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Giustizia: strage di Napoli; il degrado non c'entra, non sappiamo più riconoscere la follia PDF Stampa
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di Conchita Sannino

 

La Repubblica, 17 maggio 2015

 

Il giallista Maurizio De Giovanni sul caso dell'uomo che dal proprio balcone a Napoli ha sparato all'impazzata uccidendo 4 persone: "Ora non venitemi a dire che questo massacro esplode per una lite sui panni da stendere".

Le ossessioni invisibili che deragliano in tragedia, le nascoste nevrosi che sfociano nel sangue, lo appassionano da sempre. Maurizio De Giovanni, il giallista di culto, l'ex impiegato di banca diventato caso letterario, l'autore che ha dato vita al malinconico Ricciardi, commissario anni Trenta che "vede i morti", o all'inquieto e contemporaneo ispettore Lojacono, stavolta però parla "da cittadino".

 

De Giovanni, se un infermiere incensurato si trasforma in un cecchino che spara dal balcone, non c'è altro colpevole?

"Non è vero, siamo tutti colpevoli. Una follia del genere non esplode senza segni. È impossibile che non ci sia stata mai una manifestazione di malessere. Dobbiamo dirci che non esiste più quello che chiamavamo "controllo sociale". Chi è in grado, chi ha voglia, dal vicino di casa al familiare, di penetrare il grado di prostrazione in cui scivola una persona? Siamo attaccati alle tastiere, collegati col mondo ma, più di ieri, non sappiamo l'altro cosa abbia dentro. Frettolosi: perché in fondo scoprire quel pensiero costerebbe fatica, o disagio. Allora meglio parlare tanto, in 140 caratteri o con le faccine, e non aprirsi mai. Tutti presi da cose prevalentemente inutili da "taggare", "postare". Questa è la prima sensazione. Poi c'è un'altra riflessione da fare".

 

Si riferisce alle armi detenute legalmente?

"Sì, questo fa spavento. Noi non siamo in America, dove il modello delle armi per tutti è legato alle lobby di chi le vende. Io penso che non può bastare neanche una fedina penale pulita e una documentazione impeccabile a concedere la possibilità di avere un'arma. Dovrebbe accadere in casi molto rari, e su robuste motivazioni. Perché quel possesso implica l'elevata possibilità che il fucile a pompa o la pistola vengano usati, anche in un eccesso di legittima difesa. E soprattutto: chi è autorizzato dovrebbe essere sottoposto a controlli rigorosi, ma affidati a strutture sanitarie, ad esperti psichiatri. Si fa, questo? O la norma prescrive solo un burocratico rinnovo?".

 

De Giovanni, forse suona insolito, stavolta Napoli è uno sfondo come tanti?

"Di più, voglio essere drastico. Nessuno osi collegare questa strage allo stereotipo del degrado. Penso al carabiniere che nel cosentino uccise la moglie e si suicidò, alla madre albanese che a Lecco ammazzò i suoi tre figli. Napoli conta purtroppo, tra le sue anime, anche una strutturata dimensione criminale, ma qui non c'entra: qui assistiamo a una follia individuale, che esplode dentro quel deserto a cui somigliano sempre di più condomìni, metropoli. Con i disagi stipati sotto, nel fondo delle nostre vite iper-connesse".

 
Giustizia: strage di Napoli, gli armieri e i collezionisti "sparano" contro il governo PDF Stampa
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Di Maurizio Gallo

 

Il Tempo, 17 maggio 2015

 

Dopo la tragedia di Napoli è polemica sulle restrizioni al porto di pistola. Insorgono esperti e addetti di un settore che fattura mezzo punto di Pil. "Ho fatto una cazzata...". Queste le parole di Giulio Murolo subito dopo l'arresto. L'infermiere di 45 anni autore della strage di Napoli non aveva solo armi legali, detenute probabilmente grazie a una licenza di caccia, ma anche un Kalashnikov "clandestino" (con i numeri di matricola abrasi) sotto al letto.

La sparatoria ha sollevato il solito nuvolone di polemiche sul possesso di armi da fuoco. "L'accesso alle armi è troppo facile. Bisogna rendere molto più difficile il percorso per arrivare a possederle, servono valutazioni ben più approfondite - osserva lo psichiatra Claudio Mencacci. La logica deve essere quella di concedere armi a pochissime persone, perché anche il possesso per uso sportivo rischia di diventare pericoloso".

