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Dividere i profughi dai migranti economici? Una distinzione criminale PDF Stampa
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di Alessandro Dal Lago

 

Il Manifesto, 9 ottobre 2015

 

Limiti e strumentalità della proposta Ue. Perché è irrazionale dividere i profughi dai migranti economici. In un vecchio film di guerra, alcuni soldati in trincea discutono di pace. Il modo migliore per ottenerla - dice uno - è, in caso di controversie tra gli stati, obbligare re e capi di governo a salire con i guantoni sul ring e suonarsele di santa ragione finché uno non vince.

La battuta mi è tornata in mente quando ho letto del piano segreto, elaborato dai ministri degli interni dell'Unione europea, per il rimpatrio di 400.000 migranti "economici". Giusto per dare un'idea a questi pensosi statisti di che cosa significhi migrare oggi si potrebbe, che so, portarli (a cominciare dall'ineffabile onorevole Alfano) in qualche paese del centro Africa e poi, con un po' di dollari o Euro raccolti tra altri ministri e sotto-segretari, trasportarli in autobus in Libia, imbarcarli su un gommone, farli rischiare il naufragio e arrivare fradici e affamati a Lampedusa, rinchiuderli nel Cie e, dopo una detenzione di durata indefinita, riportarli al punto di partenza.

E chiedere loro: la pensate come prima? Avete ancora voglia di distinguere tra profughi e migranti economici? Non sarebbe il caso di rivedere questa distinzione ipocrita, utile solo per manipolare opinioni pubbliche paranoiche e destrorse? In un sogno o in un film, in caso di risposta sbagliata si potrebbe ricominciare con loro daccapo.

Quando Angela Merkel e il vice-cancelliere tedesco Gabriel hanno dichiarato, nello scorso agosto, di aprire le porte della Germania a 5 milioni di profughi, hanno realizzato un buon numero di obiettivi: rispondere a un'opinione pubblica tedesca complessivamente non insensibile agli Asylanten presenti e futuri, nonostante la rumorosa presenza del partito xenofobo Pegida e dei neo-nazisti, isolare le frange di estrema destra e, di fatto, assumere la guida politico-morale di un'Europa fragile, litigiosa e incerta sul da farsi in campo internazionale. Ovviamente, considerazioni demografiche e finanziarie, in un paese in cui non nascono più bambini, devono avere avuto il loro peso, ma sta di fatto che l'odiosa Germania della crisi greca è diventata la nobile Germania d'agosto, non offuscata nemmeno dalla crisi della Volkswagen.

Ma tutto questo ha come contrappeso la distinzione tra profughi (vittime di guerra ecc.) e migranti economici, i quali affronterebbero deserti e mari, per non parlare di prigioni ungheresi e manganelli di mezza Europa, così, per sport o sete d'avventura, e non per sopravvivere o vivere meglio. Una distinzione insensata, che non riesce a mascherare l'assoluta mancanza di una strategia europea nei rapporti con gli altri mondi e con le persone che per qualsiasi ragione ne provengono. Una distinzione che serve a tacitare le strumentalizzazioni lepeniste, leghiste e di Grillo (che sul suo blog ha pubblicato tempo fa un encomio di Orbán). In termini puramente quantitativi, 3 milioni di migranti "economici" in dieci anni non cambierebbero in nulla l'assetto demografico di una Ue che conta oggi 500 milioni di abitanti distribuiti su 4 milioni di chilometri quadrati.

Ma bisognerebbe cambiare metodo, emarginare sul serio gli Orban, i Salvini e Le Pen, impedire le stragi in mare, che continuano imperterrite alla faccia di Frontex, immaginare un'integrazione sociale decente per gli stranieri e disporre di una vera politica internazionale comune - invece che manganellare i migranti a Ventimiglia e Calais, moltiplicare i Cie e litigare in modo miserabile alle frontiere.

Ed ecco perché i ministri degli Interni, riuniti da qualche parte a stilare piani segreti di espulsione lasciano filtrare cifre prive di qualsiasi senso (400.000, 300.000, nessuno, tutti?). Per coprire la loro mancanza di idee, che non siano lo sfruttamento della forza lavoro straniera e le preoccupazioni per le prossime elezioni. Nel frattempo, la ministra Pinotti e Matteo Renzi, che su queste materie non hanno mai nulla da dire, fanno scaldare i motori dei Tornado.

