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Trento: detenuto picchia due agenti, riceve ordinanza di custodia e reagisce con violenza PDF Stampa
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Il Trentino, 9 marzo 2015

 

Violento episodio nel carcere di Spini di Gardolo. Un detenuto tunisino ieri ha ricevuto la notifica di un'ulteriore ordinanza di custodia cautelare e ha reagito con violenza scagliandosi contro due agenti della polizia penitenziaria. Un episodio che preoccupa e dimostra come dietro le sbarre del nuovo carcere la situazione sia peggiorata. Alcuni mesi sempre a Spini si sono registrati due suicidi e la morte di un giovane detenuto.

Adesso arriva anche questa aggressione. Il sindacato degli agenti penitenziari Sappe è preoccupato: "La situazione resta allarmante nelle nostre carceri. Ieri mattina si è registrata un'aggressione ai danni di due agenti di Polizia Penitenziaria, ad opera di un detenuto di nazionalità tunisina, ristretto per vari reati tra i quali spaccio droga, che li ha improvvisamente colpiti con calci, pugni e sberle. Il fatto è successo durante una normale operazione di notifica di alcuni atti per altri episodi violenti commessi dal carcere.

Parliamo di un soggetto che giusto l'altro ieri era uscito da un isolamento proprio per la sua turbolenza e che, improvvisamente, ha aggredito due poliziotti e sputato su un terzo collega. Eventi del genere sono sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il personale di Polizia Penitenziaria. Il Sappe esprime solidarietà al personale coinvolto e augura una veloce ripresa e ritorno in servizio. Queste aggressioni sono intollerabili e inaccettabili. Noi non siamo carne da macello ed anche la nostra pazienza ha un limite".

La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe per voce del segretario generale Donato Capece: "La situazione, a Trento e nelle carceri italiane, resta grave e questo determina difficili, pericolose e stressanti condizioni di lavoro per gli agenti di Polizia Penitenziaria, nonostante vi sia chi non sta in prima linea a contatto con i detenuti ma si affretta sempre a dire che va tutto bene".

Giovanni Vona, segretario nazionale Sappe per il Triveneto, sottolinea le criticità delle carceri italiane e interregionali: "Nei 201 penitenziari del Paese il sovraffollamento resta significativamente alto rispetto ai posti letto reali, quelli davvero disponibili, non quelli che teoricamente si potrebbero rendere disponibili. A Trento, nei dodici mesi del 2014, abbiamo contato il suicidio di 2 detenuti, 6 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 17 episodi di autolesionismo e 6 colluttazioni".

 
Bologna: mercoledì alla Dozza nuova lezione del Corso "Diritti doveri solidarietà" PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 9 marzo 2015

 

Mercoledì 11 marzo 2015 alla Casa circondariale Dozza di Bologna, Domenico Cella, Presidente dell'Istituto De Gasperi e Ignazio De Francesco, della Piccola Famiglia dell'Annunziata, terranno la lezione: "Il lavoro come valore fondante della Costituzione italiana e come strumento di emancipazione sociale. Focus: la posizione della donna lavoratrice, con particolare riferimento alla situazione dei Paesi arabo-islamici".

Si tratta della sedicesima di un ciclo di ventiquattro lezioni dedicate ai detenuti della Casa Circondariale Dozza di Bologna iscritti ai corsi dell'anno scolastico 2014-2015, nell'ambito del Progetto "Diritti, doveri, solidarietà. La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico", realizzato a seguito dell'Accordo quadro tra la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna e il Centro per l'istruzione degli adulti Cpia Metropolitano di Bologna.

 
Ferrara: teatro-carcere; la libertà... un bene prezioso da regalare a chi non l'ha PDF Stampa
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Samuele Govoni

 

La Nuova Ferrara, 9 marzo 2015

 

Il Nucleo oggi vola in Germania per il progetto europeo di teatro in carcere A guidare il gruppo il regista Horacio Czertok coordinatore di "Breaking Limits". Se è vero che solo il teatro ti permette di aprire una porta e trovarti davanti all'infinito, allora è altrettanto vero che il teatro consente a un detenuto di "evadere" dal carcere ogni volta che vuole.

