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Abruzzo: il vice Presidente del Consiglio regionale Paolini in visita al carcere di Sulmona PDF Stampa
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Askanews, 27 febbraio 2015

 

Il Vice Presidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini, ha visitato questa mattina il penitenziario di massima sicurezza di Sulmona. Le motivazioni della visita sono state due: la necessità di verificare la condizione dei detenuti e del personale del penitenziario e la sicurezza all'interno dell'istituto di pena. "Il carcere di massima sicurezza di Sulmona - spiega il Vice Presidente Paolini - ospita attualmente 500 detenuti e nell'immediato futuro vedrà ampliare la sua capienza di altri 200 unità, questo a fronte di un organico già oggi sottodimensionato.

Alla carenza di personale si deve aggiungere la necessità di potenziamento di strutture giudiziarie, sanitarie e di polizia. Sarà importante quindi l'azione di programmazione della Regione per garantire il necessario supporto. Un altro aspetto è quello della sicurezza: la pericolosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di altri detenuti, attraverso lo sfruttamento del particolare stato psicologico di coloro che entrano nel sistema carcerario, obbliga a porre l'attenzione sul sistema di sicurezza adottato nei nostri Istituti di pena.

Sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione e per fare questo devono essere adeguatamente supportate e preparate. In questo momento bisogna dare massima attenzione alla sicurezza dei cittadini". La mattinata si è conclusa con la visita alla sede della Scuola di formazione e aggiornamento del personale di Polizia Penitenziaria.

 

Lavori ripartiranno in estate

 

"I lavori per la realizzazione del nuovo padiglione del carcere di Sulmona ripartiranno all'inizio della prossima estate per terminare entro la fine dell'anno". Lo ha annunciato il vicepresidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini, il quale, accompagnato da Susanna Loriga, vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Italia dei Valori e dal già vicequestore del Corpo Forestale del Lazio, Lamberto Alfonsi Schiavitti, ha visitato il carcere di Sulmona incontrando il direttore Sergio Romice e i sindacati dei poliziotti penitenziari. Nel nuovo padiglione ci sarà spazio per 200 detenuti che andranno a sommarsi agli attuali 500. "Questo a fronte di un organico già oggi sottodimensionato - ha spiegato Paolini. Alla carenza di personale si deve aggiungere la necessità di potenziamento di strutture giudiziarie, sanitarie e di polizia; sarà importante quindi l'azione di programmazione della Regione per garantire il necessario supporto". Paolini ha sostenuto, soprattutto dopo il colloquio con i sindacati, che "deve essere perfezionato il piano sanitario regionale dell'assistenza penitenziaria su Pescara - precisando che - sulla struttura sanitaria pescarese è previsto un piano che deve servire per ospitare i detenuti di tutti gli istituti abruzzesi, anche di quelli di Sulmona perché l'attuale repertino dell'ospedale peligno non soddisfa le esigenze di salubrità".

 

Attenzione per indottrinamento in carcere

 

"Sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione per evitare che la pericolosa opera di indottrinamento da parte dei condannati per appartenenza a reti terroristiche islamiche, nei confronti di altri detenuti, possa favorire il loro reclutamento". Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini insieme a Susanna Loriga, vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Italia dei Valori, al termine della visita odierna al carcere di Sulmona. Secondo Paolini "sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione e per fare questo devono essere adeguatamente supportate e preparate".

"Nessun caso nel carcere di Sulmona, ma in tutti gli istituti italiani si sta svolgendo un'opera di sensibilizzazione - ha aggiunto Loriga. Servirebbe un maggior coordinamento fra il personale in servizio presso gli Istituti penitenziari e l'intelligence per un rapporto di costante segnalazione ed osservazione dei soggetti a rischio". "I reclutatori hanno costruito una consistente rete di controllo - ha concluso la vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Idv - e il reclutamento nel carcere esige un sistema di controllo di massimo livello poiché, proprio la popolazione carceraria è più vulnerabile e con una forma mentis predisposta a tale fenomeno di radicalizzazione".

 
Piacenza: dicono che Osas si è suicidato in cella, ma ora scatta un'inchiesta PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 27 febbraio 2015

 

Aperta un'inchiesta sul suicidio di Osas Ake, il 20erme nigeriano che si è impiccato il 14 febbraio scorso all'interno della sua cella del carcere di Piacenza, Da quattro mesi era in carcere in attesa di giudizio, l'accusa era grave: quella di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane. Quando decise di farla finita era in isolamento, ha ritagliato un pezzo della sua maglietta e ne ha ricavato un cappio. Era stato prontamente soccorso dalle guardie penitenziarie, ma niente da fare: dopo quattro giorni di agonia è morto in ospedale.