 
L'Europa in guerra contro i migranti. L'appello dell'Arci PDF Stampa
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Il Manifesto, 9 ottobre 2015

 

Dopo il lancio della fase due di lotta agli scafisti in mare, in discussione oggi al vertice dei ministri dell'Interno Ue il piano per le espulsioni di massa.

La finta solidarietà europea che gli Stati Membri hanno voluto ostentare con il piano di redistribuzione di 120.000 rifugiati mostra oggi il suo vero volto. Per un rifugiato accolto, 4 devono essere espulsi. Se ci sono voluti mesi perché i Ministri degli Interni Europei si accordassero sulla redistribuzioni di 120.000 persone, ora si raggiunge l'unanimità in un batter d'occhio sull'espulsione di massa di 400.000 migranti, come se la lotta ai migranti fosse un principio fondante dell'identità europea. La stessa unanimità che ha permesso ieri alla Commissione Europea di varare la fase due del piano militare di lotta agli scafisti in mare Eunav For Med, rinominato Sophia.

La divisione tra quelli che l'UE considera buoni migranti da accogliere e quelli che considera da espellere in modo sommario comincia negli hotspot, centri d'identificazione da collocare in Italia e Grecia, quale condizione preliminare alla redistribuzione. Se si guardano le cifre degli arrivi del 2015, ci si rende conto che saranno una minoranza quelli che saranno redistribuiti - sono meno di 1/4 quelli che potenzialmente avrebbero diritto alla ridistribuzione - tutti gli altri sono a rischio espulsione. In Sicilia, abbiamo visto subito come l'applicazione delle misure di redistribuzione e l'apertura a Lampedusa di un progetto pilota di hotspot abbia significato un rischio di espulsione diretta. Numerosi i casi segnalatici di persone che, cacciati dai centri a poche ore dallo sbarco, con ancora addosso i vestiti della traversata, si ritrovavano con un ordine di espulsione in mano di cui non sapevano neanche il significato perché nessuno glielo aveva tradotto. Neanche gli Eritrei, che in teoria rientrerebbero nelle quote di coloro da accogliere in Europa, sono esenti dal rischio espulsioni. Il ministero non ha ancora spiegato come gestirà tutti quei migranti che non si faranno identificare nelle 48 ore previste nei cosiddetti hot spot first line, un trattenimento superiore necessiterebbe infatti della convalida di un giudice. Le prospettive sono tutte inquietanti: foto segnalamento coatto e violento; trasformazione degli hotspot first line in CIE; espulsioni e rimpatri forzati di massa.

L'Europa é pronta a tutto perché l'annuncio di espulsione di massa non resti solo una minaccia. Come già successo in passato, l'UE utilizzala il ricatto per costringere paesi di origine e transito alla firma di accordi di riammissione ed espulsione, minacciandoli di sottrare o diminuire gli aiuti allo sviluppo, annullare accordi commerciali, o promette loro l'aumento dei visti per i propri connazionali. Non mancheranno certo regali sottobanco, come le numerose gip e motovedette che negli ultimi anni l'Italia ha regalato a numerosi paesi africani.

In nome dell'espulsione di massa stiamo assistendo a trattative con vere e proprie dittature, come nel caso di Gambia ed Eritrea. La storia sembra ripetersi senza alcuna memoria delle sue tragiche conseguenze. Sebbene siano state sotto gli occhi di tutti le conseguenze dell'accordo firmato tra Italia e Libia nel 2008 che ha provocato detenzioni e il respingimento di migliaia di persone, o ancora quello tra Italia ed Egitto che ha permesso in questi anni di respingere illegalmente cittadini egiziani negli stessi barconi con cui arrivavano, ora l'Europa e l'Italia sono pronte a ricominciare a trattare, spendendo cifre sostanziose sia per la macchina delle espulsioni che per convincere gli Stati a firmare gli accordi, chiudendo gli occhi sui gravissimi rischi di violazioni delle convenzioni Internazionali che gli stessi accordi comportano.

L'ARCI, che nel suo progetto monitoraggio delle politiche italiane di esternalizzazioni, denunciava già da tempo la possibile deriva della firma degli accordi di riammissione e dell'uso di hotspot, fa appello ai Ministri degli Interni riuniti oggi a Bruxelles, affinché non venga messa in atto un piano di espulsioni di massa, e per evitare la violazione sistematica dei diritti fondamentali e delle Convenzioni Internazionali di cui sono firmatari.