Horacio Czertok, insieme al Teatro Nucleo, da anni lavora alla Casa Circondariale di Ferrara, accompagnando i detenuti in un percorso che non è solo passatempo, è molto di più: è un insieme di culture, approfondimenti, storie, approcci, studi, scoperte e interazioni. Nel 2013 nasce "Breaking Limits", progetto europeo di teatro in carcere in Europa. Il Teatro Nucleo è coordinatore dell'iniziativa e i partner sono l'azienda Asp di Ferrara - Italia, l'Alarm Theater di Bielfeld (Germania), il Teatro del Norte di Oviedo (Spagna), l'Ures Ter di Pecs (Ungheria), l'Università di Liegi (Belgio) e il Ministero della Giustizia della Turchia.

Oggi Czertok e i suoi partono alla volta di Bielfeld. Qui incontrano i loro colleghi, le istituzioni per scambiarsi pareri, opinioni, impressioni e idee riguardanti l'attività teatrale all'interno dei penitenziari.

Noi della "Nuova" compiremo questo viaggio con loro per raccontarvi da vicino questo "insolito" gemellaggio culturale. Prima di partire però abbiamo intervistato proprio Horacio Czertok per scoprire da lui la nascita, lo svolgimento e il futuro di questo percorso.

 

Quando e perché è nata la voglia di portare il teatro all'interno del carcere?

"In trent'anni - dice - ho portato il teatro nelle piazze e nei "luoghi senz'anima" di centinaia di città in tre continenti, constatando ovunque entusiastiche e profonde adesioni che andavano oltre le differenze culturali o etniche. Il carcere è l'opposto all'apertura della piazza, dell'estrema libertà immaginabile e praticabile: una mia naturale predisposizione alla contraddizione mi ha portato a pensare che proprio laddove minima è la libertà, massimo è il desiderio per il bene più importante dell'uomo. Il teatro è la massima espressione della libertà e portarlo dentro il carcere avrebbe arricchito tutti: detenuti e teatro, ma anche chi lavora nella struttura e i cittadini tutti. Dopo dieci anni di teatro nel carcere di Ferrara posso dire che così è stato, e che così è tuttora".

 

Il teatro diventa in un certo senso uno strumento...

"Usiamo il teatro per tante cose: intraprendere un percorso di alfabetizzazione ad esempio o imparare la lingua italiana in modo più dinamico e partecipato. Durante una lettura o un'improvvisazione riemerge la componente ludica e allora l'ostacolo, in questo caso la lingua, non è più una montagna insormontabile ma fa parte del gioco".

 

Ora a cosa state lavorando?

"Alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso - sorride; difficile no? Bene, più alta è la sfida più ampio è il lavoro; noi la pensiamo così. Nell'opera di Tasso ci sono guerra, religione, ma soprattutto poesia. Le ottave Tassiane sono una sfida, è come scalare una vetta di 5mila metri a mani nude: è difficile, ma noi non semplifichiamo le cose. La poesia è complessa e tramite tale complessità si scavano delle vie nell'anima dei "nostri" detenuti".

 

Come si svolge l'attività laboratoriale?

"All'Arginone facciamo quattro ore a settimana, suddivise in due giorni. In media ci sono una ventina di partecipanti ma non abbiamo numeri fissi. La Casa Circondariale di Ferrara ha un turnover molto ampio e quindi fare percorsi a lungo termine con i detenuti è difficile, però lavoriamo con tante persone. Cerchiamo di mettere al centro dell'attività il vissuto e le esperienze di ciascuno di noi. Questo non significa che seguiamo una corrente di "teatro biografico", però a volte, mettere in campo sé stessi può essere utile".

 

Le prospettive future?

"Buone: il coordinamento regionale che abbiamo voluto fondare a Ferrara con il Forum del 2009 e le successive azioni hanno portato dal solo supporto del Comune di Ferrara all'adesione convinta di Regione, Università di Bologna e, soprattutto, Provveditorato all'amministrazione penitenziaria. Le realtà teatrali - chiude - che agiscono nelle carceri in regione crescono ogni anno, sia per volume di attività e sia come qualità di interventi. C'è ancora molto lavoro da fare, ma siamo sempre pronti".

