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Giustizia: sette "pentiti" per confezionare una balla.. e Mirko si è fatto 10 anni in carcere PDF Stampa
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di Francesco Lo Dico

 

Il Garantista, 8 marzo 2015

 

Si è preso l'ergastolo che era appena maggiorenne, poi gli assassini veri hanno confessato.

Aveva 17 anni e sognava di prendere la patente, Mirko Turco. Era un ragazzo di Gela come tanti. E invece qualcuno ha trasformato la sua vita in un incubo. Nel 1998, sette pentiti lo accusano di aver ucciso selvaggiamente Fortunato Belladonna, un sedicenne arso vivo, e Orazio Sciascio, un salumiere crivellato da un clan.

Mirko subisce processi per quindici anni, e si fa dieci anni di galera. Salvo poi scoprire, nel 2011, che il ragazzo, oggi un uomo di 35 anni cresciuto in gattabuia, era innocente. La procura generale di Caltanissetta ha insistito: ha chiesto il rigetto della revisione del processo. Ma la corte di Appello di Messina ha respinto la richiesta della procura generale e ha accolto l'istanza di revisione. Ieri Mirko Turco è stato assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. La condanna all'ergastolo è stata revocata. Lo aveva detto dal primo minuto: "Io sono innocente*. Ma qualcuno ha creduto a tante, troppe menzogne. Chissà se c'è qualcuno disposto a pentirsene.

Prendi un ragazzo non ancora maggiorenne che sogna la patente. E che a due passi dal traguardo, va a sbattere contro la mala-giustizia italiana: sette pentiti lo accusano, lo condannano per due omicidi, gli danno due ergastoli, si fa dieci anni di galera e quindici anni di processi e poi un giorno di marzo del 2015 gli dicono "scusa, ci siamo sbagliati, sei innocente". È successo a Gela, a un ragazzino che si chiamava Felice Mirko Eros Turco. E che ora, dopo dieci anni vissuti da mostro, è un uomo di 35 anni che ha passato i suoi anni migliori a marcire in galera.

Lo hanno incastrato Mirko. Gli hanno fottuto l'esistenza. I mafiosi bugiardi che lo hanno lasciato con il cerino in mano, gli sbirri che lo hanno trattato come un criminale spietato, i magistrati che hanno fatto strame della sua dignità e della sua esistenza, Orazio Sciascio e Fortunato Belladonna. E attorno a questi due nomi, a questi due morti ammazzati come cani, che si attorciglia la storia di Mirko. Tutto comincia nel 1998, quando Mirko ha ancora diciassette anni e gli manca poco per prendere la patente.

L'11 agosto di quell'anno viene ritrovato il corpo di un sedicenne: si chiama Fortunata Belladonna ma a dispetto del nome viene ritrovato carbonizzato in un canneto nei pressi del lungomare di Gela. È quasi irriconoscibile. È stato torturato, interrogato e poi strangolato con un cordino. Gli è stato infilato un panno di daino in bocca. Arso vivo. Cosa nostra lo ha ucciso perché ritiene che il ragazzo sia coinvolto nell'omicidio di Orazio Sciascio. Qualcuno mormora che doveva essere solo una punizione. Il giovane, avvicinatosi alla malavita, era un "cane ca nun canusci patruni", come dicono in Sicilia. Di questa morte, la Corte d'assise di Caltanissetta incolpa proprio Rosario Trubia, che confessa altri fatti di sangue e inizia a collaborare con la giustizia insieme ad altri affiliati del clan Emmanuello e i fratelli Emanuele, Sergio e Angelo Celona. E viene incolpato anche il nostro Mirko, lo hanno detto i pentiti. E stato lui: condanna all'ergastolo, i magistrati non hanno dubbi. Neppure il tempo di vedersi sul groppone un omicidio che non ha commesso, che a Turco ne viene appioppato un altro. Quello di Orazio Sciascio.