 
Si è rotta la globalizzazione PDF Stampa
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di Federico Rampini

 

La Repubblica, 9 ottobre 2015

 

Vent'anni fa era il modello unico, irreversibile. Ma oggi il commercio non cresce più, tornano le barriere e persino il web muta la sua natura aperta Un cambiamento che trasforma l'intero sistema di sviluppo mondiale.

Con le antenne sensibili di chi fa campagna elettorale, Hillary Clinton ha capito che la globalizzazione perde colpi. Suo marito Bill da presidente firmò il "padre" di tutti gli accordi libero scambio, il Nafta che creò un mercato unico tra Usa, Canada e Messico. Oggi Hillary boccia l'analogo trattato che Barack Obama ha concordato coi paesi dell'Asia-Pacifico: "Non va ratificato", dice la candidata aprendo la prima seria frattura con l'attuale presidente.

Lo stesso dice Donald Trump, in testa ai sondaggi tra i repubblicani. In campagna elettorale, è vero, il populismo piace e il protezionismo porta voti. Ma stavolta c'è dietro un cambiamento profondo che investe l'intera economia mondiale. La globalizzazione si è inceppata.

Lo si capisce mettendo insieme questi tre fenomeni. Primo, il Fondo monetario al vertice di Lima annuncia che il mondo è in una recessione analoga al 2009, se misuriamo tutti i Pil in dollari anziché in monete nazionali (cosa che ha un senso, soprattutto per i paesi emergenti che vivono di esportazioni in dollari). Secondo: lo stesso Fmi rileva che il commercio mondiale non cresce più; ed era proprio l'espansione degli scambi il tratto distintivo della globalizzazione. In passato il commercio estero cresceva più dei Pil nazionali, ora è il contrario.

Il terzo segnale viene dalla Rete, uno spazio decisivo visto che ci scambiamo sempre meno merci fisiche e sempre più servizi online, comunicazione e informazioni; l'ultima sentenza della Corte di Giustizia europea che blocca il trasferimento di dati dall'Europa all'America, conferma una tendenza già in atto: il web è sempre meno universale, Internet si sta lentamente trasformando in tanti Intra-Net suddivisi tra aree geografiche. Cominciarono regimi autoritari come Cina, Russia e Iran, ma anche tra Europa e Usa adesso aumentano gli ostacoli. L'involuzione è stata accelerata dalle rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio americano, certo, ma di fatto sta cambiando la natura aperta della Rete.

Dunque, la globalizzazione non è irreversibile. Di questo si è convinto anche il più grande pensatore politico americano del nostro tempo, Francis Fukuyama. Proprio lui che aveva teorizzato "la fine della Storia" dopo la caduta del Muro di Berlino: cioè il trionfo di un modello unico, la liberal-democrazia e l'economia di mercato, un mix brevettato in Occidente. Un quarto di secolo dopo Fukuyama fa un'autocritica clamorosa, ammettendo che "né la Cina né la Russia vogliono diventare come noi".

L'omologazione sembrava un trend inarrestabile, invece dei poderosi venti contrari hanno invertito la tendenza, un leader come Xi Jinping teorizza orgogliosamente non solo l'autonomia ma la superiorità del suo modello autoritario.

La globalizzazione inverte il senso di marcia perfino sul terreno dove sembrava non avere avversari: l'economia. Quando Bill Clinton firmava il Nafta, il commercio tra le nazioni cresceva più veloce dei rispettivi Pil. Allora l'abbattimento delle barriere, l'apertura delle frontiere, l'intensificarsi degli scambi e degli investimenti internazionali, erano un motore di crescita. L'inizio del nuovo millennio, segnato dall'ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) portò perfino ad accentuare il fenomeno: dal 2003 al 2006 in poi il commercio estero crebbe a una velocità addirittura doppia rispetto ai Pil.

La globalizzazione trainava tutto. Adesso, rivela il Fondo monetario, siamo nella situazione inversa: le maggiori economie mondiali hanno una crescita interna superiore agli scambi con gli altri. Il commercio mondiale langue. Porti e navi da container soffrono di sovraccapacità. Le due maggiori economie mondiali, America e Cina, sono di colpo più "introverse". L'America sta quasi smettendo di comprare petrolio dal resto del mondo perché ne ha abbastanza in casa sua. La Cina decurta brutalmente i suoi acquisti di materie prime facendone precipitare le quotazioni e innescando recessioni nelle economie emergenti dal Brasile alla Russia.