Di diverso avviso il responsabile del Viminale: "Il nostro è un Paese che non ha un particolare favore normativo" per le armi - dichiara Angelino Alfano - "si tratta di un tema sul quale riflettere bene per prendere decisioni che non siano dettate dall'emotività". Il timore degli addetti, invece, è che queste tragedie portino a una stretta "ideologica" sulla concessione di permessi, già resa più difficile dalla recente modifica della normativa esistente.

È un settore che conta 94.000 addetti, 2.200 aziende e fattura mezzo punto di Pil all'anno. La sua produzione stimata vale circa 800 milioni di euro e l'Italia è la prima al mondo per esportazioni, con il 90% della "merce" che va all'estero e copre il 70% dell'offerta comunitaria. Ma quello delle armi da fuoco è un tema spesso strumentalizzato in occasione di episodi di "nera", come quello di venerdì a Napoli, o di timori per la sicurezza collettiva, come quello di attentati terroristici. Una paura diventata psicosi con la nascita dell'Isis e l'entrata in scena dei cosiddetti foreign fighters. Ed è proprio con il decreto antiterrorismo, modificato recentemente ed entrato in vigore il 21 aprile, che il governo ha introdotto limitazioni per i possessori di pistole e fucili. Limiti considerati "assurdi e insensati" da armieri e appassionati, che hanno creato un comitato e raccolto migliaia di firme per evitare un sicuro danno economico, oltre a disagi e spese extra per i cittadini.

 

La nuova legge

 

Ma vediamo che dice la nuova legge. Due articoli disciplinano l'acquisto e la detenzione di armi da fuoco e caricatori. Uno colpisce indiscriminatamente le armi "soggette ad autorizzazione" secondo la Direttiva europea e identificate con la sigla "B7", cioè simili a quelle militari, come il Kalashnikov. Anche se, ovviamente, hanno solo l'aspetto di un vero Ak47, ma non sparano a raffica, non lanciano granate e sono utilizzate per il tiro a bersaglio nei poligoni e a caccia. Entro il 4 novembre, poi, vanno denunciati (con spese per carte da bollo per gli utenti, e lavoro aggiuntivo per polizia e carabinieri) i caricatori di pistola che contengono più di 15 cartucce e quelli per fucile con più di 5. Qual è il senso? Quale lo scopo? Non si capisce. Di certo, ha poco a che fare con il terrorismo.

"Sono norme che complicano una legislazione già poco chiara e frammentaria e mettono in ginocchio l'intero settore perché quel tipo di armi è quello più usato dai tiratori - osserva Andrea Gallinari, collezionista e uno dei coordinatori del "Comitato Direttiva 477". È un attacco ideologico che non cambia niente dal punto di vista della sicurezza, anche perché i reati con armi legali sono il 6,5% di tutti quelli commessi con un'arma, mentre pistole, fucili e mitra illegali sono tantissimi. Sul mercato clandestino un Ak47 con due caricatori costa appena 150 euro. Infine il decreto contrasta con la Direttiva Ue 477, che non ritiene i caricatori parte dell'arma".

 

"Norme inutili"

 

Per Massimiliano Burri, perito balistico, consulente del Tribunale di Roma e titolare di "Maxarmi" a San Giovanni, è una legge "inutile, fatta da gente incompetente". Un altro esempio? "Allo scopo di tracciare gli acquisti della polvere da sparo, con cui gli appassionati ricaricano le cartucce, dobbiamo comunicare il codice dell'etichetta al commissariato - spiega Burri - Ma le pare che il miliziano dell'Isis va a comprare gli esplosivi in armeria?

Queste norme non servono a prevenire né attentati, né omicidi. A parte il fatto che in Italia di armi non ce ne sono 11 ogni 100 persone, contro le 45 in Finlandia, le 31 in Francia e le 30 in Germania". Ma l'infermiere di Napoli aveva un porto d'armi o comunque la licenza di caccia. "Aveva anche un Ak45 con i numeri di matricola abrasi - sottolinea Burri - Il concetto, comunque, è che a sparare non è l'arma, ma l'uomo che c'è dietro. Il ghanese Kabobo uccise tre persone con un piccone per strada, allora vietiamo tutti i picconi? L'infermiere, se non fosse stato armato, poteva far esplodere una bombola e far saltare il palazzo. Allora daremmo la colpa alle bombole del gas? L'arma è una potenzialità in più, non la causa di queste tragedie. Il problema sono i controlli e noi siamo i primi a chiedere che vengano intensificati".

