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Giustizia: Mafia Capitale. Buzzi in isolamento a Nuoro "minacciato perché non parlassi" PDF Stampa
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di Cristiana Mangani e Sara Menafra

 

Il Messaggero, 16 settembre 2015

 

Tutta colpa di quel "pentimento" annunciato ai pm, e anche di quella lettera accorata che il detenuto Salvatore Buzzi ha scritto a Papa Bergoglio, e che gli ha fatto passare dei brutti quarti d'ora. Cambio immediato di reparto e cella, urla dei detenuti contro di lui, minacce pesanti, impossibilità di condividere l'ora d'aria, e chissà che altro.

Tanto che il 2 luglio scorso l'ex ras delle cooperative ha deciso di recarsi dal Comandante di reparto dell'istituto per spiegargli che temeva per la sua incolumità. E che non poteva più restare all'interno della sezione AS3 del carcere di Badu e Carros, dove è rinchiuso da mesi. Dice Buzzi, e le sue dichiarazioni vengono inviate in una nota riservata al Ministero della giustizia, che le rappresaglie nei suoi confronti si erano scatenate subito dopo la diffusione della notizia della lettera al Papa. La missiva parla di pentimento religioso, di presa di coscienza. Ma in un istituto di pena la parola pentimento suona sempre male, e così si ritrova i detenuti contro, perché pensano - sottolinea l'indagato - "che si sia trattato di un pentimento giudiziario e l'intera sezione diventa ostile nei miei confronti".

C'è anche chi lo avvicina e gli dice in malo modo: "Andiamo a fare i pentimenti religiosi, i pentimenti li facciamo all'aria". Facendo chiaramente riferimento all'ora d'aria durante la quale i detenuti stanno tutti insieme. "Per queste ragioni - aggiunge ancora l'ex ras delle coop - oggi non sono andato all'aria e ho deciso di chiedere l'isolamento e il divieto di incontro con tutta la popolazione detenuta. Chiedo, laddove possibile, di rimanere presso l'istituto di Nuoro dove mi sento al sicuro o di essere spostato nel distretto del Lazio, in un circuito protetto".

Il Comandante prende atto delle dichiarazioni e fa le sue verifiche e nelle comunicazioni al Ministero conferma: "Da fonte confidenziale, di provata affidabilità, apprendo che i timori manifestati sono assolutamente fondati. Proprio al fine di tutelare l'incolumità del detenuto ho provveduto all'allontanamento dalla sezione, ho disposto divieto di incontro con i detenuti e lo ho allocato temporaneamente in una delle stanze dei "nuovi giunti".

Suggerisco la semisezione già 41 bis Area riservata, attualmente priva di detenuti". L'ex ras delle coop viene quindi messo in isolamento. Una circolare agli atti dell'inchiesta specifica che persino i pasti debbano essergli portati in cella, per evitagli di andare a mensa con gli altri. Della sua decisione di aderire all'appello del Papa contro la corruzione, Buzzi aveva già scritto anche al suo avvocato, Alessandro Ditti: "Caro Alessandro - si legge - io all'interrogatorio del 31 marzo sono stato conservativo perché se non ho garanzie corro seri rischi. Ho parlato con Alessandra (Garrone, ndr) e siamo d'accordo nel voler chiarire tante cose. Ti dirò di più aderisco all'appello del Papa, cercherò, per quanto di mia competenza, di chiarire ed estirpare i fenomeni corruttivi a mia conoscenza, e mi difenderò ovviamente dell'accusa di mafia".

Ai magistrati ha poi raccontato di Panzironi, dell'Ama, del Cara di Mineo, si è definito "un cazzaro, uno che straparlava", anche se i pm della dda di Roma sembrano credergli poco. Tanto che ancora al suo legale aggiunge: "Non vedo l'ora divedere la mia figlia grande, che ha scoperto di avere il padre Al Capone. Ma quale Al Capone, mi viene meglio Fantozzi".