Si chiude un quarto di secolo di crescita mondiale che aveva visto i Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) e altre tigri dell'emisfero Sud nel ruolo delle locomotive. Anche i paesi più avanzati ne soffrono le ripercussioni. Negli Usa rallenta la creazione di posti di lavoro (il mese scorso 142.000 contro i 250.000 di media nel 2014). La Germania, potenza esportatrice per eccellenza, può sopravvivere al grande gelo della globalizzazione? La risposta dagli ultimi dati è negativa: l'export tedesco ha iniziato a calare già quest'estate, molto prima dello scandalo Volkswagen. Se la globalizzazione è in ritirata, le conseguenze si risentono in tutte le economie "estroverse", cioè che basavano la propria crescita soprattutto sui mercati stranieri.

Qualcosa di strutturale sta cambiando, e la Cina è un osservatorio-chiave per capirlo. Parlare solo di rallentamento della crescita cinese, è una spiegazione riduttiva. Certo la velocità di crescita del Pil nella Repubblica Popolare era stata del 10% annuo nel periodo del boom, mentre quest'anno secondo il Fmi è solo del 6,5%. Ma un altro dato fa riflettere, il consumo di energia elettrica in Cina è quasi fermo, la sua crescita è dell'1 o 2%. Cosa c'è dietro? Non solo la Repubblica Popolare subisce una frenata, ma sta cambiando anche il suo modello di sviluppo. Sta diventando una società del ceto medio, con i consumi tipici di una transizione post-industriale. A Pechino e Shanghai l'automobile ormai ce l'hanno tutti, aumentano invece i consumi di servizi: dall'istruzione alla sanità, dalla finanza al turismo. I servizi consumano meno materie prime, meno importazioni.

A queste trasformazioni strutturali si accompagna un mutamento nel clima ideologico. Ai tempi in cui Bill Clinton firmava il Nafta, il pensiero economico era dominato dal "paradigma" neoliberista. Dal mercato unico nordamericano, promise Clinton riecheggiando i suoi economisti Robert Rubin e Larry Summers, sarebbero nati milioni di posti di lavoro. Oggi a quelle favole non crede più neanche il Financial Times, che di fronte al trattato Tpp America-Asia-Pacifico prevede "al massimo" un beneficio di +0,5% nel Pil spalmato su molti anni.

Obama, che ha lavorato per anni alla costruzione dei due trattati gemelli (il Tpp con il Pacifico e il Ttip con l'Europa) è a sua volta figlio di un'epoca nuova. È stato osservato infatti che questi accordi di libero scambio sono parziali. Uniscono e dividono. Sono disegnati su misura per essere "contro" qualcuno. Nel caso del Tpp il grande escluso è ovviamente la Cina. Negli anni Novanta e all'inizio di questo millennio, con la creazione del Wto, si perseguiva una globalizzazione universale, aperta a tutti. Adesso sono di moda gli accordi "regionali", che sono spesso conventio ad excludendum, club a cui si accede dietro invito.

Obama ne ha spiegato la logica: cominciando da un accordo con paesi simili, come Giappone e Australia, ha inserito nelle clausole del trattato i diritti sindacali e la protezione dell'ambiente. Spera che questo un giorno possa forzare la mano ai cinesi costringendoli a concessioni. Ma Pechino ha già imboccato una strada diversa, si confeziona i suoi trattati commerciali, con chi è disposto a firmarli. Dal "mondo piatto" che teorizzava Thomas Friedman, scivoliamo in un mondo dove infinite barriere invisibili si stanno ricostituendo.

 
Dal diritto internazionale la via per una nuova pace PDF Stampa
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di Ugo De Siervo (Presidente emerito della Corte costituzionale)

 

Avvenire, 9 ottobre 2015

 

I Paesi aderenti all'Unione europea da settant'anni non conoscono guerre fra loro, malgrado la loro storia precedente avesse registrato per tutta l'epoca moderna e contemporanea continue e gravissime vicende belliche (fino alle due guerre mondiali), tali da mettere perfino più volte a rischio lo stesso destino delle loro popolazioni: probabilmente per merito dei pur faticosi processi di federalizzazione europea e dell'estrema pericolosità a livello mondiale di eventi bellici del genere, guerre internazionali e guerre civili sono apparse in Europa solo al di fuori dei confini dell'Unione (da ultimo si pensi ai paesi dell'ex-Jugoslavia, agli Stati caucasici, al caso ucraino). Invece, da almeno alcuni anni, eventi del genere si sono moltiplicati anche appena al di là dei confini europei: si producono così molteplici gravi conseguenze a causa delle tanto forti interdipendenze fra le diverse regioni del mondo; ma comunque poi esistono ineludibili responsabilità di tutti noi, appartenenti alle aree più privilegiate, verso la sorte di tanti fratelli meno fortunati.