Secondo Angelo, titolare dell'armeria "Shooter" a Montesacro e anche lui membro del Comitato, "che ha già raccolto migliaia di firme", quello delle armi "fotocopia" di quelle militari è il settore che tira di più: "Rappresenta quasi l'80% del giro d'affari - precisa - e già abbiamo previsto il 40% del fatturato in meno con le nuove regole. Tutti sanno che i detentori legali di armi sono i primi a rispettare la legge e se ti beccano ubriaco alla guida, oltre alla patente, ti tolgono subito anche l'arma. Ci vuole molto a capire che non è una pistola che fa il killer?".

 

Tiro a volo

 

Mentre negli anni sono diminuite le licenze per uso caccia e difesa personale, sono cresciute quelle per "tiro a volo", licenze sportive per sparare nei poligoni, sottoposte allo stesso genere di controlli di polizia: nel 2002 erano 127.187, salite a 352.149 nel 2011, a 373.693 nel 2012, a 397.751 l'anno seguente e a 397.384 nel 2014. E su queste incombe un'altra "minaccia", non contenuta però nel decreto. Dopo la strage di Milano, si è fatta insistente la voce di nuove limitazioni anche in questo campo.

L'idea è di affidare la detenzione delle armi da tiro ai poligoni. Una follia, visto che nel 2008 (dati Istat) in Italia c'erano circa 10 milioni di "pezzi" e 4 milioni di famiglie erano armate. "È una cosa irrealizzabile - afferma Burri - Dove metti tutta quella roba? Come la custodisci? Come ti organizzi per il carico e scarico?". "Il deposito coatto nei poligoni non risolverebbe nulla - spiega Gallinari - E poi che c'entra la strage di Milano? Lì sono mancati i controlli. La verità è che il Viminale è in enorme ritardo con l'informatizzazione delle denunce e l'archivio armi. Hanno ancora i faldoni legati con lo spago...".

 
Savona: Sappe; carcere di Sant'Agostino "poco sicuro", protesta degli agenti penitenziari PDF Stampa
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La Stampa, 17 maggio 2015

 

Un carcere poco sicuro con agenti-donna della penitenziaria impiegate nel servizio di ronda tra le celle, e i colleghi maschi invece piazzati in portineria. Con i telefonini cellulari del personale civile dell'amministrazione che vengono autorizzati ad essere portati all'interno della struttura. E inoltre l'eliminazione, "negli ultimi tempi" del personale addetto alla vigilanza del "passeggio" e dei colloqui dei detenuti. Oltre alla carenza cronica di personale e all'assegnazione di mansioni e incarichi tra il personale "che per motivi di privacy e sicurezza non potrebbero accedere ad una determinata documentazione".

"Sono mancanze molto gravi che mettono a repentaglio la sicurezza di tutto l'istituto a partire dal personale di polizia penitenziaria fino a riguardare i visitatori esterni" è quanto segnala il Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria.

"La situazione va sempre più degenerando". È lo scenario che ha delineato Vincenzo Coletto, segretario provinciale del Sappe in una lettera dello scorso 11 maggio al direttore del carcere Sant'Agostino di piazza Monticello, Paola Penco, in cui viene contestata l'organizzazione interna. Non solo della vigilanza. "Cambi turni improvvisi e spesso inconcepibili", dicono i sindacati. Un clima di tensione è quello che si respira all'interno del Sant'Agostino, dove ieri la direttrice Penco raggiunta al telefono non ha voluto commentare per via della sua assenza da Savona per motivi familiari. Anche il comandante della polizia penitenziaria in piazza Monti-cello, Andrea Tonellotto, che con la Penco è in servizio anche a Chiavari, ieri non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito. Intanto il personale ieri ha sollevato anche il caso della difficile gestione di detenuti in isolamento con sospetta tbc.

 
Treviso: attività in carcere per 120 studenti, scambio di esperienze con i giovani dell'Ipm PDF Stampa
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La Tribuna di Treviso, 17 maggio 2015

 

Incontrarsi in carcere per andare oltre le sbarre dei pregiudizi. È la parola d'ordine che ha aperto le porte dell'istituto penale per minori della Casa circondariale di Santa Bona a ben 120 studenti trevigiani, arrivati negli ultimi sei mesi per stringere la mano e trascorrere un po' di tempo insieme ai giovani reclusi. È l'anima del progetto "Voci di fuori, voci di dentro" nato 13 anni fa dalla collaborazione tra l'associazione Volontarinsieme, l'Ufficio scolastico provinciale e il carcere minorile di Treviso.