Il giorno che decise di impiccarsi era avvenuto però qualcosa di particolare. Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina e si denudò, per questo motivo fu punito e rinchiuso in cella di isolamento. Poi la macabra scoperta da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Come da prassi la Procura ha aperto una inchiesta e disposta l'autopsia per chiare cosa accadde quel giorno, tra l'altro coincidente con un altro detenuto che, senza riuscirci, voleva togliersi la vita. Ciò evidenza l'inferno che si vive in carcere: il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall'inizio dell'anno, nelle carceri italiane.

"Come uomo - spiega l'avvocato Domenico Noris Bucchi alla Gazzetta di Reggio - il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa". L'avvocato continua con il racconto: "Osas Ake aveva vent'anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento. Questo è il settimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi".

Poi prosegue: "Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia. Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione". L'avvocato Bucchi rilancia: "Ebbene io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati, Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema". E conclude: "Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano".

Osas Ake era un clandestino di appena vent'anni totalmente solo, tanto è vero che la notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi il quale era il suo unico riferimento in Italia. Non sappiamo se sia innocente o meno, sappiamo solamente che non doveva morire. Ma il sistema penitenziario, di fatto, ha rispristinato la pena di morte. L'emergenza - tra l'altro confermata dai due rapporti internazionali pubblicati oggi su questa stessa pagina de Il Garantista - non è finita.

 
Livorno: il Garante regionale Corleone "le scale sociali in prigione sono sempre pericolose" PDF Stampa
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www.gonews.it, 27 febbraio 2015

 

"Presto sarà attivo il nuovo padiglione di alta sicurezza; manca solo il collaudo della cucina, ma per rendere le condizioni del carcere di Livorno accettabili c'è ancora molto da lavorare" - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina. "Sono preoccupato - ha aggiunto Corleone - per la disparità di ambienti, per la differenza abissale che c'è tra il padiglione di alta sicurezza e le altre strutture. I 97 detenuti che andranno nel nuovo padiglione avranno celle doppie con servizi, una sala colloqui ampia e luminosa, mentre i 117 "poveretti" che sono nei locali di media sicurezza, per reati minori, si trovano in tre per cella, in locali piccoli con docce e servivi igienici inadeguati". "Un conto è se tutti stanno male - ha commentato Corleone - ma le scale sociali in carcere possono rappresentare un problema".

La visita al penitenziario Le Sughere rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Corleone ha parlato della mancanza della sezione femminile che "in Toscana è presente solo a Pisa, Empoli e Sollicciano", "il penitenziario di Livorno avrebbe lo spazio per riattivare il reparto donne".

"Dei 117 detenuti presenti - ha aggiunto il garante - ben il 50 sono per detenzione a fine di spaccio e oltre la metà sono stranieri". Tra le criticità evidenziate da Corleone ci sono le condizioni deplorevoli in cui si trovano la vecchia cucina, l'infermeria e la biblioteca, quest'ultima "ospita 4 mila volumi, adesso inaccessibili per l'inagibilità dei locali". Hanno partecipato alla visita nell'istituto penitenziario anche il garante dei detenuti del comune di Livorno Marco Solimano e il consigliere regionale Marco Taradash (Ncd). Domani Corleone visiterà la casa di reclusione di Massa. Saranno presenti la direttrice Maria Martone e l'ex garante provinciale Umberto Moisè.

 
Milano: 8 Marzo; 400mila bracciali realizzati da detenute, parte ricavato a lotta contro violenza PDF Stampa
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Ansa, 27 febbraio 2015

 

Saranno le detenute di alcune carceri a realizzare in occasione della festa della donna, il prossimo 8 marzo, circa 400 mila braccialetti in stoffa, che si potranno trovare nei punti vendita dei supermercati Conad in tutta Italia. Il progetto è stato illustrato nella giornata di debutto in Italia della rete di imprenditori del sociale Ashoka, da Luciana Delle Donne imprenditrice pugliese che ha creato con la sua cooperativa il marchio "Made in Carcere", per dare lavoro alle detenute delle carceri di Trani e Lecce.

La cooperativa è una delle tre realtà italiane che si sono presentate ad Ashoka come partner potenziali. Sono 20 le detenute assunte dalla cooperativa a tempo indeterminato e dal carcere realizzano braccialetti con gli scarti dell'industria tessile. Un progetto che è cresciuto coinvolgendo altri penitenziari del Paese, per realizzare l'edizione speciale dei braccialetti in occasione dell'8 marzo.

Con il ricavato si pagheranno le detenute e una parte andrà in beneficenza ad una associazione che lotta contro la violenza sulle donne. Il progetto è realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia, che ha sostenuto la formazione delle detenute nei laboratori tessili, tra le carceri coinvolte anche Milano e Vigevano. "Progetti come questi nascono anche con il sostegno delle imprese - ha spiegato il primo imprenditore che ha deciso di sostenere Ashoka in Italia, Mimmo Costanzo - che da parte loro devono imparare a guardare al sociale con interesse, a saper ascoltare e a essere termometro del cambiamento".