Il panorama esistente appare davvero grave e preoccupante. Circa un terzo degli Stati esistenti (oltre sessanta) sono attualmente coinvolti in vere e proprie guerre internazionali o sono impegnati in gravi guerre civili, tanto da non riuscire a controllare parti significative dei loro territori. La crescente diffusione di questi fenomeni e l'estrema gravità dei danni prodotti sulle popolazioni e sulle attività economiche, spesso con la distruzione sistematica di ogni struttura e attività esistente, ben al di là degli apparati militari, produce evidenti effetti anche sul piano della fuga di tantissime persone dai loro paesi e del conseguente imponente incremento dei flussi migratori, che ora tanto preoccupa i paesi europei. Addirittura, dato il non raro coinvolgimento, almeno indiretto, dei massimi Stati esistenti in tante di queste vicende, si è addirittura parlato dell'esistenza di una non dichiarata terza guerra mondiale.

Per di più si tratta di vicende belliche che spesso appaiono senza regola alcuna: diffuse gravi crudeltà sui civili e sui combattenti; popolazioni civili sostanzialmente detenute o deportate, se non destinate a veri e propri genocidi; uso improprio di armamenti, di tecniche belliche, di controlli e di condizionamenti delle libertà individuali e collettive.

Non solo alcune delle peggiori prassi ereditate dal passato continuano (l'uso di armi di distruzione di massa; le popolazioni civili, spesso concentrate in enormi campi profughi, che divengono ostaggio dei diversi combattenti; il terrore usato come strumento di controllo sociale; l'uso di forme di rappresaglia), ma le continue innovazioni tecnologiche hanno prodotto sempre nuovi e più potenti strumenti bellici, di intromissione e controllo, di condizionamento delle libertà dei soggetti ritenuti avversari. Basti pensare alla recente diffusione dell'uso bellico dei droni, alla detenzione senza regole di alcuni gruppi di avversari, all'utilizzazione bellica di alcune tecnologie informatiche.

Non solo le grandi speranze di una grande stagione di pace successive al disfacimento dell'Urss si sono dimostrate vane, ma anzi tante

vicende internazionali che si sono succedute negli ultimi decenni paradossalmente hanno contribuito a produrre una pericolosa diffusione di guerre, interne e internazionali, o di nuove e gravi forme di terrorismo, anche con la contemporanea vistosa caduta di non poche regole che l'ordinamento internazionale e alcuni ordinamenti costituzionali avevano faticosamente prodotto per contenere, se non per disciplinare, alcuni degli aspetti più gravi dei confronti bellici e delle attività ad essi collegate.

D'altra parte anche in precedenza non mancavano certo alcuni casi di anche prolungata e clamorosa disapplicazione delle normative e delle regole internazionali (basti pensare alle tragiche vicende palestinesi, al sostegno occulto di guerriglie o alle varie deroghe alle norme contro la proliferazione degli armamenti atomici). Ma, almeno in qualche misura, la pur durissima e pericolosa articolazione delle diverse aree di influenza fra "mondo occidentale" e "mondo comunista" riusciva a contenere l'emergere di nuovi protagonisti, impediva il formarsi di vuoti di potere e riduceva fortemente il sorgere di ulteriori contrapposizioni espressive di particolarismi territoriali, etnici o culturali, vecchi o nuovi.

Invece la caduta dei precedenti sistemi di alleanze, se ha posto le premesse per la possibile liberazione di tanti popoli, ha lasciato inevitabilmente molti nuovi spazi ai nuovi soggetti forti sul piano finanziario, militare o anche solo ideale (dai grandi paesi in via di sviluppo, alle maggiori potenze petrolifere, ai paesi islamici e ad Israele, alle tante comunità etniche, ad alcuni antichi Stati coloniali). E questo senza neanche pensare alle situazioni sorte in alcune aree territoriali per la forza di alcuni gruppi terroristici e perfino criminali. Ciò mentre le due superpotenze hanno dovuto reinventarsi le loro politiche estere, non di rado però anche assumendo iniziative inadeguate, se non pericolose: e se gli Usa hanno alternato fasi decisamente interventiste di tipo militare a fasi di più prudente (ma pur sempre pesante) esercizio della politica estera tramite il loro tanto forte peso diplomatico, economico e militare, la federazione russa ha cercato di soddisfare le diffuse frustrazioni nazionalistiche dei suoi ristretti gruppi dirigenti tramite evidenti pressioni e interventi su vari scacchieri internazionali, alcune volte perfino in forma militare diretta, ma più spesso ancora in forma indiretta tramite i suoi rilevanti poteri economici e la stessa fornitura di armamenti e sostegni di tipo militare.

