Domenica 17 Novembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Burundi: arrestato giornalista che indaga su uccisione suore italiane, accusato di complicità PDF Stampa
Condividi

Il Velino, 3 febbraio 2015

 

Per Bob Rugurika, l'omicidio di Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernardetta Boggian, uccise barbaramente nel loro convento a Bujumbura il 7 settembre 2014, era diventato un chiodo fisso. Mai si era lasciato convincere dalla versione ufficiale della polizia burundese, secondo la quale le tre suore furono uccise da un uomo con disturbi mentali che aveva agito da solo per motivi personali. Rugurika è direttore della Radio Publique Africaine (Rpa), un'emittente radiofonica da sempre considerata dal regime burundese uno strumento dell'opposizione, e in particolar modo del suo fondatore, Alexis Sinduhije, che nel 2009 ha creato un nuovo partito politico chiamato Movimento per la solidarietà e la democrazia, per poi presentarsi alle elezioni presidenziali del 2010.

L'inchiesta portata avanti negli ultimi mesi da Rugurika e mandata in onda a metà gennaio, include un'intervista realizzata a uomo che pretende di aver di aver partecipato all'omicidio delle suore italiane per conto dei servizi segreti burundesi. Un'accusa gravissima che è valsa al direttore di RPA una convocazione il 20 gennaio scorso negli uffici del procuratore generale che gli ha chiesto di rivelare la sua fonte. Dopo sette ore di interrogatorio e di fronte al rifiuto di rivelare la sua fonte, Rugurika è stato incarcerato nella prigione centrale di Mpimba con l'accusa di "violazione del segreto di istruttoria" e soprattutto di "complicità di omicidio".

Questa settimana la procura di Bujumbura dovrebbe formulare le accuse. Se confermate, il giornalista burundese rischia fino a 20 anni di carcere. Secondo la ricostruzione fatta dal settimanale panafricano Jeune Afrique, all'indomani del suo arresto, l'associazione burundese per la protezione dei diritti umani e delle persone detenute (Aprodh) rivela che Rugurika è stato trasferito al centro di detenzione di Muramvya, a circa 30 chilometri dalla capitale, e noto per accogliere detenuti lontano dagli sguardi indiscreti della società civile e dei media burundesi. "I miei informatori alla prigione di Mpimba mi hanno telefonato per annunciarmi il trasferimento di Rugurika a Muramvya", ha dichiarato Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell'Aprodh già incarcerato nel 2014 per attentato contro la sicurezza dello Stato. La notizia si sparge in tutta la capitale, convincendo parenti, giornalisti e una piccola delegazione delle Nazioni Unite a prendere la direzione di Muramvya con l'obiettivo di incontrare il direttore di RPA. Dopo ore di trattative, la moglie di Rugurika, contrariamente ai suoi avvocati, viene autorizzata ad incontrarlo. "Sta bene" rivelerà Nadia. Ma la paura è stata tanta. Durante il trasferimento al carcere di Muramvya, Rugurika avrebbe chiesto ai poliziotti "se lo avrebbero ucciso".

Dopo 24 ore trascorse in una cella di isolamento di due metri su tre e senza finestra, oggi le condizioni di incarcerazione del giornalista burundese sono state alleggerite, con la possibilità di avere una radio e ricevere visite al contagocce. I giornalisti di Radio France Internationale (RFI) hanno incontrato un uomo "totalmente trasformato e molto combattivo". "Non ho il diritto di perdere il morale, sono pronto a battermi fino in fondo", ha dichiarato Rugurika, che spera ormai di essere rilasciato in libertà condizionata. Per il pubblico ministero burundese, il rilascio è condizionato all'identificazione della persona intervistata da Rugurika. "Questa persona deve essere a messa a disposizione della procura, e solo allora Bob potrà godere della libertà condizionata", ha assicurato la portavoce della giustizia burundese, Agnès Bangiricenge. La speranza di vedere il direttore di Rpa rilasciato è minima. Secondo alcuni osservatori, è molto probabile che Rugurika rimanga in carcere almeno fino al 26 maggio, data delle prossime elezioni legislative, alle quali seguiranno le presidenziali previste nel mese di giugno.

 
Danimarca: "Date an Indsat"... con una foto su Facebook trovi l'amore anche in carcere PDF Stampa
Condividi

di Annalisa Lista

 

www.west-info.eu, 3 febbraio 2015

 

Più di 10.000 iscritti al gruppo Facebook per trovare l'amore in carcere. È il record raggiunto, in sole due settimane, da Date an Indsat (Date an inmate), comunità danese del social network fondata da due giovani detenuti scandinavi stanchi di rinunciare al partner.

Oltre che alla libertà. Il gruppo viene aggiornato quotidianamente con le foto dei prigionieri - o ex tali - maggiorenni, single e disponibili a intraprendere una relazione. Per essere inseriti nel database e risultare visibili nel gruppo, basta contattare l'amministratore e inviare l'immagine con una breve descrizione di sé e del tipo di persona desiderata. "In questo modo, c'è uno scopo per cui vale la pena combattere" - ha commentato uno dei fondatori. L'idea richiama altre iniziative simili di successo. Sempre made in Scandinavia.

 
Stati Generali sulle carceri: un'occasione per il carcere e anche per la città di Padova PDF Stampa
Condividi

Il Mattino di Padova, 2 febbraio 2015

 

La vita di un carcere oggi non è facile, neppure per la Casa di reclusione di Padova, sede di importanti esperienze innovative, ma anche luogo di tensioni perché oggi la realtà delle carceri italiane ha bisogno di essere riformata, non è solo una questione di sovraffollamento, è soprattutto una questione di dare un senso alle pene, che non sia quello di rispondere al male con altrettanto male, quanto piuttosto di accompagnare le persone in un percorso di assunzione di responsabilità, unica strada per garantire sicurezza.

Leggi tutto...
 
Giustizia: colpevole o innocente? ... un problema di filosofia del diritto PDF Stampa
Condividi

di Mario De Caro

 

Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015

 

La scienza sembra corroborare l'idea che il libero arbitrio non esiste e che nessuno va punito, ma così ignora l'utilità sociale di condannare un criminale.

Leggi tutto...
 
Giustizia: dal lavoro in carcere un aiuto ai detenuti e anche ai conti dello Stato PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe Sabella (Direttore di Think-in)

 

Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015

 

Ogni recluso costa in media 45mila euro: nel 98% dei casi chi esce inserito nel lavoro non torna più in prigione. Se Cesare Beccaria aveva ragione, tanto che il suo capolavoro "Dei delitti e delle pene" (1764) ha ispirato persino i nostri padri costituenti e l'articolo 27 della nostra Carta costituzionale, se ne deve concludere che il lavoro penitenziario non è soltanto un tema attuale ma, anche, cosa buona. L'illuminato filosofo e giurista milanese, nella sua opera più celebre, ha introdotto nella filosofia del diritto penale la concezione rieducativa della pena: non una punizione, quindi, volta a espiare la colpa o a compensare il danno fatto, ma una misura finalizzata al recupero dell'uomo, il reo. In una prospettiva rieducativa, è naturale che il lavoro abbia un ruolo molto importante: il lavoro dà dignità all'uomo, lo responsabilizza e lo mette in relazione con gli altri. Da questo punto di vista, in Italia si fanno attività rieducative nelle carceri da diversi decenni.

Leggi tutto...
 
<< Inizio < Prec. 9351 9352 9353 9354 9355 9356 9357 9358 9359 9360 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it