Sciascio è un ex operaio di mulino in pensione, ha 67 anni e gestisce una salumeria insieme alla moglie Rosaria Caci. Alcuni banditi entrano nel negozio, gli chiedono il pizzo, lui reagisce e lo fanno fuori a revolverate. Ha due figli carabinieri. Di pagare non ne vuole sapere. Ma loro, i mafiosi, non vogliono fargli sconti. La firma di questo omicidio è come una macchina usata che nessuno vuole. Passa di mano in mano, di nome in nome, Ma il cerino finisce in mano a Mirko Turco. A incastrarlo è proprio la vedova di Sciascio, Rosaria Caci, che in un faccia a faccia non ha il minimo dubbio. Lo indica. È stato Mirko. Ma il seguito della storia, delle indagini, lo stuolo di falsi pentiti, contro-pentimenti, finalmente porta alla verità nel 2012. Con l'omicidio del salumiere, Turco non c'entra nulla. La corte di appello di Catania revoca la condanna di Turco e lo assolve per l'omicidio di Sciascio. I responsabili individuati sono Salvatore Rinella e Salvatore Collura. Resta però la condanna per Belladonna, il ragazzo arso vivo nel canneto. Tutto è messo nero su bianco soltanto nel dicembre del 2011.

Due collaboratori di giustizia, Carmelo Massimo Billizzi di 41 anni e Gianluca Gammino di 37 anni, affiliati al clan Madonia di Gela, vengono condannati rispettivamente a 19 e a 18 anni di reclusione. Si sono autoaccusati dell'omicidio del 16enne Fortunato Belladonna: hanno confessato di averlo ammazzato loro il 14 luglio del 1998. Mirko si è già fatto dieci anni di carcere per due omicidi che non ha mai commesso. Ha ottenuto la revisione del processa e la libertà dalla Cassazione nel 2008.

Ma l'ultima parola, la parola definitiva che insieme alla libertà gli restituisce anche la sua dignità di uomo arriva solo ieri, dopo molte altre complicazioni. La procura generale di Messina ha insistito: ha chiesto il rigetto della revisione del processo ai danni dell'ex ragazzino invecchiato in carcere per le chiacchiere di sette pentiti. Ma la corte di Appello di Messina ha respinto la richiesta della procura generale e accoglie l'istanza di revisione. Ieri Mirko Turco è stato assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. La condanna all'ergastolo è stata revocata. Lo aveva detto dal primo minuto in galera: "Io sono innocente". Ma qualcuno ha creduto a tante bugie. Chissà se c'è qualcuno disposto a pentirsene.

 
Giustizia: la legge sui "pentiti" travolge la verità e tritura tanti innocenti, va abolita PDF Stampa
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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 8 marzo 2015

 

E così un altro poveretto, stavolta un ragazzino, è finito nel tritacarne spietato della legge sui pentiti: si è fatto dieci anni in cella, da prima di compiere i diciotto fino ai ventotto, è entrato in carcere da bambino ed è uscito quando la sua gioventù era già finita. Ha avuto la vita stravolta, non potrà mai essere risarcito. Né lui, né la sua famiglia, i genitori, gli amici.

Chi è il colpevole di questa atroce ingiustizia (che sebbene sia atroce, vedrete, avrà pochissimo risalto sui giornali perché è una notizia che non va nella direzione della santificazione della magistratura)? È lo Stato. È possibile affrontare le cause vere di queste ingiustizie, che sono sempre di più, sempre più clamorose e sempre più sottovalutate?

Se davvero vogliamo affrontare le cause, in modo molto laico, dobbiamo mettere in discussione la legge sui pentiti. Perché il fenomeno del pentitismo ormai è fuori controllo e oltretutto è maneggiato da una magistratura che molto spesso non è all'altezza.

Ogni volta che si prova a criticare la legge sui pentiti e a metterne in discussione la sua modernità e la sua efficacia, qualcuno risponde citando il sacro nome di Giovanni Falcone. Che sicuramente, nel suo lavoro, si avvalse largamente di questa legge.

