Giovedì 16 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Enna: partita-solidarietà alla Casa circondariale, tra giocatrici di calcio a 5 e detenuti PDF Stampa
Condividi

Ansa, 10 ottobre 2015

 

Una partita all'insegna della fratellanza e della solidarietà. Così si sono affrontate le due squadre di calcio composte dai detenuti della casa circondariale Luigi Bodenza di Enna e le giocatrici della squadra femminile di calcio a 5 dell'Uisp, in un match che si è disputato nel cortile del carcere. Squadre miste con detenuti a fianco alle calciatrici. Al torneo, denominato "Oltre le mura..." ha partecipato il presidente dell'Uisp, promotrice dell'evento, Vincenzo Bonasera. "È stata una bella esperienza di vita per noi organizzatori, ma anche per le giocatrici, che testimonia come lo sport non ha confini e unisce persone di tutte le nazionalità e le estrazioni sociali - dice Bonasera - Abbiamo giocato con sportivi corretti e con tanta voglia di vivere. La realtà carceraria, a noi sconosciuta, ci ha impressionato positivamente tanto che abbiamo pensato di attivare tutta una serie di progetti all'interno del carcere. Tra questi i corsi di arbitro ai quali parteciperanno i detenuti. Poi la prossima edizione di Vivicittà, in programma il 3 aprile 2016, prevedrà una tappa proprio dentro il carcere".

"Accogliamo sempre con piacere le iniziative costruttive che giungono dall'esterno - dice il direttore del carcere Letizia Bellelli. Questa è una città che con il suo forte tessuto sociale ha sempre sostenuto la casa circondariale e i suoi ospiti con progetti di valore. Accogliamo con grande piacere le proposte della Uisp che coinvolgono i detenuti in attività sportive. Un'opportunità che ricerchiamo da sempre, certi che lo sport è un percorso educativo importante nel processo rieducativo".

 
Nobel per la pace alla forza viva del Quartetto tunisino PDF Stampa
Condividi

di Giuliana Sgrena

 

Il Manifesto, 10 ottobre 2015

 

"Il mio primo pensiero va ai martiri della rivoluzione, a Chokri Belhaid, Mohamed Brahmi e a tutte le vittime del terrorismo. Siamo fieri che i nostri sforzi siano stati riconosciuti, sono gli sforzi del Quartetto e di tutto il popolo tunisino", questa la reazione immediata di Ali Zeddini dell'Esecutivo della Lega tunisina per i diritti dell'uomo alla notizia del Premio Nobel per la pace.

Il premio al Quartetto tunisino va persino al di là delle motivazioni degli assegnatari di Oslo "per il suo contributo decisivo nella costruzione di una democrazia pluralistica dopo la rivoluzione cosiddetta dei "gelsomini" del 2011". Per i tunisini è un premio alla loro rivoluzione, ai tentativi di salvarne di obiettivi nonostante tutti gli ostacoli. Tra le rivolte arabe quella tunisina è stata infatti l'unica a intraprendere una strada per la transizione alla democrazia e a resistere in una regione infuocata: dalla Libia alla Siria passando per la Palestina. Sono ormai lontani i tempi in cui il premio per la pace veniva assegnato ad Arafat e Rabin (1994) per un accordo che non ha mai portato a una soluzione di quel conflitto. Anzi. La Tunisia è però un'altra storia, anche se non è stata risparmiata dagli attacchi terroristici. Proprio alla vigilia del premio Ridha Charfeddine, deputato di Nidaa Tounes (il partito laico di centro), è sfuggito miracolosamente a un attentato.

Il ruolo del Quartetto - composto dall'Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt), dall'Unione tunisina dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato (Utica), dalla Lega tunisina dei diritti dell'uomo (Ltdh) e dall'Ordine nazionale degli avvocati, formato nell'estate del 2013 in un clima di forti tensioni politiche, è stato decisivo per evitare che il paese precipitasse in una guerra civile.