 
Giustizia: caso Stefano Cucchi, perché quei due carabinieri occultati? PDF Stampa
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di Luigi Manconi e Valentina Calderone

 

Il Manifesto, 16 settembre 2015

 

Lo strano caso dei pm, due processi e quattro omissioni. Questa che stiamo per raccontare rappresenta una novità tutt'altro che trascurabile - e forse qualcosa di più - relativamente alla morte di Stefano Cucchi. Non possiamo dire se sarà decisiva per le indagini, ma che si tratti di un elemento rilevante è indubbio.

La storia è questa. Stefano Cucchi viene fermato davanti al parco di San Policarpo nell'atto di vendere dell'hashish a un conoscente. Mentre stanno effettuando lo scambio, vengono sorpresi da due carabinieri in divisa, Tedesco e Aristodemo, supportati da altri militari, Bazzicalupo, D'Alessandro e Di Bernardo, che stanno svolgendo servizio in borghese nelle vicinanze.

Stefano Cucchi viene portato nella caserma Appia, e il verbale d'arresto, compilato dal superiore in grado maresciallo Mandolini (finora unico indagato per falsa testimonianza nell'inchiesta bis), viene firmato solo da Tedesco, Aristodemo e Bazzicalupo. Ecco la Prima Omissione. Già qui, due dei militari, D'Alessandro e Di Bernardo, cominciano a sparire. A evaporare, quasi: presenti ma non firmatari di un atto ufficiali, evocati ma, come vedremo, mai sentiti come testimoni.

Ma torniamo a quella notte. Intorno all'1.30, Cucchi viene portato a casa dei genitori per effettuare la perquisizione domiciliare. Il trasporto dalla caserma all'abitazione di Tor Pignattara avviene come segue: Tedesco e Aristodemo (insieme a un altro carabiniere, che pare prendere il posto di Bazzicalupo) sono in macchina insieme a Stefano, dietro di loro, a bordo di un Defender, si trovano D'Alessandro e Di Bernardo.

Tutti i militari appena citati (questa volta, proprio tutti) firmeranno il verbale di perquisizione domiciliare, che, com'è noto, darà esito negativo. Usciti da casa di Stefano, la composizione delle auto cambia: Aristodemo e l'altro collega andranno a Tor Vergata a prendere il narcotest; mentre Tedesco, D'Alessandro e Di Bernardo torneranno alla caserma Appia con Cucchi. Quest'ultimo vi rimarrà per oltre un'ora prima di essere trasferito alla caserma di Tor Sapienza (luogo in cui, solo un'ora e mezza dopo il suo arrivo, sarà chiamata un'ambulanza perché il fermato denunciava malori). Notiamo come, presumibilmente in questa fase, il giovane si rifiuterà di firmare tutti i verbali redatti dai militari a suo carico.

Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009. Il maresciallo Mandolini, responsabile dei carabinieri operanti quella notte, tra il 26 e il 27 ottobre riceve ordine dai suoi superiori di inviare delle annotazioni di servizio, per meglio chiarire lo svolgimento dei fatti. Il maresciallo chiede quelle annotazioni a Tedesco, Aristodemo e Bazzicalupo (che hanno firmato l'arresto), ai carabinieri piantoni della caserma di Tor Sapienza (dove Cucchi ha passato la notte), ai carabinieri che hanno effettuato il trasferimento dalla caserma Appia a quella di Tor Sapienza e, in un eccesso di zelo, richiede anche il verbale di intervento del 118. Manca qualcuno? Sì, mancano D'Alessandro e Di Bernardo (Seconda Omissione), che hanno effettuato la perquisizione domiciliare e che sono stati insieme a Stefano Cucchi per più di un'ora, da quando cioè sono usciti dalla casa di Tor Pignattara fino al momento in cui è stato trasferito a Tor Sapienza. Magari Mandolini, nella concitazione di quei giorni, si è dimenticato di chiedere ai due le loro informative circa i fatti di quella notte.

Sarà. Ma siamo solo all'inizio di questa singolarissima vicenda di sparizione (meglio: semi sparizione) di due degli attori principali della tragedia di quella notte: o comunque di una sorta di loro dileguarsi, restare in disparte, finire nell'ombra.

