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Giustizia: a Bollate giornata di presentazione degli Stati generali del carcere PDF Stampa
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Luca Fazio

 

Il Manifesto, 19 maggio 2015

 

Giustizia. Alla presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, giornata di presentazione degli Stati generali dell'esecuzione penale, un percorso semestrale di riflessione e approfondimento sulle tematiche legate al carcere per arrivare in autunno all'elaborazione di un progetto di riforma

I problemi e i limiti del sistema penitenziario italiano sono noti. Soprattutto agli addetti ai lavori, che spesso però si ritrovano soli ogniqualvolta cercano di dare voce a coloro che vivono il carcere da dentro. Si fanno convegni, si redigono rapporti. Non basta più. Non è facile restituire ai cittadini l'immagine di una situazione che è sempre più drammatica, nonostante un lieve calo della popolazione carceraria (i detenuti in Italia sono circa 53.982 mentre i posti letto sono 49.943, quindi ci sono 108 persone ogni 100 posti letto).

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Giustizia: sulle carceri due piccoli passi nella giusta direzione PDF Stampa
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di Luigi Manconi e Stefano Anastasia

 

Il Manifesto, 19 maggio 2015

 

Stati generali dell'esecuzione penale a Bollate. Bimbi detenuti con le madri e reclusi per l'illegittima Fini-Giovanardi, si può risolvere a leggi invariate.

Qualsiasi cosa voglia dire questo recupero del vocabolario della Francia rivoluzionaria, sembra impegnativo il proposito del ministro Andrea Orlando di mettere in cantiere gli "Stati generali dell'esecuzione penale". Un progetto che debutta oggi nel carcere milanese di Bollate (forse, ahinoi, l'unico istituto "riformato" dell'intero territorio nazionale).

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Giustizia: lo scandalo dei bambini in cella, una delle più grandi vergogne italiane PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Garantista, 19 maggio 2015

 

Basterebbe poco per trasformare le nostre carceri da un labirinto pieno di angoli bui a un sistema rispettoso della dignità. Un esempio, tra i più chiari e più urgenti da risolvere, è ad esempio la condizione dei minori, anzi dei neonati detenuti. "Ce ne sono almeno una quarantina", segnala Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama. Proprio il senatore si è fatto promotore di un intenso "pressing" nei confronti del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, con un obiettivo: fare in modo che ai bimbi con meno di 3 anni non capiti mai, e mai più, di trascorrere i primi mesi di vita dentro una cella.

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Giustizia: Iori (Pd); arrivano i docenti ruolo in carcere, potenziata offerta educativa PDF Stampa
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9Colonne, 19 maggio 2015

 

"Il disegno di legge per la riforma della scuola contiene un'importante novità sul fronte dell'insegnamento destinato ai detenuti nelle carceri: arriveranno, infatti, per la prima volta, docenti di ruolo per la scuola primaria in possesso di un titolo specifico di specializzazione". Lo dichiara, in una nota, la deputata del Pd, membro della commissione Giustizia e responsabile nazionale del Pd per l'infanzia e l'adolescenza, Vanna Iori.

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Giustizia: media e processi, servono nuove regole PDF Stampa
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di Francesco Cerisano

 

Italia Oggi, 19 maggio 2015

 

Dalla competenza territoriale (che deve essere certa in modo che il giudice competente a decidere di un processo sia chiaro e indiscutibile da subito) ai tempi di prescrizione passando per il sempre discusso rapporto tra giustizia e informazione. Per il codice di procedura penale sembra essere arrivato il momento del restyling.

Una revisione che dovrà rafforzare l'impianto del codice di rito colmandone alcuni profili di fragilità forieri di lungaggini processuali, gogne mediatiche e incertezze per l'attesa di giustizia reclamata dall'opinione pubblica. Perché se è vero che i tempi dei processi non possono essere gli stessi dei media, né tantomeno quelli attesi dalle imprese, è altrettanto innegabile che "vada fatto di tutto perché questi tempi non siano eccessivamente divergenti tra loro".