Il problema è che Falcone era un magistrato straordinario, con capacità professionali fuori dal comune e una grande visione dei problemi che fronteggiava. Falcone seppe gestire in modo magistrale un pentito magistrale, e cioè Tommaso Buscetta. E seppe scartare, con grande intelligenza, altri pentiti, che utilizzavano la "collaborazione" come strumento per sviare le indagini, o per ottenere impunità o per demolire i propri rivali.

Cioè: la mafia fa un largo uso di questa legge. La magistratura molto spesso - anche per non essere subalterna al pentitismo mafioso - decide di governare il pentito, e quindi non di usarlo per "acquisire" notizie, ma per avere conferme alle proprie ipotesi. In questo modo le testimonianze dei pentiti, in un numero molto alto di casi, non hanno nessuna utilità per la verità e sono un'arma atomica che può devastare il luogo dove viene fatta esplodere, modificare i rapporti di forza nella malavita, modificarli anche all'interno della magistratura, e travolgere carriere, immagini, vite di persone oneste o comunque non colpevoli di quei reati.

L'obiezione al mio ragionamento è: se togli ai magistrati l'arma del pentitismo ne indebolisci le capacità di indagine e di contrasto alla mafia. Questo è vero solo in parte. Perché probabilmente la fine della legislazione "premiale" per i pentiti, almeno nell'immediato, indebolirebbe alcune strategia mafiose. E poi perché la fine di questa abitudine a poggiare tutte le indagini solo su pentitismo e intercettazioni costringerebbe la magistratura ad affinare i propri strumenti di indagine, i metodi, l'uso della polizia, lo studio, la ricerca delle prove.

Ma ammettiamo anche che la cancellazione della legge sui pentiti dovesse ridurre le capacità di penetrazione dello Stato nei santuari mafiosi. Sarebbe una ragione sufficiente per mantenere in vita una legge medievale e che distorce la verità? La domanda vera è questa.

Una volta lo chiesi al Procuratore di Reggio Calabria, Cafiero de Raho: "Lei crede che sia più importante il diritto al diritto o il diritto al risultato"? In altre parole: lei crede che l'obiettivo di avere un risultato nelle indagini giustifica, in alcune occasioni, la violazione dello Stato di diritto? Lui mi rispose senza esitazione: "No". Appunto. Aboliamola questa legge, perché ormai è diventata una legge-schifezza.

 
Lettere: due proposte per riformare la prescrizione PDF Stampa
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di Rocco Buttiglione

 

Il Garantista, 8 marzo 2015

 

Ferve alla Camera ed anche sui giornali la discussione sulla prescrizione. C'è il rischio che si contrappongano fra di loro in modo assoluto valori ed interessi legittimi fra i quali è necessario raggiungere invece una ragionevole mediazione. Tutti noi vogliamo che i colpevoli (ed in modo particolare i colpevoli di corruzione) siano puniti e vadano in galera.

Perché questo possa avvenire ci deve essere il tempo ragionevolmente necessario per fare i processi. Nel caso dei reati di corruzione, si dice, il reato spesso viene scoperto in ritardo perché la vittima non denuncia. Per questo la prescrizione deve essere lunga. Se il reato, per esempio, viene scoperto quindici anni dopo essere stato commesso ed un processo non dura meno di cinque o sei anni per poter fare il processo occorre che la prescrizione non scatti prima che siano trascorsi almeno 21 anni dalla commissione del reato.

La prescrizione breve non permetterebbe di perseguire il reato. Incoraggiati dalla prossimità del termine di prescrizione i corrotti utilizzeranno tutti gli artifici dilatori possibili per prolungare il processo fino alla prescrizione. Hanno dunque ragione i cosiddetti giustizialisti, quelli che, se potessero, farebbero una legge che dice: "prescrizione mai"? Forse no. Il mondo infatti è fatto di colpevoli ma anche di innocenti accusati ingiustamente.