Così bene occultati, indistinti, quasi invisibili, che la Procura non si è mai accorta della loro presenza e dunque non li ha mai ascoltati durante la fase d'indagine (Terza Omissione). E ancora dopo, in un dibattimento in cui sono stati sentiti oltre centocinquanta testimoni, e pur se citati da molti di questi, due possibili testi brillano per la loro accecante assenza. Sì, avete indovinato, ancora loro: D'Alessandro e Di Bernardo (Quarta Omissione).

Che cosa ricavare dalla considerazione di questa sequenza di assenze? Tirare le fila non tocca a noi, ma è certamente degna dell'interesse di chi conduce l'inchiesta bis questa affettuosa sollecitudine protettiva che ha circondato due carabinieri protagonisti delle diverse fasi di arresto di Cucchi. E che ha sfumato la loro fisionomia, ridimensionandone il ruolo fino a renderlo insignificante. Noi ci fermiamo qui: il nostro inossidabile e irriducibile garantismo ci impedisce di andare oltre. Secondo il Corriere della Sera, i due "rischiano l'iscrizione nel registro degli indagati per lesioni colpose". Noi non sappiamo. Ci auguriamo, tuttavia, che quanto abbiamo evidenziato non costituisca un ulteriore ed estremo mistero, bensì l'occasione per accertare infine che cosa ha portato alla morte di Stefano Cucchi.

 
Droghe, sconto di pena per chi patteggia prima della Consulta PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2015

 

Cassazione - Sezioni unite penali - Sentenza 15 settembre 2015 n. 37107.

Anche chi ha patteggiato una pena per un reato relativo alle droghe leggere prima della sentenza della sentenza della Consulta (132/2014) ha diritto ad uno sconto. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 37107) escludono il valore assoluto dell'immutabilità del giudicato quando si tratta di eliminare una pena incostituzionale e affermano il potere del giudice di intervenire seppur solo sulla quantificazione della pena. Un chiarimento che si imponeva dopo la bocciatura della legge Fini Giovardi da parte dei giudici delle leggi che ha fatto rivivere la Jervolino Vassalli, facendo tornare in auge la distinzione tra droghe leggere e pesanti. Sulla rideterminazione delle pene in caso di patteggiamento definitivo la Cassazione si era divisa e i l Supremo collegio prende le distanze dai precedenti orientamenti.

Non va bene un primo indirizzo basato sull'applicazione del criterio matematico proporzionale, secondo il quale il giudice dovrebbe limitarsi ad aggiungere al nuovo minimo di pena la stessa percentuale applicata in sede di cognizione. Mentre per un diverso orientamento il giudice dell'esecuzione avrebbe mano libera nella determinazione.

La Suprema corte li boccia entrambi. Il criterio dell'automatismo finisce, infatti, per non tenere conto della gravità dei fatti e della personalità del condannato rispetto alla nuova cornice. La scelta di affidare al giudice il potere di rivedere la pena ha la "controindicazione" di prescindere dall'accordo delle parti. Le Sezioni unite salvano invece l'intesa seppure con alcune condizioni. Lo strumento utile è l'articolo 188 delle disposizioni attuative del codice di rito, che consente di rimodellare la pena raggiunta con il patteggiamento irrevocabile.

La norma è quella utilizzata per intervenire in fase esecutiva sulla pena patteggiata, quando è riconosciuta la continuazione tra più reati oggetto di distinte sentenze irrevocabili.

Un'interpretazione estensiva dell'articolo 188 è giustificata perché anche nel caso esaminato si tratta di eliminare una pena illegale, in assenza di specifici rimedi. In base alla regole procedurali il condannato e il Pubblico ministero possono sottoporre al giudice dell'esecuzione un nuovo accordo sulla pena, tarata sui nuovi criteri. La rideterminazione presuppone una richiesta proposta, normalmente, dal condannato, alla quale il Pm può o meno aderire. Nel caso di accordo la nuova pena sarà sottoposta al giudice dell'esecuzione, mentre se l'intesa non c'è o la pena concordata non è ritenuta congrua, il giudice dell'esecuzione può provvedere autonomamente a rideterminarla in base agli articoli 132 e 133 del codice penale, secondo canoni di adeguatezza e proporzionalità. Il collegio non esclude neppure la possibilità che nel nuovo accordo la pena incostituzionale possa essere sostituita dalla sospensione condizionale esclusa in precedenza, perché ad esempio, fuori dai limiti previsti. Anche in questo caso si può smantellare l'intangibilità del giudicato per evidenti esigenze di logica. Stabilito che la legge demanda al giudice una determinata funzione, allo stesso giudice vanno riconosciuti tutti i poteri necessari per assolverla.