L'esigenza di rimettere mano al codice è stata riconosciuta da più parti. Dal presidente della Corte d'appello di Milano Giovanni Canzio, al capo della procura meneghina, Edmondo Bruti Liberati, fino al padre del codice del 1989, il professore Ennio Amodio. L'occasione è stata il convegno organizzato dal circolo della stampa di Milano che ha riunito attorno allo stesso tavolo autorevoli esponenti del mondo della comunicazione (su tutti Rosanna D'Antona presidente di Havas Pr Milan e Antonio Calabrò, consigliere di Assolombarda per la legalità e la responsabilità sociale d'impresa) e operatori del diritto per rispondere a interrogativi sempre d'attualità: come conciliare la "spettacolarizzazione" di inchieste e processi con il diritto alla difesa e alla presunzione di innocenza? E come tutelare la reputazione di imprese e aziende, spesso condannate mediaticamente e poi assolte nelle aule giudiziarie?

Apparentemente si tratta di interessi inconciliabili perché è inevitabile che l'attenzione dei media sia più alta nella fase investigativa (quando la competizione tra testate alimenta il rincorrersi delle anticipazioni) e meno nella fase processuale.

Ma qualche punto di incontro si può trovare. Come? Per esempio realizzando nelle procure strutture destinate alla comunicazione e ai rapporti con i media.

Oggi tutto è accentrato nella mani del procuratore capo, ma all'estero, per esempio in Francia, non è così e vi sono magistrati che a tempo pieno svolgono il ruolo di intermediazione con la stampa. In Italia, invece, iniziative di questo genere hanno avuto un'accoglienza tiepida. "Il Csm e la Scuola di magistratura hanno organizzato corsi di comunicazione per le toghe, ma la cosa è stata vista male da qualcuno", ha sottolineato Bruti Liberati, secondo cui invece una struttura comunicativa ad hoc nelle procure consentirebbe di rispondere alle esigenze informative della stampa, realizzando una pax tra testate concorrenti che dunque non avrebbero più interesse a farsi la guerra a colpi di scoop. E i giudici inquirenti dal canto loro "smetterebbero di consolidare rapporti privilegiati con i giornalisti".

Sulla necessità di intervenire per regolamentare le relazioni tra pm e stampa ha concordato anche Giovanni Canzio che ha puntato l'indice sulla spettacolarizzazione delle inchieste da parte di certi magistrati "spesso interessati alla costruzione di una propria immagine mediatica spesso propedeutica a una discesa in campo politica". "Dal punto di vista mediatico quello che interessa è la costruzione dell'ipotesi investigativa, mentre invece al centro dovrebbe esserci l'accertamento delle responsabilità all'interno del processo di cognizione". È quella "delocalizzazione", come la chiama il professor Amodio, che porta a realizzare una "presunzione di colpevolezza" in grado di travolgere la vita personale e professionale dell'indagato, ma ancor più grave quando ci sono in gioco gli interessi delle imprese, spesso costrette "ad allontanare talenti o a rivedere il rapporto con la clientela".

"Per riequilibrare i pesi tra giustizia e informazione", ha osservato D'Antona, "è più che mai indispensabile una gestione strategica dei processi di comunicazione nel corso di una controversia legale". Gli anglosassoni, che hanno coniato questa particolare tipologia di pubbliche relazioni con l'obiettivo di sostenere le tesi difensive e la salvaguardia della reputazione della parte, la chiamano "litigation pr".

Ma per attenuare gli effetti deleteri sulle imprese c'è bisogno, come auspicato da Antonio Calabrò, di una giustizia "efficiente ed efficace" in grado di ridurre il più possibile il "pregiudizio mediatico" che mina la reputazione delle imprese coinvolte in inchieste giudiziarie. Accorciare ulteriormente i tempi di prescrizione? Per il presidente della Corte d'appello di Milano, non serve. "Non è attraverso il taglio della prescrizione che si risponde alle richieste dei cittadini e delle imprese di avere un giudizio rapido, quanto piuttosto attraverso l'efficientamento della macchina processuale", ha osservato Canzio che ha espresso apprezzamento per la riforma, approvata a marzo dalla camera e ora in discussione al senato, che sospende la prescrizione per due anni dal deposito della sentenza di condanna di primo grado sino alla sentenza d'appello e per un anno dal deposito della sentenza di secondo grado sino alla pronuncia della sentenza definitiva.

 
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