Ci sono i reati che vengono scoperti in ritardo ma ci sono anche i reati che vengono scoperti precocemente. Immaginate un innocente accusato ingiustamente il cui procedimento giudiziario inizia immediatamente dopo la presunta commissione del reato. Se la prescrizione cade a 20 anni dalla commissione del reato noi a questo innocente rubiamo la vita. Il processo prolungato, infatti, diventa esso stesso una pena. Esso mette in discussione la affidabilità e quindi la vita stessa di una impresa che può vedersi negato l'accesso al credito, la piena disponibilità delle proprie risorse, la possibilità di partecipare agli appalti. Esso mette in discussione la onorabilità di una persona e la possibilità di perseguire il proprio percorso professionale, mette in discussione la stabilità della famiglia... Non è bello sentirsi additare pubblicamente come i figli o il coniuge di un corrotto... Può tutto questo durare venti anni? Quale risarcimento materiale e morale può bilanciare una vita distrutta?

Forse dovremmo distinguere fra loro due problemi che oggi in Italia sono invece indissolubilmente connessi. Un problema è quello della prescrizione ed un problema diverso è quello della durata del processo. Il calvario dell'imputato innocente inizia non nel momento in cui teoricamente è stato commesso il reato ma nel momento in cui riceve un avviso di garanzia. E se dicessimo che i termini di prescrizione sono non uno solo ma due?

C'è un tempo di prescrizione del reato e c'è un tempo di prescrizione del processo. Il primo può anche essere lungo, il secondo deve essere breve. Dal momento in cui inizia l'indagine, dal momento in cui viene emesso l'avviso di garanzia e viene messa in dubbio la onorabilità del cittadino, lo stato deve avere un tempo limitato per provare la verità del suo sospetto. Se non vi riesce, il processo si esaurisce.

Diciamo, per esempio (i tempi indicati hanno solo un valore esemplificativo) che lo stato ha cinque anni per provare la colpevolezza dell'accusato. Il fatto presunto può essere avvenuto quindici anni o solo un giorno prima dell'avvio dell'indagine ma il processo non può durare più di un tempo limitato. In altre parole bisogna impedire che il prolungamento dei tempi di prescrizione si traduca in un aumento dei tempi del processo. Il processo breve è un diritto del cittadino, garantito costituzionalmente. Se la legge garantisse i tempi brevi del processo ci sarebbero certo meno remore nell'accettare i tempi lunghi della prescrizione.

C'è infine, in altri stati europei, ancora un altro termine di prescrizione. Esso riguarda la esecuzione della pena. Se lo stato non riesce ad eseguire la pena per un tempo molto lungo deve venire il momento in cui lo stato rinuncia a far valere la sua pretesa. La esecuzione della pena ha la funzione di difendere la società contro una possibile ripetizione del comportamento illegale. Se sono passati molti anni senza che il comportamento criminoso si sia ripetuto è ragionevole pensare che sia venuta meno la pericolosità del reo. La funzione di prevenzione e difesa sociale viene meno. La esecuzione della pena ha anche la funzione di emendare il reo. È vero che tutto quello che facciamo rimane in noi e ci rende uomini migliori o uomini peggiori. E però anche vero che proprio per questo noi cambiamo nel tempo e, dopo molti anni dalla commissione del reato, il reo forse è già stato emendato dalla vita. Rimane la funzione meramente retributiva della pena ma essa, separata dalle altre, perde molta parte della sua ragion d'essere.

Dobbiamo ragionare di prescrizione senza chiudere gli occhi ciascuno alle ragioni degli altri: a quelle dei cittadini onesti che hanno diritto di vedere puniti i delinquenti ed a quelle degli accusati innocenti che hanno il diritto di non passare la vita sotto processo. Dobbiamo tenere conto equamente delle ragioni degli uni e di quelle degli altri. Ci riusciremo meglio, forse, se distingueremo i tempi di prescrizione del reato da quelli di durata massima del processo.