 
Gambia: la moglie del pescatore italiano "mio marito in cella per 2 millimetri di rete" PDF Stampa
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di Fabrizio Caccia

 

Corriere della Sera, 9 marzo 2015

 

Gianna De Simone: "Niente bagni né letti e malnutriti". L'armatore: "Erano in regola. Temiamo per la loro vita". Si muove la diplomazia.

"Ho più paura oggi che nel 1992, quando mio marito, Sandro De Simone, sempre in mare sulle barche da pesca, finì nelle mani dei pirati somali. Rimase sequestrato per un mese, all'epoca, in attesa che dall'Italia la sua compagnia pagasse il riscatto per liberarlo. Ma almeno i pirati somali gli facevano telefonare a casa due volte alla settimana e alla fine nacque quasi una fratellanza tra di loro, mangiavano insieme, a bordo, il pesce pescato. Questa volta, invece, è buio fitto...".

Gianna De Simone, al telefono dal comune abruzzese di Silvi, è angosciatissima. Suo marito, Sandro De Simone, 55 anni, da trenta comandante di pescherecci, dal 2 marzo scorso è recluso insieme al suo direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto, nel temibile penitenziario di "Mile Two", a Banjul, la capitale del Gambia, descritto da "Amnesty International" più come un lager che come una prigione, tra "carenti condizioni igieniche, malattie, sovraffollamento, caldo estremo e malnutrizione". "Ma è una pena troppo crudele il carcere - continua la signora Gianna - rispetto al reato che avrebbero commesso.

La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12 febbraio durante un'ispezione, con le maglie strette 68 millimetri invece di 70, la misura massima consentita. Avete capito bene: per 2 millimetri di differenza, li hanno messi in prigione!". L'ambasciatore italiano in Senegal, Arturo Luzzi, competente anche per il Gambia, ieri ha telefonato alle mogli dei due marittimi per rassicurarle. Oggi stesso il vice ambasciatore, Domenico Fornara, sarà a Banjul. Le autorità locali hanno condannato De Simone e Liberati a un mese di detenzione e l'obiettivo minimo - dice la signora De Simone - sarà quello di ottenere "una riduzione della pena".

Giovedì scorso il console onorario italiano in Gambia, che in realtà è un indiano, Dayal Daryanani, ha fatto visita ai due, poi all'uscita ha raccontato tutto all'armatore della "Italfish" di Martinsicuro, Federico Crescenzi, subito arrivato dall'Italia: "Sandro e Massimo sono rinchiusi in celle separate, due gabbie di quattro metri per tre, senza bagni né letti, ciascuno in compagnia di altri quindici o sedici detenuti comuni".

Condizioni disumane, situazione da incubo. Intanto, il peschereccio del comandante De Simone, l'"Idra Q", 42 metri di lunghezza e 30 tonnellate di pescato tuttora fermo nella stiva refrigerata, è ormeggiato al porto dal 12 febbraio, sorvegliato dalle guardie armate. A bordo è rimasto solo il nostromo, Vincenzino Mora, 60 anni, a cui è stato ritirato il passaporto. "Noi siamo come una famiglia - racconta da Banjul l'armatore -. Lavoriamo insieme da anni e adesso temiamo per la vita di Sandro e Massimo".

L'Italfish fu fondata 40 anni fa dal padre di Federico, Santino Crescenzi, e oggi conta una flotta di 6 navi. "Quest'anno siamo finiti in Gambia - racconta il direttore commerciale, Massimo Sabato - perché l'Ue non ha rinnovato gli accordi bilaterali con Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau e dunque tutti questi Paesi, ben più pescosi del piccolo Gambia, ci sono stati interdetti. Banjul, insomma, era un ripiego".

Cinquanta chilometri di coste sull'Atlantico, quasi davanti a Capo Verde: "Avevamo una regolare licenza trimestrale per pesci e cefalopodi - sospira il direttore commerciale -. Ci sentivamo tranquilli, poi all'improvviso il 12 febbraio è salita a bordo la Marina e si è messa a misurare le reti col righello. Giuro... Noi invano abbiamo spiegato loro che non esistono in commercio reti con maglie da 68 millimetri, quelle per forza dovevano essere maglie da 70 che col sole dei Tropici si sono deformate. Ma non ci hanno voluto ascoltare. O forse semplicemente cercavano un pretesto".

