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Per il reato di omessi versamenti occorre valutare caso per caso PDF Stampa
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di Laura Ambrosi

 

Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2015

 

Corte di cassazione - Sentenza numero 40352 dell'8 ottobre 2015.

L'adeguamento strutturale dell'azienda e il pagamento delle retribuzioni arretrate ai dipendenti, in virtù anche di accordi sindacali, possono costituire valide ragioni per non far scattare la punibilità per il reato di omesso versamento Iva. Spetta poi al giudice di merito la valutazione circa la validità del quadro probatorio offerto ai fini della non punibilità.

Ad affermarlo è la Corte di cassazione, con la sentenza n. 40352 depositata ieri. Il legale rappresentante di una società era imputato del delitto di omesso versamento Iva, essendo il debito dovuto superiore alle soglie penali previste dall'articolo 10 ter del Dlgs 74/2000.

Il contribuente si difendeva evidenziando che l'omesso versamento era stato causato dall'investimento eseguito dall'azienda per degli adeguamenti strutturali nel rispetto delle norme antiinfortunistiche, oltre che per il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti. Il Tribunale condividendo tale tesi, lo assolveva. La Corte di appello, invece, riformando la sentenza di primo grado, riteneva rilevante l'omesso accantonamento delle somme necessarie per il versamento all'Erario, a prescindere dalle spese concretamente sostenute.

Il contribuente ricorreva per Cassazione. I giudici di legittimità hanno innanzitutto rilevato che in tema di omesso versamento Iva, si è da tempo consolidato il principio secondo cui la crisi di liquidità può escludere la colpevolezza, solo se è dimostrato che il contribuente abbia adottato tutte le misure per provvedere all'assolvimento dell'obbligo tributario.

È così tenuto a dimostrare non solo la non imputabilità allo stesso della crisi economica, ma anche che fosse impossibile fronteggiarla adeguatamente, ad esempio reperendo risorse economiche e finanziarie da terzi, o agendo sul proprio patrimonio. Occorre così provare che non è riuscito, nonostante plurimi tentativi, a contrastare l'improvvisa crisi dovuta a cause indipendenti dalla sua volontà.

Nella specie i giudici di appello si erano limitati a rilevare la necessità di operare l'accantonamento delle somme ai fini Iva, trascurando le precise motivazioni indicate dal contribuente. Non a caso, infatti, il giudice di primo grado aveva ritenuto assente il reato poiché l'imprenditore, per fronteggiare una grave crisi aziendale durata alcuni anni, aveva dovuto adeguare gli impianti, per poter continuare l'attività, e aveva pagato gli arretrati ai dipendenti in conseguenza degli accordi sindacali sottoscritti. Alla luce di ciò, il giudice di primo grado aveva ravvisato l'impossibilità di adempiere all'obbligo tributario. La Corte d'appello, invece, si era soffermata solo sull'obbligo di accantonare le somme Iva incassate, senza però chiarirne le ragioni. I giudici di legittimità hanno quindi riscontrato una "vistosa carenza" di motivazione delle decisione di secondo grado, tanto da dichiararne la nullità.

La pronuncia è importante poiché richiama i giudici di merito alla valutazione caso per caso delle ragioni che hanno causato l'omesso versamento. La Cassazione, infatti, da tempo ha confermato che la non punibilità degli omessi versamenti delle imposte compete al giudice di merito, che deve verificare l'assenza di dolo o l'assoluta impossibilità di far fronte all'obbligazione tributaria. Tali questioni vanno affrontate "caso per caso" non potendosi applicare principi generali (Cassazione 40394/2014).

Da evidenziare, infine, la recente interpretazione secondo la quale, nella crisi di impresa, anche l'impegno del patrimonio personale dell'imprenditore con la costituzione di garanzie, deve essere attentamente valutato dal giudice di merito ai fini della sussistenza o meno del dolo del reato di omesso versamento (Cassazione n. 31930/2015).

 
Transfer price senza rilievo penale PDF Stampa
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di Antonio Iorio

 

Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2015

 

Corte di cassazione - Sentenza numero 40272 del 7 ottobre 2015.