La troika, al potere dal dicembre 2011, aveva perduto ogni legittimità a causa del suo malgoverno e dei continui abusi di potere. Composta dagli islamisti di Ennahdha, che avevano vinto le elezioni e che guidavano il governo, dai laici del Congresso per la repubblica (presidenza della repubblica) e da Ettakatol (presidenza dell'assemblea costituente), aveva un anno di tempo per varare una nuova costituzione.

Ma i lavori della costituente non avanzavano e la troika non voleva lasciare il potere. La crisi economica e politica era precipitata dopo gli assassini dei leader della sinistra (Chokri e Brahmi) e aveva spinto i tunisini a scendere in piazza con sit-in davanti all'Assemblea costituente durati settimane. Alla fine la costituente sospendeva i lavori. Gli islamisti si erano organizzati per scontrarsi con l'opposizione laica, dotandosi della Lega per la protezione della rivoluzione (che con la rivoluzione non aveva nulla a che vedere), braccio armato di Ennahdha.

Per far fronte a questa situazione si era formato il Quartetto, con un ruolo importante del sindacato già punto di riferimento nella rivoluzione. L'obiettivo: sostituire il governo della troika con uno tecnico per arrivare alle elezioni e nel frattempo accelerare l'elaborazione della costituzione. Il Quartetto aveva preparato una road map ma il premier islamista Ali Larayedh e il presidente Marzouki hanno tergiversato per settimane, poi forse è stato l'effetto Egitto (dove l'esercito aveva preso il potere) a farli cedere e in dicembre è stato nominato il governo di transizione guidato da Mehdi Jomaa.

Gli islamisti hanno dovuto cedere le loro posizioni anche all'interno dell'Assemblea costituente dove volevano imporre alcuni principi della sharia (la legge coranica) e soprattutto riconoscere i diritti delle donne solo complementari a quelli dell'uomo. Questi tentativi sono stati battuti e la costituzione è stata finalmente varata (gennaio 2014).

Il compito del Quartetto si è concluso con le elezioni nell'autunno del 2014: il 25 ottobre le politiche hanno visto la vittoria di un partito laico, Nidaa Tounes, seguito da Ennahdha, mentre gli alleati della troika sono praticamente scomparsi. Alle presidenziali il presidente uscente Moncef Marzouki (appoggiato dagli islamisti) ha perso il ballottaggio (22 dicembre) vinto dal leader di Nidaa Tounes, Beji Caid Essebsi. Quello che non aveva fatto il Quartetto l'hanno decretato le urne.

Il premio Nobel per la pace è un riconoscimento a organizzazioni della società civile, per usare una definizione abusata, o alle forze vive della società, per utilizzare un termine più tunisino, che subito hanno voluto estenderlo a tutti i tunisini, a tutte quelle forze che continuano a lottare per la democrazia e per i diritti di uomini e donne. E devono fare i conti con attacchi terroristici che mirano a sovvertire la fragile democrazia, minacciata anche da quelle forze, come Ennahdha, che si rifiutano di riconoscere il carattere repubblicano dello stato tunisino.

Forse con il Nobel i democratici tunisini si sentiranno un po' meno soli.

 
Da Oslo una luce speciale su un paese che lotta per far vivere la Primavera PDF Stampa
Condividi

di Tahar Ben Jelloun (Traduzione di Elda Volterrani)

 

La Repubblica, 10 ottobre 2015

 

Il Comitato del Nobel dà anche un segnale forte all'Occidente invitandolo a investire nello Stato strangolato dal terrorismo. Finalmente la "Rivoluzione dei gelsomini", il germoglio della " Primavera araba ", è stata riconosciuta e ricompensata.

Il Comitato del Nobel di Oslo ha fatto una scelta inaspettata e coraggiosa: premiare la società civile di un paese in cui una rivoluzione è riuscita a trasformare una dittatura in una democrazia è una risposta formidabile al terrorismo e alle forze della regressione. La Tunisia, che si è provvista di una costituzione unica nel mondo arabo e musulmano (libertà di coscienza, uguaglianza dei diritti di uomini e donne), vive sotto la minaccia del terrorismo.

