aveva 20 anni. Il governatore dello stato di Pernambuco, Paulo Camara, ha dichiarato nei giorni scorsi lo stato di emergenza nelle carceri dello Stato a causa del sovraffollamento e delle pessime condizioni delle strutture.

La scorsa settimana, nel penitenziario di Curado, il più grande del Pernambuco, è scoppiata una rivolta domata dalla polizia solo dopo tre giorni. In quella occasione, si registrarono tre morti e decine di feriti. Il carcere di Curado ha una capienza di 1.800 detenuti ma ne ospita attualmente 7.000.

 
Norvegia: in arrivo legge per carcere ai mendicanti, organizzazioni umanitarie insorgono PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 1 febbraio 2015

 

Vietato fare i mendicanti, pena la carcerazione. La Norvegia ha perso la sua innocenza riguardante i diritti umani. Dopo la strage di Utoya il paese nord europeo scopre la sua anima nera e ha cambiato radicalmente volto da quando alle elezioni del 2013 ha stravinto un partito conservatore. La piccola ma ricchissima monarchia costituzionale ha consegnato il Paese a un governo che vede l'attiva partecipazione di quello che in passato fu proprio il partito dell'estremista stragista di destra Anders Breivik, il Partito del Progresso, populista e anti immigrazione.

Tra le iniziative che fanno discutere, una è la legge che sarà varata tra pochi mesi: la mendicità sarà punita con la galera. La riforma legale, proposta dai conservatori e dalla destra xenofoba, sta per essere, quindi, ultimata. La proibizione - abolita nel 2005 dai progressisti che hanno governato per ben otto anni - ha ricevuto consensi anche dai partiti del centro. Multe e carcere sono le misure restrittive con cui il governo intende punire gli indigenti.

È un paese ricco grazie soprattutto al suo petrolio, ma c'è comunque la povertà e il governo conservatore già a partire dal 2013 aveva già fatto una riforma locale conferendo ai municipi l'autonomia rispetto alle soluzioni da adottare per fronteggiare la povertà per le strade. La riforma locale, che prevede la possibilità di multare i mendicanti e di incarcerarli, ha trovato consenso soprattutto nel sud del paese, ma non nella capitale.

Nei municipi aderenti, la polizia utilizza registri appositi in cui segnalare le generalità degli indigenti, La crisi economica ha dato maggiore impulso ai flussi migratori. La Norvegia, infatti, è fra le destinazioni più gettonate dall'Europa più povera. Con una sovrabbondanza di materie prime, come il petrolio, il gas e l'energia idroelettrica, e una scarsità di manodopera, il paese si caratterizza per ima densità di popolazione fra le più basse del continente e per un tasso di disoccupazione non di certo preoccupante,

Secondo una statistica della polizia locale, dei duecento indigenti che, ogni giorno, chiedono l'elemosina ad Oslo, solo sette sono norvegesi, il resto proviene dall'est. I promotori della riforma legale sostengono che, negli ultimi anni, gli indigenti siano più aggressivi, Questo, a giudizio dei richiedenti, comporta un aumento della criminalità.

Oslo, con una popolazione sette volte minore rispetto a quella di Berlino, sarebbe vittima dello stesso numero di scippi. Inoltre, i sostenitori adducono come ragione fondante la correlazione fra l'elemosinare e il traffico di esseri umani. "È importante tenere conto del contesto. Non è che non sopportiamo di vedere le persone bisognose, questa soluzione si adotta a causa del vincolo fra gli indigenti e la criminalità organizzata", ha dichiarato, qualche mese fa in occasione della riforma locale, la prima ministra Erna Solberg. Il paradosso vuole che la stessa Norvegia che vuole "risolvere" la povertà con la repressione, nello stesso tempo stanzia più fondi da destinare al sociale e ai rom, ma direttamente in Romania.

Nel frattempo questa proposta di riforma legale ha generato ampie critiche dalle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti umanitari. Fra queste, quella di Sunniva Orstavik, rappresentante della Equality and Anti-Discrimination Ombud che teme la discriminazione del popolo rom. Anche la Commissione nazionale per i diritti umani denuncia i possibili effetti discriminatori e la violazione della libertà di espressione. "La proposta è molto delicata. Ho detto apertamente alle autorità, che spero non continuino con questa iniziativa. Sembra allettante usare metodi penali per trattare un problema sociale. La mendicità è una questione di povertà", fa sapere alla stampa norvegese il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks. Eppure parliamo della stessa Norvegia che non contempla l'ergastolo, che dopo la strage di Utoya, non ha scelto la vendetta, nemmeno quella "delia sicurezza". Non ha aumentato i controlli, la sorveglianza. Non ha assecondato la paura delle persone. Il ministro degli Interni di allora, un laburista, aveva dichiarato che avrebbero riposto con più umanità. Ma, con la forte virata a destra, anche questo Paese ha perso la sua componente umana e non securitaria.