Con l'entrata in vigore del nuovo regime penale tributario, dal 22 ottobre, le rettifiche da transfer pricing derivanti dalla ripresa a tassazione di costi sostenuti da imprese italiane per acquisti di beni e servizi resi da società estere, non avranno più rilevanza penale. In virtù, poi, dell'applicazione del favore rei, ribadito due giorni fa dalla Cassazione, la non punibilità scatterà anche per il passato

Secondo l'articolo 110 Tuir, i componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente fanno parte dello stesso gruppo sono valutati in base al valore normale dei beni e dei servizi. In merito all'esatta determinazione di tale valore normale (ex articolo 9 del Tuir) non sempre le conclusioni dell'amministrazione coincidono con quelle dei contribuenti e, quindi, nel corso di controlli ad imprese che hanno sostenuto costi con società controllanti o partecipate ubicate all'estero, non di rado i verificatori rettificano in diminuzione l'importo. Peraltro la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto corrette queste rettifiche anche nel caso di rapporti infragruppo fra imprese ubicate in territorio nazionale.

Al superamento delle soglie di punibilità fissate dall'articolo 4 del Dlgs 74/2000 (delitto di dichiarazione infedele), di norma i verificatori, anche per una questione di cautela, segnalano la circostanza alla competente procura della Repubblica. L'interpretazione delle procure, a questo punto, non sempre è uniforme: secondo alcuni pm è ravvisabile la dichiarazione infedele e quindi necessita il rinvio a giudizio, secondo altri, invece, il fatto non integra il reato ipotizzato. La problematica, in estrema sintesi, riguarda la corretta interpretazione del termine "fittizi" che caratterizza all'interno della condotta illecita, gli elementi passivi dichiarati. Secondo la tesi dell'amministrazione sono tali tutti i costi ripresi a tassazione; per buona parte della dottrina, invece, devono intendersi solo quei costi rappresentanti una situazione fattuale artefatta ed irreale, che non trovano riscontro nella realtà.

Il decreto modifica in più punti il reato di dichiarazione infedele e pare risolvere definitivamente la specifica problematica. Viene infatti precisato che la parola "fittizi", ovunque prevista nella norma, debba essere intesa come "inesistenti", con la conseguenza che nessun costo realmente sostenuto ancorché indeducibile potrà "alimentare" l'imposta evasa ai fini penali. Inoltre, nella quantificazione dell'imposta evasa non si deve tener conto, tra l'altro, della non inerenza dei costi e, più in generale, della non deducibilità di elementi passivi reali.

Ne consegue che dal 22 ottobre le contestazioni sull'indeducibilità di costi in tema di transfer pricing, non vadano più segnalate all'autorità giudiziaria. Ad analoghe conclusioni si deve giungere per i casi di transfer pricing c.d. interno e per le rettifiche di costi sostenuti con imprese collocate in paradisi fiscali allorché l'esistenza della spesa sia provata a prescindere dalla sussistenza di economicità e/o convenienza.

Stante poi l'applicazione del regime del favor rei, confermato anche dalla Cassazione con la sentenza 40272/2015 ancorché riferita all'abuso del diritto, per i procedimenti penali pendenti che riguardano una di queste fattispecie, occorrerà tener conto dell'intervenuta irrilevanza penale delle violazioni contestate.

 
Lettere: il giudice che non legge i giornali e il florilegio di verità giudiziarie PDF Stampa
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di Mario Borghi

 

stranoforte.weebly.com, 9 ottobre 2015

 

Il fatto di partenza è drammatico: nel 2007 un detenuto venne trovato morto nella sua cella del carcere di Sassari. La vittima poco prima di morire aveva scritto una lettera all'allora Signor Procuratore Capo della Repubblica di Sassari - oggi in pensione, che aveva l'ufficio a circa cento metri in linea d'aria da quella cella e da tutti ritenuto una persona dagli altissimi capisaldi morali, purtroppo però quella missiva, pur essendo partita regolarmente, non arrivò mai a destinazione. Ciò comunque non ha preoccupato nessuno di coloro che hanno scoperto il cadavere, ma figuriamoci, sono cose che capitano, a voglia le lettere che si perdono! Un giornalista scrisse un articoletto su questa vicenda e l'allora Procuratore (quello che NON ricevette la lettera) si sentì davvero toccato e replicò in tono duro per difendere la sua reputazione. Ma va ben dettagli, il tutto venne archiviato come suicidio e tanti saluti.

Dopo qualche tempo, una persona, tra la sorpresa - e il disappunto - generale si autoaccusò davanti alla Direzione Distrettuale Antimafia di quella morte, precisando di avere commesso l'omicidio su ordine di un altro detenuto con la complicità di altre persone, tra le quali anche un agente di custodia, che gli avrebbe aperto la porta della cella.

Il Tribunale di Cagliari appioppò al reo confesso quattordici anni di reclusione, mentre le persone citate come complici sono state tutte assolte dalla Corte d'Assise di Sassari (ora, perché questi fatti siano stati giudicati in due diverse sedi, distanti tra di esse oltre 200 km, è difficile da comprendere, sebbene sia del tutto lecito, ma va ben).