Ricordiamo l'attentato del 18 marzo scorso al Museo del Bardo (22 morti di cui 21 turisti), quello del 26 giugno nello stabilimento balneare di Sousse, sul litorale orientale (38 morti di cui 30 britannici), e la settimana scorsa il tentato assassinio di un deputato del partito Nidaa Tounes, la prima forza politica del paese, sempre a Sousse.

Questi attentati sono stati rivendicati dai partigiani dello "Stato islamico", più conosciuto con il nome di Daesh. Una guerra diretta contro il popolo tunisino che aspira a vivere in pace. Il Nobel non fermerà questa guerra, ma getta una luce speciale sulla volontà di un popolo che lotta per concretizzare il sistema democratico nelle istituzioni e nelle mentalità, che si impegna per realizzare "la sua primavera" e portarne avanti lo sviluppo.

La " primavera araba" continua anche attraverso le tragedie, come in Siria e in Libia. L'Egitto, invece, pur continuando a condurre una lotta senza quartiere ai Fratelli musulmani, si è riallacciato al sistema di Mubarak. Ma questa primavera non è ancora finita. Non ha ancora detto l'ultima parola. È notizia recente che i libici si sono messi d'accordo per un governo unico. Forse l'attribuzione del Nobel alla nuova Tunisia cambierà lo sguardo che il mondo posa sul mondo arabo in crisi. Il fatto è che, premiando sia un sindacato che gli imprenditori, sia un'associazione di avvocati che la lega per i diritti umani, il comitato del Nobel contribuisce a valorizzare la società civile in tutte le sue componenti e nella sua varietà, una società che ha contribuito all'instaurazione della democrazia nel paese malgrado le resistenze della componente islamista e dei partiti conservatori.

Questo probabilmente scatenerà una crisi di nervi nei ranghi del Daesh. Si tratta di un segnale forte inviato a tutto il mondo e in particolare ai paesi arabi che imbavagliano la loro società civile, composta per la maggior parte da donne. È anche un segnale ai paesi europei che esitano a investire e ad aiutare la Tunisia, la cui economia è stata assassinata dal terrorismo.

È un premio talmente carico di simboli che dà speranza a un popolo che ha sofferto sotto Ben Ali e che sta imparando un giorno dopo l'altro l'esercizio della democrazia. Questo apprendistato ha bisogno di tempo e di stabilità. La Tunisia ha bisogno di essere protetta e soccorsa, perché i suoi nemici radicali e barbari non mollano la presa.

D'altronde anche l'Académie Goncourt, che attribuirà il suo premio annuale a Parigi il prossimo 3 novembre, per spirito di solidarietà con la Tunisia ha deciso di tenere a Tunisi la riunione del 27 ottobre in cui verrà stabilita la short list dei finalisti.

Anche spostare a Tunisi la giuria del premio letterario più prestigioso di Francia è un simbolo che esprime sostegno e solidarietà per la giovanissima rivoluzione tunisina.

 
L'Italia dei Tornado cancella la diplomazia PDF Stampa
Condividi

di Francesco Martone (Comitato Nazionale "Un Ponte Per")

 

Il Manifesto, 10 ottobre 2015

 

Bombardare in Iraq è una pessima idea che precluderebbe un'eventuale soluzione politica spesso evocata, ma mai messa in pratica. Azzerando ogni possibile intervento sulla crisi mediorientale che la guerra occidentale ha esteso. E condannando alla dimenticanza e al silenzio la questione palestinese.

Il semi-scoop, poi ridimensionato, sull'eventuale uso dei Tornado italiani di stanza in Kuwait per bombardare Daesh (Isis) in Iraq solleva questioni cruciali. Certamente è imperativo richiamare il governo ai suoi doveri istituzionali di coinvolgere il Parlamento in decisioni più che sensibili per la politica estera del paese.

Ormai è un dato di fatto, certo da contrastare politicamente, che le decisioni di politica estera "hard", ossia sull'uso della forza militare, siano sottratte al Parlamento che si limita ad avallare decisioni già prese. O a sottostare ad interpretazioni discutibili sulla legittimità politica della decisione in questione: basti pensare a come il governo ha deciso sul l'invio di armi ai peshmerga iracheni, e sulla relativa risoluzione delle Commissioni Esteri e Difesa riunite nell' estate 2014, di avviare l' escalation con l'invio di Tornado e drone da ricognizione.