 
Sudafrica: la lezione di Mandela... liberato l'aguzzino dell'Apartheid Eugene de Kock PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 1 febbraio 2015

 

In Sudafrica continua il processo di riconciliazione nazionale. Il ministro sudafricano della giustizia, Masutha, ha concesso la libertà condizionata dopo 20 anni di carcere a Eugene de Kock, ex capo di un corpo di polizia segreto durante gli anni dell'Apartheid.

Era stato condannato ad una pena di reclusione di oltre 200 anni per i crimini commessi in qualità di capo di una speciale unità della polizia incaricata di reprimere il dissenso contro il regime segregazionista. De Kock, 66 anni compiuti da qualche giorno, tra gli anni 1980-90 è stato a capo dell'unità C1, un'unità segreta della polizia sudafricana responsabile di rapimenti, torture e omicidi di attivisti anti-apartheid. Un vero e proprio squadrone della morte.

Il compito principale di de Kock, quando era colonnello della polizia, era di mettere a tacere i leader del movimento anti-apartheid, in particolare quelli del Congresso nazionale africano (Anc). Ed ora, gli stessi dell'Anc lo hanno scarcerato.

Nel 1996 è stato riconosciuto colpevole di 89 capi d'accusa e condannato a due ergastoli e ulteriori 212 anni di carcere. Successivamente il killer dell'apartheid mostrò segni di pentimento incontrando da dietro le sbarre alcuni dei parenti delle sue vittime e collaborando alle indagini. Arrivò anche ad accusare alcuni membri del regime dell'apartheid, tra cui Frederik W. De Klerk, ultimo presidente bianco, insignito insieme a Nelson Mandela del Premio Nobel per la pace nel 1993, di aver autorizzato le attività dell'unità C1. Nonostante tutto questo de Kock ha ottenuto la libertà vigilata, "nell'interesse della riconciliazione nazionale", ha spiegato il ministro della Giustizia Michael Masutha, che ha tenuto a precisare che sarebbero stati resi noti il luogo e i tempi del rilascio dell'ex ufficiale di polizia.

La riconciliazione in Sudafrica è stato un processo storico, e soprattutto una lezione sui diritti umani per l'intera umanità. In un processo il colpevole tende a proteggersi, a negare. Il Sudafrica non ha voluto questo, il Sudafrica ha deciso di perdonare, di concedere un'amnistia a chi dice il vero, si assume le proprie colpe e racconta a tutti ciò che ha fatto. A stabilire se ciò che è stato raccontato corrisponde a verità, sono state le stesse vittime se sopravvissute o le loro famiglie. L'amnistia è concessa solo se il reato è compiuto tra marzo 1960, quando l'Anc inizia la lotta annata come risposta alla strage di Sharpeville, e il 10 maggio del 1994, quando Mandela è eletto presidente. L'amnistia è concessa solo se il reato ha motivazioni politiche, non per motivazione personale o per crimini comuni. Il colpevole può avere l'amnistia solo con una confessione piena e totale e con la massima accuratezza deve raccontare di ogni persona uccisa e di ogni crudeltà effettuata: ovvero il pentimento.

Le vittime hanno così potuto recuperare la loro dignità, hanno potuto finalmente parlare pubblicamente delle loro sofferenze, gli uomini di colore non hanno così più avuto paura di essere perseguitati e uccisi. Possono parlare padri e madri, fratelli e sorelle. Sono racconti drammatici, storie di vero orrore e tanta sofferenza; storie di persone uccise durante i conflitti politici, persone sottoposte a torture e a gravi maltrattamenti. La vera rivoluzione di Mandela è stata quella di aver fatto giustizia attraverso la riconciliazione e non la galera.

Andare di fronte alla Commissione post apartheid per confessare azioni commesse e sofferenze subite è stato il modo per riaccendere le relazioni con la comunità di cui si è parte. Quel ristabilire relazioni si fa giustizia concreta, non ha bisogno di pene e indica la determinazione nel tornare a camminare insieme. Oggi il cammino si è concluso con la liberazione di uno dei più efferati mulinali dell'apartheid. Da noi inconcepibile visto che preferiamo sbattere dentro le persone e, magari, buttare per sempre la chiave.

 
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