Ciò mentre l'Onu appare sempre più impotente e troppo spesso bloccata dai diversi poteri di veto delle potenze che dominano i suoi organi. Gli stessi, pur apprezzabili, tentativi di edificare organi giudiziari internazionali per colpire le maggiori responsabilità penali internazionali appaiono ancora troppo marginali. Tutto ciò contribuisce a produrre una larga diffusione di gravi eventi bellici, con pericoli crescenti di coinvolgimenti di nuovi soggetti e istituzioni, date le pesantissime ricadute sulle popolazioni, sull'economia di intere aree e sulle concatenazioni delle alleanze.

Ma soprattutto quello che colpisce sono una serie di veri e propri vistosi regressi che si sono registrati nelle pur già tragiche caratteristiche delle guerre contemporanee: anzitutto sempre più sono i popoli gli oggetti principali delle distruzioni belliche, piuttosto che le stesse strutture militari; sembrano non esistere più limiti all'uso di armamenti di ogni tipo; riprende vigore l'uso delle più efferate crudeltà sugli avversari ed i prigionieri; sembra esistere un'assoluta continuità fra le responsabilità di tipo penale ed i comportamenti degli avversari bellici; le determinazioni di usare veri e propri armamenti bellici vengono spesso assunte anche al di fuori di procedure pubbliche e formalizzate. Parallelamente mutano perfino le caratteristiche delle forze armate, che oscillano fra una sempre più spinta professionalizzazione (anche con l'eliminazione delle leve obbligatorie) e la loro integrazione o sostituzione da parte di mercenari o di insorti locali.

Piuttosto che puntare alla pericolosa utilizzazione di alleanze militari, nuove o vecchie (come quelle perfino con alcuni antichi Stati coloniali), occorre promuovere anzitutto un protagonismo molto maggiore degli organismi sovranazionali, a cominciare dall'Onu e dalle diverse organizzazioni 'regionali', a cominciare dall'Unione europea. Occorrono, infatti, politiche estere assai più attive nella progressiva riduzione delle guerre esistenti e soprattutto nella prevenzione delle cause che le producono o le alimentano: proprio la recente esperienza europea potrebbe insegnare molto.

Soprattutto occorre riaffermare energicamente che il fondamento ultimo degli ordinamenti democratici e della necessaria convivenza fra i diversi Stati sta nel pieno rispetto e nell'effettiva valorizzazione dei valori delle persone e dei gruppi sociali a cui esse aderiscono liberamente; è alla concreta realizzazione di questa finalità che va commisurato ogni altro elemento della vita associata, come lo sviluppo economico e sociale, il funzionamento dell'ordinamento democratico, la stessa garanzia dell'esistenza di efficaci strumenti di sicurezza.

 
Iraq: Roma congela i raid dei Tornado "meglio concentrarsi sulla missione libica" PDF Stampa
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di Vincenzo Nigro

 

La Repubblica, 9 ottobre 2015

 

Pressioni dell'Aeronautica per un ruolo alla pari con gli altri membri della coalizione ma il governo non vuole aprire uno scontro in Parlamento.

In Iraq non si bombarda, piuttosto prepariamoci alla Libia. Il governo italiano ha deciso di "congelare" la decisione di permettere ai Tornado dell'Aeronautica militare di bombardare le postazioni dell'Is in Iraq come fanno gli altri aerei della coalizione guidata dagli Usa. "Per il momento i nostri quattro cacciabombardieri continuano la loro missione", dice un'alta fonte della Difesa, "che è quella di offrire informazioni alla coalizione con i Pod di fabbricazione israeliana che sono agganciati sotto le ali dei velivoli e raccolgono foto e video".