 
Russia: cinque ceceni in cella per il delitto Nemtsov, ma nell'inchiesta molti punti oscuri PDF Stampa
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di Fabrizio Dragosei

 

Corriere della Sera, 9 marzo 2015

 

Uno degli arrestati avrebbe confessato. I molti punti oscuri di un'inchiesta che accusa i caucasici. Due ceceni formalmente accusati di aver ucciso l'ex vicepremier Boris Nemtsov il 27 febbraio; altri tre che rimangono in carcere, mentre un sesto si sarebbe fatto saltare in aria a Grozny per non essere catturato. L'hanno ucciso perché da "ferventi mussulmani" non sopportavano il fatto che il leader dell'opposizione aveva espresso solidarietà ai giornalisti di Charlie Hebdo massacrati a Parigi. Anzi, no.

L'agguato sotto le mura del Cremlino e l'omicidio di un personaggio di spicco della vita politica russa è avvenuto per motivi di denaro, connessi con la rapina, l'estorsione o il banditismo. Questo secondo la lettura degli articoli del codice penale in base ai quali è avvenuta la formale incriminazione degli accusati. Una gran confusione, insomma, mentre non si fa parola sui mandanti, sulle cause di una esecuzione che pare assai difficile poter addossare solamente a un gruppetto di ceceni di basso rango.

Uno dei due uomini incriminati, Zaur Dadayev è stato per dieci anni nelle truppe del ministero dell'Interno ceceno (battaglione Sever, guardia presidenziale) ed è stato anche decorato per coraggio. È stato il presidente della repubblica caucasica Ramzan Kadyrov a confermare l'identità dell'uomo e a raccontare quanto fosse turbato per la vicenda Charlie Hebdo: "Tutti quelli che conoscono Zaur confermano che è un vero credente e che, come tutti i musulmani, era sconvolto dall'attività di Charlie e dai commenti di solidarietà con chi aveva stampato le vignette", ha scritto Kadyrov su Instagram.

Fin dall'inizio, potremmo dire pochi minuti dopo l'omicidio, le autorità avevano avanzato proprio queste ipotesi per spiegare l'accaduto. Una "provocazione" come aveva sostenuto il presidente russo. Un gruppo di estremisti islamici o dei volgari banditi, secondo ipotesi fatte dagli inquirenti sul campo. Adesso pare che tra giudici, politici e responsabili dei servizi di sicurezza non ci si riesca a mettere d'accordo.

E le due ipotesi più banali vengono portate avanti contemporaneamente. Gli accusati sono comparsi davanti ai giudici trascinati in manette (e in malo modo) da agenti mascherati. Dadayev avrebbe confessato, salvo poi non ammettere nulla davanti ai magistrati. Anzor Gubashev è il secondo incriminato, che ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Fra gli altri tre ancora trattenuti in attesa di sviluppi delle indagini, c'è anche il fratello più giovane di Gubashev, un certo Zahid. Il tutto sembra un "pacco" confezionato per dimostrare che gli alti vertici russi non c'entrano nulla, che giudici e poliziotti si sono dati da fare, come chiedevano opposizione e leader internazionali. Gli amici di Nemtsov, naturalmente, ci credono poco e chiedono che venga fatta piena luce.

A molti la vicenda ricorda troppo da vicino quella di Anna Politkovskaya, la giornalista scomoda che venne freddata nel 2006. Anche in quel caso uscì fuori che gli esecutori erano un gruppo di ceceni, tre dei quali fratelli (i Makhmedov). A organizzare i pedinamenti e tutto il resto erano stati altri personaggi di basso livello, tra i quali un ex poliziotto. Sempre tra gli organizzatori spuntò un boss criminale di Grozny, tale Lom-Alì Gaitukayev. Di mandanti nemmeno l'ombra. E perché tutti questi manovali della criminalità organizzata si erano dati tanto da fare per eliminare Anna? Per odio, antipatia, avversione politica. La stessa strada sulla quale sembra avviata la vicenda Nemtsov.

 
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