Infine un ultimo dubbio: c'è oggi in Italia una emergenza prescrizione che ci obbliga a legiferare in fretta e con rigore anche eccessivo per evitare che tantissimi delinquenti sfuggano alla pena per il decorrere dei tempi di prescrizione? Forse no se è vero che i reati che si prescrivono sono solo il 4% del totale.

 
Lettere: due proposte per riformare la prescrizione PDF Stampa
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di Rocco Buttiglione

 

Il Garantista, 8 marzo 2015

 

Ferve alla Camera ed anche sui giornali la discussione sulla prescrizione. C'è il rischio che si contrappongano fra di loro in modo assoluto valori ed interessi legittimi fra i quali è necessario raggiungere invece una ragionevole mediazione. Tutti noi vogliamo che i colpevoli (ed in modo particolare i colpevoli di corruzione) siano puniti e vadano in galera.

Perché questo possa avvenire ci deve essere il tempo ragionevolmente necessario per fare i processi. Nel caso dei reati di corruzione, si dice, il reato spesso viene scoperto in ritardo perché la vittima non denuncia. Per questo la prescrizione deve essere lunga. Se il reato, per esempio, viene scoperto quindici anni dopo essere stato commesso ed un processo non dura meno di cinque o sei anni per poter fare il processo occorre che la prescrizione non scatti prima che siano trascorsi almeno 21 anni dalla commissione del reato.

La prescrizione breve non permetterebbe di perseguire il reato. Incoraggiati dalla prossimità del termine di prescrizione i corrotti utilizzeranno tutti gli artifici dilatori possibili per prolungare il processo fino alla prescrizione. Hanno dunque ragione i cosiddetti giustizialisti, quelli che, se potessero, farebbero una legge che dice: "prescrizione mai"? Forse no. Il mondo infatti è fatto di colpevoli ma anche di innocenti accusati ingiustamente.

Ci sono i reati che vengono scoperti in ritardo ma ci sono anche i reati che vengono scoperti precocemente. Immaginate un innocente accusato ingiustamente il cui procedimento giudiziario inizia immediatamente dopo la presunta commissione del reato. Se la prescrizione cade a 20 anni dalla commissione del reato noi a questo innocente rubiamo la vita. Il processo prolungato, infatti, diventa esso stesso una pena. Esso mette in discussione la affidabilità e quindi la vita stessa di una impresa che può vedersi negato l'accesso al credito, la piena disponibilità delle proprie risorse, la possibilità di partecipare agli appalti. Esso mette in discussione la onorabilità di una persona e la possibilità di perseguire il proprio percorso professionale, mette in discussione la stabilità della famiglia... Non è bello sentirsi additare pubblicamente come i figli o il coniuge di un corrotto... Può tutto questo durare venti anni? Quale risarcimento materiale e morale può bilanciare una vita distrutta?

Forse dovremmo distinguere fra loro due problemi che oggi in Italia sono invece indissolubilmente connessi. Un problema è quello della prescrizione ed un problema diverso è quello della durata del processo. Il calvario dell'imputato innocente inizia non nel momento in cui teoricamente è stato commesso il reato ma nel momento in cui riceve un avviso di garanzia. E se dicessimo che i termini di prescrizione sono non uno solo ma due?

C'è un tempo di prescrizione del reato e c'è un tempo di prescrizione del processo. Il primo può anche essere lungo, il secondo deve essere breve. Dal momento in cui inizia l'indagine, dal momento in cui viene emesso l'avviso di garanzia e viene messa in dubbio la onorabilità del cittadino, lo stato deve avere un tempo limitato per provare la verità del suo sospetto. Se non vi riesce, il processo si esaurisce.

Diciamo, per esempio (i tempi indicati hanno solo un valore esemplificativo) che lo stato ha cinque anni per provare la colpevolezza dell'accusato. Il fatto presunto può essere avvenuto quindici anni o solo un giorno prima dell'avvio dell'indagine ma il processo non può durare più di un tempo limitato. In altre parole bisogna impedire che il prolungamento dei tempi di prescrizione si traduca in un aumento dei tempi del processo. Il processo breve è un diritto del cittadino, garantito costituzionalmente. Se la legge garantisse i tempi brevi del processo ci sarebbero certo meno remore nell'accettare i tempi lunghi della prescrizione.