Un piccolo inciso, il Signor Procuratore Capo (quello oramai in pensione che NON ricevette la lettera della vittima), ritualmente interrogato, disse: "Escludo in maniera categorica di averla ricevuta, me ne sarei ricordato". Beh, certo, mica l'avrebbe allegata agli atti o al fascicolo personale del detenuto o messa a disposizione degli inquirenti, no, ma cosa, lui l'avrebbe ricordata.

Quindi la vicenda presenta tre belle verità giudiziarie: una che parla di suicidio, una che parla di omicidio confessato (e condannato) e una che sbugiarda il reo confesso, visto che i presunti complici sono stati tutti assolti. Che bellezza, nevvero? Che efficacia sta giustizia! Sembra la trama di un'opera Kafka-pirandelliana.

Prima di continuare, io, misero rappresentante del popolo bue e ignorante, mi chiedo quali cavolo di accertamenti siano stati fatti per decidere che quel poveretto si era suicidato, visto che da un'altra parte è emerso che invece è stato assassinato. E non ci troviamo in un salotto di gente annoiata o in una piazza, ma in un carcere, ossia in un posto supersorvegliato da professionisti dove - se non ho capito male - si dovrebbe cercare di rieducare i condannati. Ma non è finita. Poi arriva l'ex presidente del Tribunale di Sassari, ora in pensione, a far chiarezza. Intervistato, dichiara, con estrema convinzione, che le tre decisioni non sono assolutamente in disaccordo, ma che bisogna solo aspettare i tre gradi di giudizio.

Ecco, bene, non c'è disaccordo. Tenendo presente che due di queste tre verità sono orami giunte al capolinea (ossia quella del suicidio e quella dei 14 anni al reo confesso), mi chiedo: se il reo confesso è stato condannato e i suoi complici, compresa la guardia che gli avrebbe aperto la porta della cella, sono stati assolti, come ha fatto l'assassino (oramai quel reo confesso è l'assassino a tutti gli effetti) a entrare nella cella della povera vittima? È passato attraverso i muri? Come ha fatto ad arrivarci? Ha volato invisibile tra le grate della rotonda di San Sebastiano? Ma, ancora, se il giudice in pensione dà ragione ai giudici di Cagliari (la cui decisione è oramai definitiva) cosa ne pensa dei suoi colleghi di Sassari che invece certificarono un suicidio? Nulla, su quello non si esprime, no perché sarebbe bello sapere quali accertamenti sono stati fatti per decidere che si trattava di un suicidio. Però in pratica secondo lui hanno tutti ragione. Che roba lineare, nevvero?

Una preziosa analisi quella di questo magistrato in pensione, che in una sentenza riuscì a dimostrare l'esistenza di un'autovettura mai esistita (la Hyundai Pony) e che, nonostante un testimone avesse escluso con decisione la presenza di una ben precisa auto sul luogo di un delitto, lui invece saggiamente scrisse che invece l'auto c'era e che il testimone si era sbagliato.

Una preziosa analisi da parte di un signor Giudice - che tutti riconoscono aver guidato un Tribunale per anni con dedizione, serietà, preparazione e scrupolo - che, quando un avvocato gli fece presente il clamore mediatico di una vicenda che lui stava giudicando, disse lapidario - dopo che qualcuno diede a quell'avvocato che svolgeva onestamente il proprio lavoro del "petulante", che i giudici non leggono il giornale. Cosa voleva dire? Boh, non chiedetelo a me che sono un ignurant. Che dire, la verità giudiziaria è peggio della teoria della relatività generale, la capiscono solo in pochi, però ci escono dei bei feuilleton e, se non fosse che coinvolgono destini e reputazioni, ci sarebbe un bel divertimento a leggerli. Almeno per capire, noi poveri cialtroni incompetenti, cosa significhi "verità giudiziaria" e ad avere fiducia nella Giustizia.

 
Abruzzo: il Tar riammette Rita Bernardini tra i candidati a Garante dei detenuti PDF Stampa
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Adnkronos, 9 ottobre 2015

 

Il Tribunale amministrativo regionale ha riammesso Rita Bernardini tra i candidati a Garante dei detenuti abruzzesi ritenendo la sua esclusione illegittima.