C'è certo una questione di metodo da stigmatizzare, ma soprattutto di merito. Bombardare in Iraq è una pessima idea che precluderebbe un'eventuale soluzione politica spesso evocata, ma mai effettivamente messa in pratica.

Sostenere e assecondare le richieste del governo Abadi, nel quale Al Maliki resta vicepresidente rischierebbe di rafforzare gli sciiti piuttosto che spingerli verso un compromesso con i sunniti, elemento centrale per un governo inclusivo. Anche perché questo governo poco o nulla ha fatto per ripagare quel debito storico di Maliki verso i sunniti, fatto di minacce, repressione e violenza, che ha assicurato un terreno fertile per Daesh. Contribuire all'escalation delle operazioni della coalizione internazionale contro l'Isis in Iraq - dove il conflitto è interno, a differenza della Siria dove il conflitto è una guerra per procura tra varie potenze vecchie o aspiranti tali - sortirebbe poi l'effetto perverso di deresponsabilizzare quegli attori regionali, quali Iran, Turchia ed Arabia Saudita, che dovrebbero decidersi a rinunciare alle proprie aspirazioni geopolitiche e impegnarsi a contrastare Daesh contribuendo alla ricostruzione di un assetto politico stabile nella regione.

Per quanto riguarda l'Italia, questo episodio pare l'ennesima riprova di mancanza di prospettiva strategica. E nel caso dell'Iraq come della Libia o dell'Afghanistan, si supplisce affidandosi allo strumento militare - oltre che su alleanze discutibili quali l'asse creato da Matteo Renzi con Al-Sisi e Netanyahu - scelta che preclude la possibilità di pensare ad una politica estera "altra", in un contesto reso ancor più intricato dall'entrata in gioco della Russia.

Scelta scellerata quella che riguarda il Medio Oriente, che rimanda alla necessità di rompere il silenzio sulla tragedia palestinese - un popolo senza diritti e sotto occupazione militare, senza Stato e terra insidiata e negata dalla strategia colonizzatrice israeliana - che si consuma nel sangue sotto i nostri occhi. Per quanto riguarda l'Iraq, è evidente che Daesh non potrà essere sconfitto con le armi (a maggior ragione 4 Tornado non faranno la differenza), ma con una politica di contenimento e di ricostruzione di una cornice di governo che sia inclusiva dei sunniti, rinnovata e credibile. Ipotesi del tutto remota con questo governo a Baghdad, al centro di mobilitazioni di piazza senza precedenti.

Che fare allora? Una politica estera di costruzione attiva della pace dovrebbe fondarsi su quattro pilastri: diplomazia, negoziato, aiuti e embargo delle armi. Ovvero rilancio dell'iniziativa diplomatica con chi sostiene l'Isis, stop all'invio di armi e de-escalation, sostegno per un governo inter-religioso e plurietnico in Iraq, che riconosca autonomia ai kurdi e recepisca le istanze della società civile e dei movimenti che di recente hanno partecipato a Forum Sociale Iracheno.

Eppoi sostenere Libano e Giordania oggi in grande difficoltà nella gestione dell'enorme massa di profughi siriani, rafforzando con gli strumenti dell'intelligence il controllo delle frontiere locali, non per arginare l'esodo dei profughi, ma per prevenire lo spostamento delle milizie Isis da un teatro all'altro, come avviene ancora oggi sulla frontiera tra Turchia e Rojava.

Ma forse la boutade sull'Iraq era solo tale, per sondare il terreno, e capire dove poter cercare di mettersi in evidenza, provare ad essere invitati nei tavoli che contano. Se così fosse oltre dalla mancanza di prospettiva strategica o di un'ipotesi politica di gestione e soluzione della crisi, la Farnesina e Palazzo Chigi sembrano essere condannati all'irrilevanza sugli scacchieri internazionali, in particolare su quello libico. Un altro dossier ancor più delicato ed urgente dopo l'annuncio fatto a fine mandato dall'ormai ex-inviato speciale Onu Bernardino Leon di un fragile accordo tra Tobruk e Tripoli, che apre allarmanti prospettive per un'avventura militare italiana in Libia. Ma chi è causa del suo mal pianga se stesso.