 
Il giudice dell'esecuzione è responsabile della revoca PDF Stampa
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di Enrico Bronzo

 

Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2015

 

Cassazione - Sezioni unite penali - Sentenza 15 settembre 2015 n. 37345.

Il giudice dell'esecuzione "deve" revocare la sospensione condizionale dell'esecuzione della pena in presenza di cause ostative, come sentenze di condanna o decreti penali. In questo modo la Corte di cassazione - riunita a Sezioni unite - con la sentenza numero 37345 depositata ieri, ha dato ragione al procuratore della Repubblica del tribunale di Firenze che lamentava, nei confronti di un pluripregiudicato, la mancata applicazione dell'articolo 168, terzo comma, del Codice penale che prevede la revoca della sospensione condizionale della pena concessa in presenza delle menzionate cause ostative (violando l'articolo 164, quarto comma, del Codice stesso).

In buona sostanza, il giudice delle esecuzioni continuava a concedere sospensioni condizionali dell'esecuzione della pena sulla mera, e a quanto pare fallace, presunzione che i precedenti penali dovessero essere noti ai giudici della cognizione al momento della concessione del beneficio. Senza alcun controllo. Invece, hanno chiarito le Sezioni unite della Corte di Cassazione, avrebbe dovuto controllare effettivamente il fascicolo per verificare se i precedenti ostativi fossero noti al giudice che aveva concesso il beneficio.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione si era rivolta alle Sezioni unite ponendo un quesito che, oltre a domandare lumi sulla revoca della sospensione condizionale illegittimamente concessa dal giudice di merito, chiedeva letteralmente se fossero individuali "ipotesi di conoscibilità degli elementi ostativi da parte non solo del giudice della cognizione ma anche, ex post, da parte di quello dell'esecuzione".

 
Evasori fiscali: difficile metterli in manette PDF Stampa
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Secolo Trentino, 16 settembre 2015

 

Corte di Cassazione - Sentenza n. 36918 del 14 settembre 2015.

 

Dopo l'ultima disposizione legislativa legata allo svuota-carceri, l'evasore fiscale finisce dietro le sbarre solo se il giudice verifica la possibilità di una recidiva e se la pena può essere superiore ai tre anni. In caso contrario, niente custodia preventiva. Lo ha sancito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 36918 del 14 settembre 2015, ha confermato i domiciliari a un presunto evasore fiscale.

Una delle prime a interpretare la norma contenuta nell'Articolo 8 del DL 92 del 2014, la terza sezione penale chiarisce che la disposizione stabilisce, con alcune eccezioni, l'inapplicabilità della custodia in carcere laddove il giudice ritenga che, all'esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni. Perciò, secondo il Collegio di legittimità, dev'essere eseguita sia la valutazione circa la futura concessione della condizionale, per escludere nell'ipotesi di prognosi favorevole la custodia cautelare, sia la valutazione circa una prognosi di condanna a pena non superiore a tre anni di reclusione, per escludere, se del caso, la custodia in carcere; "e ciò inevitabilmente richiede la formulazione di un giudizio prognostico, affidato al giudice cautelare per espressa previsione normativa che attribuisce in proposito una competenza funzionale al fine di evitare che l'imputato venga sottoposto a forme intense di restrizione della libertà personale alle quali, all'esito del giudizio di merito, se anche di colpevolezza, non sarà mai sottoposto in tutto o, anche solo, in parte o con modalità diverse e meno afflittive".

 
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