Quest'anno hanno accolto l'invito sei classi quarte degli istituti Riccati, Mazzini, Pio X e Mazzotti e dell'Isiss Casagrande di Pieve di Soligo. Ieri nell'aula magna del Mazzotti la conclusione dell'esperienza vissuta dagli studenti con una testimonial d'eccezione, la musicista e cantautrice trevigiana Erica Boschiero: "Nel momento in cui si entra in carcere si capisce che ogni giovane recluso ha la sua storia. E la chiave che apre all'incontro è il rispetto", ha confidato la giovane artista che ieri ha incontrato con la chitarra tra le mani pure i giovani del carcere.

L'incontro proposto agli studenti va ben oltre la visita di cortesia. La riflessione approda anche in classe con l'aiuto degli educatori e dei volontari che nel percorso accompagnano gli studenti. Ecco che di carcere si può cominciare a parlare a cuore aperto, senza dover puntare per forza il dito.

"All'inizio ero un po' scettica", racconta Benedetta, studentessa del liceo delle scienze umane dell'istituto paritario Mazzini. "Mi chiedevo: come mi devo comportare? Poi sono stati loro i primi ad accoglierci e a farci sentire a casa".

Ad oggi sono 15 i giovani ristretti nella struttura penitenziaria del minorile alle porte della città. L'unica in tutto il Nordest in grado di accogliere giovani che hanno commesso un reato ancora minorenni: "Ci tendiamo la mano per poterci incontrare", spiega un'altra studentessa, Victoria. "Per loro è un momento di svago trascorso fuori delle loro celle. Siamo noi a dover entrare in punta di piedi dentro le loro giornate. E questo lo considero un privilegio. Il tempo poi vola e non sento il bisogno di guardare l'orologio". All'interno del carcere minorile ha trovato casa da qualche anno pure un laboratorio di teatro e la pubblicazione di un giornalino titolato: "Innocenti Evasioni". Sono una decina gli studenti trevigiani volontari pronti a dar man forte ogni settimana all'impegno preso dai ragazzi detenuti.

 
Roma: il 20 maggio presentazione del nuovo working paper di 2wel sulla Coop Giotto PDF Stampa
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di Lorenzo Bandera

 

secondowelfare.it, 17 maggio 2015

 

Il 20 maggio a Regina Coeli la presentazione del nuovo working paper di 2wel sulla Giotto di Padova. Frutto di un interesse che nasce Oltreoceano. Perché negli Stati Uniti dovrebbero essere interessati al sistema carcerario italiano? Facciamo alcune ipotesi.

I due sistemi, forse, sono simili per quel che riguarda il numero di detenuti?

Secondo gli ultimi dati del Bureau of Justice Statistics, nel 2013 gli Stati Uniti avevano una popolazione carceraria di 2.227.500 di persone - suddivise tra prigioni locali, statali e federali - ovvero 910 ogni 100.000 residenti. Nello stesso periodo, secondo l'Istat, in Italia risultavano incarcerate 62.536 persone, ovvero 104 ogni 100.000 residenti. Quindi no, da un punto di vista prettamente numerico i due modelli non si somigliano affatto ma, anzi, presentano differenze abissali.

Allora gli Stati Uniti saranno forse interessati alla governance del sistema italiano?

Probabilmente no visto che - nonostante i reclusi nelle carceri italiane siano 35 volte meno di quelli americani e la percentuale di detenuti in rapporto alla popolazione residente sia inferiore di quasi 9 volte - il nostro Paese negli ultimi anni ha incontrato grandi difficoltà nella gestione della propria popolazione carceraria. A più riprese, come molti ricorderanno, il nostro Governo è stato condannato dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo per il sovraffollamento delle proprie strutture - la cui capienza massima è di circa 45mila posti - e per le pessime condizioni in cui scontano la pena coloro i quali vi sono detenuti.

Vorranno capire da cosa derivi la nostra capacità di evitare la recidiva del reato?