"La competenza della decisione spettava ai capigruppo del Consiglio regionale e non agli uffici amministrativi, che avevano scartato la Bernardini per motivi infondati prima ancora che potesse essere discussa dalla Regione Abruzzo - si legge in una nota di Amnistia, Giustizia e libertà Abruzzi - ritenuta la fondatezza del ricorso presentato dagli avvocati Paolo Mazzotta, Giuseppe Rossodivita e Vincenzo Di Nanna, il tribunale, con sentenza semplificata, ha quindi ritenuto nullo il motivo di esclusione".

A questo punto l'Assemblea regionale abruzzese potrà affrontare fin dalle prossime riunioni la scelta del Garante fra una rosa di una quindicina di candidati. La Segretaria dei Radicali era stata esclusa dagli Uffici amministrativi del Consiglio regionale perché la sua candidature non era stata ritenuta valida agli effetti della Legge Severino, a causa delle condanne riportate dalla Bernardini in azione di disobbedienza civile.

L'Unione delle Camere penali esprime la "massima soddisfazione per la decisione del Tar che ha dichiarato l'illegittimità dell'esclusione di Rita Bernardini quale Garante dei detenuti in Abruzzo. Si trattava di una decisione oltre che totalmente errata in diritto, profondamente ingiusta nel merito". "Lo ripetiamo energicamente e con convinzione: nessuno potrebbe occuparsi con maggiore competenza, umanità e dedizione, dei diritti e delle garanzie di chi si trova in carcere. Sarebbe risultato inconcepibile, per la società, rinunciare a un simile contributo di passione e qualità. Siamo lieti dunque - concludono - di avere fatto sentire la nostra vicinanza a Rita Bernardini".

"Ho preso conoscenza della sentenza emessa ieri, 7 ottobre, con la quale il Tar abruzzese ha accolto il ricorso della signora Rita Bernardini riammettendo la sua domanda nel novero di tutti gli aspiranti alla nomina di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale". A dirlo è il Presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Di Pangrazio, che aggiunge: "Il Giudice Amministrativo ha disposto che la valutazione delle candidature ai fini della nomina resti di competenza dei Capigruppo consiliari. Ho già informato tempestivamente la Conferenza, affinché sia subito trattata la questione per procedere alla nomina del Garante".

 
Umbria: Garante dei detenuti, scaduto il mandato del Prof. Carlo Fiorio PDF Stampa
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radicali.it, 9 ottobre 2015

 

Dopo ben tre leggi regionali nel 2014 la Regione dell'Umbria si è dotata di un Garante regionale delle persone detenute, il Professor Carlo Fiorio, docente presso il dipartimento di giurisprudenza dell'Università degli studi di Perugia che ringraziamo per l'impegno profuso nello svolgimento del suo incarico.

A seguito di una delle bizzarrie contenute nell'ultima legge approvata nel 2013, la validità della nomina è stata fatta coincidere con la scadenza naturale dell'Assemblea legislativa. La conseguenza è stata quindi che dopo un anno di mandato e 8 anni dall'approvazione della prima legge, (legge regionale "13/2006"). la Regione dell'Umbria non ha più un garante in grado di monitorare la situazione delle quatto carceri presenti nella regione e fornire adeguati strumenti di coordinamento per il miglioramento della qualità della vita nelle carceri umbre.

Quello del Garante è un organismo che esiste in tantissimi Paesi democratici e richiesto dalle Nazioni Unite. Infatti è un organo indipendente di controllo e di ispezione sui luoghi di detenzione così come previsto da protocolli attuativi del 2002 della Convenzione Onu contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti sottoscritto ma non ratificato dall'Italia. In Italia è stato da poco nominato un garante nazionale, ci sono 6 garanti regionali più una decina comunali e provinciali e rappresenta la novità più importante degli ultimi anni in materia penitenziaria. La presenza del garante, contribuendo alla tutela dei diritti, può essere veicolo di una cultura basata sulla legalità, condizione necessaria alla sicurezza, in quanto consente di limitare i danni sulla salute fisica, psicologica e sociale, che la violazione dei diritti e la detenzione stessa producono sulla persona detenuta. Danni che si manifesteranno poi con aumento della distruttività e della recidiva.

Chiediamo quindi alla Presidente dell'Assemblea Regionale di avviare immediatamente le procedura di avviso pubblico per la selezione di candidature ai fini della designazione della figura del "Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale" e di darne notizia tramite il Bollettino ufficiale della Regione Umbria. Tale procedura - che accelererebbe i tempi di approvazione e dà garanzia di trasparenza - è stata già attuata il 12 novembre 2012 dall'Ufficio di Presidenza e costituisce un precedente importante a cui richiamarsi.

 
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