 
La droga non teme la pena di morte: legalizziamo la prima e aboliamo la seconda PDF Stampa
Condividi

di Marco Perduca (già Senatore Radicale, rappresentante all'Onu del Partito Radicale)

 

L'Huffington Post, 10 ottobre 2015

 

Il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale contro le esecuzioni capitali, il tema scelto per il 2015 dalla Coalizione mondiale di Ong contro la pena di morte era la sua applicazione nella guerra alla droga.

Secondo l'organizzazione Harm Reduction International, i Paesi che mantengono la pena di morte per reati legati alle droghe sono 32 dei quali 12 la prevedono obbligatoriamente solo in alcune circostanze. Si tratta di Brunei Darussalam, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Oman, Siria, Sudan, Sudan del Sud e Yemen. Nella maggior parte dei casi le esecuzioni sono estremamente rare. Quattordici, tra cui gli Stati Uniti e Cuba, la prevedono sulla carta per i trafficanti di droga ma non la applicano nella pratica.

Sono sette invece i Paesi dove le esecuzioni per reati di droga sono effettuate di routine - Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Iran, Malesia, Singapore e Vietnam, mentre in Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan, Sudan del Sud e Siria le informazioni sono difficili da raccogliere.

Il diritto internazionale parla chiaro a proposito dell'applicabilità della pena di morte: secondo l'articolo 6(2) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale sono previste delle eccezioni al godimento del diritto alla vita altrimenti garantito dall'Articolo 6(1), queste eccezioni riguardano i "reati più gravi". La giurisprudenza internazionale s'è talmente e comunque evoluta e consolidata che le Nazioni Unite hanno più volte affermato che i reati di droga non possono esser considerati "reati più gravi", cioè reati "con conseguenze letali o estremamente gravi". Le esecuzioni connesse a questo tipo di reato, già di per sé sui generis perché senza vittima, violano quindi le norme internazionali sui diritti umani.

Oltre alla giornata mondiale contro la pena di morte, esiste anche la giornata mondiale contro il narcotraffico. Negli anni scorsi, grazie anche a una gestione delinquenziale di certi programmi, il 26 giugno veniva dedicato tanto alla distruzione delle tonnellate di droghe proibite confiscate, quanto a punire in maniera esemplare i trafficanti catturati - spesso con esecuzioni pubbliche come a Teheran o Pechino. Oggi, dopo anni di conclamati fallimenti del proibizionismo e a fronte di un graduale abbandono della pena di morte da morte da parte di decine di paesi, le Nazioni unite che gestiscono i programmi di "controllo delle droghe" hanno modificato il loro approccio.

Nel 2011, l'Ufficio delle Nazioni Unite di Vienna contro la Droga e il Crimine (Unodc) ha deciso di cessare gli aiuti ai Paese che potrebbero approfittarsene per giustificare delle esecuzioni sospette. Nonostante ciò, la dirigenza dell'Unodc non ha smesso del tutto di destinare fondi a governi, in particolare all'Iran, che, come riportano Ong come Iran Human Rights, li utilizza per catturare, condannare a morte, e spesso anche giustiziare, presunti trafficanti di droga.

Nel marzo dell'anno scorso, il Direttore esecutivo dell'Unodc, Yury Fedotov, aveva detto che anche la sua agenzia era contraria alla pena di morte ma che, allo stesso tempo, "l'Iran svolge un ruolo molto attivo nella lotta contro le droghe illecite" perché al confine con l'Afghanistan - il maggior produttore di oppio per eroina del mondo - per cui non si prevedeva il blocco dei finanziamenti a Teheran nel timore di una "possibile reazione da parte dell'Iran" per cui "l'enorme quantità di droga, che ora sono sequestrate dagli iraniani, inonderebbero liberamente l'Europa."

Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Reprieve, Human Rights Watch, Harm Reduction International, il Drug Policy Consortium International, e Nessuno Tocchi Caino hanno invitato più volte l'Unodc, e i Paesi donatori, a porre fine al sostegno a certi paesi per non contribuire indirettamente all'incremento delle esecuzioni in paesi come Iran, Vietnam e Pakistan.

Uno studio sull'operato dell'Unodc evidenzia come negli ultimi anni l'agenzia abbia dato più di 15 milioni di dollari per "il sostegno delle operazioni di controllo" della polizia anti-droga iraniana e che ciò ha prodotto "un aumento dei sequestri di droga e una migliore capacità di intercettare trafficanti". Come denunciato da numerose associazioni per i diritti umani questi aiuti hanno anche contribuito a un "aumento di condanne legate alla droga". Per il quinquennio 2012/17, gli aiuti dell'Unodc al Vietnam, altro paese che prevede la pena di morte per il traffico di sostanze illecite, superano i 5 milioni di dollari. Nel dicembre 2014, il Pakistan, altro paese che giustizia in ossequio alla guerra alla droga, ha revocato una moratoria delle esecuzioni capitali che durava da sei anni. Tra gli oltre 500 detenuti a rischio di esecuzione, almeno 112 sarebbero trafficanti di droga arrestati anche grazie al sostegno internazionale.

Negli ultimi tempi il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda hanno ritirato i loro finanziamenti ai programmi dell'Unodc in Iran; la Francia, la Germania e la Norvegia non hanno fatto altrettanto e non escludono di contribuire a un nuovo fondo di finanziamento segreto dell'Unodc alla Polizia Anti Droga (Pad) iraniana. Una ricerca dell'associazione britannica Reprieve dimostra che la Francia negli ultimi anni ha fornito più di 1 milione di euro alla Pad, mentre la Germania ha contribuito a un progetto di 5 milioni di euro dell'Unodc per la formazione e le attrezzature della stessa polizia. Il Regno Unito ha cessato il finanziamento al Fondo anti-droga per l'Iran ma non a quello per il Pakistan. La strategia del governo britannico per l'abolizione della pena di morte ritiene il Pakistan un "paese prioritario" ma Londra ha contribuito con più di 12 milioni di sterline alle operazioni anti-droga in quel paese.

In aggiunta alle diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani causate dalla guerra alla droga, e ampiamente documentate dall'Alto Commissario Onu per i diritti umani, il proibizionismo continua a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte nel mondo.

Secondo il rapporto annuale della pena di morte pubblicato a luglio scorso da Nessuno Tocchi Caino, nel 2014 ben 414 esecuzioni in 4 Paesi sono da ascrivere al narcotraffico, almeno 41 in Arabia saudita, un numero sconosciuto in Cina, 371 in Iran e due a Singapore.

Al 30 settembre del 2015, almeno 615 persone sono state giustiziate per reati connessi alla droga in quattro Paesi: 55 in Arabia Saudita, un numero imprecisato in Cina, 14 in Indonesia e almeno 546 in Iran. Nel 2014 e nei primi mesi del 2015, condanne a morte per droga sono state inoltre pronunciate, ma non eseguite, in altri nove Stati: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Malesia, Pakistan, Qatar, Sri Lanka, Tailandia e Vietnam. Secondo le statistiche fornite dal Ministero dell'Interno del Pakistan, il 70% delle condanne a morte comminate dai giudici di primo grado per traffico di droga viene poi annullato dai tribunali superiori. Nel marzo 2014, l'India ha sostituito la pena di morte obbligatoria per i recidivi per droga con una condanna a morte discrezionale. Ogni anno le Nazioni Unite certificano che la produzione, il consumo e il commercio degli stupefacenti proibiti non accenna a diminuire, un'ulteriore riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la pena di morte non è un deterrente, neanche nella guerra alla droga.

 
<< Inizio < Prec. 9361 9362 9363 9364 9365 9366 9367 9368 9369 9370 Succ. > Fine >>

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it