 
Reggio Emilia: dalla chiusura degli Opg l'inizio di una nuova vita PDF Stampa
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di Vanna Iori (parlamentare del Pd)

 

Gazzetta di Reggio, 27 febbraio 2015

 

Nel 1975 Antonietta Bernardini morì bruciata viva perché legata al letto di contenzione. Era stata arrestata alla Stazione Termini perché aveva schiaffeggiato un agente in borghese per una lite sul posto nella fila allo sportello. Da Rebibbia era stata portata all'Opg di Pozzuoli. L'episodio riportato da molti giornali aveva aperto il dibattito su una realtà quasi sconosciuta, sui drammi di malati dimenticati da anni nell'incuria e nell'abbandono. La lunga e faticosa chiusura degli Opg, che dovrebbe concludersi finalmente il 31 marzo di quest'anno, è una storia che viene da lontano e ha le sue radici nel peggior degrado dell'istituzione manicomiale e di quella carceraria.

È la storia dei manicomi giudiziari che la legge 345/1975 ha denominato ospedali psichiatrici giudiziari, cambiandone solo il nome, mentre è rimasta la fisionomia di luoghi di segregazione, strutture fatiscenti, disumane e infernali di custodia, luoghi di punizione e sofferenza con letti di contenzione e violenze, basate sulla filosofia del "sorvegliare e punire" (Foucault).

Queste strutture giudiziarie sono sopravvissute alla Legge 180/1978 (legge Basaglia per la chiusura dei manicomi), per le motivazioni ideologiche della pericolosità sociale e della non imputabilità del malato di mente.

La paura del diverso ha prevalso e ha comportato la privazione delle libertà fondamentali. Sempre sul crinale del confine tra cura e custodia, tra tutela della salute mentale e istituzione totale della follia (Goffman, Asylums), la persona non imputabile non è "responsabile". Ma togliere la responsabilità a una persona è toglierle la dignità stessa dell'esistenza.

"In manicomio giudiziario ti dicono che tu non sei più tu, perché qua non ti hanno solo tolto tutto, ma anche quell'azione per quanto tragica per cui tu sei finito qua dentro, anche quel gesto te l'hanno portato via, nemmeno quell'azione ti appartiene più." (Il dialogo di Marco Cavallo).

Restituire a una persona il diritto a essere processato e a essere punito anche con il carcere, significa riconoscere il diritto a essere cittadino, a un progetto terapeutico, alla libertà vigilata, a un inserimento lavorativo, a tutte le condizioni dei detenuti comuni, ferma restando la garanzia della sicurezza sociale e la certezza della pena.

Ed è con decreto del Presidente del Consiglio del 1° aprile 2008 che le persone detenute negli Opg passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni e alle Ausl. Dopo due proroghe si avvicina ora la data del 31 marzo 2015 in cui concretizzare le dimissioni di tutti gli internati ritenuti in grado di proseguire il loro cammino terapeutico-riabilitativo all'esterno. Le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) previste dalla Legge 81/2014 per il superamento degli Opg sono pronte solo in alcune regioni, mentre altre non sono ancora in grado di ricevere i pazienti dimessi.

A Reggio Emilia le dimissioni sono già iniziate e si è ridotto il problema del sovraffollamento (oggi 142 internati), inoltre 4 reparti su 5 sono aperti e le persone possono muoversi. Sono predisposti i programmi specifici per le misure alternative all'internamento, accompagnate da personale qualificato, e un potenziamento dei servizi territoriali di salute mentale. È giunto il momento di "buttare giù" i muri. Ma non possiamo considerare superficialmente risolta la complessità di una questione che andrà affrontata ancora.

La chiusura è la fine di una storia di segregazione disumana, ma deve essere anche l'inizio di buone pratiche socio-sanitarie, di percorsi individualizzati, di inclusione sociale e assistenza in famiglia o in gruppi di convivenza, di collaborazione degli operatori con le reti territoriali di avvocati, associazioni, garanti dei detenuti, familiari, volontari, cooperative.

La legge 81/2014 va attuata nel suo spirito autentico. Il che significa innanzitutto non trasferire semplicemente i malati psichiatrici dagli Opg alle Rems, trasformandole in neostrutture manicomiali o "mini Opg" più confortevoli, ma ancora improntate alla logica custodialistica.

Inoltre bisogna evitare che ridiventi definitiva la permanenza temporanea (da 18 a 33 mesi) nelle Rems. Questo sarebbe un nuovo fallimento. Dopo la chiusura non dobbiamo quindi dimenticarci di potenziare e monitorare l'effettivo recupero della dignità umana, etica, civile e politica di queste persone, della libertà e dei diritti di reale cittadinanza.

 
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