C'è infine, in altri stati europei, ancora un altro termine di prescrizione. Esso riguarda la esecuzione della pena. Se lo stato non riesce ad eseguire la pena per un tempo molto lungo deve venire il momento in cui lo stato rinuncia a far valere la sua pretesa. La esecuzione della pena ha la funzione di difendere la società contro una possibile ripetizione del comportamento illegale. Se sono passati molti anni senza che il comportamento criminoso si sia ripetuto è ragionevole pensare che sia venuta meno la pericolosità del reo. La funzione di prevenzione e difesa sociale viene meno. La esecuzione della pena ha anche la funzione di emendare il reo. È vero che tutto quello che facciamo rimane in noi e ci rende uomini migliori o uomini peggiori. E però anche vero che proprio per questo noi cambiamo nel tempo e, dopo molti anni dalla commissione del reato, il reo forse è già stato emendato dalla vita. Rimane la funzione meramente retributiva della pena ma essa, separata dalle altre, perde molta parte della sua ragion d'essere.

Dobbiamo ragionare di prescrizione senza chiudere gli occhi ciascuno alle ragioni degli altri: a quelle dei cittadini onesti che hanno diritto di vedere puniti i delinquenti ed a quelle degli accusati innocenti che hanno il diritto di non passare la vita sotto processo. Dobbiamo tenere conto equamente delle ragioni degli uni e di quelle degli altri. Ci riusciremo meglio, forse, se distingueremo i tempi di prescrizione del reato da quelli di durata massima del processo.

Infine un ultimo dubbio: c'è oggi in Italia una emergenza prescrizione che ci obbliga a legiferare in fretta e con rigore anche eccessivo per evitare che tantissimi delinquenti sfuggano alla pena per il decorrere dei tempi di prescrizione? Forse no se è vero che i reati che si prescrivono sono solo il 4% del totale.

 
Lazio: il Garante; detenuti in aumento, dati rappresentano piccolo campanello d'allarme PDF Stampa
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Askanews, 8 marzo 2015

 

La nuova rilevazione del dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria conferma la tendenza: in questo inizio di 2015 torna a crescere, in maniera lenta ma costante, il numero dei detenuti nelle carceri del Lazio. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Il 5 marzo i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione erano 5.728, 26 in più rispetto a dieci giorni fa 130 in più rispetto al 31 dicembre 2014. Anche se, rispetto ad un anno fa, le presenze fanno registrare un - 1.150 (al 4 febbraio 2014 6.856 presenze).

"Avevamo già segnalato questa inversione di tendenza dopo mesi ininterrotti di dati in calo - ha detto Marroni - Il fatto che i numeri crescano in maniera lenta ma costante può voler dire che le norme "svuota carceri" varate in questi anni dai diversi governi stanno perdendo la propria spinta propulsiva, ma anche che, probabilmente, si è arrivati ad un limite fisiologico di presenze ad di sotto del quale non si può scendere con questo tipo di legislazione".

Dall'Ufficio del Garante fanno notare che i numeri sono lontani dalle medie di oltre settemila presenze registrate fino a due anni fa ma il sovraffollamento fa sempre segnare un + 600 presenze rispetto alla capienza regolamentare degli istituti regionali, fissata dal Dipartimento a quota 5.114. A livello nazionale, il Lazio si conferma al quarto posto nella graduatoria delle Regioni italiane con il maggior numero di detenuti dietro Lombardia con 7.889 presenze, Campania con 7.327 e Sicilia con 5.895).

Sempre nel Lazio, si conferma in aumento la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio attualmente sono 2.218, il 38,72% del totale, contro il 37,39% di un mese e mezzo fa. Nel dettaglio, 1036 sono i reclusi in attesa di giudizio di I grado, e 1.182 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.506, il 61,21%, conclude il Garante.

 
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