Forse il nostro sistema detentivo, nonostante le pecche sopra accennate, è capace di garantire una piena rieducazione (come tra l'altro esplicitamente previsto nell'articolo 27 comma 3 della nostra Costituzione) dei detenuti! Anche in questo caso propendiamo per il no, dato che su questo fronte Stati Uniti e Italia hanno, più o meno, gli stessi problemi. Pur sottolineando che per entrambi i contesti i dati a disposizione sono spesso vecchi e incompleti, le statistiche dei due Paesi sul tasso di recidiva risultano infatti abbastanza simili. Negli Usa il 77% delle persone rilasciate vengono arrestate nuovamente nei 5 anni seguenti (rilevazioni su 30 Stati riferite al periodo 2005-2010). In Italia (dati del Ministero della Giustizia pubblicati nel 2007 in riferimento all'indulto del 2006) la percentuale di ex-detenuti tornati a delinquere è pari al 68% ma, poiché solo il 21% dei reati denunciati si risolve con l'individuazione del colpevole, si stima che il tasso effettivo si attesti tra l'80 e il 90%. Tanto nel caso americano quanto in quello italiano, dunque, almeno 7 ex-detenuti su 10 tornano a delinquere dopo aver scontato la pena.

Le cooperative, best practice del sistema carcerario italiano.

Eppure, a ben guardare, il nostro sistema sul fronte della rieducazione e riabilitazione dei detenuti, anche in un'ottica di abbattimento della recidiva, presenta alcune best practice che non sono assolutamente da sottovalutare. Stiamo parlando di quelle cooperative sociali che, grazie anche alle disposizioni della Legge Smuraglia (legge 193/2000), da diversi anni favoriscono l'attività lavorativa dei detenuti all'interno delle carceri italiane, permettendo loro di intraprendere percorsi di reale riabilitazione in vista di un loro reinserimento nella società. Come già vi avevamo raccontato, queste cooperative - in particolare quelle che insegnano un mestiere all'interno delle mura del carcere - consentono infatti di limitare le difficoltà inerenti la ricerca di un impiego successivamente alla liberazione, garantiscono ai detenuti uno stipendio attraverso cui possono contribuire al sostentamento delle proprie famiglie e, soprattutto, determinano la ri-rinascita, la fioritura e il mantenimento di forme di umanità che il carcere inevitabilmente tende a soffocare.

La Cooperativa Giotto e quell'interesse che viene da Oltreoceano.

Proprio una di queste realtà cooperative ha suscitato l'interesse di un'importante realtà filantropica americana, il Fetzer Institute, che - in collaborazione con il Cesen dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Percorsi di secondo welfare - ha avviato un lavoro di ricerca dedicato alla Cooperativa Giotto di Padova. È così nato il nuovo working paper della collana 2WEL "Lavoro e perdono dietro le sbarre. La cooperativa Giotto nel carcere due palazzi di Padova" curato da Andrea Perrone, Tommaso Bardelli, Pauline Bernard e Rachele Greco. Il lavoro - disponibile sia in italiano che in inglese - analizza la storia più che ventennale della Cooperativa Giotto, le diverse attività svolte all'interno della struttura penitenziaria e le best practice sviluppate nel campo della riabilitazione dei detenuti. Il paper propone inoltre i risultati di una serie di interviste semi-strutturate ad alcuni detenuti attualmente in organico alla Cooperativa, grazie alle quali è stato possibile far emergere alcuni dei tratti che contraddistinguono il "modello Giotto".

 

Appuntamento il 20 maggio a Regina Coeli

 

La presentazione del working paper si svolgerà il prossimo 20 maggio a Roma in un contesto tutt'altro che scontato: il carcere Regina Coeli. L'evento, coordinato dal giornalista Luciano Ghelfi, sarà introdotto da Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dopo la presentazione della ricerca da parte di Andrea Perrone, ordinario di Diritto commerciale all'Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Cesen di Milano, seguiranno tre interventi in cui saranno discussi altrettante esperienze innovative di riabilitazione attuate in Brasile, Germania e Stati Uniti.

Interverranno il magistrato brasiliano Luiz Carlos Rezende E Santos, già membro del Consejo Nacional de Justicia; Jürgen Hillmer dell'Università di Brema e Senator für Justiz und Verfassung; e Thomas J. Dart, sceriffo della Contea di Cook (Chicago). Concluderà i lavori Paola Severino, Prorettore vicario della Luiss ed ex-Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana.

 
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