La decisione è stata presa nelle ultime ore dal premier Matteo Renzi e dalla ministra della Difesa Pinotti soprattutto dopo aver incrociato due tipi di valutazioni. Politiche, dopo le prime reazioni dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. E tecnico-militari, dopo frenetiche consultazioni dell'ultimo minuto con militari in servizio e della riserva sulla reale utilità del passaggio dei Tornado alla fase di bombardamento attivo. La risposta è stata unanime: tecnicamente 4 Tornado in più o in meno nella "guerra aerea" contro l'Is sono ininfluenti, soprattutto perché la guerra aerea di fatto è ferma e inefficace. E quindi il governo Renzi ha valutato autolesionistico aprire un nuovo scontro in Parlamento Non a caso ieri la Pinotti, a Bruxelles per una riunione dei ministri della Difesa Nato, a metà pomeriggio ha detto ai giornalisti che "sui Tornado decideremo anche considerando l'impegno complessivo che l'Italia sta mettendo nei diversi teatri: siamo già presenti fortemente nella coalizione anti-Is, ma le valutazioni si fanno quando si ha il quadro completo". Una frenata rispetto alle dichiarazioni dei giorni precedenti. Soprattutto in attesa della nuova missione militare che l'Italia si potrebbe trovare a gestire, quella in Libia per stabilizzare il possibile governo di unità nazionale.

Il "congelamento" deciso da Renzi è arrivato al culmine di un processo decisionale molto controverso. In effetti martedì, quando il

Corriere della Sera aveva anticipato la notizia di nuove missioni per i Tornado, la decisione del governo era già stata presa. La sera stessa, alle Commissioni delle Camere, il governo avrebbe chiesto il voto per autorizzare i Tornado. L'anticipazione aveva però innescato non solo reazioni politiche contrarie, ma soprattutto un diluvio di valutazioni di esperti militari che hanno fatto capire al governo che non valeva la pena sfidare le opposizioni per un'operazione militare di dubbia efficacia.

"La guerra aerea all'Is è già in crisi per mancanza di obiettivi", dice un generale dell'Aeronautica, "individuare altre obiettivi da "battere" è diventato un'impresa residuale: il gioco non vale la candela". Conferma la valutazione un altro ufficiale non più in servizio, il generale Vincenzo Camporini che è stato capo dell'Aeronautica e poi della Difesa: "Dal punto di vista tecnico quattro Tornado in più o in meno sono ininfluenti; dal punto di vista politico purtroppo ancora una volta è un comportamento a metà dell'Italia e le cose fatte a metà sono sempre fatte male".

Ma allora perché il Governo aveva deciso di incrementare la missione dei Tornado, preparandosi a sfidare Parlamento e parte dell'opinione pubblica? Una ricostruzione fatta con diverse fonti politiche e militari vede un'azione decisiva svolta dall'Aeronautica per vedersi riconosciuto un ruolo paritario con gli altri Paesi della coalizione guidata dagli Usa. "La nostra condizione è par- ticolare: noi con i nostri aerei partecipiamo di fatto alle operazioni sull'Iraq, voliamo, corriamo gli stessi pericoli, ma soltanto per fare fotografie: questo però ci tiene fuori dal processo decisionale, dal cuore della coalizione", dice un ufficiale.

Dal primo momento, quando nel 2014 il governo Renzi decise di partecipare alla coalizione anti- Is guidata dagli Usa, l'Aeronautica aveva fatto pressioni per essere inclusa a pieno titolo anche nelle "operazioni cinetiche" contro il califfato. Un'anomalia, questa del "partecipare a metà", presente in molte altre missioni militari, tanto che un alto ufficiale aveva predetto alla ministra Pinotti: "Alla fine gli americani faranno pressioni, e noi dovremo cambiare idea come al solito".

Questa volta però è stato proprio il pressing dell'Aeronautica a far cambiare idea al vertice politico. In che modo? Suggerendo anche che fossero gli stessi responsabili politici americani a chiedere al governo Renzi di intervenire. "Ce lo siamo fatti chiedere", ammette una fonte informata di ogni passaggio: "Certo, la coalizione vorrebbe sempre più uomini e mezzi e le richieste arrivano di continuo, ma adesso siamo stati noi a far capire agli americani che sarebbe stato necessario un intervento politico". E un intervento c'è stato, se è vero che Barack Obama in persona avrebbe chiesto a Matteo Renzi di rimuovere i vincoli per l'utilizzo dei Tornado in Iraq. Per il momento però tutto torna alla casella di partenza.

 
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